26 marzo, 2006

CACCIA ALL' "IMPERATORE" DELLO STRETTO


La caccia al pesce spada è praticata in forma quasi arcaica nell’ estremo sud della Calabria tirrenica, nel mare antistante la Costa Viola, in quelle stesse acque, tra Palmi e Scilla, dove Omero immaginò le peripezie di Ulisse, volontariamente sordo al canto delle Sirene, e in cui gli antichi marinai cercavano di sfuggire alle insidie di Scilla e Cariddi.
Il pesce spada (Xiphias Glaudius) è un grande pesce affusolato che raggiunge mediamente uno o due quintali di peso, per circa due metri di lunghezza. Dal labbro superiore fuoriesce un aguzzo e robusto rostro: quasi una lunga baionetta, con cui “l’ imperatore dello Stretto”( così viene chiamato) impone rispetto agli altri pesci e all’ uomo stesso. In primavera lo “spada” risale dagli abissi lontani per avvicinarsi all’ alta costa della Calabria: per sposarsi, dice la leggenda; per ammirare lo stupendo paesaggio, affermano gli enti turistici. La verità è che si illanguidisce nelle tiepide e profonde acque della riva alla ricerca della femmina, con cui spesso viaggia accoppiato.
Esso viene pescato con tecniche le cui origini vengono attribuite agli antichi pescatori fenici, secondo le testimonianze antiche di Stradone, Polibio e Oppiano.
Sui costoni della montagna, a picco sul mare, si ponevano delle giovani vedette dalla vista acutissima ( “segnalaturi”) che provvedevano a indicare alle imbarcazioni sottostanti la presenza del pesce.
E lo facevano agitando bandiere colorate oppure urlando frasi convenzionali dal misterioso significato.
Nel mare, precedentemente suddiviso in settori preassegnati per sorteggio alle singole imbarcazioni, stazionavano gli “untri”, barche dipinte esternamente di nero, strette e affusolate, con quattro rematori. Al centro vi era un’ antenna alta due o tre metri a cui si aggrappava in pericolosa posizione un altro avvistatore con il compito di dirigere i rematori sulla preda, dando loro il ritmo della vogata. Sulla prua era pronto il fiocinatore, protagonista assieme al pesce, della lotta. Avvistata la preda, l’ “untri”, volava all’ inseguimento, leggero sulle onde: sulla prua il fiocinatore era a gambe larghe e con le ginocchia semiflesse per attutire gli impulsi alle braccia che stringevano forte la lunga fiocina.
Appena il pesce arrivava a tiro, a due o tre metri, partiva il micidiale colpo che raramente sbagliava il bersaglio, e guai se lo falliva! L’ arpione, fusiforme, apriva i suoi quattro petali d’acciaio a mordere le compatte carni del pesce per fiaccarne nel dolore la resistenza. Alla fine questo, stremato, si lasciava docilmente issare sulla barca.
A volte i pesci navigavano a coppia: il maschio e la femmina. Se a essere colpita era la compagna, sovente l”imperatore” si lanciava furioso contro la barca brandendo la sua spada e non poche volte la perforava, minacciando anche le gambe dei pescatori
Intanto, a terra, le donne e i bambini dei pescatori ne attendevano il ritorno. Vi era quindi la pesa del pesce. Al fiocinatore toccava, per lontano diritto il “cozzetto”, vale a dire un grosso cubo di carne staccato attorno alla ferita. Lo “spada” veniva quindi caricato sulla testa da una donna e portato verso il mercato.
Oggi, questo tipo di pesca ha subito qualche modifica. Agli “untri” si sono sostituite “le passerelle”, ai remi il motore. La “passerella” è una grossa imbarcazione a motore. Al centro vi è un traliccio alto 15/21 m. che sostituisce l’ antenna degli “untri”. In cima vi è una stretta gabbia di ferro con la ruota del timone, lì vi si colloca l’ avvistatore, che ha ora il ruolo di timoniere. Dalla prua sporge un lungo e leggero ponte di ferro (“la passerella” appunto”, di una decina di metri. Vi prende posto il fiocinatore, che riesce così a porsi direttamente al di sopra del pesce, rendendo più facile il tiro.
Tuttavia, nulla si è modificato nelle emozioni come può sperimentare chi voglia vivere l’ esperienza di una battuta di pesca all’ “imperatore dello Stretto”. Basta rivolgersi ad uno dei tanti pescatori della Costa Viola ed essere pronti a imbarcarsi all’ alba. Bisogna però, premunirsi di cappelloni di paglia perché il sole, in Calabria, picchia forte.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

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