IL VIAGGIO DEL PAPA IN TURCHIA: RATZINGER DISARMA I CUORI NEL CONFLITTO OCCIDENTE-ISLAM



.Il messaggio della pace e dell' Amore Universale è disarmante perchè non potrebbe avere alcuna obiezione."Ama il prossimo tuo come te stesso!". Se venisse messo in pratica da tutti verrebbe meno la base del vivere attuale basato solo ed esclusivamente sull' egoismo. Ognuno si comporta da eterno e immortale non andando però nel suo vivere al di là del proprio naso. Allora sei universale, eterno nel tuo mondo che perpetui fino alla fine girando intorno e in cerchio avendo l' illusione di procedere. E' disarmante spogliarsi della propria visione e abbracciare quella del divino che ti dice puramente e semplicemente AMA. Qualcuno ride a sentire parlare di queste cose, o scuote il capo (lo facevo pure io fino ad un mese fa)oppure c'è qualcun alro che dice io vivo in questo luogo e in questo tempo, non mene frega niente di quello che viene dopo e per questo non mette al mondo bambini. Quale miseria traspare da siffatti atteggiamenti. IL papa è andato in Turchia parlando di fratellanza e amicizia tra i popoli. Cosa si può contrapporre?


Dopo 4 giorni trascorsi in Turchia, Benedetto XVI ha fatto ritorno in Vaticano. Al suo ritorno a Ciampino e' stato accolto dal premier italiano Romano Prodi, con il quale si e' intrattenuto alcuni minuti prima di rientrare nei palazzi apostolici.
Un viaggio denso di significati, i cui effetti, sia nei confronti del mondo musulmano sia nei confronti del mondo ortodosso, sara' possibile misurare solo nelle prossime settimane.
Benedetto XVI, pregando nella moschea Blu, e' riuscito nell'impresa di sigillare una nuova amicizia con l'Islam. Si tratta del frutto piu' appariscente, - con riverberi pure sulle politiche internazionali - del suo viaggio apostolico in Turchia che, fin dalle prime battute, egli ha voluto caratterizzare come pastorale e non politico.
La forza simbolica del gesto e delle parole del papa sono andati oltre ogni aspettativa non solo per la personalita' del pontefice stesso, ma per il tempo in cui Ratzinger ha lanciato il segnale di pace e di amicizia fraterna con il mondo islamico: quello del massimo conflitto tra occidente e mondo islamico dai tempi di Lepanto e dell'assedio di Vienna.
Due guerre sanguinose e tuttora dagli esiti incerti nelle regioni mediorientali stanno a documentarlo.
Il pontefice scalzo e in preghiera accanto al Gran Mufti' di Istanbul, sotto le volte grandiose della moschea Blu, sono state immagini indimenticabili nella direzione che papa Ratzinger indica senza indugi alla politica e alle societa' mondiali: disarmare i cuori per aprirsi a un cessate il fuoco e siglare accordi di pace e cooperazione internazionale invece di seminare conflitti.
Il dialogo - egli ha detto in una delle sue espressioni emblematiche - non e' una scelta stagionale ma una necessita' per il futuro del mondo. L'equivoco di Ratisbona, possibile anche perche' si pensava che il conflitto con l'Islam fosse plausibile con l'immagine che si aveva del teologo Ratzinger, non solo e' un ricordo lontano. Ora l'equivoco non e' piu' possibile: il papa e' stato chiaro nei gesti e nelle parole, ponendosi dalla parte dell'amicizia e del dialogo esigente per se' e per gli altri.


Dialogo ecumenico forte

Anche sul fronte dell'ecumenismo, un cerchio che in prima istanza puo' interessare maggiormente i cristiani, il viaggio in Turchia segna un passo avanti e non solo di facciata.
Benedetto XVI ha spostato in avanti il dialogo con la Chiesa ortodossa. Un arcipelago diversificato a motivo di realta' ecclesiali autocefale entro le quali il Patriarca di Costantinopoli ha un primato di onore.
Ma proprio dal piu' antico dei patriarcati ortodossi e da quello dalla storia piu' prestigiosa, Benedetto ha riannodato il dialogo teologico mettendo sul tappeto la questione di massima divergenza tra cattolici e ortodossi: il ministero petrino.
Da teologo accorto, si rende conto che si tratta di una questione delicata che si deve affrontare di petto, ma insieme. E per rendere piu' semplice capirsi nelle differenze teologiche sul primato, rafforza la collaborazione pastorale e missionaria con l'ortodossia. La Dichiarazione dal titolo ''carita' e solidarieta''' sottoscritta con Bartolomeo I, indica un vasto campo operativo comune tra cattolici e ortodossi.
E' noto che un desiderio dei papi e' sempre stato quello di recarsi a Mosca. Proprio con la terza Roma sotto il pontificato di Wojtyla si sono prodotte le maggiori incomprensioni, vanificando le speranze che potesse essere lo stesso Giovanni Paolo II a recarsi sotto le torri del Cremlino e presso la tomba di san Sergio. Ora anche con Mosca e' ripreso un fitto e intenso scambio e Ratzinger potrebbe coronare una lunghissima attesa. La Dichiarazione siglata con Bartolomeo I ha molti spunti verso i quali anche gli ortodossi di Mosca sono particolarmente sensibili.


La minoranza cristiana

Non va sottovalutato, infine, la consegna lasciata da Raztinger ai cattolici della Turchia. Essi costituiscono una piccola minoranza, quasi irrilevante dal punto di vista numerico. Ma l'incontro di Efeso prima e di Istanbul poi, a conclusione dell'intero viaggio apostolico, lascia in eredita' un punto di vista importante per cogliere la ''mente'' e lo stile che guida il pontificato di Benedetto XVI.
Si e' ripetuto piu' volte che egli intende dare il primato all'aspetto spirituale del suo servizio petrino. Ed e' la richiesta che il pontefice rivolge a tutti i tipi di fedeli che incontra: tornare alle sorgenti della vita cristiana, attingendo nella Bibbia e nella Liturgia le motivazioni della propria fede.
Sul piano pubblico egli non pensa ai cristiani come forza separata e competitiva sul piano politico. Preferisce indicare loro il ruolo di lievito della pasta, senza costituire un popolo privilegiato per il solo fatto di essere cattolici.
''La missione della Chiesa - ha ricordato l'ultimo giorno a Istanbul - non consiste nel difendere poteri, ne' ottenere ricchezze; la sua missione e' di donare Cristo, di partecipare la Vita di Cristo, il bene piu' prezioso dell'uomo che Dio stesso ci da' nel suo Figlio''.
E infine un'indicazione di marcia per cristiani che vivono in una condizione minoritaria e difficile.
''Fratelli e Sorelle, le vostre comunita' conoscono l'umile cammino di accompagnamento di ogni giorno con quelli che non condividono la nostra fede ma che dichiarano ''di avere la fede di Abramo e che adorano con noi il Dio uno e misericordioso'' (Lumen gentium, n. 16). Sapete bene che la Chiesa non vuole imporre nulla a nessuno, e che chiede semplicemente di poter vivere liberamente per rivelare Colui che essa non puo' nascondere, Cristo Gesu' che ci ha amati fino alla fine sulla Croce e che ci ha dato il suo Spirito, presenza viva di Dio in mezzo a noi e nel piu' profondo di noi stessi. Siate sempre aperti allo Spirito di Cristo e, pertanto, siate attenti a quelli che hanno sete di giustizia, di pace, di dignita', di considerazione per essi stessi e per i loro fratelli. Vivete tra voi secondo la parola del Signore: ''Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri'' (Gv 13, 35)''.
Parlando in questi termini alla minoranza cattolica in Turchia, Benedetto XVI ha rivelato ancora una volta una delle idee portanti del suo pontificato che il viaggio in Turchia ha contribuito a svelare ampiamente.

Commenti

Anonimo ha detto…
VOCABOLARIO MINIMO DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO.
Per un’educazione all’incontro tra le fedi.
Recensione al libro di Brunetto Salvarani, Vocabolario minimo del dialogo intrerreligioso, EDB 2008. Seconda edizione aggiornata e aumentata

di LAURA TUSSI

La pedagogia del dialogo si esplica in percorsi comunitari militanti e pratiche dialettiche di conduzione anagogica verso il cambiamento tra identità e differenza quale metabletica implicita nelle transizioni maieutiche di pluralismi religiosi e nelle interdipendenze di alternative cultuali, quali istanze proteiformi contemporanee presenti nelle società occidentali, nell’ambito di una costante dialettica maieutica di incontro e confronto secondo empatia e passione tra uomini e donne di differenti pratiche teologiche e di fede, dove incontrare l’altro nella sapienza.
L’”alfabeto dialogico” si dipana e propaga nell’ascolto e nella conoscenza in un orizzonte ecumenico globale a contatto con posizioni interreligiose e confini multietnici e pluriculturali in limitrofe concezioni di decentramento solidale, dove dall’omologia teologica si prospettano divergenze ideologiche e teleologiche, immaginando teorie egualitarie nella concezione di uguaglianza tramite il pensare le differenze, tra equità di opposizioni e contrasto tra posizioni. Dunque “dialogo interreligioso” e racconto intrabiografico, quale prospettiva dialettica costante e connubio dialogico militante tra pluralismi teologici in rievocabili e riattualizzabili ierofanie e fenomenologie teofaniche manifeste come eventi rapsodici nella civiltà occidentale.
Il dialogo è il presupposto comunicativo tra esseri umani, una modalità relazionale e trasmissiva di contenuti, nozioni e semplici messaggi, come espressione di idee, di valori ed anche sentimenti, emozioni e stati d’animo. Il dialogo diventa però opera di cammino comunitario, di percorso ecumenico, quale intento volutamente costruttivo, quando implica atteggiamenti di accoglienza, nel confronto, nell’interscambio proficuo di identità diverse, in relazioni dialogiche di dinamicità dialettica, nel contenere in sé la diversità di cui l’altro si fa portatore. Accogliere, ma anche tollerare e (perché no?) anche sopportare l’entità altra, la differenza altrui, quale vessillo e memoria che l’”altrui” identità ha effigiata ed impressa nel suo essere “altro” da noi.
Il dialogo, il confronto, l’interscambio, la condivisione, oltre che a costituire nobili intenti etici, di corretto vivere comunitario, implicano il rapporto con la diversità, nel tollerarla, assimilarla, riconoscerla ed accettarla, farla propria, pur mantenendo le distinte identità degli interlocutori, i caratteri imprescindibili di ogni cultura, di ogni credo, di ogni ideale politico, nel confronto dialettico tra memorie, storie di vita, narrazioni di esperienze, individuali e collettive, dove le ideologie, le fedi, le culture hanno aperto un solco, lasciato un’impronta, depositato un seme da cui germogliano prolifiche idee, innovativi contenuti, fecondi valori.
La dinamicità dialettica del confronto sottintende atteggiamenti di umiltà, a scanso di equivoci di prepotenza o di imposizione sull’altro, e implica la deposizione, disposta all’ascolto, della propria precipuità e recondita ipocrisia individualistica, alimentando propositi costruttivi rispetto al rapporto con le alterità.
L’autore considera un’auspicabile “pedagogia del dialogo”, necessaria e di augurabile attuazione in una società multiculturale, multietnica, multiconfessionale. Il cammino di confronto tra le grandi religioni sfocia e progredisce nella concezione ecumenica del concetto di fede: una grande comunità interconfessionale, il mondo intero, in cui si confrontano e coesistono le differenti culture, i credi, i rituali, le cerimonie, per cui dietro a questi aspetti fenomenologici della pratica di culto, sussiste un’unica e imprescindibile entità creatrice del cosmos, un unico Padre, grande e globale, universale punto di riferimento per l’umanità tutta. Questo concetto di matrice prettamente rinascimentale -sviluppato da Pico Della Mirandola e Cusano- e illuministico (Montaigne ed altri) dovrebbe abolire per sempre lo spettro delle lotte interconfessionali e le guerre civili e fratricide, combattute in nome di un simbolo conteso o di uno specifico credo, quale vessillo prepotente e prevaricatore di un’identità su un’altra. Oltre alla pedagogia del dialogo, necessita un’educazione all’interiorità , alla memoria, non solo collettiva, ma anche individuale, un ripensarsi come soggetti portatori di fede e di fedi e di credi, mettendosi in discussione, rivedendo la propria storia di vita, ricostruendo le tappe di formazione dei percorsi del proprio sé e della costituzione delle nostre idee e della nostra identità in base alle relazioni con gli altri da noi. Solo recuperando una dialettica dell’interiorità, potremo ripartecipare la nostra identità precipua e solida e costruita con fatica dialettica e più consapevole, insieme all’altro da noi.
E’ necessario un primo ripiegamento su se stessi, un ritornare a ripensarsi, un conoscersi di stampo socratico, per far fronte alle avvincenti seduzioni delle logiche del pensiero unico, portatore di schiaccianti mitomanie dell’effimero, con gli esproprianti dettami del mercato e del consumismo capitalista, in metropoli deturpate ed esacerbate da un erroneo progresso. Proprio qui, al centro del mondo industrializzato, dovrebbero risorgere le piazze, le agorà, per incontrarsi tutti, insieme, cattolici, islamici, ebrei ed altri…e costruire il futuro in un pluriverso di idee, culture e fedi, a confronto, nel microcosmo ecumenico dell’agorà e nel macrocosmo del mondo intero, dell’universalità.

LAURA TUSSI

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