L'Italia? Una grande Famiglia!

Se la democrazia non è soltanto formale uguaglianza davanti alla Legge ma anche sostanziale pari opportunità davanti al Destino; se cioè una società è tanto più democratica quanto più consente la riuscita di outsiders, allora l'Italia è un Paese semifeudale.
È bene ricordare, ad esempio, che dinastie politiche come le nostre sono assolutamente sconosciute nei paesi delle democrazie occidentali (i Roosvelt, i Churchill, gli Adenauer, i De Gaulle si sono fermati alla prima generazione) e che la persistenza del dato dinastico all'interno del sistema elettivo ci assimila piuttosto ai paesi del Medio e dell'Estremo Oriente o dell'America Latina, dove i Gemayel, i Jumblatt, gli Ahoun, i Ghandi, i Bhutto, i Peron, i Duvalier, i Frei, si susseguono di generazione in generazione al governo dei loro paesi.
Essere 'figli d'arte' non è una colpa, ma esserlo in troppi chiede quanto meno una spiegazione. Quando poi si sospetta che il familismo sia la forma privilegiata di 'mobilità sociale' (una mobilità s'intende di tipo feudale, corporativo) che invade tutti i territori sociali, la politica, la diplomazia, l'industria, la medicina, le poste, le banche, i Ministeri, la televisione, finanche i servizi segreti, ci si chiede se in questo Paese, per alcune professioni, sia ancora vigente quel regolamento di Francia che imponeva il possesso dei quattro quarti di nobiltà per accedere alla carriera di ufficiale e dall'abolizione del quale è dipesa l'ascesa di 'figli di nessuno' quali Napoleone (che da buon italiano familista però sconfessò il principio del merito piazzando tutti i parenti nei regni d'Europa andando così in malora).
Tocqueville diceva: 'Apparteniamo alla nostra classe prima che alle nostre opinioni'. In Italia ciò non è men vero se sostituiamo alla parola 'classe', 'famiglia'. E allora ci è dato assistere allo spettacolo di giornalisti di successo vestirsi da anglosassoni, pensare da anglosassoni, incedere perfino da anglosassoni, ma implacabilmente 'sistemare' i figli secondo i metodi più biechi del familismo italiano. E anche quando la propria opinione è di sinistra e marxista cioè quanto di più avverso alle distinzioni di nascita, di ceto e di ereditarietà abbia elaborato il pensiero occidentale, ecco i figli 'sistemati' secondo gli eterni criteri endogamici.
Giova ricordare che uno dei punti qualificanti del programma socialista sia esso utopista che 'scientifico' era l'abolizione del principio legale dell'ereditarietà? Alle origini del pensiero socialista veniva postulata una eguaglianza di partenza più che d'arrivo, attuabile agendo semplicemente sull' azzeramento radicale delle fortune ad ogni passaggio di generazione. Non era poi nella peculiarità del diritto di successione (fondato sulla loi du partage égal più che su le droit de primogéniture) che Tocqueville vedeva l'essenza democratica dello stato sociale americano?
Le redazioni dei giornali e telegiornali di sinistra non differiscono in tal senso da quelle cattoliche o socialiste o laiche. Sono redazioni italiane. Il familismo travalica le ideologie perché in Italia è un'ideologia.
Ma non solo il giornalismo è affetto da questo fenomeno. Tutti i campi sociali dove si forma la classe dirigente del nostro Paese sono affollati egualmente da rampolli che quasi mai hanno conosciuto né il Bildungsroman dei loro coetanei europei i cui capitoli principali sono la fuoriuscita dalla famiglia e il percorso ad ostacoli presso i 'centri d'eccellenza' quali le Alte Scuole praticamente inesistenti da noi, né tanto meno il 'romanzo da giovane povero' dei loro coetanei italiani sprovvisti di coperture sociali, sottoposti ad umilianti ed oceanici concorsi pubblici, al solo scopo di agguantare o mantenere una piccola promozione di classe.
La società italiana è una società molto 'chiusa'. Tutte le buone posizioni non vi sono messe all'asta: si trasmettono per via ereditaria. V'è un dominio incontrastato degli established sugli outsider .
Ed è per questa ragione, per la quasi totale assenza di minaccia alle posizioni sociali conseguite, che il periodo neotenico (da neotenìa, momento e processo di formazione dell'adulto, nozione elaborata da Georges Lapassade ne Il mito dell'adulto) e di socializzazione del giovane italiano di buona famiglia, avviene spesso in tranquilli tinelli borghesi o flanellando coi coetanei sul muretto vicino casa. Per i più coscienziosi è previsto al massimo la frequenza di qualche stage all'estero per l'apprendimento delle lingue estere con l'aggiunta di qualche brivido bohémien, qualche concessione ad un estetizzante e manierato ribellismo giovanile (che per lo più coincide con la lettura de Il giovane Holden, il libro che protesta contro i processi violenti di socializzazione). Ma al ritorno in patria, al futuro e alla 'sistemazione' ci penserà papà o il suocero.
Tutto avviene dolcemente, parrebbe, in stile romano cattolico, al livello minimo della lacerazione della coscienza: si eredita o si viene raccomandati. Né sergentacci cattivi che ti fanno sputare l'anima se vuoi conseguire il diploma in un 'centro d' eccellenza', né istitutori severi, né genitori calvinisti, possono impensierire il giovane italiano nella difficile arte di apprendere qual è il proprio posto nel mondo. Romanzi di formazione in Italia? Nessuno, manca la materia prima: la formazione. Qualcosa di equivalente a Linea d'ombra ? Neanche l'ombra.
Se nel grande gioco sociale vigono leggi dinastiche, nella piccola società ci si regola secondo la legge salica dei minus habentes. Ed ecco allora che postelegrafonici figliano postelegrafonici, bancari generano bancari, e giornalai, giornalai. Ai piani bassi non si fa che scimmiottare le regole del vivere dei piani nobili. Il familismo sfocia fatalmente nel corporativismo e quest'ultimo del familismo si nutre: tutte le categorie sociali ne risultano così segnate da un intreccio perverso e, direi, incestuoso di endogamia familistica.
Perché la famiglia gioca in Italia un ruolo così decisivo nella' "mobilità'' sociale? A dire il vero questa è una domanda malposta. La famiglia non fa altro che il proprio dovere. Essa è dappertutto, per definizione, un istituto conservatore basato su legami di affinità non elettiva e su principi di trasmissibilità ereditaria di tutto ciò che è trasmissibile, dal nome, alle sostanze, ai mobili, agli immobili, al gatto di casa, e dunque anche delle posizioni sociali e si badi, di tutte le posizioni sociali, anche quelle frutto del merito individuale e di quell'elemento così poco trasmissibile ed immateriale che è l'ingegno individuale (alludo alle 'trasmissioni' di carriere così legate al genio individuale quali il giornalismo, il teatro, il canto, la scrittura creativa). Appare pertanto naturale che essa opponga ogni ragionevole ed irragionevole resistenza a principî o ad agenti di mobilità al di fuori di se stessa consentendo di fatto solo quella orizzontale dei travasi endogamici e impedendo con ogni mezzo quella verticale, del movimento dal basso in alto, non appena le posizioni da difendere sono un tantino lucrose, di prestigio, potenti o di mera rendita. La famiglia, si badi, non è un istituto democratico da nessuna parte. Non conosce libere elezioni (nessuno si sceglie il padre o i fratelli), né innovazioni, né alea di destini. E' un istituto intimamente "aristocratico", si nutre di maggiorascati, tradizione ed eredità.
Allora la domanda iniziale va corretta in questo modo: perché il sistema sociale italiano consente alla famiglia un così vasto e devastante libero gioco nella formazione dei destini individuali, delle carriere? Perché altri principî ed agenti al di fuori di essa hanno così scarso peso nella formazione delle élites di questo Paese? «Dietro ogni grande fortuna c'è o un furto o un'alcova» diceva Balzac. Da noi, dietro tutto ciò si intravede soprattutto, sullo sfondo, la silhouette di un 'vecchio genitor' o di un suocero.
Il proprium del familismo italiano consista nel sottrarre agli agenti di mobilità sociale, -ossia centri di ricerca, università, alte scuole etc-, esterni alla famiglia, ogni possibilità di intervento. In altre parole la famiglia italiana cerca (cioè appoggia il 'sistema' politico-sociale che l 'assicuri in tal senso ) in ogni modo di indebolire o sabotare quegli agenti selezionatori dei destini sociali fuori di essa, o quando ciò non le è possibile si sforza di renderli familistici.
La differenza coi paesi più progrediti consiste dunque in questo: che la famiglia italiana determina totalmente il destino sociale dei propri eredi, sottraendoli, di fatto, alla selezione del merito operata dai centri d'eccellenza, laddove, all'estero, la famiglia è determinante solo nell' offrire agli agenti selezionatori, che operano se non proprio contro , sicuramente fuori di essa, una migliore posizione di partenza per i propri figli.
Ritorna dunque la domanda: perché in Italia - a voler semplificare brutalmente -, sia la Mafia che le più grandi imprese industriali si reggono sulla struttura molecolare della famiglia?
Non è difficile fornire risposta a questa domanda ed essa è frutto di opinioni largamente concordi: la forza della famiglia in Italia discende dalla contestuale e storica debolezza sia dello Stato sia della Società civile.
Altrove, in Inghilterra, in Francia, in Spagna, lo Stato si forma prima della stessa Nazione o attorno ad una nazione forte che facendosi Stato egemonizza le altre nazionalità con cui ha continuità territoriale. Il processo di formazione di una ruling class coincide pertanto con quello della formazione di uno Stato moderno.
Se si guarda all'esperienza della Francia il fenomeno della stabilizzazione di un'élite (si noti: termine inesistente in italiano) si è dato dapprima con l' accentramento anche topografico, a Versailles, di una Corte di nobili gravitante attorno al monarca assoluto e, successivamente, sotto le 5 Repubbliche, con il rafforzamento di una classe di grands commis formatasi presso le Alte Scuole, in cui il modello élite -Stato è così ricalcato sulla precedente esperienza (corte-monarca) che ha dato luogo all'espressione vagamente dispregiativa di noblesse d'état usata da Pierre Bourdieu in un suo volume dedicato alla casta tecnocratica francese.
Evidenti sono gli intenti polemici che in Francia l'intellighenzia riserva ai meccanismi di formazione e selezione della propria classe dirigente, o alla presenza invadente e pervarsiva dello Stato in tutti i gangli della Società. E' singolare rimarcare che da Paul Nizan a Pierre Bourdieu vivo è il un malumore antiistituzionale. Sono tutti Normalisti ma odiano l'Ecole Normale. Ma è 'normale' verrebbe voglia di dire. Più un'istituzione è potente più suscita odi, perché è difficile entrarci, perché è difficile uscirne, soprattutto mentalmente. Ciò crea anche una vivace dialettica nel corpo sociale. Avercela dunque una Grande Monarchia per contrapporle, con una Rivoluzione, una Grande Repubblica; avercela una superciliosa Académie Française per contrapporle una grande Bohème; un Grande Romanzo per dar luogo all' Antiromanzo etc. Le Istituzioni suscitano i Movimenti e dinamizzano le società, più forti sono le prime più incandescenti sono i secondi. Ma nessuno è contento in questo basso mondo, nemmeno gli intellettuali parigini. Si vorrebbe allora ricordare a costoro che se nell' Esagono sono i boriosi tecnocrati fuoriusciti dalle Alte Scuole a dettare i destini della nazione, che , se sarà vero che lo Stato soffoca ogni respiro della Società, si accetti almeno il fatto che il sistema di formazione della classe dirigente tramite le Alte Scuole è da preferire al sistema dello Stivale dove l'élite si forma per cooptazioni familistiche o peggio sotto la protezione di organizzazioni occulte massoniche o di organizzazioni palesi, ma corporative, quali gli Ordini, Collegi, gli Albi i Sindacati, etc, e che la vigilanza di uno Stato con tutta la sua grandeur e presenza ossessiva è da preferire ad uno Stato assente come un neghittoso latifondista che lascia marcire le proprie opere d'arte negli scantinati dei musei. Tutto ciò ha anche una scioccante traduzione visiva, allorché sintonizzandosi su un TG italiano, si assiste in un servizio da Parigi all'inaugurazione d'imponenti opere come il grand Louvre , voluto dalla discutibile 'sindrome del faraone' del presidente francese, mentre il servizio successivo informa, dall'Italia, sulle indagini giudiziarie sul brigante siciliano di turno. Insomma ogni Paese ha le sue 'ossessioni', il retaggio storico gioca brutti scherzi a tutti; ma se la Francia s'interroga sulle persistenze monarchiche nel sistema repubblicano, da noi, è disperante constatare che siamo ancora ai briganti, ai pugnali e ad i veleni, come ai tempi di Stendhal e della de Staël!. Senza tacere il fatto che le Alte Scuole, come annota Sabino Cassese, "hanno alimentato, nello stesso tempo, democrazia e formazione delle élites. La prima perché, grazie ad un sistema di selezione degli allievi basato sul merito, le scuole sono state un metodo per consentire l'accesso ai vertici dello Stato anche a chi, avendo il talento non possiede altri mezzi di fortuna. La seconda perché, grazie alla mobilità stabilitasi tra i vertici amministrativi, quelli politici e quelli economici, si è così prodotta una 'noblesse d'Etat' che ha avvantaggiato non solo l'amministrazione, ma anche la politica e l'economia (sia pur producendo qualche incoveniente, ma minore rispetto ai benefici)".
Alla storica debolezza di uno Stato, in Italia, ha corrisposto la contestuale e per certi versi speculare flebilità delle classi sociali. Riposa qui la differenza con la Germania, anch'essa unificatasi tardi come l'Italia, ma dove, di contro, un sistema universitario molto forte ed efficiente, preesistente alla stessa unificazione e la formazione di strati sociali borghesi solidi e coscienti della propria funzione, hanno assolto egregiamente al compito della formazione di una classe dirigente degna di questo nome.
L'analisi, anche a volo d'aquila, della storia delle classi sociali italiane, come anche della stratificazione sociale nel nostro Paese, non è difficile e porta alla conclusione drammatica che, nel nostro Paese, una classe egemone intesa come ceto che eserciti una direzione e un dominio sugli altri ceti sociali è sempre mancata. Le conseguenze non sono da poco sulla vitalità dell'organismo sociale e sul tono morale complessivi della Nazione.
Scendendo nei dettagli: se nel Centro-Sud ha prevalso la dicotomizzazione tra classi nobilari rentiers e plebi contadine (non altro che il risultato della lotta intrapresa attorno a quell'unico bene-risorsa primario che è la terra, dicotomizzazione cui peraltro nulla rileva la compresenza di 'quasi' classi quali fittavoli, piccoli artigiani, impiegati pubblici, clero etc), nel Centro-Nord, invece, bisogna volgere lo sguardo solo verso l'area milanese e torinese per trovare qualcosa di simile ad una classe borghese modernizzante e liberale che si stacchi da quel teatrino sociale di miseria e nobiltà sotto l'effetto del quale la società centro-meridionale ha dato sempre più stanche rappresentazioni.
E tuttavia anche quella ruling class settentrionale pur riuscendo a darsi, unica fra il pantano dei restanti ceti della nazione, una precisa fisionomia fornendo ad esempio il nucleo d'acciaio 'giacobino' della Destra storica, unica classe dirigente degna di questo nome nella storia d'Italia unita, non è riuscita tuttavia alla fine ad imporsi come elemento trainante dell'intera società italiana, e, prima coll'avvento della Sinistra trasformista di De Pretis, poi con Giolitti, in seguito col fascismo e infine con la Democrazia Cristiana ha finito col perdere via via la propria fisionomia in cambio di comodi patteggiamenti con i centri di potere che si susseguivano alla guida dello Stato e con i ceti sociali più retrivi dell'intero Paese che quei centri rappresentavano. E' mancato nella sua 'ideologia', nella rappresentazione mentale che essa aveva di se stessa e dei rapporti con gli altri ceti sociali, l'esigenza di erigersi a 'classe generale', di esercitare oltre un dominio materiale anche un'egemonia culturale e mentale. Ha preferito, per vile tornaconto, rifluire nella cura di interessi particolari. (E così, mai totalmente liberale, sempre antistatalista ma mai coraggiosamente liberista, più che difendere il mercato è ricorsa ai Governi per essere difesa dal mercato. )
Non si rimpiange mai abbastanza, anche retoricamente, l'assenza di una classe alto-borghese o borghese tout-court a guida non solo dello Stato ma anche dello spirito pubblico della nazione. Di una classe borghese alla Thomas Mann, che commercia in granaglie ma che si tormenta con la filosofia di Schopenhauer, che mette in connubio l'anima e l'economia in quel modo sofferto ma elegantemente spirituale che per dirla con Musil, faceva di un borghese un 'misto d'anima e di prezzo del carbone'.
Nel film di P. P. Pasolini La ricotta (1961) viene chiesto ad Orson Welles che interpreta sé stesso: «Cosa pensa degli italiani?»«Il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d'Europa » E' la bruciante risposta. E' indubbio che l'assenza di una ruling class prestigiosa, moderna, aperta, nutrita di buone letture e di buoni modi, severa con se stessa (Alte Scuole, Public School, Università) quanto con i ceti sociali cui è destinata a gettare fatalmente la propria ombra egemonica, abbia contribuito a dare la fisionomia di una sostanziale arretratezza socio-culturale del nostro Paese. [Tullio-Altan] Una classe sociale di tal sorta, benché se non c'è, nessuno se la può dare, lascia almeno il rimpianto che, come è successo altrove, avrebbe esercitato una egemonia culturale sui moeurs dell' intera Nazione: leggi e romanzi, gusti e divieti, oneri ed onori, modi e toni del vivere, tutto sarebbe passato sotto il controllo di una élite legittima, cosciente, dignitosa, rigorosa. Così non è stato. Ora, nessuno vuole abbandonarsi a lacrimevoli lamenti sulle nequizie della storia. Restituire o modificare il passato non è facoltà consentita nemmeno agli dei. E' andata così! La nostra Società ha assunto questa fisionomia debole, sfilacciata, arretrata, perché oggettivamente era tale la sua base socio-economica. (Ed era fatale, di riflesso, che anche la nostra classe politica soffrisse della vischiosità, frammentarietà, opacità della sottostante società civile. Se è torbido il paese reale non può essere trasparente il paese legale). Così è stato, dunque. Ma quando la borghesia potrebbe riscattarsi finalmente dai propri vizi secolari eccola che viene sorpresa a progettare scappatoie per i propri rampolli, reclamare il rafforzamento delle scuole private. Vuole forse le private 'public school' inglesi, esclusive ma durissime? Ma qui non può davvero passare inosservata la falsa equivalenza linguistica dei termini che tradiscono però 'tutto un mondo' mentale: in Inghilterra la 'scuola privata' è sinonimo di privilegio sì, ma anche di durissima selezione; in Italia ricorda istituti compiacenti per studenti respinti dalle 'selettive' scuole statali. ) Ci vorrebbe un altro volume per spiegare siccome sistema scolastico e familismo nel nostro Paese siano particolarmente intrecciati; nel senso che l'inefficienza della scuola pubblica sia funzionale ad una mobilità sociale fortemente segnata dal familismo. E che il familismo italiano è il più fiero avversario della formazione e del funzionamento dei centri di eccellenza.
Si può aggiungere a conforto del nostro discorso, che il 'lamento' su questa classe che non c'è e su questa società civile così inconsistente, non è nuovo. Alla voce dell'antropologo Carlo Tullio-Altan così attenta a sottolineare la sindrome di arretratezza socio-culturale del nostro Paese bisognerebbe aggiungere quella di Leopardi per rendersi conto di quanto il tema sia stato avvertito già agli albori della nostra società.
Il poeta di Recanati aveva già intuito, nel 1824!, (vedi su questo argomento il mio saggio-postfazione al Discorso sui costumi degli italiani) questa «mancanza di società» ossia la presenza di una «società stretta» e la conseguente debolezza strutturale della stessa. Quella mancanza, scriveva Leopardi
«opera naturalmente che in Italia non havvi una maniera, un tuono italiano determinato. Quindi non havvi assolutamente buon tuono, egli è cosa così vaga, indefinita che lascia quasi interamente in arbitrio di ciascuno il suo modo di procedere in ogni cosa», «Non avendovi buon tuono, non possono avervi convenienze di società (bienséances). Mancando queste, e mancando la società stessa, non può esservi gran cura del proprio onore, o l'idea dell'onore e delle particolarità che l'offendono e lo mantengono e vi si conformano, è vaga e niente stringente»
Non è una forzatura attribuire al pensiero di Leopardi il significato seguente: una società ha (o dovrebbe avere) dei codici morali (una moral basis la chiamano i sociologi) non scritti come i codici civili e penali, ma altrettanto vincolanti, che la rendono coesa ed organica.
Si pensi, applicando queste riflessioni ai giorni nostri, all'Italia di 'Tangentopoli', che cosa ne sarebbe stato, in una società con tali codici, fattivi ed operanti, di quei galantuomini, che hanno trafficato con tangenti e bustarelle e criminalità mafiosa, per così tanto tempo e nell'acquiescenza generale della cosiddetta società civile. Si sarebbero aspettate le manette dei poliziotti o la sentenza di un giudice per espellere i loro figli dalle buone scuole, i membri dai circoli esclusivi, le mogli dai salotti buoni? Non ci si sarebbe dovuto attendere un tirarsi indietro immediato e collettivo della società civile che lasciasse allo scoperto e in isolamento i 'furbi'? Non ci si sarebbe dovuto attendere un chiamarsi fuori della 'buona società' e della gente davvero e non ipocritamente 'perbene' di fronte ad arricchimenti repentini e sospetti o tenori di vita non in linea coni magri e notori stipendi di certe categorie, se un'intera società non fosse stata antropologicamente priva di «tuono» o «dell'idea dell'onore»?
Il controllo ferreo, operante al di là dei codici penali e civili, che una aristocrazia legittima (classe dirigente) esercita sull'intera società, fornendo ad essa stili di vita, forme di convenienza sociale, capacità di giudizio (da dove nasce la capacità di dare ordine alle proprie idee), finezze di gusto, divieti, oneri (noblesse oblige ), codici comportamentali vincolanti, in una parola un'etichetta, imporrebbe ad esempio al grande finanziere di non farsi vedere in pubblico in compagnia dell'imprenditore pluriarrestato; al giocatore di calcio, che notoriamente ha truccato partite, di non commentare le stesse con assoluta nonchalance in TV ; al brigatista di non presenziare i convegni ma di meditare in silenzio le sue malefatte etc; eppure tutto il contrario succede in Italia, e nell'indifferenza generale. Quando poi si scopre che nel nostro Paese un uomo è Ministro del tesoro in una stagione, e cronista calcistico nella successiva, (Piero Barucci) si tocca quasi con mano, drammaticamente e contemporaneamente l'inesistenza di biensèances e l'inconsistenza della nostra classe dirigente. Certo, un osservatore straniero sottolineerebbe l'incredibile giovialità di un popolo che esprime simili ministri ma non credo che dopotutto se li augurerebbe per sé, non credo che cambierebbe il nostro pittoresco con il suo quotidiano.
Norbert Elias ci ha spiegato molto bene come l'etichetta nella "buona società" non fosse solo una manifestazione esteriore assimilabile al mero cerimoniale quanto una misura interna della morale delle classi alte, in cui l'opinione degli appartenenti al "monde" era determinante ai fini della rappresentazione che l'individuo aveva di sé stesso, della propria identità, del proprio onore. Ma perché esista tutto ciò occorre quanto meno che si formi una "buona società", non necessariamente centralizzata, sia essa il "monde" della Corte (il cui "tuono" si riverbererà come "modello" da imitare su tutta la storia di Francia da Saint -Simon a Proust quanto meno), sia la society inglese che viveva nelle splendide residenze di campagna ma che veniva a Londra per la season , sia le "buone società" tedesche che per quanto localistiche e frantumate mostravano dei caratteri unificanti non ultimo la Satikfaktionsfähigkeit (il diritto di scendere a duello) ampiamente praticato dai ceti borghesi, studenteschi e militari, che cementava così, sul diritto all'onore, una nazione divisa in stati. [Elias, pagg. 114-119] In Italia l'assenza di un "centro" e l'assenza di una "buona società", hanno fatto sì che venisse in auge una società con le caratteristiche descritte da Leopardi e immutata ancora oggi. È da rimarcare che proprio l'assenza di un "centro" autoctono che funzionasse da faro irraggiatore dei modi, del "tuono", del gusto, della moral basis in una parola, ha reso il nostro Paese più permeabile d'ogni altro all'importazione di modelli esteri, da qui l'americanizzazione degli stili di vita [Lanaro, pagg. 64-88]. E infine è da ricordare che proprio questa assenza di etichetta nel senso alto del termine, questa carenza di società, questa vacanza di veri e propri obblighi sociali, era ciò che più colpiva un viaggiatore come Stendhal il quale ben conscio che tutto ciò veniva al proprio Paese dall'epoca di Luigi XIV, soffriva tutti gli obblighi della propria società da lui ritenuta, a torto o ragione , artefatta e permeata dall 'odioso senso del dévoir e invidiava (!) perciò il giovane italiano che non aveva aucun modèle à imiter o il Paese dove fino a trent'anni l'homme n'est que sensations. Ciò che dispiaceva a Leopardi, piaceva a Stendhal! Ma, da sempre, il pittoresco non è altro che il quotidiano degli altri.
Quando in una società c'è un ladro si chiama un poliziotto, quando i ladri sono a centinaia ci si appella ad un pool di giudici, ma quando i ladri sono migliaia, giudici compresi, quando la Guardia di Finanza si comporta come una Quinta Mafia (dopo mafia, camorra, 'ndrangheta e Sacra Corona Unita), quando sono i Poliziotti a sparare e uccidere da feroci criminale, bisogna chiamare subito un l'antropologo. Qualcuno che spieghi. Qualcuno che ci spieghi come una intera società sia assoggettata al crimine. Infatti, il codice penale e le carceri dello Stato non riusciranno a impedire ciò che una società non ritiene di proibirsi da sé. Ciò vale in un Paese come il nostro, che pure i suoi codici morali li possiede e che ha giudicato ad esempio socialmente intollerabile l'ubriachezza o il frugare nella vita sessuale degli individui ma non altrettanto la corruzione generalizzata o i sequestri di persona.
Impressionante è stato invece in questo vasto processo di degrado il coinvolgimento di interi settori della società civile, con tutti i risvolti familistici che essa ha da noi. Familismo in senso stretto (la moglie divorziata privata degli assegni che solo allora denuncia l'ex marito tangentocrate, il giudice che si serve della serafica moglie-massaia per i conti in Svizzera, la ragnatela dei rapporti familiari intessuti grazie allo scambio di tangenti, per cui nell'incrocio tra tangenti e 'favori' salta fuori il posto per il figlio al giornale amico o in banca o in televisione o nei servizi segreti etc) e familismo in senso allargato, se si considera il partito politico come proiezione, ampia sfera, del proprio particulare.
Lo Stato debole, le classi sociali evanescenti, non restava che la famiglia.
A questa ci si è aggrappati. Ed ecco che sulla scena italiana ai Savoia, agli Arduino, agli Sforza, ai Visconti, ai Malatesta, agli Orsini, ai Colonna sono succeduti gli Agnelli, i Berlusconi, i De Benedetti, i Ferruzzi, i Ciarrapico... Qualcuna delle nuove famiglie ha mutuato anche gli emblemi araldici delle vecchie, si pensi al biscione berlusconiano già visconteo e sforzesco, quasi a voler sottolineare una eredità simbolica che non può non impressionare. Il risultato è, come hanno sottolineato a più riprese gli osservatori stranieri [Friedman , 1986 e 1988], il carattere familistico del nostro capitalismo, che mentre può andar bene nella fase competitiva e nazionale dell'ascesa, s'arena nella fase gestionale e nel confronto internazionale. Senza tacere quella che sembra quasi la legge del capitalismo familistico secondo la quale 'la prima generazione crea, la seconda conserva, la terza distrugge'. Basta un figlio scemo, nella successione dinastica, e tutto va in malora.
La famiglia è dunque il vero Stato degli italiani. E una somma di famiglie non fanno una Società. Ne discende che l'Italia non uno Stato o una Nazione o una Società sia apparsa agli osservatori più attenti di ieri e di oggi, ma 'una federazione di famiglie.


fonte:http://lafrusta1.homestead.com/Riv_familismo.html

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