Valdo-Occitani: un olocausto dimenticato nella Calabria del XVI secolo








Scorrere la Storia significa, talvolta, scoprire sorprendenti notizie di gravi avvenimenti, di cui non si é mai discusso, anche se pur meritevoli dell’interesse collettivo. E così, improvvisamente, leggendo le pagine preziose della Storia Calabrese di Oreste Dito, si scopre che nel 1561 in Calabria, avvenne un assassinio di massa che liquidò in una efferata shoa’ gli Albigesi, o meglio i Valdo-occitani, o come qui da noi erano detti, gli “Ultramontani” (provenienti d’oltralpe). La strage, su cui non sembra siano stati condotti particolari studi, fu spietata per le modalità della soppressione di migliaia di persone, eccidio di massa di una popolazione ritenuta eretica.
L’esodo dalla Francia
E’ bene iniziare il tutto dall’esodo degli Albigesi, popolo di una regione francese, l’Occitania, avvenuto già dopo il 1208, che avevano derivato la loro fede religiosa dai “Catari”. La Chiesa li considerò eretici (vedi http://www.eresie.it/) perchè praticanti le dottrine Manichee del bene e del male impersonificati rispettivamente dal Dio del nuovo testamento e da Satana (Focus 2004). I più perfetti seguaci della regola condannavano il matrimonio e l’unione sessuale, che portava alla procreazione, come atto tipico del mondo materiale creato da Satana; non mangiavano carne e si confessavano l’un l’altro. La loro dottrina si originava da Pietro Valdes ed il loro motto era: “Bisogna obbedire a Dio e non agli uomini”(Bellinello). Si praticava insomma una sorta di autonomia in tema di gerarchia ecclesiale, dottrina che a Roma, subdorando il pericolo, fu subito ritenuta eretica e condannata nel Concilio di Verona del 1184.
Guardia Piemontese: Porta del Sangue ed, adiacente, il circolo culturale Luigi Pascale.
La “Crociata” contro Albi
La Chiesa prima cercò di combatterli con estrema energia, mandando come predicatore presso di loro, per covertirli, quello che poi fu il grande Santo, Domenico di Guzman. Ma, inutile ogni tentativo di redimerli, promosse contro i Valdesi una vera e propria “Crociata”. Nel 1208 la Santa Inquisizione, per volontà già espressa da Innocenzo III, decise di annientare gli eretici e tutto il territorio occitano per oltre un ventennio fu posto a ferro e a fuoco. Il loro quartier generale era presso Albi, città della Francia meridionale. La strage fu immensa e gran parte della popolazione venne bruciata. Chi dirigeva le operazioni soleva dire: “Uccidete tutti, buoni e cattivi, tanto Dio saprà discernere”. Ed il popolo in fuga di tutta l’Occitania dilagò per l’Europa e formò numerose isole allogene quali in Vald’Aosta e nelle valli Piemontesi.
San Domenico di Guzman tenta di converire i ValdesiI Valdesi in Calabria
Proprio da queste contrade, a più ondate successive, l’emigrazione toccò la Calabria. Nel 1542 i comuni calabri interessati erano: Guardia Lombarda, detta poi Piemontese e San Sisto; ma folti gruppi di Valdesi vivevano a Vaccarizzo ad Argentino, a San Vincenzo la Costa ed a Montalto. Fu proprio nel 1542 che cominciò a spirare per loro il terribile vento della Controriforma Cattolica che per arginare il proselitismo protestante, soffocava ogni anelito di scissionismo dalla Chiesa di Roma. Era il tempo in cui nasceva la Compagnia di Gesù, il braccio più valido a difesa della Chiesa e veniva stabilita la verifica di alcunchè potesse dare adito a sospetti di eresia. Maturò in quel periodo perfino il processo alle reliquie per verificarne la sacralità, mansione affidata alla 25^ sessione del Concilio di Trento; e tal processo toccò anche alla Spina della corona del Nazzareno conservata nell’omonimo Santuario di Petilia Policastro, che si concluse con la piena assoluzione (1573).
Gesuiti in Calabria: un ultimo invito alla conversione
Nello stesso 1542 alcuni Gesuiti scesero in Calabria per indagare sulla eresia Valdese e nel 1560 due padri autorevoli dello stesso ordine raggiunsero i siti degli “Ultramontani” Valdesi con l’intento di convertirli. Intanto i tempi stringevano, I tribunali della Santa Inquisizione operavano a pieno ritmo, le esecuzioni capitali erano all'ordine del giorno in tutte le città, talvolta sommarie, ed il Papa Pio V riteneva poco ligi quei tribunali, in alcune città, in cui poche erano le condanne. Già nel 1559 tal Luigi Pascale, predicatore valdese, era stato arrestato presso la colonia ultramontana calabra e se Cosenza in un primo tempo lo condannò al carcere, Roma lo arse sul rogo.
La soluzione finale
E così, terminata infruttuosamente la predicazione dei due Gesuiti, si giunse nel 1561 alla “soluzione finale”. Nel mese di giugno venne l’ordine dell’annientamento fisico degli ultramontani dell’isola allogena calabrese. Non si volle lasciare ai Valdesi, commenta il Dito, nemmeno l’alternativa di abbandonare il regno e fu subito strage. Una vera crociata fu organizzata contro di loro; a guidarla il domenicano Valerio Malvicino, consultore del Santo Ufficio presso il Vicario di Napoli. Fu organizzata una vera caccia all’uomo senza risparmio di mezzi. Dieci ducati per le milizie degli assoldati cattolici per ogni “Ultramontano” catturato ed in pochi giorni fu perpetrata la shoa’. In uno dei giorni della strage, in un paese valdese, così un occasionale cronista dell’epoca scrive in una lettera, come riportato da Oreste Dito: “Oggi a buon’ora si è cominciato a far l’orrenda iustizia di questi luterani, che solo in pensarvi è spaventevole: e così sono questi tali come una morte di castrati; li quali erano tutti serrati in una casa, e veniva il boia e li pigliava a uno a uno, e gli legava una benda avanti gli occhi, e poi lo menava in un luogo spazioso poco distante da quella casa, e lo faceva inginocchiare, e con un coltello gli tagliava la gola, e lo lasciava così; di poi pigliava quella benda così insanguinata, e col coltello sanguinato ritornava a pigliar l’altro, e faceva il simile... Si é dato l’ordine, e già sono qua le carra, e tutti si squarteranno e si metteranno di mano in mano per tutta la strada che fa il procaccio fino ai confini della Calabria”.
Strage di Ugonotti in Francia; la scena non é dissimile dalla strage degli occitani in Calabria
E la caccia si espanse in tutta la campagna, prosegue il Dito, dove i miseri cercarono scampo; infatti in altra lettera: “In undici giorni s’è fatta esecuzione di 2000 anime; e ne sono prigioni 1600 condannati; et è seguita la giustizia di cento e più ammazzati in campagna, trovati con l’arme circa quaranta, e l’altri tutti in disperazione a quattro e a cinque; brugiata l’una e l’altra terra (Guardia e S. Sisto), e fatte tagliare molte possessioni”. Altri osservatori testimoniano, come riporta il Bellinello: “... Furono gli 86 scorticati a pali piantati per tale uopo lungo la strada per la lunghezza di 36 miglia, e vedesi tal spettacolo spaventevole agli eretici e di gran confermazione ai cattolici”. Nè la strage si limitò a quelle cifre. Fu tale l’orrore dell’eccidio che venutone a conoscenza il Papa, mandò il vescovo di Reggio per farla cessare, ma egli giunse a strage finita. Anche in provincia di Reggio era stata attuata la persecuzione: quattro furono i cittadini bruciati a Reggio ed undici a S. Lorenzo, di cui sette capuccini. Bastarono pochi giorni per liquidare l’intera isola allogena occitana in Calabria. Ai pochi superstiti furono comminate umilianti imposizioni: - a Guardia e S. Sisto vietati i capannelli oltre le sei persone – Messa giornaliera cattolica prima di andare a lavorare - scuola di cattolicesimo oltre i cinque anni, - per 25 anni divieto agli italiani di sposare una ultramontana. Nè mancò il segno dell’obbrobrio, tipo stella di Davide per gli Ebrei internati nei lager nazisti: a tutti i Valdesi superstiti fu imposto un abitello giallo con croce rossa. Un’ultima imposizione: abbandonare il proprio linguaggio per l’Italiano. Si mirò quindi a cancellare l’identita e la tradizione storica del popolo valdo-occitano sopravvissuto.

L’Alloglossia oggi
Oggi, rimane qualcosa di quegli Occitani? Sì, non solo i superstiti hanno dato luogo ad una sopravvivenza fisica che si ripropone tuttora nel numero di qualche migliaio, ma anche la lingua e le tradizioni sono state recuperate ed oggi si pongono come patrimonio antropologico di grande valenza nel contesto della Storia Calabra. Secondo il Bellinello gli unici due paesi in cui l’alloglossia permane (inchiesta del 1981) sono Guardia Piemontese e S. Sisto dei Valdesi, col 48% di presenze di lingua d’Oc per un totale di 1500 anime, e nel primo sono riproposti i più significativi toponimi della loro shoa’: “Piazza della strage”, “Porta del sangue”, ed associazioni culturali con titoli storici, quale “Centro Culturale Luigi Pascale”. I sostenitori sono da qualche tempo quanto mai tenaci e cercano di rivitalizzare il loro patrimonio etnico-culturale che, come diceva il Rohlfs, rischia di estinguersi con gli anziani. La loro lingua, è da loro sentita come immortale (Bellinello). Qualcuno parla del risultato della mescolanza di più varietà originarie di Occitano con infiltrazioni calabresi, quali le metafonesi ed alcuni elementi lessicali. Insomma é una varietà della lingua francese d’Oc, codice composito confermato dalla varietà dei cognomi che traggono la loro origine quattrocentesca nelle voci delle valli piemontesi e più diffusamente germanasche da cui il nostro nucleo allogeno era disceso.

Francesco Cosco

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Commenti

Anonimo ha detto…
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