RIVOLUZIONE E DINASTIA





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SULLA PRIMA PAGINA DEL CORRIERE DELLA SERA HO LETTO QUESTO ARTICOLO MOLTO INTERESSANRE PER CAPIRE CHE, A VOLTE, GLI EVENTI DEL PASSATO VENGONO STRUMENTALIZZATI PER I FINI PIU'VARI. LA STORIA E' COSA BEN DIVERSA, E DAVVERO SORPRENDENTE PER CHI FA DI ALCUNI PERSONAGGI DEI MITI SENZA CONOSCERE NIENTE RIGUARDO ESSI.

Rivoluzione e Dinastia

di PIERLUIGI BATTISTA

La rivoluzione che aveva acceso nell’immaginazione del mondo il fuoco della rivolta e dell’assalto al cielo si irrigidisce nelle lugubri liturgie di una dinastia gerontocratica. Con la consegna (provvisoria?) dei poteri al fratello Raul, Fidel Castro, l’uomo della guerriglia trionfante, dell’utopia tropicale, del teatro rivoluzionario, nell’ora del suo crepuscolo umano e politico trasforma se stesso nel protagonista di quelle satrapie che trasmettono i segni del comando e del dominio attraverso le vie della gerarchia familiare. Il potere come affare personale, di famiglia, di sangue. Quale rovesciamento simbolico più radicale, nella Cuba che doveva riscaldare il sogno della fine di ogni gerarchia e decretare la fine stessa della famiglia tra i figli della rivoluzione devoti soltanto al loro líder máximo ? L’annuncio di Fidel Castro, sebbene macchiato dal sospetto del colpo di scena e della finzione, genera l’attenzione, e persino l’apprensione, che si deve a uno degli uomini più rappresentativi della storia del Novecento. Perciò, mentre il mondo si interroga su cosa resterà di quell’isola della rivoluzione sulle cui sorti si è addirittura sfiorata la tragedia di una nuova guerra mondiale, sarà il caso di sospendere (solo momentaneamente) il giudizio sull’oppressione che il castrismo ha inflitto al suo stesso popolo, sulle rotte disperate in mare dei cubani in fuga dall’inferno della repressione all’Avana, sulle carceri stracolme di dissidenti, sull’economia alla rovina in omaggio ai dogmi della pianificazione rivoluzionaria, sugli omosessuali rinchiusi nei campi di concentramento (costruiti con la collaborazione di Ernesto Che Guevara, racconta la storia e non il mito), sui giornali vietati, i libri proibiti, gli scrittori in esilio, sull’onnipotenza spionistica della polizia politica al servizio di un potere sempre più prigioniero della paranoia e della sindrome del sospetto generalizzato.
Ciò che conta in questo momento, insomma, non è tanto misurare la qualità dispotica della dittatura castrista, ma capire le ragioni per cui il passaggio delle consegne del potere non rispetta nemmeno le tappe conosciute nelle altre dittature. Capire perché la difesa di un sistema e di un partito abbia finito per identificarsi a Cuba nella difesa di un gruppo familiare, nel fratello che prende il posto in altre situazioni assegnate a un delfino, nella confusione di legame ideologico e legame di sangue che non conosce esempi neanche nelle dittature più feroci.
L’identificazione di una rivoluzione con il suo leader raggiunge, nell’annuncio della successione al fratello Raul, il suo acme. Sulle reali condizioni di salute di Fidel permane la nebbia della disinformazione e del mistero. Ma prima nella volontà di Fidel Castro di far coincidere le celebrazioni del suo ottantesimo compleanno con quelle del cinquantenario dell’epopea del «Granma», e adesso nella diffusione delle ultime disposizioni epistolari sul futuro del castrismo in assenza del suo principale artefice, questa identificazione diventa totale e senza residui. Che quella di Castro fosse una dittatura era una cosa nota. Ma che Cuba assomigliasse in modo così macroscopico alla Corea del Nord di Kim Il Sung o a uno di quegli staterelli africani in cui il potere si trasmette o attraverso i vincoli di sangue oppure con un cruento golpe militare, questo non era ancora così evidente. Con grande sconcerto di chi, credendo di assistere a una grande rivoluzione, ha finito per assistere alla degenerazione personalistica di una delle ultime intoccabili dinastie dell’Occidente.

Commenti

Gaetano Filangieri ha detto…
Le categorie di destra e di sinistra credo che c'entrino poco, persino in un regime tardo-comunista come quello di Cuba.
Rinunciando a tutti gli ideali di uguaglianza e rivoluzione, Fidel passa a suo fratello le redini del potere dittatoriale, perché crede che sia il modo migliore di difendere il suo piccolissimo Stato dalla 'invasione' liberista degli Stati Uniti.
Come dire, evitare di finire dalla padella alla brace, e in più col rischio che gli scatenati yankees ridurrebbero l'isola in un enorme parco giochi, o alternativamente in una discarica a stelle e strisce.

L'unica nota positiva in tutta questa faccenda, mi pare il tentativo di collaborazione politica ed economica tra tutti i Paesi dell'America latina, su cui da diversi mesi stanno lavorando Lula, Chavez e gli altri.