Come fare politica senza entrare in un partito politico.

A chi volesse rimproveragli il titolo, senz’altro provocatorio, Come fare politica senza entrare in un Partito (Feltrinelli, 2005), Giulio Marcon specifica fin dalla prima riga: “Questo non è un libro contro i partiti. E’ un libro a favore della politica diffusa e che ha come protagonista la società civile”.
A metà strada tra saggio politico, di analisi e proposta, e un manuale per l’auto-organizzazione, l’ultima fatica di Marcon, che segue altri due scritti di rilievo per il dibattito sul ruolo del volontariato, delle Ong e del Terzo settore, (L’ambiguità degli aiuti umanitari, Feltrinelli 2002, e Le utopie del ben fare, Edizioni Ancora del Mediterraneo, 2004) esce nel momento giusto. In una congiuntura cioè nella quale pressante si fa l’esigenza di costruire una nuova soggettività politica della sinistra, che possa superare, seppur senza prescinderne, la forma partito e valorizzare l’apporto innovativo di quei soggetti e strutture meta-politiche rappresentate non dai partiti o dai sindacati, ma dai cittadini che si auto-organizzano: i comitati locali, le nuove municipalità, insomma quei soggetti che dovrebbero invece formare parte integrante di un modello di democrazia, viva, critica e autenticamente partecipativa.
Marcon ci aiuta – sulla scorta di anni di esperienza diretta nel mondo della solidarietà e delle Ong – anzitutto a chiarire alcune premesse essenziali affinché la politica recuperi il suo carattere originario di servizio alla collettività. E’ vero, non è un libro contro i partiti o la partitocrazia, anche se non vengono risparmiate dure e giustificate critiche alla professionalizzazione della politica, ma un’esortazione lucida e consapevole alla costruzione di nuove forme di sussidiarietà e sinergia tra la politica istituzionale e quella diffusa e “molecolare” dei cittadini e delle comunità. Sullo sfondo resta l’imperativo di costruire quello che Marco Revelli definisce un nuovo “paradigma politico”, che presuppone un “ridimensionamento dell’enfasi sui mezzi di potenza”, rinviando alle categorie di “relazionalità” e “orizzontalità”. Questa “subpolitica” può essere intesa come configurazione di società dal basso “secondo linee e strumenti che rompono con le logiche ed i metodi della tradizionale politica statuale, prendendo atto del fallimento delle sue logiche e dei suoi metodi di fronte alle sfide ed ai rischi della società globale”.
L’analisi di Marcon si snoda intorno a due obiettivi. Quello pratico, quasi in forma manualistica, e quello politico al cuore del quale c’è il riconoscimento di quello che Jeremy Rifkin nel suo Il sogno Europeo definisce carattere policentrico della politica. Marcon propone però un ragionamento più avanzato. Il riconoscimento del principio della “pari dignità” delle varie forme della politica, dall’autogestione alla partecipazione, lungi dall’auspicare un drenaggio di energie e poteri dall’alto verso il basso dovrà infatti avere come fine ultimo quello di “creare le condizioni per liberare nuove risorse che allarghino lo spazio sociale e civile della politica tout court”. Se è infatti vero che la politica istituzionale necessita di un rinnovamento e di una “rifondazione”, è anche vero che la politica diffusa, quella della società civile e del volontariato, non è scevra di contraddizioni e limiti.
Continuando nell’analisi critica del mondo “non governativo” che ha contraddistinto i suoi lavori precedenti, l’autore riprende il concetto di “società civile”, definendolo a ragione un concetto “ameba” che può contenere molte cose ben differenti tra loro. Se da una parte la società civile può essere intesa come soggetto di politica “altra”, dall’altra può racchiudere in sé i germi del populismo o del qualunquismo. Al di là della cosiddetta “società civile”, operano poi altri soggetti portatori di contenuti, criticità e culture che anelano attraverso l’azione sociale collettiva e pratiche antagoniste non solo dettate dall’urgenza di resistere ma anche da quella di costruire quotidianamente alternative possibili. I movimenti sociali sono così caratterizzati da una dimensione politica che troppo spesso i partiti considerano degna di considerazione, ma sempre ad un livello subalterno.
Altro discorso vale per il Terzo settore, inizialmente caratterizzato da un “protagonismo civico e sociale” verso la realizzazione dell’interesse generale, dei beni comuni e di una democrazia dal basso. Purtroppo, agli intendimenti iniziali è sopravvenuto in molte delle componenti del Terzo settore uno spirito corporativo, di lobby, affaristico, tutto proteso a trarre vantaggio dalle lacune aperte dal venir meno del welfare state, indebolito a dismisura dalle politiche neoliberiste e di privatizzazione. Oggi, quindi, il Terzo settore vive – secondo Marcon – una realtà a due facce: l’una, quella di soggetto che si dedica alla promozione dei diritti di cittadinanza, l’altra quella di un soggetto che gestisce servizi in subappalto dalla sfera pubblica, rischiando di fornire un elemento anestetizzante di quei conflitti sociali e politici necessari per una democrazia viva e critica.
Oltre il Terzo settore, è il volontariato che nella sua storia ha cercato di mantenere il carattere di soggetto politico e di sperimentazione delle nuove forme della politica. Marcon identifica nel “volontariato” la concretizzazione di ciò che John Holloway definisce come il “fare”, elemento centrale per iniziare a pensare al potere e a cambiare il mondo senza prendere il potere: il poter-fare, dice Holloway, non è mai individuale ma sempre sociale. (John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere - il significato della rivoluzione oggi, IntraMoenia, 2002) . Un fare che però rischia di trasformarsi in perdita di soggettività se “coloro-che-fanno vengono privati della loro capacità di progettare”. Il volontariato, almeno nella sua storia nostrana, ha caratterizzato (in parte lo fa tuttora) il suo agire sulla scorta di un approccio critico verso le istituzioni. Ciò gli permette di mantenere la sua natura di soggetto politico, messo però a dura prova dalla legislazione nazionale che ha avuto un effetto “burocratizzante” e dall’espandersi delle attività imprenditoriali del Terzo settore. Poi c’è l’associazionismo che in Italia vanta numeri di tutto rispetto: oltre 120 mila sono infatti le associazioni a maggioranza nate dopo gli anni Ottanta e che mantengono una loro autonomia dai partiti su un totale di 200 mila. L’associazionismo ha il grande pregio di riuscire a “coniugare la dimensione dell’impegno per i diritti con il rifiuto della delega e una cultura della responsabilità e dei doveri verso la comunità”.
Qual è, allora, la sfida centrale per una rifondazione della politica? La politica istituzionale dovrà restituire sovranità ai cittadini, attraverso procedure volte a costruire una molteplicità di luoghi decisionali rompendo il circolo vizioso “partiti-elezioni-parlamento-governo” e inserendo una nuova dinamica: “protagonismo sociale-beni comuni-partecipazione-autogestione”.
Il punto, però, conclude Marcon, non è quello di contrapporre la democrazia diretta a quella rappresentativa o la società allo Stato, ma riconoscere che il processo è di lungo periodo e che si tratterà di passare da una politica per il potere ad una senza potere, dall’esclusivismo della rappresentanza, alla sua funzione relativa e strumentale”. Per far questo non si potrà prescindere da un contenuto etico, come dice Ekkerhard Krippendorf: “L’essenza della morale è politica e l’essenza della politica è morale”.
Sarà bene tenerlo bene a mente, ora e sempre.

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