Il baronaggio mafioso e l'epopea garibaldina

Con un po' di spirito provocatorio, si potrebbe affermare che lo Stato italiano fu creato nel modo peggiore possibile, con gli uomini e le intenzioni peggiori.

E che ancora oggi ne stiamo pagando le conseguenze.

Capisco che ai cittadini calabresi, o lucani, o pugliesi che giorno per giorno sono impegnati nel tirare a campare, non interesserà troppo sapere che Giuseppe Garibaldi, che ci apprestiamo a festeggiare con i migliori onori (e spendendo un sacco di soldi), fosse farabutto e politicamente poco lungimirante.
Ma certo desterà almeno un po' di sconcerto a chi si batte concretamente contro le mafie sapere che Totò Riina, durante il suo super-processo, si vantò che i suoi avi fossero stati tra i protagonisti della patriottica impresa dell'eroe dei due mondi...


(Dalla "Storia della Mafia" di Giuseppe Carlo Marino, Newton Edizioni 1997, pagg. 16 e 17)

Garibaldi trascinò con sè nell'isola tutte le contraddizioni irrisolte del Risorgimento: il movimento unitario italiano sprigionò e mise in moto forze popolari, tracciò le linee di una riforma agraria che aggredì le proprietà ecclesiastiche fermandosi alla soglia dei latifondi dei baroni, potenziò la fame di terra dei contadini poveri; ma, nel complesso, nei suoi risultati finali, per i ceti popolari fu soltanto il sogno di una rivoluzione conclusosi con una disillusione (di cui fu tragico avvio l'eccidio proletario di Bronte, per opera di Nino Bixio) destinata a durare per decenni.

Da un punto di vista strettamente politico, gli unitari - sia gli elementi di sinistra del partito d'azione garibaldino sia quelli di destra, moderati o cavourriani - potevano comunque vantare una vittoria. Solo che, a vedere più addentro le cose, avevano vinto soprattutto per merito del baronaggio politico-mafioso; i Mille, infatti, non avrebbero fatto molta strada nell'isola, dopo lo sbarco di Marsala, se non avessero beneficiato dell'aiuto dei baroni e del loro seguito di borghesi e di mafiosi.

Quali premure, quali motivi indussero gente di tal fatta, non solo ad un appoggio generico alla spedizione garibaldina, ma a scendere direttamente in campo organizzando le squadre armate dei "picciotti"? La risposta resterebbe problematica se non potessimo disporre delle dichiarazioni rese dal duca Gabriele Colonna di Cesarò a una Commissione d'inchiesta di cui parleremo più avanti (trattasi della prima Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia, costituita con legge del 3 luglio 1875, e presieduta dall'onorevole Borsani; n.d.r.). Il suddetto duca rivelò appieno la "patriottica" strategia di classe del baronaggio siciliano con un giudizio assimilabile ad una vera e propria confessione:
"Io credo che la maffia sia un'eredità del liberalismo siciliano, perchè, quando cadde il feudalesimo o, dirò meglio, quando il feudalesimo rinunziò da se stesso al suo potere (nel 1812), i Borboni contemporaneamente ruppero la fede giurata alla Sicilia e da allora cominciò una lotta continua, implacabile tra la Sicilia e i Borboni. E dico la Sicilia perchè tutte le classi siciliane erano d'accordo in questa lotta, anzi l'aristocrazia siciliana trae il vanto di essere stata sempre d'accordo col popolo. Così è appunto che l'aristocrazia siciliana ha sempre avuta pronta e efficace la cooperazione del popolo in tutto ciò che si riferiva alla lotta contro i re di Napoli, come d'altra parte il popolo ha avuto sempre l'aiuto, la cooperazione e la direzione dell'aristocrazia. (...) Tutti i baroni, tutti i proprietari, tanto delle città come dell'interno, hanno sempre avuto una forza che stava attorno a loro e della quale essi si sono serviti per farsi giustizia da sè senza ricorrere al governo e della quale forza i sono serviti ogni qualvolta si èdato il segnale della rivoluzione. (...) Era poi naturale che quando si doveva fare una rivoluzione non si badasse tanto pel sottile alle fedi di coloro cui si ricorreva (...); per qualunque oggetto per cui in altre occasioni si sarebbe dovuto ricorrere alle autorità si ricorreva a questa gente, e per me qui sta lorigine della maffia".

Il documento, come meglio non sarebbe stato possibile, chiarisce con quali intenzioni l'aristocrazia siciliana, avvalendosi della "pronta ed efficace cooperazione del popolo", offrì il suo appoggio a Garibaldi: l'occasione fu subito utilizzata per infliggere un colpo mortale ai Borbone, con lo spirito antico di una classe abituata a "farsi giustizia da sè senza ricorrere al governo". L'ingiustizia alla quale si intese reagire consisteva nella drastica liquidazione, da parte del Borbone, del Parlamento siciliano e, più ancora, nella politica antifeudale avviata dallo Stato napoletano che, alla fine degli anni Trenta, fece persino balenare l'eventualità di una riforma agraria. Per l'antico ordine dei privilegi siciliani, la salvezza sembrò venire da Garibaldi, con quella strategia del "cambiare tutto per non cambiare niente" nella quale Tomasi di Lampedusa, acuto interprete delle tradizioni della sua classe, fa consistere il senso profondo della partecipazione siciliana al Risorgimento. La previsione era che, una volta liquidato l'arrogante Stato di Napoli, da Torino potessero venire tutt'al più dei fastidi, superabili nell'ambito di un nuovo patto tra i potentati siciliani e quel lontano re piemontese. Con questa prospettiva, i baroni si prepararono ad una nuova trattativa e intanto fecero il loro ingresso sulla scena della "rivoluzione" nazionale e la alimentarono con l'apporto decisivo della mafia, capace di controllare il popolo e di farne un ubbidiente e fedele strumento per la salvaguardia dei cosiddetti interessi e diritti siciliani, sotto la "direzione dell'aristocrazia". Fu così che personaggi mafiosi del tipo di Giuseppe Coppola, Santo Mele e Salvatore Miceli divennero "patrioti" e garibaldini, insieme a decine di altri capi delle squadre dei "picciotti", spesso costituite da ribaldi d'ogni genere, tra i quali numerosi erano i delinquenti comuni evasi dalle galere. Garibaldi, a sua volta, non andò troppo per il sottile nel vaglio delle qualità morali e dei precedenti penali di quello che fu definito lo stupendo popolo siciliano impegnatosi nella "rivoluzione nazionale".

Si potrebbe dire, forzando solo un poco i termini della realtà storica, che lo Stato unitario, almeno per quanto riguarda il comportamento della gran parte della classe politica, nacque in Sicilia nell'ambito di una strategia politica di tipo mafioso. Se si fa eccezione per i pochi autentici liberali dell'isola e per i patrioti formati dal mazzinianesimo, la maggioranza dell'establishment dell'isola dalla svolta unitaria nazionale attendeva una "libertà" equivalente alla possibilità di gestire in proprio, con minori intromissioni dall'esterno, gli affari siciliani. Ma anche gli autentici liberali e l'intero movimento garibaldino, per avere successo, dovettero tenere conto del senso e dei caratteri particolari di quell'attesa. E soprattutto dovettero accettare le speciali forze "popolari" dalle quali essa era sostenuta e alimentata.

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