L'uomo che fissa la nascita degli Appenini

Gli piace camminare. Di questo non c’è dubbio. Macina dalle sei alle otto ore di sentieri montani e i suoi giovani assistenti fan fatica a tenere il passo. Stare dietro a Leonardo Seeber, «Nano» per amici e studenti, 70 anni compiuti, non è facile. E altrettanto difficile è riuscire a intervistarlo. Lo intercettiamo, dopo giorni di «appostamenti» telefonici, appena sceso dal monte Pollino, negli Appennini calabresi. Fiorentino, Seeber scelse tanti anni fa di andare a studiare geologia negli Stati Uniti. E non è più tornato. Oggi è uno dei sismologi più noti al mondo, professore al Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University. Non un tipo da ufficio, però. «Sono soprattutto uno scienziato da campo», premette con orgoglio. Turchia, Haiti, Bangladesh, Himalaya. E la Calabria, dove torna da sette anni ormai. Il 45% del territorio italiano è a rischio sismico. Perché ha scelto proprio la Calabria?
«La Calabria è il pennello che ha dipinto il resto dell’Italia del Sud, e questa sua opera è ancora in atto. È una storia affascinante e piena di lacune misteriose. A parte l’aspetto “estetico”, capire come si forma una straordinaria penisola, c’è anche un aspetto pratico, la necessità di precisare il meglio possibile quale sia il rischio di terremoti».
La tettonica della Calabria inizia 12 milioni di anni fa, quando si è staccata dalla Sardegna aprendo il bacino Tirrenico. Oggi, che succede?
«Durante questi 12 milioni di anni, la Calabria ha viaggiato per circa 300 km, dalla Sardegna alla presente posizione. Questa corsa verso sudest – a una media di quasi 3 centimetri l’anno, veloce in termini geologici – è stata potenziata dalla subduzione calabra e ha spinto il lembo nord della Calabria a urtare progressivamente contro l’Apulia, il micro-continente che comprende Italia e Adriatico, formando progressivamente la catena appenninica. Fin qui, siamo tutti d’accordo. La storia diventa molto più nebbiosa e controversa quando proviamo a spiegare i dettagli di questo processo».
Perciò gira ancora per queste montagne?
«Mi piace guardare la situazione in loco invece di studiarmela sulle mappe. Si può imparare molto guardando la roccia viva, mettendoci le mani sopra. Il processo di creazione dell’Appennino è ancora in atto: nella Calabria settentrionale si sta ancora formando. In questi giorni, nell’area del Pollino, abbiamo fatto alcune scoperte interessanti».
Cioè?
«Qui, il processo di collisione, compressione e innalzamento, che dà vita agli Appennini, è in piena azione. E si crea anche una pendenza verso l’Appennino futuro, quello che è giù negli abissi dello Ionio e ancora non si è formato. Questa pendenza a sua volta provoca una distensione lungo l’asse appenninico, una sorta di allungamento della catena».
In che modo ciò aumenta il rischio sismico?
«A nord del Pollino, dove l’Appennino si è già formato, si conoscono varie faglie responsabili di terremoti disastrosi. Nella zona del Pollino, invece, non ci sono stati terremoti conosciuti nella storia. Questo, secondo noi, però non significa che il sisma non avverrà mai. Anzi. Il tipo di processo in atto causa terremoti rari ma molto intensi».
Qualcosa di simile al recente sisma giapponese?
«Anche quel terremoto si rifà a un sistema di subduzione, anche se di scala assai più vasta di quello calabrese. In Giappone erano convinti che la subduzione avvenisse asismicamente, senza terremoti, e la zona che si è “rotta” era considerata una di quelle a minor rischio sismico del Paese. Oggi, bisogna abbassare la testa e ammettere “abbiamo sbagliato”. Esistono faglie che provocano terremoti rarissimi ma devastanti, guai a dirsi certi che una faglia si muove senza conseguenze».
Possiamo almeno escludere un maremoto di tale entità nel Mediterraneo? «Non sarei così precipitoso a escluderlo. La misura del maremoto è determinata da quanto si muove la faglia e quanto si innalza il fondo marino, non dalla forza del terremoto o dalla massa d’acqua circostante. Se la faglia è ripida – uno spostamento di 30 metri si traduce in un innalzamento del fondo marino di 15 metri – è uno tsunami».
In che modo l’uomo può peggiorare, o prevenire, il rischio di una catastrofe?
«La Calabria è una terra ricca e bellissima proprio perché è una regione giovane tettonicamente, che si sta muovendo, fertile e ricca d’acqua. Ma bisogna essere cauti nella gestione di questo patrimonio. Per esempio, è noto che i terremoti si possono “stimolare”. Uno dei casi più tipici è quando si pompano liquidi ad alta pressione giù nella crosta per estrarre il petrolio. Il petrolio è importante, anch'io ho la macchina in garage. Ma bisogna stare attenti a stuzzicare così la faglia, è necessario calcolare i rischi mentre chi fa estrazione ha la tendenza a ignorare, o a nascondere, il problema. Ed è pericoloso».
In Calabria si fanno trivellazioni in mare...
«Abbiamo una misura geodetica che dice chiaramente che Crotone sta andando giù rispetto al resto della Calabria e quindi è possibile, nonostante ci possano essere altre cause, che questo sia dovuto allo sfruttamento del petrolio. Non sono contrario tout court, ma il rischio va valutato con attenzione».
Disattenzione italiana o internazionale? «L’ho vista ovunque, anche in Usa. Adesso si parla di “cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica”. Ciò implica il pompaggio di enormi quantità di fluido giù nella crosta. È ovvio che ciò può stimolare i terremoti. Anche l’apertura di grosse cave di pietra, che rimuovono il peso superficiale alterando la pressione in profondità, può avere un effetto simile. Intorno a New York ne abbiamo vari esempi».
Pensa mai di tornare in Italia?
«Sono tornato per tre anni a fare l’agricoltore, nel ’79. Ero stufo di “fare scienza”. Mio padre aveva comprato un pezzo di terra vicino a Roma e mi sono messo a coltivare l’uva. Grossi calli nelle mani, grandi muscoli. Mi sono divertito come un pazzo. Ma a un certo punto un amico della Columbia University mi ha chiesto aiuto per un progetto in Himalaya. Non potevo dire di no! Ho lasciato perdere l’uva e sono tornato a coltivare la scienza».
Cosa le ha insegnato quell’esperienza?
«Che fare scienza è come coltivare l’uva. La snobberia di certi scienziati mi irrita».
In Italia però fare scienza è forse più difficile di coltivare l’uva...
«Ho grande rispetto per i geologi italiani, gente bravissima che ha fatto e continua a fare lavori importanti. Indubbiamente ci sono problemi burocratici in Italia, mancanza di soldi e troppa centralizzazione del potere... Ma noi scienziati internazionali ci togliamo il cappello di fronte ai colleghi italiani».
 
Fonte

Commenti