IL GIORNO DEL RICORDO

Il 10 febbraio è il giorno che l'Italia dedica alla memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle Foibe e dell'Esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati.
Come Blog siamo vicini alle vicende di questi connazionali, i quali subirono immani
delitti per mani degli slavi e per mano dei propri connazionali, che prima non diedero loro asilo, e, poi, per molto tempo li disprezzarono, li maltrattarono e poi li dimenticarono.
Riportiamo qui le parole del professore Claudio Antonelli. Affinchè il ricordo non sia solo esercizio retorico, ma sia l' iinzio di un percorso teso a sanare le ferite ancora aperte della Storia Italiana, e che certe ricostruzioni storiografiche di "comodo" hanno preferito ignorare.

Il fascismo dei fascisti e il fascismo degli antifascisti

Vi sono grandi differenze tra il fascismo degli esuli “fascisti” e il fascismo degli antifascisti. Tra le tante io ne sottolineerò solo alcune.
Il fascismo dei fascisti è durato solo vent'anni. Il fascismo degli antifascisti dura già da 12 lustri e sfiderà certamente i secoli.
Le biblioteche del mondo intero straboccano di libri condannanti il “male assoluto”. Ma neanche nelle migliori biblioteche nordamericane vi è un solo libro che tratti della tragedia nostra, di noi “fascisti” per acclamazione.
I fascisti dell'antifascismo hanno i loro partiti in parlamento. I fascisti del fascismo non potranno mai contare su un partito di "rifondazione nazifascista": il fascismo è morto e sepolto.
La "campagna d'odio e d'intolleranza che il fascismo ha alimentato contro gli slavi" – come da più parti si è ripetuto nella “mailing list Histria” – spiegherà una parte dell'odio e dell'intolleranza che quest'ultimi hanno manifestato e manifestano contro di noi, italiani di quelle terre. Ma la "campagna d'odio e d'intolleranza" del fascismo non spiega né l'odio né l'intolleranza né il gusto del sangue che le etnie slave hanno mostrato, ripetutamente, “urbi et orbi” e “ad nauseam”, nei loro rapporti reciproci. Le vittime del tribalismo balcanico, manifestatosi anche nel corso della storica lotta di liberazione contro il nazifascismo, sono infatti di molto superiori alle vittime subite ad opera del nazifascismo stesso.
Sotto il fascismo non vi è stato dalle nostre terre un esodo di slavi. Il comunismo di Tito, invece, ha svuotato quelle terre della popolazione italiana.
I figli degli esuli “fascisti” delle terre adriatiche hanno dovuto subire l’indifferenza e l’ostilità dei fratelli italiani, nell’Italia nata dalla resistenza, e che ha avuto per tanti anni in parlamento il più forte partito comunista dell’Occidente. In Italia, paese così pacifico, è prosperato il terrorismo antifascista delle Brigate Rosse. Ma neanche un petardo è esploso, in segno di protesta, quando il governo italiano ha rinunciato alla zona B. I nazionalismi più diversi hanno trovato in Italia tribune ed onori – vedi il nazionalismo nordvietnamita e quello russo-sovietico – ma non si è mostrato nessun rispetto per il nostro dolore per la perdita delle terre adriatiche.
I comunisti della ex Jugoslavia, una volta finito il comunismo, sono rimasti ai posti di comando, sia al governo sia riciclandosi in ricchi imprenditori. Nessuno ha chiesto loro i conti. In Italia i comunisti pontificano ancora, gran moralizzatori con l’erre moscia. I complici della sanguinosa utopia dei gulag non si trovano oggi sul banco degli imputati, ma possono continuare a suonare la grancassa dell’antifascismo. Loro non devono difendersi da nessuna accusa.
Quanti profughi giuliano-dalmati hanno lasciato l’Italia per tema che il comunismo finisse col prendere il potere nella Penisola. L’hanno pagato caro, loro, l’anticomunismo. Specie se scelsero di andare a vivere in paesi come l’Argentina, dove molti di loro oggi tirano avanti stentatamente. A meno che non ricevano la pensione italiana, come l’hanno ricevuta e la ricevono ancora molti infoibatori antifascisti. Il che è – se mi si permette questo parallelo – come se Israele inviasse una pensione agli ex criminali nazisti in Paraguay o in Argentina.
Quando sono voluti tornare per una visita nel luogo di nascita, gli esuli giuliano-dalmati hanno dovuto fare i conti con doganieri che non tolleravano che nel passaporto la località di nascita fosse indicata ancora col nome italiano. E in visita ai luoghi di nascita hanno spesso dovuto subire la violenza verbale e l’antagonismo di queste razze occupanti le nostre case, e mai paghe del proprio trionfo.
I figli e i nipoti delle vittime dell'intolleranza etnica fascista possono tranquillamente oggi vivere nel paese dei loro nemici: l’Italia. Le vittime di quell'altra intolleranza, l’intolleranza di quelli che sono stati visti per anni come i nostri buoni vicini dell’est con cui intrattenere rapporti costanti di buon vicinato – rapporti da intrattenere da parte nostra stando in posizione supina – sono dispersi ai quattro angoli del mondo. La lacerazione per loro non si è mai sanata. Il mitico “estero”, tanto celebrato in Italia, paese dell’antipatriottismo viscerale, non si è trasformato sempre in una nuova patria. E nella patria d’origine sono stati per anni tacciati di fascismo e persino considerati slavi dai fratelli italiani, che dicono Pula invece di Pola e Rijeka invece di Fiume. Nei documenti ufficiali sono nati “in Jugoslavia”, oppure “in Croazia", oppure “in Slovenia”. Ma forse per gli italiani, ammalati di una grottesca esterofilia, dire che i giuliano-dalmati sono nati nel mitico estero e in uno dei territori già facenti parte della gloriosa – così almeno è stata vista per tanti anni – Jugoslavia è una forma di complimento.
Inutile dire che i giuliano-dalmati sono completamente ignorati sia dalla Storia sia da Hollywood. Cinecittà si è solo interessata all’italiano cacasotto. La guerra perduta ha fornito preziosi spunti di parodia ai nostri attori saltimbanchi. Il pubblico da parte sua si è spellato le mani, per anni, sbellicandosi.
All’estero – in Nord America soprattutto - i giuliano-dalmati, come italiani, sono stati e sono visti come una razza propensa al crimine. Hanno dovuto subire l'onnipresente cliché di mafia. Ma se non altro si sono visti riconoscere una patente di italianità che in Italia non hanno sempre avuto. Devono però stare attenti ad altri clichés: se usano la parola olocausto, riferendosi alle foibe, rischiano una tremenda accusa...
Ci dicono che in Italia le cose sono cambiate nei nostri confronti Ma l’orgia di celebrazioni retoriche, in occasione della Giornata della Memoria, entrata nel secondo anno [divenuta “Giorno del ricordo”] non può annullare il totale menefreghismo che ci ha circondati per mezzo secolo. E tante dichiarazioni di solidarietà sono state espresse senza slanci, senza passione, senza pietà, a tavolino, per opportunismo, tenendo ben presenti le strategie politiche, le ideologie, il calcolo del dare e avere, relativizzando la nostra sofferenza, continuando sempre a parlare di fascismo e di antifascismo, cercando le cause “a monte”, facendo ragionamenti astratti. Cosa volete, questi italiani brava gente, finita la giornata della memoria, dovranno pur continuare a celebrare la liberazione, che ci ha liberati anche da una scomoda appendice nazionale. Questa brava gente, dopo tutto, è capace di piangere col cuore, a calde lacrime una sconfitta, ed è pronta ad abbrunare la propria bandiera, ma solo per una sconfitta dell’Italia sul campo da gioco.
In occasione della Giornata della Memoria, il governo di Lubiana ha invitato gli Italiani a non giudicare le foibe “fuori del contesto storico”. Avviso inutile, poiché per mezzo secolo gli stessi italiani ci hanno tenuti semplicemente “fuori della storia”. Ed è sorprendente che in un paese come l’Italia, abitato da persone con un senso spasmodico del paesello, attaccatissime alla radice locale, con un forte amore per il proprio dialetto, la gente si sia dimostrata così tetragona a capire il dramma di chi ha perso, per sempre, il proprio angolino di terra, tanto speciale per chi vi è nato, perché mondo con una sua lingua, una sua cucina, una sua memoria, con i sui mani, i suoi cimiteri, e speciale perché situato, ai limiti di Roma, in mezzo ai gorghi etnici.
Fatto paradossale e direi quasi inspiegabile: noi, sopravvissuti della pulizia etnica jugoslava, siamo afflitti da senso di umanità e - diciamolo pure - da una mitezza cronica che ci fa provare pietà per tutte le vere vittime di qualunque razza queste siano, al di là di ogni ideologia. Perché non siamo stati educati all’odio. Noi non ci siamo laureati nelle “università popolari” dell’odio, numerosissime nella terra del “Morte al fascismo, libertà ai popoli!”. Il fascismo dei nostri genitori, o almeno di quelli miei “fascistissimi”– fatto che certamente stupirà i cattedratici studiosi del male assoluto - non era basato sull’odio. Era basato sull’amore per Roma, per Dante, per l’Italia.
Questa mancanza di sentimenti forti, quest’assenza in noi di odi tribalistici ci rende particolarmente vulnerabili, quando viviamo sotto altri cieli, lontani dalla madrepatria. Ma dai nostri genitori – come ho già detto - non siamo stati educati al culto dell'esclusione e della rivincita da attuarsi col ferro, col fuoco e col sangue.
E noi, figli dei “fascisti" delle terre irredente, al contrario dei nostri conterranei dell’ex magnifico mosaico di popoli perpetuanti nei secoli gli odi tribalistici, non abbiamo la soddisfazione di poter trasmettere ai nostri figli, nati sotto altre bandiere, in terre così lontane dal dramma dei loro genitori, l'odio inebriante e fortificante che dà certezze, garantisce la continuità e riempie il vuoto della nostalgia. Il nostro patriottismo, infatti, è basato sul rapporto sacro con la terra di nascita, e non sulla razza e sul sangue. E i nostri figli sono nati in un’altra terra: la loro patria. Una buona notizia quindi per tutti gli antifascisti, dilettanti e professionisti: il fascismo dei nostri padri morirà con noi.



Claudio Antonelli

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