08 marzo, 2006

Torino, gloriosa spugna d’Italia

Torino era in crisi almeno per la seconda volta da quando spedì i contadini piemontesi in divisa da bersagliere, con fanfare e tricolore a impadronirsi dell’intera Italia. Conseguentemente le volte che si è rivolta agli altri italiani per “alleggerirli” sono almeno tre.
Superato lo scoglio di dover pagare le ferrovie ai Rothschild, mercé la beneficenza degli italiani, la successiva crisi si ebbe al tempo di Umberto I, cioè all’ultimo ventennio dell’800. Il cretino d’Italia - tale fu infatti universalmente giudicato questo re, detto altrimenti “buono”, come dire un buonuomo, oltreché ampiamente cornuto - amava tuttavia la sua città natale, ed essendo per caso re volle che la Torino che andava spegnendosi nel confronto con Roma e Milano, tornasse la capitale di qualcosa.
Al di là delle bugie che si dicono, il re costrinse governanti e banchieri a impiantare la Fiat e a fare di Torino la città della metalmeccanica. La retorica sabauda, fascista, resistenziale e comunista pretende che Torino fosse anche una città operosa, una città tecnologica. In verità, in qualche modo lo è diventata, ma solo da quando è popolata da una maggioranza di campagnoli emigrati; una maggioranza di cui i figli dei contadini meridionali sono la maggioranza.
Caduto il fascismo, il senatore fascista Giovanni Agnelli, beneficiario nel 1929 di un presente di 800 milioni (quando un chilo di pane costava 18 soldi, novanta centesimi) da parte del Duce del fascismo, e il suo luogotenente, ragionier Vittorio Valletta, furono spediti in galera dai partigiani comunisti. Intervenne immediatamente la direzione del Partito comunista, che li fece liberare.
Non basta, democristiani, socialisti e comunisti aderirono entusiasticamente alla richiesta della Fiat di regalare a lei i due milioni di dollari (in quel momento un chilo di pane costava 5 centesimi di dollaro) che l’America regalava all’Italia. Li regalava in compenso del fatto che nel Sud e a Roma i soldati americani avevano messo in circolazione tra il 1943 (anno dello sbarco in Sicilia) e il 1945 (anno della fine della guerra e del ritiro degli alleati) la stessa cifra in lire di occupazione.
Tra il 1961 e il 1963, il ragionier Valletta (il vecchio senatore Agnelli era morto da tempo e ora alla Fiat comandava lui, non fidandosi gli altri eredi di quello scialacquone e femminiere di Gianni) corruppe non solo tutti i giornalisti d’Italia, a partire da Montanelli, ma anche i giornalisti francesi, inglesi e tedeschi affinché dissuadessero il governo dall’idea di industrializzare il Mezzogiorno.
Morto anche Valletta, il potere in Fiat passò a Gianni Agnelli, nipote del senatore Giovanni. Questo garbatissimo signore, volendo impiantare una sua fabbrica in Spagna, fece in modo che le arance spagnole mettessero fuori combattimento le arance siciliane.
Avviata la Comunità Europea, il presidente del consiglio dei ministri, Emilio Colombo, illustre rinnegato di Potenza, tutte le volte che andava in aereo a Bruxelles per contrattare a favore degli interessi italiani, faceva scalo a Torino per prendere ordini da Gianni.
La Fiat s’è mangiata e continua a mangiarsi l’Italia intera. Dal 1900 ad oggi è andata avanti tra grandi successi e crisi fallimentari. Se vogliamo chiederci se si tratta di inefficienza o di altro, la risposta è che si tratta di altro. E’ immancabilmente accaduto, infatti, che i lucri derivanti dal successo industriale venissero imboscati. Accadde così dopo la Prima Guerra Mondiale, accadde così durante la Seconda Guerra Mondiale, è accaduto così una quindicina d’anni fa.
Adesso, a mangiare non è soltanto la Fiat, ma tutta Torino e mezzo Piemonte. Noi paghiamo commerciando droga e i piemontesi regalano al mondo le Olimpiadi della neve. Ovviamente incassando dell’ottima valuta estera, che sarà impiegata per sostenere le spese necessarie alla dislocazione delle industrie nei paesi a bassi salari.
Dice il proverbio: “Signore, aiuta il provveduto, perché il povero ha già imparato” (sottinteso come si vive in penuria).

NICOLA ZITARA

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