30 aprile, 2006

Sostegno alle F.P.

E' passato un anno dalla vittoria del centrosinistra alle regionali.
Una vittoria tanto attesa, dopo il disastro rappresentato dai cinque anni del governo Chiaravalloti, il quale ha fatto solo gli interessi di pochi.
La giunta Loiero (o forse Lo ero) ha disatteso tutte le aspettative e speranze che la sua ascesa aveva creato.
Tutte le riforme promesse sono finite nel dimenticatoio.
I tanti elettori Calabresi hanno dimenticato, forse, che l' attuale loro governatore fu un esponente della vecchia DC, il quale arrampicandosi sulla vacuità delle sue promesse ha cambiato il principio del vangelo, nel senso che, quando si tratta di togliere i poveri sono sempre i primi, mentre se si tratta di ricevere sono sempre gli ultimi.
Non suscita alcuna emozione o reazione considerare la discrasia tra una popolazione che è sempre più povera e , talvolta, la gente fa i salti mortali per trovare qualcosa da mangiare e una classe politica che è attenta a mantenere ed allargare i propri privilegi?
In una regione come la Calabria questa discrasia tra una istituzione Regione che fa sfoggio di opulenza e strati di popolazione che vivono nell' indigenza è drammatica.
Per cui è scandaloso che gli interventi sociali di questa istituzione siano vicine allo zero assoluto mentre gli emolumenti di ciascun consigliere regionale, i loro privilegi, le esenzioni cui hanno diritto, i costi delle loro strutture e le consulenze esterne impegnino larghe fette del bilancio regionale

Vincent Van Gogh

UN ESTETA, UN PENSATORE, UNA GRANDE PERSONA CI REGALA ALCUNI SUOI PENSIERI.
CONDIVIDIAMO APPIENO IL SUO SDEGNO E LO FACCIAMO NOSTRO.
QUANDO LA CLASSE POLITICA COMINCERA' A RINUCIARE AI SUOI PRIVILEGI E DARE UN CONCRETO SOSTEGNO ALLE PERSONE E FAMIGLIE IN CONDIZIONI DI INDIGENZA?
E'UN MINIIMO DI ETICA CHE SI RICHIEDE, NON UNA RIVOLUZIONE.

29 aprile, 2006

POLLO ALLA CACCIATORA?...AZZARDO O BONTA? (2) intervista alla cuoca











Riportiamo l' intervista alla cuoca del pollo alla cacciatora che costituisce oggeto di questa esperienza che coinvolge il blog alla deriva.

Come ha proceduto all'operazione?

In una pentola ho messo una cipolla e i pezzi di pollo con un pò di olio, poi ho aggiunto un pò di aceto e ho lsciato cucinare..

Per quanto tempo?...

Quindici minuti circa...

e poi?..come ha continuato il tutto?...

Ho aggiunto un pò di vino e ho lasciato che si consumasse, poi, ho aggiunto il pomodoro con un pò di acqua e le spezie ( alloro, rosmarino, pepe nero e maggiorana)..infine ho aggiunto una manciata di olive e sale q.b.

Per quanto tempo ha lasciato cuocere?..

Due ore e mezza...

Lei lo mangerà?...

NO!

Perchè ?...

Chiamatela psicosi...è il mio ragazzo lo spericolato!!

Vuole dire qualcosa prima che si mangi il pollo?...

Ti ho amato ..ti amo e ti amerò...

Chiudiamo qui l' intervista con punte di ottimismo davvero alte.

Bene a questo pomeriggio con la cronaca del pranzo...
delle sensazioni e dell' evolversi della cartella clinica...
ehm..scusate..errore di battitura...
della situazione del mangiatore di pollo!!!

26 aprile, 2006

Giovanna Mulas per ammazzateci tutti, UN GRAZIE DI CUORE

http://www.giovannamulas.it/home.html

ECCO LO SCRITTO CHE LA POETESSA GIOVANNA MULAS HA DEDICATO AL FORUM DEL SITO WWW.AMMAZZATECITUTTI.ORG.


E adesso, ancora, ammazzaci tuttio facci ammazzare,tu boss, o chi per te.Fammi ammazzare la mente, ché se mi tagli una mano scriverò con l'altra, e se mi cavi l'occhio, l'occhio del mondo sarà il mio, se mi tagli la lingua guai a chi ascolterà il mio urlo di silenzio, un Sssssssssssssssssssh che da ogni roccia e mare s'allargherà, e sarà vento di bocca in bocca.Hai un nome, violenza? Hai meschinità all'ennesima potenza di un Provenzano rimasto inspiegabilmente dedicato alla vita bucolico-paesana-lemiememorie per anni ed arrestato il giorno dopo un sospirato risultato pro centro sinistra o quella del mio vicino (pareva un così bravo ragazzo, Gesùsumeu) arrestato per stupro, o magari quella del papà di Tommaso, che piange suo figlio e ha goduto per anni dell'immagine di mille altri (...solo...d' altri?) minori in posa particolare. Tipino tutto casa, cantina e molta chiesa, a quanto risulta.E il prete cantava "non toccate i bambini...".Rammento quell' ora durata mesi, anni, buio che non lasciava -artigliava- una giovane donna, curva sui suoi ricordi, ed i rimpianti, su quattro bambini ch'erano agnelli.Verità, ti basta la mia vita?Rammento un uomo che promise "ti amo" e quella donna strangolò, e accoltellò, sotto gli occhi dei figli. Rammento gli occhi del sangue, e del buio. Il pozzo e la lotta, i perchè (esiste un perchè alla violenza?) l'omertà della gente e le altre donne, rammento, sorelle sarde, dire "tuo marito te lo dovevi tenere. Se è successo colpa tua è".E la risalita, lenta. La rabbia contro i pregiudizi, l'ipocrisia, i nuovi buongiorno ed i buongiorno che non erano più. La risalita della crisalide, e la forza, finalmente vera, dell'aquila. Desidero, ragazzi miei (figli mieitutti) lasciarvi con uno stralcio del mio Seminatori di Stelle: "(...) Sognare è sperare, Stelle. Solo la barca che ondeggia e combatte venti e tempeste arriverà al suo porto.Forse impaurita, senz’altro tramortita, magari disillusa. Viva. Fiera e dignitosa,il suo cammino è stato lungo e fatto a piedi scalzi. Ma il fango non l’ha sporcata. Dovete sapere che il fango ci ha provato a sporcarla.Quella è rimasta impantanata un istante a chiedersi perché.Ha sofferto e il perché della tempesta non l’ha capito o semplicemente non ha voluto accettarlo. Ma ha ripreso il suo mare.Barca cosciente per la quale ogni errore,ogni esperienza diverrà una perla rara, pietra filosofale da contenere nello scrigno che,come la stella,spetta ad ogni uomo.Quante perle ci saranno nel vostro scrigno,stelle mie? E quante riuscirà a contenerne,lo scrigno, prima di rugginirsi a tempo ed eventi? Che non si ruggini. Ogni perla sia anelito d’anima; non ci si deve vergognare di quell’anelito,seppure è durato un battito d’ali di farfalla.Non amo il non avrei dovuto o avrei dovuto farlo. Apprezzo la sincerità del l’ho fatto.E ho capito.Comunque la vita sarà e qualunque piega o piaga prenderà o le farete prendere, amatela. Essere seminatori di stelle.La vita non è dieci,mille pagine di romanzo.E’ di più.Non è teoria; è volo. Alto o basso che sia s’impara volando; questo vi raccomando spesso facendovi sbuffare e ora,immaginandovi sbuffare, lo scrivo.Non teoria ma campo di battaglia pernicioso e imprevedibile e meraviglioso, comunque affrontato e sfidato a testa alta, forse perso o forse vinto. Non ha importanza che della montagna si arrivi a vederne la cima.Anche arrivare a metà,o anche solo alle radici; se per voi andrà bene sarà giusto così e dovrà esserlo anche per chi vi ama davvero.E vi lascerà volare liberi, quando lo chiederete. Aprite le ali e volate, stelle. La barca sia barca nel momento del mare, i piedi camminino scalzi sulla terra, mutino in aquila nel momento del cielo.E lo scrigno e le sue perle rare sempre tatuati nell’anima."Contro tutte le violenze e l'omertà che le accompagna, sempre. Per la libertà, per l'uomo, per me, per te. Per la mente, le mani, il cuore.E dopo me, verrai tu a urlarlo.E adesso, ammazzaci tutti boss.

LO SBARCO E L'AVANZATA BRITANNICA IN CALABRIA FINO ALL'8 SETTEMBRE 1943



Dopo che gli inglesi avevano messo a terra nelle ultime notti di agosto alcune pattuglie esploranti, incaricate, di identificare le spiagge per lo sbarco principale e di riferire informazioni sulla distribuzione e sull'entità delle difese, i 630 pezzi d' artiglieria britannica concentrati sulle sponde siciliane dello Stretto iniziarono un nutrito bombardamento preparatorio alle 3.45 del 3 settembre. Ad essi fecero eco i pezzi di 2 incrociatori, 3 monitors, 6 cacciatorpediniere e 2 cannoniere inglesi. Quindi alle 04.30 di quel giorno, che avrebbe segnato anche la firma dell' armistizio italiano, la 5^ div. ftr. britannica a sinistra e la 1^ div. ftr. canadese a destra scesero a terra da ventidue LST e da 270 mezzi da sbarco d'ogni tipo nei pressi di Catona e di Gallico Marina, dando inizio alla fase anfibia dell' operazione BAYTOWN e avanzando rispettivamente su Villa S. Giovanni e su Reggio Calabria. Nessuna resistenza fu incontrata nell'avvicinamento e lungo questi itinerari, tanto che l'operazione anfibia venne poi soprannominata dagli inglesi «la regata dello Stretto di Messina». Tutti gli obiettivi iniziali furono raggiunti pertanto molto facilmente ed in particolare i canadesi, entrati a Reggio, si spinsero lungo la rotabile interna verso l'Aspromonte, abbandonando la costiera ionica 106, che fu sbarrata più a sud per impedirne l'utilizzazione aggirante da parte dei difensori. Il successivo obiettivo del XIII Corpo d'Armata britannico, composto dalle due suddette divisioni, era rappresentato dalla strozzatura di Catanzaro tra i golfi di Squillace e di S. Eufemia, il cui possesso avrebbe concesso agli invasori una posizione facilmente difendibile di fronte ad eventuali contrattacchi nemici e avrebbe garantito al naviglio alleato una completa libenà di transito nello Stretto di Messina. Nonostante vari segni premonitori, i difensori furono inizialmente colti di sorpresa, anche perché lo sbarco venne effettuato più a sud di quanto stimassero i Comandi italo-tedeschi. Pertanto Montgomery così potè sintetizzare la prima fase dell' operazione anfibia: "Le truppe costiere italiane e la loro artiglieria si arresero dopo aver sparato pochi colpi e la sola azione di fuoco tedesca segnalata fu uno spasmodico cannoneggiamento a lunga distanza eseguito da cannoni postati nell'entroterra. Questi pezzi vennero rapidamente ridotti al silenzio da attacchi aerei". In effetti soltanto alle 07.45 del 3 settembre il Comando della 7^ Armata fu in grado di comporre un quadro seppure parziale della situazione e a trasmetterlo allo S.M.R.E. più di un'ora dopo con il seguente telespresso: "Ore 07.15 del 3 settembre: dopo violento bombardamento iniziato ore 04.00, numerosi mezzi sbarco hanno approdato at Gallico Marina nord Reggio. Ore 07.40: truppe et carri armati sbarcati da un centinaio mezzi sbarco sono giunti altezza torrente Scaccioti sud Gallico Marina. Carri armati precedono truppe". Gli anglo-canadesi in effetti, occupate in mattinata quasi senza contrasto Villa S. Giovanni a nord e Archi e Reggio Calabria con l'aeropono a sud, entrarono in serata a Calanna e a S. Stefano d'Aspromonte con la 1^ div. ftr. canadese e a Cannitello e a Scilla con la 5^ div. ftr. britannica. I contatti tra gli invasori e i contingenti di manovra italo-tedeschi mancarono per tutto il giorno 3, poiché anche i reparti della 29^ div. Panzergrenadier dislocati sull' Aspromonte avevano ricevuto in giornata l'ordine di Kesselring di non impegnarsi e di arretrare per il momento sulla linea Bagnara-Gambarie, limitandosi ad effettuare opere di demolizione per ritardare più a lungo possibile l'avanzata verso nord delle truppe di Montgomery. A Gambarie furono anche dislocati due battaglioni della div. «Nembo» per sbarrare i Piani d'Aspromonte. La 211^ div. costiera era invece afflitta da una serie di defezioni, che vennero poi comunicate allo S.M.R.E. dal Comando della 7^ Armata. L'aviazione germanica intervenne sulla zona dello sbarco alle 11.00 di quella mattina e quella italiana alle ore 15.00, impiegando «sulla zona Reggio-Gallico quindici bombardieri e ventitrè caccia». Poiché però la maggior parte dei campi di volo dell'Italia meridionale era stata messa fuori uso dalle incursioni aeree alleate, l'intervento dell' aviazione dell' Asse fu quasi sempre intempestivo, oltre che efficacemente contrastato dalla vigilanza nemica. Fallì penanto il 4 settembre anche un attacco di undici FW. 190 alle navi inglesi incrocianti a nord di Palmi, così come un'incursione di diciassette Re.2002 e di otto M.C.205 italiani sulle spiagge tra Archi e Reggio Calabria richiesta dal Comando del XXXI Corpo d'Armata. Frattanto nella notte tra il 3 e il 4 settembre si era svolto un secondo minore sbarco britannico a Bagnara, dove approdarono i Commandos dello Squadrone Speciale da Ricognizione, che realizzarono i primi contatti a fuoco con il 15° rgt. della 29^ div. Panzergrenadier, comandato dal famoso Col. Ulich. Nelle stesse ore, e precisamente alle 23.15 del 3 settembre, il Gen. Arisio, all'oscuro della firma dell' armistizio, ordinò telefonicamente al Gen. Mercalli, comandante. del XXXI C.A., di «mantenere ad ogni costo il possesso dell' Aspromonte» e, in caso di fallimento, di ritirarsi combattendo su Cittanova, ritardando in ogni modo l'avanzata nemica. In base alle predette direttive, il Gen. Mercalli dette immediate disposizioni per la difesa ad oltranza dell' Aspromonte e per il lancio di un contrattacco da eseguirsi lungo la strada S. Alessio - Gallico nella mattina del 4 settembre con il concorso di truppe della 29^ div. tedesca. Questa controffensiva però non ebbe luogo, dal momento che il grosso della suddetta divisione germanica aveva ricevuto l'ordine di Kesselring di ritirarsi entro l' 8 settembre su Castrovillari, a difesa di un temuto sbarco nel golfo di Taranto. I tedeschi penanto si limitarono a contenere il nemico con azioni di retroguardia e con estese interruzioni stradali. Queste ultime opere di demolizione, realizzate senza rispar- mio dai genieri tedeschi e spesso senza preavvenire i Comandi italiani, causarono numerosi inconvenienti alla manovra dei reparti del XXXI Corpo d'Armata, ma imposero anche un notevole rallentamento all'avanzata inglese, come ha ammesso lo stesso Montgomery. Ad ogni modo questo atteggiamento autonomo da parte dei tedeschi indusse il Comando della 7^ Armata a chiedere l'intervento dello S.M.R.E. per chiarire una volta per tutte il problema delle dipendenze. Il Sottocapo di S.M. del R. Esercito replicò il 4 settembre che per la condotta delle operazioni doveva essere raggiunta una salomonica intesa locale tra i Comandi della 7^ Armata italiana del Gen. Arisio e della 10^ Armata germanica del Gen. von Vietinghoff, in mancanza della quale però il Comando del Gen. Arisio «avrebbe dovuto regolare le operazioni delle truppe italiane sulla base di quelle attuate dalla 10^ Armata germanica». Il che era un sistema involuto per riconoscere anche in Calabria la subordinazione italiana ai Comandi tedeschi. In seguito allo sviluppo degli avvenimenti e alle precisazioni pervenute da Roma, il Gen. Arisio ordinò alle 19.30 del 4 settembre l' arretramento della div. ftr. «Mantova» fino al solco di Marcellinara, situato nella strozzatura di Catanzaro, dove c'era già la 26^ div. Panzergrenadier e un reggimento della 29^ div. tedesca. Da parte loro i Comandi britannici, constatata la difficoltà di valicare l' Aspromonte, dove numerose erano le interruzioni e le demolizioni praticate dai tedeschi, spinsero le loro avanguardie lungo la costiera ionica 106, in un primo momento non considerata quale via di penetrazione. Pertanto entro il 5 settembre furono facilmente raggiunti dalle truppe canadesi sul versante ionico Bova Marina, Capo Spartivento e Marina di Brancaleone, mentre il Gen. Arisio ribadiva al Comando del XXXI C.A. alle 12.30 dello stesso giorno 5 di non impegnare la div. ftr. Mantova» a sud del solco di Marcellinara. L'ancora irrisolto problema dell'unicità del comando tra italiani e tedeschi, che veniva affidato da Roma più alla buona volontà locale che ad una logica militare, fu il tema di un colloquio che in quello stesso pomeriggio del 5 settembre, a due giorni dall'ancora sconosciuta firma dell'armistizio di Cassibile, si svolse a Potenza tra Arisio e Kesselring, senza peraltro alcun risultato tangibile. Intanto la facile penetrazione delle avanguardie canadesi lungo la costiera ionica indusse Montgomery ad ordinare la mattina del 6 di effettuare il massimo sforzo in quella direzione e di raggiungere direttamente Catanzaro percorrendo il golfo di Squillace. Venne invece annullato, a causa del maltempo, uno sbarco previsto a Gioia Tauro per la notte tra il 5 e il 6 settembre ad opera della 231^ brigata «Malta». Tale località sulla rotabile tirrenica 18 fu comunque occupata dalla 5^ div. ftr. britannica a mezzogiorno del 6, dopo combattimenti con le retroguardie tedesche, mentre nessun contatto con il nemico veniva segnalato ancora alle 10.00 del 7 settembre dal Gen. Arisio. Alla stessa ora quest'ultimo telefonò al Gen. Roatta chiedendogli l'autorizzazione ad abbandonare il solco di Marcellinara e a potersi ritirare sulla linea del Monte Pollino ai confini con la Basilicata. Tale autorizzazione venne concessa dal Capo di S.M. del R. Esercito soltanto nel pomeriggio dell'8 settembre. Cosicché non prima delle 18.00 di quel giorno fatale il Gen. Arisio potè ordinare al XXXI C.A. di effettuare «il più celermente possibile il suo ripiegamento sulla linea Pollino». In tal modo l' arretramento avvenne dopo la proclamazione dell'armistizio. Frattanto le truppe del XIII Corpo d'Armata britannico avevano occupato entro la sera del 7 settembre Nicotera sul Tirreno, ...

24 aprile, 2006

L'Italia? Una grande Famiglia!

Se la democrazia non è soltanto formale uguaglianza davanti alla Legge ma anche sostanziale pari opportunità davanti al Destino; se cioè una società è tanto più democratica quanto più consente la riuscita di outsiders, allora l'Italia è un Paese semifeudale.
È bene ricordare, ad esempio, che dinastie politiche come le nostre sono assolutamente sconosciute nei paesi delle democrazie occidentali (i Roosvelt, i Churchill, gli Adenauer, i De Gaulle si sono fermati alla prima generazione) e che la persistenza del dato dinastico all'interno del sistema elettivo ci assimila piuttosto ai paesi del Medio e dell'Estremo Oriente o dell'America Latina, dove i Gemayel, i Jumblatt, gli Ahoun, i Ghandi, i Bhutto, i Peron, i Duvalier, i Frei, si susseguono di generazione in generazione al governo dei loro paesi.
Essere 'figli d'arte' non è una colpa, ma esserlo in troppi chiede quanto meno una spiegazione. Quando poi si sospetta che il familismo sia la forma privilegiata di 'mobilità sociale' (una mobilità s'intende di tipo feudale, corporativo) che invade tutti i territori sociali, la politica, la diplomazia, l'industria, la medicina, le poste, le banche, i Ministeri, la televisione, finanche i servizi segreti, ci si chiede se in questo Paese, per alcune professioni, sia ancora vigente quel regolamento di Francia che imponeva il possesso dei quattro quarti di nobiltà per accedere alla carriera di ufficiale e dall'abolizione del quale è dipesa l'ascesa di 'figli di nessuno' quali Napoleone (che da buon italiano familista però sconfessò il principio del merito piazzando tutti i parenti nei regni d'Europa andando così in malora).
Tocqueville diceva: 'Apparteniamo alla nostra classe prima che alle nostre opinioni'. In Italia ciò non è men vero se sostituiamo alla parola 'classe', 'famiglia'. E allora ci è dato assistere allo spettacolo di giornalisti di successo vestirsi da anglosassoni, pensare da anglosassoni, incedere perfino da anglosassoni, ma implacabilmente 'sistemare' i figli secondo i metodi più biechi del familismo italiano. E anche quando la propria opinione è di sinistra e marxista cioè quanto di più avverso alle distinzioni di nascita, di ceto e di ereditarietà abbia elaborato il pensiero occidentale, ecco i figli 'sistemati' secondo gli eterni criteri endogamici.
Giova ricordare che uno dei punti qualificanti del programma socialista sia esso utopista che 'scientifico' era l'abolizione del principio legale dell'ereditarietà? Alle origini del pensiero socialista veniva postulata una eguaglianza di partenza più che d'arrivo, attuabile agendo semplicemente sull' azzeramento radicale delle fortune ad ogni passaggio di generazione. Non era poi nella peculiarità del diritto di successione (fondato sulla loi du partage égal più che su le droit de primogéniture) che Tocqueville vedeva l'essenza democratica dello stato sociale americano?
Le redazioni dei giornali e telegiornali di sinistra non differiscono in tal senso da quelle cattoliche o socialiste o laiche. Sono redazioni italiane. Il familismo travalica le ideologie perché in Italia è un'ideologia.
Ma non solo il giornalismo è affetto da questo fenomeno. Tutti i campi sociali dove si forma la classe dirigente del nostro Paese sono affollati egualmente da rampolli che quasi mai hanno conosciuto né il Bildungsroman dei loro coetanei europei i cui capitoli principali sono la fuoriuscita dalla famiglia e il percorso ad ostacoli presso i 'centri d'eccellenza' quali le Alte Scuole praticamente inesistenti da noi, né tanto meno il 'romanzo da giovane povero' dei loro coetanei italiani sprovvisti di coperture sociali, sottoposti ad umilianti ed oceanici concorsi pubblici, al solo scopo di agguantare o mantenere una piccola promozione di classe.
La società italiana è una società molto 'chiusa'. Tutte le buone posizioni non vi sono messe all'asta: si trasmettono per via ereditaria. V'è un dominio incontrastato degli established sugli outsider .
Ed è per questa ragione, per la quasi totale assenza di minaccia alle posizioni sociali conseguite, che il periodo neotenico (da neotenìa, momento e processo di formazione dell'adulto, nozione elaborata da Georges Lapassade ne Il mito dell'adulto) e di socializzazione del giovane italiano di buona famiglia, avviene spesso in tranquilli tinelli borghesi o flanellando coi coetanei sul muretto vicino casa. Per i più coscienziosi è previsto al massimo la frequenza di qualche stage all'estero per l'apprendimento delle lingue estere con l'aggiunta di qualche brivido bohémien, qualche concessione ad un estetizzante e manierato ribellismo giovanile (che per lo più coincide con la lettura de Il giovane Holden, il libro che protesta contro i processi violenti di socializzazione). Ma al ritorno in patria, al futuro e alla 'sistemazione' ci penserà papà o il suocero.
Tutto avviene dolcemente, parrebbe, in stile romano cattolico, al livello minimo della lacerazione della coscienza: si eredita o si viene raccomandati. Né sergentacci cattivi che ti fanno sputare l'anima se vuoi conseguire il diploma in un 'centro d' eccellenza', né istitutori severi, né genitori calvinisti, possono impensierire il giovane italiano nella difficile arte di apprendere qual è il proprio posto nel mondo. Romanzi di formazione in Italia? Nessuno, manca la materia prima: la formazione. Qualcosa di equivalente a Linea d'ombra ? Neanche l'ombra.
Se nel grande gioco sociale vigono leggi dinastiche, nella piccola società ci si regola secondo la legge salica dei minus habentes. Ed ecco allora che postelegrafonici figliano postelegrafonici, bancari generano bancari, e giornalai, giornalai. Ai piani bassi non si fa che scimmiottare le regole del vivere dei piani nobili. Il familismo sfocia fatalmente nel corporativismo e quest'ultimo del familismo si nutre: tutte le categorie sociali ne risultano così segnate da un intreccio perverso e, direi, incestuoso di endogamia familistica.
Perché la famiglia gioca in Italia un ruolo così decisivo nella' "mobilità'' sociale? A dire il vero questa è una domanda malposta. La famiglia non fa altro che il proprio dovere. Essa è dappertutto, per definizione, un istituto conservatore basato su legami di affinità non elettiva e su principi di trasmissibilità ereditaria di tutto ciò che è trasmissibile, dal nome, alle sostanze, ai mobili, agli immobili, al gatto di casa, e dunque anche delle posizioni sociali e si badi, di tutte le posizioni sociali, anche quelle frutto del merito individuale e di quell'elemento così poco trasmissibile ed immateriale che è l'ingegno individuale (alludo alle 'trasmissioni' di carriere così legate al genio individuale quali il giornalismo, il teatro, il canto, la scrittura creativa). Appare pertanto naturale che essa opponga ogni ragionevole ed irragionevole resistenza a principî o ad agenti di mobilità al di fuori di se stessa consentendo di fatto solo quella orizzontale dei travasi endogamici e impedendo con ogni mezzo quella verticale, del movimento dal basso in alto, non appena le posizioni da difendere sono un tantino lucrose, di prestigio, potenti o di mera rendita. La famiglia, si badi, non è un istituto democratico da nessuna parte. Non conosce libere elezioni (nessuno si sceglie il padre o i fratelli), né innovazioni, né alea di destini. E' un istituto intimamente "aristocratico", si nutre di maggiorascati, tradizione ed eredità.
Allora la domanda iniziale va corretta in questo modo: perché il sistema sociale italiano consente alla famiglia un così vasto e devastante libero gioco nella formazione dei destini individuali, delle carriere? Perché altri principî ed agenti al di fuori di essa hanno così scarso peso nella formazione delle élites di questo Paese? «Dietro ogni grande fortuna c'è o un furto o un'alcova» diceva Balzac. Da noi, dietro tutto ciò si intravede soprattutto, sullo sfondo, la silhouette di un 'vecchio genitor' o di un suocero.
Il proprium del familismo italiano consista nel sottrarre agli agenti di mobilità sociale, -ossia centri di ricerca, università, alte scuole etc-, esterni alla famiglia, ogni possibilità di intervento. In altre parole la famiglia italiana cerca (cioè appoggia il 'sistema' politico-sociale che l 'assicuri in tal senso ) in ogni modo di indebolire o sabotare quegli agenti selezionatori dei destini sociali fuori di essa, o quando ciò non le è possibile si sforza di renderli familistici.
La differenza coi paesi più progrediti consiste dunque in questo: che la famiglia italiana determina totalmente il destino sociale dei propri eredi, sottraendoli, di fatto, alla selezione del merito operata dai centri d'eccellenza, laddove, all'estero, la famiglia è determinante solo nell' offrire agli agenti selezionatori, che operano se non proprio contro , sicuramente fuori di essa, una migliore posizione di partenza per i propri figli.
Ritorna dunque la domanda: perché in Italia - a voler semplificare brutalmente -, sia la Mafia che le più grandi imprese industriali si reggono sulla struttura molecolare della famiglia?
Non è difficile fornire risposta a questa domanda ed essa è frutto di opinioni largamente concordi: la forza della famiglia in Italia discende dalla contestuale e storica debolezza sia dello Stato sia della Società civile.
Altrove, in Inghilterra, in Francia, in Spagna, lo Stato si forma prima della stessa Nazione o attorno ad una nazione forte che facendosi Stato egemonizza le altre nazionalità con cui ha continuità territoriale. Il processo di formazione di una ruling class coincide pertanto con quello della formazione di uno Stato moderno.
Se si guarda all'esperienza della Francia il fenomeno della stabilizzazione di un'élite (si noti: termine inesistente in italiano) si è dato dapprima con l' accentramento anche topografico, a Versailles, di una Corte di nobili gravitante attorno al monarca assoluto e, successivamente, sotto le 5 Repubbliche, con il rafforzamento di una classe di grands commis formatasi presso le Alte Scuole, in cui il modello élite -Stato è così ricalcato sulla precedente esperienza (corte-monarca) che ha dato luogo all'espressione vagamente dispregiativa di noblesse d'état usata da Pierre Bourdieu in un suo volume dedicato alla casta tecnocratica francese.
Evidenti sono gli intenti polemici che in Francia l'intellighenzia riserva ai meccanismi di formazione e selezione della propria classe dirigente, o alla presenza invadente e pervarsiva dello Stato in tutti i gangli della Società. E' singolare rimarcare che da Paul Nizan a Pierre Bourdieu vivo è il un malumore antiistituzionale. Sono tutti Normalisti ma odiano l'Ecole Normale. Ma è 'normale' verrebbe voglia di dire. Più un'istituzione è potente più suscita odi, perché è difficile entrarci, perché è difficile uscirne, soprattutto mentalmente. Ciò crea anche una vivace dialettica nel corpo sociale. Avercela dunque una Grande Monarchia per contrapporle, con una Rivoluzione, una Grande Repubblica; avercela una superciliosa Académie Française per contrapporle una grande Bohème; un Grande Romanzo per dar luogo all' Antiromanzo etc. Le Istituzioni suscitano i Movimenti e dinamizzano le società, più forti sono le prime più incandescenti sono i secondi. Ma nessuno è contento in questo basso mondo, nemmeno gli intellettuali parigini. Si vorrebbe allora ricordare a costoro che se nell' Esagono sono i boriosi tecnocrati fuoriusciti dalle Alte Scuole a dettare i destini della nazione, che , se sarà vero che lo Stato soffoca ogni respiro della Società, si accetti almeno il fatto che il sistema di formazione della classe dirigente tramite le Alte Scuole è da preferire al sistema dello Stivale dove l'élite si forma per cooptazioni familistiche o peggio sotto la protezione di organizzazioni occulte massoniche o di organizzazioni palesi, ma corporative, quali gli Ordini, Collegi, gli Albi i Sindacati, etc, e che la vigilanza di uno Stato con tutta la sua grandeur e presenza ossessiva è da preferire ad uno Stato assente come un neghittoso latifondista che lascia marcire le proprie opere d'arte negli scantinati dei musei. Tutto ciò ha anche una scioccante traduzione visiva, allorché sintonizzandosi su un TG italiano, si assiste in un servizio da Parigi all'inaugurazione d'imponenti opere come il grand Louvre , voluto dalla discutibile 'sindrome del faraone' del presidente francese, mentre il servizio successivo informa, dall'Italia, sulle indagini giudiziarie sul brigante siciliano di turno. Insomma ogni Paese ha le sue 'ossessioni', il retaggio storico gioca brutti scherzi a tutti; ma se la Francia s'interroga sulle persistenze monarchiche nel sistema repubblicano, da noi, è disperante constatare che siamo ancora ai briganti, ai pugnali e ad i veleni, come ai tempi di Stendhal e della de Staël!. Senza tacere il fatto che le Alte Scuole, come annota Sabino Cassese, "hanno alimentato, nello stesso tempo, democrazia e formazione delle élites. La prima perché, grazie ad un sistema di selezione degli allievi basato sul merito, le scuole sono state un metodo per consentire l'accesso ai vertici dello Stato anche a chi, avendo il talento non possiede altri mezzi di fortuna. La seconda perché, grazie alla mobilità stabilitasi tra i vertici amministrativi, quelli politici e quelli economici, si è così prodotta una 'noblesse d'Etat' che ha avvantaggiato non solo l'amministrazione, ma anche la politica e l'economia (sia pur producendo qualche incoveniente, ma minore rispetto ai benefici)".
Alla storica debolezza di uno Stato, in Italia, ha corrisposto la contestuale e per certi versi speculare flebilità delle classi sociali. Riposa qui la differenza con la Germania, anch'essa unificatasi tardi come l'Italia, ma dove, di contro, un sistema universitario molto forte ed efficiente, preesistente alla stessa unificazione e la formazione di strati sociali borghesi solidi e coscienti della propria funzione, hanno assolto egregiamente al compito della formazione di una classe dirigente degna di questo nome.
L'analisi, anche a volo d'aquila, della storia delle classi sociali italiane, come anche della stratificazione sociale nel nostro Paese, non è difficile e porta alla conclusione drammatica che, nel nostro Paese, una classe egemone intesa come ceto che eserciti una direzione e un dominio sugli altri ceti sociali è sempre mancata. Le conseguenze non sono da poco sulla vitalità dell'organismo sociale e sul tono morale complessivi della Nazione.
Scendendo nei dettagli: se nel Centro-Sud ha prevalso la dicotomizzazione tra classi nobilari rentiers e plebi contadine (non altro che il risultato della lotta intrapresa attorno a quell'unico bene-risorsa primario che è la terra, dicotomizzazione cui peraltro nulla rileva la compresenza di 'quasi' classi quali fittavoli, piccoli artigiani, impiegati pubblici, clero etc), nel Centro-Nord, invece, bisogna volgere lo sguardo solo verso l'area milanese e torinese per trovare qualcosa di simile ad una classe borghese modernizzante e liberale che si stacchi da quel teatrino sociale di miseria e nobiltà sotto l'effetto del quale la società centro-meridionale ha dato sempre più stanche rappresentazioni.
E tuttavia anche quella ruling class settentrionale pur riuscendo a darsi, unica fra il pantano dei restanti ceti della nazione, una precisa fisionomia fornendo ad esempio il nucleo d'acciaio 'giacobino' della Destra storica, unica classe dirigente degna di questo nome nella storia d'Italia unita, non è riuscita tuttavia alla fine ad imporsi come elemento trainante dell'intera società italiana, e, prima coll'avvento della Sinistra trasformista di De Pretis, poi con Giolitti, in seguito col fascismo e infine con la Democrazia Cristiana ha finito col perdere via via la propria fisionomia in cambio di comodi patteggiamenti con i centri di potere che si susseguivano alla guida dello Stato e con i ceti sociali più retrivi dell'intero Paese che quei centri rappresentavano. E' mancato nella sua 'ideologia', nella rappresentazione mentale che essa aveva di se stessa e dei rapporti con gli altri ceti sociali, l'esigenza di erigersi a 'classe generale', di esercitare oltre un dominio materiale anche un'egemonia culturale e mentale. Ha preferito, per vile tornaconto, rifluire nella cura di interessi particolari. (E così, mai totalmente liberale, sempre antistatalista ma mai coraggiosamente liberista, più che difendere il mercato è ricorsa ai Governi per essere difesa dal mercato. )
Non si rimpiange mai abbastanza, anche retoricamente, l'assenza di una classe alto-borghese o borghese tout-court a guida non solo dello Stato ma anche dello spirito pubblico della nazione. Di una classe borghese alla Thomas Mann, che commercia in granaglie ma che si tormenta con la filosofia di Schopenhauer, che mette in connubio l'anima e l'economia in quel modo sofferto ma elegantemente spirituale che per dirla con Musil, faceva di un borghese un 'misto d'anima e di prezzo del carbone'.
Nel film di P. P. Pasolini La ricotta (1961) viene chiesto ad Orson Welles che interpreta sé stesso: «Cosa pensa degli italiani?»«Il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d'Europa » E' la bruciante risposta. E' indubbio che l'assenza di una ruling class prestigiosa, moderna, aperta, nutrita di buone letture e di buoni modi, severa con se stessa (Alte Scuole, Public School, Università) quanto con i ceti sociali cui è destinata a gettare fatalmente la propria ombra egemonica, abbia contribuito a dare la fisionomia di una sostanziale arretratezza socio-culturale del nostro Paese. [Tullio-Altan] Una classe sociale di tal sorta, benché se non c'è, nessuno se la può dare, lascia almeno il rimpianto che, come è successo altrove, avrebbe esercitato una egemonia culturale sui moeurs dell' intera Nazione: leggi e romanzi, gusti e divieti, oneri ed onori, modi e toni del vivere, tutto sarebbe passato sotto il controllo di una élite legittima, cosciente, dignitosa, rigorosa. Così non è stato. Ora, nessuno vuole abbandonarsi a lacrimevoli lamenti sulle nequizie della storia. Restituire o modificare il passato non è facoltà consentita nemmeno agli dei. E' andata così! La nostra Società ha assunto questa fisionomia debole, sfilacciata, arretrata, perché oggettivamente era tale la sua base socio-economica. (Ed era fatale, di riflesso, che anche la nostra classe politica soffrisse della vischiosità, frammentarietà, opacità della sottostante società civile. Se è torbido il paese reale non può essere trasparente il paese legale). Così è stato, dunque. Ma quando la borghesia potrebbe riscattarsi finalmente dai propri vizi secolari eccola che viene sorpresa a progettare scappatoie per i propri rampolli, reclamare il rafforzamento delle scuole private. Vuole forse le private 'public school' inglesi, esclusive ma durissime? Ma qui non può davvero passare inosservata la falsa equivalenza linguistica dei termini che tradiscono però 'tutto un mondo' mentale: in Inghilterra la 'scuola privata' è sinonimo di privilegio sì, ma anche di durissima selezione; in Italia ricorda istituti compiacenti per studenti respinti dalle 'selettive' scuole statali. ) Ci vorrebbe un altro volume per spiegare siccome sistema scolastico e familismo nel nostro Paese siano particolarmente intrecciati; nel senso che l'inefficienza della scuola pubblica sia funzionale ad una mobilità sociale fortemente segnata dal familismo. E che il familismo italiano è il più fiero avversario della formazione e del funzionamento dei centri di eccellenza.
Si può aggiungere a conforto del nostro discorso, che il 'lamento' su questa classe che non c'è e su questa società civile così inconsistente, non è nuovo. Alla voce dell'antropologo Carlo Tullio-Altan così attenta a sottolineare la sindrome di arretratezza socio-culturale del nostro Paese bisognerebbe aggiungere quella di Leopardi per rendersi conto di quanto il tema sia stato avvertito già agli albori della nostra società.
Il poeta di Recanati aveva già intuito, nel 1824!, (vedi su questo argomento il mio saggio-postfazione al Discorso sui costumi degli italiani) questa «mancanza di società» ossia la presenza di una «società stretta» e la conseguente debolezza strutturale della stessa. Quella mancanza, scriveva Leopardi
«opera naturalmente che in Italia non havvi una maniera, un tuono italiano determinato. Quindi non havvi assolutamente buon tuono, egli è cosa così vaga, indefinita che lascia quasi interamente in arbitrio di ciascuno il suo modo di procedere in ogni cosa», «Non avendovi buon tuono, non possono avervi convenienze di società (bienséances). Mancando queste, e mancando la società stessa, non può esservi gran cura del proprio onore, o l'idea dell'onore e delle particolarità che l'offendono e lo mantengono e vi si conformano, è vaga e niente stringente»
Non è una forzatura attribuire al pensiero di Leopardi il significato seguente: una società ha (o dovrebbe avere) dei codici morali (una moral basis la chiamano i sociologi) non scritti come i codici civili e penali, ma altrettanto vincolanti, che la rendono coesa ed organica.
Si pensi, applicando queste riflessioni ai giorni nostri, all'Italia di 'Tangentopoli', che cosa ne sarebbe stato, in una società con tali codici, fattivi ed operanti, di quei galantuomini, che hanno trafficato con tangenti e bustarelle e criminalità mafiosa, per così tanto tempo e nell'acquiescenza generale della cosiddetta società civile. Si sarebbero aspettate le manette dei poliziotti o la sentenza di un giudice per espellere i loro figli dalle buone scuole, i membri dai circoli esclusivi, le mogli dai salotti buoni? Non ci si sarebbe dovuto attendere un tirarsi indietro immediato e collettivo della società civile che lasciasse allo scoperto e in isolamento i 'furbi'? Non ci si sarebbe dovuto attendere un chiamarsi fuori della 'buona società' e della gente davvero e non ipocritamente 'perbene' di fronte ad arricchimenti repentini e sospetti o tenori di vita non in linea coni magri e notori stipendi di certe categorie, se un'intera società non fosse stata antropologicamente priva di «tuono» o «dell'idea dell'onore»?
Il controllo ferreo, operante al di là dei codici penali e civili, che una aristocrazia legittima (classe dirigente) esercita sull'intera società, fornendo ad essa stili di vita, forme di convenienza sociale, capacità di giudizio (da dove nasce la capacità di dare ordine alle proprie idee), finezze di gusto, divieti, oneri (noblesse oblige ), codici comportamentali vincolanti, in una parola un'etichetta, imporrebbe ad esempio al grande finanziere di non farsi vedere in pubblico in compagnia dell'imprenditore pluriarrestato; al giocatore di calcio, che notoriamente ha truccato partite, di non commentare le stesse con assoluta nonchalance in TV ; al brigatista di non presenziare i convegni ma di meditare in silenzio le sue malefatte etc; eppure tutto il contrario succede in Italia, e nell'indifferenza generale. Quando poi si scopre che nel nostro Paese un uomo è Ministro del tesoro in una stagione, e cronista calcistico nella successiva, (Piero Barucci) si tocca quasi con mano, drammaticamente e contemporaneamente l'inesistenza di biensèances e l'inconsistenza della nostra classe dirigente. Certo, un osservatore straniero sottolineerebbe l'incredibile giovialità di un popolo che esprime simili ministri ma non credo che dopotutto se li augurerebbe per sé, non credo che cambierebbe il nostro pittoresco con il suo quotidiano.
Norbert Elias ci ha spiegato molto bene come l'etichetta nella "buona società" non fosse solo una manifestazione esteriore assimilabile al mero cerimoniale quanto una misura interna della morale delle classi alte, in cui l'opinione degli appartenenti al "monde" era determinante ai fini della rappresentazione che l'individuo aveva di sé stesso, della propria identità, del proprio onore. Ma perché esista tutto ciò occorre quanto meno che si formi una "buona società", non necessariamente centralizzata, sia essa il "monde" della Corte (il cui "tuono" si riverbererà come "modello" da imitare su tutta la storia di Francia da Saint -Simon a Proust quanto meno), sia la society inglese che viveva nelle splendide residenze di campagna ma che veniva a Londra per la season , sia le "buone società" tedesche che per quanto localistiche e frantumate mostravano dei caratteri unificanti non ultimo la Satikfaktionsfähigkeit (il diritto di scendere a duello) ampiamente praticato dai ceti borghesi, studenteschi e militari, che cementava così, sul diritto all'onore, una nazione divisa in stati. [Elias, pagg. 114-119] In Italia l'assenza di un "centro" e l'assenza di una "buona società", hanno fatto sì che venisse in auge una società con le caratteristiche descritte da Leopardi e immutata ancora oggi. È da rimarcare che proprio l'assenza di un "centro" autoctono che funzionasse da faro irraggiatore dei modi, del "tuono", del gusto, della moral basis in una parola, ha reso il nostro Paese più permeabile d'ogni altro all'importazione di modelli esteri, da qui l'americanizzazione degli stili di vita [Lanaro, pagg. 64-88]. E infine è da ricordare che proprio questa assenza di etichetta nel senso alto del termine, questa carenza di società, questa vacanza di veri e propri obblighi sociali, era ciò che più colpiva un viaggiatore come Stendhal il quale ben conscio che tutto ciò veniva al proprio Paese dall'epoca di Luigi XIV, soffriva tutti gli obblighi della propria società da lui ritenuta, a torto o ragione , artefatta e permeata dall 'odioso senso del dévoir e invidiava (!) perciò il giovane italiano che non aveva aucun modèle à imiter o il Paese dove fino a trent'anni l'homme n'est que sensations. Ciò che dispiaceva a Leopardi, piaceva a Stendhal! Ma, da sempre, il pittoresco non è altro che il quotidiano degli altri.
Quando in una società c'è un ladro si chiama un poliziotto, quando i ladri sono a centinaia ci si appella ad un pool di giudici, ma quando i ladri sono migliaia, giudici compresi, quando la Guardia di Finanza si comporta come una Quinta Mafia (dopo mafia, camorra, 'ndrangheta e Sacra Corona Unita), quando sono i Poliziotti a sparare e uccidere da feroci criminale, bisogna chiamare subito un l'antropologo. Qualcuno che spieghi. Qualcuno che ci spieghi come una intera società sia assoggettata al crimine. Infatti, il codice penale e le carceri dello Stato non riusciranno a impedire ciò che una società non ritiene di proibirsi da sé. Ciò vale in un Paese come il nostro, che pure i suoi codici morali li possiede e che ha giudicato ad esempio socialmente intollerabile l'ubriachezza o il frugare nella vita sessuale degli individui ma non altrettanto la corruzione generalizzata o i sequestri di persona.
Impressionante è stato invece in questo vasto processo di degrado il coinvolgimento di interi settori della società civile, con tutti i risvolti familistici che essa ha da noi. Familismo in senso stretto (la moglie divorziata privata degli assegni che solo allora denuncia l'ex marito tangentocrate, il giudice che si serve della serafica moglie-massaia per i conti in Svizzera, la ragnatela dei rapporti familiari intessuti grazie allo scambio di tangenti, per cui nell'incrocio tra tangenti e 'favori' salta fuori il posto per il figlio al giornale amico o in banca o in televisione o nei servizi segreti etc) e familismo in senso allargato, se si considera il partito politico come proiezione, ampia sfera, del proprio particulare.
Lo Stato debole, le classi sociali evanescenti, non restava che la famiglia.
A questa ci si è aggrappati. Ed ecco che sulla scena italiana ai Savoia, agli Arduino, agli Sforza, ai Visconti, ai Malatesta, agli Orsini, ai Colonna sono succeduti gli Agnelli, i Berlusconi, i De Benedetti, i Ferruzzi, i Ciarrapico... Qualcuna delle nuove famiglie ha mutuato anche gli emblemi araldici delle vecchie, si pensi al biscione berlusconiano già visconteo e sforzesco, quasi a voler sottolineare una eredità simbolica che non può non impressionare. Il risultato è, come hanno sottolineato a più riprese gli osservatori stranieri [Friedman , 1986 e 1988], il carattere familistico del nostro capitalismo, che mentre può andar bene nella fase competitiva e nazionale dell'ascesa, s'arena nella fase gestionale e nel confronto internazionale. Senza tacere quella che sembra quasi la legge del capitalismo familistico secondo la quale 'la prima generazione crea, la seconda conserva, la terza distrugge'. Basta un figlio scemo, nella successione dinastica, e tutto va in malora.
La famiglia è dunque il vero Stato degli italiani. E una somma di famiglie non fanno una Società. Ne discende che l'Italia non uno Stato o una Nazione o una Società sia apparsa agli osservatori più attenti di ieri e di oggi, ma 'una federazione di famiglie.


fonte:http://lafrusta1.homestead.com/Riv_familismo.html

22 aprile, 2006

Fastidio

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/04_Aprile/21/stella.shtml

Nel leggere questo articolo di Gian Antonio Stella si ha una raccolta di dichiarazione che esponenti di centro destra hanno rilasciato in questi giorni.
Sinceramente si prova solo del fastidio nel vedere una parte della classe politica comportarsi in un modo che definire IRRESPONSABILE è dire poco.
La situazione economica Italiana è tale da richidere del personale politico serio. Il popolo italiano devo PRETENDERE comportamenti assenati da parte di chi è chiamato a rappresentarlo nelle istituzioni.
l' ABC della democrazia prevede che chiuse le operazioni elettorali i Vincitori governino e gli sconfitti si prestino a fare un opposizione seria e costruttiva nell' interesse del Paese.
Gettare ombre e sospetti sui meccanismi su cui si fonda la democrazia è CRIMINALE.
Adombrare la possibilità dell' uso delle piazze in caso di certe nomine al Quirinale è CRIMINALE.
Se l' Italia non fosse ancorata al' Euro, questi comportamenti avrebbero provocato danni incalcolabili al sistema economico Italiano in termini di perdita di fiducia degli investitori, fuga di capitali declassamento del livello di rating del debito pubblico.
L'Italia è un grande Paese, non merita simile personale politico.
E' auspicabile che il Polo di Centro Destra diventi un soggetto politico serio.
Fino ad oggi non si è dimostrato tale.

La leggenda di Pietra Cappa (secondo post)

ABBIAMO TROVATO UNA VERSIONE PIU' ARTICOLATA DELLA LEGGENDA DI PIETRA CAPPA.
lA PUBBLICHIAMO SPERANDO DI FAR COSA GRADITA A CHI L' 'AVEVA APPREZZATA NEL PRECEDENTE POST.


Cristo e gli apostoli si trovarono a passare per una contrada ai piedi dell'Aspromonte, e siccome avevano fame, cercarono qualcosa da mettere sotto i denti; ma non trovarono nulla e, allora, Cristo disse: «Faremo un po' di penitenza. Ognuno prenda una pietra e incamminiamoci verso la montagna». Così gli apostoli si caricarono tutti d'una pietra abbastanza gravosa; solo san Pietro, che da buon ex pescatore ogni tanto faceva il furbo, raccolse un ciottolo. Dopo qualche ora di faticoso ancare, Cristo disse che era ora di riposarsi e, facendo il segno della croce, trasformò in pane le pietre trasportate dagli apostoli per penitenza; conclusione: san Pietro si ritrovò fra le mani un tappo di pane bastante si e no per un solo boccone; ma egli, spilluzzicandolo a briciola per farlo durare di più, fece finta di nulla e pensò fra sé: «La prossima volta mi gravo d'un macigno». Cristo gli lesse nel pensiero e volle dargli una lezione, che ogni tanto ci voleva: al momento di riprendere il cammino, invitò di nuovo gli apostoli a fare penitenza caricandosi d'un'altra pietra. San Pietro scelse la più grossa che trovò nei paraggi e se la caricò sulle spalle. Arrivati in alta montagna, ad una radura ai margini d'un bosco, Cristo fece segno di fermarsi. Con un sospiro di sollievo san Pietro si liberò del macigno e attese il miracolo del Signore, che, invece, si limitò a fissarlo con un sorrisetto. Dopo un po' san Pietro non ce la fece più a trattenersi e sbuffò: «Io la pietra l'ho portata». «Ora ti ci siedi sopra e ti riposi.» gli ribattè Cristo. Cosi, d'istinto, la prima reazione del santo fu di rabbia e illividì; poi capì d'avere sbagliato e pieno di vergogna disse: «Maestro, avete fatto bene a punirmi e, perciò, vi chiedo una grazia; vorrei che a ricordo eterno della mia malizia questo masso rimanesse per sempre qui dove ora è». Cristo acconsentì. San Pietro sfiorò appena il masso e questo, lievitando come un immenso pane, si gonfiò e si fece cosi grande da ricoprire un buon ettaro di terreno, ciclopico monumento al principio secondo cui la malizia è farina del diavolo. Passò del tempo, Cristo fu arrestato e condotto davanti a Kaifas, il gran sacerdote, che gli chiese: «Sei tu il vero figlio di Dio?», E Cristo: «Tu l'hai detto!». Un sergente della guardia, ritenendo quella risposta irriguardosa, s'avvicinò al Signore e gli mollò uno schiaffo. San Pietro, presente all'interrogatorio, fremette di rabbia e si legò il gesto sacrilego al dito, sapendo bene che il Padreterno non paga mai di sabato. Altro tempo passò da allora e davanti a san Pietro, nel frattempo diventato custode del Paradiso, finì per presentarsi il sergente, che, alla precisa accusa del santo, si confessò pentito mille e una volta dello schiaffo, ma non ci fu verso; san Pietro lo agguantò per un orecchio, in volo lo trascinò sull'Aspromonte, toccò l'enorme macigno spalancando un accesso su un antro scavato nella viva roccia, vi cacciò dentro i sergente e disse: «Fino al giorno del giudizio correrai avanti e indietro in questo stanzone dando schiaffi alle pareti, così ti ricorderai per sempre di quello dato al Signore»; quindi rinserrò la porta di pietra e ritornò in cielo. Da allora il malvagio sergente corre su e giù per lo stanzone roccioso e
molla violenti schiaffi alle pareti, urlando di dolore, come può testimoniare chiunque in un giorno di vento si trovi a passare nelle vicinanze di Pietra Cappa - così è chiamato il macigno - e dal suo interno sente distintamente levarsi forti schiocchi accompagnati da grida cupe, lancinanti.

GIOVANNI PAOLO II IN CALABRIA (3)




VISITA PASTORALE IN CALABRIA
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI MONACI CERTOSINI
Certosa di Serra San Bruno - Venerdì, 5 ottobre 1984

1. Ringrazio vivamente il padre priore per le calde parole di saluto che mi ha rivolto a nome della comunità in questo incontro per me - e, sono certo, anche per voi - tanto significativo. Sono venuto molto volentieri tra voi per manifestarvi l’affetto e la stima che nutro per il vostro ordine e per ricordare, altresì, nel IX centenario della sua fondazione, gli stretti legami che esso intrattiene con la Sede apostolica fin dalle sue origini, quanto a san Bruno e ai suoi primi discepoli vennero affidate alcune missioni dal mio venerato predecessore Urbano II.
Per la data giubilare ho inviato al padre André Poisson, ministro generale dell’ordine, una mia lettera nella quale, richiamando il carisma della vostra benemerita istituzione, rilevavo che, pur nel dovuto e giusto adattamento ai tempi, “ad spiritum primigenium Ordinis vestri semper redeuntes, in sancto proposito vestro inconcussa cum voluntate perstetis oportet”. Ora che la Provvidenza ha permesso questa sosta, vorrei riprendere il discorso in essa avviato, meditando con voi sul ruolo che avete nella Chiesa e sulle attese del popolo di Dio nei vostri confronti.
A voi è dato di vivere la vocazione contemplativa in questa oasi di pace e di preghiera, che già san Bruno, scrivendo all’amico Radolfo le Verd, così descriveva: “In finibus autem Calabriae . . . heremum incolo, ab hominum habitatione undique satis remotam. De cuius amoenitate aerisque temperie ac sospitate, vel de planitie ampla et grata, inter montes in longum porrecta, ubi sunt virentia prata et florida pascua, quid dignum dicam? Aut collium undique se leniter erigentium prospectum, opacarumque vallium recessum, cum amabili fluminum, rivorum fontiumque copia, quid sufficienter explicem?” (S. Brunonis, Ep. ad Radulphum, «Lettres des premiers Chartreux», Sources chrétiennes, Paris 1962, p. 68). È necessario che voi, odierni seguaci di quel grande uomo di Dio, ne raccogliate gli esempi, impegnandovi ad attuare lo spirito di amore a Dio nella solitudine, nel silenzio e nella preghiera, come coloro che “espectant reditum domini sui ut, cum pulsaverit, confestim aperiant ei” (Lc 12, 36). Voi, infatti, siete chiamati a vivere come per anticipazione quella vita divina che san Paolo descrive nella prima Lettera ai Corinzi, quando osserva: “Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem: nunc cognosco ex parte, tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum” (1 Cor 13, 12).
2. Il fondatore vi invita a riflettere sul senso profondo della vita contemplativa, alla quale Dio chiama, in ogni epoca della storia, anime generose. Lo spirito della Certosa è per uomini forti: già san Bruno notava come l’impegno contemplativo fosse riservato a pochi (“pauciores enim sunt contemplationis quam actionis filii”: San Brunonis, Ep. ad Radulphum, «Lettres des premiers Chartreux», Sources chrétiennes, Paris 1962, pp. 70. 72). Ma questi pochi sono chiamati a formare una sorta di “scolta avanzata” nella Chiesa. Il lavorio sul carattere, l’apertura alla grazia divina, l’assidua preghiera, tutto serve per forgiare nel Certosino uno spirito nuovo, temprato nella solitudine a vivere per Iddio in atteggiamento di disponibilità totale, Alla Certosa ci si impegna a ottenere il pieno superamento di se stessi e a coltivare i germi di ogni virtù, nutrendosi copiosamente dei frutti celesti. V’è in ciò tutto un programma di vita interiore, a cui allude san Bruno quando scrive: “Hic oculus ille conquiritur, cuius sereno intuitu vulneratur sponsus amore, quo mundo et puro conspicitur Deus. Hic otium celebratur negotiosum et in quieta pausatur actione” (Ibid.).
L’uomo contemplativo è costantemente proteso verso Dio e può a ragione esprimere l’anelito del salmista: “Quando veniam et apparebo ante faciem Dei?” (Sal 41, 5). Egli vede il mondo e le sue realtà in modo assai diverso da chi in esso vive: la “quies” è cercata solo in Dio e san Bruno a più riprese invita i suoi discepoli a fuggire “le molestie e le miserie” di questo mondo e a trasferirsi “a tempestate mundi huius in tutam et quietam portus stationem”. Nella pace e nel silenzio del monastero si trova la gioia di lodare Dio, di vivere in lui, di lui e per lui. San Bruno, che è vissuto in questo monastero per circa dieci anni, scrivendo ai suoi fratelli della comunità di Chartreuse, apre il suo animo traboccante di gioia e senza retorica alcuna li sprona a godere del loro stato contemplativo: “Gaudete, fratres mei carissimi, - scrive - pro sorte beatitudinis vestrae et pro larga manu gratiae Dei in vos. Gaudete quia evasistis fluctuantis mundi multimoda pericula et naufragia. Gaudete quia quietam et tutam stationem portus secretioris obtinuistis” (San Brunonis, Ep. ad Radulphum, «Lettres des premiers Chartreux», Sources chrétiennes, Paris 1962, pp. 70. 72).
3. Questa vostra specifica ed eroica vocazione non vi pone, tuttavia, ai margini della Chiesa; essa vi colloca anzi nel cuore stesso di essa. La vostra presenza è un richiamo costante alla preghiera, che è il presupposto di ogni autentico apostolato. Come ho avuto modo di scrivervi, il “sacrificium laudis . . . vestra indiget pia solertia, qui cotidie "in excubiis persistitis divinis"” (Cf. S. Bruno). La Chiesa vi stima, conta molto sulla vostra testimonianza, confida sulle vostre preghiere. Anch’io affido a voi il mio ministero apostolico di Pastore della Chiesa universale.
Date con la vita testimonianza del vostro amore a Dio. Il mondo vi guarda e, forse inconsapevolmente, molto si attende dalla vostra vita contemplativa. Continuate a porre sotto i suoi occhi la “provocazione” di un modo di vivere che, pur intriso di sofferenza, di solitudine e di silenzio, fa zampillare in voi la sorgente di una gioia sempre nuova. Non scrive forse il vostro fondatore: “Quid vero solitudo heremique silentium amatoribus suis utilitatis incunditatisque divinae conferat, norunt hi soli qui experti sunt”? (S. Brunonis, Ep. ad Radulphum, «Lettres des premiers Chartreux», Sources chrétiennes, Paris 1962, p. 70). Che questa sia anche la vostra esperienza lo si può dedurre dall’entusiasmo con cui perseverate nella strada intrapresa. Dai vostri volti si vede come Iddio doni la pace e la gioia dello Spirito quale mercede a chi ha abbandonato ogni cosa per vivere di lui e cantare in eterno la sua lode.
4. L’attualità del vostro carisma è dinanzi alla Chiesa e mi auguro che tante anime generose vi seguano nella vita contemplativa. La vostra è una via evangelica di sequela di Cristo. Essa esige la donazione totale nella segregazione dal mondo, come conseguenza di una scelta coraggiosa che ha alla sua origine la sola chiamata di Gesù. È lui che vi ha rivolto questo invito di amicizia e di amore a seguirlo sul monte, per restare con lui.
Il mio augurio è che da questo luogo parta un messaggio verso il mondo e raggiunga specialmente i giovani, aprendo dinanzi ai loro occhi la prospettiva della vocazione contemplativa come dono di Dio. I giovani, oggi, sono animati da grandi idealità e se vedono uomini coerenti, testimoni del Vangelo, li seguono con entusiasmo. Proporre al mondo di oggi di praticare “vitam absconditam cum Christo” (Col 3, 3), significa ribadire il valore dell’umiltà, della povertà, della libertà interiore. Il mondo, che in fondo ha sete di queste virtù, vuole vedere degli uomini retti che le praticano con eroismo quotidiano, mossi dalla coscienza di amare e di servire con questa testimonianza i fratelli.
Voi da questo monastero siete chiamati ad essere lampade che illuminano la via su cui camminano tanti fratelli e sorelle sparsi nel mondo; sappiate sempre aiutare chi ha bisogno della vostra preghiera e della vostra serenità. Pur nella felice condizione di aver scelto con la sorella di Marta, Maria, “optimam partem . . . quae non auferetur” (Lc 10, 42), non siete posti al di fuori delle situazioni dei fratelli, che bussano al vostro luogo di solitudine. Essi portano a voi i loro problemi, le loro sofferenze, le difficoltà che accompagnano questa vita: voi - pur nel rispetto delle esigenze della vostra vita contemplativa - date loro la gioia di Dio, assicurandoli che pregherete per loro, che offrirete la vostra ascesi, perché anche loro attingano forza e coraggio alla fonte della vita che è Cristo. Essi vi offrono l’inquietudine dell’umanità: voi fate loro scoprire che Dio è la sorgente della vera pace. Infatti, per usare ancora un’espressione di san Bruno, “Quid aliud tam bonum quam Deus? Imo quid aliud bonum nisi solus Deus?” (S. Brunonis, Ep. ad Radulphum, «Lettres des premiers Chartreux», Sources chrétiennes, Paris 1962, p. 78)).
5. Ho voluto con voi leggere alcuni pensieri del vostro fondatore per rivivere in questo luogo, testimone della sua intensa vita eremitica, lo spirito che lo animava. Qui egli volle, dopo un lungo servizio alla Chiesa, chiudere la sua esistenza terrena. Qui voi restate per mantenere viva la lampada che egli accese nove secoli or sono.
Io porto con me, in questa visita pastorale alla Calabria, l’esperienza di un momento di pace e di gioia, che mi ha recato profondo conforto. La natura, il silenzio, la vostra preghiera rimangono scolpite nel mio animo: continuate la vostra missione. A conforto del vostro impegno imparto a ciascuno la mia benedizione apostolica, propiziatrice dei doni che vengono da Dio, fonte di ogni consolazione.

14 aprile, 2006

LA PASQUA NELLA CIVILTA' CONTADINA

RIPORTANDO UNO SCRITTO DI STEFANO CARFO' CHE RIPORTA ALLA MENTE LE ATMOSFERE DI TANTI ANNI FA, LO STAFF DI BLOGALLADERIVA ESPRIME A TUTTI L' AUGURIO DI UNA PASQUA SERENA.


Riti e tradizioni che affondano le radici nella poposità spagnolesca

La Pasqua nella civiltà contadina

di Stefano Scarfò

Nella valle aprica, inondata dai primi effluvi della primavera, il din don delle cento campane si diffonde, ora maestoso e malinconico, ora lieto e festoso, penetrando nei casolari più sperduti, come nelle case dei borghi accatastate le une sulle altre e ricadenti a strabiombo sulle fiumare. Cortei policromi e pittoreschi hanno invaso piazzette e “vineji”; su tutti dominano il verde dei rami d’ulivo, le bianche palme e il bianco neve dei folti ciuffi di “abrera” (erica) in fiore. E’ festa grande.
E’ la Domenica delle Palme. Giornata di esultanza nel ricordo del trionfo di Cristo a Gerusalemme. Una cerimonia tanto suggestiva che la folla viveva le stesse sensazioni dei palestinesi di duemila anni fa. Con la Domenica delle Palme iniziava ufficialmente la settimana di passione, ma già nei giorni precedenti si svolgevano vari riti in preparazione all’affascinante festa della primavera. Erano, infatti, celebrazioni commemorative in onore della Vergine Addolorata, compartecipe della tragedia del Golgota.
Venivano esaltati i dolori della Madre di Gesù con lamentazioni, canti carichi di mestizia e versetti della Via crucis in una solenne processione che partiva dalla chiesa madre per raggiungere quella dell’Annunciata in un’atmosfera surreale che gravava sui fedeli adombrati quasi da un dolore collettivo. In queste occasioni il popolo sapeva esprimere tutto il patrimonio di canti e “grazioni” (orazioni), in stretto vernacolo locale, le cui origini si perdono nella notte dei tempi e che è andato irrimediabilmente perduto. Sabato, vigilia delle Palme, era una giornata particolarmente carica di suspence, perché dedicata alla meditazione sull’inferno e sulle pene che comporta. Appena scesa la sera, il predicatore, servendosi dei tempi più scioccanti trattati da S. Giovanni, Dante ed altri famosi, faceva rivivere l’inferno in tutta la sua tragicità, mentre nella chiesa scendeva il gelo per le scene apocalittiche rievocate. Lo stesso oratore, sera della domenica cambiava registro e con parole alate e suadenti fugava il terrore della morte eterna. La sua voce si librava nella più alta trascendentalità, facendo riapparire la luce della speranza. Le note del “Te Deum” erano segno e testimonianza della gioia di vivere e della fede nell’avvenire. Nel corso della settimana santa, nelle varie chiese, specie in quelle ove operavano le confraternite, in un rituale rimasto intatto per secoli, si svolgevano cerimonie toccanti per pietà religiosa, culminanti nel rituale precetto pasquale. In uno sfarzo senza precedenti, grazie all’esposizione dei paramenti più suggestivi, intarsiati da arabeschi d’oro zecchino, si preparava il sepolcro, addobbato con diecine di piatti carichi di una fitta selva di piantine esangui, perché cresciute nel buio, di stendardi, damaschi di seta, in una gara febbrile e un tantino altezzosa, dato che ogni congrega si dava da fare per preparare il sepolcro migliore. Al vespero del mercoledì santo si celebrava l’ufficio delle “Tenebre”, coi sacerdoti intenti a cantare le famose “Lamentazioni” del profeta Geremia, i versi del “benedictus” e del “Miserere mei Deus”, mentre sull’altare su un candelabro a due bracci ardevano sette candele, spente man mano a brevi intervalli, finchè la chiesa piombava nel buio. Un sacerdote allora azionava la “raganella”, uno strumento di legno che produceva un enorme fracasso, a significare allegoricamente le tenebre che avvolgevano il mondo alla morte del Cristo. Giovedì santo, al calar delle prime ombre della sera, Ufficio delle tenebre, finale al buio, rumoreggiare di raganelle, poi la grande performance del predicatore in quella che doveva essere la parte più importante e più commovente della sua predicazione. La chiesa si riempiva fino all’inverosimile in attesa del momento clou della serata, vale a dire la chiamata della Madonna Addolorata, per la consegna del Cristo morto. Fuori, gruppi di giovanotti, si organizzavano per portare a spalla la Madonna. Tutti ambiscono di entrare in chiesa con la Vergine, in un tripudio di folla ed è un vero privilegio essere tra il gruppo dei portatori. Quando, alla fine della predicazione, dopo aver rievocato la passione di Gesù, l’oratore lanciava la fatidica frase: “Maria, vieni a prenderti il tuo figliolo”, i fedeli coinvolti in una sorta di catarsi mistica collettiva, piangono, gridano, agitano le braccia, mentre il portone della chiesa si spalancava ed entrava la Madonna. Ondeggiante, tra una fitta selva di lanterne, veniva portata verso il pulpito e sollevata all’altezza del predicatore che le consegnava tra le braccia il Crocefisso, intonando lo “Stabat Mater”. Il corteo, quindi, si avviava verso il Sepolcro per deporre il Cristo, che sarebbe stato adorato per tutta la notte, in tutte le chiese, con la rituale veglia di preghiera. All’alba si dava il via alla processione del venerdì santo. Si snodava per tutto il paese fino al Calvario, un posto molto in alto, fuori dall’abitato, raggiungibile con grande fatica. Si alternavano i canti al rullare delle raganelle e ad un grande silenzio, come se la folla fosse presa da un lutto stretto. Non pochi erano talmente presi da non riuscire a trattenere le lacrime. Sabato mattina, tutta la popolazione si radunava dentro e fuori la chiesa per assistere alla “svelata”, ossia alla Resurrezione di Cristo, attraverso una messinscena apparentemente di estrazione pagana, ma tanto efficace da avvolgere nella sua spirale di “misteriosità” l’animo semplice della gente. Sulla piazza veniva fatto ardere un ciocco enorme per la benedizione del fuoco al canto delle litanie di tutti i santi. Lo sguardo dei fedeli - quelli che riuscivano a trovare posto in chiesa - era rivolto verso l’altare maggiore, addobbato come nelle giornate di gala; in alto era stata collocata una lastra tombale, da cui, grazie ad un sistema di contrappesi, sarebbe venuto fuori trionfante il Cristo. E infatti, all’intonazione del “Gloria in excelsis Deo”, Gesù risorto, liberato dagli ancoraggi, “vola” verso l’alto, spalanca la cateratta, appare in tutto il suo splendore con in mano la bianca bandiera, simbolo della vittoria sulla morte. Conclusa la cerimonia, la gente defluiva dalla chiesa per ritornare nelle case. I bambini si precipitavano ad assaggiare la “sguta”, un povero dolce casalingo che allietava tanto, mentre il papà calava il “panaro”, ossia il recipiente ove erano state custodite le salsicce per tutto il tempo della quaresima. Domenica di Pasqua era dedicata al gran finale, con l’altra svelata o cunfruntata, sempre in piazza alla presenza del popolo festante. Da una strada scende il Cristo risorto, dalla parte opposta si avvia a grandi passi la Madonna avvolta nel velo nero, in segno di lutto. Ad un segnale convenuto i portatori delle due statue iniziano una gran corsa, tra due ali di folla, finchè Madre e Figlio, al centro della piazza s’incontrano. Il manto nero della Madonna cade tra gli evviva e gli applausi dei fedeli entusiasti e commossi, che segue le due statue per accompagnarle trionfalmente in chiesa. Lunedì dell’Angelo, giorno di assoluto riposo e di quiete ed anche di relativo digiuno per le “abbuffate” del sabato e della domenica di Pasqua. La pasquetta cadeva il “martedì di Galilea”, ed era per i nostri nonni un giorno “pieno” in tutti i sensi, in quanto, malgrado le ristrettezze dei tempi, non rinunciavano ad una giornata di sano svago e di vita all’aperto. Di buon mattino, si partiva da casa, le vivande messe sul dorso degli asini o nelle “cofine” portate in testa dalle donne. Non c’era fretta alcuna. Se la giornata era radiosa, così come lo è quasi sempre la primavera di Calabria, si mangiava all’aperto, si beveva il generoso vino delle nostre terre, si ballava al ritmo di pifferi e zampogne. Piccoli e grandi, uomini e donne, si divertivano con poco, e prima che scendesse la sera, si faceva ritorno a casa, scambiandosi gli auguri di trascorrere tante altre pasque nella serenità e nell’abbondanza.

STEFANO CARFO'
Studioso e ricercatore della storia di Mammola e della
Calabria.
http://www.sosed.it/Cdsole/Mar97/e1-0397.htm

CALABRIA SACRALE





In età storica la Calabria fu centro di fiorente civiltà essendo terra di immigrazione ellenica, tanto da essere denominata Magna Grecia. Il cibo dei calabresi è sostanzialmente quello che era una volta, determinato dagli usi, dalle credenze e dalla storia. Non poche ricette risalgono agli albori della civiltà della tavola mediterranea, ispirata alle usanze di Greci e dei Latini, mentre altre sono state introdotte dagli Arabi, dai Normanni, dagli Spagnoli, dai Francesi. Nella colonia achea di “Sybaris” (Sibari) dove gli abitanti vivevano nel lusso più raffinato, fra i cibi prediletti si ricordano i “laganon”, ovvero larghe tagliatelle, di cui diede più tardi testimonianza Apicio. Probabilmente qui furono introdotti i “makaria”, specie di gnocchetti cilindrici, cibo rituale greco, da cui forse derivano i maccheroni. Mentre è sicuramente arabo il nome della “mustica”, appetitosissimo cibo che deriva dalla pratica di mettere le acciughe appena nate sott'olio (dall'epoca moderna si è aggiunto il peperoncino). Si tratta di un cibo conservato, dunque di una risorsa vitale per i borghi dell'Appennino, dove la disponibilità di provviste non deperibili era fino a ieri l'unica ricchezza desiderata. Diceva una vecchia canzone popolare: "Amaru chi lu puorco non ammazza", infelice chi non ha maiali da ammazzare, perchè insaccati, sugna, formaggi, melanzane sott'olio e pomodori seccati erano per la gente del Sud la garanzia di sopravvivere nei periodi, non infrequenti, di carestia. C'è nel modo di alimentarsi dei calabresi qualcosa di sacro e d’antico, l'osservanza di regole di comportamento che vengono dai secoli. Si direbbe che tra la Sila e lo Stretto si avvertisse più che altrove la connessione tra le esigenze della nutrizione e quelle dello spirito: ogni festa religiosa aveva in Calabria il suo cibo di devozione, ogni evento della vita familiare il suo adempimento gastronomico. Era regola che per Natale si dovessero mettere in tavola tredici portate e che lo stesso si dovesse fare per l'Epifania; le feste di Carnevale richiedevano un menù fondato su maccheroni e carne di maiale, la Pasqua non poteva celebrarsi senza i pani rituali e l'arrosto di agnello. Per l'Ascensione erano di rigore i tagliolini al latte, per San Rocco i dolci raffiguranti le parti del corpo che potevano guarire con l'intercessione del taumaturgo. Il rigore di questo calendario si è affievolito col tempo, lasciando però tracce visibili nel repertorio alimentare della regione. Nell'area trovarono un habitat ideale le melanzane (violette lunghe), preparate in molti modi, dall’agrodolce al funghetto. Anche la loro preparazione italiana più celebre, detta «alla parmigiana», nacque nel sud e non a Parma, che diede solamente il nome alla ricetta per l'abbondante dose di formaggio usato (in Calabria il pecorino). Tutti i principali ingredienti che costituiscono la base della cucina dell’antico “Brutium” (nome latino della Calabria) verdure, pasta, derivati del maiale, pesce sulla costa, sono sposati e personalizzati dal forte contributo del famoso olio d’oliva, presente praticamente in ogni piatto.

12 aprile, 2006

IL CASO MAJORANA











Una delle più suggestive leggende fiorite intorno alla Certosa di Serra San Bruno riguarda Ettore Majorana, il quale si sarebbe rifugiato qui per fuggire dalle cure del mondo.
Nelle cronache dimenticate degli ultimi quarant'anni non c'è forse pagina più fitta d'incognite, di interrogativi senza risposta, del cosiddetto « caso Majorana».
Roma, 30 marzo l938: il capo della polizia fascista Bocchini viene convocato personalmente dal Duce, da cui riceve un importante incarico: ritrovare Ettore Majorana.Chi è questo Majorana?Sul tavolo di Mussolini c'è una lettera del più giovane Accademico d'Italia, il fisico Enrico Fermi: « Non esito a dichiarare che, fra tutti gli studiosi italiani e stranieri, Majorana è quello che per profondità d'ingegno mi ha maggiormente colpito. Egli ha al massimo grado quel raro complesso di attitudini che formano il fisico teorico di gran classeScriverà di lui la moglie di Fermi: « Era un prodigio in matematica ed un portento per la profondità e la forza del pensiero».« È il primo fisico d'Europa» , l'aveva definito il professor Orso Mario Corbino quando Ettore aveva da poco compiuto ventiquattro anni.Nato a Catania nel l906, Ettore Majorana aveva dimostrato sin da bambino di possedere un'intelligenza prodigiosa: a cinque anni calcolava a mente quanto carbone avrebbe bruciato una nave per compiere un certo viaggio. A sette si laureò campione provinciale di scacchi. A nove anni, restando nascosto sotto il tavolo del salotto, stupiva lo zio Quirino, docente di fisica, gridandogli il risultato delle estrazioni di radici cubiche che calcolava a memoria.Nel l926 Ettore stava studiando ingegneria, frequentava l'ultimo anno del Politecnico a Roma, quando I'amico e collega di studi Emilio Segrè, che dal Politecnico era passato alla Facoltà di Fisica, cercò di trascinare in Fisica anche Ettore: « Vieni » gli disse un certo giorno « ti faccio conoscere Enrico Fermi. Ti entusiasmerà ».Andarono. Fermi studiò a lungo e in silenzio Ettore, più giovane di lui di qualche anno, gli parlò delle più recenti teorie della fisica e gli mostrò una complicata tabella di valori calcolata durante un ciclo di studi e di esperimenti. L'indomani Majorana tornò da Fermi. Gli chiese di vedere ancora la tabella dei valori, la confrontò con un foglietto di quaderno zeppo di cifre che aveva portato con sé, poi concluse: « Sì, li ha calcolati esattamente... ».L'incontro tra Fermi e Majorana segnò l'inizio della collaborazione del giovane matematico siciliano alle affascinanti ricerche che, con povertà di mezzi pari alla ricchezza d'ingegno e di entusiasmo, conducevano nella scuola di fisica di via Panisperna, concepita e realizzata dal professor Corbino, quel gruppo di giovanissimi noti allora sotto il nome di « ragazzi di via Panisperna ». Con gli anni quei « ragazzi » si sarebbero rivelati formidabili pensatori e ricercatori tenendo a battesimo le prime utilizzazioni dell'energia nucleare. Si chiamavano Fermi, Segrè, Amaldi, Rasetti, Pontecorvo.Nel laboratorio di fisica di via Panisperna, Majorana è l'unico capace di tener testa a Fermi. Un giorno si sfidano a trovare la soluzione di un difficile problema. Fermi ha carta, matita e un regolo calcolatore, Majorana nulla: arrivano alla soluzione nello stesso tempo.Era un prodigio di matematica, - ricorda Laura Fermi - se c'era Majorana nessuno si prendeva la briga di fare calcoli, bastava chiederli a lui: Ad ogni domanda Majorana aggrottava le sopracciglia, muoveva rapidamente le labbra, sollevava la testa e dava la risposta esatta, senza cavar le mani dalle tasche dove le portava sprofondate per abitudine.In quel periodo Majorana pensava sempre, ovunque: in tram, per la strada. Il suo cervello era un vulcano, gli venivano in mente ogni momento nuove idee, soluzioni di problemi prima insoluti o spiegazioni di risultati provati, sperimentalmente, in laboratorio: allora si fermava di colpo, si frugava in tasca alla ricerca di un involucro di sigarette, di una scatola di cerini, di un biglietto di tram su cui scarabocchiare formule complicate. Ma invano Enrico Fermi lo spinge a pubblicare i suoi risultati. « Perché dovrei farlo » è solito ripetere Majorana « è tutta roba da bambini ». Poi, fumata l'ultima sigaretta o consumato l'ultimo cerino, accartoccia il pacchetto o la scatola e li getta via: Fermi ricorda di aver visto finire nel cestino della cartastraccia, annotata sul solito pacchetto di « Macedonia », la stessa teoria con cui, un anno più tardi, il tedesco Werner Heisenberg avrebbe conquistato il Premio Nobel.Ma del resto anche quando nel l957 i fisici cinesi, naturalizzati americani, Lee e Yang, ottennero il Nobel per la loro teoria sulle particelle elementari, ci si accorse in ritardo che la stessa teoria era stata formulata trent'anni prima dal siciliano Ettore Majorana.Nel l933 Majorana redige per l'Accademia dei Lincei una « Teoria del nucleo atomico » con cui ottiene una borsa di studio in Germania e Danimarca. In quel periodo incontra Heisenberg a Gottinga e successivamente il grande Niels Bohr, patriarca della fisica atomica, a Copenhagen. Quando torna a Roma, Fermi lo incoraggia a proseguire quel filone di studi. È questa la stagione di maggior fortuna dei « ragazzi di via Panisperna » che stanno sperimentando la produzione di radioattività artificiale mediante neutroni. Infatti, a partire dal fluoro, l'atomo di un dato elemento, colpito dai neutroni, emette radioattività e « si trasforma » nell'atomo dell'elemento successivo. Ma quando Fermi ed i suoi ragazzi giungono a bombardare l'ultimo elemento esistente in natura, il novantaduesimo, cioè l'uranio, si trovano di fronte a un risultato addirittura sconcertante : anche l'uranio emette radioattività e « si trasforma ». In che cosa se non esistono più elementi dopo il 92? Così Fermi comincia a pensare, sia pure con molte riserve, di aver prodotto o scoperto un nuovo elemento, il 93. Chi mette fine ad ogni perplessità è il direttore dell'istituto di fisica, Orso Mario Corbino che, geloso di assicurare una « vittoria » alla scienza « fascista », annuncia pubblicamente la scoperta dell'elemento 93.Lo scalpore è immenso: fisici di tutto il mondo inviano a Roma le loro congratulazioni confermando un risultato che continua a lasciare scettico il solo Fermi. Qualche mese più tardi il gruppo di via Panisperna compirà una seconda esperienza fondamentale dimostrando - in una vasca di pesci rossi - che l'idrogeno è in grado di moltiplicare la produzione di radioattività: un principio su cui sarà basata, qualche anno più tardi, la costruzione della prima pila atomica.E proprio in questo periodo di successi che Majorana si isola dal gruppo, diventa scorbutico, addirittura intrattabile. La pubblicazione di alcuni suoi lavori gli ha procurato una meritata fama. Gli scrivono da tutto il mondo, da Cambridge, da Yale, proponendogli cattedre, da Mosca, dal Giappone, offrendogli la direzione di istituti. Respinge la corrispondenza scrivendoci sopra: « Respinto per decesso del destinatario ». Passa settimane intere chiuso nella sua stanza: il suo amico migliore, Edoardo Amaldi, che va a trovarla in casa, è costretto a mandargli un barbiere. Sul suo tavolo libri di economia politica, trattati sulla costruzione delle navi, opere di medicina. Pagine di appunti gremite di fitte formule. E un romanzo di Pirandello, « Il fu Mattia Pascal », storia di un uomo che tenta di cancellare la propria identità per costruirsene una nuova.Sempre nello stesso periodo, mentre il mondo scientifico continua a parlare dell'elemento 93, una studiosa tedesca avanza un'assurda teoria : che Fermi e i suoi non abbiano prodotto un nuovo elemento bensì « spaccato » l'atomo di uranio liberandone l'energia. La spiegazione, bocciata come inattendibile, rivelerebbe sconcertanti orizzonti: controllare l'enorme energia che lega intimamente le particelle dell'atomo, l'energia atomica. È forse questa prospettiva a terrorizzare Majorana e ad isolarlo dai suoi amici, dal mondo? II suo comportamento è inconcepibile: pare che, per qualche misterioso motivo, abbia timore di rivelare il risultato dei suoi studi.« La fisica è su una strada sbagliata. Siamo tutti su una strada sbagliata » dirà più tardi, sul finire del '37, al professor Carrelli. Lo ripeteva in famiglia, e il fratello Luciano ricorda vivida l'amarezza che lo pervadeva: « Non era contento della fisica, cercava qualche cosa di più semplice e di più universale ».Ma vi sono altri seri motivi che possono aver contribuito a produrre in lui questa crisi. Nel l934 muore infatti il padre di Ettore, che risentì il luttuoso evento forse più degli altri fratelli, perché con la morte del padre venne a mancargli il più sincero e affettuoso interlocutore.« Sul turbamento del suo carattere » ricorda inoltre Laura Fermi « dovette certamente influire un fatto tragico che aveva colpita la famiglia Majorana. Un bimbo in fasce, cugino di Ettore, era morto bruciato nella culla, che aveva preso fuoco inspiegabilmente. Si parlò di delitto. Fu accusato uno zio del piccino e di Ettore. Quest'ultimo si assunse Ia responsabilità di provare I'innocenza dello zio. Con grande risolutezza si occupò personalmente del processo, trattò con gIi avvocati, curò tutti i particolari. Lo zio fu assolto; ma lo sforzo, Ia preoccupazione continua, le emozioni del processo non potevano non lasciare effetti duraturi in una persona sensitiva quale era Ettore ».Per sottrarlo ad un isolamento che rischia di precipitarlo nella pazzia, gli amici di via Panisperna cercano di fargli ottenere una cattedra. In quei giorni anche Emilio Segrè ha vinto la cattedra di Fisica all'Università di Palermo. Così, nel novembre del l937, Ettore Majorana, a soli trentun anni, diventa professore di fisica teorica all'Università di Napoli, senza concorso, per « chiara fama ». Quattro mesi più tardi scompare per sempre.In quali circostanze? La cronaca della sua scomparsa rappresenta il momento più indecifrabile di una vita piena di enigmi, irta di contraddizioni. Niente di lui è stato più trovato. Tutte le ipotesi formulate all'epoca della scomparsa sono ancor oggi drammaticamente valide. Ucciso? Suicida? Esule volontario? Rapito? Smemorato? Attratto dall'intima quiete di un convento? Le ultime ore di Ettore Majorana sono state accuratamente ricostruite, nei limiti del possibile, dai fratelli, dai cugini, dalla Questura di Napoli, dalla Capitaneria di Porto, dal Servizio Segreto.A Napoli Majorana svolse alcune lezioni, una dozzina o poca più, tra il disinteresse dei sei o sette studenti del corso (ma « quelle Lezioni del l938 » ha dichiarato qualche tempo fa il fisico Bernardini « potrebbero essere svolte ancor oggi. Sono attualissime. La fisica ufficiale se n'è accorta soltanto nel l955 ».)Poi improvvisamente, il 25 marzo, Majorana riscosse tutti gli stipendi che non aveva mai ritirato da quando aveva ottenuto la cattedra, e s'imbarcò sul postale diretto a Palermo.Chi vide, chi incontrò a Palermo? Non lo si è mai saputo. Scese all'albergo « Sole » e, su carta intestata dell'albergo, scrisse al professor Carrelli, suo affettuoso amico nonché direttore della Facoltà di Fisica a Napoli, una lettera drammatica: ...« Caro Antonio, ho deciso di togliermi la vita. L'ho deciso perché non sento un'autentica necessità di stare al mondo e credo che il mondo farà benissimo a mena di me. Sono molto stanco. Tu che mi conosci, puoi comprendere che la mia delusione non è quella di una ragazza ibseniana. Il problema è molto più arduo e profondo ».Imbucò la lettera al mattino. La sera ebbe un ripensamento e telegrafò allo stesso Carrelli: « Annullo notizia che ti ho dato. Scriverò ancora ».Invece non scrisse più. In giornata si era recato all'Università per chiedere del suo amico Emilio Segrè, che però era assente. La sera Ettore Majorana ripartì da Palermo col postale diretto a Napoli. A bordo s'incontrò con il noto matematico palermitano professor Vittorio Strazzeri, col quale scambiò qualche frase: L'indomani mattina Ettore fu scorto da due camerieri di bordo in procinto di sbarcare. Non aveva bagaglio, solo una piccola borsa da viaggio.Intanto il professor Carrelli, che aveva ricevuto il telegramma per lui incomprensibile e poi la lettera, informò il fratello di Ettore. Luciano Majorana e Carrelli si precipitarono all'albergo « Bologna » di Napoli, dove Ettore abitava. La camera era in ordine come egli I'aveva lasciata tre giorni prima: le valige erano chiuse e ordinate sul tavolo, e sulla valigia più in alto una lettera con un laconico indirizzo: « Per la mia famiglia ». Conteneva lo stesso proposito suicida espresso al professore ma con una motivazione più amara: « Io non voglio far male a nessuno, e perciò in ogni caso non riprenderò l'insegnamento ».In ogni caso: il suicidio non doveva dunque sembrargli irrevocabile. Dalla camera non mancava quasi nulla, tranne I'abito che il fisico aveva indosso al momento della scomparsa, alcuni libri, il denaro ritirato e, particolare importante, il passaporto. Le ricerche condotte a Napoli furono minuziosissime. I fondali del porto e poi quelli del golfo furono esplorati dai palombari palmo a palmo finché, dopo quindici giorni, fu ritrovato negli uffici della « Tirrenia » il tagliando-figlia del biglietto che Majorana aveva consegnato allo steward scendendo dalla passerella. Non ci furono più dubbi: Majorana era sbarcato a Napoli.Enrico Fermi interessò direttamente Mussolini, sollecitando con una lettera « le più febbrili ricerche dello scomparso ». Sul dossier relativo al « caso Majorana » Mussolini scrisse di suo pugno a matita rossa: « Voglio che si trovi ». Ma Majorana non fu trovato. Sono gli ultimi elementi che l'indagine sulla scomparsa, interrotta tre mesi più tardi, riuscirà a raccogliere. Ma la famiglia Majorana non si arrende, promette un cospicuo premio di trentamila lire a chi darà notizie su Ettore, assume investigatori privati; fa pubblicare la sua foto sulla « Domenica del Corriere » con una descrizione somatica: « Di anni 3l, atto metri l,70, snello, capelli neri, occhi scuri, una lunga cicatrice sul dorso della mano ». Un padre gesuita riconosce la foto: Si, quel giovane distinto si è presentato alla Chiesa del Gesù Nuovo, a Napoli, chiedendo di fare un esperimento di vita religiosa... Gli hanno risposto di attendere, di discuterne... Ha detto: « Grazie, scusi », e si è allontanato. Allora le sorelle e la mamma di Ettore rivolgono una supplica a Pio XII, da poco eletto papa, perché disponga che le ricerche siano svolte anche nelle case religiose di clausura. Se furono svolte, tali ricerche non dettero alcun esito.È tutto quanto è dato sapere sulla scomparsa del fisico atomico Ettore Majorana. Ma a questo punto cominciano le supposizioni, le illazioni, le ipotesi.Majorana si è gettato in mare. Com'è possibile se è stato visto quando la nave era già in porto? Se lo avesse fatto dopo quel momento il mare avrebbe certamente restituito il cadavere. È salito sulla circumvesuviana e, a somiglianza di Empedocle, ha cercato l'oblio nel cratere di un vulcano: pura ipotesi. Si è imbarcato su una nave per l'Oriente ed ha trovato rifugio in. un monastero tibetano: nessuna prova. È stato rapito da una potenza straniera: nessun elemento.Dal l938 ad oggi si è parlato ancora del « caso Majorana ». Nel l944, all'epoca della Repubblica di Salò, quando Mussolini fu messo al corrente che insieme agli scienziati tedeschi che stavano lavorando in Germania alla misteriosa arma segreta c'era un italiano. Mussolini ritenne trattarsi di Majorana e scrisse a Filippo Anfuso, ambasciatore a Berlino, ordinandogli di svolgere indagini per averne la conferma, il che gli avrebbe permesso di rivalutare politicamente l'apporto dell'Italia nei confronti dell'alleato-padrone. Il crollo della Germania interruppe un carteggio Mussolini-Anfuso di cui non v'è più traccia.Nel luglio del '46 la « Gazzetta di Losanna » rivelò che il governo sovietico aveva tentato di venire in possesso dei quaderni di Majorana (oggi depositati alla Domus Galileiana di Pisa).L'ultima eco relativa al mistero dello scienziato catanese si ebbe infine nel l965, quando una signora di Pistoia, Fiorenza Tebalducci, rivelò un particolare sconosciuto della vita di Majorana. La donna affermò infatti di avere conosciuto il giovane nel l934 a Firenze dove frequentavano insieme il Circolo degli studenti. « Ogni volta che Ettore capitava a Firenze » racconta Fiorenza Tebalducci « passava molte ore con me. Il nostro però non era un flirt, ma soltanto una strana amicizia. Lui infatti parlava pochissimo quando stavamo insieme. Inoltre spesso mi lasciava sola per avvicinarsi a un gruppo di stranieri che quasi sempre capitavano dove eravamo noi. lo alla fine mi insospettii per questi strani incontri e rivelai i miei dubbi a mio fratello che prestava servizio nei carabinieri. Qualche tempo dopo mio fratello mi disse che i sospetti non erano infondati e che probabilmente ero usata come schermo dal giovane scienziato ».Queste affermazioni sono state però seccamente smentite dal fratello di Ettore, il quale afferma che lo scienziato non andò mai a Firenze nel periodo indicato dalla donna.Forse la soluzione dell'enigma Majorana sta in questa frase pronunciata da Enrico Fermi: « Se Ettore, con la sua intelligenza, avesse deciso di scomparire o di far scomparire il suo cadavere, ci sarebbe certamente riuscito ».La seconda domanda senza risposta è: perché? Perché era depresso, vittima di un esaurimento nervoso? Perché aveva compreso che dietro gli esperimenti di Roma si celava la chiave per la conquista dell'energia atomica? Perché « sapeva già »? I fisici respingono questa ipotesi.Qualche mese dopo la scomparsa di Majorana, Fermi, approfittando del viaggio a Stoccolma per ritirare il suo premio Nobel, lasciava l'Italia per sempre e raggiungeva gli Stati Uniti, dove avrebbe giocato un ruolo di primo piano nella costruzione della bomba atomica.In quei giorni uno scienziato tedesco, Otto Hahn, riusciva a dimostrare che gli esperimenti dei « ragazzi di via Panisperna » erano stati molto più importanti di quanto si fosse pensato: si era trattato di una « scissione nucleare », il primo passo per la conquista dell'energia atomica.Quali sarebbero state le conseguenze se tale spiegazione fosse stata evidente prima del l938? Mussolini e Hitler avrebbero avuto per primi la bomba atomica?Oggi Emilio Segrè risponde così: « Dio, per i suoi intenti imperscrutabili, ci rese tutti ciechi ». E se Majorana avesse visto giusto sin d'allora e avesse voluto scomparire, o ritirarsi in un luogo remoto, per non collaborare alla costruzione di un mondo di cui, forse, il suo genio aveva intuito la spietatezza? E un'ipotesi assurda cui non avremo mai la prova.

Opere principali:

Reazione pseudopolare fra atomi d'idrogeno, in rendiconti d. Lincei, gennaio 1931;

Sulla formazione dello jone molecolare di elio, in Nuovo Cimento, gennaio 1931;

Teoria relativistica di particelle con momento intrinseco arbitrario, ibid.,dicembre 1932;

Atomi orientati in campo magnetico variabile,ibid., febbraio 1932;

Sulla teoria dei nuclei,Roma 1933;

Teoria simmetrica dell'elettrone e del positrone,in Nuovo Cimento , aprile 1937.

10 aprile, 2006




















La Pietra Cappa,comune di San Luca (RC), è una grande roccia, fessurata, erosa dal vento. E’ un luogo simbolo per gli abitanti del luogo. Immersa nella macchia, si raggiunge con un sentiero che sale dolcemente tra eriche, lentisco, mirto, corbezzolo e cespugli di menta e origano. E’ presente anche il castagno. Secondo le stagioni, si possono osservare uccelli di passo; ma attenzione al falco pellegrino, che proprio sulla Pietra nidifica e che, con po’ di fortuna, si può seguire in cielo o nei pressi della parete rocciosa.
Quando, costeggiando il mar Ionio, sotto il sole ardente, Gesù con i suoi discepoli giunsero in Calabria, furono presi dalla sete.
Si fermarono, quindi, in un paesello fra ulivi e mandorli, si dissetarono e ripresero il cammino.
Ma dopo la sete venne la fame e San Pietro si rivolse a Gesù, che, confidando nell’aiuto del Padre, ordinò ai suoi discepoli di prendere un sasso e portarlo fino al fiume.
San Tommaso, ingenuo come sempre, si caricò un macigno, mentre San Pietro scelse accuratamente un sasso piccolo quanto un panino.
Gesù sorrise pensando a come sarebbe stata punita la malizia di Pietro.
Giunti sul greto del fiume, gli apostoli si disposero in cerchio intorno al loro Maestro, il quale alzando gli occhi al cielo benedisse i sassi convertendoli, con gran meraviglia dei presenti, in pani caldi e croccanti come se uscissero allora dal forno.
Pietro, avvilito, si ripropose di non sbagliare più e quando Gesù ordinò nuovamente agli Apostoli di prendere un sasso e portarlo per penitenza, egli scelse una pietra pesantissima sperando di poter mangiare per una settimana.
Quando, a notte fonda, giunsero in pianura, il Maestro diede ordine che tutti posassero a terra le loro pietre e si sedessero sopra per riposare.
San Pietro rimase deluso ancora una volta ma, consapevole di aver sbagliato, chiese che quel sasso potesse almeno rimanere lì per l’eternità.

Allora si vide il macigno gonfiarsi e diventare così grosso da coprire un buon ettaro di terreno.
Quel macigno che è chiamato Pietra Cappa è ancora oggi a qualche km da Natile, sotto l’Aspromonte e i pastori dicono che si sente dentro uno strano rumore, come se qualcuno battesse con una mano di ferro contro le pareti della roccia.
E’ Malco, sergente del Sinedrio, che, al tempo della Passione, colpì con uno schiaffo il volto del Salvatore e, dopo la sua morte, fu chiuso da San Pietro, divenuto guardiano del Paradiso, in quel macigno, dove è condannato a schiaffeggiare quelle pareti di sasso per l’eternità.

08 aprile, 2006

SERRA SAN BRUNO TERRA DI CARBONAI E CLAUSURA DI ETTORE MO



Viaggio in Calabria dove si cuoce la legna con la tecnica dei Fenici. E nella Certosa delle leggende si sarebbe nascosto il fisico Majorana

SERRA SAN BRUNO (Calabria) - Puoi aver fatto il giro del mondo ma se un giorno ti capita di passare per Serra San Bruno, in Calabria, sei aggredito da una sensazione mai provata altrove: come fossi risospinto di colpo nel passato, con un tuffo indietro di mille anni. I tuoi polmoni sono invasi dall'aria mistica del più mistico monastero medioevale e, al tempo stesso, dal fumo del carbone di legna, che cuoce nelle carbonaie sulla montagna: prodotto con una tecnica che risale, inalterata, ai Fenici. Questa seconda realtà, che ha il colore dell'inchiostro ed è sostanzialmente costituita da una mezza dozzina di carbonaie disseminate nei boschi, è accessibilissima: basta rassegnarsi a un continuo saliscendi su sentieri fangosi tra abeti e piante di faggi non ancora spogliate dall'autunno. La legna arde lentissimamente sotto le cupole di terra e al sottofondo musicale provvedono soltanto le accette sugli alberi e i rintocchi di qualche campanaccio. «Delle attività boschive - dice Sharo Gambino, anziano giornalista e scrittore serrese -, molte si sono estinte. I carbonai resistono. Ma sono rimasti in pochi, e, come gli indiani nelle riserve, i turisti li cercano per riprenderli con telecamere e macchine fotografiche». Inaccessibile invece (o quasi) la Certosa di Serra San Bruno, fondata nel 1091 da Bruno di Colonia, rampollo di una famiglia aristocratica tedesca, che, affascinato dalla vita contemplativa, si mise in cammino per la Calabria dopo aver creato, in Francia, l'Ordine dei certosini. Sottoposto al più severo dei regolamenti monastici che si possano immaginare, la Certosa si è via via imposta come uno dei più grandi centri spirituali e cristiani del Meridione d'Italia. Ma sarebbe stato impossibile, per i fedeli, abbeverarsi direttamente alla sua fonte: perché lo spirito di San Bruno non consentiva trasgressioni alla clausura e i portoni del monastero sarebbero rimasti ermeticamente chiusi per i secoli dei secoli. L' astuzia certosina ha risolto il problema allestendo un Museo, nel maggio del '94, sopra un pezzetto di terra rosicchiato alla superficie totale della cittadella monastica e d'ora in poi estraneo al sacro recinto. Devo contentarmi del Museo che - assicura l'opuscolo - ti dà tutte le informazioni possibili sulla storia della Certosa e dell'Ordine, sui tanti santi che vi sono passati e di lì sono volati direttamente in paradiso at dexteram di Bruno, sul trantran quotidiano dei monaci, cronometrato al secondo, che vivono di silenzio, preghiera, meditazione e penitenza... Vuoi mettere la soddisfazione di chi, aggirando l'impenetrabile barriera ecclesiastica, ha potuto vedere in diretta ogni momento di quell'insolita, misteriosa esistenza: come il collega Matteo Collura che, anni fa, ebbe il privilegio di entrare nel monastero, dormire in una cella ed essere svegliato nel cuore della notte per cantare il Mattutino e le Lodi, mentre intorno l'intera Calabria russava placidamente: e, più ancora, riuscì a sondare il Priore di allora - Padre Gabriele - sull'arcana e arcaica leggenda della Certosa che avrebbe ospitato e nascosto importanti e scomodi personaggi degli anni Quaranta e Cinquanta, come lo scienziato Ettore Majorana, allievo di Fermi, o come uno dei piloti americani che sganciarono la bomba atomica su Hiroshima: ambedue devastati dal rimorso di aver contribuito a uno dei più gravi massacri della storia umana. Quando San Bruno, che santo ancora non era, arrivò nelle Serre dalla Chartreuse di Grenoble, il diavolo che presidiava indisturbato la Calabria sud-orientale e in particolare la provincia di Vibo Valentia si sentì minacciato: perché s'era reso conto che quel certosino venuto dal Nord faceva sul serio. Nelle casupole che era riuscito a costruire nella boscaglia, grazie anche all'aiuto di Ruggiero il Normanno, Bruno di Colonia aveva raccolto tutta quella composita umanità di chierici vaganti, monaci ed aspiranti eremiti in cerca di un tetto e di un piatto di minestra che affollavano la contrada. Il monaco, «già magister scholasticus della scuola cattedrale di Reims e fondatore, nel 1084 della prima Certosa», come ricorda lo storico Tonino Ceravolo, visse a Serra per dieci anni: morì infatti il 16 ottobre del 1101, venerato come un santo: le biografie lo ricordano «sempre festoso in volto» e «mite come un agnello». Quando si pensa circondato dai confratelli nell' eremo di Santa Maria della Torre era già leggenda e menestrelli e cantastorie si occuparono di lui: O bbona genti statimi a sentiri/La vita di santu Bruno vaju a cantari... Fedeli all'insegnamento del santo fondatore, secondo cui «nulla è più perverso dell'amare la creatura più del creatore, i beni passeggeri più di quelli eterni, quelli terreni più dei celesti», i certosini non hanno mai tentato di aggiornare, alterare o ammorbidire il loro stile di vita, rispettando ogni clausola di un regolamento che più severo non avrebbe potuto essere. I voti di castità, povertà, obbedienza non fanno concessioni: la parola d'ordine è la «rinuncia». Niente Tv, niente musica (all'infuori del gregoriano), niente giornali o riviste (all'infuori dell'Osservatore Romano) che potrebbero distrarre o indurre in tentazione. Una sola passeggiata alla settimana, fuori le mura, il lunedì, ma nei boschi, dove il contatto con la gente del luogo è minimo. I monaci consumano i pasti in solitudine, ognuno nella propria cella: solo la domenica si riuniscono nel refettorio, ma si tratta anche questa volta di un pranzo silenzioso, durante il quale un fratello legge brani delle sacre scritture. La cena consiste in pane e acqua. Anche il sonno è razionato, viene interrotto un paio di volte nelle ore piccole per un supplemento di preghiera, che viene recitata in cella e nella cappella: il Mattutino, l'Angelus, il Vespro e via salmodiando. Gli svaghi? Forse quell'oretta del lavoro manuale, falegnameria, giardinaggio o, per chi ne abbia il talento, i pennelli, la scultura. Nel suo libro, «L'atomica e il chiostro», Gambino riporta un brano di un articolo apparso su «Epoca» scritto da quello spiritosissimo viaggiatore ligure che fu Vittorio G. Rossi, dopo una visita alla Certosa. Sopraffatto dal silenzio di tomba, egli si chiede a un certo punto se abbia mai pensato di poter affrontare quel genere di vita e conclude: «Io non ce la farei. Non mi è mai venuta quell'idea, neanche in occasione delle più catastrofiche delusioni d'amore; ma ora sono proprio sicuro che non ce la farei, anche se quell'idea mi venisse. Se quella è la scala del paradiso, spero che sia la scala di lusso, e ce ne sia anche una economica, magari una di servizio. Mi piace la solitudine, mi piace il silenzio; ma ogni tanto e a piccole dosi, e se la porta è chiusa, la chiave ce l'abbia io in tasca. E poi tutto il resto, le privazioni, quel dormire a pezzettini...». Sembra che anche Boccaccio, a differenza di Rossi, abbia contemplato l'idea di ritirarsi in quel monastero, e magari trascorrervi gli ultimi giorni, in un periodo negativo della propria esistenza quando, oberato dai debiti, era ormai costretto a convivere quotidianamente con lo spettro della povertà. L'altra faccia della medaglia, tutta nera, è più su, verso il crinale del Pecoraro, che adesso è incappucciato dalle nuvole. Appena scendi il sentiero senti l'odore (il profumo) della legna che brucia. Le carbonaie sono mammelle o gobbe di terra più o meno delle stesse dimensioni (quattro/cinque metri di altezza e quindici di diametro) disposte sui terrazzi a «piazze» ripuliti di piante e arbusti. Si tratta di fornaci con un cratere centrale - o camino - dentro cui vengono ammassati i tronchi che il fuoco alimentato dall'alto carbonizza lentamente senza ridurli in cenere. Con lunghi pali acuminati, i carbonai fanno diecine di buchi nei cumuli di terra, che chiamano fumarole e consentono la fuoruscita del gas dalle fornaci. Quando il fumo, inizialmente azzurro, diventa bianco significa che la «cottura» è giunta alla fase finale e che i faggi e i lecci sono ormai carbone da gettare sulla griglia del barbecue per arrostire carne o pesce: e tutti i cuochi del mondo sono pronti a giurare che, grazie alla carbonella di Serra San Bruno, quegli arrosti sono particolarmente deliziosi e profumati. Ma quanta fatica per arrivare a quel risultato e soddisfare il palato dei signori. Occorrono 6 quintali di legna per ottenere un quintale (che qui chiamano cantàro) di carbone e la «cottura» richiede circa 20 giorni. Le carbonaie sono proprietà di una mezza dozzina di famiglie delle Serre che fanno questo lavoro dalla notte dei tempi e le hanno avute in eredità dagli antenati. Su questi manovali con facce da spazzacamino, piuttosto bassi e muscolosi con la resistenza e la forza dei muli, sono state coniate, in passato, definizioni iperboliche e si sono scritte poesie. Nelle riviste e pubblicazioni locali vengono spesso citati i versi di un poeta argentino - certo Solomonofo -, capitato da queste parti e affascinato da questo mondo di «forzati», curvi sotto il peso di cantàri di carbone: «Nella notte di Serra San Bruno, stelle sopra stelle sotto.... Come giganteschi formicai che orlano il Zambesi e/ come cupole di una chiesa bizantina ancora non rivelata/ come aspri seni impegnati in una colossale maternità... Fratelli di minatori, cugini di fuochisti, nipoti di fabbri.... Oppure figli di guerrieri, ultimi Moicani...». Proprio nulla di bellicoso sembra avere il decano di questi Moicani, Cosimo Scrivo, 68 anni. Bassino, fisico asciutto, gli occhi chiari e quasi luminosi nel volto notturno, da folletto attempato. Lo incontro nella baracca, attigua alla carbonaia, che vent'anni fa era anche l'abitazione per l'intera famiglia: il pavimento in terra battuta, una madia, un tavolo, il letto accostato alla parete. «Noi - dice -, il nostro destino non lo possiamo scegliere. È una tradizione. Io lavoro qui da quando avevo 8 anni: qui hanno sempre lavorato mio padre, mio nonno, il padre di mio nonno, i bisnonni. E in un altro cantiere, non lontano da questo, lavorano i miei quattro figli maschi... Un tempo abitavamo nei capanni vicino alla carbonaia. Ora le cose vanno un po' meglio, abbiamo un appartamento o una casetta in paese e la sera ci andiamo a dormire. I nostri vecchi non avevano la possibilità di mandarci a scuola, non sapevano né leggere né scrivere: ora qualcuno va all' università, è diventato dottore, ingegnere... Ciò che non è cambiato è il lavoro: vengo qui alle quattro, quattro e mezzo del mattino, fatico 15 ore al giorno. Anche di notte facciamo i turni di controllo, perché la carbonaia può scoppiare da un momento all'altro e sarebbe un disastro. Il carbone che viene dall'Est costa meno ma non vale niente. Il nostro prodotto è migliore, soprattutto se bruciamo il faggio. Ogni giorno partono camion con quintali di sacchi destinati alla Puglia, alla Sicilia, alla Sardegna oltre che in Calabria». Nazareno Scrivo, suo figlio, ha seguito la tradizione di famiglia. «Ma ho i miei dubbi - dice - che i miei due maschietti, ancora troppo piccoli per decidere, facciano la stessa cosa. Oggi la tendenza sta cambiando. Il carbone costa troppa fatica, non c'è spazio per gli svaghi, il tempo libero è scarso. I giovani inseguono altre occupazioni, meno gravose, la sera vogliono andare in discoteca. Questo, inoltre, non è neanche un mestiere salubre. Chi più chi meno, abbiamo l'ossido di carbonio nei polmoni. Di veramente positivo c'è che non abbiamo padroni». Se ripenso alle mie peregrinazioni dei Paesi del Terzo Mondo, trovo scenari assai più drammatici delle carbonaie calabresi: impossibile dimenticare le miniere di sale del Malì, dove gli uomini lavorano in condizioni di schiavitù, prostrati da una temperatura atroce oltre che dalla fame, dalla sete, dalla lontananza delle mogli e dei figli, rimasti in quella rovente bolgia di sabbia e di polvere che è Timbuktù; o le miniere d'oro del Burkina Faso, ultima colonia penale del secolo scorso, dove i cercatori del prezioso minerale, magri come fuscelli, scendono in buche di 10/12 metri con un diametro di un metro e mezzo per cercare il filone giusto che li possa arricchire in pochi giorni e invece muoiono asfissiati col piccone in mano, ancora appesi alla fune; o nell'isola di Giava, dove uomini minuti salgono dalle viscere della terra con lastre di zolfo sulle spalle che pesano poco meno di un quintale e li vedi stramazzare sulla gradinata scolpita a capriccio nella roccia, la bocca piena di terra e di sangue. Penso a Cosimo e a Nazareno Scrivo e a tutti gli altri che ho visto aggirarsi sui terrazzi delle carbonaie, avvolti dal fumo azzurro che usciva dagli sfiatatoi: così acre e diverso, questo fumo, dalle nuvole d'incenso che il turibolo dei certosini spande nei corridoi e nelle celle del monastero, in un'atmosfera già celestiale: tutto avviene nel silenzio. I frati, resi puro spirito dai sacrifici personali e dalle rinunce, si stanno già arrampicando sulla scala di seta che San Bruno ha lanciato dal paradiso sulla Serra per trascinarli tutti a sé, nella nuova Certosa. L'ascensione avviene di sera e nessuno se ne accorge al Caffè Centrale del paese, perché è domenica e stiamo parlando di calcio, adagiati nel calore della grande cordialità calabrese. Le vicende della Certosa come rifugio delle anime in pena sono datate, ma tornano a galla, col solito strascico di smentite e contro smentite, ogni qualvolta un personaggio più o meno controverso e chiacchierato scompare d' improvviso e c'è subito chi suggerisce di cercarlo nell'eremo di San Bruno: è avvenuto l'anno scorso quando il vescovo esorcista africano, Emmanuel Milingo, convertito alla setta Moon e convolato a nozze con la sud-coreana Maria Sung, fece perdere le proprie tracce. Ora sappiamo che era fuggito in Argentina, da dove - notizia di questi giorni - è appena rientrato. Nell' immediato dopoguerra, in pieno clima di caccia ai nazisti sopravvissuti e scomparsi, le fantasie più sfrenate avvallarono il sospetto che anche Martin Borman, il braccio destro di Hitler, si occultasse sotto la cocolla certosina. Certo, maggiore consistenza ha avuto, negli anni, la vicenda di Ettore Majorana, il più brillante «allievo» di Enrico Fermi, che scomparve nel marzo del '38, a soli 32 anni. Secondo Leonardo Sciascia, il giovane scienziato morì suicida perché angosciato dagli sviluppi che la fissione atomica avrebbe potuto avere, e che ebbero conferma la mattina del 6 agosto '45 a Hiroshima. L'ingresso clandestino nella Certosa sarebbe stato «una pietosa bugia» per alleviare il dolore dei genitori di Majorana, affranti e sconvolti dall'idea che il loro figliolo avesse potuto togliersi la vita per il rimorso. I monaci hanno persistentemente negato che la sua salma possa trovarsi nel piccolo cimitero dell'eremo e che sia mai vissuto tra di loro: in ciò contraddicendo lo stesso Papa Wojtyla che durante una sua visita a Serra San Bruno, nell'84, ricordò che il Monastero «aveva dato ospitalità al grande scienziato Ettore Majorana». Ma che lo scienziato dovesse per forza macerarsi e finire i suoi giorni in un chiostro trova conferma in un altro scoop giornalistico del '97 (la Domenica del Corriere), secondo cui Majorana morì nell'87, a 81 anni dalla nascita e a 49 dalla scomparsa, «probabilmente» nella Certosa di Farneta, provincia di Lucca. Categoricamente smentita anche la presenza, a Serra San Bruno, di uno dei piloti americani che sganciarono la bomba su Hiroshima. In realtà, un soldato yankee, era entrato nel monastero e per qualche anno aveva indossato il saio col nome di Padre Antonio. Si chiamava Lennann Leroy, il suo rimorso era però legato alla guerra di Corea, niente a che fare con la prima atomica caduta sul Giappone. Le probabilità che anche Osama Bin Laden abbia bussato, dopo l'11 settembre, al portone dell'eremo sono considerate molto scarse: ma non potrebbe trovare rifugio più sicuro, garantiscono i monaci talebani di Al Qaeda.