31 marzo, 2006

Il vescovo Bregantini e la Locride

di Nicola Zitara

Catapultato credo nel 1954 o '55 , poco più che venticinquenne, a fare il capolista del blocco popolare nelle elezioni comunali di Africo, ebbi modo di conoscere Umberto Zanotti-Bianco e Giuseppe Isnardi, il primo guida dell'Associazione Nazionale per la Lotta all'Analfabetismo. Suo discepolo e braccio destro, il secondo. Erano entrambi piemontesi ed entrambi amavano la Calabria come nessuno di noi calabresi ha saputo amarla; credevano nei calabresi come mai nessuno di noi ha saputo credere.
Zanotti-Bianco aveva cominciato proprio nella Africo aspromontana la sua missione di archeologo e meridionalista, Isnardi, che aveva voluto insegnare a Catanzaro onde fare il meridionalista da dentro, conosceva come nessun altro i problemi della comunità africhese.
Quando ho cominciato a inquadrare la personalità di Giancarlo Bregantini, trentino, nominato vescovo di Gerace - la diocesi a cui appartiene il mio paesotto - il ricordo di quei due uomini è riesumato dai meandri della memoria in cui il trascorrere dei decenni lo teneva conservato. Come le due polverose icone della mia giovinezza, l'uomo Bregantini - anche lui calato qui da un mondo in cui l'attività produttiva è una normale proiezione della personalità umana - crede che le pecore del gregge calabrese che, a guardarle, sono tutte nere fino al midollo delle ossa, se guidate da un buon pastore possano diventare tutte bianche.

Un caro amico mi raccontò una volta quest'apologo.
Dio, preoccupato del fatto che nessun calabrese salisse più in Cielo, mandò lo Spirito Santo a vedere cosa stesse succedendo. Lo Spirito Divino partì subito e prese a sorvolare la Calabria in lungo e in largo, a scrutare cosa facessero gli uomini. Volò dallo Stretto fino al Pollino, dal Tirreno al Jonio, da Palmi a Crotone, da Crotone a Cetraro, da Cetraro a Rossano, ma non vide l'ombra d'un uomo.
"Se ci fosse stato uno dei soliti terremoti, l'avrei saputo. Ma cos'è mai successo, che io non sappia già?"
Coscienzioso, come ben deve essere lo Spirito Santo, riprese a volare. Volò su montagne boscose e su mari inquinati, su città di robusto cemento e su poveri e antichi casali. I muri erano lì, ma gli uomini non c'erano. Stanco alla fine, planò su un tratturo di montagna. E mentre era lì a riposare, lontano, alla svolta apparvero due uomini, due contadini malvestiti e armati di doppietta.
"Due cacciatori", pensò lo Spirito Santo, e si affrettò a prendere sembianze umane; le sembianze di una persona autorevole, di uno che poteva essere immaginato come un ministro, un deputato, l'onorevole Marco Minniti, un direttore di banca, un capo 'ndrina. E quando i due gli furono davanti, li bloccò con un gesto imperioso. "Mi spiegate, oh compari, perché in giro non c'è nessuno?"
"La gente si nasconde in casa per non pagare..."
"Non pagare che cosa? A chi?"
"Pagare il suo obolo a Dio e agli uomini."
"Ma Dio vuole solo Fede, e gli uomini chiedono soltanto Amore."
"No, sono morti entrambi. Siamo usciti di casa proprio per andare ai funerali."
"Ma, se andate ai funerali, vuol dire che rimpiangete la Fede e l'Amore…Vedo che siete due uomini buoni. Sono lo Spirito di Dio e voglio farvi una grazia. Soltanto uno di voi chiede. Avrà quello che chiede per sé, e il doppio per l'altro."
I due presero a schernirsi. Ognuno voleva che fosse l'altro a formulare la richiesta. Alla fine l'anziano la vinse e toccò al giovane parlare.
"Parla, dunque", disse lo Spirito Santo.
"Ma siete proprio sicuro che siete lo Spirito Santo?"
"Giuro su Dio."
"No, non giurate. Qui giurano soltanto gli uomini d'onore. Datemi, invece una prova".
Lì vicino c'era una siepe di rovi, e lo Spirito Santo, per togliere ogni dubbio all'incredulo, la trasformò all'atto in un roseto in fiore.
"E siete proprio sicuro che l'altro avrà il doppio?"
"Sicuro. Parola del Signore."
"Se è così, allora cavatemi un occhio, Signore."

I calabresi non hanno né fede né amore né amicizia. Ma forse non è la loro indole ad avere la responsabilità di tale guasto, ma la loro storia, soprattutto quella più recente, quella che ha visto spegnersi il mondo contadino per magia torinese e non in forza di un travaglio e di una fatica locale.
Vi lascio immaginare i pastori d'Aspromonte a far concorrenza alle buste di Parmalat!
Non dico che questo mondo non può cambiare per via d'esempio e di buone azioni, ma se questa deve essere la strada, i missionari non bastano. Se cinquant'anni fa ad Africo, invece di un solo Isnardi, fossero calati da Torino duecento Isnardi e avessero preso in mano la guida del paese, io, candidato a sindaco, perdute le elezioni, non avrei ringraziato Dio d'avermele fatte perdere.
Il discorso vale anche per Bregantini, un uomo di Dio con quei cosi, capitato fra i pagani; un essere vivo, un prete senza pancia, uno che forse crede veramente nella bontà del cuore umano. Ma solo, non farà più di quel che riuscirono a fare Zanotti-Bianco e Isnardi. Cioè niente. Per cambiare la Calabria con il metodo dell'esempio bisognerebbe che qui arrivasse una legione di trentini a dare testimonianza che Dio esiste veramente.
Tutti trentini: il presidente della Regione, i consiglieri regionali, i deputati, i giudici, gli uscieri di pretura, i sacrestani, i maestri, i bottegai, gli albergatori, i sindaci, gli assessori, gli impiegati comunali e quelli delle poste e delle banche, gli avvocati, i medici, gli infermieri.
Dell'assenza di sodali, il fervido Bregantini si sta accorgendo, purtroppo, a sue spese. Infatti, avendo creato a Locri un'istituzione per aiutare con piccoli mutui gli imprenditori che correvano il rischio di finire (o erano già finiti) nelle grinfie dell'usura, pare che abbia perduto gli interessi e anche il capitale.
La cosa ci fa un grande disonore. Ancora peggio sarà quando i farisei del giornalismo scritto e parlato - dopo averlo applaudito per anni - si avventeranno per dire che l'uomo è stato un ingenuo, mentre il sistema era bello, è bello, e bello resterà.
Io credo invece che l'uomo sia tutt'altro che un ingenuo. Forse è soltanto buono. Sa bene quel che pensiamo e sa anche che a Gerace non arriveranno mai tremila trentini a dagli man forte. Sa che, qui, se mai arrivano tremila uomini, saranno tremila carabinieri, che porteranno ordini esterni e leggi forestiere. Ma per lui, come per Isnardi, l'idea che sia l'Italia la causa di tutti i nostri mali non è concepibile.
Uno come lui, quando vedrà chiuse tutte le vie d'uscita, si piegherà in ginocchio e chiederà a Dio un'ispirazione. Ma forse Dio - molto più saggio - sta trattenendo un attimo il fiato per vedere come reagirà il vecchio compare che dovrebbe essere accecato da tutti e due gli occhi.

30 marzo, 2006

FATTI INSPIEGABILI.


. Le leggende di ogni regione d'Italia, seppure diverse tra loro, narrano spesso di anime che, sepolte in terra non consacrata, oppure in luoghi non di culto, non riescono a trovare la pace perpetua tanto ambita. E come reagiscono queste anime? Vagando inquiete, apparendo in sogno a parenti ed amici, manifestandosi durante sedute spiritiche... sempre con l'intenzione di poter far conoscere il proprio desiderio. Crediamo però che si sia assistito ad un fatto clamoroso: il 23 giugno 1971 l'anima di un giovane morto venti anni fa si sarebbe temporaneamente «reincarnata» nei corpo della sorella, indicando il luogo (sconosciuto) ove il suo corpo era sepolto e chiedendo che fosse traslato al cimitero del paese natio! Il fatto è avvenuto a Serra San Bruno, in provincia di Catanzaro (oggi di Vibo Valentia). Se ne sono occupati anche i giornali locali, ma più come fatto di cronaca che altro, tralasciando completamente di occuparsene dal punto di vista metapsichico. Già altre volte, in sogno, il giovane — morto una ventina di anni fa — aveva manifestato la propria inquietudine ai parenti, i quali avevano creduto di risolvere la questione facendo celebrare delle Messe in suffragio dei defunto. Ma il fenomeno continuava a manifestarsi, specialmente nella sorella del morto, che tuttavia non arrivava a comprenderne le cause: e allora lo spirito, inquieto ma non domito, prese una drastica decisione. Così a Serra San Bruno una donna, una giovane massaia, conosciuta da tutti, onesta e laboriosa, ha avuto nel proprio corpo, improvvisa e prepotente, l'anima del fratello morto venti anni prima, che si è manifestata subito parlando con quella voce che i parenti sbigottiti hanno riconosciuto per la voce del morto. Ha chiesto che rintracciassero la sua tomba, e traslassero la salma dal luogo ove si trovava sepolta, al cimitero di Serra San Bruno. — Cercatela, trovatela, altrimenti non avrò mai pace! — gridava la donna con la voce di uomo e come indemoniata si contorceva per terra tra atroci sofferenze. I familiari, sbigottiti ed allibiti, non riuscivano a comprendere ed a spiegarsi la strana situazione creatasi nella loro casa. E la voce del morto, per bocca della donna, non dava tregua. Fu cosi che il marito della donna, coadiuvato da altri familiari, si mise a girovagare senza troppa convinzione...per i cimiteri dei paesi vicini, estendendo via via le ricerche fino a Savelli, nella Sila Grande, a circa 150 Km. da Serra San Bruno. Là il poveretto diceva di essere sepolto, ma nessuno sapeva niente della salma, nemmeno il custode del cimitero: si, forse, c'era stata una salma corrispondente a tale nome, ma ora, dopo venti anni... Sconsolati i parenti tornarono a casa: ma se quanto avevano fatto bastava a mettere in pace le proprie incredule coscienze, non era sufficiente all'anima del defunto, che intanto diventava sempre più autoritario e più sicuro di se stesso. Infatti appena udito il racconto degli ultimi eventi, la donna fu presa da una crisi ben più forte delle precedenti: con la solita voce del defunto fornì indicazioni estremamente esatte, indicando un angolo quasi abbandonato del cimitero di Savelli e l'esatta posizione di una tomba senza nome tra due vecchie croci corrose dal tempo e dalle intemperie. Inutile dire che tutti i particolari concordavano e i parenti — sempre più stupiti — poterono accertare con un brivido che la salma era stata misteriosamente esumata e traslala proprio... ove indicato! A questo punto non rimase che sbrigare le formalità di legge per il trasferimento del corpo del defunto a Serra San Bruno: e non appena la salma toccò la terra del cimitero tanto desiderato, l'anima finalmente in pace, abbandonò il corpo della sorella. La donna tornò immediatamente alla realtà, ma senza riuscire a ricordare alcun particolare dei brutti momenti passati e della tenebrosa vicenda vissuta! “ Io non ricordo niente, che cosa devo dire? ” (afferma la donna che, ovviamente, ha ripreso la propria voce naturale e la propria tranquillità interiore) “ Io non ne voglio sentir parlare, lasciatemi in pace! ” Come darle torto? Dell'incredibile ed inspiegabile fatto si stanno occupando i teosofi, cercando una spiegazione che avvalori alcune teorie della reincarnazione (anima potrebbe vivere successive esistenze. trasmigrando — dopo morto il corpo — in altri esseri viventi). Si dice anche — ma lo riportiamo a puro titolo di cronaca — che Serra San Bruno fosse invaso dagli spiriti la notte della raggiunta pace eterna da parte della sventurata anima; di certo c'è che Serra San Bruno è stata mèta di curiosi venuti da ogni luogo per farsi raccontare lo strano episodio e per vedere da vicino questa massaia, protagonista di uno dei casi più incredibili, e per ora inspiegabili, del XX secolo!

29 marzo, 2006

ATI', LA DAMA VELATA





Sulla sponda dello Ionio verso l'Aspromonte, sulle cime che scendono frastagliate e ventose verso Capo Spartivento, fra i boschi e le creste dei monti, sopra la vallata della fiumara Bonamico, si leva uno sperone roccioso coronato dalle rovine di un castello: è il castello di Atì. Il luogo è selvaggio e inospitale, anche se pieno di suggestioni, la roccia sprofonda a picco fino al greto del torrente e i ruderi del castello quasi si confondono con la vegetazione spontanea. Questo castello ha una storia, una storia che ha dato adito ad una leggenda che dice di un'immagine di donna velata che pare sporgersi alcune sere guardando verso il crinale dei monti. Vi era un tempo la città di Potamia, dove viveva un nobile signore, un conte altero e insolente, tanto che per i suoi modi ostili e villani si era attirato l'odio di tutti. La sua continua alterigia gli procurava forti contrasti anche con i suoi pari e spesso osava sfidare apertamente in duello coloro che gli recavano anche lievi offese. Una volta un nobile suo pari ebbe a scontrarsi con lui per una questione e il conte, adirato, lo uccise; dopo l'assassinio lo assalì il terrore della vendetta dei parenti della vittima e decise quindi di rifugiarsi in quel castello solitario in compagnia solo della sua figliola e di un paggio. La figlia del conte era molto bella e, diversamente dal padre, mite e dolce di carattere; il paggio ere poeta e menestrello e rallegrava le prigionia della fanciulla raccontando antiche storie e suonando il suo liuto. Il castello, una volta alzato il ponte levatoio, era imprendibile, protetto com'era dai profondi burroni e dalle rocce e neppure le più potenti macchine d'assedio potevano far nulla contro quelle torri sfidate solo dai venti. Nella torre maggiore il conte aveva costruito un mulino a vento e in una cisterna aveva raccolto l'acqua piovana cosicché, anche se isolati, non mancasse mai pane fresco. Sicuro della sua fortezza, il conte leggeva le antiche canzoni cavalleresche che parlavano di eroi, di maghi e di incantesimi e nella solitudine ascoltava il rumore degli alberi dei boschi e il fragore dei temporali. Anche la bella Atì leggeva, o ricamava, o seguiva con gli occhi il volo degli uccelli dai monti fino al mare e, quando la malinconia la raggiungeva, chiamava il paggio e lo invitava a cantare le sue canzoni. Fu così, fra la solitudine e la poesia di quei canti, che la ragazza e il paggio si innamorarono, ma ella per pudore non lo fece capire ed egli, per rispetto, fece altrettanto. I nemici avevano ovunque delle spie che, ascoltando il suono del liuto e vedendo i lumi accesi fino a tarda notte, capirono quello che stava accadendo fra i due giovani; decisero quindi di inviare un messaggio al paggio in cui era scritto che se egli li avesse aiutati a conquistare il castello, abbassando il ponte levatoio, loro lo avrebbero ricompensato consentendogli di sposare la contessina. Il giovane paggio aveva sentimenti nobili e non si prestò al tradimento, ma ogni giorno era più angosciato e più innamorato che mai e ogni notte il suo cuore era tormentato da mille dubbi. Ma un giorno che la bella Atì era più dolce del solito e l'arcigno conte più sgradevole del solito, decise che avrebbe compiuto il tradimento e si chiuse nella sua stanza scrivendo una nuova canzone, una ballata religiosa che aveva come tema il tradimento di Giuda. Fece giungere ai nemici il messaggio che nella notte del prossimo venerdì, nell'ora in cui tutti dormivano, egli avrebbe preso il liuto cantando i versi: “E disse Cristo agli Apostoli suoi, quando volete entrare sta solo a voi”. Quello sarebbe stato il segno che il ponte levatoio era abbassato e la strada al castello aperta. Venne la notte del venerdì stabilito, sui monti si abbattè una forte tempesta e il vento fischiava fra le torri, mentre il fiume ingrossato nel fondo della valle faceva rotolare grandi massi. Il conte dormiva profondamente, ma Atì vegliava pensando al suo amore, ascoltando il suono del liuto proveniente da una stanza lontana. Al segnale convenuto, con un rumore di argani, il ponte levatoio fu calato e i nemici s'impossessarono del castello. Senza rispettare il patto catturarono il giovane paggio legandolo mani e piedi e presero il conte nel sonno. Andarono dunque alla ricerca della fanciulla, ma trovarono il letto vuoto e il Vamgelo alla pagina in cui San Matteo racconta il tradimento di Giuda. Cercarono ancora la contessina, nelle camere, nei sotterranei, ma non trovarono alcuna traccia. Il conte e il paggio legati insieme furono messi in una botte e rotolati giù dal dirupo. Di Atì non si seppe più nulla e il suo corpo non fu mai rinvenuto. Solo il suo spirito è ancora fra quei monti, fra quei torrioni e i pastori, nelle notti di luna, dicono di vedere le belle sembianze di una donna avvolta da un velo che guarda lontano e ascolta. Dal fondo della valle, invece, salgono le voci dei fantasmi del conte e del paggio: l'uno altero e concitato giura vendetta, l'altro piange il suo tradimento.

Quando si celebrano gli invasori...

Personaggi come Napoleone e Garibaldi ci sono familiari e cari. Le loro vicende eroiche ci vengono raccontate e tramandate in tutti i modi, attraverso i canali "colti" come la scuola, l'università, le librerie, le biblioteche, i "circoli culturali", i giornali, e attraverso canali più "bassi" e subdoli come la televisione, il cinema, la toponomastica delle strade, le lapidi sulle case con su scritto "Qui dormì..." ecc.
Ci siamo abituati a loro, passando persino sopra il fatto che sono stati nostri invasori.

Invasori? In che senso?

Nel senso che i nostri antenati, già i nonni dei nostri nonni senza dover nemmeno andare troppo in là con le generazioni, subirono invasioni militari straniere (per la precisione tre: nel 1799, nel 1806 e nel 1860) alle quali si opposero sempre in massa, e c'è da dire anche in modo molto valoroso, e in seguito a queste aggressioni furono alla fine sconfitti, in molti (diverse decine di migliaia) uccisi, in moltissimi (diversi milioni) costretti poi ad emigrare "per terre assai lontane". E soprattutto, nessuno ha ancora chiesto perdono per tutto questo.
Per essere politically correct bisogna elogiare la libertà e l'uguaglianza che ci portarono, mentre io che faccio: mi metto a raccontare una storia di "briganti ed emigranti"??
E poi (mi si obietterebbe ancora) vogliamo scherzare: prima che venissero a "liberarci" soffrivamo la fame, eravamo arretrati, eravamo feudalizzati!
Di queste obiezioni accetto solo (in parte) l'ultima, quella riguardante il feudalesimo, che peraltro nel Settecento già i governi borbonici contrastarono, principalmente con le riforme giuridiche del Filangieri (di cui porto immodestamente il nickname).
In fondo, se ci pensiamo bene, proprio a proposito di sistema feudalistico, col passaggio di Garibaldi "è cambiato tutto per non cambiare niente", come sottolinea un raffinato romanziere siciliano. Anzi, io sono persino più pessimista di Tomasi di Lampedusa, perchè per la verità la situazione oggi mi pare addirittura peggiorata...

Ma non fa niente: evviva Napoleone!, evviva suo cognato Murat!, che da re di Napoli democraticamente uccise col suo esercito quarantamila sudditi ribelli, abbasso i Borbone!, che dopo la restaurazione vergognosamente mandarono a morte ben qualche decina di giacobini e post-giacobini. (E mantennero le riforme positive introdotte dai francesi). Ed infine evviva Garibaldi!, il vero eroe nazionale, in mancanza di meglio...


PS: dal 23 marzo scorso, interamente finanziate dallo Stato italiano, sono cominciate a Napoli le celebrazioni ufficiali del decennio francese nel Sud Italia, di cui ricorre il bicentenario. Strano che ad esempio in Spagna si celebri invece la resistenza all'invasione napoleonica, di cui ugualmente ricorre il bicentenario...

28 marzo, 2006

LA STRAGE DEGLI ALBERTI





Pentedattilo.Corre il mese di Aprile dell'anno 1686. Nel castello di Pentedattilo ed in tutto il territorio circostante fervono i preparativi per accogliere la famiglia al completo del 1° Consigliere del Vicerè di Napoli don Pedro Cortez in occasione della celebrazione delle nozze della primogenita Maria con il Marchese Lorenzo Alberti, Signore di Pentedattilo. Il corteo che dalla spiaggia di Catona, presso Reggio, muove alla volta di Pentedattilo viene accolto, in prossimità dei centri abitati del litorale che attraversa, da calorose manifestazioni di giubilo ed entusiamo, in parte suscitato dagli sfarzosi abiti indossati dai componenti della famiglia di don Pedro Cortez. Tra tutti rifulge la figura di don Petrillo, rampollo del Consigliere, che viaggia ammantato di uno splendido costume color cremisi. Celebrate le nozze, don Pedro rientra a Napoli, dove urgenti affari di Stato lo chiamano, lasciando a Pentedattilo la moglie, che nel frattempo si era ammalata, ed il figlio don Petrillo. Durante il breve soggiorno al castello don Petrillo è colpito dalla leggiadria e dalla fresca bellezza di Antonia, sorella maggiore di Lorenzo Alberti e se ne innamora a tal punto da chiederne la mano al cognato che accondiscende di buon grado ad accordargliela. La notizia dell'imminente fidanzamento tra i due giovani si propaga rapidamente e giunge alle orecchie di Bernardino Abenavoli, barone di Montebello, discendente di quel Ludovico Abenavoli che fu tra i 13 prodi della disfida di Barletta, confinante del marchese Alberti. L'Abenavoli ama segretamente, ampiamente ricambiato nei suoi sentimenti, la bella marchesina (la relazione è tenuta in piedi grazie alla complicità di una donna del luogo che fa da tramite tra i due innamorati). Grandi sono il furore ed il desiderio di vendetta che si impadroniscono del barone nell'apprendere la notizia, tanto da indurlo ad organizzare immediatamente una spedizione contro il castello per rapire la sua amata ed infliggere una severa punizione al marchese. Arruolata una "banda di quaranta suoi scherani armati di scuri, di pali, di scale e di altri ordigni bisognevoli al meditato scopo ", nella notte del 16 Aprile 1686, Domenica di Pasqua, scalando la scoscesa salita che si stende a nord del maniero di Pentedattilo ed approfittando della complicità di Giuseppe Scrufari (indotto al tradimento a causa della sua destituzione dalla carica di Consigliere privilegiato del marchese Alberti) si introduce furtivamente nel castello seguito dalla disordinata e indisciplinata turba che lo accompagna nell'impresa. Nel breve volgere di pochi attimi lugubri, angosciose ed agghiaccianti urla di terrore lacerano il buio della notte. Sotto i colpi di pistola del barone Abenavoli cade per primo il marchese Lorenzo Alberti, principale destinatario della vendetta del Signore di Montebello che a "sfogare la rabbia che gli divorava l'anima, volle di sua propria mano accarnare in quel morto corpo quattordici colpi di stile, onde rimase sformato miseramente in un lago di sangue". Stessa sorte subiscono la madre Maddalena Vanctoven, accorsa alle disperate grida del figlio, e l'altra sorella Anna, sedicenne, uccisa dalla mano traditrice di Giuseppe Scrufari, nonchè il fratellino di appena 8 anni. Nella precipitosa ritirata verso l'esterno del Castello, dal quale porta con sè, oltre ad Antonia, anche don Petrillo quale ostaggio, l'accolita di sanguinari lascia esanimi sul terreno altri tre corpi di innocenti ospiti. Nei giorni che seguono la strage, mentre nel suo castello di Montebello Bernardino Abenavoli fa celebrare le sue nozze con la marchesina Antonia, il resto del regno è percorso in tutte le sue contrade da un' onda di brivido e sdegno per l'accaduto. Lo stesso Preside della Provincia di stanza a Pizzo, informato tempestivamente il Vicerè a Napoli, non esita a imbarcarsi e giungere a Reggio la sera del 21 Aprile per coordinare e dirigere personalmente le operazioni investigative per la cattura dei responsabili dell'eccidio. In breve tempo i punti nevralgici dell'intera provincia vengono presidiati per impedire la fuga del barone il quale, avvertendo che il cerchio predisposto dalle forze di polizia gli si stringe pericolosamente attorno, lasciando presso la sua dimora don Petrillo strettamente sorvegliato da alcuni suoi seguaci, insieme alla moglie ed ai più facinorosi e temerari dei suoi congiurati, tenta la via della fuga e si dirige verso la fiumara del Valanidi dove viene intercettato dal Battaglione di Reggio che perlustra la zona in cerca dei suoi complici. Con un' azione fulminea nonchè coraggiosa, dopo una breve colluttazione ed uno scambio di archibugiate, riesce ad aprirsi un varco e dirigersi verso la città di Reggio. Intanto sopraggiunge sul posto della scaramuccia il Preside della Provincia con il grosso della cavalleria regia che ha il preciso obiettivo di marciare su Montebello allo scopo di liberare dalla prigionia don Petrillo, il quale viene condotto a Reggio dove si ricongiunge con la madre e la sorella. Una volta messi al sicuro i componenti della famiglia di don Pedro Cortez, tutta la provincia diviene teatro di una gigantesca caccia all'uomo, condotta con tutte le forze disponibili alle quali si affiancano ben nove compagnie di fanteria spagnola, sbarcate a Reggio su sette galee inviate dal Vicerè. L' operazione non tarda a dare i suoi primi frutti. Infatti, sei dei congiurati sono ricosciuti, catturati, decapitati ed esposti dai merli del castello di Pentedattilo. Successivamente è preso lo stesso Giuseppe Scrufari, il consigliere traditore che, con truce violenza, aveva ucciso senza esitare la giovanissima sorella del marchese Anna, ed il suo capo mozzato viene piantato nel preciso punto in cui la fanciulla esalò l'ultimo respiro. Ma la persecuzione nei confronti del barone Abenavoli non trova seguito alcuno, egli sembra quasi essersi dileguato nel nulla, finchè la sua presenza non viene fortuitamente segnalata nei pressi del convento dei Cappuccini al Crocefisso. Il Preside in persona guida la pattuglia che si reca a perquisire da cima a fondo il convento, ma del barone nessuna traccia. Pare che il frate che con estrema disinvoltura e cortesia guida il Preside nella ispezione delle singole celle sia il barone in persona sotto mentite spoglie (dal che è lecito supporre che l'Abenavoli godesse in città di una vasta rete di consolidate amicizie e protezioni che lo misero al riparo da qualunque persecuzione). Riuscito ad eludere momentaneamente la morsa che lo attanaglia ed intuìto che ormai per lui l'aria del regno è irrespirabile, dopo aver salutato fugacemente la sua sposa, ospite di un Istituto di suore, avventurosamente si reca a Brancaleone da dove un barcaiolo, dietro lauta ricompensa, lo conduce a Malta. Da qui si reca in incognito alla corte di Vienna dove si arruola nell'esercito imperiale. Riconosciuto da un pastore dei suoi armenti e portato al cospetto dell'imperatore, cui la vicenda di Pentedattilo è nota, conferma,con estrema fermezza e risolutezza, di essere il barone Bernardino Abenavoli del Franco, fornendo molto probabilmente una versione dei fatti che lo discolpano, agli occhi dell' imperatore, dalle tremende accuse che pendono sul suo capo. Egli implora lo stesso imperatore di volersi servire del suo indomito coraggio nella presente guerra che sta conducendo, al fianco della Repubblica di Venezia, contro il Turco invasore. Per ordine dell' imperatore sulla sua divisa vengono appuntati i gradi di Capitano dell'esercito, che egli onora, distinguendosi in numerose azioni di guerra, finchè il 21 Agosto del 1692, colpito da una palla di cannone nemico mentre si prodiga ad organizzare la risposta ad un attacco, conclude la sua intensissima ed avventurosa vita.

26 marzo, 2006

CACCIA ALL' "IMPERATORE" DELLO STRETTO


La caccia al pesce spada è praticata in forma quasi arcaica nell’ estremo sud della Calabria tirrenica, nel mare antistante la Costa Viola, in quelle stesse acque, tra Palmi e Scilla, dove Omero immaginò le peripezie di Ulisse, volontariamente sordo al canto delle Sirene, e in cui gli antichi marinai cercavano di sfuggire alle insidie di Scilla e Cariddi.
Il pesce spada (Xiphias Glaudius) è un grande pesce affusolato che raggiunge mediamente uno o due quintali di peso, per circa due metri di lunghezza. Dal labbro superiore fuoriesce un aguzzo e robusto rostro: quasi una lunga baionetta, con cui “l’ imperatore dello Stretto”( così viene chiamato) impone rispetto agli altri pesci e all’ uomo stesso. In primavera lo “spada” risale dagli abissi lontani per avvicinarsi all’ alta costa della Calabria: per sposarsi, dice la leggenda; per ammirare lo stupendo paesaggio, affermano gli enti turistici. La verità è che si illanguidisce nelle tiepide e profonde acque della riva alla ricerca della femmina, con cui spesso viaggia accoppiato.
Esso viene pescato con tecniche le cui origini vengono attribuite agli antichi pescatori fenici, secondo le testimonianze antiche di Stradone, Polibio e Oppiano.
Sui costoni della montagna, a picco sul mare, si ponevano delle giovani vedette dalla vista acutissima ( “segnalaturi”) che provvedevano a indicare alle imbarcazioni sottostanti la presenza del pesce.
E lo facevano agitando bandiere colorate oppure urlando frasi convenzionali dal misterioso significato.
Nel mare, precedentemente suddiviso in settori preassegnati per sorteggio alle singole imbarcazioni, stazionavano gli “untri”, barche dipinte esternamente di nero, strette e affusolate, con quattro rematori. Al centro vi era un’ antenna alta due o tre metri a cui si aggrappava in pericolosa posizione un altro avvistatore con il compito di dirigere i rematori sulla preda, dando loro il ritmo della vogata. Sulla prua era pronto il fiocinatore, protagonista assieme al pesce, della lotta. Avvistata la preda, l’ “untri”, volava all’ inseguimento, leggero sulle onde: sulla prua il fiocinatore era a gambe larghe e con le ginocchia semiflesse per attutire gli impulsi alle braccia che stringevano forte la lunga fiocina.
Appena il pesce arrivava a tiro, a due o tre metri, partiva il micidiale colpo che raramente sbagliava il bersaglio, e guai se lo falliva! L’ arpione, fusiforme, apriva i suoi quattro petali d’acciaio a mordere le compatte carni del pesce per fiaccarne nel dolore la resistenza. Alla fine questo, stremato, si lasciava docilmente issare sulla barca.
A volte i pesci navigavano a coppia: il maschio e la femmina. Se a essere colpita era la compagna, sovente l”imperatore” si lanciava furioso contro la barca brandendo la sua spada e non poche volte la perforava, minacciando anche le gambe dei pescatori
Intanto, a terra, le donne e i bambini dei pescatori ne attendevano il ritorno. Vi era quindi la pesa del pesce. Al fiocinatore toccava, per lontano diritto il “cozzetto”, vale a dire un grosso cubo di carne staccato attorno alla ferita. Lo “spada” veniva quindi caricato sulla testa da una donna e portato verso il mercato.
Oggi, questo tipo di pesca ha subito qualche modifica. Agli “untri” si sono sostituite “le passerelle”, ai remi il motore. La “passerella” è una grossa imbarcazione a motore. Al centro vi è un traliccio alto 15/21 m. che sostituisce l’ antenna degli “untri”. In cima vi è una stretta gabbia di ferro con la ruota del timone, lì vi si colloca l’ avvistatore, che ha ora il ruolo di timoniere. Dalla prua sporge un lungo e leggero ponte di ferro (“la passerella” appunto”, di una decina di metri. Vi prende posto il fiocinatore, che riesce così a porsi direttamente al di sopra del pesce, rendendo più facile il tiro.
Tuttavia, nulla si è modificato nelle emozioni come può sperimentare chi voglia vivere l’ esperienza di una battuta di pesca all’ “imperatore dello Stretto”. Basta rivolgersi ad uno dei tanti pescatori della Costa Viola ed essere pronti a imbarcarsi all’ alba. Bisogna però, premunirsi di cappelloni di paglia perché il sole, in Calabria, picchia forte.

23 marzo, 2006

Scuola medica salernitana

Uno dei più importanti esempi per confutare il dogma che il Medioevo, soprattutto per il Sud Italia, fu un periodo buio ed involuto, è rappresentato dalla (ahimè poco studiata, e per giunta il Museo a Salerno è spesso inaccessibile!) Scuola medica salernitana.
La tradizione, non supportata però da documenti storici, fa risalire la fondazione della scuola al IX secolo, per opera di quattro maestri, l'ebreo Helinus, il greco Pontus, l'arabo Adela ed il latino Salernus: in ogni caso, è proprio dal confluire di queste quattro culture che si sviluppa l'ars medica salernitana, e che fa nascere in Europa la scienza medica moderna.
Il grande rinnovamento culturale, legato al fenomeno del monachesimo benedettino, che ebbe a Montecassino (vicino Napoli) il suo centro propulsore e a Salerno la più alta espressione nell'Abbazia di S. Benedetto, esercitò un ruolo importante nell'evoluzione degli studi scientifici e della prassi medica. In più, la posizione geografica di Salerno nel cuore del Mediterraneo poneva la città in un punto nodale di traffici al centro di importanti scambi con l'Oriente e l'Africa, mediati da Amalfi e dalla Sicilia.
L'ars medica arricchì il suo bagaglio di cognizioni empiriche sia grazie all'attività assistenziale e più propriamente ospedaliera che si svolgeva nelle infermerie dei monasteri, sia grazie all'opera dei medici laici, talvolta anche donne, che svolsero la loro professione dapprima in maniera isolata ed empirica, poi attraverso forme associative, con un intento più speculativo e didattico.


Breve excursursus nella storia plurisecolare di questa Scuola

Le prime testimonianze storiche dell'attività della Scuola risalgono al X secolo e sono contenute nell'Historia inventionis ac traslationis et miracula S. Trophimenae, nel Chronicon di Hùgone di Flavigny, e nella Historia di Richeiro di Reims.
Già nei trattati dell'XI secolo si riscontrano elementi di chirurgia in un momento in cui questa non era considerata una branca della medicina, ma solo un'attività collaterale esercitata senza nessuna nozione scientifica. La chirurgia a Salerno, faceva parte del bagaglio culturale del medico e non veniva completamente demandata a praticoni. Già in Petroncello, infatti, si parlava di suture e di legature di vasi sanguigni in caso di forti emorragie. Ma è solo nel XIII secolo, quando a Salerno vengono studiate le norme fondamentali dell'insegnamento chirurgico, codificate da Ruggero da Frugardo e da Rolando da Parma, che la chirurgia entra a far parte a pieno titolo del curriculum del medico salernitano. Questi due maestri si servivano della pratica chirurgica come terapia atta a risolvere determinati casi clinici e non si limitavano a descrivere solo l'intervento, ma tutta la sintomatologia, dedicandosi alla parte pratica solo dopo la diagnosi.

Il sapere della Scuola si arricchisce di nuove cognizioni nel XII secolo, quando si diffonde l'opera di Costantino Africano, primo divulgatore in Occidente della scienza medica islamica. Dopo una vita di studi e di viaggi che lo portarono in Persia, in Arabia, nella Spagna arabizzata, approdò nella seconda metà dell'XI secolo a Montecassino, dove si dedicò alla traduzione dell'arabo di numerosi trattati di medicina classica, ebraica, islamica. Nel dettagliato elenco delle sue opere, fornitoci da Pietro Diacono nel De viris illustribus, accanto alle traduzioni dei trattati di Isacco Giudeo sulle urine, sulle diete, e sulle febbri, e dell'Isagoge e del De oculis di Iohannitius, compaiono molti trattati, tra cui il De anatomia, la Practica, la Cyrurgia, il De ginecia il De Gradibus che hanno alimentato a lungo la disputa tra gli studiosi sul loro essere opere originali di Costantino o plagi. Di Ippocrate tradusse gli Aforismi, i Pronostici, il Trattato sulle malattie acute, tutti con i commenti di Galeno, di cui aveva tradotto l'Ars parva ed altri trattati. Tali opere erano già note nel mondo occidentale, ma la diffusione che conobbero queste traduzioni contribuì ad accrescere l'interesse per la dottrina aristotelica di cui erano impregnate, contribuendo così alla nascita della Scolastica.
Ma fu soprattutto in campo farmacologico che la Scuola risentì dell'influsso costantiniano: la sua traduzione del Kitab-al-Maliki di Alì-ibn Abbas, uno dei più importanti trattati di medicina araba, conosciuto come Pantegni, arricchì i prontuari di rimedi salernitani di una vasta gamma di prescrizioni fino ad allora sconosciute.

La pratica chirurgica conobbe in campo oculistico grande approfondimento grazie agli studi di Benvenuto Grafeo, vissuto nella seconda metà del XIII secolo, autore del De arte probatissima oculorum. Quest'opera rese celebre il maestro salernitano negli ambienti della medicina occidentale e costituì il più importante trattato di chirurgia oculistica del tempo.
Circa vent'anni prima un altro esponente della dottrina oftalmica salernitana, Davide Armenio, fu autore di un Tractatus de oculis Accanamusali ritenuto a lungo opera dell'oculista arabo Ammar-al-Mausili. L'Armenio con la sua opera, basata sulla conoscenza dei modelli classici e non influenzata dalle nozioni arabe, sembrerebbe costituire il fondamento della scienza oculistica propriamente salernitana.

Nelle costituzioni di Federico II, pubblicate a Melfì nel 1231, la Scuola venne istituzionalizzata, e nel 1280 il re angioino Carlo I la dichiara Studium, ovvero una vera e propria Università. C'è da dire che le prime università europee (Bologna, Padova, Napoli, Parigi) erano propriamente università di Giurisprudenza e Teologia, mentre a Salerno ed in seguito a Montpellier ed Oxford si insegnava principalmente o solo Medicina.
La Scuola salernitana continuò la sua attività con alterne vicende fino al 1811, allorquando, con la riorganizzazione dell'istruzione pubblica del Regno durante la dominazione napoleonica, Gioacchino Murat attribuì esclusivamente all'Università di Napoli la facoltà di conferire lauree, e diede così il colpo mortale ad un'istituzione dalla storia estremamente prestigiosa.

22 marzo, 2006

Goethe in Italia

Sono convinto che lo spettacolo più straordinario e più raro a cui si possa assistere sia l'incontro di due mondi, diversi tra loro ma curiosi e rispettosi l'uno dell'altro.
E questo miracolo avvenne ad esempio quando uno dei maggiori poeti di sempre, il tedesco Goethe, visitò l'Italia. O meglio, l'Italia classica, in particolare quella eterna di Roma e quella radiosa della Magna Grecia.
Il grande poeta non vedeva l'ora di arrivare nell'Italia dei suoi sogni, e "scappò" da Weimar nel settembre 1786 alla volta delle Alpi, senza trovar pace fin quando non arrivò ad ammirare le vestigia dell'Arena di Verona. Poi in fretta, senza perdere più di qualche giorno nelle tappe intermedie, raggiunse Roma dove rimase per quattro mesi. Partì poi per Napoli, dove rimase più di un mese, e mostrò di apprezzare la gaia laboriosità delle persone:

"È vero, qui non si può fare più di qualche passo senza imbattersi in individui mal vestiti, o vestiti persino di stracci, ma non per questo si tratta di perdigiorno e fannulloni! Anzi, paradossalmente oserei dire che a Napoli il lavoro maggiore viene svolto dalle persone dei ceti bassi."

"...il cosiddetto lazzarone non è meno attivo di coloro che appartengono alle classi più alte, ma bisogna prendere nota che qui tutti lavorano non solo per vivere, ma per godersi la vita; anche nella fatica vogliono essere felici."


Poi partì in nave per la splendida Palermo ("Nel giardino pubblico vicino al porto, trascorsi tutto da solo alcune ore magnifiche. E' il posto più stupendo del mondo.") ed al giro della Sicilia dedicò ben due mesi interi. Da Messina ripartì poi in nave per la capitale Napoli, evitando purtroppo di fare tappa negli altri Regi Dominii.
A Napoli in tutto soggiornò 2 mesi. A Roma più di un anno, mentre in tutto il resto della penisola fu solo di passaggio. Tornò nella sua patria nel maggio del 1788.
Qualche anno dopo provò a ripetere quel viaggio favoloso, ma si fermò solo nel Veneto e, disgustato da sporcizia ed indisciplinatezza delle persone, come annota nei suoi appunti, fece subito marcia indietro, per non ritornare mai più nella mitica Italia.
Le pagine del "Die Italienische Reise" (Viaggio in Italia) sono esemplari. E a mio parere dovrebbero essere tenute presenti non solo in quanto esempio di bello letterario, ma anche come modello etico di approccio alla vita.

Ancora dal suo soggiorno a Napoli:

"Oggi era anche la festa di san Giuseppe, patrono di tutti i frittaroli, cioè dei venditori di pasta fritta, beninteso della più scadente qualità. E poiché sotto il nero olio bollente arde di continuo una grande fiammata, della loro sfera fa parte anche il tormento del fuoco; perciò iersera avevan fatto, davanti alle loro case, una parata di quadri di anime del purgatorio e di giudizi universali entro un lingueggiare e divampare di fiamme.
Sulle soglie delle case grandi padelle erano poste su focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle che gettava nell'olio fumante. Un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo le ciambelle man mano ch'eran cotte e con un altro spiedo le passava a un quarto che le offriva agli astanti; gli ultimi due garzoni erano ragazzotti con parrucche bionde e ricciute, che qui simboleggiano angeli. Alcuni altri completavano il gruppo mescendo vino; tutti gridavano, anche gli angeli, anche i cuochi. Il popolo faceva ressa, perché in questa serata tutti i fritti si vendono a poco prezzo e una parte del ricavo va persino ai poveri. Scene simili potrei raccontarne a non finire; e ogni giorno succede lo stesso, sempre qualcosa di nuovo e d'incredibile, basti pensare all'immensa varietà delle vesti che si vedono per la strada, alla folla di gente nella sola via Toledo!"

21 marzo, 2006

Calabria

Ferita al cuore...
sprofondata nel buio...
piena di lacrime..
per i tanti figli tuoi..
portati via da mano assassina...
nebbia del dolore...
limbo senza tempo...
della paura e dell'omertà...
inverno senza fine...
nel freddo delle anime
rassegnate degli onesti uomini...
stanchi e disperati...
senza più un domani..
derubati dei sogni..
privati della felicità della vita...
ma...
questa volta...
un seme di speranza...
cade sul terreno..
e un germoglio...
nasce e cresce...
e diventa sempre più forte...
un giorno...
la legalità..
sarà...
una foresta...
forte e vigorosa..
ora è un arbusto..
bisognoso di cure e dedizione...
e SOLE.....
il sole della primavera ..
giunto assieme...
alla notizia..
la notizia che lo Stato c'è ...
esiste ...
e ..
quando vuole...
fa sentire la sua mano...
protettiva con i giusti...
dura con i caini..
LA PRIMAVERA...
inizia ...
e con essa...
un cammino lungo e difficile..
costellato da sacrifici...
si rifugga dai poeti del fatuo...
e dell' apparenza...
e si dia ascolto..
all'essere..
e alla serietà...
delle persone laboriose..
solo cosi la primavera,..
diverrà ESTATE perennne...
come è giusto che sia...

16 marzo, 2006

I RABBINI E I CEDRI DI CALABRIA





E’ una pianta antichissima, conosciuta già al tempo degli Egiziani, quattromila anni fa, che da lì si è sparsa nel mondo legandosi strettamente alle tradizioni e alle emigrazioni ebraiche. Furono, infatti, gli Ebrei che ne diffusero la coltivazione prima in Palestina e poi in tutte le altre regioni dove furono costretti ad emigrare per sfuggire alle deportazioni; a cominciare da quelle in Babilonia, settecento anni prima di Cristo, fino alla persecuzione di Nabucondosor un centinaio di anni dopo e alla più tarda disseminazione conosciuta col nome di Diaspora. Dio aveva detto a Mosè: “Prenderete i frutti dell’albero più bello, dei rami di palma e dell’albero più frondoso, dei salici del torrente e vi rallegrerete dinnanzi al Signore Dio vostro”. Per gli ebrei, i frutti dell’albero più bello sono i cedri. Senza di questi la festa delle capanne non si poteva fare e perciò se ne portarono dietro i segreti della coltivazione, dovunque andassero. Così il cedro è arrivato in Grecia intorno al VI secolo A. C. insieme ai profughi provenienti dalle regioni assire e da lì è passato in Turchia, in Albania ed a Corfù. In Italia ha fatto la sua apparizione due o trecento anni prima di Cristo per opera di quegli Ebrei ellenizzati che sicuramente avevano seguito gli Achei fondatori delle colonie agricole di Metaponto, Sibari e Crotone sullo Ionio e di Laos e Posidonia sul Tirreno. Di secolo in secolo poi, questo legame fra cedro e religione ebraica non è venuto più meno e, ancora oggi, ogni estate, i rabbini vengono in Calabria per scegliere e raccogliere con le loro mani i frutti più belli, indispensabili alla festa.
Il cedro ha trovato il suo habitat ideale nella fascia costiera della “Riviera dei Cedri”, nome che identifica lo splendido territorio della Calabria noto anche come Alto Tirreno Calabrese comprendente 26 comuni, principalmente si coltiva con risultati eccellenti tra Diamante, Santa Maria del Cedro e Scalea.
Ogni anno come si diceva prima, a fine estate, secondo una secolare tradizione, giunge a Santa Maria del Cedro, per il mercato dei cedri rituali (etroghium), una delegazione ebraica per scegliere i frutti migliori.
Nei mesi di luglio ed agosto nelle cedriere si vedono aggirarsi i rabbini, curvi alla ricerca delle piante che non hanno subito innesti, e con la cura richiesta da un atto liturgico, esaminano attentamente buccia colore e forma, poiché solo i più belli verranno riposti, avvolti nella stoppa, in cassette di legno e spediti dall’aeroporto di Lametia in Israele e da qui in tutto il mondo.
Perì ‘etz adar, il frutto dell’albero più bello, è così che la Bibbia descrive il cedro, indispensabile durante la celebrazione ebraica più importante, la “sukkoth” la solenne festa delle capanne.
Sono riconoscibili dal piccolo copricapo che immancabilmente portano in testa. Sono rabbini, sacerdoti di comunità ebraiche. Vengono ogni anno sulla riviera, nel mese di luglio e agosto per raccogliere e controllare di persona i piccoli cedri, indispensabili per la "festa delle capanne", la sukkoth che cade nel mese di settembre e che è per gli Ebrei di tutto il mondo l'avvenimento religioso più importante dell'anno.
Si alzano di mattina alla cinque e vanno nelle cedriere con i contadini: Nei fondi arrivano presto e presto cominciano a lavorare.
Un rabbino e un contadino. Il rabbino va avanti lentamente. Guarda a destra e a sinistra nella cedriera; dietro di lui il contadino con una cassetta di legno e una forbice nelle mani. Il sacerdote si ferma, guarda la pianta alla base proprio nel punto in cui il tronco spunta dalla terra: se è liscio se senza "vozze" vuol dire che non c'è stato innesto e si possono raccogliere i frutti. I rami sono bassi e pieni di spine pericolose.
Il rabbino si corica per terra e scruta tra le foglie. Trova il frutto buono, lo esamina più attentamente, poi se decide di prenderlo lo indica al contadino che lo taglia dalla pianta lasciando un pezzettino del peduncolo.
Con estrema attenzione il sacerdote esamina ancora la buccia, il colore e la forma. Se tutto va bene il piccolo frutto, avvolto nella stoppa, viene riposto nella cassetta. Il contadino guarda attentamente perché per ogni cedro alla fine avrà la somma pattuita. Quando tutto è pronto le cassette prendono il volo all'aeroporto di Lametia. Rivedranno la luce per la festa.
Tutto secondo quanto Dio prescrisse a Mosé: "Prenderete i frutti dell'albero più bello, dei rami di palma e dall'albero più frondoso dei salici del torrente e vi rallegrerete dinnanzi a Dio, Signore Dio vostro". E' qualcosa di mistico e di fanatico insieme. Non esistono esempi di confronto con le nostre tradizioni religiose e non. Il cedro per gli Ebrei è molto di più della palma per noi e anche di più del capitone per i Napoletani a Natale. Senza il cedro la festa non si può fare. E nessuno ne vuole rimanere sprovvisto.
La pianta ha bisogno di un clima stabile senza sbalzi di temperatura, di acqua abbondante e soprattutto di crescere al riparo dei venti. Per tale motivo, durante l’inverno, i contadini coprono le “cedriere” con delle canne o con dei teli, questa operazione renderà difficoltoso il lavoro nel campo fino a primavera inoltrata e costringerà il contadino a stare inginocchiato per poter bene operare. A prendersi cura delle coltivazioni si deve sottolineare non sono solo i contadini, ma anche i Rabbini,i quali più volte, durante la crescita dei cedri, giungono a Santa Maria per spinare gli alberi ed asportare le foglie vicine ai frutti prescelti (per evitare che il frutto venga danneggiato), successivamente cureranno personalmente anche la raccolta dei cedri rituali.

Il cedro o citrus medica, da non confondersi con il cedrus appartenente alla famiglia delle conifere, è una pianta originaria dell’Asia sud-orientale. La sua presenza in Italia, risalente a due o trecento anni prima di Cristo, si deve alla diaspora di alcuni ebrei ellenizzati che seguirono gli Achei, fondatori, sul versante tirrenico, delle colonie di Laos e Posidonia.

Condizioni favorevoli alla crescita della pianta sono un clima caldo, non soggetto a forti sbalzi termici e poco ventilato. Tali condizioni climatiche sono garantite proprio nella fascia dell’Alto Tirreno cosentino, unico centro della produzione nazionale.

La pianta ha l’aspetto di un arbusto, alta circa un metro e mezzo con rami ricoperti da lunghe spine. Il frutto, che può raggiungere anche i tre o quattro chili, è di forma ovale allungata, costituito da una buccia verde e rugosa, da un mesocarpo bianco assai consistente e da una polpa centrale dura. In virtù della sua conformazione l’impiego del cedro si presta soprattutto alla canditura, che prevede l’utilizzo sia della buccia che del mesocarpo.

La trasformazione di questo agrume si articola in tre fasi che sono la salamoiatura, la sbuzzatura e la canditura . La prima prevede una selezione dei frutti migliori i quali vengono lasciati all’aperto per circa 60 giorni immersi nell’acqua marina, all’interno di grandi botti di castagno. Terminato il processo osmotico, e cioè quando il frutto avrà assunto un aspetto cristallino, si procede alla fase della sbuzzatura che consiste nel tagliare i cedri a metà privandoli della polpa. La lavorazione termina con la canditura che prevede, dopo varie fasi di lavaggio e bollitura, l’immersione per 24 ore dei frutti tagliati, in uno sciroppo di zucchero e glucosio.

La coltivazione del cedro, nelle sue varie fasi, richiede una cura costante incompatibile con l’utilizzo di mezzi meccanici il che incide sia sulla quantità che sul costo del prodotto.

Dalla buccia verde si ricavano liquori ed infusi dal profumo fresco ed intenso. Il prodotto viene impiegato, inoltre, nella profumeria e nell’industria farmaceutica.

14 marzo, 2006

Il senso dello Stato, la libertà e le bustarelle

Non sono un suo grande estimatore politico, anche se gli riconosco le qualità di statista di lungo corso. Ad ogni modo, qualche tempo fa, il sen. Andreotti, durante un convegno di storici, fece un'affermazione che lasciò i presenti abbastanza perplessi: "Sarebbe stato meglio se lo Stato italiano fosse nato da Sud invece che da Nord".
Non era troppo ironico il senatore, pur sapendo bene che la storia non si fa coi se. Egli si riferiva certamente al comune senso dello Stato, alla coscienza nazionale, alla serietà istituzionale, al fiero spirito d'indipendenza di fronte alle altre nazioni, alla laicità rispettosa verso l'autorità religiosa, cose di cui purtroppo l'Italia unita non ha mai potuto fino in fondo disporre.
E che l'antico Stato delle Due Sicilie avrebbero probabilmente fornito.


Nella cuccagna che svenò Napoli nacque l'italica "bustarella"
(da Michele Topa "Così finirono i Borbone di Napoli" - Ed. Fratelli Fiorentino)

Ciò che colpisce chi legga le istorie patrie, con mente e cuore liberi dai tabù creati dall'agiografia risorgimentale e dai fabbricatori di miti, è l'enorme sperpero di danaro che fece, in sessantadue giorni, la Dittatura garibaldina, attingendo a piene mani nell'erario partenopeo. Cominciò subito quella grande "mangeria", come diceva Cavour - o "magna magna" - come dicevano e dicono i napoletani…

Nel caos politico, economico, sociale che contrassegnò la Dittatura di Garibaldi - del quale, in seguito, Crispi disse: "Grande anima, cervello incapace di governare un villaggio" - c'è da tener conto della parte che vi ebbero la inevitabile improvvisazione, il clima di quei tempi e le obiettive difficoltà, senza dire che il Nizzardo pensava a due soli problemi: come liquidare definitivamente Francesco II e marciare su Roma. Ma rimane il fatto, incontrovertibile, che si sperperarono grandi ricchezze, obbedendo, si, a una confusa volontà di "giustizia riparatrice", ma anche a una sfrenata demagogia e a un poco nobile sentimento di vendetta. Su Napoli, la "grassa Napoli", piombarono, inoltre, speculatori, come nugoli di cavallette, e anch'essi parteciparono al banchetto, o meglio al saccheggio, mentre imperversava, selvaggia, l'epurazione degli impiegati borbonici, per far posto a amici e amici degli amici. Si, la Dittatura garibaldina, che pure durò soltanto un paio di mesi, fu il peggior governo, e il più costoso che nella loro plurisecolare storia i Napoletani avessero avuto sino allora. Le casse furono presto vuote. La situazione si fece angosciosa, tragica, al punto che Garibaldi, evidentemente smarrito, arrivò a minacciare di fucilazione i banchieri napoletani se non gli avessero consegnato una cospicua somma di danaro.

Poco dopo che si era insediato Garibaldi una pioggia di decreti irrorò i veri e presunti "martiri del regime", vivi e morti, e le loro mogli o vedove, i loro rampolli, sorelle, genitori ed affini, che ottennero pensioni, laute prebende, grassi impieghi, doni o altro. Elenca Giacinto De' Sivo: "Venti ducati mensili alla vedova di un Porta, galeotto; trenta a quella di un Lanza, pure morto in galera; venti a quella di un Caprio; sei a quella d'un Cappuccio, spento nella reazione di Montemiletto; trenta a quella di Domenico Romeo, altri trenta a sua madre e quattromila ducati in unica volta ai suoi quattro figli, da porsi sul debito pubblico: trenta ducati mensili ai figli di un Domenico de Clemente, morto carcerato a Ventotene; sessanta a Silvia, figlia adulterina di Carlo Pisacane. Videsi il 24 Settembre promuoversi maggiore un Vincenzo Padula, spentosi a Melazzo: si, promosso un morto, per crescere la pensione alla madre,….ma scorò ogni anima onesta la decretazione che diè trenta ducati al mese alla madre del regicida Agesilao Milano, e dote di ducati duemila à ciascuna delle due sorelle; perché, diceva, "sacra è pel paese la memoria di Agesilao Milano"…

Un bel colpo, da un milione e duecentomila lire (di allora) fece la Rubattino. Un decreto del 5 ottobre concesse alla compagnia di navigazione ligure 450 mila lire per il piroscafo "il Cagliari" che era servito al Pisacane per la tragica impresa del 1857….; altre 75Omila lire ebbe per il "Piemonte" e il "Lombardo" che avevano trasportato i "Mille" a Marsala, con l'impegno che restaurati restassero trofei.
La calda pioggia delle pensioni proseguì… Aurelio Saliceti (triumviro a Roma) si beccò 2.550 ducati all'anno, pari a più di undicimila lire-oro del tempo. Pensione di dodici ducati al mese ebbe la camorrista-tavernaia Marianna De Crescenzo, la "Sangiovannara", che già era stata foraggiata abbondantemente da Liborio Romano; la stessa somma mensile si assicurarono altre due camorriste devote al Romano… "perché esempi inimitabili di coraggio civile nel propugnare la libertà".
Con un decreto del 24 settembre furono confiscati tutti i beni privati di Casa Borbone, comprese le doti delle principesse e quella di Maria Cristina "La Santa", nonché gli averi…

08 marzo, 2006

E SE PROVASSIMO DAVVERO A PARLARE CON L' ISLAM?



Alla fin fine, dopo la polemica sulle vignette danesi dobbiamo ammettere che la teoria di Samuel Huntington sullo «scontro di civiltà» è giusta? No, perché le civiltà non sono attori sul palcoscenico della politica mondiale, né tantomeno dichiarano guerre. In molti luoghi, popoli di culture diverse vivono insieme piuttosto pacificamente. La politica mondiale è una questione che riguarda gli Stati e i loro leader, ed è sempre stato così. Attraverso politiche sbagliate questi leader potrebbero tuttavia avvalorare l’errata analisi di Huntington, trasformando la sua teoria in una profezia destinata a realizzarsi. Come alcuni personaggi dei media e alcuni politici in Danimarca e in Italia, chi a Washington spinge per una guerra con l’Iran fa il gioco di Bin Laden e di Al Qaeda, i quali vorrebbero appunto scatenare una guerra di civiltà.
Ma una guerra simile non solo non è assolutamente inevitabile, ma deve essere impedita a ogni costo. Il solo interrogativo è come fare. Il primo passo è costituito dal dialogo, senza dubbio. Certo, questo presuppone che i musulmani siano disposti ad assumere il ruolo di interlocutori. Dialoghi del genere già avvengono e coinvolgono, in molti luoghi del mondo, singoli, gruppi e comunità religiose differenti.
La polemica ancora in corso sulle vignette di Maometto ha fatto esplodere frustrazioni e risentimenti profondamente radicati fra le popolazioni islamiche. Molti, in Occidente, hanno concluso che l’indignazione dei musulmani sia stata alimentata dai fondamentalisti che sfruttano ogni occasione per provocare la rabbia popolare. È vero che le organizzazioni islamiste radicali e i singoli governi trovano nelle caricature una gradita conferma all’immagine di lunga data di un Occidente violento e immorale. Come le foto della tortura ad Abu Ghraib, con i diritti umani sistematicamente violati e i musulmani deliberatamente ridicolizzati, le vignette possono essere utilizzate per sfruttare la rabbia popolare.
Ma questa rabbia popolare non si sarebbe potuta sfruttare se l’Occidente non avesse per primo creato una simile polveriera. Ogni giorno i musulmani, dal Marocco all’Indonesia, sentono e vedono le crudeli azioni militari in Afghanistan, in Iraq, in Palestina e in Cecenia, ed è il sentimento di oltraggio provato di fronte a queste notizie che favorisce scoppi violenti come le proteste per le vignette.
È troppo superficiale quindi che i commentatori occidentali rispondano alle polemiche sostenendo che la libertà di opinione e di stampa vada difesa ad ogni costo, e che alla fine una serie di vignette inoffensive sono poca cosa. Naturalmente senza media liberi non ci può essere democrazia, tuttavia la libertà di opinione e di stampa non andrebbe usata impropriamente per violare convinzioni religiose e produrre immagini ostili stereotipate, che siano di ebrei, musulmani o cristiani. La libertà di stampa esige una stampa responsabile, all’interno della quale i diritti vanno di pari passo con le responsabilità. Se non è permesso diffamare gli individui e violarne la dignità, i media dovrebbero agire con tatto anche con i grandi leader religiosi dell’umanità, sia con il profeta Maometto che con Buddha e Gesù Cristo.
L’epicentro del confronto fra Islam e Occidente resta il conflitto israelo-palestinese. Trovare una soluzione reciprocamente soddisfacente a questo problema favorirebbe la soluzione di tutti gli altri, mentre senza un accordo in Palestina lo «scontro di civiltà» è destinato a infiammarsi.
Quello in Medio Oriente non è però un problema di terrorismo ma un conflitto territoriale, e in questi termini deve essere risolto. Un primo passo è stato fatto con l’evacuazione della Striscia di Gaza. Una pace durevole richiederà concessioni da entrambe le parti, ma soprattutto dal più forte, e oggi Israele è la più grande potenza militare in Medio Oriente.
Quanto ad Hamas, ha vinto le elezioni promettendo di liberare il popolo palestinese dalla miseria, dalla corruzione e dall’occupazione. Adesso le democrazie occidentali dovrebbero punire il popolo per aver fatto la scelta democratica che gli era stato chiesto di fare? È un ragionamento tragicamente sbagliato trattare il nuovo governo palestinese come un’organizzazione terroristica e cercare di ostacolare la volontà popolare tormentandolo e trattenendo illegalmente gli introiti delle tasse dovuti al governo uscito dalle urne.
Questo significa forse che dobbiamo accettare gli attacchi violenti degli islamisti radicali e l’occupazione di ambasciate e istituti culturali stranieri? Certamente no. Ma non dobbiamo neppure rispondere alla violenza con la violenza. Dobbiamo invece impegnarci in un dibattito serio e aperto: serve un dialogo preventivo anziché una guerra preventiva.
Tenendo conto dell’impatto delle vignette su Maometto e delle fotografie delle torture di Abu Ghraib, è importante che l’Occidente non si limiti a promuovere valori condivisi come la libertà, l’eguaglianza, la solidarietà, la democrazia, i diritti umani e la tolleranza, ma viva anche secondo questi valori attraverso un’etica improntata sull’umanità, il rispetto per la vita, la solidarietà, la sincerità e la collaborazione reciproca.
In generale, i musulmani dell’Unione Europea e degli Stati Uniti hanno reagito con ritegno a quei dolorosi eventi, e hanno cercato di esercitare un’influenza moderatrice sui correligionari dei Paesi musulmani. Esortando a un dialogo onesto e aperto fra islamici e Occidente non voglio nuocere ai buoni rapporti esistenti fra musulmani e non musulmani in Occidente, quanto piuttosto aiutarli a mettersi alla prova e a crescere insieme, anche se questa crescita deve avvenire attraverso la condivisione di esperienze negative.
Uno dei molti modi possibili per prevenire lo scontro di civiltà tanto a livello locale quanto a livello regionale, sarebbe quello di istituire un «consiglio interconfessionale» nel maggior numero possibile di città. Per anni consigli del genere hanno funzionato bene in Gran Bretagna. Formati da rappresentanti ufficiali delle comunità di residenti, sono efficaci strumenti per affrontare le questioni che influiscono direttamente sui rapporti fra le comunità religiose e la loro vita nella società. Nelle situazioni di crisi possono assumere il ruolo di mediatori e prevenire sviluppi pericolosi.
Per anni l’Occidente ha sottovalutato l’idea di dialogo fra il mondo musulmano e quello occidentale. Come ci ha nuovamente dimostrato la polemica sulle vignette, non possiamo rifiutarci ancora di prendere sul serio quest’idea. Se si vuole che la falsa teoria dello scontro di civiltà non si realizzi è tempo che entrambe le parti parlino apertamente e onestamente, riconoscendo le rispettive differenze e cercando un terreno comune.
2006 Hans Küng
Distributed by
The New York Times Syndicate

Hans Kung

Torino, gloriosa spugna d’Italia

Torino era in crisi almeno per la seconda volta da quando spedì i contadini piemontesi in divisa da bersagliere, con fanfare e tricolore a impadronirsi dell’intera Italia. Conseguentemente le volte che si è rivolta agli altri italiani per “alleggerirli” sono almeno tre.
Superato lo scoglio di dover pagare le ferrovie ai Rothschild, mercé la beneficenza degli italiani, la successiva crisi si ebbe al tempo di Umberto I, cioè all’ultimo ventennio dell’800. Il cretino d’Italia - tale fu infatti universalmente giudicato questo re, detto altrimenti “buono”, come dire un buonuomo, oltreché ampiamente cornuto - amava tuttavia la sua città natale, ed essendo per caso re volle che la Torino che andava spegnendosi nel confronto con Roma e Milano, tornasse la capitale di qualcosa.
Al di là delle bugie che si dicono, il re costrinse governanti e banchieri a impiantare la Fiat e a fare di Torino la città della metalmeccanica. La retorica sabauda, fascista, resistenziale e comunista pretende che Torino fosse anche una città operosa, una città tecnologica. In verità, in qualche modo lo è diventata, ma solo da quando è popolata da una maggioranza di campagnoli emigrati; una maggioranza di cui i figli dei contadini meridionali sono la maggioranza.
Caduto il fascismo, il senatore fascista Giovanni Agnelli, beneficiario nel 1929 di un presente di 800 milioni (quando un chilo di pane costava 18 soldi, novanta centesimi) da parte del Duce del fascismo, e il suo luogotenente, ragionier Vittorio Valletta, furono spediti in galera dai partigiani comunisti. Intervenne immediatamente la direzione del Partito comunista, che li fece liberare.
Non basta, democristiani, socialisti e comunisti aderirono entusiasticamente alla richiesta della Fiat di regalare a lei i due milioni di dollari (in quel momento un chilo di pane costava 5 centesimi di dollaro) che l’America regalava all’Italia. Li regalava in compenso del fatto che nel Sud e a Roma i soldati americani avevano messo in circolazione tra il 1943 (anno dello sbarco in Sicilia) e il 1945 (anno della fine della guerra e del ritiro degli alleati) la stessa cifra in lire di occupazione.
Tra il 1961 e il 1963, il ragionier Valletta (il vecchio senatore Agnelli era morto da tempo e ora alla Fiat comandava lui, non fidandosi gli altri eredi di quello scialacquone e femminiere di Gianni) corruppe non solo tutti i giornalisti d’Italia, a partire da Montanelli, ma anche i giornalisti francesi, inglesi e tedeschi affinché dissuadessero il governo dall’idea di industrializzare il Mezzogiorno.
Morto anche Valletta, il potere in Fiat passò a Gianni Agnelli, nipote del senatore Giovanni. Questo garbatissimo signore, volendo impiantare una sua fabbrica in Spagna, fece in modo che le arance spagnole mettessero fuori combattimento le arance siciliane.
Avviata la Comunità Europea, il presidente del consiglio dei ministri, Emilio Colombo, illustre rinnegato di Potenza, tutte le volte che andava in aereo a Bruxelles per contrattare a favore degli interessi italiani, faceva scalo a Torino per prendere ordini da Gianni.
La Fiat s’è mangiata e continua a mangiarsi l’Italia intera. Dal 1900 ad oggi è andata avanti tra grandi successi e crisi fallimentari. Se vogliamo chiederci se si tratta di inefficienza o di altro, la risposta è che si tratta di altro. E’ immancabilmente accaduto, infatti, che i lucri derivanti dal successo industriale venissero imboscati. Accadde così dopo la Prima Guerra Mondiale, accadde così durante la Seconda Guerra Mondiale, è accaduto così una quindicina d’anni fa.
Adesso, a mangiare non è soltanto la Fiat, ma tutta Torino e mezzo Piemonte. Noi paghiamo commerciando droga e i piemontesi regalano al mondo le Olimpiadi della neve. Ovviamente incassando dell’ottima valuta estera, che sarà impiegata per sostenere le spese necessarie alla dislocazione delle industrie nei paesi a bassi salari.
Dice il proverbio: “Signore, aiuta il provveduto, perché il povero ha già imparato” (sottinteso come si vive in penuria).

NICOLA ZITARA

Votocrazia



Una malattia oscura pervade l’animo dei meridionali sin dalla nascita dello Stato italiano. Si chiama notabilato. Il termine fu coniato più di cento anni fa, per indicare il risvolto locale del trasformismo parlamentare. Il notabile – per esempio il geracese l’on. Scaglione o il sidernese l’on. Albanese – controllava, attraverso le sue amicizie e i favori che riusciva a fare, gli elettori.
Una volta in parlamento, si schierava con la compagine politica che stava al governo o che aspirava ad averlo, per ottenere a sua volta favori per i suoi elettori e per i comuni del suo collegio. Politica zero. Più chiaramente, era la vanità personale e familiare a diventare politica.
Infatti, agli eletti del popolo, di soldi del governo, a quel tempo, non ne arrivavano. Non esisteva ancora l’indennità parlamentare e la maggior parte degli onorevoli si sfasciava un patrimonio solamente “per vanità”, tale e quale il capotribù di Veblen, che ingrassa per far vedere che ha più cibo degli altri.
In termini di bilancio Sud/Nord, a quel tempo la Padana utilizzava le rimesse degli emigrati meridionali per industrializzarsi. Ai nostri avi lasciava il piacere e la consolazione di “appartenere” al partito di Mileto o a quello di Albanese; indubbiamente persone degnissime, ma iscritte nei ranghi d’Italia-una e indivisibile come graduati delle truppe di colore.
Qualcosa di peggio si è avuta dopo la caduta del fascismo, specialmente nel Sud. Il gioco è stato ancora una volta diretto da quella parte della Padana che aveva voluto e prodotto l’unità politica e che adesso si autoproclamava fortemente repubblicana, antifascista e resistenziale.
Le regioni forti – Toscana, Emilia, Lombardia, Liguria, Piemonte, più Trieste e il Friuli – hanno portato avanti i loro programmi particolari – o meglio i progetti della concentrazione capitalistica egemone – creando intorno a sé non solo una maggioranza parlamentare, ma anche un consenso ideologico, che al Sud altro non è se non retorica.
In questo gioco delle parti, alle partitiche e resistenziali code meridionali dei partiti nazionali è stato assegnato il compito di portare in parlamento uomini disciplinati e obbedienti alle direzioni nazionali; i quali uomini, sicuramente antifascisti, democrtico-resistenti e costituzional-repubblicani, per effetto di osmosi politica, diventavano i notabili politici di un dato collegio.
L’elettoralismo del partito padano ha generato al Sud una spirale politica perversa. Il sistema ricatta i migliori, mettendoli a gareggiare con mezze calzette dotate di un seguito clientelare. La cospicua indennità parlamentare fa il resto. Lo stesso strapotere mafioso galleggia su questo mare inquinato.
Per fortuna, su questo orizzonte pumbleo s’innalza festoso di patriottici inni l’italico tricolore del presidente Ciampi.
Chiedo scusa per questo mio fare il Grillo Parlante. Lo so, una cosa è dire, cosa ben diversa è mangiare. Prima vivere, e soltanto dopo pensare alle disquisizioni filosofiche. O no?
Comunque, adesso è tutto in ordine. Il nuovo governatore della Banca d’Italia ha studiato con Modigliani. E quale mai trincea migliore a difesa dal comunismo?


NICOLA ZITARA


Eleaml-FORA!rivista elettronica diretta da Nicola Zitara

Circa i prezzi



Martedì, 1 Marzo 2006.
Una trasmissione, si deve dire, completamente disinformativa di Ballarò, la rubrica settimanale di Rai3, nel corso della quale si confrontano la Sinistra, padrona di casa, e la Destra governativa in stato di imputato politico. Tema del giorno, il carovita. La Sinistra ha sostenuto che del guaio è colpevole il governo, il quale ha lasciato che si arricchisse chi poteva, e che tutti gli altri s’impoverissero.
La Destra ha cercato di glissare sull’argomento, imputando la responsabilità alla malfatta adozione dell’euro. Il quale euro, invece, a detta della Sinistra, sarebbe l’unico baluardo disponibile contro un prevedibile e sconvolgente aumento dei tassi d’interesse che lo stato italiano paga su un debito pubblico di 1.300 miliardi di euro, più del Pil annuo nazionale.
Si dà il caso, tutt’altro che strano, che tanto la Sinistra quanto la Destra siano fortemente reticenti sulla verità. La quale verità, elettoralisticamente, non gioverebbe a chi ha voluto l’euro e neppure a chi trae profitto dalla situazione creatasi con l’euro.
Qualunque studentello di ragioneria sa che tra i prezzi delle merci (e dei servizi) e la quantità di moneta in circolazione (oro o carta, non importa) esiste una connessione immediata. (L’equazione del valore della moneta è complicata dalla velocità con cui essa circola in un dato luogo, ma il fatto è ininfluente rispetto al nostro discorso).
Se i prezzi aumentano, non v’è dubbio alcuno che in circolazione esiste una quantità di moneta maggiore del giorno prima. Dal 1940 al 1945, il prezzo del pane passò da una lira a 35 lire. Lo stato stampava carta per affrontare le spese di guerra, i beni disponibili diminuivano, i prezzi salivano.
Al contrario se la quantità di moneta in circolazione diminuisce, sicuramente i prezzi prenderanno a diminuire.
I fatti dicono che la quantità di euro entrata in circolazione, con il cambio delle singole vecchie monete, è maggiore della somma di tutte le merci (e servizi) che le vecchie monete acquistavano.
L’equazione era squilibrata. E non è stato un errore, ma una precisa scelta del banchiere centrale, il quale, piazzatosi nel bel mezzo della scena economica europea, ha voluto un tasso di sconto basso, rispetto a quello praticato dalle vecchie banche centrali d’Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, etc., affinché coincidesse con quello tedesco.
Un tasso di sconto basso (cioè l’interesse che la banca d’emissione fa pagare alle banche commerciali che si riforniscono di banconote presso da lei) agevola gli imprenditori, i quali vengono stimolati a operare. Infatti, indebitarsi con le banche non costa molto. Nella fase reaganiana del capitalismo, ciò portò a un considerevole sviluppo della produzione, e non solo in America. Ma in economia, ciò che è vero oggi, domani potrebbe essere falso.
Ora, bisogna dire che la Banca d’emissione europea ha commesso un altro gravissimo errore di valutazione, abbassando in modo generalizzato il costo del danaro. Ciò ha provocato un notevole aumento della circolazione e dappertutto un aumento dei prezzi. L’errore più visibile e più rovinoso si è verificato in Italia, e per una ragione precisa.
Negli anni ’90, il passaggio delle grandi banche dalla proprietà dello stato a quella dei privati è stato accompagnato dall’abolizione dell’obbligo di tenere una riserva. Cioè tutto il capitale disponibile di una banca (il capitale proprio più i depositi dei risparmiatori, più il danaro preso in prestito dalla banca centrale) è divenuto mutuabile. Anzi la nuova legge bancaria prevede una percentuale di danaro prestabile superiore al capitale disponibile.
In teoria, niente di male in questo. Anzi bene. Solo che in Italia stava avvenendo qualcosa che altrove non avveniva. Cioè il passaggio delle banche e di un’infinità di altre aziende dal patrimonio dello stato al patrimonio dei privati.
Chi comprava si faceva dare in prestito i soldi dalla banche. Da una parte lo stato quasi regalava ciò che possedeva, dall’altra le banche pagavano le proprie privatizzazioni prendendo in prestito danaro fresco a basso prezzo dalla banca centrale. E potevano offrire anche aperture di credito a basso prezzo.
Ovviamente, chi prende in prestito dei soldi per aprire una bottega d’ortolano, sul prezzo dei pomodori carica non solo il costo del prodotto, ma anche l’affitto del locale, le tasse e molte altre cose, fra cui l’interesse sui mutui bancari. Solo per fare un esempio, Tronchetti Provera, che ha avuto in prestito tra i 200 e i 300 mila miliardi di ex lire per comprare Telecom, sul prezzo della bolletta bimestrale ci fa pagare anche i suoi interessi passivi.
E badate. E’ anche colui che si sta comportando più onestamente di tanti altri. Insomma, in Italia, gli euro offerti dalla Banca UE non sono andati alla produzione, come in Irlanda e in Spagna, ma alla speculazione, su cui si raccontano infinite favole ma che, per la verità, non produce niente. Soltanto prende soldi dalle tasche di tutti e li drena nelle proprie.
Tutto qui. Ed è anche facile da spiegare. Quando facevo l’insegnate, i ragazzini di sedici anni capivano il meccanismo. Chissà perché, poi, riesce così difficile a ministri, deputati e giornalisti?

NICOLA ZITARA

Eleaml-FORA!rivista elettronica diretta da Nicola Zitara

Treni ad alta lentezza




Siderno, 20 gennaio 2006

Nel corso di pochi anni sono stati mandati a casa decine di migliaia di ferrovieri, forse oltre centomila. Più di 500 carrozze sono state eliminate dalla circolazione in quanto troppo vecchie e usurate per rotolare sui binari. I rami secchi, i tronchi improduttivi sono stati eliminati.

Al Sud è rimasto in piedi un solo concetto strategico; che i lavoratori e gli studenti meridionali debbano raggiungere Firenze, Bologna, Milano e Torino onde contribuire al bene di quei padroni di casa che ancora non affittano agli extracomunitari. Questa programmazione antiferroviaria è l’ultima operazione antifascista messa in piedi dalla democrazia italiana prima che Fini rinnegasse il Duce.
Infatti come Mussolini era ferroviere, così la Liberazione e La resistenza sono state automobilistiche.

O volendo inventare un neologismo, Fiattistiche o Agnellistiche. Su 56 milioni di italiani residenti pare ci siano più di trenta milioni di autoveicoli

E tuttavia il treno è sempre un elefante e detta legge a tutta l’altra zoologia meccanica. Pensate ai passaggi a livello. I pedoni, almeno i più arditi trovano modo per scavalcarli, ma macchine, camion, carrette, biciclette, corrozzine con gli infanti debbono fermarsi e aspettare che il treno passi.

Quando arrivai a Siderno dalla precedente residenza, il passaggio a livello di Piazza Portosalvo non era custodito da sbarre comandate da lontano, ma da due enormi cancelli, che quando si chiudevano o si aprivano erano un divertimento per i ragazzini, i quali si aggrappavano ai rombi metallici della griglia e si facevano trasportare.

Questo antico passaggio a livello veniva chiuso e aperto a mano da una matura Signora, che per la verità aveva anche qualche chilo di troppo. Mi piaceva assistere all’operazione da un balcone che dava sulla piazza. Non occorreva consultare l’orario dei treni o stare con gli occhi fissi sul cancello per sapere il momento dell’operazione. Accanto alla casa del casellante, anzi della casellante c’era una guardiola di eternit, attrezzata con un sedile ribaltabile e un vecchio apparecchio telefonico a manovella, quelli che si vedono nei film western.

Quando quel telefono squillava, il suono si propagava in tutta la piazza e disturbava persino le funzioni religiose nella vicina chiesa. Il richiamo era perentorio per le ragazze che stavano affacciate ai banconi, anche per gli sfaccendati che passeggiavano in piazza, o erano seduti sulle panchine della stessa o ai tavolini del Bar Cremona, ma anche per la Signora attempata e paffutella, la quale, nonostante gli anni e i chili, varcava precipitosamente la porta del casello e correva verso la garitta e il telefono.

Dalla mia postazione non potevo udire le parole, ma certamente era il capostazione di Siderno che, per tempo avvertiva la casellante dell’arrivo, poniamo, dell’accelerato 432, in partenza da Locri alle 17,11. A quell’annuncio la casellante riprendeva fiato. Non ho mai capito se avesse un orologio in tasca o se l’orologio fosse nella sua testa, sta di fatto che la Signora faceva trascorrere qualche minuto, dopodiché si avvicinava a una grande leva, posta dall’altra parte del passaggio a livello e l’abbassava. A quel punto si cominciava a sentire il rumore tipico prodotto dalla sbarre del passaggio a livello del rione Sbarre, che si abbassavano.

Ciò fatto, procedeva a chiudere l’unica anta del cancello che era aperta. Infatti l’intero cancello veniva aperto soltanto al passaggio dei camion o di una processione. Per il passaggio delle auto e dei carretti bastava che fosse aperto mezzo cancello.

Ma il treno era ancora lontano qualche minuto. Cosicché il pedone o il ciclista che voleva attraversare, chiedeva: “Posso passare?” La dolce Signora diceva: “Fate presto”, e l’attraversamento avveniva. Se a dover attraversare era un giovane lesto, il permesso arrivava anche se il treno era già in vista.
Tempi di sveltezza e di prestezza, quelli antichi. Me li ricordo sempre quando percorro in macchina il Lungomare e vado a bloccarmi davanti al passaggio a livello delle Sbarre, o nel caso opposto, a quello di Matarazzi. Cinque minuti, sei minuti, dieci minuti, forse di più. Le sbarre – mi dicono – vengono azionate da Crotone. E siccome a Crotone, per lunga tradizione si è enormemente prudenti, calano le sbarre quando il treno è ancora fermo nella stazione di Ardore.

Non c’è dubbio che la prudenza a cui Trenitalia si conforma, imponendola anche ai cittadini, scaturisce dal fatto che in altri luoghi, lontani da noi migliaia di chilometri, i treni percorrono una distanza identica a quella Locri-Siderno in un decimo del tempo impiegato dai nostrani treni,

Antonia Capria


rivista elettronica diretta da Nicola Zitara

07 marzo, 2006

GIOVANNI PAOLO II




Nell'imminenza del primo anniversario della morte del Grande Papa Giovanni Paolo II (Ioannes Paulus II), al secolo Karol Józef Wojtyła (Wadowice, presso Cracovia, Polonia, 18 maggio 1920 - Città del Vaticano, 2 aprile 2005)vogliamo ricordarlo pubblicando immagini e parole del suo lungo pontificato, per rendere omaggio ad una Grande del nostro tempo

PRIMO SALUTO E PRIMA BENEDIZIONE AI FEDELI

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

16 ottobre 1978



Sia lodato Gesù Cristo.

Carissimi fratelli e sorelle,

siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I. Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano... lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana.Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima.

Non so se posso bene spiegarmi nella vostra... nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi correggerete. E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa, e anche per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto degli uomini.

04 marzo, 2006

IL CALABRESE DELLO SPAZIO





E' morto il 23/02/2006, all'età di 70 anni, Antonio Rodotà, uno dei protagonisti dello spazio italiano ed europeo. Ne dà notizia oggi l'Agenzia Spaziale Europea (ESA), della quale Rodotà era stato direttore generale dal giugno 1997 al giugno 2003. In precedenza era stato amministratore delegato dell'Alenia Spazio (Finmeccanica). Avere gettato le basi per una dimensione europea dello spazio e del programma di navigazione satellitare europeo Galileo sono le due grandi eredità che Antonio Rodotà lascia allo spazio europeo. "Antonio Rodotà ha guidato l'ESA nel XXI secolo. Mi sento onorato di avere avuto l'opportunità di seguire la sua strada e costruire sulle fondamenta che egli aveva gettato per una rinnovata Europa nello spazio", ha osservato il direttore generale dell'ESA Jean-Jacques Dordain. La prima ventata di novità Antonio Rodotà la portò all'ESA con il suo stesso ingresso, come primo direttore generale proveniente dal mondo dell'industria. E' stato anche il primo italiano ad avere assunto la più importante carica operativa dell'ESA. "Ha rivestito un ruolo di primaria importanza in molti settori - rileva l'Agenzia Spaziale Europea - e il suo contributo è stato largamente apprezzato nella comunità spaziale europea e internazionale". Particolarmente apprezzata, prosegue l'ESA, era la sua "forte vocazione alla cooperazione internazionale". Per l'Agenzia Spaziale Europea Antonio Robotà "sarà ricordato in particolare per avere incoraggiato la dimensione europea delle attività spaziali e per essere stato uno dei padri fondatori del programma europeo di navigazione satellitare Galileo". Nato il 24 dicembre 1935 a Cosenza e laureato in ingegneria elettrotecnica all'università di Roma (dove aveva anche insegnato dal '59 al '61), Rodotà ha diretto la Divisione Spazio della Alenia Aerospazio, è stato responsabile del coordinamento tra le altre aziende spaziali di Finmeccanica (Laben e Space Software Italia) e presidente di Quadrics Supercomputer World. E' stato anche vicepresidente del Gruppo difesa e spazio dell'Anie, membro del Comitato di gestione dell' Associazione Industrie Aerospaziali, del gruppo del ministero per la Ricerca sui supercomputer, del comitato di gestione della Space Systems Loral e dei consigli di amministrazione di Arianespace, SSI e Marconi/Alenia Communications. Dal 1965 al '66 e' stato delegato italiano alla Nato per i sistemi di elaborazione elettronica. La sua carriera industriale era iniziata nel 1959 come progettista elettronico alla Sispre (missili) e dal 1966 alla Selenia. Condirettore della Selenia Spazio (e contemporaneamente direttore generale della Compagnia nazionale satelliti) e poi di Alenia Spazio, ne era diventato amministratore delegato nel febbraio 1995.

Cosi Massimo Caprara lo ha ricordato sul forum del sito www.corriere.it

"L'ingegner Antonio Rodotà è stato un grande italiano che ha contribuito alla crescita di questo Paese nell'avanzato campo della tecnologia spaziale. Ricordarlo è triste anche perchè ci legava un'amizia fondata sul fascino dell'avventura spaziale. Con lui abbiamo condiviso lanci spaziali, la costruzione di nuovi satelliti, progetti per il futuro. Io chiedevo, da giornalista, lui raccontava sempre con l'occhio del possibile come un ingegnere deve fare.
E quando nel 1997 diventava direttore generale dell'Agenzia Spaziale Europea Esa a Parigi dove sarebbe rimasto sino al 2003, si trovava nel luogo giusto per materializzare nuove sfide. E così accadde perchè diventò il padre della costellazione Galileo formata dai satelliti di navigazione. Così l'Europa avrebbe avuto il suo sistema GPS. E ci riuscì coinvolgendo per la prima volta nell'impresa l'Unione Europa: anche questo fu un suo capolavoro che aprì una strada sulla quale nasceranno altri programmi.
Antonio Rodotà aveva alle spalle una lunga e prestigiosa storia professionale maturata nelle in varie società spaziali che aveva contribuito a far crescere. La sua scomparsa, prematura, è una grave perdita prima di tutto umana perchè Antonio aveva un cuore disponibile, senza barriere. E questo ci mancherà anche più della sua tecnologia.
"Antonio Rodotà ha portato l'agenzia eruoepa Esa nel 21° secolo e mi sento onorato di aver avuto l'opportunità di seguire le sue orme e di costruire sulle fondamenta che lui aveva gettato rinnovando l'Europa spaziale", ha commentato Jean-Jacques Dordain succeduto alla direzione dell'Esa.
Noi non lo dimenticheremo".


Anche noi non dimenticheremo questo insigne personaggio e cercheremo e pubblicheremo tracce del suo operato e del suo pensiero.
Un pensiero di vicinanza e partecipazione alla famiglia di Antonio Rodotà.

02 marzo, 2006

L'economista napolitano Antonio Genovesi

Insieme con Gaetano Filangieri ed un'altra manciata di grandi (e da noi ahimè pochissimo conosciuti) pensatori napolitani e siciliani come Antonio Serra, Ferdinando Galiani e Bartolomeo Intieri, Antonio Genovesi ha dato un fortissimo slancio al Regno di Napoli, con particolare riferimento alla sua politica economica. Il suo lavoro è ancora attualissimo, e secondo me si adatta ancora bene all'attuale situazione socio-economica del Sud Italia, che purtroppo dalla sua "fusione" con gli altri Staterelli italiani ha perso completamente di vista quel progresso sul quale era stato ben avviato.

Genovesi nacque a Castiglione, nel Principato Citeriore (oggi provincia di Salerno) nel 1713, morì a Napoli nel 1769. Ordinato sacerdote nel 1737, si dedicò all'insegnamento e agli studi nell'Università di Napoli (dal 1738), dove ottenne, nel 1741, la cattedra di metafisica. Orientatosi in seguito verso gli studi economici, dal 1754 tenne la prima cattedra di Economia Politica istituita in Europa, dalla quale fu maestro e ispiratore per un'intera generazione di riformatori napoletani. Collaborò alle riforme introdotte nel Regno di Napoli da Bernardo Tanucci.

Cominciò ad occuparsi di economia politica all'età di 41 anni; assalito da un disdegno per la vecchia cultura di cui sino ad allora si era nutrito, aveva infranto gli idoli allora venerati e, alle vuote dissertazioni di un tempo, aveva contrapposto l'amore per le adorabili discipline pratiche. Un tempo, la filosofia era "tutta cose" allorché quelle che la coltivavano volevano essere guidatori, legislatori, istitutori di popoli. Poi la grande corruzione della cultura era cominciata e per sette e più secoli le scuole filosofiche d'Europa fecero a gara a chi potesse essere più feroce in inutili immaginazioni ed astrazioni come dice lo stesso Genovesi nel "Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze" a chi meglio, sospingesse il pensiero fuori dall'atmosfera umana.

Cominciò dunque l'era della ragione.Erano i primi accenni di rivolta allo spirito ed al costume della Controriforma: gli spunti di polemica antigesuitica ed anticlericale, la ripresa della battaglia in difesa dell'autonomia dello stato laico contro ogni interferenza ecclesiastica, i primi elementi di una teorica delle monarchie illuminate e del regime paternalistico, nonché, sul terreno letterario, l'avvento di una poetica e di una critica più aperte e coraggiose e la decisa reazione contro il "malgusto" dell'età barocca. La vera e profonda rivoluzione culturale che si attua nella seconda metà del secolo, sotto il segno dell'illuminismo caratterizzata dal bisogno di sovravvertire radicalmente le fondamenta della vecchia civiltà in tutte le sue manifestazioni. E Genovesi, indubbiamente, recepisce l'influenza del nuovo panorama culturale italiano che sta vivendo.
Si chiamasse enlightenment in Inghilterra, les lumieres in Francia, o aufklarung in Germania, l'illuminismo, o rischiaramento, circolava nella vita pratica, ben prima che nel settecento se ne inventasse il nome e, per dirla con Kant, volle rappresentare "l'uscita dell'uomo da un stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso".

In questo clima Genovesi prende coscienza della decadenza culturale, materiale e spirituale dopo il periodo d'oro del napoletano.
Tuttavia è consapevole della necessità di intervenire "per far riprendere al fiume il primo corso" cioè a riportare le arti, il commercio e l'agricoltura a nuovi splendori. Per questo abbandona l'etica e la filosofia e si dedica completamente all'economia. Napoli genera nella seconda metà del secolo XVIII una serie di pensatori economici di eccezionale statura ed indiscutibilmente il più importante fu Antonio Genovesi per il quale Bartolomeo Intieri fondò la prima cattedra di Meccanica e di Commercio. Gli economisti napoletani della metà del sec. XVII, afferma il Demarco, si erano orientati verso lo studio dei problemi monetari e della politica mercantilistica. Il più famoso di essi era stato Antonio Serra il quale era convinto che nessuno potesse ignorare "quanto sia importante, sia per i popoli, sia per principi, che un regno abbondi di oro e di argento".
Un'altra considerazione per la moneta era dunque comune a tutti i mercantilisti (Malynes, Misselden e, soprattutto Mun). Essi guardavano al processo economico dal punto di vista dello stadio primitivo raggiunto dal capitalismo - la sua fase commerciale - ed erano portati ad identificare la moneta con il capitale. La "paura dei beni", la preoccupazione esclusiva e quasi fanatica di vendere caratterizzò il pensiero mercantilista. Nel secolo in parola, infatti, non si metteva in dubbio l'utilità e la necessità di una stretta disciplina del commercio dei grani e quindi un riconoscimento dei diritti dell'agricoltura sinora trascurati. "Era pregiudizio comune - dice C. Barbagallo nel suo saggio "A.G. Economista" in Nuova rivista storica - che la carestia dovesse combattersi esclusivamente immagazzinando il sopravanzo degli anni di abbondanza per immetterlo nel consumo negli anni di scarsità". Per questo si cercava di frapporre ostacoli all'esportazione dei grani. Ma l'esperienza e l'osservazione delle carestie del Regno di Napoli, e di quella non lontana del 1764, sospingevano il Genovesi verso la libertà del commercio dei grani.
Genovesi sostiene la sua teoria dicendo che molteplici sono le possibilità per giovare all'agricoltura: abolendo le manimorte, rendendo alienabili le terre, prevedendo la concentrazione della ricchezza fondiaria; usando, cioè, ogni mezzo perché la proprietà sia largamente diffusa e ogni agricoltore possegga come cosa propria la terra che feconda allettando con tutti i mezzi come avveniva in Toscana ed in Inghilterra la nobiltà ad occuparsi della coltivazione delle terre. Così dicendo, cercava di incoraggiare la piccola proprietà coltivatrice. Come ai mercantilisti, anche al Genovesi l'importanza del commercio nella cerchia dell'economia politica appare notevole

L'esempio dell'Inghilterra e dell'Olanda - continua Demarco - lo sospingevano a quella conclusione. Perciò il Genovesi affermava che il "traffico esterno" procurando l'esportazione delle "derrate e manifatture promuove insieme l'agricoltura e le arti", e ciò con l'utilità dei proprietari e di coloro che lavorano. Il commercio per il Genovesi è l'operazione per la quale si scambia il superfluo col necessario ed è in lui chiarissimo il concetto di bilancia commerciale. La Nazione che deve importare dall'estero materie prime e prodotti finiti non ha altro mezzo per pagare quelle merci che "estrarre" cioè esportare il superfluo della sua produzione per procurarsi i mezzi di pagamento. Genovesi quando pensa ai problemi economici non si discosta mai dalle concezioni etiche che hanno influenzato la sua formazione culturale. Infatti, egli diceva che "è inutile di pensare ad arti, a commercio, a governo se non si pensa a riformare la morale" non operando così una modernistica separazione concettuale tra l'homo sapiens e l'homo oeconomicus. Da questo sbocco scientifico era insieme attratto e respinto. Stava in bilico tra una concezione sistematica e controversistica ed un più libero e spregiudicato atteggiamento scientifico. A scegliere la sua strada lo aiutarono non poco le amicizie contratte in quegli anni a Napoli con Celestino Galiani, con Giovanni Maria della Torre, newtoniano convinto, e soprattutto con l'editore Giuseppe Orlandi. Del resto - scrive M. Zinno - la preparazione filosofica è spesso propedeutica a quella economica, per lo meno per quanto concerne i padri di questa nuova scienza, Antonio Genovesi e Adamo Smith, tanto per citare i primi e più illustri artefici di questa nuova dottrina, sono studiosi che hanno avuto in comune una ferratissima preparazione filosofica.
Infatti, "insieme" (storicamente parlando ed anche come metodo di speculazione filosofica) teorizzano la "divisione del lavoro". Genovesi non fu un pensatore originale. Il suo credo era una variazione dell'ortodossa schematica mercantilistica. Per lui vi era un "commercio utile" (che esportava manufatti e portava in Patria materie prime) e un "commercio dannoso" (che esportava materie prime e portava in Patria manufatti). L'intervento pubblico, d'altro canto doveva, riguardare soltanto quest'ultimo. Il commercio utile meritava la libertà che fioriva meglio in condizioni libere. Altro concetto importante del Genovesi è quello della moneta. Culturalmente influenzato sull'argomento dall'Abate Galiani, il Nostro maturò i principi delle moderne teorie (in valore intrinseco o estrinseco); delineò la teoria del prezzo e dei bisogni costruendo, così, le basi della moderna economia politica. Ci vorrebbe ben altro spazio (e ben altre competenze) per parlare compiutamente del pensiero economico del Genovesi, delle teorie del monetarismo e del mercantilismo, che bene o male hanno costituito le basi di partenza dei ragionamenti genovesiani.

Marcello Zinno, dice: particolarmente felice ci appare la conclusione delle "Lezioni di economia civile" in cui sono elencati i grandi meriti delle classi produttrici e vengono esaminati i rapporti di diritto pubblico tra lo Stato e gli individui. Antonio Genovesi accetta in parte i principii trattati dal Montesquieu nello " spirito delle leggi" e in parte la tesi esposta da Hobbes nel "Leviathan". Secondo Giovanni Gentile, il pensiero filosofico di Antonio Genovesi - G. Gentile "Dal Genovesi al Galluppi' - si avvicina molto alla dottrina lockiana delle idee in sede teoretica, e questa analogia di punti di vista filosofici si proietta anche sul tappeto politico. Il Nostro mitiga di molto la teoria di Hobbes per cui lo Stato, simile al mostro biblico Leviatano, divora tutti i diritti dei sudditi allo scopo di creare la felicità comune. Secondo il Nostro "ogni cittadino sa che egli è obbligato a conservare il Jus pubblico sostenitore del corpo politico" ed aggiunge per chiarire meglio il pensiero che "paga, dunque, con tutto il suo piacere una porzione dei suoi privati diritti pel sostentamento dei pubblici". Per quanto riguarda la classe fondamentale, definita da Temple come la base della piramide dello Stato, Genovesi afferma che il governo saggio deve porre tutte le cure necessarie perché la classe stessa possa svilupparsi sempre più. Nei paesi dediti alla poltroneria ed alla voluttà, questa classe veramente benemerita non potrà mai avere uno sviluppo adeguato, giacché le arti che la compongono, definite addirittura adorabili, sono ne abbastanza conosciute ne bene animate.
Il commercio è concepito come una serie di canali che "danno scolo ai prodotti e animano i produttori", è necessario perciò che i legislatori sviluppino al massimo questa attività importantissima per la vita e la prosperità degli Stati. Il commercio, dice efficacemente il Nostro, "dev'essere schiavo da una faccia e libero dall'altra. E dev'essere servo della gran legge d'ogni nazione sallus puhblica. Ogni esportazione che indebolisca l'industria è considerata come reato, ed ogni importazione che nuoce all'industria 'domestica' rovina lo Stato. E le "Lezioni" hanno termine con una visione religiosa della funzione dell'economia civile. Prima ancora di essere economista e filosofo, Antonio Genovesi è Abate; e come sacerdote egli esorta gli studiosi ad agire per assecondare la legge eterna di Dio, "Moderatore del mondo".