La libertà, secondo i filosofi napolitani di fine Cinquecento


La Riforma Protestante di Lutero del 1517 colò dal Nord germanico su tutta l'Europa come una doccia fredda.
E generò la risposta (un po' scomposta) della Chiesa romana nel Concilio di Trento del 1563, la cosiddetta Controriforma Cattolica.

Sembrano argomenti lontani, pallosi, studiati controvoglia a squola; eppure segnano una svolta fondamentale nella nostra storia, e hanno evidenti riflessi anche oggi.
In quell'intenso e delicato frangente, anche i Napolitani diedero il loro importante contributo, soprattutto in termini di pensiero, di logos. Indubbiamente la nostra virtù migliore.
Mentre l'Italia del Nord in quel periodo sfornava capolavori di pittura uno dopo l'altro, indubbiamente la loro virtù migliore.

(A proposito di arte: possiamo tranquillamente ammettere che solo il fortuito caso di un geniale e sregolato pittore lombardo, scappato all'inizio del Seicento da Roma, e che soggiornò per qualche anno a Napoli e in Sicilia, permise finalmente la creazione di una prima dignitosa e competitiva scuola pittorica nelle Due Sicilie: i cosiddetti caravaggeschi).

Il nolano Giordano Bruno e i calabresi Bernardino Telesio e Tommaso Campanella si inserirono nel contesto culturale europeo della seconda metà del Cinquecento, con il loro importante contributo a favore della "libertà".
Libertà di pensare, potremmo brutalmente sintetizzare.
Libertà di conoscere il mondo, e di amare Dio e gli uomini nel modo più "appropriato".
Libertà e responsabilità, da contrapporre all'odioso atteggiamento sintetizzato nella celebre formula "ipse dixit". (Atteggiamento che erroneamente si ritiene retaggio della scolastica medievale, quella per intenderci di s.Tommaso d'Aquino; mentre per la verità fu semplicemente il frutto di una pigrizia mentale successiva all'aquinate).
E contro un certo oscurantismo imputabile alla Controriforma, laddove la "Santa" Inquisizione assumeva toni decisamente fondamentalistici e terroristici.

L'Impero cattolico delle Spagne, di cui Napoli e Sicilia non solo facevano parte, ma ne erano due punte di diamante, mostrava i suoi limiti. Limiti, badate bene, propri di TUTTI gli imperialismi, come la storia dovrebbe insegnarci: limiti propri anche e soprattutto degli imperialismi anglo-sassoni successivi, inglese e americano.
Ed è dunque in questa chiave che bisogna leggere le "libertà ereticali" dei tre illustri napolitani.

Infine, faccio notare che esistono diversi tipi di "libertà": ad esempio la libertà di essere felici, bandiera di tanti pensatori inglesi e anglosassoni, o la libertà figlia della giustizia e dei diritti civili, imposta all'attenzione del mondo dai francesi.
Quella dei tre napolitani, in confronto a queste, sembra una libertà in versione "light". Qualcuno, ad esempio, potrebbe obiettare che essere autenticamente liberi di pensare sia quasi irrilevante se non addirittura dannoso ai fini del benessere economico...

Invece io sostengo che la libertà di pensiero è la regina di tutte le libertà, e l'unica autenticamente compatibile e rispettosa della natura divina della Vita umana.

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