Calabria: tra mito e leggenda - La leggenda di Alarico

Pochi altri luoghi al mondo possono vantare come la Calabria una storia altrettanto ricca di miti e leggende. Il mito è una narrazione simbolica di carattere sacrale che, in tempi e culture diverse, ha come personaggi divinità, eroi, antenati, mostri o animali e insieme con il rito costituisce un momento fondamentale dell'esperienza religiosa e tende a soddisfare il bisogno di fornire una spiegazione a fenomeni naturali o a problemi religiosi. La parola mito deriva dal greco mythos che significa parola, discorso, racconto.
La leggenda è un tipo di racconto molto antico, come il mito e la fiaba, e fa parte del patrimonio culturale di tutti i popoli, appartiene alla tradizione orale e nella narrazione mescola il reale al meraviglioso. La parola leggenda deriva dal latino legenda che significa "cose che devono essere lette", "degne di essere lette" e con questo termine, un tempo, si voleva indicare il racconto della vita di un santo e soprattutto il racconto dei suoi miracoli. In seguito la parola acquistò un significato più esteso e oggi la parola leggenda indica qualsiasi racconto che presenti elementi reali ma trasformati dalla fantasia, tramandato per celebrare fatti o personaggi fondamentali per la storia di un popolo, oppure per spiegare qualche caratteristica dell'ambiente naturale e per dare risposta a dei perché. Le leggende si rivolgono alla collettività, come i miti e spiegano l'origine di qualche aspetto dell'ambiente, le regole e i modelli da seguire, certi avvenimenti storici, o ritenuti tali, allo scopo di rinsaldare i legami d'appartenenza alla comunità.

Alarico, re dei Goti, aiutato da schiavi che gli aprirono una porta della città, il 24 agosto del 410 d. C. aggredì Roma, mettendo le mani su immense ricchezze, fra le quali c’era una parte del tesoro del tempio di Gerusalemme, distrutta nel 70 d. C., da Tito Flavio Vespasiano, che lo fece portare a Roma. Salviano da Marsiglia, dottore della chiesa, così si espresse sul sacco di Roma: «Noi abbiamo amareggiato Dio con i nostri peccati e, suo malgrado, lo abbiamo costretto a punirci». Alarico, strumento della punizione divina, risparmiò solo le chiese e il tesoro degli Apostoli, che fu portato, in mezzo a orribili scene, al canto dei Salmi, in Vaticano.
Dopo tre giorni di saccheggio, Alarico lasciò Roma, carico di bottino e di prigionieri, fra cui molti personaggi altolocati. A Roma raccolse molto oro, ma trovò poco grano, per cui saccheggiò anche la campagna romana. I Goti portavano prigionieri con loro Attalo e Galla Placidia, figlia di Teodosio il Grande e sorella dell’imperatore. Alarico guidò il suo esercito verso l’estremo lembo della Penisola, per trascorrere l’inverno nel Bruzio, cioè in Calabria, che pareva avesse le risorse per mantenere i suoi soldati, che egli voleva condurre, all’arrivo della nuova stagione, dalla Sicilia in Africa. Passato in Campania, Alarico prese Capua e Nola. I suoi Goti, dandosi alle orge, si ubriacavano col vino Falerno versato nelle coppe d’oro dalle figlie e dai figli dei senatori romani. Paolo Diacono afferma: «Quindi menando clamore e strage per la Campania, la Lucania e il Bruzio, pervennero a Reggio, desiderosi di attraversare, in Sicilia, lo stretto di mare. In quel luogo, volendo salpare, salirono sulle navi: colpiti da un naufragio perdettero parecchi dei loro (...). Alarico mentre fra queste cose deliberava ciò che si dovesse fare, perì presso Cosenza di morte improvvisa. I Goti deviando con il lavoro dei prigionieri il fiume Basento dal suo alveo, seppelliscono Alarico nel suo letto: e restituendo il fiume al suo proprio corso, uccidono i prigionieri, che erano stati incaricati di scavare, affinché nessuno potesse conoscere il luogo». Dunque, Alarico, stremato e ammalato, si fermò a Cosenza, dove dopo altre distruzioni di uomini e case uscì prematuramente di vita.
La morte e la sepoltura di Alarico, re dei Goti, che aveva più di 40 anni, furono descritte da Giordane, storico latino di origine gota o alanica, che ebbe sotto gli occhi la vera «Historia gothica» di Cassiodoro di Squillace, ministro e principale consigliere dei re goti da Teodorico a Vitige. La sepoltura di Alarico e neppure il suo tesoro sottratto a Roma sono, perciò, frutto di leggenda o di poetica invenzione del tedesco August von Platen (tradotto in italiano dal Carducci). Una frottola raccontò, invece, il viaggiatore Auguste De Rivarol, il quale affermò che nel secolo XV, dentro il fango del Crati, si scoprì il corpo di Alarico, «chiuso in due scudi ben saldati». Egli non tenne conto della testimonianza dello storico bizantino Olimpiodoro, che descrisse, con grande precisione, il matrimonio di Ataulfo, re dei Visigoti, succeduto al cognato Alarico, con la bella Galla Placidia, nel gennaio 415, a Narbonne, in Gallia, nella casa di Ingenio. Lo sposo visigoto, vestito da romano, offrì alla sposa i preziosi sottratti da Alarico a Roma. Il passo di Olimpiodoro attesta: «Placidia prese posto nella stanza nuziale addobbata alla romana, con decorazioni regali; al suo fianco sedette Ataulfo, che indossava una clamide e ogni altro abbigliamento romano. Fra gli altri doni nuziali Ataulfo offrì anche 50 bei giovinetti vestiti di seta, ognuno portando con le mani due grandi vassoi, di cui l’uno era pieno di ori, l’altro di pietre preziose ancor più incompensabili in quanto prese dai Goti in Roma durante il sacco. Poi si recitarono anche gli epitalami, cominciando la recitazione Attalo e poi Rusticio e Febadio. Quindi si compie il rito, scherzando e rallegrandosi insieme sia i barbari che i romani ivi presenti».
Olimpiodoro, nativo di Tebe d’Egitto, nella sua Storia dal 407 al 425, dedicata all’imperatore Teodosio II, fece tramontare la leggenda del tesoro di Alarico, che fu portato in Francia, a Narbonne. Egli non può essere contraddetto, sia perché era coevo ai fatti, sia perché gli storici, gli archeologi e i letterati che finora hanno cercato il tesoro, partendo dalle fonti latine ma trascurando quelle bizantine, hanno fatto un buco nell’acqua sia del fiume Busento che di quello del Basento, che sfociano nel mare Ionio.

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