24 febbraio, 2006

Le "terribili" carceri borboniche

Un altro luogo comune da distruggere: quando si vuole descrivere un luogo come angusto, disumano e allucinante si dice "sembra un carcere borbonico".
Eppure, nelle nostre civili Due Sicilie, le cose stavano diversamente.
E la propaganda politica, nel lontano Ottocento, ha raggiunto risultati incredibili, credo addirittura insperati per chi la promosse. E da quella lezione, ancora oggi è la propaganda politica la migliore arma per distruggere il nemico.
È curioso rileggere la Storia ed accorgersi come proprio il Sud Italia sia un elemento chiave dell'Occidente. In negativo però, purtroppo...


IL SISTEMA PENITENZIARIO BORBONICO NELL'ULTIMO LAVORO DI GIOVANNI TESSITORE
diGabriella Portatone
Da: http://www.isspe.it/Apr2003/portalone_g-2.htm

Ancora una volta Giovanni Tessitore dà vita ad un pregiato lavoro di ricerca (L'utopia penitenziale borbonica. Dalle pene corporali a quelle detentive,Milano, Franco Angeli, 2002.) che spazia dalla storia al diritto penale, dalla sociologia al pensiero economico. L'oggetto della ricerca, il sistema penitenziale borbonico in Sicilia, spazza via molti luoghi comuni, così come avviene in tutte le opere precedenti del nostro autore che si rivela, appunto per questo, uno storico revisionista, libero da pregiudizi d'ogni tipo, difficilmente influenzabile dalla storiografia precedente e, soprattutto, interessato a trarre conclusioni solo sulla base di documenti d'archivio, consultati a centinaio con appassionata puntualità. Si scopre così che non solo i "famigerati Borboni" avevano un regime penitenziale fra i meno disumani d'Europa, ma che progettarono, prima d'ogni altro stato europeo, una riforma in tal campo che tenesse conto delle esigenze elementari dei carcerati e della necessità di educarli, al fine di permettere loro di iniziare una nuova vita, una volta espiata la pena. Se tale riforma che Tessitore chiama utopia non diede luogo agli effetti desiderati, ciò fu dovuto essenzialmente all'ostruzionismo della burocrazia siciliana, alle continue rivoluzioni che il Regno dovette subire dal 1820 al 1860 e all'arretratezza della mentalità locale.

Il riformismo borbonico venne senz'altro influenzato dalla presenza inglese in Sicilia tra il 1799 e il 1814; durante la conquista napoleonica dell'Italia, infatti, la corte borbonica si rifugiò nell'Isola che divenne il baluardo inglese contro l'avanzata delle forze francesi. La Sicilia rappresentò, in quell'occasione, l'unico lembo d'Europa che fosse rimasto esente dalla conquista napoleonica e ciò avrebbe purtroppo rappresentato, nel tempo, un grande handicap per l'evoluzione politica e culturale della regione. Gli inglesi contagiarono la corte borbonica in esilio con il loro riformismo che, in parte venne imposto, come nel caso della Costituzione siciliana del 1812, in parte venne volontariamente subito, come nel caso delle teorie relative alla riforma carceraria che in Inghilterra aveva avuto il suo caposcuola nell'utilitarista Bentham. Ferdinando nel suo nuovo Regno, inaugurato dopo la fine dell'Impero napoleonico, parto della fantasia dei congressisti di Vienna, ebbe il coraggio, a differenza di altri sovrani europei, di mantenere il codice napoleonico del 1810, introducendo, peraltro, opportune e moderne modificazioni. Nel regno delle Due Sicilie, peraltro, erano stati accolti, almeno teoricamente, i principi innovatori che la rivoluzione francese aveva diffuso in campo giudiziario: negazione del potere indiscriminato del sovrano sulla vita dei sudditi, relativa dolcezza delle pene, declino di quelle corporali, previsione normativa di precetti e sanzioni uguali per tutti i sudditi, rispetto delle norme processuali. (p.10).

In tale clima politico e culturale, nel 1845, subito dopo l'inaugurazione del nuovo carcere di Palermo, l'Ucciardone, ritenuto dal punto di vista architettonico il più moderno d'Europa, veniva promulgato dai Borboni un decreto sulla legislazione carceraria che, se fosse stato integralmente applicato, avrebbe reso il sistema penitenziario borbonico il più moderno del mondo. Il decreto, infatti, prevedeva: la classificazione dei carcerati in varie categorie, a seconda dell'età e del delitto commesso e la loro separazione in strutture diverse, per evitare contaminazioni. La destinazione al lavoro dei condannati alla reclusione, fino ad allora abbandonati nel più terribile ozio, presso manifatture da costituirsi all'interno degli stessi penitenziari; l'istruzione religiosa e morale ai carcerati. Il decreto conteneva, altresì, norme sulla struttura architettonica del carcere che avrebbe dovuto rispondere ai requisiti della vigilanza, della sicurezza, della salubrità, della capacità e del contenimento della spesa.

Fra i carceri palermitani, prima dell'inaugurazione dell'Ucciardone, il principale e più affollato era la Vicaria, nome, peraltro, con cui venivano chiamati i carceri delle principali città del regno. Il carcere sito al di là della Porta Felice e affacciantesi sull'odierna via Vittorio Emanuele, occupava i locali oggi adibiti ad uffici dell'amministrazione delle Finanze, ospitava, nei primi anni dell'Ottocento, tra i 1000 e i 1500 detenuti, la maggior parte dei quali in attesa di processo. Gli altri carceri cittadini erano Castellammare, fin quando non fu distrutto e la Quinta casa, già convento dei gesuiti, sito nell'odierna via dei Cantieri.L'autore fa, quindi, una puntuale panoramica sui vari tipi di pene e sulla loro evoluzione nei secoli.

Nel Medioevo, prima che si formassero gli stati centralizzati, la principale pena contro i vari tipi di reato consisteva nella vendetta privata o nel pagamento di un risarcimento in denaro, frutto di accordi fra le parti, detti composizioni. Nel regno di Sicilia l'amministrazione della giustizia era influenzata dalle leggi del periodo normanno e svevo e poteva considerarsi apprezzabilmente funzionante. Pur essendo la vendetta privata ancora praticata, gradualmente veniva sostituita col risarcimento in denaro, mentre si cominciava a diffondere la pena detentiva come alternativa alle sanzioni corporali particolarmente cruente. Sul finire del XVI secolo, pur restando la pena di morte la sanzione applicata per i delitti più gravi, le altre pene come i castighi fisici, le mutilazioni e la gogna cominciarono ad essere sostituiti con altri tipi di sanzioni capaci di assicurare allo stato un ritorno economico, pur mantenendo la loro funzione di terribile castigo per il reo. Si cominciò, allora, a ritornare a tre tipi di pene già note nell'antichità classica: l'utilizzo dei rei nelle galere, la deportazione e i lavori forzati.

Fu, come al solito, l'Inghilterra a farsi promotrice di tali riforme; si comprese, infatti, che invece di relegare i rei in putride carceri a marcire per la sporcizia, la mancanza di cibo o le epidemie che in quei luoghi, fin troppo spesso, scoppiavano, sarebbe stato ben più utile impiegarli ai remi, servendosi della loro forza per il trasporto di merci e persone o, meglio, utilizzarli nei lavori più duri, ai quali soltanto i disperati avrebbero potuto sottomettersi. Così nella "civilissima" Inghilterra furono fatti i primi esperimenti di prigioni galleggianti; si trattava di vecchie navi, quasi sempre in disarmo, che venivano ancorate in determinati punti del Tamigi e che arrivavano ad ospitare fino a trecento prigionieri, i quali ogni mattina venivano trasportati su chiatte dove, per lo più venivano impiegati nel terribile lavoro del dragaggio del fiume. Malgrado si trattasse di fatiche durissime sostenute in condizioni ambientali terribili, i rei preferivano tale tipo di castigo, nonostante fossero costretti a lavorare tutto l'anno all'aperto con qualsiasi tipo di clima, senza riparo alcuno, alla prigionia nell'ozio, senza mai poter vedere il cielo e respirare un'aria che non fosse quella puzzolente e malsana degli ambienti chiusi sporchi e superaffollati dove erano stati costretti a vivere. Sempre gli inglesi sperimentarono la pena della deportazione che consisteva nel condannare i rei ai lavori forzati nelle colonie inglesi d'oltremare. Alla fine del settecento questo tipo di sanzione permise alla Corona inglese di colonizzare con pochissima spesa un intero continente come l'Australia.

Tuttavia, in tutta l'Europa, agli albori del Seicento, i rei cominciarono ad essere adibiti ai lavori forzati, non solo nelle colonie o all'esterno delle prigioni, ma anche al loro interno dove vennero costruiti vari tipi di manifatture. Il prigioniero così veniva tolto dall'ozio, imparava un mestiere e nello stesso tempo diventava economicamente produttivo.

Nel Settecento cominciavano a diffondersi le teorie dei Lumi che, non solo predicavano l'eguaglianza davanti alla legge, ma miravano anche al raggiungimento di legislazioni più giuste e che prevedessero trattamenti più umanitari anche per il reo che, nonostante la colpa commessa, non meritava né la morte, né tantomeno di veder calpestata la sua dignità d'uomo. Fu il Granduca Pietro Leopoldo di Toscana a rendere applicabili nella realtà i più moderni principi illuministici senza limitarsi soltanto ad approvarli come fecero gli altri sovrani europei. Il Codice Leopoldino del 1786 prevedeva addirittura, l'abolizione della pena di morte (che, tuttavia poco tempo dopo venne reintrodotta).

Con lo scoppio della rivoluzione francese i dibattiti sul rispetto dei diritti umani e sulla riforma anche del sistema carcerario, si fecero sempre più accesi e frequenti. Fu l'economista inglese Bentham, noto come caposcuola della corrente di pensiero detta utilitarismo, ad essere particolarmente attratto dai problemi connessi al sistema carcerario, problemi che divenivano sempre più pressanti, non solo per l'imperversare dei dibattiti e degli scritti in materia, ma anche per il sovraffollamento delle carceri, da cui, peraltro, si diffondevano anche all'esterno spaventose epidemie. Dopo anni di riflessione l'economista inglese pensò di aver risolto ogni problema presentando il progetto del suo Panopticon, carcere di forma circolare dotato di celle individuali, disposte lungo la circonferenza " le cui finestre e la cui illuminazione fossero gestite in maniera tale che gli occupanti fossero chiaramente visibili da una torre centrale di controllo [...] Un simile sistema di vigilanza incessante avrebbe impedito i nocivi contatti tra i detenuti, e avrebbe reso superflue le catene e altre similari anacronistiche strutture. Sorvegliati di continuo, i carcerati avrebbero potuto (e dovuto) lavorare fino a sedici ore al giorno nelle proprie celle, con grande profitto dell'imprenditore privato cui sarebbe toccato promuovere e dirigere l'istituzione in condizioni di grande vantaggio rispetto ai concorrenti costretti a far ricorso alla manodopera libera.[...] Il meccanismo del libero mercato doveva quindi essere messo in condizione di regolare senza intralci un'alternanza di terrore e di umanità all'interno del Panopticon, che andava gestito alla stregua di un'impresa capitalistica." (p. 52)

Alle obiezioni che gli vennero rivolte in relazione allo sfruttamento che i rei avrebbero subito da parte degli imprenditori, Bentham rispose proponendo, non solo che la prigione fosse aperta alla visita e all'ispezione di chiunque nutrisse dubbi sul trattamento dei prigionieri, ma suggerì, inoltre, che si imponesse agli imprenditori il pagamento di cinque sterline per ogni detenuto deceduto, quando i decessi superassero il tasso medio di mortalità a Londra. Anche se da tutto ciò si evince che il sistema prospettato da Bentham non partiva certo da ideali umanitari, il suo progetto di prigione circolare affascinò la maggior parte degli architetti del tempo e i governanti più illuminati.

Un ulteriore apporto delle idee illuministe fu quello di rendere l'esecuzione della pena capitale meno disumana, adottando metodi più indolori come, per esempio, la ghigliottina.

Fra i sovrani europei che accolsero positivamente le proposte di riforma carceraria si distinsero fra tutti proprio i Borboni che diedero prova di maggiore sensibilità rispetto agli stessi governanti inglesi, i quali si limitavano ad approvare i progetti dei riformatori, guardandosi bene, tuttavia, dal metterli in atto, con la conseguenza che le loro carceri, malgrado una propaganda mirante a tesserne gli elogi, risultavano le più terribili e disumane di tutta l'Europa.

Nel 1817 Ferdinando I di Borbone emetteva un decreto sulle carceri assolutamente all'avanguardia per i tempi. Il provvedimento prevedeva, innanzi tutto, la costituzione di una speciale Commissione per ogni valle, che vigilasse sul regolare funzionamento delle carceri, sulla salubrità e sicurezza dei locali e sulla qualità del cibo somministrato ai prigionieri. Inoltre, conteneva norme relative alla concessione di appalti che provvedessero, all'interno delle carceri, alle più elementari necessità dei detenuti, come la pulizia, la rasatura, il lavaggio della biancheria sporca, il ricovero dei malati in apposite strutture sanitarie. Ogni prigione sarebbe stata, inoltre, fornita di un cappellano, di un medico e di un cerusico. Un successivo decreto del 1822 introduceva per la risoluzione dei procedimenti giacenti, l'istituto della tran-sazione, l'odierno patteggiamento, tra il pubblico ministero e il reo, nel contesto di un procedimento abbreviato.Il regime borbonico si dimostrò all'avanguardia, nel settore, soprattutto per la progettazione e poi per la costruzione del primo carcere che si rifaceva ai criteri architettonici suggeriti dal Bentham: si trattava del carcere palermitano dell'Ucciardone inaugurato nel 1840.

Due anni prima, sulla scia di una serie di studi e ricerche in materia, inaugurate dai francesi Tocqueville e Beaumont che si erano recati negli Stati Uniti d'America per analizzare il locale sistema carcerario, Filippo Valpolicella pubblicava, su incarico dei sovrani di Napoli, un suo ponderoso lavoro dal titolo Delle prigioni e del loro migliore ordinamento. In tale opera sembra superato l'uso della pena di morte e delle pene corporali, mentre l'esilio e la prigionia vengono ritenute le uniche pene da applicarsi contro i rei, mentre il lavoro, l'igiene, il silenzio, la divisione dei detenuti, la loro educazione religiosa, diventano i cardini del progetto di riforma. E, invero, con la costruzione dei carceri di Avellino e Palermo, ambedue a pianta circolare, alla stregua delle più moderne teorie, si dimostra che il Regno delle Due Sicilie mira alla concreta applicazione dei progetti di riforme e non alla sterile disquisizione sugli stessi. Già nel 1812 Ferdinando I di Borbone aveva sentito la necessità di sostituire il vecchio carcere di Palermo, la Vicaria, con una nuova struttura più salubre e più sicura dove i prigionieri potessero essere sottratti all'ozio ed avviati ad un mestiere. La Vicaria, infatti, presentava una pluralità d'inconvenienti: il suo sovraffollamento rendeva la vita dei carcerati simile a quella dei dannati nei gironi dell'inferno dantesco, favorendo, oltre ai vizi derivanti dalla promiscuità, il sorgere di frequenti epidemie che, per la posizione del carcere, al centro della città, facilmente uscivano dalla prigione diffondendosi fra i rioni cittadini. Inoltre la sua collocazione in centro, rendeva poco sicuro il carcere, essendo molto facilitate le comunicazioni tra l'interno e l'esterno: così com'era più semplice evadere, era altrettanto facile che, soprattutto in periodo d'insurrezioni e rivolte, il seme della ribellione penetrasse all'interno del luogo di pena.Tutto ciò aveva distolto i governanti dal trasformare una vecchia struttura conventuale come lo Spasimo, anch'esso al centro della città, in nuovo carcere, o dal trasferire i detenuti nell'altra prigione, detta Quinta Casa. Si reputava necessario costruire il nuovo carcere fuori del centro cittadino, in luogo salubre e soprattutto su una pianta a raggiera che rispondesse ai criteri enunciati dal Bentham. Anzi il decreto del 1845, sulla divisione dei carcerati per categorie in relazione ai reati commessi e all'età, sulla fornitura di vitto accettabile, sull'adozione di celle individuali, sull'impiego dei reclusi in attività lavorative da esercitarsi all'interno della stessa prigione, sull'accettazione dell'introduzione del metodo correttivo nella pena, andava al di là dei progetti di riforma circolanti nel resto dell'Europa.Il progetto borbonico, tuttavia, rimase un'utopia, infatti "non si era prevista la mancanza di una burocrazia fedele, onesta e zelante del pubblico bene, attenta alle nuove riforme, conseguentemente le modifiche apportate al sistema carcerario, pur tendenti a un utilizzo più produttivo e moderno della forza-lavoro detenuta, vengono in realtà inapplicate da amministratori locali, nonostante il cambiamento di gestione riluttanti verso qualsiasi novità proveniente da Napoli e tendente ad un accentramento statale" (p. 204)

L'apertura del regime borbonico nel campo della politica carceraria contrasta con la fama che esso acquistò in Europa per merito del liberale Gladstone che, nel 1851, recatosi a Napoli per motivi di salute, essendo andato a visitare le carceri di Nisida, definì il regime borbonico " la negazione di Dio, la sovversione d'ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo" (p. 204) Si seppe ahimè! troppo tardi che Gladstone non era mai andato a visitare le carceri borboniche e che quelle sue famose lettere pubblicate da tutti i giornali inglesi e discusse nel parlamento britannico, non erano state altro che il frutto di un accordo tra il politico liberale e il governo di Sua Maestà, per mettere in cattiva luce davanti all'Europa intera, la dinastia borbonica, colpevole di aver favorito una penetrazione russa nel mediterraneo a discapito degli interessi commerciali inglesi. In compenso agli occhi degli osservatori stranieri le carceri inglesi si rivelarono ben peggiori di quelle napoletane!

Nemmeno con l'unità nazionale cambiarono i sistemi nelle carceri della penisola, "[...]lo stato liberale continuò ancora a comportarsi come uno stato di polizia, al cui confronto quello borbonico appariva addirittura più rispettoso dei diritti umani" (p. 208).

22 febbraio, 2006

Riflessioni

Sempre dopo la morte di qualcuno, e il dolore e la sofferenza e la disperazione di altri sorgono spontanei.
Spontanei sono anche gli altari dei commenti e dei propositi: più giustizia, più legalità, più lotta alla mafia e ai mafiosi, più democrazia, più libertà, più partecipazione, più benessere. Per tutti felicità.
MA a cosa è valsa la morte di Francesco Fortugno?.
A riesumare in noi forse, qualche genuino idealismo? O forse a nostra insaputa pascere la mefistofelica "Bestia" del Calabro Fatalismo?
Credo che ogni calabrese ( o Italiano) di questo mondo debba fare tenera autocritica e pensare che le cose tragiche accadono!
Accadono perchè noi, in primis, ci facciamo vincere dall'impeto negletto, dall' egoismo, derivante dalla povertà e da un modello antropologico, storicamente e ancora vivente, votato alla sudditanza, che, talvolta, si veste di falsa compiacenza e di ribellione coatta (mafiosa appunto), quando nella coscienza rinviene la scintilla del proprio mancato senso di superiorità.
Storicamente noi Calabresi siamo ..cosa?....abbiamo un carattere di sudditi, riusciamo soltanto ad essere reattivi, non abbiamo capacità di intrapresa..il self made man è , per noi, solo un mito americano.
Dal suolo americano abbiamo imparato solo l' atuzia degli indiani, con la differenza che mentre il loro agire era improntato alla lottà per la libertà , alla lealtà, il nostro rimane, ancora, legato dalla storica motivazione del Brigante che deve lottare contro lo Stato per salvaguardare sè e la propria famiglia dalla controforza rappresentante la legalità.

RIZA...LA LUNGA RADICE DEI GRECI DI CALABRIA (2)

La presenza di comunità ellenofone, per quanto subalterne continuò ad avere un suo ruolo nel contesto mediterraneo. La Calabria meridionale era ancora sostanzialmente ellenofona ancora fra il XIV ed il XV secolo. Tutt'oggi fortissime sono le tracce di questa presenza linguistica e culturale nella toponomastica, nell'onomastica, nel cosmo etno-antropologico, nei dialetti romanzi stessi di tutta la regione ma in particolare nel suo segmento centro-meridionale. Sino a quando sopravvisse l'Impero d'Oriente, sotto i Normanni e poi con Federico II sino a circa al 1600 probabilmente i rapporti intermediterranei fra ellenofoni"d'occidente" e madrepatria linguistica rimasero in qualche modo attivi, favoriti anche dai commerci delle repubbliche marinare e dalla continua attività dei marinai greci. Non si può, inoltr, escludere una certa quantità di migrazioni verso occidente dai Balcani e dalle Isole greche che andarono a rimpinguare la presenza ellenofona in Calabria, in particolare nel periodo di massima pressione turca. La spinta turca sui Balcani e sul Mediterraneo continuò nonostante il freno posto dalla storica sconfitta di Lepanto ad opera della flotta "cristiana"(1571). Alcuni decenni dopo Cipro, anche Creta nel 1669 cade dopo un assedio che durava dal 1644. Come dato di fondo non bisogna trascurare che storicamente l'Italia (ed il particolarmente accessibile Mezzogiorno) è sempre stata vista dai popoli balcanici come sponda utile in gravi momenti di crisi. Si pensi all'epica migrazione degli Albanesi di Skandeberg come alle recenti ondate di immigrazioni clandestine.
A proposito della lunga resistenza del rito greco in Calabria, sta di fatto che l'ultima diocesi orientale a cadere fu proprio Bova (Vùa) nel 1572. La romanizzazione, ironia della sorte, avvenne proprio per mano di un vescovo di origine cipriota e dunque egli stesso orientale, Giulio Stavriano. La comunità locale si vide privata del rito greco con un vero e proprio colpo di mano con il quale da un giorno all'altro venne instaurato quello romano.
IL XIX secolo si "accorge" dei greci di Calabria
La presenza di ellenofoni in Calabria finì per passare sotto silenzio per secoli. Probabilmente per le condizioni di marginalità della regione che si accentuarono fortemente già dal XIII secolo sino a divenire drammatiche con l'unificazione nazionale. Nell'ottocento la Calabria ellenofona doveva già probabilmente limitarsi all'Aspromonte jonico meridionale, e molto probabilmente, alla locride in un'area geografica poco raggiungibile anche dalla stessa Reggio Calabria. Il territorio impervio dell'Aspromonte, con il suo isolamento, garantì la permanenza di un'economia chiusa, diremmo di autarchica sussistenza sino a in sostanza la seconda guerra mondiale. Questo cosmo sostanzialmente autosufficiente consentì la resistenza dell'idioma. "Scopriranno" la presenza dei greci di Calabria (e di Puglia) alcuni folcloristi del XIX secolo sull'onda della generale moda europea che spingeva alla raccolta dei cosiddetti "canti popolari" e che in Italia aveva avuto una sequenza di illustri cultori: Tommaseo, Imbriani, Nigra, Rubieri, D’Ancona, Pitrè (per fare alcuni nomi noti ancora oggi) sino a Comparetti.
Dal nostro punto di vista registriamo come particolarmente interessante, anche se esigua, la presenza del mondo grecanico nella letteratura demologica ottocentesca. Si "scopriva" che, oltre al Salento, anche un oramai ristretto numero di paesi dell'Aspromonte meridionale conservava la parlata greca. "Saggi dei Dialetti Greci dell’Italia Meridionale" di Domenico Comparetti che esce nel 1866 è un esempio indicativo di questo rinnovato interesse. Nella sua stessa presentazione ai "Saggi", Comparetti traccia un panorama di edizioni sulla lingua dei greci di Calabria e di Puglia piuttosto limitato ancora oltre la metà dell’Ottocento e lascia chiaramente intendere quanto la stessa esperienza di Cesare Lombroso, che lo aveva preceduto con una sorta di diario di viaggio in area grecanica non fosse qualitativa filologicamente poiché costituita in tutto da "una ventina di versi in pessimo stato, ed un piccolo numero di vocaboli raccolti a Bova, o nei paesi greci prossimi a questa". Comparetti, per conto suo, fa presente molto chiaramente ed onestamente di aver attinto a fonti scritte senza mettere mai piede a Bova. Dei trentotto canti del suo corpus, ben trentacinque provengono da una raccolta effettuata nella Chora da un professore del Liceo Classico di Reggio Calabria, tale Tarra (altrove Terra). Gli altri tre, raccolti nel 1821 da Witte, sempre provenienti da Bova, gli arrivano dopo numerose trascrizioni ed edizioni fra cui la più rilevante è la raccolta di canti greci del Passow. Nonostante siano pervenuti a noi solamente nella forma del testo questi canti conservano per il lettore un innegabile fascino.
Una migliore attenzione non sarà su altri versanti riservata ai greci di Calabria dal citato Cesare Lombroso la cui osservazione, fra il positivista e l’antropometrico, rimanda più ad archivi ed a tassonomie animali che ad un vero discorso su una realtà culturale e la sua alterità. Così sono descritti gli abitanti dell’Aspromonte ellenofono in alcune pagine del suo "In Calabria" un testo definitivamente edito nel 1898 ma che era già apparso sin dal 1862 sulla "Rivista contemporanea":
Molti di essi, specialmente i ricchi, conservano il tipo dell’Attica; fronte alta, spazio interoculare largo, naso aquilino, occhi grandi e lucidi, labbro superiore corto, bocca piccola, cranio e mento arrotondati, tutte le linee del corpo dolci ed aggraziate.
Il loro temperamento è linfatico e nervoso; fini, astutissimi, lascivi hanno grande mobilità di idee, tendenza al procaccio, e un poco al furto, somma facilità al canto e all’armonia.
Mentre sentiva a suo modo l'urgenza di "trascrivere quelle pochissime strofe prima che la stregua dell’Unità giunga a cancellare queste ultime e prestigiose vestigia dell’ellenismo". E pur nelle patenti superficialità filologiche denunciate da Comparetti, Lombroso ebbe comunque lo scrupolo di fornire almeno alcune sempre sommarie descrizioni della realtà sociale ed economica dei greci di Calabria.
Sul versante storico-linguistico sono Morosi e Pellegrini ad "accorgersi" dei greci di Calabria (A. Pellegrini, Il dialetto greco-calabro di Bova, Torino, 1880) ma le loro ipotesi sull'origine della presenza ellenofona in Calabria per immigrazione dal mondo bizantino fra il VI e il X secolo non sono oggi accreditate dagli studiosi
Luigi Borrello (Bova1871 - Palermo 1949) è senz'altro in questa fase storica una figura importante. In primo luogo perché bovese e quindi osservatore privilegiato della cultura locale. A lui si devono una serie di importanti note che furono fondanti per gli studi successivi sul greco di Calabria.
Il XX secolo e la profonda crisi del mondo greco-calabro
Il più qualitativo interesse del mondo scientifico e culturale verso i greci di Calabria che si generò soprattutto nella seconda metà del '900, non riuscì ad incidere socialmente intervenendo sull'irreversibile crisi della lingua grecanica. "Grecanico" ("Piccolo" greco, greco "minore" a rilevare il carattere dialettale della lingua locale differenziandola dal greco della Madrepatria, il Neogreco) è in ogni modo un'espressione di origine colta. I greci di Calabria definiscono sé stessi greki, taluni considerano l'espressione "grecanico" addirittura offensiva preferendo altre dizioni quali: greco di Calabria, greco-calabro, etc..
Il XX secolo portò con sé la crisi del grecanico per le enormi trasformazioni sociali ed economiche che la cosiddetta "modernità" aveva ingenerato nell'area, prime fra le altre le scelte antimeridionaliste dello stato unitario, l'emigrazione e lo spopolamento delle aree interne. Non sono da trascurare inoltre fattori psico-sociali importanti. Difatti già dal ventennio fascista in poi la lingua ed il mondo greco-calabro erano identificati come tratti di arretratezza e di sottosviluppo da "dimenticare" al più presto. I maestri infliggevano umilianti punizioni agli alunni sorpresi a parlare una lingua "straniera" in classe e varie testimonianze confermano che una delle più comuni espressioni, utilizzata per dare dell'idiota a qualcuno nella stessa Bova degli anni '30-'40, era "mi pari nu grecu". Sicuramente da quel momento storico in poi il grecanico venne identificato dalle stesse popolazioni locali con il sottosviluppo economico e l'emarginazione sociale.
Nel frattempo una serie di frane e di alluvioni che dagli anni '50 in poi colpirono le comunità dell'interno finirono per disperdere materialmente le comunità medesime e con esse la lingua. I borghi pastorali e contadini venivano "ricostruiti" in anonimi paesi dormitorio sulla costa a decine di chilometri dal sito originario, gli abitanti trasferiti in massa. Questa sorte toccò ad Africo nel 1951 ed a Roghudi nel 1972. Ma sia pressoché contemporaneamente Gallicianò che anni dopo la stessa Bova (frane nel 1972/73 e terremoto nel 1978) non furono esenti da tentativi di trasferimento completo dell'abitato più o meno fondati su disastri naturali o appoggiati da speculazioni politiche. E' da considerarsi miracolosa la resistenza degli abitanti nei pochi borghi ellenofoni che oggi sopravvivono nell'interno in particolare per le difficili condizioni logistiche (oltrechè economiche): ancora senza strada asfaltata è Gallicianò, la stessa "capitale morale", i Chora tu Vùa, Bova è collegata da un impervio tracciato di primo '900.
Attorno al 1920 il greco di Calabria scompariva da Cardeto per poi limitarsi a cavallo delle due guerre ad Amendolèa (Amiddalia), Bova (Vua), Gallicianò (Gaddicianò), Condofuri (Condochuri), Roccaforte del Greco (Vunì), Roghudi (Richùdi).Sicuramente scomparve ancor prima dall'uso quotidiano anche a Pentedattilo, Palizzi, Staiti, Brancaleone e la stessa Africo fra XIX e XX secolo anche se dati precisi in tal senso non sono a nostra conoscenza.
Oggi il greco di Calabria è parlato dalle fasce generazionali anziane di Bova, in modo più diffuso ma frammentato e quasi mai pubblico a Gallicianò ed a Roghudi Nuovo. In casi oramai isolati a Condofuri ed Amendolèa. Si può considerare scomparso da Roccaforte.
Si deve comunque alla fondamentale attività del grande filologo tedesco Gerhard Rohlfs (Berlino 1982 - Tubinga 1986) ed alla sua capillare ricerca "sul campo" se molto del patrimonio linguistico ellenofono è stato salvato. La sua attività già a partire dagli anni '20 finì, in particolare dopo la guerra, per aggregare intorno a sé ed ai suoi fondamentali scritti tutta una serie di giovani entusiasti sia in Italia che all'estero. Sin dagli anni '60 assolutamente rilevante fu l'attività di ricerca e di animazione di un gruppo di giovani storici e filologi calabresi che diede successivamente vita sia all'Associazione Culturale "Calavrìa" (1986) che al periodico "La Jonica" (edito dal 1969 al 1980), in particolare Domenico Minuto, Franco Mosino e Velia Critelli. Gli anni '50 rappresentarono un autentico momento di fioritura degli studi sui greci di Calabria, da Rossi Taibbi e Caracausi a Benito Spano al greco Karanastasis che con i cinque volumi del suo "Vocabolario Storico dei Dialetti Greci dell’Italia Meridionale" contribuì alla sistemazione del prezioso bagaglio linguistico dei greci di Calabria e di Puglia.
Gli anni '60 e '70 furono comunque decisivi per la nascita di una coscienza collettiva da parte dei greci di Calabria circa l'importanza del proprio patrimonio linguistico. Iniziarono così a nascere una serie di associazioni culturali che saranno poi più o meno attive nel sostenere il recupero e la salvaguardia delle radici culturali. Fra le varie associazioni culturali nate nel tempo segnaliamo come particolarmente attive "Kum.el.ka" di Gallicianò e "Ialò tu Vùa" di Bova Marina.
La legge di tutela delle minoranze etniche (15 dic. 99 n. 482) apre nuove prospettive per i greci di Calabria. Fra gli altri progetti ci si augura che prenda ufficialmente l'avvio l'attività dell'I.R.S.S.E.C. (Istituto Regionale Superiore Studi Elleno Calabria) di cui per il momento esiste già la struttura a Bova Marina.
.Cosa leggere sul mondo bizantino:
- G. Ostrogorsky, Storia dell'Impero Bizantino, Torino, 1968
- V. Von Falkenausen, La dominazione bizantina nell'Italia Meridionale dal secolo IX al secolo XI°, Bari, 1978
Storia orale:
Per quello che riguarda la storia orale il più rilevante archivio audiovisivio sui greci di Calabria (e sulla Calabria meridionale) è:
Archi/Med (Archivio Audiovisivo di Med Media)
Via Foro Boario, 2
89133 Reggio Calabria
0965.591039 e-mail: info@med-media.it

Lettera aperta dei ragazzi di Locri..





Ai dirigenti de “La Margherita”
Francesco RUTELLI, Franco MARINI, Dario FRANCESCHINI

Al Presidente de “L’Unione”
Romano PRODI

Ai dirigenti e Segretari dei partiti de “L’Unione”

A tutta la Politica onesta e che continua a credere nella Speranza


«Noi dobbiamo ritornare a fare politica, dobbiamo far sì che voi giovani crediate in noi che la facciamo tutti i giorni, in modo da invogliarvi, interessarvi e coinvolgervi direttamente, sempre di più.
Perché, vedete, voi siete il futuro, voi siete il rinnovamento, voi sarete i futuri amministratori di questa Calabria e di questa Italia. E non è possibile che voi vi disinteressiate di politica, perché altrimenti un domani non ci saranno persone competenti, capaci, ma soprattutto “limpide”, che andranno ad occupare i posti che noi dovremo ovviamente lasciarvi.
Quindi noi abbiamo una grande responsabilità: dobbiamo svolgere bene la nostra attività, dobbiamo essere trasparenti; in modo che si desti un vero interesse, che non si dica che il politico è un imbroglione, uno che comunque non dice la verità o uno che prende in giro la gente solo per carpirne i voti, creando clientele.
Però noi abbiamo un’arma: noi votiamo.
E allora siamo noi che abbiamo il dovere morale, prima che civile, di scegliere tra i vari candidati che ci sono in campo quelli più affidabili, quelli più “puliti”. Ma consentitemi anche di dire che, purtroppo, un po’ la colpa è anche nostra se oggi c’è qualche politico, più di un politico, che non fa il suo dovere o che, peggio ancora, fa qualcos’altro».
Francesco Fortugno, 30/08/2005


Carissimi Presidenti, carissimi segretari, amici ed amiche tutti,
ricordate questo discorso che non avete esitato un sol istante a pubblicare in prima pagina su Europa, quotidiano del nostro partito all’indomani dell’uccisione di Franco Fortugno?
Abbiamo voluto iniziare questo nostro appello proprio da dove ci siamo fermati. Non è un caso.
Siamo solo dei ragazzi, quei ragazzi che in Calabria, da Locri a Polistena, a Reggio Calabria, a Gioia Tauro, hanno iniziato a fare politica con Franco Fortugno, gli stessi ragazzi che all’indomani dell’efferato e vile omicidio di Franco non hanno esitato un solo istante a SFIDARE in maniera diretta sia la ‘ndrangheta, che la cultura della mafiosità che da secoli ormai imperversa incontrastata nella nostra martoriata terra.
E adesso ammazzateci tutti. Lo abbiamo scritto proprio noi, Andrea, Aldo, Francesco, Alessandro, Rita, Emiliano e tantissimi altri ragazzi che abbiamo abbracciato conoscendoci per strada, sfidando direttamente chi aveva ammazzato un Uomo che per noi non rappresentava soltanto un riferimento politico ma umano, di correttezza, lealtà e trasparenza.
Ci abbiamo messo le nostre facce, i nostri nomi e cognomi, a schiena dritta ed a testa alta.
Il 16 ottobre, giorno di Primarie, doveva essere un giorno di festa per tutti, per la Politica, per la partecipazione, per la Margherita e per l’intera coalizione di centro-sinistra.
Ma così per noi non è stato, ed è qui che “loro” hanno deciso di sfidarci: voi votate pure con la penna, tanto qui noi votiamo con le pistole. Questo hanno voluto dirci quel maledetto pomeriggio i “Signori” della malavita calabrese.
Adesso abbiamo il DOVERE di dimostrare non tanto ai calabresi quanto a noi stessi ragazzi e ragazze che vogliamo CREDERE NELLA POLITICA che non è così. Abbiamo il dovere di dimostrare che in Calabria il sacrificio, l’impegno e la voglia di riscatto possono servire a qualcosa di buono; che i sogni, le speranze ed il sacrificio personale di Franco Fortugno non sono morte, ma che continuano a VIVERE.
Franco vive nel dolore della sua famiglia e dei suoi amici, e questa è per noi una speranza, la speranza di sentirci come una Fenice, che non muore mai ma rinasce dalle sue stesse ceneri.Bisogna solo trovare il CORAGGIO, il coraggio di SCEGLIERE e di preferire l’esperienza e la testimonianza rispetto agli ormai vituperati “equilibri”, utili forse al Partito ma non certamente alla voglia di continuare ad andare avanti con il nostro impegno politico.
Per questo lo diciamo senza altri panegirici: la nostra Luce, in questo momento si chiama Maria Grazia Fortugno, la quale non è un riferimento solo per noi ragazzi, ma per l’intera società civile calabrese che vede in lei il simbolo della lotta antimafia.

ADESSO A VOI SCEGLIERE DA CHE PARTE STARE.

Locri (RC), 22 febbraio 2006

“I ragazzi dello striscione”


Abbiamo pubblicato questa lettera sul forum del nostro sito www.ammazzzatecitutti.org, luogo di confronto, testimonianza e dibattito per la lotta contro tutte le mafie e divenuto da qualche mese punto di riferimento per tutti i giovani calabresi ed italiani che si riconoscono nelle nostre lotte.

RIZA....LA LUNGA RADICE DEI GRECI DI CALABRIA (1)





Alla morte di Atalarico, nipote e successore di Teodorico, nel 534 gli insanabili scontri ereditari fra i Goti diedero all'imperatore d'Oriente, Giustiniano I (527-565) l'atteso pretesto per intervenire in Italia. In generale questo faceva parte di un complessivo piano di riconquista della sezione occidentale dell'Impero considerata parte della comune eredità romana. Inoltre, senza dubbio, i bizantini trovavano nell'Italia meridionale genti di comune radice culturale, gli eredi ellenofoni della Magna Grecia. Com'è noto, l'anima latina e quella greca avevano da sempre convissuto nella storia dell'Impero Romano in quella magnifica osmosi civile che ben conosciamo. A proposito dell'identificazione culturale con l'Impero medesimo bisogna notare che i Bizantini definivano essi stessi Romioi in altre parole Romani. Lo stesso cognome Romeo tutt'oggi presente nella Calabria di radice bizantina significa, in greco, "romano".
Lo scontro fra Goti e Romei durerà circa vent'anni, dal 535 al 554, stremando non solo i combattenti quanto la stessa Italia campo di battaglia ed oggetto della contesa. La "pacificazione" dell'Italia resse ben poco. Nel 568, infatti, l'invasione longobarda sconvolse gli equilibri della Penisola costringendo i Bizantini ad una coabitazione con i vari principati longobardi che si vennero a creare in vari punti d'Italia. In linea di massima per qualche tempo i longobardi si attestarono maggiormente nel nord lasciando l'area meridionale all'Impero d'Oriente. Già dal VI secolo, in ogni modo, i domini bizantini d'Italia vengono organizzati politicamente in Esarcato (In questo stesso periodo s'inizia ad utilizzare la parola exarchos con il significato di comandante militare supremo). L'Esarca d'Italia era così l'autorità suprema della Penisola. Sino alla conquista longobarda del 751, sede dell'Esarcato rimase Ravenna data la sua posizione strategica anche per il controllo dell'Adriatico. Già all'inizio del VII secolo il territorio bizantino in Italia si era ridotto alla Laguna Veneta, alla Romagna, alle Marche settentrionali, allo stretto corridoio umbro della Via Armerina al Ducato di Roma, a quello di Napoli alla costa pugliese ed a quello calabrese a sud del Crati. Sardegna e Sicilia appartenevano all'Esarcato d'Africa. Solo verso la fine del VII secolo la Sicilia stessa fu trasformata in Tema con giurisdizione anche sulla Calabria. In quello stesso periodo il nome Calavrìa fu trasferito dalla Terra Salentina all'antico Bruttium. L'odierna Calabria appunto.
Nei primi decenni del IX secolo iniziò la conquista araba della Sicilia promossa dagli Aghlabiti. La conquista della Sicilia non fu contrastata decisamente poiché il potere centrale pareva più preoccupato di difendere gli stessi Balcani insidiati dall'espansione islamica (Gli arabi avevano, infatti, presa Creta nel 826). La presenza araba in Sicilia favorì anche sul continente la diffusione di truppe mercenarie nordafricane al soldo degli stessi duchi bizantini. Questo comportò una convivenza non sempre facile fra le milizie saracene e le popolazioni locali. Doveva essere veramente labile, sotto tutti i punti di vista, agli occhi degli abitanti la distinzione fra l'arabo che piombava sulle coste calabresi per una scorreria e quello presente più stabilmente "per lavoro", come mercenario militare. Si tratta, comunque, del segno di una situazione forzatamente "multietnica", diremmo con parole d'oggi, ma resa ancor più precaria dai rapporti altalenanti dei bizantini con i principati longobardi (oscillanti fra atteggiamenti di vassallaggio e di rivalità con il mondo bizantino). Questi erano, infatti, presenti nello stesso Mezzogiorno ed anche alle loro dipendenze operavano spesso milizie di ventura saracene confondendo ulteriormente lo scenario.
Sotto il profilo politico, nonostante la caduta della Sicilia, la Calabria continuò ad essere ad essa assimilata sino al X secolo. Solo allora l'amministrazione bizantina inizierà a riconoscere "ufficialmente" la sconfitta siciliana ed a varare il Tema tis Calavrìas. D'altra parte l'amministrazione del Tema di Calabria non si presentò facile per i bizantini. Le lunghe coste della regione erano quasi impossibili da controllare tutte e le incursioni saracene erano continue e devastanti. La presenza araba in Calabria, per tutto il periodo bizantino assunse probabilmente anche caratteristiche pressoché stanziali. Le milizie di ventura saracene significavano anche l'aggregazione di vere e proprie comunità legate alla loro attività. Reggio Calabria deve essere stato a lungo una città multilinguistica e multireligiosa con elementi latini, greci ed arabi e con forme di culto differenti che convivevano di fatto. Toponimi stessi come quello del paese aspromontano di Bagaladi si potrebbero far risalire a forme arabe come Baha Allah (Benedetto da Dio).
Alla fine del IX secolo Reggio, riconosciutamente capitale religiosa della Calabria, fu elevata al rango di metropoli. Tale Leone o Leonzio, è menzionato come metropolita al sinodo costantinopolitano del 879/880. L'ascesa di "prestigio" della Calabria fu, probabilmente, anche dovuta alla progressiva perdita del Tema di Sicilia, sino alla rovinosa conquista e saccheggio di Siracusa da parte degli arabi nel 878. Quando ciò era possibile, la politica bizantina faceva coincidere la capitale di un Tema ad un centro spirituale. Così Reggio divenne epicentro spirituale di gran parte della Calabria. Sue suffraganee erano le sedi episcopali di Vibo, Taureana, Locri, Rossano, Squillace, Tropea, Amantea, Crotone, Cosenza, Nicotera, Bisignano e Nicastro. Nello stesso periodo nella Calabria settentrionale sotto la metropoli di Santa Severina erano riunite le diocesi suffraganee di Umbriatico, Cerenzia, Isola Capo Rizzuto e Gallipoli. La presenza di questa diocesi pugliese, lontana via terra ma non altrettanto via mare, era dovuta probabilmente alla necessità di subordinare alla più vicina nuova diocesi una città ricostruita e ripopolata recentemente per ordine di Basilio I dopo le devastazioni arabe. Naturalmente tutta quest'attenzione da parte dell'Impero alla buona organizzazione delle diocesi di rito greco va ricondotto al secolare braccio di ferro fra Bizantini e Papato. Entrambi giocavano a mantenere la giurisdizione sulle proprie diocesi in una continua contrapposizione fra rito romano e orientale e naturalmente miravano ad acquisirne altre.
A tale complessiva riorganizzazione della Calabria e della Puglia sotto Basilio I, si deve anche l'operazione di ripopolamento delle province stremate demograficamente dalle guerre con gli arabi. Ripopolamento parzialmente conseguito con immigrazioni forzate di servi orientali e nel caso della Calabria anche con congrui contingenti militari armeni. Oltre che varie tracce nell'onomastica calabrese, di questa immigrazione permane il toponimo di Rocca Armegna, in italiano Rocca degli Armeni. Il paese fondato con l'insediamento di un contingente militare armeno ebbe per alcuni secoli importanza strategica grazie all'imponente castello. Fu abbandonato dagli abitanti solo ai primi del '900. La deportazione di popolazioni barbare o servili era un'antica tradizione del mondo bizantino. Spesso ove necessitavano contadini/soldati, nelle zone di frontiera o a rischio militare l'Impero provvedeva con questo strumento a rafforzare la propria presenza. Questo, verosimilmente, costava meno dell'invio di milizie dalla capitale. D'altra parte, la disponibilità militare di Bisanzio verso i suoi confini occidentali fu sempre molto più debole rispetto alla maggiore attenzione dedicata ai confini asiatici e balcanici. La stessa ricca Sicilia venne persa per queste ragioni. I nemici del momento, arabi, longobardi o normanni che fossero venivano tenuti a bada più con la diplomazia e la corruzione o il versamento di tributi talvolta anche molto pesanti che con il vero e proprio ricorso alle armi.
Come in tutto il mondo bizantino, la spiritualità aveva un ruolo centrale nella vita sociale e culturale. Il monachesimo greco, essenzialmente laico, ne fu il motore principale. Per ogni ceto sociale, dai nobili ai contadini, il monaco rappresentava, nel mondo bizantino, un vero modello esistenziale. Anche in Calabria, come in tutto l'Impero, fu elevato il numero dei monasteri privati costruiti spesso nei luoghi più impervi ed inaccessibili per garantire l'isolamento e la quiete che i monaci cercavano. Esempio più alto del monachesimo calabrese è senza dubbio la figura carismatica di San Nilo di Rossano. Di alta levatura morale e raffinata cultura egli godette di una certa fama ed autorità già in vita nonostante il grande rigore della sua scelta ascetica. L'agiografia monastica calabrese sotto i bizantini è ricchissima tanto da far meritare alla regione l'appellativo di aghiotokos ovvero "madre di santi".
Sotto il profilo economico la coltura del gelso era senza dubbio quella più redditizia in Calabria. Si trattava di gelsi da foglia piuttosto che da frutto, "mirati" alla sericoltura. La coltivazione di questa pianta subordinata a lunghi tempi di attesa prima di essere redditizia (circa 10 anni) era soprattutto nelle mani della Chiesa e dunque dell'Imperatore poiché nel mondo bizantino produzione e smercio della seta erano rigorosamente controllati dallo Stato. La presenza documentata di migliaia di alberi produttivi ci restituisce un'immagine della Calabria bizantina come in realtà molto ricca più che depressa dalle guerre e dagli scontri continui con gli arabi come nei luoghi comuni storici.
A livello commerciale il Tema bizantino di Calabria ebbe solidi rapporti con la Sicilia araba che costituiva mercato per le sue sete. Tant'è che invece del Nomisma circolava il Tarì, moneta araba battuta in Sicilia. C'è in ogni caso da notare che il Tema bizantino pagava anche agli scomodi vicini un pesantissimo tributo annuale in cambio della limitazione di razzie e scorrerie.
In epoca bizantina va rintracciata la radice della tendenza allo spostamento degli insediamenti dal mare alla montagna per motivi sia difensivi sia di salubrità data la condizione di palude di buona parte delle zone costiere. Questo è rimasto sino ad ora un aspetto caratterizzante del paesaggio antropizzato in Calabria anche se proprio nel XX secolo si è assistito al processo opposto: l'abbandono dei siti interni per quelli costieri più facilmente raggiungibili.
Nuovi e decisivi protagonisti sulla scena storica del Mezzogiorno bizantino sono i Normanni. Giunti inizialmente come milizie di ventura nei primi anni del sec. XI, i cavalieri del Nord intrapresero la conquista sistematica sia dei temi bizantini sia della Sicilia araba debolmente retta dai Kalbiti. Gli eventi precipitarono anche in relazione al grande scisma del 1054 che separò la chiesa costantinopolitana da Roma. Ciò sancì il sostanziale appoggio del Papa ai Normanni contro i Bizantini scismatici. Inoltre Roma, da tre secoli, non si rassegnava alla perdita delle diocesi siciliane e calabresi poste sotto il controllo diretto di Bisanzio. Di queste e da sempre meditava la riconquista. Nel 1059 Roberto il Guiscardo prendeva Reggio e nel 1071 con la caduta di Bari si poteva considerare concluso il dominio politico dei bizantini sul Sud d'Italia e l'inizio della massiccia latinizzazione del culto e della lingua, specialmente in Calabria e Sicilia.
Mille anni di lentissimo declino della Grecità in Calabria
Sta di fatto che la latinizzazione religiosa che era stata più rapida altrove trovò in Calabria una certa resistenza, addirittura apparente protezione presso i nuovi padroni normanni. Attenzione però a non immaginare una sorta di mondo bizantino intatto "senza Bisanzio". Già sotto i normanni se per alcuni decenni l'aristocrazia culturale greca in tutto il Sud Italia e in larga parte della Calabra otterrà un certo rispetto, dall'altra parte, in modo irreversibile, inizia la crisi del mondo ellenofono. I normanni stessi impiantavano esclusivamente nuove diocesi latine. Per motivi di prestigio, per non essere socialmente declassato, il clero greco si latinizzò. I bizantini, dunque, non sbagliavano a considerare strategico il legame fra centri politici e centri spirituali. La rarefazione dell'ellenofonia in Calabria può così essere parzialmente dovuta alla progressiva latinizzazione delle diocesi. Come osserva Vera von Falkenhausen, alla fine del periodo Svevo gli ellenofoni superstiti erano in genere contadini analfabeti incapaci di gestire le istituzioni religiose ed economiche greche. Sostanzialmente la cultura greca cambiò collocazione a tutto suo svantaggio. Da cultura dominante divenne cultura subalterna, sempre più legata ai ritmi ed alle funzionalità di un mondo interamente orale come quello pastorale e contadino. La latinizzazione che diverrà vorticosa dal XV secolo in poi verrà sia incoraggiata dall'avvicendarsi di dominatori di sicura fede romana (Angioini, Aragonesi, Spagnoli) sia, alla fine, dallo stesso clima della Controriforma.

21 febbraio, 2006

Come fare politica senza entrare in un partito politico.

A chi volesse rimproveragli il titolo, senz’altro provocatorio, Come fare politica senza entrare in un Partito (Feltrinelli, 2005), Giulio Marcon specifica fin dalla prima riga: “Questo non è un libro contro i partiti. E’ un libro a favore della politica diffusa e che ha come protagonista la società civile”.
A metà strada tra saggio politico, di analisi e proposta, e un manuale per l’auto-organizzazione, l’ultima fatica di Marcon, che segue altri due scritti di rilievo per il dibattito sul ruolo del volontariato, delle Ong e del Terzo settore, (L’ambiguità degli aiuti umanitari, Feltrinelli 2002, e Le utopie del ben fare, Edizioni Ancora del Mediterraneo, 2004) esce nel momento giusto. In una congiuntura cioè nella quale pressante si fa l’esigenza di costruire una nuova soggettività politica della sinistra, che possa superare, seppur senza prescinderne, la forma partito e valorizzare l’apporto innovativo di quei soggetti e strutture meta-politiche rappresentate non dai partiti o dai sindacati, ma dai cittadini che si auto-organizzano: i comitati locali, le nuove municipalità, insomma quei soggetti che dovrebbero invece formare parte integrante di un modello di democrazia, viva, critica e autenticamente partecipativa.
Marcon ci aiuta – sulla scorta di anni di esperienza diretta nel mondo della solidarietà e delle Ong – anzitutto a chiarire alcune premesse essenziali affinché la politica recuperi il suo carattere originario di servizio alla collettività. E’ vero, non è un libro contro i partiti o la partitocrazia, anche se non vengono risparmiate dure e giustificate critiche alla professionalizzazione della politica, ma un’esortazione lucida e consapevole alla costruzione di nuove forme di sussidiarietà e sinergia tra la politica istituzionale e quella diffusa e “molecolare” dei cittadini e delle comunità. Sullo sfondo resta l’imperativo di costruire quello che Marco Revelli definisce un nuovo “paradigma politico”, che presuppone un “ridimensionamento dell’enfasi sui mezzi di potenza”, rinviando alle categorie di “relazionalità” e “orizzontalità”. Questa “subpolitica” può essere intesa come configurazione di società dal basso “secondo linee e strumenti che rompono con le logiche ed i metodi della tradizionale politica statuale, prendendo atto del fallimento delle sue logiche e dei suoi metodi di fronte alle sfide ed ai rischi della società globale”.
L’analisi di Marcon si snoda intorno a due obiettivi. Quello pratico, quasi in forma manualistica, e quello politico al cuore del quale c’è il riconoscimento di quello che Jeremy Rifkin nel suo Il sogno Europeo definisce carattere policentrico della politica. Marcon propone però un ragionamento più avanzato. Il riconoscimento del principio della “pari dignità” delle varie forme della politica, dall’autogestione alla partecipazione, lungi dall’auspicare un drenaggio di energie e poteri dall’alto verso il basso dovrà infatti avere come fine ultimo quello di “creare le condizioni per liberare nuove risorse che allarghino lo spazio sociale e civile della politica tout court”. Se è infatti vero che la politica istituzionale necessita di un rinnovamento e di una “rifondazione”, è anche vero che la politica diffusa, quella della società civile e del volontariato, non è scevra di contraddizioni e limiti.
Continuando nell’analisi critica del mondo “non governativo” che ha contraddistinto i suoi lavori precedenti, l’autore riprende il concetto di “società civile”, definendolo a ragione un concetto “ameba” che può contenere molte cose ben differenti tra loro. Se da una parte la società civile può essere intesa come soggetto di politica “altra”, dall’altra può racchiudere in sé i germi del populismo o del qualunquismo. Al di là della cosiddetta “società civile”, operano poi altri soggetti portatori di contenuti, criticità e culture che anelano attraverso l’azione sociale collettiva e pratiche antagoniste non solo dettate dall’urgenza di resistere ma anche da quella di costruire quotidianamente alternative possibili. I movimenti sociali sono così caratterizzati da una dimensione politica che troppo spesso i partiti considerano degna di considerazione, ma sempre ad un livello subalterno.
Altro discorso vale per il Terzo settore, inizialmente caratterizzato da un “protagonismo civico e sociale” verso la realizzazione dell’interesse generale, dei beni comuni e di una democrazia dal basso. Purtroppo, agli intendimenti iniziali è sopravvenuto in molte delle componenti del Terzo settore uno spirito corporativo, di lobby, affaristico, tutto proteso a trarre vantaggio dalle lacune aperte dal venir meno del welfare state, indebolito a dismisura dalle politiche neoliberiste e di privatizzazione. Oggi, quindi, il Terzo settore vive – secondo Marcon – una realtà a due facce: l’una, quella di soggetto che si dedica alla promozione dei diritti di cittadinanza, l’altra quella di un soggetto che gestisce servizi in subappalto dalla sfera pubblica, rischiando di fornire un elemento anestetizzante di quei conflitti sociali e politici necessari per una democrazia viva e critica.
Oltre il Terzo settore, è il volontariato che nella sua storia ha cercato di mantenere il carattere di soggetto politico e di sperimentazione delle nuove forme della politica. Marcon identifica nel “volontariato” la concretizzazione di ciò che John Holloway definisce come il “fare”, elemento centrale per iniziare a pensare al potere e a cambiare il mondo senza prendere il potere: il poter-fare, dice Holloway, non è mai individuale ma sempre sociale. (John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere - il significato della rivoluzione oggi, IntraMoenia, 2002) . Un fare che però rischia di trasformarsi in perdita di soggettività se “coloro-che-fanno vengono privati della loro capacità di progettare”. Il volontariato, almeno nella sua storia nostrana, ha caratterizzato (in parte lo fa tuttora) il suo agire sulla scorta di un approccio critico verso le istituzioni. Ciò gli permette di mantenere la sua natura di soggetto politico, messo però a dura prova dalla legislazione nazionale che ha avuto un effetto “burocratizzante” e dall’espandersi delle attività imprenditoriali del Terzo settore. Poi c’è l’associazionismo che in Italia vanta numeri di tutto rispetto: oltre 120 mila sono infatti le associazioni a maggioranza nate dopo gli anni Ottanta e che mantengono una loro autonomia dai partiti su un totale di 200 mila. L’associazionismo ha il grande pregio di riuscire a “coniugare la dimensione dell’impegno per i diritti con il rifiuto della delega e una cultura della responsabilità e dei doveri verso la comunità”.
Qual è, allora, la sfida centrale per una rifondazione della politica? La politica istituzionale dovrà restituire sovranità ai cittadini, attraverso procedure volte a costruire una molteplicità di luoghi decisionali rompendo il circolo vizioso “partiti-elezioni-parlamento-governo” e inserendo una nuova dinamica: “protagonismo sociale-beni comuni-partecipazione-autogestione”.
Il punto, però, conclude Marcon, non è quello di contrapporre la democrazia diretta a quella rappresentativa o la società allo Stato, ma riconoscere che il processo è di lungo periodo e che si tratterà di passare da una politica per il potere ad una senza potere, dall’esclusivismo della rappresentanza, alla sua funzione relativa e strumentale”. Per far questo non si potrà prescindere da un contenuto etico, come dice Ekkerhard Krippendorf: “L’essenza della morale è politica e l’essenza della politica è morale”.
Sarà bene tenerlo bene a mente, ora e sempre.

20 febbraio, 2006

Il baronaggio mafioso e l'epopea garibaldina

Con un po' di spirito provocatorio, si potrebbe affermare che lo Stato italiano fu creato nel modo peggiore possibile, con gli uomini e le intenzioni peggiori.

E che ancora oggi ne stiamo pagando le conseguenze.

Capisco che ai cittadini calabresi, o lucani, o pugliesi che giorno per giorno sono impegnati nel tirare a campare, non interesserà troppo sapere che Giuseppe Garibaldi, che ci apprestiamo a festeggiare con i migliori onori (e spendendo un sacco di soldi), fosse farabutto e politicamente poco lungimirante.
Ma certo desterà almeno un po' di sconcerto a chi si batte concretamente contro le mafie sapere che Totò Riina, durante il suo super-processo, si vantò che i suoi avi fossero stati tra i protagonisti della patriottica impresa dell'eroe dei due mondi...


(Dalla "Storia della Mafia" di Giuseppe Carlo Marino, Newton Edizioni 1997, pagg. 16 e 17)

Garibaldi trascinò con sè nell'isola tutte le contraddizioni irrisolte del Risorgimento: il movimento unitario italiano sprigionò e mise in moto forze popolari, tracciò le linee di una riforma agraria che aggredì le proprietà ecclesiastiche fermandosi alla soglia dei latifondi dei baroni, potenziò la fame di terra dei contadini poveri; ma, nel complesso, nei suoi risultati finali, per i ceti popolari fu soltanto il sogno di una rivoluzione conclusosi con una disillusione (di cui fu tragico avvio l'eccidio proletario di Bronte, per opera di Nino Bixio) destinata a durare per decenni.

Da un punto di vista strettamente politico, gli unitari - sia gli elementi di sinistra del partito d'azione garibaldino sia quelli di destra, moderati o cavourriani - potevano comunque vantare una vittoria. Solo che, a vedere più addentro le cose, avevano vinto soprattutto per merito del baronaggio politico-mafioso; i Mille, infatti, non avrebbero fatto molta strada nell'isola, dopo lo sbarco di Marsala, se non avessero beneficiato dell'aiuto dei baroni e del loro seguito di borghesi e di mafiosi.

Quali premure, quali motivi indussero gente di tal fatta, non solo ad un appoggio generico alla spedizione garibaldina, ma a scendere direttamente in campo organizzando le squadre armate dei "picciotti"? La risposta resterebbe problematica se non potessimo disporre delle dichiarazioni rese dal duca Gabriele Colonna di Cesarò a una Commissione d'inchiesta di cui parleremo più avanti (trattasi della prima Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia, costituita con legge del 3 luglio 1875, e presieduta dall'onorevole Borsani; n.d.r.). Il suddetto duca rivelò appieno la "patriottica" strategia di classe del baronaggio siciliano con un giudizio assimilabile ad una vera e propria confessione:
"Io credo che la maffia sia un'eredità del liberalismo siciliano, perchè, quando cadde il feudalesimo o, dirò meglio, quando il feudalesimo rinunziò da se stesso al suo potere (nel 1812), i Borboni contemporaneamente ruppero la fede giurata alla Sicilia e da allora cominciò una lotta continua, implacabile tra la Sicilia e i Borboni. E dico la Sicilia perchè tutte le classi siciliane erano d'accordo in questa lotta, anzi l'aristocrazia siciliana trae il vanto di essere stata sempre d'accordo col popolo. Così è appunto che l'aristocrazia siciliana ha sempre avuta pronta e efficace la cooperazione del popolo in tutto ciò che si riferiva alla lotta contro i re di Napoli, come d'altra parte il popolo ha avuto sempre l'aiuto, la cooperazione e la direzione dell'aristocrazia. (...) Tutti i baroni, tutti i proprietari, tanto delle città come dell'interno, hanno sempre avuto una forza che stava attorno a loro e della quale essi si sono serviti per farsi giustizia da sè senza ricorrere al governo e della quale forza i sono serviti ogni qualvolta si èdato il segnale della rivoluzione. (...) Era poi naturale che quando si doveva fare una rivoluzione non si badasse tanto pel sottile alle fedi di coloro cui si ricorreva (...); per qualunque oggetto per cui in altre occasioni si sarebbe dovuto ricorrere alle autorità si ricorreva a questa gente, e per me qui sta lorigine della maffia".

Il documento, come meglio non sarebbe stato possibile, chiarisce con quali intenzioni l'aristocrazia siciliana, avvalendosi della "pronta ed efficace cooperazione del popolo", offrì il suo appoggio a Garibaldi: l'occasione fu subito utilizzata per infliggere un colpo mortale ai Borbone, con lo spirito antico di una classe abituata a "farsi giustizia da sè senza ricorrere al governo". L'ingiustizia alla quale si intese reagire consisteva nella drastica liquidazione, da parte del Borbone, del Parlamento siciliano e, più ancora, nella politica antifeudale avviata dallo Stato napoletano che, alla fine degli anni Trenta, fece persino balenare l'eventualità di una riforma agraria. Per l'antico ordine dei privilegi siciliani, la salvezza sembrò venire da Garibaldi, con quella strategia del "cambiare tutto per non cambiare niente" nella quale Tomasi di Lampedusa, acuto interprete delle tradizioni della sua classe, fa consistere il senso profondo della partecipazione siciliana al Risorgimento. La previsione era che, una volta liquidato l'arrogante Stato di Napoli, da Torino potessero venire tutt'al più dei fastidi, superabili nell'ambito di un nuovo patto tra i potentati siciliani e quel lontano re piemontese. Con questa prospettiva, i baroni si prepararono ad una nuova trattativa e intanto fecero il loro ingresso sulla scena della "rivoluzione" nazionale e la alimentarono con l'apporto decisivo della mafia, capace di controllare il popolo e di farne un ubbidiente e fedele strumento per la salvaguardia dei cosiddetti interessi e diritti siciliani, sotto la "direzione dell'aristocrazia". Fu così che personaggi mafiosi del tipo di Giuseppe Coppola, Santo Mele e Salvatore Miceli divennero "patrioti" e garibaldini, insieme a decine di altri capi delle squadre dei "picciotti", spesso costituite da ribaldi d'ogni genere, tra i quali numerosi erano i delinquenti comuni evasi dalle galere. Garibaldi, a sua volta, non andò troppo per il sottile nel vaglio delle qualità morali e dei precedenti penali di quello che fu definito lo stupendo popolo siciliano impegnatosi nella "rivoluzione nazionale".

Si potrebbe dire, forzando solo un poco i termini della realtà storica, che lo Stato unitario, almeno per quanto riguarda il comportamento della gran parte della classe politica, nacque in Sicilia nell'ambito di una strategia politica di tipo mafioso. Se si fa eccezione per i pochi autentici liberali dell'isola e per i patrioti formati dal mazzinianesimo, la maggioranza dell'establishment dell'isola dalla svolta unitaria nazionale attendeva una "libertà" equivalente alla possibilità di gestire in proprio, con minori intromissioni dall'esterno, gli affari siciliani. Ma anche gli autentici liberali e l'intero movimento garibaldino, per avere successo, dovettero tenere conto del senso e dei caratteri particolari di quell'attesa. E soprattutto dovettero accettare le speciali forze "popolari" dalle quali essa era sostenuta e alimentata.

19 febbraio, 2006

L’ITALIA RENDE OMAGGIO A GIUSEPPE GARIBALDI: PRESENTATE IN CAMPIDOGLIO LE CELEBRAZIONI PER IL BICENTENARIO DELLA NASCITA



Cultura
L’ITALIA RENDE OMAGGIO A GIUSEPPE GARIBALDI: PRESENTATE IN CAMPIDOGLIO LE CELEBRAZIONI PER IL BICENTENARIO DELLA NASCITA

ROMA\ aise\ – È stato significativamente presentato oggi, 9 febbraio, nel giorno del 157° anniversario della Repubblica Romana, il nucleo iniziale dei progetti di manifestazioni ed iniziative, in Italia ed all’estero, sorte intorno al Comitato per il Bicentenario Giuseppe Garibaldi Onlus, presieduto dalla pronipote legittima di Giuseppe Garibaldi, Anita Garibaldi.
Cornice dell’evento è stata la Sala del Carroccio in Campidoglio, dove la presidente è entrata scortata da un manipolo di eredi dei garibaldini, con tanto di camicia rossa e di fanfara. "Dopo una lunga e complessa preparazione che ha pazientemente tessuto una rete non solo in Italia, ma nei molti Paesi al mondo in cui è viva la memoria del mio bisnonno, oggi finalmente diamo inizio al programma celebrativo ufficiale per il Bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi", ha affermato Anita Garibaldi. "Ci incoraggia che tante alte cariche dello Stato e degli Enti locali, nonché autorevoli studiosi abbiano accettato di far parte del Comitato d’onore, nonché il caloroso messaggio fattoci pervenire dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che ci ha concesso il Suo Alto Patronato".
Un messaggio che sintetizza il mito e l’epopea garibaldina: "Giuseppe Garibaldi – ha scritto Ciampi – è stato un protagonista emblematico del nostro Risorgimento e l’artefice dell’Unità d’Italia. Ha combattuto con coraggio e passione per la libertà dei popoli, in Italia e nel mondo e per l’affermazione di quegli ideali universali di giustizia e di solidarietà che sono oggi alla base della nostra democrazia".
Nel corso del suo intervento, Anita Garibaldi ha poi annunciato che anche il Ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, ha concesso il Patrocinio al Comitato ed alle sue iniziative. "Nel prossimo settembre partirà un tour tangibile del Bicentenario, a simbolo dell’Unità che il mio avo tanto vagheggiò", ha annunciato. "Il tricolore originario, quello che trovò i natali a Reggio Emilia, farà il "suo" Giro d’Italia, condotto da illustri portabandiera, a cominciare, da Roma, con l’olimpionico Stefano Baldini".
All’incontro, è intervenuta, su delega del Sindaco di Roma, Walter Veltroni, la consigliera Franca Coen Eckert. Nell’occasione, è stata, inoltre, presentata la medaglia celebrativa del Bicentenario di Garibaldi, realizzata da "Collezioni Numismatiche".
Di grande interesse è la rete di manifestazioni, che sta diventando via via sempre più ampia e che coinvolgerà Enti locali e Comitati territoriali in virtuosa cooperazione, non solo in Italia, ma anche a Nizza, città dove il generale-marinaio nacque il 4 luglio 1807, in America Latina, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.
Si va dalla Regata "Mille vele per Garibaldi", da Fiumicino a Caprera e ritorno, in programma tra il 30 maggio ed il 3 giugno 2007, in concomitanza con le celebrazioni a Caprera del 2 giugno, che nell’anno del Bicentenario saranno particolarmente solenni ad altri eventi, previsti già a partire dal 2006, fra cui la rievocazione del celeberrimo incontro di Taverna Catena, organizzato dal Comune di Teano.
E, ancora, quest’anno avrà luogo il Concorso letterario, organizzato dall’Ente Parco Nazionale della Maddalena, "A Caprera con Giuseppe Garibaldi", che costituirà l’occasione di raccogliere documenti e testimonianze inedite tramandate presso le famiglie dell’area; a Talamone è in corso di organizzazione una colossale rievocazione in costume dello sbarco, con bande, sbandieratori ed inni d’epoca. Non è da meno Calatafimi Segesta, dove, fra l’altro, avrà luogo il "Raduno dei Motociclisti in Camicia Rossa"; dal 6 al 12 maggio 2006 il Comune di Marsala ha in programma il suo "Omaggio a Garibaldi", con concerti, una rassegna cinematografica ed un concorso per le scuole; Parma e Langhirano sono all’opera per la realizzazione di un volume sul Risorgimento nel proprio territorio e la riapertura del Museo Manara in una nuova sede.
A Comacchio si rivivrà lo sbarco di Garibaldi con Anita morente, mentre la Regione Marche è impegnata in un estesissimo programma che coinvolge 15 località diverse, compresa Macerata, di cui Garibaldi fu parlamentare, e un ampliamento che coinvolgerà anche la Repubblica di San Marino. Da Follonica e Scarlino parte un concorso, destinato agli alunni delle scuole medie inferiori e superiori della provincia di Grosseto, per lo svolgimento di un saggio sull’azione patriottica di Garibaldi, incoraggiando anche la ricerca di materiale inedito; la "Cavalcata Garibaldina" è il fiore all’occhiello di Melito Porto Salvo, che realizzerà un percorso rievocativo lungo l’itinerario seguito da Garibaldi ed i suoi uomini in Aspromonte. Inoltre, è in corso di organizzazione una "Cavalcata Garibaldina" lungo l’Italia, che terminerà a Nizza nel luglio 2007, con l’apporto dell’Ente Nazionale delle Guide Equestri Ambientali, coordinato da Mauro Testarella.
Roma capitale già negli ideali di Garibaldi sarà anche la capitale del Bicentenario: gli dedicherà, infatti, un Seminario che porrà in luce la misconosciuta opera dell’Eroe dei due Mondi per il risanamento del Bacino del Tevere, un percorso didattico–espositivo sul giovane Garibaldi e il convegno di studi "Garibaldi marinaio", che avverrà in partnership con la Marina Militare ed il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti. (aise)

PARCO OLD CALABRIA

Il nome di Calabria in se stesso ha non poco di romantico. Nessun'altra provincia del Regno di Napoli offre tale interesse promettente o ispira tanto prima di avervi messo piede ... "Calabria!", appena il nome è pronunziato, un mondo nuovo si presenta alla nostra mente, torrenti, fortezze, tutta la prodigalità dello scenario di montagna, cave, briganti e cappelli a punta, la signora Radcliffe e Salvator Rosa, costumi e caratteri, orrori e magnificenze senza fine!

E. Lear,
Diario di un viaggio a piedi, 1873, p.85

Fu un viaggio splendido l'attraversare quegli altipiani, con la vista dello Ionio dall'alto e il panorama dell'ampia vallata del Crati e dell'alta catena del Pollino, avvolta nella bruma del primo autunno, poggiando lo sguardo sui fianchi delle colline coperti di olivi. La strada gira intorno ai precipizi, dove scendono dal monte i ruscelli; sono ricoperti di querce da sughero, lecci e altra vegetazione; tra i rami volano rigogoli, ghiandaie, upupe e coracie garrule. Nell'inverno i gelidi venti dell'Appennino spazzano questi monti, ma in questa stagione è una zona stupenda.

N. Douglas,
Vecchia Calabria, 1998



Viaggiare in Calabria significa compiere un gran numero di andirivieni, come se si seguisse il capriccioso tracciato di un labirinto.
Rotta da quei torrenti in forte pendenza, non solo è diversa da zona a zona, ma muta con passaggi bruschi, nel paesaggio, nel clima, nella composizione etnica degli abitanti.
È certo la più strana tra le nostre regioni. Nelle sue vaste plaghe montane talvolta non sembra d'essere nel Mezzogiorno, ma in Svizzera, nell'Alto Adige, nei paesi scandinavi.
Da questo Nord immaginario si salta a foreste d'olivi, lungo coste del classico tipo mediterraneo.
Vi si incuneano canyons che ricordano gli Stati Uniti, tratti di deserto africano ed angoli in cui gli edifici conservano qualche ricordo di Bisanzio....

G.Piovene,
Viaggio in Italia, 1957, p. 659


Old Calabria è il titolo del resoconto di viaggio che Norman Douglas, raffinato ed eccentrico narratore inglese, scrisse nel 1915 al ritorno da vari viaggi in Calabria.
Ma è anche l’ispiratore di un'iniziativa della Fondazione Napoli Novantanove: il Parco Oldcalabria®, Norman Douglas e i viaggiatori del Grand Tour, un progetto volto a promuovere la conoscenza della regione, e delle sue zone più interne, a valorizzarne il patrimonio culturale ed ambientale, a scoprirne usi, costumi e consuetudini, ad apprezzarne odori e sapori: perché tornino ad essere, come é stato in passato, luogo di interesse e meta del turismo d’arte e di cultura.
Il Parco Oldcalabria® si ispira ai racconti dei numerosi viaggiatori, stranieri ma anche italiani, che a partire dal Settecento si spinsero con il Grand Tour alla scoperta del Sud d'Italia e della Calabria in particolare. A rappresentarli abbiamo scelto Norman Douglas, l'autore di Old Calabria, uno dei resoconti di viaggio più celebri e diffusi al mondo. Accanto a Douglas, il Parco ha posto tra i suoi ispiratori anche i più antichi viaggiatori, che prima di lui avevano visitato la regione, lasciandone memorabili testimonianze: Edward Lear, Francois Lenormant, George Gissing, Alexandre Dumas, Vivant Denon, Henry Swinburne, solo per citarne alcuni.
Guidati dai viaggiatori di un tempo, e dai loro resoconti, si organizzano veri e propri "viaggi letterari" lungo l’itinerario classico del Grand Tour in Calabria, alla scoperta dei luoghi dell’ispirazione letteraria.Si Attraversano i paesaggi montani di incomparabile e incontaminata bellezza. Si seguono le tracce dei grandi insediamenti magnogreci e quelle della religiosità bizantina che ancora sopravvive in chiese, romitori, grotte, feste e dialetti. Lanceremo uno sguardo ai tesori d'arte più recenti che incontreremo sul nostro cammino. Visiteremo antiche botteghe artigiane, rimaste intatte lungo i decenni, ove fanno mostra di sé tessiture a mano, rustiche ceramiche, giunchi intrecciati. E non trascureremo la natura, che in Calabria odora di bergamotto e di agrumi, si colora dell’argento degli ulivi, si sbriglia nella macchia mediterranea e offre ristoro in cale e insenature dalle spiagge bianchissime e dal mare intensamente blu.
Parco OldCalabria® si estende per circa duecento Kmq nelle province di Cosenza e Crotone, dal Massiccio del Pollino a Capo Colonna, la punta più orientale della Calabria. Abbraccia le diverse culture della regione - la bruzia, la bizantina, l’albanese, la magno greca - e corre lungo l’itinerario classico descritto nei racconti dei viaggiatori, attraverso una stupefacente varietà di paesaggi naturali e ambienti urbani.
Protagonisti assoluti dell’itinerario lungo il quale si snoda Old Calabria sono i paesaggi e le montagne - il Parco del Pollino e la Sila, un dentellato susseguirsi di vette, tutte addobbate da una superba vegetazione e vivificate da infinite fonti, torrenti, fiumare e laghi - e un fitto tessuto di centri interni, ricchi di storia e tradizioni, la cui fisionomia poco si discosta dalle suggestive descrizioni di Douglas. Sulle loro piazze si fronteggiano castelli baronali e cattedrali antichissime. Nelle chiese splendono altari lignei dorati. Abbazie e certose si nascondono nei boschi. Si susseguono i nomi celebri di colonie greche ricche e potenti, i lussi sibaritici e un costante slancio mistico e visionario da Pitagora a Gioacchino da Fiore ...


torre camigliati
parco oldcalabria®
87052 camigliatello silano
cosenza
tel +39 0984 578200
fax +39 0984 578200
www.oldcalabria.org
info@oldcalabria.org

fondazione
napoli novantanove
69 via martucci
80121 napoli
tel +39 081 667599
fax +39 081 667399
www.napolinovantanove.org
info@napolinovantanove.org




Parco Old Calabria

16 febbraio, 2006

AD OGNUNO I CARUSI SUOI !

IL 9 APRILE saremo chiamati come cittadini, come Calabresi, a scegliere il nuovo governo del paese, ma soprattutto i NOSTRI rappresentanti, coloro che dovranno rappresentare la Calabria e "fare i suoi interessi". E' inutile ricordare i TROPPI problemi che attanagliano la nostra regione e il nostro futuro, li conosciamo bene, li viviamo e cerchiamo di affrontarli giornalmente.

Quello su cui ti chiediamo di riflettere è un fatto GRAVE!

Per un gioco politico destinato ad accontentare tutti i partiti della coalizione e ad assegnare collegi “sicuri” ai singoli partiti, nella lista di Rifondazione Comunista in un collegio della Calabria è stato inserito, probabilmente come capolista, uno dei canditati più discussi all’interno di tutta la coalizione di centrosinistra, Francesco Caruso.

Forse il nome non vi dice niente, ma ve lo vogliamo far conoscere noi.

Francesco Caruso è soprattutto uno dei protagonisti dell'attivismo mediatico italiano, di quella componente del movimento No Global che vuole utilizzare le tecnologie informatiche e il Web come strumenti di controinformazione e di opposizione al servizio dei valori e delle battaglie di questo movimento.
Caruso ha sempre sostenuto che l'attivismo mediatico da solo non basta e si è quindi impegnato sempre in manifestazioni di piazza.
Il 15 Novembre 2002 insieme ad altre 19 persone è stato arrestato come fiancheggiatore dei Black Block, dopo i tragici fatti del G8 di Genova.
Di recente in varie interviste ha sostenuto di "non sentirmela di condannare i KAMIKAZE", e di voler "espropriare" la barca dell'On. D'Alema per aiutare i disoccupati.... Probabilmente non un santo non credete, ma sicuramente un "pagliaccio"? Lungi da noi però fare i giudici, ognuno può farsi una proprio idea ma quello che non accettiamo e non riusciamo a capire perché è stato mandato proprio in Calabria, non potevano candidarlo a Napoli?
Nessuno ha potuto dire e fare niente affinché questa candidatura non fosse presentata?

NOI NON CI SENTIAMO E NON CI POSSIAMO FAR RAPPRESENTARE IN PARLAMENTO DAL SIG. CARUSO.

Nel nostro blog abbiamo sempre cercato di essere politicamente super partes, ma in questo caso sentiamo l’obbligo morale di far conoscere le nostre idee.

NOI CARUSO NON LO VOTIAMO.
NOI CARUSO NON LO VOGLIAMO.

Da questo momento partirà una campagna anti-Caruso e vi chiediamo il vostro aiuto, NON VOTATE CARUSO.
Non possiamo dirvi di non votare Rifondazione, ma sappiate che se lo fate automaticamente il vostro voto andrà a lui.
Vi volete sentire colpevoli di mandare in Parlamento un tizio che ha definito”gente pessima” il ROS e dichiarato che appena verrà eletto proporrà di sciogliere questo reparto dei carabinieri?
Io non voglio prendermi questa responsabilità e credo neanche voi.
Fra gli addetti ai lavori è dato come sicuro prossimo onorevole, ma non hanno fatto i conti con la nostra volontà.
Fate anche voi come noi.


NOI CARUSO NON LO VOTIAMO.
NOI CARUSO NON LO VOGLIAMO.


Aderiamo alla iniziativa posta in essere dal blog Occhio Su Roccela, poichè riteniamo che certa gente debba stare fuori dalle istituzioni.

16 Febbraio - Messa in Suffragio di Francesco Fortugno

Melito di Porto Salvo ore 17.00 Parrocchia della Immacolata.

Inizio della messa in suffragio del compianto Onorevole Francesco Fortugno.
Don Benvenuto Malara inizia la funzione parlando dell’ Onorevole Francesco Fortugno, che aveva conosciuto di persona.
La sua vita e il suo lavoro sono stati una luce nel gran buio dei nostri tempi, ha rappresentato la speranza di una via giusta dell’ attività politica, che fosse di servizio e aperta alle problematiche della gente.
Il giudice Antonino Scopelliti affermava che un uomo ucciso dalle istituzioni è Cristo che muore e risorge.
Caini del nostro tempo, i quali si sono arrogati di costituire un tribunale alternativo a quello della società civile, hanno ucciso l’ onorevole Francesco Fortugno, come il Cristo fu ucciso da uomini senza fede. Ebbene Gesù Cristo e Francesco Fortugno sono due fiaccole: la fiaccola della fede e la fiaccola della speranza, affinché possa essere illuminata la vita delle genti accecati dall’ egoismo e dal materialismo.

Dio non ha forse scelto i poveri? Voi invece avete disprezzato il povero!

Dalla lettera di san Giacomo apostolo
Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria.
Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: "Tu siediti qui comodamente", e al povero dite: "Tu mettiti in piedi lì", oppure: "Siediti qui ai piedi del mio sgabello", non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?
Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?
Voi invece avete disprezzato il povero! Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi?
Certo se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura: "Amerai il prossimo tuo come te stesso", fate bene; ma se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori.

DAL VANGELO SECONDO MARCO 8.27.33
Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: "Chi dice la gente che io sia?". 28Ed essi gli risposero: "Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti". 29Ma egli replicò: "E voi chi dite che io sia?". Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo". 30E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.
31E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riproverato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. 32Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: "Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini".

Queste letture che non sembrano adatte ad una commemorazione dei defunti, si sposano bene per testimoniare cio che ha rappresentato la vita terrena di Francesco Fortugno
La lettera di San Giacomo Apostolo è un monito a non fare preferenze e distinzioni in base al censo o alla carica pubblica rivestita, poiché se si cede a questo modo di fare e pensare si nega Dio, poiché egli ha preferito i poveri per arricchirli con la fede. Tanti politici nella loro opera favoriscono i più agiati o i più potenti, spesso le persone cambiano atteggiamento, a seconda, che la esteriorità di una persona emani ricchezza o meno. E’ questo un modo sbagliato di condurre la vita, poiché un comandamento di Dio è “Amerai il prossimo tuo come te stesso” : non metterlo in pratica significa andare contro i suoi insegnamenti. Francesco Fortugno aveva fatto di quel comandamento il principio fondamentale della sua vita, poiché indirizzava la sua attività verso i meno fortunati e i maggiormente bisognosi e mantenendo un animo umile e aperto, senza cedere alle adulazioni del potere e alle degenerazioni del suo esercizio.
La vita di Francesco Fortugno ha sempre seguito la via maestra del sacrificio e del lavoro per il perseguimento dei suoi obiettivi. Gesù insegnava ai suoi discepoli che "il Figlio dell’Uomo doveva molto soffrire ed essere rimproverato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare".
Il rimprovero di Pietro rappresenta la tentazione di abbandonare la via della fatica e della lotta per accedere alle scorciatoie possibili per Gesù figlio di Dio, ma questi lo scaccia, in quanto egli ragiona secondo gli uomini non secondo Dio.
Certamente Francesco Fortugno , molte volte, si sarà trovato di fronte alla tentazione di prendere i metodi e gli atteggiamenti dei “dritti”, dei furbi, ma ha saputo sempre resistere alla tentazione perché ragionando secondo Dio aveva ben presente i veri valori della vita, che non sono certo ciò che si può ottenere con facili scorciatoie.
Tutti noi nella vita di tutti i giorni se ragionassimo secondo Dio e praticassimo di più i sentimenti della pietà e generosità scopriremmo Dio in ono cosa e in ogni momento, purtroppo la mente umana è debole e si affanna a inseguire pseudo valori che con Dio non hanno niente a che fare.
E’ la fede l’ elemento che può rendere possibile il miracolo di vivere secondo Dio. Ed è la fede quella per la quale il fratello nella fede Francesco Fortugno si è unito con Il Cristo nel momento della fine dell’iter terreno della sua vita e ora è lassù nella mensa del Signore e qui nel mondo terreno nei cuori e nella mente dei suoi parenti e dei suoi amici, i quali potranno sempre vederlo al loro fianco se useranno gli occhi della fede.
Il buio del nostro tempo è grande e Francesco Fortugno ha rappresentata una grande luce nelle tenebre, noi uscendo dal tempio del Signore dovremmo cercare di essere delle luci anche piccole, di modo che uniti tutti assieme possiamo continuare per sempre la luce del grande uomo e fratello nella fede che è stato Francesco Fortugno.




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14 febbraio, 2006

Manifestazione davanti al Consiglio Regionale.

Partenza da Melito alle ore 14.00.
Si va a manifestare davanti al Palazzo del Consiglio Regionale.
Due case famiglia per disabili mentalimeritorie e di eccellenza costrette a giungere alla più estrema delle proteste.
Portare le persone che alloggiano presso di esse davanti al Consiglio Regionale per sensibilizzare i membri di esso in merito al problema di adeguamento della parte di competenza della regione della retta giornaliera ferma a 40 euro nominali del 1986.
Se si considera che mai in 20 anni in queste strutture si sono registrati trattamenti sanitari obbligatori (i quali costano una annualità di degenza presso una di queste strutture) e che la retta giornaliera di queste stesse persone all' ospedale psichiatrico era di cinquecentomilire si può pensare ai miracoli che queste strutture fanno.
E poi al loro interno la vita è davvero familiare e tesa alla responsabilizzazione di ciascuna persona, i quali dopo venti anni sono riusciti a costruire una loro personalità e una loro piena coscienza di sè.
Da quattro mesi cercavano di essere ricevuti dai politici responsabili del settore, e per ottenere questo appuntamento si è dovuti scendere in piazza portando anche le persone su una carrozzella.
Una giornata importante e piena di significato per una lotta giusta e sacrosanta accanto a persone mitiche dell'associazionismo reggino.

LE PAROLE

Un poeta della Locride, il quale ormai da anni si è ritirato in un eremo dal quale osserva le cose del mondo con distacco, mi ha regalato un gioiello di saggezza, pregandomi di farvelo leggere.

LE PAROLE

Le parole escono dalla bocca,...
ma qualche volta ci capita di sbagliare...
le parole sono sillabe, dettagli di ogni cosa...
a volte due ragazzi litigano tra loro per le parole...
può capitare...
I nostri giorni sono popolati da cristiani...
che predicano comizi..e parole...
Io mi chiamo........................ Antonio e quando parlo....
mi esce un volume basso, debbo alterare le parole...
noi altri padri parliamo tra di noi..
e ci osserviamo negli occhi...parlando....
scandendo le parole....sillaba per sillaba...
volume e voce bassa...
le parole le abbiamo tutte dentro di noi...
ci comportiamo nel modo possibile, a parole nuove...
e le parole escono dalla bocca di ogni uomo e di ogni donna....
e i bambini sono contenti tra bambini...
e gli uomini parlano tra uomini...
e le donne parlano tra donne....
e ho finito le parole...

Lo osservo mentre ripiega il foglio in quattro consegnadomelo.....
mi osserva...è il momento del commiato....
me ne vado.....
lasciandolo al suo silenzio....
ritornando al mondo del caos e del rumore.

13 febbraio, 2006

Talento arabo

Il mio amico Faris mi ha chiesto di tradurre e pubblicare questo suo articolo (http://faris0204.skyblog.com/). Lo faccio volentieri, e mi unisco a lui nel condannare tutti gli estremismi e tutti gli imperialismi.

È diventato evidente nelle ultime settimane che gli Arabi posseggono un talento molto speciale… quello di giudicare senza prima capire la situazione, considerare le differenti forme di azione e le loro ripercussioni. Ciò a cui mi riferisco in particolare sono le barbare e scimmiesche manifestazioni di Damasco dei giorni scorsi. Perché gli Arabi fanno sentire la loro voce in un modo tanto deplorevole? E poi abbiamo la FACCIA TOSTA di rimanere sorpresi quando il resto del mondo ci considera violenti, estremisti e terroristi! Probabilmente noi (e la nostra grande civiltà) godremmo migliore reputazione se non assassinassimo persone innocenti. Non è davvero una sorpresa per me che noi Arabi stiamo toccando il fondo: innumerevoli dirottamenti, attentati kamikaze, rapimenti – tutti effettuati dalle stesse popolazioni che hanno padroneggiato l’algebra, la geometria e l’astronomia – e sempre “nel nome della Palestina”, oppure “contro gli imperialisti americani”. Non è davvero sorprendente che con una larghissima maggioranza di “Musulmani buoni” si pensi che la nostra religione incoraggi la violenza, l’odio e la brutalizzazione delle donne. Quando si capirà che Israele non andrà da nessuna parte, e che l’UNICA soluzione è una federazione (come la Svizzera)? Quando si capirà che le truppe americane che stazionavano (ed ANCORA stazionano) nel Golfo, stanno là su richiesta di ciascuno dei rispettivi governi? È alquanto stupido chiamare gli Americani “imperialisti”, quando proprio noi abbiamo degli “intellettuali” che ci spronano ad una RIVOLUZIONE ISLAMICA GLOBALE. Se questo non è Imperialismo, allora veramente non so che cosa sia. È anche piuttosto ipocrita che il governo saudita richiami i suoi ambasciatori da Copenhagen a causa di una vignetta su un giornale indipendente (e NON GOVERNATIVO), quando il suo Ministro della Pubblica Istruzione promuove libri di testo che incitano all’odio religioso e all’intolleranza. (Io stesso ho visto questi libri e li ho letti). Perché i Danesi dovrebbero rispettare tutte le religioni, quando solo i Musulmani possono praticare la loro religione in Arabia Saudita, e nessun Ebreo è ammesso nel “Sacro Regno”? Inoltre perché sembra che gli Arabi pensino che l’Islam sia l’unica religione ad essere stata parodiata? E perché poi si pensa che sia la prima volta che si facciano caricature dell’Islam? E ancora, come si può pensare che boicottando aziende come Arla, Puck e persino la kuwaitiana KDD (Kuwaiti Danish Dairy) ci si vendichi di un GIORNALE danese? È possibile che proprio noi Arabi, che abbiamo mostrato al mondo la matematica complessa, non sappiamo fare nemmeno due più due? Un ultimo punto: uno dei maggiori insulti che si possano fare è quello di bruciare una bandiera. Ci sono persone che sono MORTE e hanno SOFFERTO per la bandiera che loro cospargono di benzina e bruciano. Una bandiera nazionale rappresenta un governo, un popolo, un modo di vivere. Porta con sé tanti sentimenti di patriottismo, a cui si associano concetti come “la mia casa”, “la mia gente”. Perciò, secondo me, bruciare una bandiera è un’offesa persino superiore di una vignetta satirica… Held og lykke, Danmark!

11 febbraio, 2006

IL GIORNO DEL RICORDO

Il 10 febbraio è il giorno che l'Italia dedica alla memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle Foibe e dell'Esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati.
Come Blog siamo vicini alle vicende di questi connazionali, i quali subirono immani
delitti per mani degli slavi e per mano dei propri connazionali, che prima non diedero loro asilo, e, poi, per molto tempo li disprezzarono, li maltrattarono e poi li dimenticarono.
Riportiamo qui le parole del professore Claudio Antonelli. Affinchè il ricordo non sia solo esercizio retorico, ma sia l' iinzio di un percorso teso a sanare le ferite ancora aperte della Storia Italiana, e che certe ricostruzioni storiografiche di "comodo" hanno preferito ignorare.

Il fascismo dei fascisti e il fascismo degli antifascisti

Vi sono grandi differenze tra il fascismo degli esuli “fascisti” e il fascismo degli antifascisti. Tra le tante io ne sottolineerò solo alcune.
Il fascismo dei fascisti è durato solo vent'anni. Il fascismo degli antifascisti dura già da 12 lustri e sfiderà certamente i secoli.
Le biblioteche del mondo intero straboccano di libri condannanti il “male assoluto”. Ma neanche nelle migliori biblioteche nordamericane vi è un solo libro che tratti della tragedia nostra, di noi “fascisti” per acclamazione.
I fascisti dell'antifascismo hanno i loro partiti in parlamento. I fascisti del fascismo non potranno mai contare su un partito di "rifondazione nazifascista": il fascismo è morto e sepolto.
La "campagna d'odio e d'intolleranza che il fascismo ha alimentato contro gli slavi" – come da più parti si è ripetuto nella “mailing list Histria” – spiegherà una parte dell'odio e dell'intolleranza che quest'ultimi hanno manifestato e manifestano contro di noi, italiani di quelle terre. Ma la "campagna d'odio e d'intolleranza" del fascismo non spiega né l'odio né l'intolleranza né il gusto del sangue che le etnie slave hanno mostrato, ripetutamente, “urbi et orbi” e “ad nauseam”, nei loro rapporti reciproci. Le vittime del tribalismo balcanico, manifestatosi anche nel corso della storica lotta di liberazione contro il nazifascismo, sono infatti di molto superiori alle vittime subite ad opera del nazifascismo stesso.
Sotto il fascismo non vi è stato dalle nostre terre un esodo di slavi. Il comunismo di Tito, invece, ha svuotato quelle terre della popolazione italiana.
I figli degli esuli “fascisti” delle terre adriatiche hanno dovuto subire l’indifferenza e l’ostilità dei fratelli italiani, nell’Italia nata dalla resistenza, e che ha avuto per tanti anni in parlamento il più forte partito comunista dell’Occidente. In Italia, paese così pacifico, è prosperato il terrorismo antifascista delle Brigate Rosse. Ma neanche un petardo è esploso, in segno di protesta, quando il governo italiano ha rinunciato alla zona B. I nazionalismi più diversi hanno trovato in Italia tribune ed onori – vedi il nazionalismo nordvietnamita e quello russo-sovietico – ma non si è mostrato nessun rispetto per il nostro dolore per la perdita delle terre adriatiche.
I comunisti della ex Jugoslavia, una volta finito il comunismo, sono rimasti ai posti di comando, sia al governo sia riciclandosi in ricchi imprenditori. Nessuno ha chiesto loro i conti. In Italia i comunisti pontificano ancora, gran moralizzatori con l’erre moscia. I complici della sanguinosa utopia dei gulag non si trovano oggi sul banco degli imputati, ma possono continuare a suonare la grancassa dell’antifascismo. Loro non devono difendersi da nessuna accusa.
Quanti profughi giuliano-dalmati hanno lasciato l’Italia per tema che il comunismo finisse col prendere il potere nella Penisola. L’hanno pagato caro, loro, l’anticomunismo. Specie se scelsero di andare a vivere in paesi come l’Argentina, dove molti di loro oggi tirano avanti stentatamente. A meno che non ricevano la pensione italiana, come l’hanno ricevuta e la ricevono ancora molti infoibatori antifascisti. Il che è – se mi si permette questo parallelo – come se Israele inviasse una pensione agli ex criminali nazisti in Paraguay o in Argentina.
Quando sono voluti tornare per una visita nel luogo di nascita, gli esuli giuliano-dalmati hanno dovuto fare i conti con doganieri che non tolleravano che nel passaporto la località di nascita fosse indicata ancora col nome italiano. E in visita ai luoghi di nascita hanno spesso dovuto subire la violenza verbale e l’antagonismo di queste razze occupanti le nostre case, e mai paghe del proprio trionfo.
I figli e i nipoti delle vittime dell'intolleranza etnica fascista possono tranquillamente oggi vivere nel paese dei loro nemici: l’Italia. Le vittime di quell'altra intolleranza, l’intolleranza di quelli che sono stati visti per anni come i nostri buoni vicini dell’est con cui intrattenere rapporti costanti di buon vicinato – rapporti da intrattenere da parte nostra stando in posizione supina – sono dispersi ai quattro angoli del mondo. La lacerazione per loro non si è mai sanata. Il mitico “estero”, tanto celebrato in Italia, paese dell’antipatriottismo viscerale, non si è trasformato sempre in una nuova patria. E nella patria d’origine sono stati per anni tacciati di fascismo e persino considerati slavi dai fratelli italiani, che dicono Pula invece di Pola e Rijeka invece di Fiume. Nei documenti ufficiali sono nati “in Jugoslavia”, oppure “in Croazia", oppure “in Slovenia”. Ma forse per gli italiani, ammalati di una grottesca esterofilia, dire che i giuliano-dalmati sono nati nel mitico estero e in uno dei territori già facenti parte della gloriosa – così almeno è stata vista per tanti anni – Jugoslavia è una forma di complimento.
Inutile dire che i giuliano-dalmati sono completamente ignorati sia dalla Storia sia da Hollywood. Cinecittà si è solo interessata all’italiano cacasotto. La guerra perduta ha fornito preziosi spunti di parodia ai nostri attori saltimbanchi. Il pubblico da parte sua si è spellato le mani, per anni, sbellicandosi.
All’estero – in Nord America soprattutto - i giuliano-dalmati, come italiani, sono stati e sono visti come una razza propensa al crimine. Hanno dovuto subire l'onnipresente cliché di mafia. Ma se non altro si sono visti riconoscere una patente di italianità che in Italia non hanno sempre avuto. Devono però stare attenti ad altri clichés: se usano la parola olocausto, riferendosi alle foibe, rischiano una tremenda accusa...
Ci dicono che in Italia le cose sono cambiate nei nostri confronti Ma l’orgia di celebrazioni retoriche, in occasione della Giornata della Memoria, entrata nel secondo anno [divenuta “Giorno del ricordo”] non può annullare il totale menefreghismo che ci ha circondati per mezzo secolo. E tante dichiarazioni di solidarietà sono state espresse senza slanci, senza passione, senza pietà, a tavolino, per opportunismo, tenendo ben presenti le strategie politiche, le ideologie, il calcolo del dare e avere, relativizzando la nostra sofferenza, continuando sempre a parlare di fascismo e di antifascismo, cercando le cause “a monte”, facendo ragionamenti astratti. Cosa volete, questi italiani brava gente, finita la giornata della memoria, dovranno pur continuare a celebrare la liberazione, che ci ha liberati anche da una scomoda appendice nazionale. Questa brava gente, dopo tutto, è capace di piangere col cuore, a calde lacrime una sconfitta, ed è pronta ad abbrunare la propria bandiera, ma solo per una sconfitta dell’Italia sul campo da gioco.
In occasione della Giornata della Memoria, il governo di Lubiana ha invitato gli Italiani a non giudicare le foibe “fuori del contesto storico”. Avviso inutile, poiché per mezzo secolo gli stessi italiani ci hanno tenuti semplicemente “fuori della storia”. Ed è sorprendente che in un paese come l’Italia, abitato da persone con un senso spasmodico del paesello, attaccatissime alla radice locale, con un forte amore per il proprio dialetto, la gente si sia dimostrata così tetragona a capire il dramma di chi ha perso, per sempre, il proprio angolino di terra, tanto speciale per chi vi è nato, perché mondo con una sua lingua, una sua cucina, una sua memoria, con i sui mani, i suoi cimiteri, e speciale perché situato, ai limiti di Roma, in mezzo ai gorghi etnici.
Fatto paradossale e direi quasi inspiegabile: noi, sopravvissuti della pulizia etnica jugoslava, siamo afflitti da senso di umanità e - diciamolo pure - da una mitezza cronica che ci fa provare pietà per tutte le vere vittime di qualunque razza queste siano, al di là di ogni ideologia. Perché non siamo stati educati all’odio. Noi non ci siamo laureati nelle “università popolari” dell’odio, numerosissime nella terra del “Morte al fascismo, libertà ai popoli!”. Il fascismo dei nostri genitori, o almeno di quelli miei “fascistissimi”– fatto che certamente stupirà i cattedratici studiosi del male assoluto - non era basato sull’odio. Era basato sull’amore per Roma, per Dante, per l’Italia.
Questa mancanza di sentimenti forti, quest’assenza in noi di odi tribalistici ci rende particolarmente vulnerabili, quando viviamo sotto altri cieli, lontani dalla madrepatria. Ma dai nostri genitori – come ho già detto - non siamo stati educati al culto dell'esclusione e della rivincita da attuarsi col ferro, col fuoco e col sangue.
E noi, figli dei “fascisti" delle terre irredente, al contrario dei nostri conterranei dell’ex magnifico mosaico di popoli perpetuanti nei secoli gli odi tribalistici, non abbiamo la soddisfazione di poter trasmettere ai nostri figli, nati sotto altre bandiere, in terre così lontane dal dramma dei loro genitori, l'odio inebriante e fortificante che dà certezze, garantisce la continuità e riempie il vuoto della nostalgia. Il nostro patriottismo, infatti, è basato sul rapporto sacro con la terra di nascita, e non sulla razza e sul sangue. E i nostri figli sono nati in un’altra terra: la loro patria. Una buona notizia quindi per tutti gli antifascisti, dilettanti e professionisti: il fascismo dei nostri padri morirà con noi.



Claudio Antonelli