22 marzo, 2006

Goethe in Italia

Sono convinto che lo spettacolo più straordinario e più raro a cui si possa assistere sia l'incontro di due mondi, diversi tra loro ma curiosi e rispettosi l'uno dell'altro.
E questo miracolo avvenne ad esempio quando uno dei maggiori poeti di sempre, il tedesco Goethe, visitò l'Italia. O meglio, l'Italia classica, in particolare quella eterna di Roma e quella radiosa della Magna Grecia.
Il grande poeta non vedeva l'ora di arrivare nell'Italia dei suoi sogni, e "scappò" da Weimar nel settembre 1786 alla volta delle Alpi, senza trovar pace fin quando non arrivò ad ammirare le vestigia dell'Arena di Verona. Poi in fretta, senza perdere più di qualche giorno nelle tappe intermedie, raggiunse Roma dove rimase per quattro mesi. Partì poi per Napoli, dove rimase più di un mese, e mostrò di apprezzare la gaia laboriosità delle persone:

"È vero, qui non si può fare più di qualche passo senza imbattersi in individui mal vestiti, o vestiti persino di stracci, ma non per questo si tratta di perdigiorno e fannulloni! Anzi, paradossalmente oserei dire che a Napoli il lavoro maggiore viene svolto dalle persone dei ceti bassi."

"...il cosiddetto lazzarone non è meno attivo di coloro che appartengono alle classi più alte, ma bisogna prendere nota che qui tutti lavorano non solo per vivere, ma per godersi la vita; anche nella fatica vogliono essere felici."


Poi partì in nave per la splendida Palermo ("Nel giardino pubblico vicino al porto, trascorsi tutto da solo alcune ore magnifiche. E' il posto più stupendo del mondo.") ed al giro della Sicilia dedicò ben due mesi interi. Da Messina ripartì poi in nave per la capitale Napoli, evitando purtroppo di fare tappa negli altri Regi Dominii.
A Napoli in tutto soggiornò 2 mesi. A Roma più di un anno, mentre in tutto il resto della penisola fu solo di passaggio. Tornò nella sua patria nel maggio del 1788.
Qualche anno dopo provò a ripetere quel viaggio favoloso, ma si fermò solo nel Veneto e, disgustato da sporcizia ed indisciplinatezza delle persone, come annota nei suoi appunti, fece subito marcia indietro, per non ritornare mai più nella mitica Italia.
Le pagine del "Die Italienische Reise" (Viaggio in Italia) sono esemplari. E a mio parere dovrebbero essere tenute presenti non solo in quanto esempio di bello letterario, ma anche come modello etico di approccio alla vita.

Ancora dal suo soggiorno a Napoli:

"Oggi era anche la festa di san Giuseppe, patrono di tutti i frittaroli, cioè dei venditori di pasta fritta, beninteso della più scadente qualità. E poiché sotto il nero olio bollente arde di continuo una grande fiammata, della loro sfera fa parte anche il tormento del fuoco; perciò iersera avevan fatto, davanti alle loro case, una parata di quadri di anime del purgatorio e di giudizi universali entro un lingueggiare e divampare di fiamme.
Sulle soglie delle case grandi padelle erano poste su focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle che gettava nell'olio fumante. Un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo le ciambelle man mano ch'eran cotte e con un altro spiedo le passava a un quarto che le offriva agli astanti; gli ultimi due garzoni erano ragazzotti con parrucche bionde e ricciute, che qui simboleggiano angeli. Alcuni altri completavano il gruppo mescendo vino; tutti gridavano, anche gli angeli, anche i cuochi. Il popolo faceva ressa, perché in questa serata tutti i fritti si vendono a poco prezzo e una parte del ricavo va persino ai poveri. Scene simili potrei raccontarne a non finire; e ogni giorno succede lo stesso, sempre qualcosa di nuovo e d'incredibile, basti pensare all'immensa varietà delle vesti che si vedono per la strada, alla folla di gente nella sola via Toledo!"

Nessun commento: