La perfida Albione - Nicola Zitara

Il liberismo e le dottrine individualiste di stampo anglosassone, visti con gli occhi di un grande Calabrese (e di un socialista convinto).

(dall'e-journal Fora! del 23/5/2007)

La perfida Albione
Sarebbe presuntuoso supporre che l’esperienza personale possa costituire la base analitica per studiare e definire il rapporto tra il sé stesso e la fede professata dalla comunità di appartenenza - nel mio caso la religione Cattolica Apostolica Romana. Personalmente, superata l’adolescenza non mi sono occupato più di religione. In sessant’anni e passa non sono andato oltre la lettura dei Vangeli, per un versante, e di qualche saggio di Feuerbach e di Bruno Bauer sul versante opposto (ma forse non tanto opposto). Cosicché in materia di fede religiosa non ho altra nozione che quel che vedo intorno. Certo ciò non basta a parlarne seriamente, ma un’osservazione la faccio comunque.

Come tutti, qui da noi, sono nato in una famiglia cattolica. La paura di Dio, che avevo da ragazzino, era collegata alla morale sociale e all’idea della morte. Dio mi avrebbe punito qualora avessi violato i Comandamenti e avessi peccato. Nonostante l’immaturità, che si dice accompagni l’infanzia, dei Comandamenti avevo capito anche quel che gli immaturi non dovrebbero capire. C’era il catechismo, ma la scuola principale era la famiglia. Da parte di mia madre e dell’unica nonna che ho conosciuto, il comandamento di amare il prossimo mio come me stesso era particolarmente vigoroso. Mio padre, parecchio tiepido nell’imporre precetti di carattere religioso, ma che nel suo operare quotidiano s’ispirava alla regola di dare una mano a chi poteva, costituiva un esempio. La famiglia era agiata e credo che nonna, madre e padre, segretamente, si sentissero in colpa

E’ questa la parte della fede infantile che mi è rimasta incollata nella coscienza, e tutte le volte che la violo mi sento in peccato con me stesso. Anzi, se capita che mi venga in mente qualcuna delle innumerevoli cattive azioni compiute nella vita, mi vergogno di me stesso; avverto fisicamente un brivido e mi sforzo di rimuovere il ricordo.
Ma forse, a proposito dell’amore cristiano per il prossimo, e della connessa trasgressione, posso allargare il discorso ai miei coetanei e amici della lontana infanzia. Parecchi di loro non erano propriamente degli stinchi di santo. Rubacchiavano volentieri e senza farsene motivo di scrupoli, erano egoisti e arroganti, anticipavano gli anni rispetto alle segrete cose del proprio e dell’altro sesso e non disdegnavano di appostarsi per adocchiare nudità e amplessi. Però su una cosa avevano un sacro timore di Dio: mancare di carità per il cristiano provato dalla povertà, dalla malattia, afflitto dal dolore.

Solidarietà di classe? Forse. E’ un fatto, però, che a quel tempo la fede conteneva un messaggio morale molto più marcato che oggi. Pur essendo un ateo convinto, avverto (proprio fisicamente) la perdita di quel clima.
Ripeto: invado un campo che conosco solo superficialmente. Tutta la mia esperienza in materia religiosa non va oltre la presenza in chiesa per il funerale di un parente, di un amico, del congiunto di un amico. E tuttavia i confronti con un passato lontano tre generazioni vengono spontaneamente in superficie. Mi pare che oggi ci sia molta più compunzione, ma anche parecchia più disinvoltura quanto alla pratica. Come se l’essere cristiano comporti, contemporaneamente, una devozione liturgica e un gran pragmatismo in materia di Peccato, quasi che l’ipocrisia religiosa della nobiltà feudale, messa in scena da Manzoni, De Roberto, Tomasi di Lampedusa, si sia propagata democraticamente fra il popolo dei fedeli.

Dalla mia fanciullezza a oggi sono passati settant’anni, nel frattempo il mondo è cambiato da così a così. A quel tempo c’era il problema del pane (proprio in senso fisico). Oggi può affliggerci la mancanza di danaro da sciupare in benzina, o per pagare la bolletta del gas e della luce scaduta, o per far fronte all’ingiunzione di un creditore, o alla notifica di uno sfratto. Ma non si tratta della stessa cosa. Non ci sono più gli occhi che raccontano la sofferenza della carne per la mancanza di pane.

Questo il cambiamento sul piano umano, tecnicamente, invece, è cambiato un rapporto che non riguarda la morale (o anche la fede evangelica) ma che influenza fortemente l’esistenza personale, specialmente qui da noi, dove la popolazione non è irreggimentata in forti e definiti settori della produzione, e retribuita regolarmente. Da noi, l’individuo e la famiglia sono esposti più che altrove al ricatto del denaro, proprio perché sono deboli e aleatori gli incassi. Tecnicamente parlando la divisione del lavoro – un percorso di diecimila anni - è arrivata al capolinea. Lo scambio trionfa. Nessuno di noi vive più di quel che produce. Si vive vendendo agli altri il proprio tempo di lavoro o i propri prodotti, e comprando dagli altri i beni di consumo. La divisione del lavoro e lo scambio sono acquisizioni sociali positive, però è ancora vecchio, anacronistico, puzza di sistema schiavistico il principio che li regge. Il dio danaro è passato a essere più dio di quanto fosse prima. Un tempo, il pezzo di pane che si offriva al mendicante poteva essere un di più rispetto al bisogno familiare, invece la fame di danaro non ha misura e limite, non c’è mai un di più, il danaro non diventa raffermo. La difesa del danaro guadagnato indurisce il cuore e mortifica la legge morale. Questo non è un accidente della storia come una carestia, o della natura come l’eruzione di un vulcano. E’ una filosofia sociale, forse una religione. Se non fosse simile a una religione, la carneficina che la fame, la sete, la malattia, il colonialismo stanno compiendo nel mondo sarebbe respinta. Non resteremmo così indifferenti come restiamo in effetti. La legge o quasi-religione del danaro è l’opposto della morale evangelica.

La parola ‘Albione’ usata degli antichi popoli mediterranei (fenici, greci, italici), corrisponde all’attuale Inghilterra. Più genericamente designava un’inospitale e poco soleggiata terra del Nord. Già al tempo dei romani venne sostituita con la parola Britannia, che era quella usata dai clan del luogo. Caduta in disuso, essa venne rispolverata in età proto-romantica, credo da Ugo Foscolo. Il povero poeta aveva dovuto rifugiarsi in Inghilterra per motivi politici e per sottrarsi alle ingiunzioni dei creditori. Nato a Zante, un’assolata isola del Mar Jonio, soffriva il freddo e le nebbie di Londra. Ma perché perfida l’Inghilterra? Avrebbe potuto dire fredda, inospitale, ipocrita, individualista, e mille altre cose. Disse invece perfida.

La perfidia inglese, come la leggo nell’espressione di Foscolo, potrei descriverla con l’adagio: “Ognun per sé, e Dio per tutti”. O anche con quest’altra: “Aiutati, ché Dio ti aiuta”. Foscolo o non Foscolo, l’espressione fu parecchio in uso quand’ero ragazzo, al tempo della guerra d’Etiopia, allorché l’onnipossente Inghilterra e la Francia imposero all’Italia mussoliniana le cosiddette “sanzioni”, cioè il divieto per i paesi membri della Società delle Nazioni di effettuare forniture alimentari, di minerali e di petrolio all’Italia. L’Impero inglese, che nel 1935 si estendeva su tutti i continenti del Globo – l’Inghilterra, un paese i cui abitanti godevano di “cinque pasti al giorno”, una nazione ricchissima - aveva la sfrontatezza di sanzionare i comportamenti della Grande proletaria, dell’Italia proletaria e fascista, che esportava milioni di emigrati, per una colpa che per sé stessa non avvertiva. Quindi era “perfida”.

La filosofia dell’egoismo è nata in Inghilterra, sul finire del XVII secolo, sulla spinta dello sviluppo dei traffici commerciali con l’America. Anche se il Paese si era arricchito in precedenza saccheggiando l’oro, l’argento e le altre merci che venivano trasportate in Europa dai galeoni spagnoli, in appresso la ricchezza parve fiorire dalle viscere della società. Imprese coloniali, piccoli armatori, importatori, esportatori, manifattori d’ogni genere, piccoli industriali del cotone, del cuoio, della lana, del ferro, bottegai, proprietari di miniere, banchieri, agricoltori, allevatori etc. s’arricchivano in virtù di un meccanismo automatico. Sembrò ai filosofi (illuministi) che ciò fosse un’espansione della natura umana, in precedenza sacrificata e tenuta in legacci dalla religione cattolica. “Se vuoi giovare agli altri, se vuoi il bene della Nazione, non devi fare altro che il tuo tornaconto. Chi arricchisce se stesso, arricchisce tutti. I capaci vanno avanti, e se i deboli cadono per strada è colpa loro. Si aggiornino, rischino anch’essi, lavorino, si diano da fare.”

Quando ero ragazzo, la filosofia dell’interesse privato era già largamente impiantata in paese, anzi era antica quanto era antica la Calabria; era la legge della vita e della sopravvivenza, ma anche un banco di prova per stabilire se si stava con Dio o con il Diavolo. Infatti la morale evangelica vietava di cedere all’avarizia, di superare la misura nella ricerca del tornaconto. Le necessità della vita (il peccato originario) imponevano all’uomo a procurasi il cibo con il sudore della fronte, a relegarlo nello stretto recinto della fatica e del dolore, ma era proprio lì che l’uomo doveva manifestare l’amore per Dio improntando il proprio agire al principio della carità cristiana: questa era l’idea comune.

La filosofia del liberismo economico ha piegato, forse distrutto già il mondo. Dopo tre secoli di libero commercio le persone che muoiono di fame, di sete, di malanni - perché l’economia mondiale deve comunque funzionare – sono centinaia di milioni ogni anno. Se l’economia non funzionasse – e i diseredati non morissero - sarebbe il crollo. Ironia delle cose, ciò che si asseriva di voler mettere in piedi – la libertà - sta crollando proprio a causa della libertà.

Il socialismo non è una religione, né una legge morale. E’ solo un atteggiamento dello Stato, una regola giuridica che dovrebbe offrire una disciplina, nei rapporti economici, diversa da quella sopra accennata. Stupidamente, ingannando sé e gli altri, il vecchio socialismo ha accolto il principio antropologico secondo cui l’agire umano trova la sua ratio nella libertà economica. Non hanno voluto riconoscere, i vecchi socialisti, che invece le loro motivazioni politiche affondavano le radici nella morale evangelica.

Forse l’ambiente si vendicherà con l’uomo delle malefatte liberiste. Forse al pentimento non seguirà il perdono della natura (o di Dio per i credenti), ma se a questo pentimento vogliamo dare oggi un senso, esso sta nell’agire rispettosamente e lealmente, invece che perfidamente. Siamo al dies irae? Non lo so, nessuno lo sa. Ma è certo che la filosofia a-morale ha prodotto più danni che benefici e che è ora d’abbandonarla..


Nicola Zitara

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