LA PASQUA NELLA CIVILTA' CONTADINA

RIPORTANDO UNO SCRITTO DI STEFANO CARFO' CHE RIPORTA ALLA MENTE LE ATMOSFERE DI TANTI ANNI FA, LO STAFF DI BLOGALLADERIVA ESPRIME A TUTTI L' AUGURIO DI UNA PASQUA SERENA.


Riti e tradizioni che affondano le radici nella poposità spagnolesca

La Pasqua nella civiltà contadina

di Stefano Scarfò

Nella valle aprica, inondata dai primi effluvi della primavera, il din don delle cento campane si diffonde, ora maestoso e malinconico, ora lieto e festoso, penetrando nei casolari più sperduti, come nelle case dei borghi accatastate le une sulle altre e ricadenti a strabiombo sulle fiumare. Cortei policromi e pittoreschi hanno invaso piazzette e “vineji”; su tutti dominano il verde dei rami d’ulivo, le bianche palme e il bianco neve dei folti ciuffi di “abrera” (erica) in fiore. E’ festa grande.
E’ la Domenica delle Palme. Giornata di esultanza nel ricordo del trionfo di Cristo a Gerusalemme. Una cerimonia tanto suggestiva che la folla viveva le stesse sensazioni dei palestinesi di duemila anni fa. Con la Domenica delle Palme iniziava ufficialmente la settimana di passione, ma già nei giorni precedenti si svolgevano vari riti in preparazione all’affascinante festa della primavera. Erano, infatti, celebrazioni commemorative in onore della Vergine Addolorata, compartecipe della tragedia del Golgota.
Venivano esaltati i dolori della Madre di Gesù con lamentazioni, canti carichi di mestizia e versetti della Via crucis in una solenne processione che partiva dalla chiesa madre per raggiungere quella dell’Annunciata in un’atmosfera surreale che gravava sui fedeli adombrati quasi da un dolore collettivo. In queste occasioni il popolo sapeva esprimere tutto il patrimonio di canti e “grazioni” (orazioni), in stretto vernacolo locale, le cui origini si perdono nella notte dei tempi e che è andato irrimediabilmente perduto. Sabato, vigilia delle Palme, era una giornata particolarmente carica di suspence, perché dedicata alla meditazione sull’inferno e sulle pene che comporta. Appena scesa la sera, il predicatore, servendosi dei tempi più scioccanti trattati da S. Giovanni, Dante ed altri famosi, faceva rivivere l’inferno in tutta la sua tragicità, mentre nella chiesa scendeva il gelo per le scene apocalittiche rievocate. Lo stesso oratore, sera della domenica cambiava registro e con parole alate e suadenti fugava il terrore della morte eterna. La sua voce si librava nella più alta trascendentalità, facendo riapparire la luce della speranza. Le note del “Te Deum” erano segno e testimonianza della gioia di vivere e della fede nell’avvenire. Nel corso della settimana santa, nelle varie chiese, specie in quelle ove operavano le confraternite, in un rituale rimasto intatto per secoli, si svolgevano cerimonie toccanti per pietà religiosa, culminanti nel rituale precetto pasquale. In uno sfarzo senza precedenti, grazie all’esposizione dei paramenti più suggestivi, intarsiati da arabeschi d’oro zecchino, si preparava il sepolcro, addobbato con diecine di piatti carichi di una fitta selva di piantine esangui, perché cresciute nel buio, di stendardi, damaschi di seta, in una gara febbrile e un tantino altezzosa, dato che ogni congrega si dava da fare per preparare il sepolcro migliore. Al vespero del mercoledì santo si celebrava l’ufficio delle “Tenebre”, coi sacerdoti intenti a cantare le famose “Lamentazioni” del profeta Geremia, i versi del “benedictus” e del “Miserere mei Deus”, mentre sull’altare su un candelabro a due bracci ardevano sette candele, spente man mano a brevi intervalli, finchè la chiesa piombava nel buio. Un sacerdote allora azionava la “raganella”, uno strumento di legno che produceva un enorme fracasso, a significare allegoricamente le tenebre che avvolgevano il mondo alla morte del Cristo. Giovedì santo, al calar delle prime ombre della sera, Ufficio delle tenebre, finale al buio, rumoreggiare di raganelle, poi la grande performance del predicatore in quella che doveva essere la parte più importante e più commovente della sua predicazione. La chiesa si riempiva fino all’inverosimile in attesa del momento clou della serata, vale a dire la chiamata della Madonna Addolorata, per la consegna del Cristo morto. Fuori, gruppi di giovanotti, si organizzavano per portare a spalla la Madonna. Tutti ambiscono di entrare in chiesa con la Vergine, in un tripudio di folla ed è un vero privilegio essere tra il gruppo dei portatori. Quando, alla fine della predicazione, dopo aver rievocato la passione di Gesù, l’oratore lanciava la fatidica frase: “Maria, vieni a prenderti il tuo figliolo”, i fedeli coinvolti in una sorta di catarsi mistica collettiva, piangono, gridano, agitano le braccia, mentre il portone della chiesa si spalancava ed entrava la Madonna. Ondeggiante, tra una fitta selva di lanterne, veniva portata verso il pulpito e sollevata all’altezza del predicatore che le consegnava tra le braccia il Crocefisso, intonando lo “Stabat Mater”. Il corteo, quindi, si avviava verso il Sepolcro per deporre il Cristo, che sarebbe stato adorato per tutta la notte, in tutte le chiese, con la rituale veglia di preghiera. All’alba si dava il via alla processione del venerdì santo. Si snodava per tutto il paese fino al Calvario, un posto molto in alto, fuori dall’abitato, raggiungibile con grande fatica. Si alternavano i canti al rullare delle raganelle e ad un grande silenzio, come se la folla fosse presa da un lutto stretto. Non pochi erano talmente presi da non riuscire a trattenere le lacrime. Sabato mattina, tutta la popolazione si radunava dentro e fuori la chiesa per assistere alla “svelata”, ossia alla Resurrezione di Cristo, attraverso una messinscena apparentemente di estrazione pagana, ma tanto efficace da avvolgere nella sua spirale di “misteriosità” l’animo semplice della gente. Sulla piazza veniva fatto ardere un ciocco enorme per la benedizione del fuoco al canto delle litanie di tutti i santi. Lo sguardo dei fedeli - quelli che riuscivano a trovare posto in chiesa - era rivolto verso l’altare maggiore, addobbato come nelle giornate di gala; in alto era stata collocata una lastra tombale, da cui, grazie ad un sistema di contrappesi, sarebbe venuto fuori trionfante il Cristo. E infatti, all’intonazione del “Gloria in excelsis Deo”, Gesù risorto, liberato dagli ancoraggi, “vola” verso l’alto, spalanca la cateratta, appare in tutto il suo splendore con in mano la bianca bandiera, simbolo della vittoria sulla morte. Conclusa la cerimonia, la gente defluiva dalla chiesa per ritornare nelle case. I bambini si precipitavano ad assaggiare la “sguta”, un povero dolce casalingo che allietava tanto, mentre il papà calava il “panaro”, ossia il recipiente ove erano state custodite le salsicce per tutto il tempo della quaresima. Domenica di Pasqua era dedicata al gran finale, con l’altra svelata o cunfruntata, sempre in piazza alla presenza del popolo festante. Da una strada scende il Cristo risorto, dalla parte opposta si avvia a grandi passi la Madonna avvolta nel velo nero, in segno di lutto. Ad un segnale convenuto i portatori delle due statue iniziano una gran corsa, tra due ali di folla, finchè Madre e Figlio, al centro della piazza s’incontrano. Il manto nero della Madonna cade tra gli evviva e gli applausi dei fedeli entusiasti e commossi, che segue le due statue per accompagnarle trionfalmente in chiesa. Lunedì dell’Angelo, giorno di assoluto riposo e di quiete ed anche di relativo digiuno per le “abbuffate” del sabato e della domenica di Pasqua. La pasquetta cadeva il “martedì di Galilea”, ed era per i nostri nonni un giorno “pieno” in tutti i sensi, in quanto, malgrado le ristrettezze dei tempi, non rinunciavano ad una giornata di sano svago e di vita all’aperto. Di buon mattino, si partiva da casa, le vivande messe sul dorso degli asini o nelle “cofine” portate in testa dalle donne. Non c’era fretta alcuna. Se la giornata era radiosa, così come lo è quasi sempre la primavera di Calabria, si mangiava all’aperto, si beveva il generoso vino delle nostre terre, si ballava al ritmo di pifferi e zampogne. Piccoli e grandi, uomini e donne, si divertivano con poco, e prima che scendesse la sera, si faceva ritorno a casa, scambiandosi gli auguri di trascorrere tante altre pasque nella serenità e nell’abbondanza.

STEFANO CARFO'
Studioso e ricercatore della storia di Mammola e della
Calabria.
http://www.sosed.it/Cdsole/Mar97/e1-0397.htm

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