23 marzo, 2006

Scuola medica salernitana

Uno dei più importanti esempi per confutare il dogma che il Medioevo, soprattutto per il Sud Italia, fu un periodo buio ed involuto, è rappresentato dalla (ahimè poco studiata, e per giunta il Museo a Salerno è spesso inaccessibile!) Scuola medica salernitana.
La tradizione, non supportata però da documenti storici, fa risalire la fondazione della scuola al IX secolo, per opera di quattro maestri, l'ebreo Helinus, il greco Pontus, l'arabo Adela ed il latino Salernus: in ogni caso, è proprio dal confluire di queste quattro culture che si sviluppa l'ars medica salernitana, e che fa nascere in Europa la scienza medica moderna.
Il grande rinnovamento culturale, legato al fenomeno del monachesimo benedettino, che ebbe a Montecassino (vicino Napoli) il suo centro propulsore e a Salerno la più alta espressione nell'Abbazia di S. Benedetto, esercitò un ruolo importante nell'evoluzione degli studi scientifici e della prassi medica. In più, la posizione geografica di Salerno nel cuore del Mediterraneo poneva la città in un punto nodale di traffici al centro di importanti scambi con l'Oriente e l'Africa, mediati da Amalfi e dalla Sicilia.
L'ars medica arricchì il suo bagaglio di cognizioni empiriche sia grazie all'attività assistenziale e più propriamente ospedaliera che si svolgeva nelle infermerie dei monasteri, sia grazie all'opera dei medici laici, talvolta anche donne, che svolsero la loro professione dapprima in maniera isolata ed empirica, poi attraverso forme associative, con un intento più speculativo e didattico.


Breve excursursus nella storia plurisecolare di questa Scuola

Le prime testimonianze storiche dell'attività della Scuola risalgono al X secolo e sono contenute nell'Historia inventionis ac traslationis et miracula S. Trophimenae, nel Chronicon di Hùgone di Flavigny, e nella Historia di Richeiro di Reims.
Già nei trattati dell'XI secolo si riscontrano elementi di chirurgia in un momento in cui questa non era considerata una branca della medicina, ma solo un'attività collaterale esercitata senza nessuna nozione scientifica. La chirurgia a Salerno, faceva parte del bagaglio culturale del medico e non veniva completamente demandata a praticoni. Già in Petroncello, infatti, si parlava di suture e di legature di vasi sanguigni in caso di forti emorragie. Ma è solo nel XIII secolo, quando a Salerno vengono studiate le norme fondamentali dell'insegnamento chirurgico, codificate da Ruggero da Frugardo e da Rolando da Parma, che la chirurgia entra a far parte a pieno titolo del curriculum del medico salernitano. Questi due maestri si servivano della pratica chirurgica come terapia atta a risolvere determinati casi clinici e non si limitavano a descrivere solo l'intervento, ma tutta la sintomatologia, dedicandosi alla parte pratica solo dopo la diagnosi.

Il sapere della Scuola si arricchisce di nuove cognizioni nel XII secolo, quando si diffonde l'opera di Costantino Africano, primo divulgatore in Occidente della scienza medica islamica. Dopo una vita di studi e di viaggi che lo portarono in Persia, in Arabia, nella Spagna arabizzata, approdò nella seconda metà dell'XI secolo a Montecassino, dove si dedicò alla traduzione dell'arabo di numerosi trattati di medicina classica, ebraica, islamica. Nel dettagliato elenco delle sue opere, fornitoci da Pietro Diacono nel De viris illustribus, accanto alle traduzioni dei trattati di Isacco Giudeo sulle urine, sulle diete, e sulle febbri, e dell'Isagoge e del De oculis di Iohannitius, compaiono molti trattati, tra cui il De anatomia, la Practica, la Cyrurgia, il De ginecia il De Gradibus che hanno alimentato a lungo la disputa tra gli studiosi sul loro essere opere originali di Costantino o plagi. Di Ippocrate tradusse gli Aforismi, i Pronostici, il Trattato sulle malattie acute, tutti con i commenti di Galeno, di cui aveva tradotto l'Ars parva ed altri trattati. Tali opere erano già note nel mondo occidentale, ma la diffusione che conobbero queste traduzioni contribuì ad accrescere l'interesse per la dottrina aristotelica di cui erano impregnate, contribuendo così alla nascita della Scolastica.
Ma fu soprattutto in campo farmacologico che la Scuola risentì dell'influsso costantiniano: la sua traduzione del Kitab-al-Maliki di Alì-ibn Abbas, uno dei più importanti trattati di medicina araba, conosciuto come Pantegni, arricchì i prontuari di rimedi salernitani di una vasta gamma di prescrizioni fino ad allora sconosciute.

La pratica chirurgica conobbe in campo oculistico grande approfondimento grazie agli studi di Benvenuto Grafeo, vissuto nella seconda metà del XIII secolo, autore del De arte probatissima oculorum. Quest'opera rese celebre il maestro salernitano negli ambienti della medicina occidentale e costituì il più importante trattato di chirurgia oculistica del tempo.
Circa vent'anni prima un altro esponente della dottrina oftalmica salernitana, Davide Armenio, fu autore di un Tractatus de oculis Accanamusali ritenuto a lungo opera dell'oculista arabo Ammar-al-Mausili. L'Armenio con la sua opera, basata sulla conoscenza dei modelli classici e non influenzata dalle nozioni arabe, sembrerebbe costituire il fondamento della scienza oculistica propriamente salernitana.

Nelle costituzioni di Federico II, pubblicate a Melfì nel 1231, la Scuola venne istituzionalizzata, e nel 1280 il re angioino Carlo I la dichiara Studium, ovvero una vera e propria Università. C'è da dire che le prime università europee (Bologna, Padova, Napoli, Parigi) erano propriamente università di Giurisprudenza e Teologia, mentre a Salerno ed in seguito a Montpellier ed Oxford si insegnava principalmente o solo Medicina.
La Scuola salernitana continuò la sua attività con alterne vicende fino al 1811, allorquando, con la riorganizzazione dell'istruzione pubblica del Regno durante la dominazione napoleonica, Gioacchino Murat attribuì esclusivamente all'Università di Napoli la facoltà di conferire lauree, e diede così il colpo mortale ad un'istituzione dalla storia estremamente prestigiosa.

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