30 maggio, 2006

ALLA DERIVA!




















ORA SIAMO DAVVERO ALLA DERIVA!
CHI AVRA' VOGLIA ..CI SEGUA...
LA ROTTA CI E' OSCURA...
CONTINUEREMO A NAVIGARE TRA I FLUTTI DELL' INTERNET...
SENZA META..SENZA RADE OVE APPRODARE...
ORA PIU' CHE MAI...
RINGRAZIO I COMPAGNI DI VIAGGIO DELLA PRIMA ORA..
MA ORA HO VOGLIA DI RESTARE SOLO..
SE CI SARANNO LE CONDIZIONI CI REINCONTREREMO...

AMMINISTRATIVE 2006






















DA WWW.CORRIERE.IT

29 maggio, 2006

Ti guardo..
ogni giorno,
l'alba t'illumina
ogni mattina,
con te, vivo ogni tramonto.
Ti guardo.
Ti vedo.
Ti ascolto.
Mentre la gente
passa e va.
Passa e va,
e noi siamo qui
sempre vicino......
quasi vicino.
Ti guardo,
la tua pelle liscia,a volte ricoperta da un velo di barba
riflette il sole
che t'illumina,
la notte guardo le stelle
riflesse nei tuoi occhi.
Sono felice...Sono triste...
L’amore perfetto
di due rotaie,
che s’incontreranno
solo all’infinito.
Ma sarò sempre
al tuo fianco,
e tu sarai sempre
la mia metà
di binario
della vita.


Al mio Principe delle nuvole dalla sua Principessa

IL DISCORSO DI PAPA BENEDETTO XVI AD AUSCHWITZ





Benedetto XVI: «In un luogo come questo vengono meno le parole e prendere la parola in questo luogo di orrore di crimini contro Dio e l'uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile»

«Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l'uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile - ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio - un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa.
Ventisette anni fa, il 7 giugno 1979, era qui Papa Giovanni Paolo II; egli disse allora: 'Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui... Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro dello sterminio e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papà. Papa Giovanni Paolo II stava qui come figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra: 'Sono sei milioni di polacchi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazionè, ricordò allora il Papa. Qui egli elevò poi il solenne monito al rispetto dei diritti dell'uomo e delle nazioni, che prima di lui avevano elevato davanti al mondo i suoi predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, e aggiunse: 'Pronuncia queste parole [...] il figlio della nazione che nella sua storia remota e più recente ha subito dagli altri un molteplice travaglio. E non lo dice per accusare, ma per ricordare. Parla a nome di tutte le nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticatì.

Papa Giovanni Paolo II era qui come figlio del popolo polacco. Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire come lui: Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco - figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell'onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell'intimidazione, cosicchè il nostro popolo potè essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio. Sì, non potevo non venire qui. Il 7 giugno 1979 ero qui come arcivescovo di Monaco-Frisinga tra i tanti vescovi che accompagnavano il Papa, che lo ascoltavano e pregavano con lui. Nel 1980 sono poi tornato ancora una volta in questo luogo di orrore con una delegazione di vescovi tedeschi, sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione. È ancora questo lo scopo per cui mi trovo oggi qui: per implorare la grazia della riconciliazione - da Dio innanzitutto che, solo, può aprire e purificare i nostri cuori; dagli uomini poi che qui hanno sofferto, e infine la grazia della riconciliazione per tutti coloro che, in quest'ora della nostra storia, soffrono in modo nuovo sotto il potere dell'odio e sotto la violenza fomentata dall'odio.

Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come potè tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell'Israele sofferente: '...Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose... Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati, perché dormi, Signore? Destati, non ci respingere per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!' (Sal 44,20.23-27). Questo grido d'angoscia che l'Israele sofferente eleva a Dio in periodi di estrema angustia, è al contempo il grido d'aiuto di tutti coloro che nel corso della storia - ieri, oggi e domani - soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene; e ce ne sono molti, anche oggi».

«Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio - vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l'uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No - in definitiva, dobbiamo rimanere con l'umile ma insistente grido verso Dio: Svegliati! Non dimenticare la tua creatura, l'uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio - affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell'egoismo, della paura degli uomini, dell'indifferenza e dell'opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l'abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall'altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui. Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza - una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti.

Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione - di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell'universo, ma che è una cosa sola con l'amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell'amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell'irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio. Il luogo in cui ci troviamo è un luogo della memoria che nello stesso tempo è luogo della Shoah. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Come Giovanni Paolo II ho percorso il cammino lungo le lapidi che, nelle varie lingue, ricordano le vittime di questo luogo: sono lapidi in bielorusso, ceco, tedesco, francese, greco, ebraico, croato, italiano, yiddish, ungherese, neerlandese, norvegese, polacco, russo, rom, rumeno, slovacco, serbo, ucraino, giudeo-ispanico, inglese. Tutte queste lapidi commemorative parlano di dolore umano, ci lasciano intuire il cinismo di quel potere che trattava gli uomini come materiale non riconoscendoli come persone, nelle quali rifulge l'immagine di Dio. Alcune lapidi invitano a una commemorazione particolare. C'è quella in lingua ebraica. I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall'elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: 'Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello' si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l'annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all'uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all'uomo - a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo.

Con la distruzione di Israele volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell'uomo, del forte. C'è poi la lapide in lingua polacca: In una prima fase e innanzitutto si voleva eliminare l'élite culturale e cancellare così il popolo come soggetto storico autonomo per abbassarlo, nella misura in cui continuava a esistere, a un popolo di schiavi. Un'altra lapide, che invita particolarmente a riflettere, è quella scritta nella lingua dei Sinti e dei Rom. Anche qui si voleva far scomparire un intero popolo che vive migrando in mezzo agli altri popoli. Esso veniva annoverato tra gli elementi inutili della storia universale, in un'ideologia nella quale doveva contare ormai solo l'utile misurabile; tutto il resto, secondo i loro concetti, veniva classificato come lebensunwertes Leben - una vita indegna di essere vissuta. Poi c'è la lapide in russo che evoca l'immenso numero delle vite sacrificate tra i soldati russi nello scontro con il regime del terrore nazionalsocialista; al contempo, però, ci fa riflettere sul tragico duplice significato della loro missione: liberando i popoli da una dittatura, dovevano servire anche a sottomettere gli stessi popoli a una nuova dittatura, quella di Stalin e dell'ideologia comunista. Anche tutte le altre lapidi nelle molte lingue dell'Europa ci parlano della sofferenza di uomini dell'intero continente; toccherebbero profondamente il nostro cuore, se non facessimo soltanto memoria delle vittime in modo globale, ma se invece vedessimo i volti delle singole persone che sono finite qui nel buio del terrore».
«Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell'orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation - come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia. Con profondo rispetto e gratitudine ci inchiniamo davanti a tutti coloro che, come i tre giovani di fronte alla minaccia della fornace babilonese, hanno saputo rispondere: 'Solo il nostro Dio può salvarci. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d'oro che tu hai eretto' (cfr Dan 3,17s.). Sì, dietro queste lapidi si cela il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l'odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l'opera dell'odio.

Vogliono portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; vogliono suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male. Vogliono portarci a quei sentimenti che si esprimono nelle parole che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all'orrore che la circonda: 'Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare'. Grazie a Dio, con la purificazione della memoria, alla quale ci spinge questo luogo di orrore, crescono intorno ad esso molteplici iniziative che vogliono porre un limite al male e dar forza al bene. Poco fa ho potuto benedire il Centro per il dialogo e la preghiera. Nelle immediate vicinanze si svolge la vita nascosta delle suore carmelitane, che si sanno particolarmente unite al mistero della croce di Cristo e ricordano a noi la fede dei cristiani, che afferma che Dio stesso e sceso nell'inferno della sofferenza e soffre insieme con noi. A Oswiecim esiste il Centro di san Massimiliano e il Centro internazionale di formazione su Auschwitz e l'Olocausto. C'è poi la Casa internazionale per gli incontri della gioventù. Presso una delle vecchie Case di preghiera esiste il Centro ebraico. Infine si sta costituendo l'Accademia per i diritti dell'uomo. Così possiamo sperare che dal luogo dell'orrore spunti e cresca una riflessione costruttiva e che il ricordare aiuti a resistere al male e a far trionfare l'amore. L'umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau una 'valle oscura'. Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia - con un Salmo d'Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità: 'Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perchè tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza... Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi annì (Sal 23, 1-4. 6)»

27 maggio, 2006

GIOVANNI PAOLO II IN CALABRIA (4)

VISITA PASTORALE IN CALABRIA
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI CITTADINI DI PAOLA
Venerdì, 5 ottobre 1984

Carissimi fratelli e sorelle.
1. Con animo commosso vi ringrazio dell’accoglienza festosa che mi avete riservato in questo incontro, del quale ho custodito a lungo nell’animo il desiderio e l’attesa. Sono lieto di ringraziare il signor sindaco per le nobili espressioni di saluto rivoltemi a nome di questa città, che ha legato il suo nome al grande santo che qui ebbe i natali: san Francesco di Paola. Saluto inoltre le autorità presenti, l’arcivescovo monsignor Trabalzini, il clero, i figli di san Francesco, le religiose che operano in questa Chiesa e tutti voi, fratelli e sorelle, che vivete e lavorate in questa ridente città, posta tra il mare e i monti.
Un pensiero speciale desidero rivolgere ai giovani, speranza di questa, come di ogni altra terra. Senza le risorse della loro intelligenza, delle loro energie, del loro entusiasmo non è possibile proiettarsi verso il futuro con programmi di sviluppo economico e di progresso sociale. Ma al mio animo sono presenti anche gli anziani, la cui saggezza, materiata di esperienza, è indispensabile per costruire una convivenza rispettosa di ogni valore che rende degna e nobile la vita. E una parola di apprezzamento voglio rivolgere anche agli ammalati, la cui presenza nelle famiglie e nella comunità costituisce pure una ricchezza per il richiamo, che da essi promana, ai valori superiori dell’esistenza e per il contributo spirituale che con l’esempio e con la preghiera essi possono recare a quanti si prodigano per loro.
Cari abitanti di Paola, conosco le nobili tradizioni religiose e morali che portate scolpite nell’intimo dei vostri cuori: voi siete attaccati alla vostra fede, siete fedeli alle vostre famiglie, onorate i vostri morti; sapete essere pazienti nelle prove, costanti nella fatica, solidali nelle necessità. Continuano a fruttificare tra voi quei semi di bene che san Francesco, con la parola e con l’esempio, sparse a larga mano in queste contrade, che egli tanto amò.
2. Mentre esprimo la mia gioia di trovarmi nella terra di questo grande santo, mi è caro richiamare le importanti lezioni del suo insegnamento morale, ancor vivo tra voi, come in ogni calabrese. San Francesco è stato additato al mondo come un eremita che praticava estenuanti penitenze e mortificazioni, un uomo di Dio; ma egli era anche un uomo semplice, schietto, che avvicinava i poveri, che lavorava e dava lavoro nel suo convento agli altri. Voi lo sentite giustamente come uno di voi, con le caratteristiche proprie di questa vostra regione: la tenacia, la laboriosità, la semplicità, l’attaccamento alla fede avita. Ovunque egli è stato, nelle grandi corti del tempo (a Napoli, Roma, Tours in Francia), ha portato le virtù di questo popolo ed è stato l’immagine di ciascuno di voi.
Oggi sono qui per dirvi: sappiate incarnare in voi le virtù che hanno reso grande san Francesco, in modo che con forza possiate debellare il male sociale, che agli occhi di molti talvolta oscura l’immagine di questa laboriosa regione. Se saprete essere tra voi aperti e sinceri, se avrete il coraggio di cancellare l’omertà, che lega tante persone in una sorta di squallida complicità dettata dalla paura, allora miglioreranno i rapporti tra le famiglie, sarà spezzata la tragica catena di vendette, tornerà a fiorire la convivenza serena, e questa generosa terra apparirà, quale essa è, la terra di san Francesco, la terra in cui fiorisce la carità e il perdono.
3. San Francesco di Paola, che il mio venerato predecessore Giovanni XXIII ha proclamato patrono della Calabria, dopo che l’altro mio predecessore Pio XII l’aveva preposto come patrono alla gente italiana di mare, protegga sempre questa città che fu sua, le vostre famiglie, i vostri malati, gli anziani, i vostri emigrati sparsi ovunque nel mondo, i lavoratori della terra e del mare, i giovani soprattutto perché rimangano limpidi nella fede e coerenti nella vita cristiana.
E vorrei ancora affidare alla protezione di san Francesco da Paola, vostro patrono, tutti coloro che in questa città soffrono per la disoccupazione, per la mancanza di lavoro. Sono stato subito attratto dalla lunga schiera di persone qui presenti che manifestano per chiedere un bene: il lavoro. Vi auguro che presto sia risolto questo grande problema umano e sociale, importante per tutta la vostra patria, ma importante soprattutto per la vostra Calabria, per la vostra città, per le vostre famiglie, per le vostre persone, per i vostri giovani, per i vostri figli. È l’augurio che vi faccio in questo momento, cioè all’inizio della mia permanenza nella vostra città.
Protegga quanti a lui si rivolgono con spontanea confidenza, poiché lo vedono come un santo vicino a loro, che dà fiducia, col quale è possibile esprimersi nella lingua materna e dialettale, che infonde coraggio e speranza. San Francesco è stato in vita un difensore dei poveri contro i soprusi dei potenti del tempo, e ha sempre restituito a tutti serenità, salute e coraggio. Ora dal cielo ottenga per la sua Calabria la serenità, la concordia degli animi, il rispetto della persona umana e aiuti a sconfiggere la piaga dei sequestri, la violenza e gli altri mali funesti che travolgono la società odierna e ottenga il lavoro per tutti.
Con questi voti, che affido alla Vergine Maria, Regina del santo Rosario, in questo mese a lei dedicato, imparto a voi, ai vostri cari, a tutti i paolani e a tutti i calabresi sparsi nel mondo la mia benedizione apostolica, propiziatrice di copiosi favori celesti sulla vostra terra e sul vostro futuro.

26 maggio, 2006

Percorsi

Avevamo iniziato un cammino, condividendo un progetto, dei valori, un certo modo di intendere le cose.Il percorso avevo intenzione di percorrerlo fino in fondo, perchè quando si crede in qualcosa è doveroso procedere con passo sicuro su quella via.Oggi di quella esperienza non rimane niente!Cancellata con un colpo di spugna.Un patrimonio unico di esperienze, speranze, propositi, pensieri svanito come neve al sole.Mentre noi eravamo incamminati , a nostra insaputa erano cambiate le carte in tavola. Nessun preavviso, nessun riguardo! Come appestati fummo estromessi e abbandonati, e, cosa ancora più, grave fu data ragione a chi percorreva altra strada, Non fu dato modo di preparare per tempo un qualcosa di alternativo.La terra ci mancò sotto i piedi e tanti saluti al secchio.A casa nostra , poi, tagliata l' erba intorno a noi per tagliare ogni possibilità di sviluppo futuro.Per una strada che ti ha fatto conoscere il lato peggiore delle miserie umane..altre vie si sono aperte con personaggi senza macchia e con le virtù che credevi avessero altri, i quali hanno sistemi di valori diversi dai tuoi.UNa sola certezza la nostra dignità di Uomini liberi è salva, la nostra integrità è salvaguardata, il nostro essere è intatto, la nostra anima è , ancora, limpida e cristallina.Niente l'ha macchiata.Oggi in questa piega del tempo e dello spazio in un momento di riflessione riguardi agli ultimi mesi passati, al lavoro svolto, alle energie impiegate per ilraggiungimento di un fine. Se ci dovessimo fermare a ciò che è stato sarebbe finita.Può un figlio tradire un padre?....Si certamente..in nome di che cosa non lo so..ma si può fareIO NON TRADIRO' MAI MIO PADRE!!!!!!!!!Qualunque sia il prezzo da pagare.

25 maggio, 2006











Il libro di Raffaele Gaetano, opera unitaria nelle sue tre sezioni, è un "viaggio di ricerca" attraverso i protagonisti del Grand Tour tra il XVII e il XX Secolo. L’autore sa, grazie ad un’ampia cultura, gestita con padronanza ed intelligenza, intrattenere ed avvincere conducendo il lettore nel tema questa volta scelto, che è poi la sua terra, che avverte come "abisso" di bellezze naturali.
Lo stesso titolo Sull’Orlo dell’Invisibile. Il sublime nella Calabria da Grand Tour affascina lasciando presentire le capacità di esprimersi con un lessico rarefatto, di far rivivere l’esperienza del "sublime" non solo attraverso un pensiero-guida, ma anche attraverso una straordinaria capacità di suggerire e rievocare scenari di autentica bellezza.
L’autore non è "solo" in questa ricerca, ma si lascia accompagnare dagli autori antologizzati e presentati attraverso una galleria di ritratti, sicché l’opera diventa un viaggio letterario, dal Seicento all’Illuminismo, dal Romanticismo al Novecento.
Il tema di fondo è annunciato nel saggio introduttivo che ci rivela, da un lato, la complessa ricerca della definizione appropriata del concetto del "sublime", dall’altro la prospettiva filosofica che affonda le radici in una speculazione antica. Sublime risulta la fusione di sensazioni, l’armonia che riconcilia gli opposti, di cui l’autore si serve per dare un senso all’esperienza del viaggio.
Il testo, di agevole lettura, in una veste editoriale molto curata e corredato da un apparato critico veramente apprezzabile, è impreziosito da una scelta di immagini pittoriche, la cui lettura rivela l’intento di offrire una visione quanto più possibile "assoluta" dei luoghi.
Il libro è un’occasione per recuperare la memoria collettiva ed insieme la mitologia personale di autori e lettori. Il dibattito sulla trasformazione del paesaggio antico avviene attraverso una visione profonda e meditata di scenari, che tanto dista forse dal gusto e dal frammentismo post-moderno. Le immagini, per niente stereotipe, ci svelano una Regione inedita; un’architettura gradevole accoglie una materia difficile, tra estetica del paesaggio e storia del territorio.
La visione del "sublime" può essere in questa veste anche un suggerimento per quanti i luoghi non conoscono e possono solo goderne nel silenzio del pensiero.
La varietà dei temi e delle prospettive di lettura emerge dai titoli antologizzati tra cui Calabria Felix di D. Vivant Denon (1778), Viaggio nelle due Sicilie e Viaggio in Calabria di H. Swinburne (1783) e F. von Stolberg (1794), L’Italie Pittoresque di C. Didier (1835), Viaggio in Calabria di A. Dumas (1842), Il bazar di un poeta di A.-C. Andersen (1842), Donne indifese in Calabria di E. Lowe (1859), Calabria Azzurra di H. Wachtmeister, Passeggiata in Sicilia e Calabria di M. Maeterlinck (1924), Calabria di C. Alvaro (1926), Immagini sulla Calabria di G. Berto (1961), Tra due mari di C. Abate (2002).
Il testo fa nascere nei lettori il piacere del viaggio in una duplice cornice, del paesaggio, cioè, e del narrato. Nella prima parte del volume, che come osservavo costituisce il saggio e la sintesi dell’autore, leggo: «credo, infatti, di non allontanarmi troppo dal vero affermando con Giuseppe Berto che per comprendere il Sud “bisogna essere predisposti ad amarlo”… questi, dunque, alcuni lineamenti di un’esperienza che appare ancora oggi un dilettevole pastiche tra autobiografia, resoconto giornalistico, ricostruzione storica e invenzione». È questo in estrema sintesi, a mio parere, il messaggio più forte, che è giusto accogliere, soprattutto per quanto riguarda i fenomeni sociali che il testo altrimenti denuncia e che individuano una responsabilità assente, una scarsa educazione al bello.
Raffaele Gaetano introduce spiegando cosa si intende per Grand Tour, una vera e propria educazione sentimentale al bello nata dalla riconsiderazione del mondo classico nel Mezzogiorno d’Italia. A una mente così educata non sfuggono gli errori di una politica territoriale ottusa: non resta che ricostruire i frammenti ancora autentici di paesaggio che non sfuggivano ad attenti e sagaci viaggiatori europei che la ricerca di una purezza incontaminata dei luoghi spingeva a lasciarsi alle spalle la civiltà urbana borghese.
Il Grand Tour diveniva, attraverso l’opera di architetti e artisti, un modo per diffondere un immaginario dell’immenso patrimonio storico e archeologico. La cultura del viaggio diffusasi legava intorno a sé un ampio numero di adepti, dando vita ad una nuova estetica dell’ambiente. L’anima autentica di questi viaggi era dunque la ricerca del sublime.
È quanto ci lascia intendere l’autore che la considera affermazione di una nuova estetica nel pensiero romantico, a lui caro in quanto studioso del Leopardi. Le coordinate di questa nuova percezione apparivano già nell’Inchiesta sul Bello e il Sublime di Burke che tra ’700 e ’800 definiva l’artista, attento al particolare, così come all’universale, indagatore per eccellenza della nuova sensibilità.
Nel libro il viaggiatore che visita la Calabria coglie le differenze tra Nord e Sud avvertendo come, tra i diversi paesaggi del Mezzogiorno, quello calabrese sia quello più stupefacente per la sua condizione umana e naturale. Raffaele Gaetano ci fa rileggere le pagine straordinarie di coloro ai quali la Calabria apparve sublime invitando il viaggiatore attuale a rifuggire dai viaggi organizzati per poter cogliere l’essenza dei luoghi, lo spirito del paesaggio, il genius loci, trasmettendo un’identità culturale preziosa. Quale la risposta del lettore d’oggi?

Alessandro Carè

fonte:http://www.ilportaledelsud.org/raffaele_gaetano.htm

SEGNALIAMO UN IMPORTANTE LIBRO CHE CHI AMA LA CALABRIA DOVREBBE LEGGERE.

24 maggio, 2006

Castagna...una risorsa per la Calabria


Con i suoi 15.000 ettari di castagneti e circa 10.000 tonnellate di castagne prodotte ogni anno (che rappresentano in entrambi i dati il 20 % del totale nazionale) la Calabria è la terza regione italiana nella produzione del frutto emblema dell'autunno, dietro Campania e Toscana. Se si aggiunge che la piccola Italia è il secondo produttore mondiale di castagne ­ dopo la gigantesca Cina ­ e il quarto consumatore di questo prodotto ­ dietro Giappone, Francia e di nuovo Cina - ci si rende conto della portata economica di tale comparto dell'agricoltura calabrese. Ma nella regione la castanicoltura non sembra affatto ricevere le attenzioni che merita. Tant'è che nel piano di sviluppo rurale, stilato dalla Regione Calabria, per il periodo 2000-2006, questa coltura non ha goduto di nessun intervento finanziario. Per questo Marcellino Gallo, delegato per le regioni Calabria e Sicilia dell'Associazione nazionale "Città del castagno" in un recente documento inviato all'assessorato regionale all'Agricoltura della Calabria ha chiesto che nella definizione delle misure che saranno comprese nel nuovo piano di sviluppo rurale per il settennato 2007-2013 - di cui oggi è già pronta una prima bozza ­ venga stavolta tenuto in debita considerazione questo importante comparto dell'agricoltura calabrese, che nonostante la sua importanza resta ancora gestito in maniera arcaica e disorganizzata.Come ha spiegato il delegato calabrese dell'associazione, riassumendo il senso della missiva inviata all'attenzione dell'assessore Mario Pirillo: «Nel territorio collinare e montano, tra le altre coltivazioni, il castagno riveste ancora un ruolo importante sia per quanto riguarda la produzione del frutto che del legno. Il castagno ha inoltre un alto valore naturalistico, essendo un ambiente ricco di biodiversità».«Dunque i castagneti da frutto condotti da imprenditori agricoli professionali ­ ha spiegato ancora Gallo ­ potrebbero essere migliorati o rimessi in produzione grazie ai benefici dell'Asse 1 del Psr, che mira all'aumento della competitività del settore agricolo e forestale, mentre il mantenimento e la pulizia degli appezzamenti potrebbero beneficiare degli interventi dell'Asse 2, relativa al miglioramento dell'ambiente e dello spazio naturale. Mentre l'Asse 3 (qualità della vita nelle zone rurali e diversificazione dell'economia rurale) e l'Asse 4 (attuazione dell'approccio Leader) potrebbero riservare interessanti opportunità per chi effettua interventi di conservazione del paesaggio del castagno, magari attraverso il recupero di castagneti secolari». Ecco perché, la Calabria non può essere distratta rispetto a una risorsa tanto preziosa.

SI SPERA CHE SI SAPPIA SFRUTTARE UNA RICCHEZZA DI CUI E' DOTATA LA REGIONE CALABRIA PER SVILUPPARE UN SERIO DISCORSO DI TIPO ECONOMICO.

fonte: www.ilquotidianocalabria.it

23 maggio, 2006

GIOVANNI FALCONE ( Palermo 18/05/1939 - Capaci 23/05/1993)





















LA PUBBLICAZIONE DEL LIBRO "COSE DI COSA NOSTRA" E' , A NOSTRO GIUDIZIO, IL MODO MIGLIORE PER RENDERE OMAGGIO AD UN UOMO CHE NON DIMENTICHEREMO MAI.

I MINISTRI BLOGGER

La "blog-mania", l'utilizzo di una rubrica sul web come mezzo di comunicazione, ha contagiato anche i politici. Il nuovo governo conta infatti ben 5 ministri blogger: Paolo Gentiloni, Linda Lanzillotta, Antonio Di Pietro, Alfonso Pecoraro Scanio e Rosy Bindi. Attraverso il blog i politici sono in contatto con gli elettori on-line, con i quali possono discutere dei propri programmi, lasciandosi conoscere più a fondo.
Gentiloni, neo-ministro per le Comunicazioni, gestisce un blog dal maggio del 2005 e in un recente post ha sottolineato l'utilità del mezzo informatico per la rappresentanza politica: " In questi dodici mesi- ha scritto- il blog mi ha consentito di conversare con centinaia di migliaia di persone e di ricevere migliaia di commenti ai post. Privilegio raro per un politico".
Nel blog di Antonio Di Pietro, ministro per le Infrastrutture, vengono riportate le interviste e c'è spazio per i commenti ai suoi articoli più recenti nonchè discussioni e documenti sull'era di Tangentopoli.
Il sito del ministro agli Affari Regionali Linda Lanzillotta propone anche un sondaggio per dare un giudizio alla nuova formazione di governo. In uno dei post più recenti il ministro si scusa per aver trascurato il blog dopo le elezioni. Tra i link anche il sito di Beppe Grillo.
Sono invece blogger meno assidui il ministro per l'ambiente Pecoraro Scanio e il ministro per la Famiglia Rosy Bindi, che aggiornano il sito piuttosto raramente. Aldilà delle abitudini dei singoli politici, è evidente la tendenza all'utilizzo del mezzo informatico per accorciare le distanze tra le istituzioni e i cittadini. Il controllo degli elettori sui propri rappresentanti potrà essere in questo modo più costante?

AUSPICHIAMO CHE TANTI PARLAMENTARI UTILIZZINO SEMPRE DI PIU' LO STRUMENTO DEI BLOG. IN UNA EPOCA DELLA COMUNICAZIONE TOTALE UNA NEFASTA LEGGE ELETTORALE CI HA IMPOSTO UNA SCHIERA DI "PARLAMENTARI SILENTI". GENTE IMPOSTA DAGLI ORGANI DI PARTITO E CHE, MOLTE VOLTE, NEMMENO SI CONOSCE. I BLOG DAREBBERO LORO MODO DI FAR CONOSCERE LE LORO IDEE E A COLORO I QUALI SONO STATO ESPROPRIATI DEL DIRITTO DI SCELTA DELLE PERSONE DA INVIARE AL PARLAMENTO, PERMETTEREBBERO DI VALUTARE IL LORO VALORE, IL LORO CONTENUTO, LA LORO SOSTANZA.

21 maggio, 2006

Cossiga difende i 7 senatori a vita

Dopo le pesanti critiche della Cdl ai sette senatori a vita, rei di aver votato la fiducia al governo di Romano Prodi, Francesco Cossiga ha scritto una lettera a Silvio Berlusconi. "Quella inscenata dai gruppi parlamentari del centrodestra è stata un'indegna gazzarra - ha replicato - Ma la politica e il servizio dello Stato sono stati per me cosa troppo seria, perché io possa accettare accuse di immoralità".
"Romano Prodi - ha commentato Piero Fassino - ha ottenuto la fiducia con 10 voti di vantaggio. Ma ieri non abbiamo visto un'opposizione forte, ma maleducata che non ha voluto rispettare neanche personalita' eminenti del Paese, ex presidenti della Repubblica tra i piu' amati dai cittadini italiani". Anche Alfonso Pecoraro Scanio ha definito "vergognose" le contestazioni.
Nella lettera, il Presidente emerito della Repubblica Cossiga ha stigmatizzato senza mezzi termini "l'indegna gazzarra inscenata dai gruppi parlamentari della Casa delle Liberta' mentre esprimevano il loro voto a favore della mozione di fiducia al Governo Prodi i senatori a vita, di diritto e di nomina presidenziale". tanto piu' che la contestazione ha coinvolto "non solo me, Andreotti e Scalfaro, "ragazzotti" che da oltre mezzo secolo "battono" le strade della politica e che a ben piu' violenti tipi di scontro e di colluttazione, di insulti e di imprecazioni, e da pulpiti politicamente ben piu' solenni del vostro, dalla destra di Giorgio Almirante alla sinistra di Giancarlo Paietta, ma con minore astio, maleducazione e cattiveria, sono adusi, ma per i due nuovi senatori a vita che per l'ambiente finora professionalmente frequentato, le severe stanze della Banca d'Italia e gli alacri studi di progettazione d'alto livello, pensavano di trovarsi nel "salotto buono" della politica italiana, tra l'altro architettonicamente copia della Camera dei Deputati del Regno di Sardegna, a Palazzo Carignano, in Torino, e si sono trovati per colpa vostra sbalzati in un ambiente da suburra di quartiere malfamato della Roma della decadenza!".
"Ben diversa -ammonisce Cossiga- e' l'accusa di 'immoralita" che tu, con molta avventatezza e leggerezza, hai rivolto ai senatori a vita che hanno votato la fiducia per il governo Prodi, me compreso Si fosse trattato di una accusa per qualche mio normale ma irregolare "rapporto" per cosi' dire?. sentimentale con qualche bella ragazza venezuelana o napoletana da te presentatami, passi! Ma la "politica" ed il servizio dello Stato sono stati per me e per la mia famiglia cosa troppo seria, perche' io possa accettare accuse di immoralita' da un, anche se simpatico ed abile, "Paperon dei Paperoni" prestato alla politica, e non senza utile personale!".
Cossiga ricorda all'ex premier: "Avevo proposto, il giorno che furono indette le elezioni, che i senatori a vita, di diritto e di nomina presidenziale, qualora nel voto per la fiducia al nuovo governo il loro singolo voto dovesse essere determinante in un senso o nell'altro, al fine di non alterare il risultato elettorale, espressione della volonta' popolare, si dovessero astenere dal voto, pur dichiarando la loro preferenza politica. Ma questa mia tesi e proposta non e' stata accolta da nessuno".
"Se fossi stato moralmente certo che il mio solo voto sarebbe stato determinante a favore della fiducia al Governo Prodi, avrei dichiarato la mia preferenza politica per esso, ma non avrei partecipato al voto -continua Cossiga- Ma poiche' il mio voto non avrebbe avuto questo effetto, ho votato tra i vostri lazzi ed insulti. Premetto che nella mia vita politica, nelle elezioni cui ho preso parte e con leggi elettorali ben piu' serie, ho raccolto centinaia di migliaia di voti individuali di preferenza e che ho ricoperto non poche cariche pubbliche: consigliere comunale, deputato, senatore, piu' volte sottosegretario di stato, anche con deleghe delicate, piu' volte ministro, presidente del Senato ed infine presidente della Repubblica (di qualche legittimazione politica ed istituzionale saro' pure dotato, pur non avendo costruito Milano II, e non essendo proprietario di Fininvest, Publitalia, Mediaset e Mediolanum e di, pare, sedici tra ville e palazzi?.)".
Infine, Cossiga ricorda il precedente del 18 maggio 1994, data della formazione del primo Governo Berlusconi: "Fui autorevolmente incaricato (io, che non avevo alcuna intenzione di votare a suo favore) di "organizzargliene" una (di fiducia)! I senatori erano trecentoventisei, di cui undici erano senatori a vita, presenti in Aula furono trecentoquindici e trecentoquattordici i votanti; centocinquantotto voti era la maggioranza richiesta. Votarono "si" centocinquatanove senatori, centocinquantatre furono i contrari e due gli astenuti, che al Senato valgono per voto contrario. Il Governo Berlusconi ottenne la fiducia per un solo voto, a garantirla tre senatori a vita: Giovanni Agnelli, Francesco Cossiga e Giovanni Leone. Nessuna accusa di "immoralita"' ci fu rivolta ne' dalla sinistra ne'?da te.

STIGMATIZZIAMO ANCHE NOI IL COMPPORTAMENTO TENUTO IERI DAGLI ESPONENTI DEL CENTRODESTRA. IN QUESTI ANNI QUESTA PARTE POLITICA HA SEMPRE SEGUITO IL FARO GUIDA DELLA CONVENIENZA. SE UNA COSA CONVENIVA LORO ERA BUONA, ALTRIMENTI ERA SOLO OGGETTO DI CRITICA.
HANNO DISTORTO IL CONTENUTO DI INTERESSE PUBBLICO IMPONENDO UN BECERO COSTUME BASATO SULLA DIFESA DELL' INTERESSE DI BOTTEGA A SCAPITO DI QUELLO GENRALE.
UNA VERA IATTURA!

20 maggio, 2006

Un Inglese innamorato della Calabria





Edward Lear nacque ad Halloway presso Londra nel 1812, uno degli ultimi tra ventuno fratelli, e mori nell’amata Italia, a San Remo, nel 1888. Ebbe una fanciullezza non fortunata; suo padre, agente di cambio a Londra, fece bancarotta e fini in prigione per debiti, quando egli aveva solo tredici anni. Verso il 1827, poiche era assai abile nel fare disegni, comincio a lavorare per guadagnare « un pezzo di pane e formaggio », come egli stesso ebbe a dire. All’età di diciotto anni aveva gia allievi a cui insegnare privatamente e gli venivano commissionate serie di incisioni e stampe. Il suo primo album, Illustrations of the Family of Psittacidae, uno splendido infolio ricco di quaranta litografie eseguite per conto della Reale Società Zoologica, venne edito nel 1832. I disegni di pappagalli, eseguiti con delicatezza di tinte e precisione di tratto, attirarono su di lui l’attenzione del tredicesimo Conte di Derby, intelligente cultore di storia naturale, che l’invito cosi giovane a Knowsely Hall, ove l’ebbe ospite preferito. Successivamente fu anche alle dipendenze del figlio, del nipote e del pronipote del Lord di Derby, perché quella nobile famiglia lo onoro sempre. Allo scapo di allietare la stanza dei bambini a Knowsley, scrisse una scrie di comici limericks e nel 1846 usci il Book of Nonsense. Le migliori illustrazioni di Lear fatte per ordine del tredicesimo conte di Derby sono notevoli per la precisione anatomica ed ora sono divise tra Knowsley e la Wood Library della Mc Gill University di Montereal. Nel 1837 Lear pose termine alle sue illustrazioni zoologiche e si dedico per i1 resto della vita a dipingere paesaggi. Il Lord di Derby e suo nipote Robert Hornby fecero raccogliere fondi di cui Lear abbisognava per vivere e lavorare per un certo periodo di tempo in Italia. Lear nel luglio del 1837 fu in Italia e, ad eccezione di una lunga permanenza in Inghilterra dal 1849 al 1853, e a successive brevissime visite, rimase all’estero, risiedendo prima in Italia per dieci anni, dopo a Corfù, a Cannes e infine a San Remo, dove si costruì la Villa Emilia. Lear fu infaticabile e coraggioso viaggiatore ed esegui schizzi prima in Europa nel Mediterraneo e poi in Egitto e nel Medio Oriente. Egli voleva, come si. espresse, « topographise all the journeyngs of my life ». Per citare sommariamente, pubblico Viems of Rome and its Environs ne1 1841, due serie di Illustrated Excursions in Italy, Journal of a Landscape Painter in Southern Calabria, Views in seven Ionian Islands e infine Journal of Landscape Painter in Corsica nel 1870. Il revival di Lear in Italia ebbe inizio nel 1974, con la pubblicazione di Illustrated Excursions in Italy, tradotte in italiano da Barbara Di Benedetto-Avallone, con l’introduzione di Morris Doddridge (Direttore per l’Italia del British Council), ottima edizione in rispettosa dell’originale, curata in ogni dettaglio e perciò presto divenuta rara e ricercata. Questo pregio dell’introvabilità ci ha convinti a ritentare l’impresa. Nel 1964 c’era stata gia la ristampa del volume Edmard Lear in Southern Italy, edita da William Kimber a Londra, con l’introduzione di Peter Quennel e poi apparsa una biografia di Edward Lear scritta da Colin J. Bal y nel Catalogo intitolato An Exibition of Watercolours belonging to the Earl of Derby, Liverpool, 1975.


Edward Lear nel 1847 viaggiò in Calabria, percorrendo i sentieri di gran parte del territorio aspromontano, in compagnia dell'amico John Proby e con la guida di Ciccio, mulattiere reggino.
Nel suo "Diario di viaggio" vengono descritte in modo pregevole le zone visitate e le osservazioni dei viaggiatori.


"Niente poteva essere più gentile e ben educatodell'ospitale accoglienza dataci da questa famiglia ...Ma la volontà di accoglierci, cosa che abbiamo notato non manca in tutta la Calabria, è stata perfettamente manifestata dalla sorprendente comparsa di maccheroni, uova, olive, burro, formaggio e naturalmente vino e neve , sulla tavola apparecchiata con una delle più bianche tovaglie di lino...Veramente la residenza ...non era delle più ricercate, ma ho avvertito il mio compagno ... che forse avremmo incontrato molta semplicità e molta cordialità ....... "


Il sistema di viaggio che io e il mio compagno adottammo, allorchè questi diari furono scritti, era il più semplice ed anche il meno costoso, abbiamo infatti, compiuto l’intero viaggio a piedi. Un Cavallo per caricarvi quel poco di bagaglio che avevamo portato con noi, ed una guida. (..) Poichè in quelle province non ci sono alberghi, se non sulla strada carrozzabile che corre lungo la costa occidentale, il viaggiatore deve sempre contare sull’ospitalità di qualche famiglia, in ogni città che visita ""Edward Lear - 1847

NELLE PROSSIME SETTIMANE PUBBLICHEREMO L' INTERA OPERA CHE DESCRIVE IL VIAGGIO COMPIUTO IN CALABRIA DAL GRANDE PERSONAGGIO PROVENIENTE DA OLTREMANICA.
SAREMO TRASPORTATI IN UNA DIMENSIONE, SCONOSCIUTA AI PIU', DI UNA GRANDE CALABRIA, GRANDE NEI GESTI, NEI SENTIMENTI, NELLA OSPITALITA' E CHE CONQUISTO' E INCANTO' L' ILLUSTRE OSPITE

AUTO IN VOLO























Il finlandese Kristian Sohlberg con il navigatore Tomi Tuominen con la Subaro Impreza WRC impegnati in una prova speciale valida per il rally di Sardegna (Afp)

da www.corriere.it

IL SEQUESTRATO DI MONTE DI DIO




AGOSTINO CORDOVA:
UN GRANDE UOMO.

Giorgio Bocca intervista il procuratore di Napoli Agostino Cordova.
C'è un magistrato che ha avuto anni di notorietà e pubblica ammirazione per le sue inchieste difficili e pericolose, procuratore a Palmi e poi a Napoli, il quale ad un certo punto è stato epurato dalla magistratura stessa, perché troppo scomodo e difficile da gestire. Parlo di Agostino Cordova. Giorgio Bocca, nel suo ultimo libro Napoli siamo noi, è andato a intervistarlo nella caserma in cui vive segregato, lontano da quella Procura che lo ha rigettato con l'accusa di "incompatibilità ambientale". Un'accusa per la verità fondata: in una città come Napoli, una persona che cerchi di perseguire la legalità ad ogni costo senza guardare in faccia a nessuno è destinato per forza di cose ad essere giudicato incompatibile con l'ambiente.
Il testo che segue riproduce il secondo capitolo del libro di Bocca (Giorgio Bocca, Napoli siamo noi. Il dramma di una città nell'indifferenza dell'Italia, Feltrinelli 2006, pagine 9-15).

Rivedo il procuratore Agostino Cordova in un tiepido pomeriggio di metà luglio a Napoli nella caserma della polizia che sta sotto la reggia aerea di Capodimonte, a Monte di Dio. Dico sotto perché nel grande corpo di Napoli la ripartizione napoleonica in quartieri e strade e numeri civici non è ancora stata accettata, si dice ancora 'ncoppa, abbascio, affianco, vicino a qualche luogo riconoscibile a occhio, a tatto, a odore. Da anni ospite o prigioniero della caserma? Nel 2004 lo hanno emarginato dalla magistratura per "incompatibilità ambientale", un reato inesistente, inventato da una burocrazia che non ti uccide subito, ma ti mette una maschera di ferro sul viso, ti isola, fa di te un innominabile, sorvola se qualcuno ti nomina, come se tu fossi qualcosa a metà fra un'impurità e un rimorso. Tutti che prendono le distanze. "Non conosco il caso, non ho seguito la vicenda, non ho capito." Ma lui, il procuratore, ha capito benissimo e con dolore. "Vede, sono il primo a riconoscere che sono incompatibile con l'ambiente, ma a volte mi chiedo se non è l'ambiente incompatibile con me. Un ambiente inafferrabile. Nell'aprile del 2004 mi dissero che una commissione d'inchiesta parlamentare si sarebbe occupata del mio caso. Non se n'è saputo più niente. Ho diretto un'indagine sulla massoneria, sui legami massonici fra Napoli e Roma. Gli atti non sono mai arrivati a Roma. Napoli non li ha trasmessi. Hanno detto che avevo individuato i casi ma non i reati. Esiste un alto commissariato contro la corruzione: è una scatola vuota. Sì è vero, con questo ambiente sono incompatibile." La caserma di polizia di cui Cordova è ospite o prigioniero è arroccata sulla montagna o collina o città in cui palazzi, forti, chiese, a partire dal Castel dell'Ovo, stanno tutti uno dentro l'altro, uno sopra l'altro, collegati da salite, archi, gallerie in cui automobili e camionette si fronteggiano, non possono passare eppure passano a lamiere che si rasentano, a colpetti di clacson che avvisano solo della nevrosi collettiva; ce ne sono che si sfogano con un piccolo pugno sul segnale acustico, una mezza pernacchia di rumore e avanti nell'impenetrabilità dei corpi.
Il procuratore Cordova, sua moglie e io stiamo in un salone che non si capisce a cosa serva in una caserma di polizia, aperto su una terrazza da cui si vedono il mare e il cielo di Napoli, nella bellezza eterna e gratuita per tutti, da Posillipo al Vesuvio, nella grande città dove tutti corrono, pensano, cercano di vivere nella maniera più faticosa e angosciante. Siamo attorno a un tavolinetto, unico mobile del salone e io guardo il dolore senza speranze di quest'uomo nobile e sventurato, nato per una legge uguale per tutti, anche per il buon Dio, profondamente stupito - indignato no, la sua conoscenza degli uomini esclude l'indignazione - stupito, questo sì, dal gran disordine in cui gli è toccato di vivere. Veste un abito nero che cade addosso al suo corpo smagrito e piegato, lui che quando lo conobbi dodici anni fa nella procura di Palmi era l'immagine di un vigore felice, la camicia candida che si curvava come una vela sopra la rotondità del ventre, lui che ora si passa una mano sui capelli bianchi e si ripete le domande senza risposta. "Per cinque anni ho fatto il procuratore a Palmi, per dieci a Napoli e amici o nemici sono come spariti in questa mia incompatibilità ambientale. Dove sono i colleghi amichevoli e sorridenti che le presentai per farle vedere che la giustizia era anche una compagnia di uomini solidali, lieti di fare un buon lavoro, di affrontare i pericoli per la difesa di uno stato giusto? Che fine hanno fatto tutte le nostre opere giuste e tutte le anomalie che abbiamo segnalato? A che è servito chiedersi quali carriere avevano fatto gli uomini della P2? Chi erano i milleseicento iscritti rimasti senza nome? Dieci anni fa alcuni dirigenti del Partito comunista chiesero al governo di mandarmi a Napoli. Avevo fama di uomo di sinistra. Quando hanno visto che per me destra e sinistra erano la stessa cosa hanno cambiato idea, si sono detti: questo Cordova è venuto in bocca ai lupi. Mi rimproverano l'ingenuità di avere indagato su un'associazione potente e segreta come la massoneria. Un'organizzazione segreta? Accettata e temuta dallo stato? Questa era una concezione dello stato per me incompatibile."
Dico: "Forse non era compatibile con la società italiana la sua intransigenza".
"Intransigenza? Io penso di avere semplicemente cercato di far osservare le regole. Ho istituito un ufficio per le impugnazioni delle sentenze ingiuste. Un camorrista notorio e confesso veniva ingiustamente assolto? I giudici non impugnavano la sentenza. Ordinai che lo facesse la procura. Centinaia di sentenze. Sbagliavo a oppormi all'archiviazione di delitti e abusi, nel migliore dei casi dovuti all'ignoranza della legge penale? Ma la legge non dice che l'ignoranza giustifica. Dovevo stare a guardare? Essere rigorosi nuoceva all'ufficio? La politica, gli affari e tutto qui vanno avanti con i compromessi. Mi spiace. Ma chi ha il compito di far osservare la legge deve intervenire, quando vede comportamenti inaccettabili. E se in questo compito peccavo, a volte, di autoritarismo potevano denunciarlo, farlo giudicare. Non è stato fatto. Lo si è globalmente sostituito con la vaga accusa d'incompatibilità ambientale. Dicono: non dovevi inquisire la massoneria. Ma io non ce l'avevo con quelli dei triangoli e dei grembiulini e di simili giochetti, ce l'avevo con la massoneria deviata di soci coperti che intervengono nella pubblica amministrazione facendone parte. Misi insieme milletrecento faldoni. Non sono riuscito a sapere che fine abbiano fatto. Forse lo sanno alla procura di Roma. Dicono che perdevo il tempo nelle discussioni sulla legge. Ma io non ho fatto mai discussioni, le questioni le ho sempre poste per iscritto. C'era del malcontento per il mio modo di agire? Può darsi, ma era la prova che non mi lasciavo condizionare dagli interessi personali o di gruppo, come nel caso delle automobili rimosse."
Non a caso il procuratore Cordova si è trovato di fronte, a Palmi come a Napoli, a due misteri automobilistici, due colossali truffe automobilistiche. A Palmi migliaia di automobili venivano denunciate alle compagnie di assicurazione come distrutte o semidistrutte in incidenti di strada. Il tutto documentato da false fotografie o false riparazioni di carrozzieri. E risultava che le filiali delle compagnie di assicurazione derubate partecipavano alla truffa. A Napoli la truffa era colossale e coperta da autorità governative: le automobili rimosse dai vigili urbani per sosta vietata finivano nei depositi senza che i proprietari venissero avvisati. I proprietari pensavano che fossero state rubate e si facevano pagare il furto dalle assicurazioni. Le automobili venivano vendute in Italia e all'estero con falsi documenti. Pare che negli anni siano state circa ottantamila, con la complicità di funzionari del comune e della prefettura. Non si poteva parlare di confisca perché i proprietari non erano stati avvertiti. Quando scoppiò lo scandalo, un alto funzionario mandò alla rottamazione le auto rimaste nei depositi. Si arrivò a un processo celebrato a Roma e tutti gli imputati vennero assolti dall'imputazione di "dolo virtuale". Il più illustre degli imputati, un prefetto trasferito in altre città, era un uomo dell'Opus Dei.
"Ahi ahi Cordova, prima la massoneria, poi l'Opus Dei, ma lei in fatto d'imprudenza è davvero recidivo."
Interviene la signora Cordova: "La vera `camorra' forse sono i colleghi di mio marito, sono i giudici che si fingevano suoi amici quando lui passava in procura. Lui lavorava senza guardare che cosa poteva essere utile a questo o a quello. Non sopportavano di essere controllati, di dover lavorare duro e onestamente. Appena hanno potuto hanno organizzato il loro complotto e si sono rivolti al Consiglio superiore della magistratura ponendogli questo ricatto: volete che a Napoli in qualche modo la funzione giudiziaria funzioni? E allora liberateci da Cordova. È stata davvero una liberazione ambientale. Tutti hanno potuto dedicarsi alle loro carriere, dare i lavori a chi volevano o anche solo fare i loro comodi". Interviene Cordova: "Mi hanno rimproverato di discutere poco e di scrivere troppe circolari, insomma di una dittatura burocratica. Ma non facevo circolari, davo solo le mie disposizioni per iscritto affinché restasse la prova che le avevo date. Fino al 2004 il Consiglio superiore ha approvato il mio modo di organizzare la giustizia. Poi improvvisamente ha deciso che non era compatibile con l'ambiente e neppure con la funzione".
Il procuratore Cordova è stato operato per mal di cuore, il vecchio crepacuore degli onesti ingiustamente accusati. E la mortificazione continua, con piccole vessazioni. Chiede che gli paghino delle ferie arretrate e non riceve risposta, deve ricorrere al Tar, chiede trenta giorni per malattia e non glieli concedono con la scusa che su un giornale hanno letto di averlo visto alla presentazione di un libro. Cinque anni fa si è dimesso dall'Associazione magistrati che non lo aveva mai tutelato. Dice il procuratore: "Se qualche merito ho avuto, me lo hanno trasformato in colpa. Sono intervenuto per regolare l'uso dei telefoni degli uffici: tutti li usavano per gli interessi propri. Hanno dato torto a me e hanno assolto loro con la scusa che il telefonino è stato concesso ad personam, che potevano cioè usarlo come volevano. Ho fatto sparire da Napoli il contrabbando dei tabacchi e hanno detto che toglievo il lavoro alla povera gente. Per i miei nemici, il contrabbando era l'equivalente della Fiat, e io, il procuratore cattivo, lo avevo tolto alla città. Secondo il Consiglio superiore sono stato per anni l'esempio del magistrato inquirente, insensibile alle pressioni, instancabile nel lavoro, pronto a intervenire contro gli eccessi e i vizi burocratici. Ora sono uno che aveva una vena di follia, che sospettava di tutti e tutto, che metteva chiunque sotto controllo, insomma un mezzo paranoico che indagava sui poliziotti senza motivo mentre rischiavano la pelle. Un maniaco che denunciava il male ma non lo curava, che faceva inchieste su tutto senza mai concluderne una. Ma se ne sono accorti dopo sette anni; prima, come lei ricorderà, i più promettenti giudici di Napoli mi stavano attorno. Mi chiede come si sono comportati quelli che mi assistevano solerti e giulivi? Alcuni sono passati dalla parte degli accusatori, altri hanno fatto i fatti loro, il caso non li interessava. Certo, Napoli non è una città dove è facile far rispettare la legge. Qui è fallito anche l'uso del braccialetto elettronico per il controllo dei condannati agli arresti domiciliari. La legge che funziona a Bologna non funziona a Napoli. Funziona per disfarsi dei magistrati che disturbano il quieto vivere".
Sono legato a Cordova da una memoria giornalistica. Il cronista del Nord che scende negli anni ottanta a Palmi, la città della 'ndrangheta e delle carceri speciali, esce dall'autostrada, chiede dove sta la procura e arriva su una piazzetta bianca dove il nuovo Palazzo di giustizia è blindato come in un villaggio del Far West, poliziotti a centinaia di guardia agli ingressi, ai corridoi, ai terrazzi. Poliziotti che mi accompagnano con il mitra puntato fino all'ufficio del procuratore; e trovo un signore alto con i capelli a spazzola grigi, quella camicia bianca che si gonfia come una vela sotto il suo pacifico ventre. È appena arrivato da Reggio Calabria con la scorta, ogni giorno andata e ritorno sull'autostrada su cui la mafia può ucciderlo dove vuole: dai roccioni che la fiancheggiano, all'uscita delle gallerie dove il sole ti acceca. Su e giù per anni, e a casa non sono mai sicuri che suonerà ancora alla porta. Gli stavano accanto due giovani sostituti lieti di lavorare con lui in quel forte avanzato della legge, di crescere alla sua scuola di coraggio e ironia. "Si accomodi dottore, qui il lavoro non manca, stamattina c'è stata una riunione dei cinquantaquattro clan mafiosi della provincia. Non ci hanno invitati ma sanno che ci siamo." E scrissi allora come di uno cui è venuta la nausea delle parole, così si tiene accanto un giudice, Francesco Neri, ancora giovane e che ha ancora la voglia di parlare; gli dà l'avvio, interviene se gli sembra che divaghi, che non arrivi subito al cuore delle cose. A Palmi c'era il giudice Macrì che diceva: "Siamo in un Far West senza sceriffi dove i sorvegliati speciali sono i giudici". Già allora, del resto, lo accusavano di reati inesistenti ma da non perdonare. Dicevano che nelle indagini sui socialisti calabresi c'era il fumus persecutionis. E già allora Cordova rispondeva: "Dicono che sono incompatibile con l'ambiente. Forse vogliono dire che perseguito i malviventi". Già allora molti si chiedevano: "Ma che vuole questo Cordova?". Lui taceva e li mandava in bestia. Poi l'ho raggiunto alla procura di Napoli dove la sinistra lo aveva accolto con favore pensando che fosse uno dei loro, ma era uno che non era di nessuno. Stava al quarto piano del decrepito Palazzo di giustizia. I piani inferiori erano un suq: un grande mercato del contrabbando, vendevano sigarette anche davanti alla sua porta. Li spazzò via. Dissero che aveva rovinato l'economia della città. Ho subito il fascino di questo mastino mandato a difendere la legge nelle terre dei fuorilegge? Certamente sì, le persone coraggiose mi piacciono, mi piacciono anche quelli che dicono sì al sì e no al no; ma c'è una ragione profonda, inequivocabile per cui sto dalla parte sua... ed è che la giustizia che lo ha emarginato è una giustizia cattiva, ipocrita, vile. Forse Cordova a Napoli scriveva troppe circolari e perseguiva una giustizia impossibile, ma del mondo che lo ha respinto si può dir questo: che dai tempi della Repubblica e anche da prima non ha mai condannato un politico potente, e che oggi arrivati agli anni duemila non c'è uno dei democristiani che hanno fatto il vento e la pioggia a Napoli e nel Sud, che hanno sperperato i soldi della Cassa del Mezzogiorno che sia stato condannato: neppure Silvio Gava, o il Fantini dei falsi controlli della ricostruzione, o il De Lorenzo delle tangenti e il Di Donato craxiano. Nessuno. E Agostino Cordova al confino? No, non ci va bene.

Articolo di Michele Diodati

fonte:http://pesanervi.diodati.org/pn/?a=260

Pietro Fuda....... e Reggio Calabria ebbe il suo aeroporto!







«Il nostro aeroporto non ha bisogno di polemiche, ma di attenzioni» così esordisce l’Amministratore Unico della Sogas, sen. Pietro Fuda, commentando le dichiarazioni del sindaco Scopelliti, che «quando sottolinea la “felice intuizione” dell’amministrazione comunale su Air Malta mi ricorda tanto la favola di La Fontaine sulla mosca cocchiera».«Per amore di verità» prosegue Fuda «e richiamando l’attenzione dei mass media, che hanno un ruolo fondamentale per la crescita e lo sviluppo del nostro scalo, purché non si facciano fuorviare da informazioni errate e superficiali, mi preme sottolineare che la scelta del vettore per le tratte di prossima attivazione da e per Monaco è nata non dalla Regione Calabria, bensì dall’intuizione, questa sì felice, di un tour operator reggino che, dopo aver utilizzato Air Malta per portare utenti calabresi in vacanza nell’isola, ha deciso di operare un’inversione di tendenza e portare turisti non fuori, ma nel nostro territorio, e si è avvalsa di una legge regionale che incentiva con contributi la charteristica, lasciando, come è giusto che sia, libertà di scelta sul vettore. Oggi, grazie al fatto che l’Aeroporto dello Stretto - fino a qualche mese fa congelato nel monopolio Alitalia ed inibito a qualunque tipo di traffico, voli charter compresi - è decollato davvero, sono aumentati esponenzialmente flussi, movimenti, traffico, collegamenti, richieste di charter. È sufficiente lasciar parlare i dati di aprile: 58.000 passeggeri contro i 30.000 del 2005.Gli utenti dell’area dello Stretto da fine dicembre possono collegarsi a moltissime destinazioni, ed a prezzi finalmente accessibili. Anche in questo caso è meglio lasciar parlare i numeri: dal 1 di gennaio al 30 aprile 2.874 utenti sono arrivati da Bologna, 3.511 l’hanno raggiunta; 2.741 sono arrivati da Torino, 3.121 ci sono andati; 3.294 sono arrivati da Venezia, 3.933 ci sono andati. I dati sono molto confortanti anche per le tratte attivate successivamente: da Pisa (dal 6 febbraio) 1.590, per Pisa 1.541; da Genova (dal 1 marzo) 898, per Genova 922; da Bergamo (da 23 febbraio) 3.099, per Bergamo 3.001. Anche la tratta da/per Roma è di tutta importanza: con Interstate Airlines (dal 1 marzo) sono arrivati 5.814 passeggeri, ne sono partiti 6.495; con Air Malta (dal 27 marzo) sono arrivati 754, partiti 740. Dati che, da quando abbiamo modificato le restrizioni operative per l’atterraggio, che di fatto impedivano il traffico dei charter nel nostro scalo, si sono aperti ad un nuovo ed importante tipo di flussi: oltre ai 948 utenti che sono andati e tornati da Praga, altri 1.896 passeggeri hanno utilizzato charter per varie destinazioni, le richieste sono in continua ascesa.Il nostro impegno deve essere, adesso, quello utilizzare lo scalo per creare turismo sul nostro territorio. Per questa ragione sono particolarmente grato alla Regione Calabria, che ci sta aiutando a raggiungere questo nuovo obiettivo, lasciando libertà di scelta a qualunque idea di sviluppo. Politici ed amministratori dovrebbero uscire dalla logica delle mosche cocchiere ed iniziare a tirare il carro, riflettendo sui risultati acquisiti in così poco tempo (come, ad esempio, sulle ragioni per le quali i messinesi stanno preferendo il Tito Minniti all’aeroporto di Catania), creando in sinergia le basi solide per uscire dalle declaratorie e lavorare come uno scalo con le potenzialità dell’Aeroporto dello Stretto richiede: solo, esclusivamente, al servizio dell’utenza e del territorio».

19 maggio, 2006

Moggi, un "italiano vero"

di Oliviero Beha (uno dei migliori giornalisti italiani: lucido, scomodo per il potere, e quindi iper-censurato. ndr)

Non è il “caso Calcio”, è il “caso Italia”. E non c’è proprio bisogno che ce lo ricordi il “Financial Times” definendoci come paese una “vecchia signora furfantella”. Lo possiamo vedere da noi, se solo ne abbiamo la voglia e il coraggio intellettuale, e politico. Partiamo dall’ultima tessera di giornata, per arrivare al mosaico tricolore: mentre la Giunta del Coni nomina Guido Rossi Commissario straordinario della Federcalcio, escono le prime trascrizioni delle telefonate intercettate tra Luciano “Licio” Moggi e un signore che con il Coni ha qualcosa a che fare. Ne è semplicemente il Segretario generale. Si chiama Raffaele Pagnozzi. Dal tono e dagli scambi se ne evince che il secondo è il referente nel Palazzo del primo, lo informa su ciò che lo riguarda, fa per lui quello che in questi giorni fanno per Moggi gli arbitri, Carraro, altri dirigenti di club, Ministri della Repubblica, generali della Finanza, giornalisti ecc. Insomma, ”l’Italia”, o meglio una parte rappresentativa dell’Italia e del suo modo di ragionare e di comportarsi.

Quanto vi sia di penalmente rilevante, è cosa che stabiliranno i giudici. Qui preme focalizzare il mosaico di questo costume degenerato, il disegno della palude italiana foscamente rischiarata dallo scandalo di Moggiopoli. Almeno per giungere alla conclusione che queste intercettazioni hanno “semplicemente” alzato il sipario sulla scena e ce la stanno mostrando giorno dopo giorno. Certo, la scena e gli attori erano così anche prima dietro il sipario, sul palcoscenico, e coloro che avevano a che fare in varie dosi con la compagnia del Giocattolone lo sapevano. Forse non conoscevano tutta la trama, ma sapevano benissimo che razza di recita fosse. Adesso lo possiamo constatare anche noi, ”da fuori”.

Guido Rossi, dicevamo. Figura di spicco nel suo campo, ex presidente della Consob(e il calcio in borsa ha sommato due elementi di forte opacità con le conseguenze oggi vistose a Piazza Affari, ma da sempre colpevolmente oscure), ex senatore che durante il Governo D’Alema aveva parlato di Palazzo Chigi come l’unica merchant bank in cui non si parlava inglese. Era stato chiaro, Guido Rossi: bene, al Palazzo H del Coni parlano inglese in parecchi, è questa la differenza. Ma negli armadi c’è una varietà straordinaria di reperti da palude. Per esempio, il caso doping-Juventus, oggi in Cassazione dopo una condanna e un’assoluzione nei due gradi di giudizio. Caro Rossi perché, sempre a fini mosaicisti, per capirne di più, non collega il caso doping-Juve a Moggi, a Giraudo e a Pagnozzi, e al laboratorio antidoping e a tutta quella vicenda che tocca persino (non penalmente, almeno per ora) il Commissario tecnico della Nazionale, con le sue brave convocazioni? Tocca inteso almeno come fatto di costume. E questo inedito legame tra il Direttore generale della Juventus in tutti questi anni, e il segretario generale dell’Ente preposto al controllo anche del calcio, legame solo oggi “intercettato”, non può contribuire per i curiosi a gettare un occhio anche su quelle vicende che in molti preferirebbero dimenticare?

E fin qui siamo allo spaccato calcistico-sportivo di Moggiopoli, e della sua splendida P3 rotonda. Ma ogni giorno ce n’è una anche nel resto. E quel che si legge nelle trascrizioni o è falso(ma chi l’avrebbe falsificato? ), o se è vero- come è vero- contraddice la lettura che ne danno gli interessati. Prendiamo Pisanu, anche lui appena appena Ministro dell’Interno del Governo Berlusconi fino a ieri(e, di passata, giudicato anche dall’opposizione uno dei meno peggio, il cancelliere Bismarck se paragonato a Gasparri): dice che è amico di Moggi da quarant’anni. E allora? Mica gli si imputa questa simpatica amicizia, bensì di avergli chiesto “una manina” d’aiuto per la squadra della Torres. Secondo Pisanu è “normale”.

Ma che idea di Stato e di Italia ha, Pisanu? E’ normale solo perché si tratta del calcio, concettualmente una specie di bordello o di Luna Park, con la franchigia del divertimento per il tifoso bue ? E’ un’interpretazione socioculturale (magari implicita)probabilmente vicina alla verità, che condanna il pallone a giacere nelle condizioni comatose di oggi. Ma sia nella lingua usata per parlarne sia nel modo di pensare, ci dice più cose su Pisanu che su Moggi. Lo stesso valga per le intercettazioni tra Moggi e un altro ministro, Siniscalco. Sembra proprio che l’ex ferroviere di Civitavecchia di cinta senese funzioni da evidenziatore dell’Italia contemporanea, come le intercettazioni da manovella per il sipario: afferri un capo qualunque del filo, e si sgomitola tutto il paese, tra piccoli e grandi drammi, penose ipocrisie e farse ciclopiche, con un occhio solo. . .
C’è un industriale di fama come Diego Della Valle che sera dopo sera in tv in attesa dei giudici eroicamente fa il Don Giovanni rifiutando di assumersi la sua colpa di fronte al Commendatore: se conosce la storia, sa come va a finire. Negli inferi, mentre decine e decine di giornalisti/Leporello gli stanno adesso facendo il coro del “poverino” ma affilando il coltelli per recidere i fili dopo. Ormai senza più bisogno di metafore Della Valle conferma tutto: costretto al “pizzo” calcistico dal boss della mafia pallonara (ma chi? solo Moggi? oppure con il concorso di chi altro, a parte i caratteristi sulla scena di questa commedia all’italiana di sedicesimo ordine? Carraro? Galliani? Altri ancora? ) per salvare il suo club penalizzato, lamenta di averlo dovuto fare per forza. E continua a volere pubblicamente “tavoli” attorno a cui sedersi (con Berlusconi e c. )per “moralizzare” il calcio. Pensate, sembra non trovarci nulla di contraddittorio. Non si è chiesto per esempio se il suo “pizzo” ha danneggiato qualcun altro? E come fa a non contemplare l’ipotesi che aver oggettivamente “fatto parte dei compagni di merende arbitrali” per un mese ha stabilito le condizioni per non uscirne più neppure dopo, neppure in quest’ultima stagione? Se no, doveva denunciare il tutto, altro che intercettazioni. Ma Don Giovanni non la pensa così. Staremo a vedere come finisce l’opera.

Il Moggi piangente alla fine del primo interrogatorio ha detto agli inquirenti che il calcio aveva “un virus” anche prima che lui mettesse su questo po po di congegno a prova di bomba, di ministri, di imprenditori ecc ecc, ma non di intercettazioni. Interessante: e da quanto prima? Dagli anni del doping (cfr. come detto Pagnozzi, ma anche Carraro, Pescante e così via)? O ancora prima? Con le scommesse del 1986, che hanno visto all’opera come magistrato un intercettato di oggi, il Procuratore di Pinerolo Marabutto evidentemente folgorato sulla via di Luciano? O ancora prima, con il Totonero del 1980 (al Coni c’era Carraro “soltanto” presidente)? E’ tutta materia curiosa, dottrina per uno studioso operativo come Guido Rossi, che certamente conosce queste cose. Se no, grazie ai magistrati-ma sempre e comunque quelli ordinari…-gli verrà rinfrescata la conoscenza.

Così come sarebbe importante che il neopresidente del Consiglio, Prodi, e il suo consulente parasportivo, Angelo Rovati, prestassero un’attenzione politica e culturale a quello che è successo al calcio in questo paese, senza mettere mano alla pistola se uno nomina Berlusconi. Non è un tic, Rovati, è storia e cronaca. Vent’anni di calcio con Berlusconi, e Moggi in quella progressione geometrica oggi a sipario sollevato sotto gli occhi di tutti, hanno tinto diversamente quest’industria, già discutibile allora. Moggi è solo la centrifuga e la centripeta di interessi spaventosi, noti a tutti quelli che operano oltre il sipario. Il berlusconismo come idea della vita e della società è anche un modo di intendere il calcio e farne funzionare (sic! ! ! ) il mondo. Un mondo in cui Buffon scommette impunemente, il figlio di Lippi spopola alla Gea, e domenica scorsa come monito mafiosissimo viene mandato da quarto uomo a Bari l’arbitro Paparesta, il “sequestrato” delle intercettazioni, proprio a una partita della Juventus-e con la stessa Reggina come ai tempi del sequestro-, senza che nessuno nella bufera di Moggiopoli rimarchi questa stupenda coincidenza.
Ma chi l’ha deciso, Paparesta vicino alle panchine, anche a quella della Juventus in una domenica direi eccezionalmente significativa come l’ultima, l’ho deciso io? E chi del direttorio arbitrale ce l’ha spedito è un giocherellone oppure uno del giro, uno che così facendo spedisce “pizzini” visivi il cui patente contenuto è”calma, anche dopo Moggi il sistema è sempre questo, quindi non sgarrate, non parlate, non vi illudete”? E’ il “caso Italia” dunque, non solo e non tanto il “caso Calcio”, e come tale va affrontato, Rovati, Prodi, tutti coloro che nella palude stanno male e pensano a una bonifica, non alla solita cementificazione stagionale per l’ennesima speculazione edilizia.

da www.behablog.it

REMINESCENZE STORICHE :-)






























da www.corriere.it

L’ONDA DEL TIFONE























Due passanti sorpresi da un’ondata provocata dal tifone Chanchou, per le strade di Shantou, in Cina. Oltre 600.000 persone sono state evacuate dalle zone costiere del Sud come misura preventiva. Le autorità provinciali hanno inoltre richiamato a terra oltre 58.000 tra navi e barche. Il tifone Chanchou ha già provocato 41 morti sabato scorso nelle Filippine.

da www.corriere.it

COMIZI IN CALABRIA

UN PARALLELISMO TRA IL DISCORSO DI ROMANO PRODI E IL RESOCONTO DI UN COMIZIO SHOCK COEM RIPORTATO DA UN QUOTIDIANO CALABRESE.PONIAMO SEMPRE L'ACCENNO SULL' ESPRESSIONE USATA DA ROMANO PRODI QUALCHE MESE FA A REGGIO CALABIA, NOI VOGLIAMO CHE LA CALABRIA SIA LA FIGLIA PREDILETTA NON QUALE DESTINATARIA DI VAGONATE DI SOLDI, QUELLI CI SONO STATI E SIAMO SEMPRE AL PUNTO DI PRTENZA SE NON PEGGIO, MA AUSPICHIAMO CHE IL GOVERNO PRENDA A CUORE LA SITUAZIONE CALABRESE PER REGALARLE UN FUTURO CREANDO UN HUMUS CHE RENDA POSSIBILE UNO SVILUPPO OMOGENEO E DIFFUSO DEL TERRITORIO CALABRESE, DI MODO CHE CERTE "PRATICHE" DIVENTINO UN RICORDO.

Il comizio shock dell'ex sindaco di Rosarno.
Le verità di Saccomanno«Ostaggio di poteri occulti»
ROSARNO - Strane interferenze negli appalti, tentativi di «tirare per la giacchetta» gli amministratori e un non meglio specificato «uomo ombra» quale presunto responsabile delle crisi e dei rimpasti che hanno tormentato i suoi due anni di amministrazione chiusisi con le dimissioni in massa dei consiglieri (in primis quelli della sua stessa maggioranza) e la fine anticipata della consiliatura. A sette mesi dal suo "dimissionamento" per mano di 18 consiglieri su 20, l'avvocato Giacomo Saccomanno, fino al settembre scorso sindaco di Rosarno, ha raccontato pubblicamente "la sua verità" sui 26 mesi che l'hanno visto alla guida del comune della Piana di Gioia Tauro. E per farlo, l'ex-primo cittadino eletto nel luglio 2003 con la CdL, dopo aver denunciato il caso di alcuni suoi candidati costretti «per paura» a ritirarsi dalle elezioni, stavolta ha scelto il palco cittadino di Piazza Valarioti. Trasformando il comizio che avrebbe dovuto essere la presentazione della sua candidatura alla Provincia per il Codacons, in un "j'accuse" - senza nomi - contro chi gli avrebbe prima impedito di «amministrare senza essere tirato per la giacca», poi si sarebbe reso responsabile della sua defenestrazione in consiglio comunale e infine avrebbe intralciato il suo tentativo di ricandidarsi. Di fronte ad un piazza allibita e in un clima surreale frutto di una campagna elettorale condizionata da troppi chiaroscuri, Saccomanno, con a fianco gli uomini della sua lista "Patto di Solidarietà" collegata al candidato sindaco Enzo Benedetto, ha ricostruito le vicissitudini della sua gestione amministrativa. «Sono iniziati subito i problemi perché c'era qualcuno, "l'uomo-ombra", che diceva "io non tengo il sacco a nessuno". E c'è stata la prima crisi dove il commissario di Forza Italia ha voluto 5 assessori: un modo elegante per eliminare le persone che mi erano vicine in giunta. Ho dovuto mettere dei giovani di Fi nell'esecutivo, poi sono arrivati i finanziamenti e lì si è cominciato a vociferare che c'era qualcosa che non funzionava negli appalti. A quel punto per oltre un mese non ho potuto fare giunta perché alcuni assessori non si presentavano: ormai era chiaro che non si poteva più amministrare. Mi sono dimesso e in consiglio comunale ho detto che bisognava dare alla città una giunta di salute pubblica». Saccomanno ha proseguito il suo lungo intervento, raccontando dell'impossibilità di ricandidarsi a sindaco alle prossime comunali, perché «dei tanti candidati trovati, la gran parte si è improvvisamente ritirata». «Questo sono in grado di dimostrarla in qualunque momento mi hanno calunniato e definito "un infame" perché ho denunziato il tutto ai media ma a me la bocca non la tappa nessuno. A Rosarno ci sono pochi arroganti che non vogliono il rispetto delle regole: io sono un uomo libero». Il comizio di Saccomanno s'è chiuso quindi con l'ammonizione ai cittadini «ad aprire gli occhi e non votare amici, parenti e compari, facendo invece scelte responsabili», non prima dell'illustrazione di un corposo programma elettorale imbottito di progetti su agroalimentare, centri commerciali e porti-canale alla Foce del Mesima e finalizzato a fare di Rosarno «una cittadina moderna ed evoluta».

da www.ilquotidianocalabria.it

IL DISCORSO DI ROMANO PRODI AL SENATO

















Signor Presidente del Senato, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, l'inizio del cammino del Governo che oggi si presenta a voi per chiedere la fiducia ha coinciso con il termine di un settennato presidenziale e l'elezione di un nuovo Presidente della Repubblica. Sono certo di interpretare i vostri sentimenti, e quelli di tutti gli italiani, se avverto innanzitutto il bisogno di rivolgere un pensiero di gratitudine al Presidente Ciampi per il modo esemplare con cui ha interpretato il suo ruolo di garante di tutti, per la sensibilità e misura con cui in ogni circostanza ha saputo farsi interprete del comune sentire degli italiani; per la passione con cui ha alimentato il sentimento dell'unità nazionale, per la forza con cui in ogni occasione ci ha ricordato come l'Italia sia parte viva dell'Unione Europea. Grazie, Presidente Ciampi: le italiane e gli italiani le sono e le saranno sempre grati con affetto.Allo stesso tempo, voglio rivolgere un saluto deferente ed un caldo augurio al nuovo presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Al momento della sua elezione, tutti, anche chi non ha ritenuto di votarlo, hanno sentito il dovere e il piacere di testimoniargli la stima e il rispetto che ha saputo meritare lungo un percorso personale e politico sempre ispirato ad autonomia di giudizio, grande equilibrio, attaccamento alle istituzioni repubblicane, passione e fiducia nella democrazia e nella libertà e senso dello Stato. A lei, presidente Napolitano, gli italiani guardano con grande attesa, certi che saprà rappresentare l'Italia ovunque con la dignità e lo stile ben noti a chi la conosce e che tutti impareranno ben presto ad apprezzare.Se mi è consentita una notazione personale, è per me motivo di grande orgoglio che il presidente Ciampi e il presidente Napolitano siano stati entrambi membri valorosi del mio primo Governo. Mi lega al primo il ricordo dell'azione svolta insieme, affinché l'Italia fosse nel gruppo di testa dei Paesi dell'euro; mi lega al secondo anche il ricordo dell'azione svolta nelle istituzioni europee, perseguendo, in ruoli diversi, la stessa idea dell'Europa.Signor Presidente del Senato, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, il Governo che oggi si presenta a voi per chiedere la vostra fiducia è quello che gli elettori italiani hanno voluto con il loro voto, il 9 e il 10 aprile scorsi, al termine di una campagna elettorale che tutti noi avremmo voluto migliore per la qualità del dibattito e che da tutti è stata combattuta con passione, anche se a tratti con qualche asprezza verbale di troppo. Tuttavia, si è trattato pur sempre di una normale campagna elettorale, di una competizione che ogni Paese democratico maturo, come il nostro, periodicamente vive.Dico questo perché, facendo leva anche sull'esiguità del vantaggio che ha consegnato la vittoria alla coalizione da me guidata, si vuole dare talvolta una lettura drammatizzante della situazione scaturita dalle urne. Taluni coltivano l'immagine di una comunità nazionale lacerata, spaccata, divisa. Non è così. Consentitemi di dire che chi si attardasse in questa lettura non renderebbe un servizio al Paese e neppure ai propri elettori. L'Italia è sicuramente un Paese con tante diversità e con distinzioni anche forti, che tendono ad esprimersi all'interno di una contrapposizione bipolare che i cittadini hanno fatto propria e di cui accettano le implicazioni con ammirevole maturità. Maturità di cui è prova anche l'altissima partecipazione al voto. Ma distinzione non è uguale a divisione, se la politica non la rende intenzionalmente tale, se la politica non sceglie di viverla e propagandarla come tale. Sicuramente - ve lo dico con la massima sincerità - non è e non sarà questa la scelta del Governo e della maggioranza che lo sostiene; la maggioranza espressa dagli elettori che hanno dimostrato di apprezzare il nostro programma e la nostra proposta. E noi realizzeremo il nostro programma con l'obiettivo di coinvolgere anche chi non ci ha dato il suo consenso, non certo con l'obiettivo di punire chi l'ha negato. Non ci sono nemici, né in quest'Aula, né fuori. Ci sono solo, qui e fuori, italiani che amano l'Italia come la amiamo noi, ma che legittimamente coltivano priorità e auspicano scelte diverse dalle nostre. Non c'è un Paese da pacificare; c'è, invece, un Paese da mobilitare, in tutte le sue componenti, con un costruttivo spirito di concordia. Non può, non deve esservi spazio per comportamenti ispirati ad una volontà di rivincita, ad un esasperato desiderio di rimarcare ad ogni costo le differenze, alla voglia di segnare vistosamente un nuovo inizio, quasi che un cambio di maggioranza e di Governo all'interno di una fisiologica e salutare alternanza tipica di una solida democrazia dovesse significare una fratturanella storia del Paese. Noi ricercheremo la concordia, il che non significa annullamento delle diversità, né tanto meno il perseguimento di intese non limpide che stravolgerebbero il significato del voto. Noi la ricercheremo per lo spirito con cui intendiamo operare e vorremmo che lo stesso spirito animasse l'opposizione. Noi siamo qui di fronte a voi non solo per chiedere la vostra fiducia, ma per dirvi che sentiamo il bisogno e il dovere di guardare al Parlamento come alla naturale sede del confronto democratico tra maggioranza e opposizione, tutte e due a pari titolo rappresentative di parti importanti del nostro popolo. All'opposizione e ai suoi leader non faremo mai mancare il rispetto che la democrazia esige. A loro chiedo la disponibilità ad un'attenta considerazione di quello che verremo proponendo, misurandolo sulla rispondenza agli interessi generali del Paese. Lo chiedo perché io credo che a nessuno di noi sfugga la serietà della situazione internazionale e interna in cui ci troviamo ad operare. Lo chiedo perché sono profondamente convinto che o usciamo dalle difficoltà e andiamo avanti tutti insieme, o andiamo irrimediabilmente indietro tutti insieme. Signor Presidente del Senato, onorevoli senatrici, onorevoli senatori, il mondo in cui viviamo è ancora carico di rischi, di tensioni e di paure: le varie forme di terrorismo, le guerre e la povertà. Tante sono le ragioni di forte preoccupazione e troppo spesso di serio allarme. Tra queste, negli ultimi giorni segnalo soprattutto il rischio della ripresa della proliferazione nucleare. Occorre perciò un forte e costante impegno nella lotta al terrorismo internazionale, che minaccia l'insieme delle società del mondo contemporaneo. Nei confronti del terrorismo, noi affermiamo la nostra ripulsa morale e politica. Siamo fermamente convinti che la lotta al terrorismo vada condotta con strumenti politici, di intelligence e di contrasto alle organizzazioni terroristiche e vada condotta senza comprimere mai né le nostre libertà, né i nostri diritti, né tanto meno indulgendo alle suggestioni di fondamentalismi di segno opposto che predicano crociate e, annullando ogni distinzione, propugnano scontri di civiltà. È in primo luogo sul piano politico, sociale ed economico che dobbiamo battere il disegno del terrorismo, prosciugando il serbatoio degli adepti. Nella politica globale per la lotta al terrorismo noi saremo partecipi convinti, con i nostri valori e le nostre risorse, anche militari, ogni qual volta esse siano legittimamente mobilitate dalle organizzazioni internazionali a cui apparteniamo. In ogni evenienza risponderemo con prudenza, con equilibrio e, quando necessario, con fermezza. Saremo guidati da scelte precise nella nostra politica estera: noi scegliamo l'Europa e il processo di integrazione europea come ambito essenziale della politica italiana. Scegliamo di mettere la vocazione di pace del popolo italiano e l'articolo 11 della Costituzione al centro delle decisioni in materia di sicurezza. Scegliamo il multilateralismo, inteso come condivisione delle decisioni e costruzione di regole comuni. Scegliamo una politica preventiva di pace che persegua attivamente l'obiettivo di equità e di giustizia sul piano internazionale, favorendo la prevenzione dei conflitti ed il prosciugamento dei bacini dell'odio. Scegliamo la legalità come chiave per affrontare i conflitti e per la costruzione di un ordine internazionale fondato sul diritto. Scegliamo di mettere al centro dell'azione dell'Italia la promozione della democrazia, dei diritti umani, politici, sociali ed economici, a cominciare dai diritti delle donne.È per questi valori e questa visione del mondo che, così come in alcuni casi abbiamo ritenuta legittima e doverosa la partecipazione militare dell'Italia a importanti missioni di pace, delle quali andiamo orgogliosi, non abbiamo invece condiviso la guerra in Iraq e la partecipazione dell'Italia a tale guerra. Consideriamo la guerra in Iraq e l'occupazione del Paese un grave errore. Essa non ha risolto, anzi ha complicato, il problema della sicurezza. Il terrorismo ha trovato in Iraq una nuova base e nuovi pretesti per azioni terroristiche interne ed esterne ai conflitti iracheni. Quella guerra, come ha ammesso recentemente l'ambasciatore americano a Baghdad, ha scoperchiato il vaso di Pandora che rischia di far deflagrare l'intera regione. È perciò intenzione del Governo proporre al Parlamento il rientro dei nostri soldati...anche se siamo orgogliosi della prova di abilità professionale, di coraggio e di umanità che essi hanno dato e stanno dando. Abbiamo purtroppo dovuto piangere numerosi caduti. Noi tutti siamo vicini alle loro famiglie, noi tutti siamo riconoscenti per i sacrifici che i loro cari hanno fatto.Il rientro del contingente italiano avverrà nei tempi tecnici necessari, definendone anche in consultazione con tutte le parti interessate le modalità, affinché le condizioni di sicurezza siano garantite. Desidererei poi una spiegazione su quale differenza ci sia tra queste parole e la proposta di rientro entro la fine del 2006 votata dal Governo. Se me la spiegate, mi fate un piacere! Ho già accennato che l'Europa ed il processo di integrazione europea rappresentano l'ambito essenziale della politica italiana. L'Europa è la carta sulla quale l'Italia, uscita distrutta dalla guerra, ha scommesso il proprio avvenire e fino a quando ha fatto questa scommessa ha vinto. Ma anche l'Europa conosce una fase di crisi, che noi non sottovalutiamo e l'Europa ha bisogno di noi: ha bisogno di un'Italia che si rimetta nel solco della sua grande tradizione. Noi dobbiamo dare subito un nuovo slancio al processo di integrazione, attraverso iniziative ed azioni concrete che diano risposte tangibili alle attese di centinaia di milioni di europei. Penso alla necessità di dotare l'Unione monetaria di un vero governo economico e sociale, allo sviluppo di una nuova politica comune dell'energia, al sostegno alla ricerca e all'innovazione tecnologica, all'immigrazione, alla sicurezza, al ruolo dell'Europa nel mondo e, in particolare, in tutta la regione a noi vicina, a Est e a Sud. Si tratta di azioni che possiamo attuare subito, con una più forte volontà politica e sfruttando pienamente i Trattati in vigore, sapendo però che buone e nuove politiche necessitano di buone e nuove istituzioni.Per questo dobbiamo rilanciare il processo costituzionale, perché la nostra Europa ha un forte bisogno di una nuova Costituzione. Il mio Governo lavorerà con determinazione, assieme agli altri Governi europei impegnati in tal senso e alle istituzioni europee, per trovare una soluzione all'altezza delle sfide che l'Europa deve affrontare: una soluzione che va trovata prima delle elezioni europee del 2009, per permettere a tutti i cittadini di far sentire la propria voce. Il Governo è impegnato a fare tutto quanto in suo potere affinché l'Europa diventi un soggetto forte ed unito nello scenario internazionale, anche per consolidare ed arricchire su un piano di mutuo rispetto e di reciproca dignità la storica alleanza con gli Stati Uniti d'America - finalità cui mi sono sempre ispirato nella mia azione anche a livello europeo, tanta è l'importanza che attribuisco alla salde zza di questo legame - ed infine per contribuire a rafforzare l'autorità delle Nazioni Unite e la stabilità dell'ordine mondiale. È nostra intenzione che interesse nazionale ed interesse europeo siano una cosa sola. È nostra convinzione che l'Italia conti, anche nei rapporti con il grande Alleato, solo se conta in Europa e noi lavoreremo per ricollocare l'Italia tra i Paesi guida dell'Europa. L'Italia non guarda però soltanto all'Europa. Il Governo si farà parte attiva per rilanciare una politica per il Mediterraneo che avrà come obiettivo di fondo la costruzione di una grande area, in cui pace e prosperità possano affermarsi. Lo faremo attraverso un'azione politica mirata e supportata dall'intensificarsi degli scambi commerciali e culturali. Penso anche alla costituzione con gli altri Paesi mediterranei della Banca del Mediterraneo; penso ad università comuni tra Paesi della sponda Nord e della sponda Sud.Anche il più lontano Continente latino-americano, che però ci è più vicino per la considerevole quantità di nostri concittadini che vivono là, ha bisogno di rinsaldare il legame con il nostro Paese. È quello che faremo cercando di cogliere le grandi trasformazioni che stanno caratterizzando tutti i Paesi di quell'area. Infine, la nostra responsabilità verso i Paesi poveri dovrà concentrarsi prevalentemente sul Continente africano, in questi anni troppo spesso dimenticato. L'Africa è sulle nostre spalle, sulle spalle dell'Italia e dell'Europa. Complessivamente, accompagneremo la politica estera del Governo con un grande sforzo per affermare la cultura italiana nel mondo, una cultura di pace e di grandi tradizioni e valori universali ed indivisibili. Lo strumento che utilizzeremo e che useremo per questo scopo è la capillare rete consolare e il rapporto con le Regioni. Signor Presidente del Senato, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, il mondo del XXI secolo non è solo un mondo carico di rischi e di paure, è anche un mondo carico di straordinarie opportunità nel quale un terzo dell'umanità si è svegliato, è uscito dall'isolamento e ha trovato la strada di un formidabile sviluppo economico nel quale, fra la Cina e l'India, oltre due miliardi di persone stanno scoprendo e provando che la povertà e la miseria non sono una maledizione eterna.Un mondo che sta imparando a conoscere il valore della tutela e dell'ambiente, un mondo al quale il progresso della scienza e della medicina e delle biotecnologie scrivono nuovi orizzonti e nuove speranze di vita. E tra rischi e opportunità l'Italia vive in questo momento un momento di grave difficoltà e incertezza. La nostra gente sembra più occupata a difendere il benessere residuo che a costruire per sé e per la collettività nuove occasioni di sviluppo e crescita mentre si allarga l'area delle vecchie e delle nuove povertà. I nostri giovani sembrano costretti a vite segnate dalla provvisorietà e dall'incertezza sul proprio futuro, sul futuro professionale e di vita. Il nostro sistema produttivo sta perdendo colpi, si stanno erodendo le nostre quote di mercato nel commercio mondiale; scivoliamo indietro in tutti gli indicatori più importanti. Le ragioni per cui questo avviene sono profonde: il mondo è cambiato, sono cambiati i modi di produrre, sono cambiati i fattori indispensabili per la crescita e la competitività del sistema Italia. Oggi vince chi riesce a restare sulle frontiere dell'innovazione, un'innovazione fatta di ricerca, di scuola e di università, di mercati aperti all'ingresso di nuovi protagonisti e che trova la propria condizione di successo in una grande capacità organizzativa dell'intero Paese.Anche le infrastrutture rappresentano un fattore critico di successo per la competitività del Paese e noi proseguiremo nell'azione che già in precedenza i Governi di centro-sinistra avevano avviato completando cioè gli assi Nord-Sud, Est-Ovest che interconnettono l'Italia alla grande rete delle infrastrutture europee. Effettueremo, compatibilmente con tutte le risorse disponibili e mobilitabili, investimenti infrastrutturali mirati in una logica di sistema integrato piuttosto che singole grandi opere. E in questa grande partita globale noi rischiamo di restare ai margini, ma restare ai margini non significa oggi stare fermi, significa andare indietro inesorabilmente. Io non uso, non ho mai usato, a cuor legger la parola "declino", ma neppure posso ignorare che negli ultimi anni, gli indicatori sono peggiorati, a cominciare da un tasso di produttività ormai prossimo allo zero. Oggi, è necessario dare spazio all'azione di Governo per affrontare i problemi e cogliere le opportunità che ci si presentano e allora, anziché rinfacciarsi responsabilità, mi preme che tra la maggioranza e l'opposizione si convenga sulle criticità che caratterizzano oggi il tessuto economico e sociale del Paese. Solo partendo da tale condivisione, potremo, ciascuno facendo la propria parte, far ripartire la nostra Italia, per rimetterla in corsa nella sfida mondiale e per vincere la scommessa del futuro. Noi siamo tutti chiamati ad un impegno straordinario, dobbiamo far ripartire l'Italia, se vogliamo dare risposte adeguate ai tanti problemi che affliggono la nostra società e noi dobbiamo farlo con assoluta urgenza, anche perché lo stesso imprescindibile e duraturo risanamento delle finanze pubbliche non è possibile se non ritorniamo a crescere stabilmente. Cogliamo oggi segni incoraggianti di una ripresa congiunturale, ma è un fatto che a causa di problemi strutturali che si sono accumulati nel tempo, siamo in grado solo di approfittare parzialmente di un ciclo espansivo dell'economia mondiale, mentre siamo tra i Paesi più vulnerabili e penalizzati quando l'espansione si arresta. E quindi è assolutamente necessario che usiamo al meglio il tempo che abbiamo davanti attivando politiche che da un lato consentono di beneficiare interamente degli effetti positivi della congiuntura, dall'altro comincino a rimuovere quei limiti strutturali che agiscono da freno. Il nostro Paese ha bisogno di una forte scossa così come il nostro sistema produttivo; il nostro Governo ritiene di avere politiche appropriate a questo fine.Ma occorre prima di tutto una forte scossa sul piano etico. C'è una crisi etica che investe la nostra società e quanto è accaduto nel mondo calcio, uno dei beni collettivi a cui italiani tengono di più, ci dimostra purtroppo che si abbondantemente superato il livello di guardia. Ne è una conferma clamorosa l'evasione fiscale che raggiunge un livello che non ha eguali nel mondo sviluppato, e che il mio Governo combatterà con la massima decisione e determinazione non solo per recuperare ciò che è dovuto alla collettività ma anche per ragioni di equità e di giustizia.Noi intendiamo ripristinare anche in questo campo la cultura della legalità e della responsabilità civica. Nella nostra società purtroppo si è prodotto un clima di tolleranza ed assuefazione a comportamenti eticamente riprovevoli, se non addirittura illegali, a conflitti di interesse clamorosi, ad arricchimenti improvvisi e sfacciati, addirittura premiati da norme fiscali, allo svuotamento e aggiramento di ogni regola, alla prevaricazione del più forte. Si è prodotto un clima di generale irresponsabilità, di perdita del senso dello Stato e del confine tra pubblico e privato, d'intrecci tra controllori e controllati. Tutto questo è assolutamente preoccupante: noi dobbiamo dare un segnale di forte discontinuità. Altrimenti non riusciremo a rimotivare una società che in larga misura è vittima di questi comportamenti.Un problema di regole, perché crediamo che la politica sia anzitutto regole, per proteggere i più deboli, per far prevalere il merito, per impedire che vincano solo e sempre i più furbi. E nella sfera delle regole considero essenziale che si ponga mano ad una normativa che disciplini i conflitti di interessi in linea con quanto esiste nelle democrazie avanzate; una normativa scevra da intenti punitivi ma ben più rigorosa di quella esistente. Occorrono regole ma anche regolatori. Ed è perciò intenzione del Governo ridisegnare il sistema delle autorità che operano nel campo economico e finanziario, passando da una suddivisione delle competenze basata sul settore o sui soggetti sottoposti a controllo di vigilanza ad un'altra, fondata sugli obiettivi e le finalità del controllo stesso.Noi pensiamo ad un sistema più snello e più razionale sulla base di quattro autorità, trasformando in agenzie le autorità che sono attualmente incaricate di vigilare sui lavori pubblici e sull'informatizzazione della pubblica amministrazione. Per quanto riguarda la vigilanza sul pluralismo dell'informazione, punto centrale di una moderna democrazia, sono possibili due scelte: o attribuire questa responsabilità all'Antitrust, considerando che anche il pluralismo dell'informazione possa essere tutelato con i normali strumenti attraverso i quali si garantiscono la libera concorrenza e l'apertura dei mercati oppure istituire un'autorità ad hoc, in considerazione della natura particolare di quel bene pubblico che è rappresentato da una libera informazione. Su questo il Governo maturerà la sua scelta e si confronterà con il Parlamento. Ma per rimotivare la società e dare un segnale forte di cambiamento sul piano etico non sono sufficienti regole o regolatori. È mia convinzione che occorrono anche gli esempi. E io credo che un esempio deve venire innanzitutto dal mondo delle istituzioni e della politica.Penso che dovremo compiere un grande sforzo determinato sensibilmente, ed in modo non estemporaneo, a limitare le spese per il funzionamento delle istituzioni, di tutte le istituzioni a qualsiasi livello, comprese le spese per il funzionamento dei partiti e per le campagne elettorali. E, per quanto mi compete, è mia intenzione ridurre di almeno la metà le scorte per il personale politico e di Governo, date infatti al di là di ogni necessità reale; il che sottrae risorse finanziarie e umane che dovrebbero essere destinate alla tutela ed alla sicurezza dei cittadini. Terremo ovviamente conto di particolari situazioni di rischi. Ma in linea di principio le scorte e le automobili di rappresentanza non possono essere uno status symbol ma una risposta a reali necessità. Più in generale vorrei dire che il cosiddetto Palazzo dovrebbe avvertire l'esigenza di una salutare autolimitazione, rinunciando ad invadere ogni ambito a cominciare da quello dell'informazione e della comunicazione, evitando commistioni ed ingerenze nella sfera economica incompatibili con una moderna economia di mercato. Abbiamo come compito primario quello di ribadire l'importanza delle regole e soprattutto il loro rispetto. Credetemi, avremo tutto da guadagnare da un ritorno alla sobrietà della politica e del potere. Quando rifletto su questi temi il mio pensiero va innanzitutto alle necessità di offrire un esempio ai giovani ed è infatti ai giovani a cui dobbiamo soprattutto pensare.La nostra società e la nostra economia stentato anche perché non valorizziamo, non impegniamo pienamente le grandi risorse dei giovani e delle donne, ma pensando ai giovani mi chiedo come sia possibile appellarci alla loro freschezza, alle loro energie, alle loro capacità, alla loro voglia di fare se la loro vita vive in un contesto che demotiva e scoraggia perché premia la furbizia invece che il merito, la disinvoltura sul piano etico invece del rispetto delle regole. Com'è possibile vederli partecipi e creativi se essi arrivano sul mercato del lavoro che li condanna in misura crescente a una condizione di permanente provvisorietà L'Italia non ha scommesso sui giovani, eppure solo scommettendo su di loro, come il nostro Governo intende fare, potrà riprendere il cammino dello sviluppo. I nostri giovani hanno oggi meno speranza di quanto ne avessimo noi alla loro età, eppure potrebbero avere davanti a loro orizzonti più ampi. Nonostante ciò, nei pochi casi in cui vengono date loro delle occasioni esprimono il meglio delle loro qualità.Certo, la società e il mondo del lavoro hanno oggi bisogno di flessibilità, ma la stessa interpretata come precarizzazione non ha aumentato la capacità contributiva del sistema, ma lo ha impoverito. In realtà la società italiana ha bisogno di meno precarietà ai livelli medio-bassi d'impiego, mentre necessita di una cospicua iniezione di competizione agli alti livelli, ma soprattutto a quelli medio-alti. Una competizione che premi il talento individuale e la capacità di lavoro, la creatività e la capacità di leadership. In una parola il merito; una competizione orientata anche a ricostruire la mobilità sociale, perché in questi anni la mobilità sociale in Italia si è arrestata. In una società senza mobilità, in cui i figli ereditano la stessa professione dei padri non è una società che cresce. In una società retto da gerarchie sociali consolidate. PRODI, presidente del Consiglio dei ministri. Una competizione orientata anche a ricostruire la mobilità sociale perché in questi anni la mobilità sociale dell'Italia si è arrestata e - ripeto - una società senza mobilità, in cui i figli ereditano la stessa professione dei padri non è una società che cresce. Una società retta da gerarchie sociali consolidate che demotivano energie nuove perpetua diseguaglianze inaccettabili. E' quello che avviene oggi in Italia dove si sviluppa una società tra le meno nobili in Europa e nel mondo. Una società che nega il futuro ai giovani è una società che nega il futuro anche a se stessa. In proposito intendiamo agire con una gamma di interventi. Intendiamo sottoporre a revisione la legge n. 30 per attuare una politica del lavoro capace di armonizzare flessibilità e stabilità, riducendo fortemente l'area della inaccettabile precarietà. Lo si farà all'interno di un'analisi complessiva della normativa che regola il mercato lavoro, cercando di giungere attraverso lo strumento della concertazione con le parte sociali alla definizione di un nuovo quadro e attuando una riduzione dell'eccessivo carico contributivo sul lavoro dipendente attenueremo anche di molto la convenienza dei contratti atipici.Apriremo poi spazi significativi ai giovani nelle università e nella ricerca, perché l'Italia ha bisogno di giovani che insegnino e facciano ricerca con stabilità e libertà. In Italia le donne partecipano al mercato del lavoro in misura molto minore rispetto agli altri Paesi industrializzati, sono penalizzate nei salari, nelle carriere e poco rappresentate nelle istituzioni e nelle sedi decisionali, nonostante il loro livello di scolarità sia in linea con le medie europee. Ebbene, questa discriminazione priva il Paese di una grande ricchezza. I punti chiave da risolvere sono l'accesso al mercato del lavoro, la permanenza nel mondo del lavoro dopo la maternità, le prospettive di carriera e di realizzazione professionale, una loro più estesa partecipazione alle decisioni politiche e istituzionali. In questi giorni mi è molto dispiaciuto che non siamo riusciti ad arrivare a quanto mi ero impegnato, di avere almeno otto donne nel Governo rispetto al precedente in cui erano due. Mi sembra un sostanziale progresso.. Vi dico lealmente, e lo dico per l'esperienza che ho avuto in questi giorni, che noi dovremo introdurre, anche se qualche anno fa non ero d'accordo, norme rigide perché questo avvenga, altrimenti non avverrà mai. Altrimenti non avverrà mai! Affrontare in maniera decisa il rapporto tra impegno familiare e lavoro, garantire alle donne e alle imprese una rete di servizi e normative per sostenere la conciliabilità delle funzioni familiari e lavorative, significa rimuovere forse il principale ostacolo alla natalità. E non ho bisogno di ricordarvi quanto basso sia il tasso di natalità nel nostro Paese, come la denatalità sia divenuto un fenomeno allarmante, con il risultato che siamo anche il Paese più vecchio d'Europa. La famiglia ha bisogno di sicurezza, e quindi va sostenuta nella sua vita quotidiana con un respiro di lungo periodo. È finora mancata, invece, una politica efficace e ad ampio raggio. È questo il modo non strumentale con cui la politica riconosce e sostiene un'idea forte di famiglia.Il mio Governo intende perciò mettere la famiglia, così come definita nella nostra Costituzione, al centro della propria azione nella sfera sociale. Ed è per questo motivo che anche nella costituzione del Governo abbiamo voluto dare uno spazio così largo ai problemi delle famiglie e alla lotta contro la disparità e le discriminazioni. E noi vogliamo anche un fisco amico della famiglia, una società amica della famiglia. Noi sosteniamo il diritto di ogni persona a costruire il proprio percorso di vita e il ruolo delle famiglie come il luogo di esercizio della solidarietà intergenerazionale, della cura e degli affetti. Riconoscendo il valore sociale della maternità e della paternità, intendiamo dotare ogni bambino di un reddito che aiuti la famiglia fino al raggiungimento della maggiore età e che tenga presente le esigenze delle famiglie numerose. Ed è una politica che varrà per tutti, non solo come è oggi per i lavoratori dipendenti, ma anche per i lavoratori autonomi e per coloro che non hanno un'occupazione. A causa della precarietà del lavoro, le giovani coppie devono differire la scelta di farsi una loro famiglia, il sogno di farsi una casa proprio perché il sistema bancario non concede mutui per la precarietà dell'occupazione. Agiremo perciò per ridurre l'area del precariato e per istituire un fondo di garanzie per i mutui alle giovani coppie. Per noi, tuttavia, i sistemi economici non si sostituiscono ai servizi. Porremo perciò a noi stessi e agli enti locali l'obiettivo di raddoppiare nell'arco della legislatura il numero degli asili nido, per andare incontro ad una domanda oggi largamente insoddisfatta. Ma ciò vale per tutti gli ambiti dei servizi alla persona. È questo il modo di garantire i diritti di cittadinanza a tutti, in particolare alle persone in maggiore difficoltà, spesso non autosufficienti: agli anziani, ai disabili, ai malati, a tutti coloro che vivono con disagio il loro inserimento nella società. Intendiamo attuare un programma di sviluppo dell'assistenza sociale sanitaria integrata, facendo affluire in un fondo nazionale per la non autosufficienza tutte le risorse già oggi impegnate nel settore, predisponendo un percorso di graduale incremento delle risorse pubbliche e facendo anche leva sulla grande risorsa del terzo settore. Sono tutti questi impegni congiunti con le Regioni ma a noi spetta regolare il sistema dei livelli assistenziali per garantire i diritti dei cittadini in qualsiasi parte del Paese essi abitino. Anche l'immigrazione è una risorsa umana non pienamente utilizzata. Interi settori dell'economia italiana sarebbero già paralizzati senza il contributo dei lavoratori stranieri. I timori degli italiani per quanto riguarda la competizione sul lavoro e l'accesso ai servizi sociali non possono essere ignorati e noi non gli ignoriamo, ma possono essere superati con un'immigrazione ordinata e controllata numericamente, che non leda i diritti di nessuno. Sistemi assurdi di accesso e il mancato governo di questo fenomeno favoriscono la clandestinità e impediscono la stabilizzazione e l'inserimento degli immigrati nella società. La legge in vigore si è dimostrata insieme demagogica e inefficiente. La nostra politica dell'immigrazione non si baserà, né sull'emarginazione, né sulla criminalizzazione; il nostro operato si baserà piuttosto su accoglienza, convivenza e garanzie e insieme sui doveri degli immigrati. Il tetto numerico va mantenuto perché il processo va governato ma dobbiamo rivedere la politica delle quote per un'immigrazione di qualità che accolga senza creare clandestinità, insieme alla selezione dei flussi, favorendo anche immigrazione di alto livello, perché se non c'è questa il Paese non acquista nuove esperienze.Occorre incoraggiare e favorire la piena integrazione fina alla cittadinanza. Chi vive e lavora nel nostro Paese deve sapere che se lo vuole anche per lui ci sarà un posto di cittadino nel completo rispetto dei diritti e dei doveri. L'acquisizione della cittadinanza italiana deve poter essere un traguardo certo dopo un congruo numero di anni di permanenza, perché la cittadinanza è anche il più efficace strumento di integrazione di cui la democrazia dispone ed è anche un potente fattore di sicurezza. Chi sceglierà di investire il proprio futuro e quello dei propri figli nel nostro Paese, chi saprà che qui ha possibilità di integrarsi per realizzare le sue aspirazioni, chi identificherà la sua convenienza nel successo della sua nuova patria sarà sicuramente un cittadino fedele alle nostre istituzioni e rispettoso dei nostri ordinamenti.Signor Presidente del Senato, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, la coesione sociale è un elemento fondante della qualità civile della nostra società. È un patrimonio che è stato faticosamente costruito e che in anni recenti è stato in parte consumato. Noi dobbiamo ricostituirlo ma in un'ottica nuova. L'insieme dei servizi sociali, la sanità, la scuola, la previdenza e la stessa distribuzione dei redditi non sono solo il risultato di politiche di redistribuzione ma parte integrante di un progetto di sviluppo civile, sociale ed economico del Paese.Su un altro piano è fattore di coesione anche l'attenzione a diritti e condizioni nuove, che meritano di essere comprese e giustamente tutelate. Per noi la coesione sociale è un fattore di sviluppo. Non possiamo pensare di competere riducendo il livello delle tutele e dei servizi sociali, né aumentando gli squilibri dei redditi; al contrario, dobbiamo valorizzare i fattori di equilibrio e coesione della nostra società e per questo i due fattori importanti sono la sanità e la scuola. La sanità non è solo un costo, è un grande settore che occupa centinaia di migliaia di persone qualificate, che produce tecnologia e innovazione. Finché continueremo a considerarla un costo l'ottica dominante resterà quella dei tagli. Se invece la percepiremo come un settore di importanza della nostra società fermo restando l'impegno ad un razionale ed efficiente impiego delle risorse potremo dedicare la nostra attenzione allo sviluppo ed alla valorizzazione delle competenze e delle sue grandi potenzialità. Il nostro impegno prioritario è comunque quello di garantire ai cittadini gli stessi standard di prestazioni ovunque risiedano, in qualsiasi Regione italiana risiedano. Per il futuro dell'Italia e per il suo sviluppo l'istruzione rappresenta l'elemento chiave: non si torna a crescere senza investire mezzi ed energie intellettuali nella ricerca, nell'innovazione e nella scuola. Dobbiamo investire in conoscenza diffusa, in qualità ed efficacia dei percorsi formativi, cominciando dalla scuola dell'infanzia fino ai livelli più alti, restituendo valore e dignità ai percorsi formativi tecnici e creando nuovi centri di eccellenza. Noi siamo consapevoli che la scuola è una macchina complessa, che ha bisogno di un progetto condiviso e di un lungo periodo per dispiegare l'efficacia dalla sua azione educativa. Dopo dieci anni di riforme e controriforme è giunto il momento di mettere ordine, di fare il punto, di cambiare ciò che palesemente non funziona e ciò che appare sbagliato e di dare finalmente stabilità alla scuola, valorizzando appieno l'autonomia degli istituti e il ruolo e i sacrifici degli insegnanti. Sbagliata appare la liquidazione della formazione tecnico professionale: abbiamo bisogno di valorizzarla e di estenderla attraverso percorsi universitari brevi, attraverso istituzioni che diventino le scuole tecniche del ventunesimo secolo. PRODI, presidente del Consiglio dei ministri. Ho già notato che si stanno intensificando in queste settimane segnali di uscita dalla stagnazione: ebbene, la ripresa economica sta evidenziando una mancanza di operai e tecnici specializzati in molti settori industriali che caratterizzano il sistema produttivo italiano. Solo la formazione e la specializzazione professionale possono riportare equilibrio tra domanda ed offerta di lavoro, limitando i nuovi flussi migratori. I nostri giovani devono ereditare ed accrescere la cultura industriale del Paese, il sistema scolastico e formativo è lo strumento che deve portare a questo obiettivo, riavvicinandosi al mondo della produzione. È necessario ricostituire quel binomio scuola tecnica impresa che è stato alla base della crescita industriale del Paese. Dobbiamo poi concentrarci sulla ricerca, perché la competitività economica del Paese richiede un grande salto in avanti in tutti settori della ricerca e dell'innovazione. Con appena l'1,1 per cento del PIL destinato a ricerca e sviluppo - e l'avete fatto voi - l'Italia è agli ultimi posti in Europa e nell'OCSE. E così si va solo indietro! E allora occorre un forte impegno nelle politiche per la ricerca, con interventi mirati su specifici programmi nelle aree di netta priorità, con il credito di imposta automatico sulle spese di ricerca, con il riconoscimento di agevolazioni per le assunzioni di ricercatori e con una politica attiva di trasferimento tecnologico. Faremo delle università italiane un polo di attrazione per la formazione dei giovani e dei ricercatori, italiani e stranieri, a cui occorre garantire stabilità e libertà di ricerca; stimoleremo in modo particolare le lauree in discipline scientifico tecnologiche, anche in creazione e al rilancio di distretti tecnologici collegati con l'università, gli enti di ricerca e le realtà produttive del Paese. Come dicevo, noi abbiamo risorse umane, energie, intelligenze e competenze da mobilitare in uno spirito di coesione, perché il nostro Paese torni a crescere; ma dobbiamo misurarci con la realtà dei conti pubblici che abbiamo ereditato. I conti pubblici sono sintesi delle politiche di un Paese: molti anni di bassa crescita e di forte dinamica della spesa pubblica hanno prodotto due conseguenze, che ora debbono essere immediatamente affrontate. Si è esaurito l'avanzo primario costituitosi negli anni '90 e, per la prima volta dopo il 1995, il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo ha ripreso a salire. Certo, la correzione è indispensabile per assolvere ai nostri impegni europei, secondo le linee concordate anche dal precedente Governo. Certo, essa è necessaria per stroncare al più presto incipienti segni di sfiducia dei mercati internazionali, ormai detentori di oltre la metà dei titoli emessi da emittenti pubblici italiani ed anche per stroncare inquietanti riferimenti a Paesi insolventi. Ma più ancora che per questi motivi, la correzione è indispensabile perché la ripresa in atto, invece di essere resa effimera dal rapido scontrarsi con un vincolo finanziario, si possa distendere in un processo di crescita duratura. Non vi è più spazio per correzioni affidate a manovre straordinarie; non sono possibili miracoli di ingegneria finanziaria. Sarà invece giocoforza intervenire sulle tendenze dei grandi capitoli della spesa pubblica centrale e periferica, stabilire un serio equilibrio tra potere di spesa e responsabilità della copertura, modificare la composizione della spesa e dell'entrata per rafforzare la capacità dei bilanci pubblici di promuovere la crescita. Questo sforzo andrà compiuto a inizio legislatura, guardando avanti, sapendo che la fiducia di chi investe e consuma in Italia, sia esso italiano o straniero, può nascere solo da una condizione di finanza sana. In ogni parte e regione dell'economia nazionale, pubblica o privata, vi sono settori, imprese, uffici, reparti dinamici e ben governati, dunque generatori di ricchezza, ed altri che invece di produrre ricchezza la consumano. La finanza pubblica e quella privata debbono rafforzare o riacquistare la capacità di distinguere e di indirizzare il risparmio verso le destinazioni che promuovono la crescita. La stessa riduzione della differenza tra quanto il lavoratore riceve e quanto esso costa all'impresa - il cosiddetto cuneo fiscale - dovrà essere selettiva e sarà articolata secondo questi principi. Una cosa è chiara: non possiamo adottare una politica dei due tempi, cioè prima il risanamento e poi la crescita, perché lo stato delle cose non ce lo consente. Le risorse aggiuntive di cui abbiamo bisogno per rilanciare il Paese non possono che essere generate dalla crescita economica e dalla riduzione, entro limiti fisiologici, di quel male patologico che si chiama evasione fiscale. Entrambe queste fonti devono essere riattivate e tale processo non darà certo risultati nel brevissimo termine. Nell'immediato dobbiamo di necessità cominciare a lavorare con le risorse che abbiamo, cercando di allocarle meglio e farle rendere di più. Intendiamo, dunque, ridurre sensibilmente, in una misura quantificabile in cinque punti nel primo anno di legislatura, l'eccessivo carico contributivo sul lavoro dipendente. Una riduzione che, andando a beneficio sia delle imprese che dei lavoratori, sarà capace di agganciarci con maggiore slancio alla ripresa europea, di avviare un nuovo ciclo di investimenti e di stimolare la ripresa dei consumi. Una riduzione che, attenuando di molto, la convenienza dei contratti atipici, contribuirà - come ho già avuto modo di notare - a contrarre l'area del precariato. La crescita del Paese non può non essere guidata dal nostro sistema produttivo. Siamo e dobbiamo restare un grande Paese industriale e quindi dobbiamo tornare a fare politica industriale. Lo faremo concentrandoci su quattro elementi. Il primo è il trasferimento tecnologico per aumentare il tasso di innovazione; il secondo riguarda la crescita dimensionale dell'impresa, con interventi fiscali e normativi che favoriscono fusioni e acquisizioni e il consolidamento delle filiere che ora sono in crisi; il terzo elemento è l'internazionalizzazione, con sostegni concreti alle imprese che esportano e che affrontano nuovi mercati; il quarto è la nascita di imprese in nuovi settori, anchecon grandi progetti di ricerca cofinanziati dal settore pubblico. È urgente entrare al più presto nei settori da cui siamo quasi totalmente fuori: le scienze della vita, la nanotecnologia, le nuove tecnologie di comunicazione e tutta l'innovazione in campo energetico, in cui la partita è ancora aperta. A supportare la crescente economia contribuiranno anche le politiche per il mercato e le liberalizzazioni. Noi dobbiamo garantire a famiglie e imprese servizi di qualità e competitività, liberando così importanti riserve da destinare alla crescita. A questo rinnovato sforzo dell'Italia è necessario che concorrano tutte le aree del territorio nazionale, ciascuna secondo le proprie specificità e le proprie vocazioni territoriali e produttive, ciascuna sviluppando al meglio le proprie potenzialità, come è necessario che concorrano tutti i diversi settori e apparati del Paese, dalla pubblica amministrazione agli enti locali, al sistema dei servizi e attività terziarie, alle grandi reti di comunicazione. Il Governo avrà perciò il compito di ristabilire un equilibrio istituzionale tra Stato, Regioni, Città metropolitane, Province, Comuni e comunità montane, per affrontare unitariamente le sfide del riordino istituzionale e del rilancio economico. Sarà anche compito del Governo coordinare e distribuire con oculatezza le risorse a disposizione di questi enti nei prossimi anni. Sarà suo compito soprattutto ricondurre a strategie integrate le azioni e tutti gli attori, dagli operatori economici agli amministratori, dai Governi territoriali alle forze sociali, per mettere in asse le vocazioni, le specificità e le differenze che caratterizzano le grandi aree del Paese. È giunto, infatti, il momento di formulare una grande strategia nazionale, in cui le differenze tra Nord e Sud siano ricondotte a unità, massimizzando le opportunità di ciascuno. È in questo quadro che il Governo sente come un dovere nazionale assicurare al Nord la possibilità di crescere e svilupparsi, nell'interesse dell'intera collettività. Il Nord è certamente la parte più avanzata del Paese e quella che ha maggiori risorse. A quest'area abbiamo molto da chiedere e molto da dare. Al Nord chiediamo di contribuire, come solo può fare, a rimettere in corsa la nostra economia, per riportare l'Italia nel gruppo dei Paesi più forti e dinamici. È quello che il Nord ha già fatto per due volte nella storia italiana, prima con il processo di industrializzazione e poi con la grande politica dei distretti industriali. Oggi il Paese ha di nuovo bisogno di un Nord forte e vitale, che traini la riscossa, tornando a impegnarsi con il dinamismo e l'ottimismo di cui ha già dato altre volte prova di successo. Al Nord sappiamo però di dover dare molto affinché possa riuscirvi. Ha bisogno di un sistema Paese che lo sostenga; ha bisogno di regole chiare e semplici, di infrastrutture moderne ed efficienti, di ricerca e di formazione. Noi vogliamo questo e opereremo in questo senso. Vogliamo che questa parte d'Italia e i tanti cittadini che vi vivono e vi operano sentano lo Stato non come avversario, ma come sostegno. L'avversario non è lo Stato; semmai è la competizione globale con le sue sfide e i suoi rischi. Nella competizione globale non si sta senza avere alle spalle uno Stato, che faccia della sua efficienza un elemento di diminuzione dei costi e della sua capacità di assicurare le infrastrutture necessarie come elemento essenziale della capacità di competere. Questa è la sfida ed è la sfida che il Nord sente con particolare intensità. Al Nord dobbiamo una risposta e la dobbiamo in tempi rapidi.L'altra grande area strategica, tradizionalmente considerata come area debole e che tuttavia offre oggi grande opportunità, è il Mezzogiorno. Al Mezzogiorno e alla sua popolazione noi dobbiamo molto e lo dobbiamo non solo per ragioni di equità e giustizia sociale, non solo perché è giusto che abbia le risorse e le opportunità necessarie per partecipare a pieno titolo allo sviluppo del Paese, ma anche perché nella competizione globale il Mezzogiorno è una grande risorsa e una grande opportunità. Al Mezzogiorno occorre un nuovo progetto condiviso e fatto proprio da tutta la Nazione, che sappia cogliere la straordinaria opportunità derivante dalla sua collocazione geografica, che fa di quest'area la grande piattaforma di interconnessione tra l'Europa e l'Asia. Grazie alla sua posizione il Mezzogiorno può e deve diventare lo snodo commerciale e di trasformazione per i prodotti che pervengono dall'Asia e che sono destinati all'Europa. Occorrono grandi investimenti infrastrutturali nei porti, nelle strade, nelle reti ferroviarie. Occorre creare adeguate autostrade del mare che consentano di smistare per questa via le merci destinate alle diverse parti del continente, muovendo dai porti del Mezzogiorno a quelli del Nord Italia e dell'Europa. Occorrono professionalità e strutture di servizio adeguate alle dimensioni di un progetto che può avere prospettive grandiose.Come ho già detto, solo una grande capacità organizzativa può farci realizzare ciò. La stessa capacità organizzativa da cui dipende il rilancio di un altro importante settore di attività del Mezzogiorno: il turismo e tutte le attività legate alla valorizzazione del consistente patrimonio artistico e culturale. Certo, il Mezzogiorno ha bisogno di risorse finanziarie che oggi sono limitate, ma non può essere concepito come un peso per il Paese. Non è così ed esso presenta una grande opportunità che sta a noi cogliere dentro un grande progetto di sviluppo integrato dell'Italia. Il Governo sarà fortemente impegnato su questo terreno e ricercherà la collaborazione di tutte le forze sociali e produttive, e degli enti locali. Come sarà impegnato ad intensificare la lotta alla criminalità e specialmente alla criminalità organizzata. Fino a che così tanta parte del territorio italiano sarà attanagliato dal cancro della malavita organizzata è pressoché impossibile attrarre investimenti stranieri nella misura che sarebbe necessario. È il primo problema che gli investitori stranieri mi evidenziano. Dunque, lotta senza quartiere alla criminalità organizzata, sapendo che non si tratta soltanto di difendere la legalità e la maestà della legge, che pure sono valori assoluti in uno Stato di diritto, né solo di rispondere alla domanda angosciosa che mi sono sentito rivolgere dai giovani di Locri (che mi hanno tutti chiesto: "Fra un mese, vi ricorderete ancora di noi?"), ma sapendo anche che, in assenza di una continua, assidua e determinata azione di contrasto, non saremo in grado di sostenere e sviluppare la nostra economia e accrescere la nostra capacità di attrarre investimenti.La tutela della sicurezza è peraltro un valore essenziale per tutti i cittadini, e lo è tanto più oggi di fronte a nuovi pericoli e minacce che spaventano e preoccupano. Anche sul fronte della sicurezza imporre il rispetto reale della legalità è oggi un valore assoluto. Non lasceremo nulla di intentato per difendere il dominio della legge in ogni parte del Paese. Alle donne e agli uomini delle Forze di Polizia, come ai Carabinieri che con essi garantiscono la nostra sicurezza, chiederemo sforzi straordinari. Essi hanno saputo conseguire successi, anche nella lotta al terrorismo, per cui li ringraziamo. Noi cercheremo di sostenerli con ogni mezzo possibile, consapevoli che da loro, dalla loro professionalità e dedizione, dipende non solo la nostra tranquillità, ma anche la nostra crescita economica. In questi anni sono state compiute scelte in un settore fondamentale del nostro ordinamento, quale quello della magistratura ordinaria, che hanno creato un clima di tensione, talvolta di forte tensione. Mi riferisco, in particolare, a riforme pensate ed attuate troppo spesso con uno spirito punitivo e comunque con atteggiamenti non adeguatamente collaborativi. Noi vogliamo ridare serenità ai giudici italiani. Vogliamo che essi possano operare con imparzialità e professionalità, circondati dal rispetto e sempre tutelati nella loro indipendenza. Ma noi siamo consapevoli, come tutti gli italiani, che la nostra giustizia è troppo lenta, che troppo spesso non è assicurato con l'efficienza e la tempestività che la società moderna richiede il servizio che essa deve assicurare, per garantire quel valore fondamentale che è il riconoscimento delle ragioni di chi ha ragione e la condanna di chi ha torto.Sappiamo pure molto bene che la lentezza della giustizia è anche il freno alla competitività del Paese. Per questo, mentre opereremo per ridare serenità e tranquillità ai nostri magistrati e per tutelarne e garantirne l'indipendenza, chiederemo ad essi di compiere ogni sforzo per migliorare sostanzialmente l'efficienza della macchina giudiziaria. Per questo, mentre faremo tutto il possibile affinché vengano soddisfatte le giuste richieste di maggiori mezzi e migliori strutture, chiederemo tempi più rapidi, processi più veloci e, in definitiva, una giustizia più giusta. Sarà compito del Ministro della giustizia seguire con attenzione questo aspetto essenziale e riferirne periodicamente al Governo e se il Parlamento vorrà al Parlamento, con l'obiettivo molto ambizioso - certo me ne rendo conto - di dimezzare nei cinque anni il numero delle cause pendenti. Il Governo intende proporre al Parlamento di studiare un provvedimento diretto ad alleggerire l'attuale, insostenibile situazione delle carceri e lo dovremo studiare con la profondità e la drammaticità che la situazione ci impone. Già da anni, anche delle sedi più elevate, questo tema è proposto alla nostra attenzione. Oggi, all'inizio di una nuova legislatura, è nostro obbligo offrire una risposta.Così come dobbiamo offrire una risposta al rinnovamento delle istituzioni che il nostro Paese si attende, non la risposta sbagliata e dirompente di riforme della Costituzione a cui la nostra maggioranza si opporrà compatta nel prossimo referendum, ma una risposta di aggiornamento della nostra Costituzione e di riforma della legge elettorale, attraverso la ricerca di una costruttiva e larga collaborazione fra tutte le forze politiche del Paese. Ho richiamato in questo mio intervento il Trattato costituzionale dell'Unione europea e poi la nostra Costituzione; entrambi valgono come attestazione della nostra identità condivisa e della nostra civiltà, si fondono su valori universali e indivisibili della dignità della persona umana, della libertà, dell'uguaglianza, della solidarietà e della pace. Memorie e sintesi di valori umani e spirituali profondi, di storie e ispirazioni ideali diverse di cui è ben viva la traccia dell'Umanesimo e della radice cristiana. Di questi valori, di questa nostra identità, noi andiamo orgogliosi e intendiamo viverli nella forma del dialogo, dell'accoglienza e del riconoscimento delle altre ispirazioni secondo quello che riteniamo essere il moderno progetto di un cittadinanza democratica. Un progetto avverso a tutte le forme di discriminazione, a tutte le forme di violenza e di odio, un progetto che la nostra Carta costituzionale affida al moderno principio della laicità dello Stato. Tale concetto implica non l'indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale. Con la principale di queste confessioni, la Chiesa cattolica, lo Stato italiano ha elaborato negli anni un proficuo processo di collaborazione ben definito da quell'insuperato riconoscimento della nostra Costituzione riguardo al rapporto tra Stato e Chiesa, ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani e per ciò stesso capaci di reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e per il bene del Paese. In questo spirito, quattro anni orsono abbiamo tutti salutato nell'Aula della Camera quell'infaticabile profeta della patria che è stato papa Giovanni Paolo II.Oggi, con lo stesso spirito, vorrei fare giungere gli stessi sentimenti al suo successore papa Benedetto XVI e nello stesso momento e con lo stesso spirito saluto anche tutte le altre chiese, le chiese evangeliche e ortodosse, le comunità ebraiche a cui va la mia e la nostra solidarietà per i recenti tristi atti di intolleranza di cui sono state fatto oggetto e le comunità musulmane e tutte le altre comunità religiose che operano nel nostro Paese, in un comune senso di cittadinanza democratica a cui tutti offro e a cui tutti chiedo collaborazione per fare crescere il bene comune come bene di tutti. Signor Presidente del Senato, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, nel preparare il discorso con cui vi ho presentato il Governo che ho l'onore di presiedere, ho fatto la scelta di non sottoporvi l'elenco di provvedimenti ma di esporvi piuttosto le grandi linee di azione che ci accingiamo a svolgere, il nostro approccio ai problemi che abbiamo di fronte, se volete - se la parola non è eccessiva - la nostra strategia.Io spero innanzitutto di essere riuscito a comunicarvi il senso di urgenza che avvertiamo, il senso di urgenza con cui ci accingiamo ad operare. La nostra società ha in sé le energie e le competenze per far ripartire l'Italia. La nostra società ha le risorse che contano nel mondo d'oggi: lavoratori straordinari e imprenditori, piccoli e medi, che sono il nostro biglietto da visita nel mondo. I nostri successi sono stati il frutto di ingredienti semplici: imprenditori coraggiosi, apertura alla concorrenza e ai mercati internazionali, grande attenzione alle risorse umane e ai lavoratori, legame con il territorio e le sue tradizioni produttive, una scommessa sulla innovazione.Questa è la ricetta che dobbiamo promuovere e sostenere, per rilanciare le nostre poche grandi imprese e per far diventare grandi quelle di media dimensione. E' una sfida che ancora possiamo vincere. Ma i tempi si sono fatti molto stretti. Non dobbiamo ingannare noi stessi, illuderci che in qualche modo possiamo farcela senza un lavoro duro, serio, continuo, un lavoro giorno dopo giorno. E' così che noi ci accingiamo a operare, con l'impegno di governare per la durata della legislatura perché solo stabilità e continuità possono portarci a centrare gli obbiettivi che ci poniamo. Noi riteniamo di avervi presentato un programma serio e un progetto all'altezza dei problemi che abbiamo di fronte. Non c'è in noi nessuna presunzione di autosufficienza intellettuale. Non ci sarà alcuna proposta, da qualsiasi parte provenga, che non verrà esaminata con attenzione. Pur nella distinzione dei ruoli, c'è spazio per il costruttivo apporto di tutti; perché tutti qui dentro, ne ho la certezza, abbiamo a cuore il futuro dei nostri concittadini e della nostra Italia; perché tutti qui dentro, ne sono sicuro, vogliamo che l'Italia torni a vincere. Noi lavoreremo perché un nuovo dinamismo percorra tutto il Paese e uno spirito di coesione sostenga il suo cammino. Come sugli antichi sentieri d'Europa, il cammino di Santiago e la via Francigena, l'Italia non solo guarda alla meta ma vive la bellezza del percorso, del dialogo, dell'incontro che lo arricchisce. Noi ci siamo messi a servizio del suo cammino con tutte le nostre forze. Ed è su questi propositi e su questo programma, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, che chiedo a nome del Governo la vostra fiducia.