Circa i prezzi



Martedì, 1 Marzo 2006.
Una trasmissione, si deve dire, completamente disinformativa di Ballarò, la rubrica settimanale di Rai3, nel corso della quale si confrontano la Sinistra, padrona di casa, e la Destra governativa in stato di imputato politico. Tema del giorno, il carovita. La Sinistra ha sostenuto che del guaio è colpevole il governo, il quale ha lasciato che si arricchisse chi poteva, e che tutti gli altri s’impoverissero.
La Destra ha cercato di glissare sull’argomento, imputando la responsabilità alla malfatta adozione dell’euro. Il quale euro, invece, a detta della Sinistra, sarebbe l’unico baluardo disponibile contro un prevedibile e sconvolgente aumento dei tassi d’interesse che lo stato italiano paga su un debito pubblico di 1.300 miliardi di euro, più del Pil annuo nazionale.
Si dà il caso, tutt’altro che strano, che tanto la Sinistra quanto la Destra siano fortemente reticenti sulla verità. La quale verità, elettoralisticamente, non gioverebbe a chi ha voluto l’euro e neppure a chi trae profitto dalla situazione creatasi con l’euro.
Qualunque studentello di ragioneria sa che tra i prezzi delle merci (e dei servizi) e la quantità di moneta in circolazione (oro o carta, non importa) esiste una connessione immediata. (L’equazione del valore della moneta è complicata dalla velocità con cui essa circola in un dato luogo, ma il fatto è ininfluente rispetto al nostro discorso).
Se i prezzi aumentano, non v’è dubbio alcuno che in circolazione esiste una quantità di moneta maggiore del giorno prima. Dal 1940 al 1945, il prezzo del pane passò da una lira a 35 lire. Lo stato stampava carta per affrontare le spese di guerra, i beni disponibili diminuivano, i prezzi salivano.
Al contrario se la quantità di moneta in circolazione diminuisce, sicuramente i prezzi prenderanno a diminuire.
I fatti dicono che la quantità di euro entrata in circolazione, con il cambio delle singole vecchie monete, è maggiore della somma di tutte le merci (e servizi) che le vecchie monete acquistavano.
L’equazione era squilibrata. E non è stato un errore, ma una precisa scelta del banchiere centrale, il quale, piazzatosi nel bel mezzo della scena economica europea, ha voluto un tasso di sconto basso, rispetto a quello praticato dalle vecchie banche centrali d’Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, etc., affinché coincidesse con quello tedesco.
Un tasso di sconto basso (cioè l’interesse che la banca d’emissione fa pagare alle banche commerciali che si riforniscono di banconote presso da lei) agevola gli imprenditori, i quali vengono stimolati a operare. Infatti, indebitarsi con le banche non costa molto. Nella fase reaganiana del capitalismo, ciò portò a un considerevole sviluppo della produzione, e non solo in America. Ma in economia, ciò che è vero oggi, domani potrebbe essere falso.
Ora, bisogna dire che la Banca d’emissione europea ha commesso un altro gravissimo errore di valutazione, abbassando in modo generalizzato il costo del danaro. Ciò ha provocato un notevole aumento della circolazione e dappertutto un aumento dei prezzi. L’errore più visibile e più rovinoso si è verificato in Italia, e per una ragione precisa.
Negli anni ’90, il passaggio delle grandi banche dalla proprietà dello stato a quella dei privati è stato accompagnato dall’abolizione dell’obbligo di tenere una riserva. Cioè tutto il capitale disponibile di una banca (il capitale proprio più i depositi dei risparmiatori, più il danaro preso in prestito dalla banca centrale) è divenuto mutuabile. Anzi la nuova legge bancaria prevede una percentuale di danaro prestabile superiore al capitale disponibile.
In teoria, niente di male in questo. Anzi bene. Solo che in Italia stava avvenendo qualcosa che altrove non avveniva. Cioè il passaggio delle banche e di un’infinità di altre aziende dal patrimonio dello stato al patrimonio dei privati.
Chi comprava si faceva dare in prestito i soldi dalla banche. Da una parte lo stato quasi regalava ciò che possedeva, dall’altra le banche pagavano le proprie privatizzazioni prendendo in prestito danaro fresco a basso prezzo dalla banca centrale. E potevano offrire anche aperture di credito a basso prezzo.
Ovviamente, chi prende in prestito dei soldi per aprire una bottega d’ortolano, sul prezzo dei pomodori carica non solo il costo del prodotto, ma anche l’affitto del locale, le tasse e molte altre cose, fra cui l’interesse sui mutui bancari. Solo per fare un esempio, Tronchetti Provera, che ha avuto in prestito tra i 200 e i 300 mila miliardi di ex lire per comprare Telecom, sul prezzo della bolletta bimestrale ci fa pagare anche i suoi interessi passivi.
E badate. E’ anche colui che si sta comportando più onestamente di tanti altri. Insomma, in Italia, gli euro offerti dalla Banca UE non sono andati alla produzione, come in Irlanda e in Spagna, ma alla speculazione, su cui si raccontano infinite favole ma che, per la verità, non produce niente. Soltanto prende soldi dalle tasche di tutti e li drena nelle proprie.
Tutto qui. Ed è anche facile da spiegare. Quando facevo l’insegnate, i ragazzini di sedici anni capivano il meccanismo. Chissà perché, poi, riesce così difficile a ministri, deputati e giornalisti?

NICOLA ZITARA

Eleaml-FORA!rivista elettronica diretta da Nicola Zitara

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