4 Novembre: in memoria dei caduti della Prima Guerra Mondiale

Ho trovato questa storia di un "nostalgico borbonico" abruzzese di Sulmona, che combattè con tanti altri meridionali "nostalgici borbonici" durante la Grande Guerra del 15-18.
Un eroe militare, pure se "non cadde", ma soprattutto un eroe di umanità, una persona dolce e allo stesso tempo incrollabile nelle sue idee, come si può bene afferrare da questa semplice memoria.



(da http://www.beepworld.it/members/duesicilieabruzzo/)

4 Novembre, i nostri eroi: Emilio D’Alessandro

Questa é la storia di una persona che molti a Sulmona ricordano: si ricordano di un vecchietto, quasi un barbone, che era stato "eroe" e soldato nella Grande Guerra, mite, dolce, il suo sguardo diventava feroce quando parlava dell’Italia, di Garibaldi e dei Savoia.

Emilio D’Alessandro aveva 18 anni nel 1916, così anche a lui arrivò la cartolina per la guerra. Emilio era simpatizzante delle idee anarchiche, non aveva alcuna simpatia per la "patria Italia", anche perche’ sapeva bene da quale infame saccheggio era nata.

Il nonno ricordava ancora i bei tempi dei Borbone, quando andavano a Caserta per la festa del re che si teneva ogni anno. Le strade erano sicure, la nostra terra era, come sta scritto a caratteri cubitali sulla Maiella, "la terra dei fiori" ed allora, nel 1916, dopo quasi 60 anni di occupazione era diventata "la terra delle lacrime", come recita la stessa scritta. I segni della "gloriosa unità", lasciati dagli "eroi" che avevano fatto l’Italia, erano ancora visibili: non appena fuori Sulmona, era ancora pieno dei resti delle fattorie distrutte, delle case bruciate, delle campagne devastate.

Partì, non poteva fare diversamente, ma non partì come recitano le cronache dell’epoca "per fare il suo dovere di Italiano" ma solo per evitare la galera e forse anche la forca. Emilio si ritrovò nella brigata "Teramo", compagna di sventura della più celebre "Catanzaro".

Al fronte, dopo una infinità di massacri, scoppiò la rivolta.

Laceri, feriti, affamati, i soldati di alcuni battaglioni si ammutinarono. Emilio combattè fiero di combattere, solo quella battaglia, quella contro i carabinieri che gli sparavano addosso, quella contro i "fratelli d’ Italia" che avevano devastato la sua terra e che ora gli ordinavano una nuova infame guerra di conquista.

Ebbe una grande fortuna: scampò, tra i pochissimi, al massacro che fu fatto ad ammutinamento sedato. Ai soldati rimasti vivi e "graziati" della fucilazione, uno ogni 10 di quelli che si erano arresi, toccò la prima linea. Ed Emilio fu eroe, non per la falsa patria, ma per aiutare i compagni, salvare vite di amici. Le sue gesta, che gli costarono un occhio e lo resero zoppo, arrivarono in alto e così, a pochi giorni dalla fine della guerra gli dettero anche una medaglia d’argento.

Che fine fece fare a quella medaglia, nessuno lo sa, quando ne parlava, la descriveva come un obbrobrio, una specie di infame feticcio di cui si era liberato appena possibile. Semi cieco, zoppo, i parenti gli dissero di farsi dare un lavoro tranquillo al comune, era pure colto, aveva una medaglia, gliel’avrebbero dato senz’altro.

Ma Emilio non sopportava nemmeno certi discorsi. Visse di lavori umilissimi tutta la vita. Da vecchio rifiutò anche la pensione: non inoltrò mai la domanda, diceva che non riconosceva lo Stato, non riconosceva l’Italia, e che non voleva niente da loro. Molti lo prendevano per un tipo strambo, guadagnava qualche soldo facendo fotografie ai bambini e alle coppie che passeggiavano alla Villa Comunale, tutto quello che gli restava era una vecchia macchina fotografica, regalo del fratello Alessandro che aveva un celebre negozio di ottica, gli dava i rullini e gli sviluppava gratis le foto.

Morì vecchissimo, io stesso l’ho conosciuto e l’ho visto per l’ultima volta quando avevo 18 anni. Non posso dimenticarlo, così dolce, magrissimo, affettuoso con tutti e così forte e fiero nell’animo.

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