PENTEDATTILO






Tra Melito e Reggio, nella parte piana della Calabria affacciata sul mare, Pentedattilo si leva all’ improvviso. Annidata sotto il Monte Calvario a m. 320 di altitudine, è dominata da rocce altissime che si levano verso il cielo come le dite di una mano spalancata. Il nome della località viene infatti dal greco è significa “cinque dita”: e chiaro si avverte, specie quando si affronta l’ aspra strada che porta al paesino, il rozzo disegno dell’ arto calcareo.
Fra il pollice e l’ indice c’è un grande spazio; ma le altre dita si ammassano mostruose nella pietra scura. Case dai tetti rossi si levano sotto le forti rupi e lungo di esse si sviluppano strade tortuose. Appaiono anche i ruderi di un antico castello e alto si slancia, verso il cielo, un bel campanile. Ma Pentedatillo è ormai una città morta : i vecchi, le donne, i bambini si sono spostati più a valle, in brutte case moderne; gli uomini giovani sono in giro per il mondo. Eppure, Pentadattilo fu un centro importante.
Dall’ alto delle sue rupi, vigili sentinelle guardavano al mare vicino per avvistare le vele pirate. Nel secolo scorso vivevano 2.000 persone e c’erano famiglie che avevano sino a 200 alveari con una ingente produzione di miele. Pentadattilo fu feudo dei potenti Alberti e nella dirupata Chiesa , dedicata agli Apostoli Pietro e Paolo, c’è una bellissima pietra tombale che splende con il suo marmo purissimo fra le mura fatiscenti. Al castello è invece legata una sanguinosa cronaca.
Nella Pasqua del 1686, giunse qui Bernardino Abenavoli del Franco, barone del vicino feudo di Montebello, cui era stata rifiutata la mano di una sorella del marchese Alberti, feudatario di Pentedattilo. L’ onta, naturalmente, andava lavata a sangue e il barone giunse con 150 Albanesi. Entrato nel castello, uccise tutta la famiglia Alberti e violentò la donna che non gli avevano voluto dare per sposa. Subito dopo- narrano sempre le storie antiche- la sposò e poi la consegnò all’ Arcivescovo di Reggio che la rinchiuse in un monastero.
Oggi, però, qui non c’è più cronaca: per le vie silenziose appare qualche donna che non ha voluto lasciare la vecchia casa e numerose pecore brucano l’ erba avara.
Tra le fiumare quando spira il vento che scende dalla montagna si sentono rumori che fanno venire i brividi: narra la leggenda che essi sono le urla dei caduti nell’ immane strage del 1686, i quali non hanno trovato pace nella tomba e gridano il loro dolore per ammonire le genti a non farsi dominare e sopraffare dalle passioni.
Quando al tramonto il sole cade, la rocca si tinge di striature rossastre: narra ancora la leggenda che essa rappresenta la mano insanguinata del conte Alberti.

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