L'economista napolitano Antonio Genovesi

Insieme con Gaetano Filangieri ed un'altra manciata di grandi (e da noi ahimè pochissimo conosciuti) pensatori napolitani e siciliani come Antonio Serra, Ferdinando Galiani e Bartolomeo Intieri, Antonio Genovesi ha dato un fortissimo slancio al Regno di Napoli, con particolare riferimento alla sua politica economica. Il suo lavoro è ancora attualissimo, e secondo me si adatta ancora bene all'attuale situazione socio-economica del Sud Italia, che purtroppo dalla sua "fusione" con gli altri Staterelli italiani ha perso completamente di vista quel progresso sul quale era stato ben avviato.

Genovesi nacque a Castiglione, nel Principato Citeriore (oggi provincia di Salerno) nel 1713, morì a Napoli nel 1769. Ordinato sacerdote nel 1737, si dedicò all'insegnamento e agli studi nell'Università di Napoli (dal 1738), dove ottenne, nel 1741, la cattedra di metafisica. Orientatosi in seguito verso gli studi economici, dal 1754 tenne la prima cattedra di Economia Politica istituita in Europa, dalla quale fu maestro e ispiratore per un'intera generazione di riformatori napoletani. Collaborò alle riforme introdotte nel Regno di Napoli da Bernardo Tanucci.

Cominciò ad occuparsi di economia politica all'età di 41 anni; assalito da un disdegno per la vecchia cultura di cui sino ad allora si era nutrito, aveva infranto gli idoli allora venerati e, alle vuote dissertazioni di un tempo, aveva contrapposto l'amore per le adorabili discipline pratiche. Un tempo, la filosofia era "tutta cose" allorché quelle che la coltivavano volevano essere guidatori, legislatori, istitutori di popoli. Poi la grande corruzione della cultura era cominciata e per sette e più secoli le scuole filosofiche d'Europa fecero a gara a chi potesse essere più feroce in inutili immaginazioni ed astrazioni come dice lo stesso Genovesi nel "Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze" a chi meglio, sospingesse il pensiero fuori dall'atmosfera umana.

Cominciò dunque l'era della ragione.Erano i primi accenni di rivolta allo spirito ed al costume della Controriforma: gli spunti di polemica antigesuitica ed anticlericale, la ripresa della battaglia in difesa dell'autonomia dello stato laico contro ogni interferenza ecclesiastica, i primi elementi di una teorica delle monarchie illuminate e del regime paternalistico, nonché, sul terreno letterario, l'avvento di una poetica e di una critica più aperte e coraggiose e la decisa reazione contro il "malgusto" dell'età barocca. La vera e profonda rivoluzione culturale che si attua nella seconda metà del secolo, sotto il segno dell'illuminismo caratterizzata dal bisogno di sovravvertire radicalmente le fondamenta della vecchia civiltà in tutte le sue manifestazioni. E Genovesi, indubbiamente, recepisce l'influenza del nuovo panorama culturale italiano che sta vivendo.
Si chiamasse enlightenment in Inghilterra, les lumieres in Francia, o aufklarung in Germania, l'illuminismo, o rischiaramento, circolava nella vita pratica, ben prima che nel settecento se ne inventasse il nome e, per dirla con Kant, volle rappresentare "l'uscita dell'uomo da un stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso".

In questo clima Genovesi prende coscienza della decadenza culturale, materiale e spirituale dopo il periodo d'oro del napoletano.
Tuttavia è consapevole della necessità di intervenire "per far riprendere al fiume il primo corso" cioè a riportare le arti, il commercio e l'agricoltura a nuovi splendori. Per questo abbandona l'etica e la filosofia e si dedica completamente all'economia. Napoli genera nella seconda metà del secolo XVIII una serie di pensatori economici di eccezionale statura ed indiscutibilmente il più importante fu Antonio Genovesi per il quale Bartolomeo Intieri fondò la prima cattedra di Meccanica e di Commercio. Gli economisti napoletani della metà del sec. XVII, afferma il Demarco, si erano orientati verso lo studio dei problemi monetari e della politica mercantilistica. Il più famoso di essi era stato Antonio Serra il quale era convinto che nessuno potesse ignorare "quanto sia importante, sia per i popoli, sia per principi, che un regno abbondi di oro e di argento".
Un'altra considerazione per la moneta era dunque comune a tutti i mercantilisti (Malynes, Misselden e, soprattutto Mun). Essi guardavano al processo economico dal punto di vista dello stadio primitivo raggiunto dal capitalismo - la sua fase commerciale - ed erano portati ad identificare la moneta con il capitale. La "paura dei beni", la preoccupazione esclusiva e quasi fanatica di vendere caratterizzò il pensiero mercantilista. Nel secolo in parola, infatti, non si metteva in dubbio l'utilità e la necessità di una stretta disciplina del commercio dei grani e quindi un riconoscimento dei diritti dell'agricoltura sinora trascurati. "Era pregiudizio comune - dice C. Barbagallo nel suo saggio "A.G. Economista" in Nuova rivista storica - che la carestia dovesse combattersi esclusivamente immagazzinando il sopravanzo degli anni di abbondanza per immetterlo nel consumo negli anni di scarsità". Per questo si cercava di frapporre ostacoli all'esportazione dei grani. Ma l'esperienza e l'osservazione delle carestie del Regno di Napoli, e di quella non lontana del 1764, sospingevano il Genovesi verso la libertà del commercio dei grani.
Genovesi sostiene la sua teoria dicendo che molteplici sono le possibilità per giovare all'agricoltura: abolendo le manimorte, rendendo alienabili le terre, prevedendo la concentrazione della ricchezza fondiaria; usando, cioè, ogni mezzo perché la proprietà sia largamente diffusa e ogni agricoltore possegga come cosa propria la terra che feconda allettando con tutti i mezzi come avveniva in Toscana ed in Inghilterra la nobiltà ad occuparsi della coltivazione delle terre. Così dicendo, cercava di incoraggiare la piccola proprietà coltivatrice. Come ai mercantilisti, anche al Genovesi l'importanza del commercio nella cerchia dell'economia politica appare notevole

L'esempio dell'Inghilterra e dell'Olanda - continua Demarco - lo sospingevano a quella conclusione. Perciò il Genovesi affermava che il "traffico esterno" procurando l'esportazione delle "derrate e manifatture promuove insieme l'agricoltura e le arti", e ciò con l'utilità dei proprietari e di coloro che lavorano. Il commercio per il Genovesi è l'operazione per la quale si scambia il superfluo col necessario ed è in lui chiarissimo il concetto di bilancia commerciale. La Nazione che deve importare dall'estero materie prime e prodotti finiti non ha altro mezzo per pagare quelle merci che "estrarre" cioè esportare il superfluo della sua produzione per procurarsi i mezzi di pagamento. Genovesi quando pensa ai problemi economici non si discosta mai dalle concezioni etiche che hanno influenzato la sua formazione culturale. Infatti, egli diceva che "è inutile di pensare ad arti, a commercio, a governo se non si pensa a riformare la morale" non operando così una modernistica separazione concettuale tra l'homo sapiens e l'homo oeconomicus. Da questo sbocco scientifico era insieme attratto e respinto. Stava in bilico tra una concezione sistematica e controversistica ed un più libero e spregiudicato atteggiamento scientifico. A scegliere la sua strada lo aiutarono non poco le amicizie contratte in quegli anni a Napoli con Celestino Galiani, con Giovanni Maria della Torre, newtoniano convinto, e soprattutto con l'editore Giuseppe Orlandi. Del resto - scrive M. Zinno - la preparazione filosofica è spesso propedeutica a quella economica, per lo meno per quanto concerne i padri di questa nuova scienza, Antonio Genovesi e Adamo Smith, tanto per citare i primi e più illustri artefici di questa nuova dottrina, sono studiosi che hanno avuto in comune una ferratissima preparazione filosofica.
Infatti, "insieme" (storicamente parlando ed anche come metodo di speculazione filosofica) teorizzano la "divisione del lavoro". Genovesi non fu un pensatore originale. Il suo credo era una variazione dell'ortodossa schematica mercantilistica. Per lui vi era un "commercio utile" (che esportava manufatti e portava in Patria materie prime) e un "commercio dannoso" (che esportava materie prime e portava in Patria manufatti). L'intervento pubblico, d'altro canto doveva, riguardare soltanto quest'ultimo. Il commercio utile meritava la libertà che fioriva meglio in condizioni libere. Altro concetto importante del Genovesi è quello della moneta. Culturalmente influenzato sull'argomento dall'Abate Galiani, il Nostro maturò i principi delle moderne teorie (in valore intrinseco o estrinseco); delineò la teoria del prezzo e dei bisogni costruendo, così, le basi della moderna economia politica. Ci vorrebbe ben altro spazio (e ben altre competenze) per parlare compiutamente del pensiero economico del Genovesi, delle teorie del monetarismo e del mercantilismo, che bene o male hanno costituito le basi di partenza dei ragionamenti genovesiani.

Marcello Zinno, dice: particolarmente felice ci appare la conclusione delle "Lezioni di economia civile" in cui sono elencati i grandi meriti delle classi produttrici e vengono esaminati i rapporti di diritto pubblico tra lo Stato e gli individui. Antonio Genovesi accetta in parte i principii trattati dal Montesquieu nello " spirito delle leggi" e in parte la tesi esposta da Hobbes nel "Leviathan". Secondo Giovanni Gentile, il pensiero filosofico di Antonio Genovesi - G. Gentile "Dal Genovesi al Galluppi' - si avvicina molto alla dottrina lockiana delle idee in sede teoretica, e questa analogia di punti di vista filosofici si proietta anche sul tappeto politico. Il Nostro mitiga di molto la teoria di Hobbes per cui lo Stato, simile al mostro biblico Leviatano, divora tutti i diritti dei sudditi allo scopo di creare la felicità comune. Secondo il Nostro "ogni cittadino sa che egli è obbligato a conservare il Jus pubblico sostenitore del corpo politico" ed aggiunge per chiarire meglio il pensiero che "paga, dunque, con tutto il suo piacere una porzione dei suoi privati diritti pel sostentamento dei pubblici". Per quanto riguarda la classe fondamentale, definita da Temple come la base della piramide dello Stato, Genovesi afferma che il governo saggio deve porre tutte le cure necessarie perché la classe stessa possa svilupparsi sempre più. Nei paesi dediti alla poltroneria ed alla voluttà, questa classe veramente benemerita non potrà mai avere uno sviluppo adeguato, giacché le arti che la compongono, definite addirittura adorabili, sono ne abbastanza conosciute ne bene animate.
Il commercio è concepito come una serie di canali che "danno scolo ai prodotti e animano i produttori", è necessario perciò che i legislatori sviluppino al massimo questa attività importantissima per la vita e la prosperità degli Stati. Il commercio, dice efficacemente il Nostro, "dev'essere schiavo da una faccia e libero dall'altra. E dev'essere servo della gran legge d'ogni nazione sallus puhblica. Ogni esportazione che indebolisca l'industria è considerata come reato, ed ogni importazione che nuoce all'industria 'domestica' rovina lo Stato. E le "Lezioni" hanno termine con una visione religiosa della funzione dell'economia civile. Prima ancora di essere economista e filosofo, Antonio Genovesi è Abate; e come sacerdote egli esorta gli studiosi ad agire per assecondare la legge eterna di Dio, "Moderatore del mondo".

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