Il senso dello Stato, la libertà e le bustarelle

Non sono un suo grande estimatore politico, anche se gli riconosco le qualità di statista di lungo corso. Ad ogni modo, qualche tempo fa, il sen. Andreotti, durante un convegno di storici, fece un'affermazione che lasciò i presenti abbastanza perplessi: "Sarebbe stato meglio se lo Stato italiano fosse nato da Sud invece che da Nord".
Non era troppo ironico il senatore, pur sapendo bene che la storia non si fa coi se. Egli si riferiva certamente al comune senso dello Stato, alla coscienza nazionale, alla serietà istituzionale, al fiero spirito d'indipendenza di fronte alle altre nazioni, alla laicità rispettosa verso l'autorità religiosa, cose di cui purtroppo l'Italia unita non ha mai potuto fino in fondo disporre.
E che l'antico Stato delle Due Sicilie avrebbero probabilmente fornito.


Nella cuccagna che svenò Napoli nacque l'italica "bustarella"
(da Michele Topa "Così finirono i Borbone di Napoli" - Ed. Fratelli Fiorentino)

Ciò che colpisce chi legga le istorie patrie, con mente e cuore liberi dai tabù creati dall'agiografia risorgimentale e dai fabbricatori di miti, è l'enorme sperpero di danaro che fece, in sessantadue giorni, la Dittatura garibaldina, attingendo a piene mani nell'erario partenopeo. Cominciò subito quella grande "mangeria", come diceva Cavour - o "magna magna" - come dicevano e dicono i napoletani…

Nel caos politico, economico, sociale che contrassegnò la Dittatura di Garibaldi - del quale, in seguito, Crispi disse: "Grande anima, cervello incapace di governare un villaggio" - c'è da tener conto della parte che vi ebbero la inevitabile improvvisazione, il clima di quei tempi e le obiettive difficoltà, senza dire che il Nizzardo pensava a due soli problemi: come liquidare definitivamente Francesco II e marciare su Roma. Ma rimane il fatto, incontrovertibile, che si sperperarono grandi ricchezze, obbedendo, si, a una confusa volontà di "giustizia riparatrice", ma anche a una sfrenata demagogia e a un poco nobile sentimento di vendetta. Su Napoli, la "grassa Napoli", piombarono, inoltre, speculatori, come nugoli di cavallette, e anch'essi parteciparono al banchetto, o meglio al saccheggio, mentre imperversava, selvaggia, l'epurazione degli impiegati borbonici, per far posto a amici e amici degli amici. Si, la Dittatura garibaldina, che pure durò soltanto un paio di mesi, fu il peggior governo, e il più costoso che nella loro plurisecolare storia i Napoletani avessero avuto sino allora. Le casse furono presto vuote. La situazione si fece angosciosa, tragica, al punto che Garibaldi, evidentemente smarrito, arrivò a minacciare di fucilazione i banchieri napoletani se non gli avessero consegnato una cospicua somma di danaro.

Poco dopo che si era insediato Garibaldi una pioggia di decreti irrorò i veri e presunti "martiri del regime", vivi e morti, e le loro mogli o vedove, i loro rampolli, sorelle, genitori ed affini, che ottennero pensioni, laute prebende, grassi impieghi, doni o altro. Elenca Giacinto De' Sivo: "Venti ducati mensili alla vedova di un Porta, galeotto; trenta a quella di un Lanza, pure morto in galera; venti a quella di un Caprio; sei a quella d'un Cappuccio, spento nella reazione di Montemiletto; trenta a quella di Domenico Romeo, altri trenta a sua madre e quattromila ducati in unica volta ai suoi quattro figli, da porsi sul debito pubblico: trenta ducati mensili ai figli di un Domenico de Clemente, morto carcerato a Ventotene; sessanta a Silvia, figlia adulterina di Carlo Pisacane. Videsi il 24 Settembre promuoversi maggiore un Vincenzo Padula, spentosi a Melazzo: si, promosso un morto, per crescere la pensione alla madre,….ma scorò ogni anima onesta la decretazione che diè trenta ducati al mese alla madre del regicida Agesilao Milano, e dote di ducati duemila à ciascuna delle due sorelle; perché, diceva, "sacra è pel paese la memoria di Agesilao Milano"…

Un bel colpo, da un milione e duecentomila lire (di allora) fece la Rubattino. Un decreto del 5 ottobre concesse alla compagnia di navigazione ligure 450 mila lire per il piroscafo "il Cagliari" che era servito al Pisacane per la tragica impresa del 1857….; altre 75Omila lire ebbe per il "Piemonte" e il "Lombardo" che avevano trasportato i "Mille" a Marsala, con l'impegno che restaurati restassero trofei.
La calda pioggia delle pensioni proseguì… Aurelio Saliceti (triumviro a Roma) si beccò 2.550 ducati all'anno, pari a più di undicimila lire-oro del tempo. Pensione di dodici ducati al mese ebbe la camorrista-tavernaia Marianna De Crescenzo, la "Sangiovannara", che già era stata foraggiata abbondantemente da Liborio Romano; la stessa somma mensile si assicurarono altre due camorriste devote al Romano… "perché esempi inimitabili di coraggio civile nel propugnare la libertà".
Con un decreto del 24 settembre furono confiscati tutti i beni privati di Casa Borbone, comprese le doti delle principesse e quella di Maria Cristina "La Santa", nonché gli averi…

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