02 aprile, 2006

Papa Giovanni Paolo II (Wadowice, presso Cracovia, Polonia, 18 maggio 1920 - Città del Vaticano, 2 Aprile 2005)




Due i viaggi del Pontefice, nell'ottobre del 1984 e nel giugno del 1988, in Calabria.


Un legame speciale quello tra la Calabria ed il Papa, cementato dalla visita compiuta il 5 e 6 ottobre del 1984, la prima del suo pontificato dedicata interamente ad una regione. Il Pontefice visitò tutta la Calabria ed in ogni località trovò ad accoglierlo migliaia e migliaia di persone che si strinsero intorno a lui. Una dimostrazione di affetto che commosse il Pontefice e che lo spinse a dire, il 6 ottobre 1984, dinnanzi ad una folla festante di 25 mila persone raccolte nello stadio di Cosenza: “la Calabria, da stasera, ha un calabrese in più. Questa terra ha tanto posto nel mio cuore”. Giovanni Paolo II giunse in Calabria 819 anni dopo l'ultima volta in cui un Papa, Alessandro III, vi aveva messo piede. Il Pontefice entrò definitivamente nel cuore dei calabresi, così come la Calabria lasciò un segno indelebile nel suo cuore, tanto che vi tornò, anche se solo per una breve visita, l'11 giugno 1988. Il primo incontro lo volle dedicare agli agricoltori e non esito, nel corso della visita, a parlare della criminalità rivolgendo un incoraggiamento alla popolazione a vincere “l'inquietante fenomeno tristissimo”. A Paola, il Papa additò ai fedeli l'esempio di San Francesco, nativo di quella città, esortandoli a incarnare le sue virtù. Il Pontefice affrontò anche i temi del lavoro e della mafia. “Sono stupito da questa popolazione - disse - che mi chiede solamente un bene: il lavoro. Sappiate incarnare le virtù che hanno reso grande San Francesco in modo che possiate debellare il male sociale, che, agli occhi di molti, ha oscurato l'immagine di questa regione. Se saprete essere tra voi aperti e sinceri, se avrete il coraggio di cancellare l'omertà che lega tante persone in una sorta di squallida complicità dettata dalla paura, allora miglioreranno i rapporti tra le famiglie, sarà spezzata la tragica catena di vendette, tornerà a fiorire la convivenza serena, e questa generosa terra riprenderà quel ruolo che le appartiene: essere terra di San Francesco, la terra in cui fioriscono la carità ed il perdono”.
Volle anche visitare la certosa di Serra San Bruno nella quale esaltò la vita contemplativa dei monaci certosini. Quindi ebbe una gradita sorpresa: gli abitanti di Spadola, un paesino della zona, vollero riconciliarsi con il Romano Pontefice, restitutendogli simbolicamente, con una pergamena, una pantofola che i loro antenati avrebbero sottratto a Callisto II nel 1121 quando questi si trovò a passare per il paese. Il tema della delinquenza fu ripreso dal Papa a Cosenza. “Noi che siamo la vigna del signore - esclamò - quanta uva selvatica abbiamo prodotto invece dell'uva buona, quanti odi e vendette, spargimenti di sangue, furti, rapine, sequestri di persona, ingiustizie e violenze di ogni genere. La Chiesa di Calabria deve essere presente nella realtà sociale. Ha una grande missione da compiere. Deve aiutare l'uomo e la donna di Calabria a rinvigorire il senso della propria dignità, dei propri diritti e doveri, il senso morale del rispetto dei diritti altrui, il senso della giustizia e della solidarietà”. Il Papa esortò anche i calabresi a non cedere “alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su se stessi”. Giovanni Paolo II, infrangendo una “regola” che era stata rispettata in tutti i discorsi precedenti, non esitò, a Reggio Calabria, a pronunciare la parola “mafia”. Parlando della situazione sociale e delle gravi implicazioni che comporta come il sottosviluppo, la disoccupazione e la “violenza criminosa e mafiosa”, il Papa sostenne che “il lavoro è un diritto e la disoccupazione un'ingiustizia perché contraddice questo fondamentale diritto. Il giovane senza lavoro e senza speranza per il futuro - disse - è esposto ad ogni genere di tentazione: mi riferisco in particolare alle tentazioni della violenza e della droga”. Il Pontefice esortò i giovani a non cedere “mai alla tentazione della violenza criminosa e mafiosa”, ma ad “essere la forza morale più determinante per sconfiggere ogni mentalità che porta alla prepotenza, all'aggressione e alla vendetta”, invitandoli ad aiutare quelli di loro che “caduti in quella rete della delinquenza organizzata, vogliono redimersi”, come pure quelli rimasti vittime del “turpe mercato” della droga “che diffonde dolore e morte”. E sempre i giovani furono protagonisti, a Reggio, di una tappa fondamentale del suo viaggio. Quello che doveva essere un semplice saluto, infatti, si trasformò in un toccante momento di riflessione ed emozione. Il Pontefice rimase immobile con lo sguardo fisso sulla folla di giovani, visibilmente commosso, quasi stupito dello straordinario calore e dell'entusiasmo manifestatigli. Particolarmente toccante fu anche la visita nel carcere di Reggio Calabria. “Se crescerà in voi lo spirito cristiano - disse il Papa ai detenuti - potrete con sincerità riconoscere la vostra colpa, cercare il perdono di quanti potete aver danneggiato”. Il Pontefice ricevette in dono il modellino in legno di un antico galeone inglese con la dedica “al nocchiero della chiesa universale i detenuti del carcere di Reggio a nome di tutti i loro fratelli nella sofferenza”. Il Pontefice sottolineò anche come “il vittimismo, il clientelismo e lo spirito di rivalsa da una parte, nonché l'egoismo, lo spirito di sopraffazione e il disprezzo dei diritti altrui dall'altra possono e debbono essere gradualmente vinti . E adesso che il Papa ha lasciato la vita terrena, fedeli e non ricordano quella visita e rivolgono le loro preghiere a quel “calabrese in più”.

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