20 maggio, 2006

IL SEQUESTRATO DI MONTE DI DIO




AGOSTINO CORDOVA:
UN GRANDE UOMO.

Giorgio Bocca intervista il procuratore di Napoli Agostino Cordova.
C'è un magistrato che ha avuto anni di notorietà e pubblica ammirazione per le sue inchieste difficili e pericolose, procuratore a Palmi e poi a Napoli, il quale ad un certo punto è stato epurato dalla magistratura stessa, perché troppo scomodo e difficile da gestire. Parlo di Agostino Cordova. Giorgio Bocca, nel suo ultimo libro Napoli siamo noi, è andato a intervistarlo nella caserma in cui vive segregato, lontano da quella Procura che lo ha rigettato con l'accusa di "incompatibilità ambientale". Un'accusa per la verità fondata: in una città come Napoli, una persona che cerchi di perseguire la legalità ad ogni costo senza guardare in faccia a nessuno è destinato per forza di cose ad essere giudicato incompatibile con l'ambiente.
Il testo che segue riproduce il secondo capitolo del libro di Bocca (Giorgio Bocca, Napoli siamo noi. Il dramma di una città nell'indifferenza dell'Italia, Feltrinelli 2006, pagine 9-15).

Rivedo il procuratore Agostino Cordova in un tiepido pomeriggio di metà luglio a Napoli nella caserma della polizia che sta sotto la reggia aerea di Capodimonte, a Monte di Dio. Dico sotto perché nel grande corpo di Napoli la ripartizione napoleonica in quartieri e strade e numeri civici non è ancora stata accettata, si dice ancora 'ncoppa, abbascio, affianco, vicino a qualche luogo riconoscibile a occhio, a tatto, a odore. Da anni ospite o prigioniero della caserma? Nel 2004 lo hanno emarginato dalla magistratura per "incompatibilità ambientale", un reato inesistente, inventato da una burocrazia che non ti uccide subito, ma ti mette una maschera di ferro sul viso, ti isola, fa di te un innominabile, sorvola se qualcuno ti nomina, come se tu fossi qualcosa a metà fra un'impurità e un rimorso. Tutti che prendono le distanze. "Non conosco il caso, non ho seguito la vicenda, non ho capito." Ma lui, il procuratore, ha capito benissimo e con dolore. "Vede, sono il primo a riconoscere che sono incompatibile con l'ambiente, ma a volte mi chiedo se non è l'ambiente incompatibile con me. Un ambiente inafferrabile. Nell'aprile del 2004 mi dissero che una commissione d'inchiesta parlamentare si sarebbe occupata del mio caso. Non se n'è saputo più niente. Ho diretto un'indagine sulla massoneria, sui legami massonici fra Napoli e Roma. Gli atti non sono mai arrivati a Roma. Napoli non li ha trasmessi. Hanno detto che avevo individuato i casi ma non i reati. Esiste un alto commissariato contro la corruzione: è una scatola vuota. Sì è vero, con questo ambiente sono incompatibile." La caserma di polizia di cui Cordova è ospite o prigioniero è arroccata sulla montagna o collina o città in cui palazzi, forti, chiese, a partire dal Castel dell'Ovo, stanno tutti uno dentro l'altro, uno sopra l'altro, collegati da salite, archi, gallerie in cui automobili e camionette si fronteggiano, non possono passare eppure passano a lamiere che si rasentano, a colpetti di clacson che avvisano solo della nevrosi collettiva; ce ne sono che si sfogano con un piccolo pugno sul segnale acustico, una mezza pernacchia di rumore e avanti nell'impenetrabilità dei corpi.
Il procuratore Cordova, sua moglie e io stiamo in un salone che non si capisce a cosa serva in una caserma di polizia, aperto su una terrazza da cui si vedono il mare e il cielo di Napoli, nella bellezza eterna e gratuita per tutti, da Posillipo al Vesuvio, nella grande città dove tutti corrono, pensano, cercano di vivere nella maniera più faticosa e angosciante. Siamo attorno a un tavolinetto, unico mobile del salone e io guardo il dolore senza speranze di quest'uomo nobile e sventurato, nato per una legge uguale per tutti, anche per il buon Dio, profondamente stupito - indignato no, la sua conoscenza degli uomini esclude l'indignazione - stupito, questo sì, dal gran disordine in cui gli è toccato di vivere. Veste un abito nero che cade addosso al suo corpo smagrito e piegato, lui che quando lo conobbi dodici anni fa nella procura di Palmi era l'immagine di un vigore felice, la camicia candida che si curvava come una vela sopra la rotondità del ventre, lui che ora si passa una mano sui capelli bianchi e si ripete le domande senza risposta. "Per cinque anni ho fatto il procuratore a Palmi, per dieci a Napoli e amici o nemici sono come spariti in questa mia incompatibilità ambientale. Dove sono i colleghi amichevoli e sorridenti che le presentai per farle vedere che la giustizia era anche una compagnia di uomini solidali, lieti di fare un buon lavoro, di affrontare i pericoli per la difesa di uno stato giusto? Che fine hanno fatto tutte le nostre opere giuste e tutte le anomalie che abbiamo segnalato? A che è servito chiedersi quali carriere avevano fatto gli uomini della P2? Chi erano i milleseicento iscritti rimasti senza nome? Dieci anni fa alcuni dirigenti del Partito comunista chiesero al governo di mandarmi a Napoli. Avevo fama di uomo di sinistra. Quando hanno visto che per me destra e sinistra erano la stessa cosa hanno cambiato idea, si sono detti: questo Cordova è venuto in bocca ai lupi. Mi rimproverano l'ingenuità di avere indagato su un'associazione potente e segreta come la massoneria. Un'organizzazione segreta? Accettata e temuta dallo stato? Questa era una concezione dello stato per me incompatibile."
Dico: "Forse non era compatibile con la società italiana la sua intransigenza".
"Intransigenza? Io penso di avere semplicemente cercato di far osservare le regole. Ho istituito un ufficio per le impugnazioni delle sentenze ingiuste. Un camorrista notorio e confesso veniva ingiustamente assolto? I giudici non impugnavano la sentenza. Ordinai che lo facesse la procura. Centinaia di sentenze. Sbagliavo a oppormi all'archiviazione di delitti e abusi, nel migliore dei casi dovuti all'ignoranza della legge penale? Ma la legge non dice che l'ignoranza giustifica. Dovevo stare a guardare? Essere rigorosi nuoceva all'ufficio? La politica, gli affari e tutto qui vanno avanti con i compromessi. Mi spiace. Ma chi ha il compito di far osservare la legge deve intervenire, quando vede comportamenti inaccettabili. E se in questo compito peccavo, a volte, di autoritarismo potevano denunciarlo, farlo giudicare. Non è stato fatto. Lo si è globalmente sostituito con la vaga accusa d'incompatibilità ambientale. Dicono: non dovevi inquisire la massoneria. Ma io non ce l'avevo con quelli dei triangoli e dei grembiulini e di simili giochetti, ce l'avevo con la massoneria deviata di soci coperti che intervengono nella pubblica amministrazione facendone parte. Misi insieme milletrecento faldoni. Non sono riuscito a sapere che fine abbiano fatto. Forse lo sanno alla procura di Roma. Dicono che perdevo il tempo nelle discussioni sulla legge. Ma io non ho fatto mai discussioni, le questioni le ho sempre poste per iscritto. C'era del malcontento per il mio modo di agire? Può darsi, ma era la prova che non mi lasciavo condizionare dagli interessi personali o di gruppo, come nel caso delle automobili rimosse."
Non a caso il procuratore Cordova si è trovato di fronte, a Palmi come a Napoli, a due misteri automobilistici, due colossali truffe automobilistiche. A Palmi migliaia di automobili venivano denunciate alle compagnie di assicurazione come distrutte o semidistrutte in incidenti di strada. Il tutto documentato da false fotografie o false riparazioni di carrozzieri. E risultava che le filiali delle compagnie di assicurazione derubate partecipavano alla truffa. A Napoli la truffa era colossale e coperta da autorità governative: le automobili rimosse dai vigili urbani per sosta vietata finivano nei depositi senza che i proprietari venissero avvisati. I proprietari pensavano che fossero state rubate e si facevano pagare il furto dalle assicurazioni. Le automobili venivano vendute in Italia e all'estero con falsi documenti. Pare che negli anni siano state circa ottantamila, con la complicità di funzionari del comune e della prefettura. Non si poteva parlare di confisca perché i proprietari non erano stati avvertiti. Quando scoppiò lo scandalo, un alto funzionario mandò alla rottamazione le auto rimaste nei depositi. Si arrivò a un processo celebrato a Roma e tutti gli imputati vennero assolti dall'imputazione di "dolo virtuale". Il più illustre degli imputati, un prefetto trasferito in altre città, era un uomo dell'Opus Dei.
"Ahi ahi Cordova, prima la massoneria, poi l'Opus Dei, ma lei in fatto d'imprudenza è davvero recidivo."
Interviene la signora Cordova: "La vera `camorra' forse sono i colleghi di mio marito, sono i giudici che si fingevano suoi amici quando lui passava in procura. Lui lavorava senza guardare che cosa poteva essere utile a questo o a quello. Non sopportavano di essere controllati, di dover lavorare duro e onestamente. Appena hanno potuto hanno organizzato il loro complotto e si sono rivolti al Consiglio superiore della magistratura ponendogli questo ricatto: volete che a Napoli in qualche modo la funzione giudiziaria funzioni? E allora liberateci da Cordova. È stata davvero una liberazione ambientale. Tutti hanno potuto dedicarsi alle loro carriere, dare i lavori a chi volevano o anche solo fare i loro comodi". Interviene Cordova: "Mi hanno rimproverato di discutere poco e di scrivere troppe circolari, insomma di una dittatura burocratica. Ma non facevo circolari, davo solo le mie disposizioni per iscritto affinché restasse la prova che le avevo date. Fino al 2004 il Consiglio superiore ha approvato il mio modo di organizzare la giustizia. Poi improvvisamente ha deciso che non era compatibile con l'ambiente e neppure con la funzione".
Il procuratore Cordova è stato operato per mal di cuore, il vecchio crepacuore degli onesti ingiustamente accusati. E la mortificazione continua, con piccole vessazioni. Chiede che gli paghino delle ferie arretrate e non riceve risposta, deve ricorrere al Tar, chiede trenta giorni per malattia e non glieli concedono con la scusa che su un giornale hanno letto di averlo visto alla presentazione di un libro. Cinque anni fa si è dimesso dall'Associazione magistrati che non lo aveva mai tutelato. Dice il procuratore: "Se qualche merito ho avuto, me lo hanno trasformato in colpa. Sono intervenuto per regolare l'uso dei telefoni degli uffici: tutti li usavano per gli interessi propri. Hanno dato torto a me e hanno assolto loro con la scusa che il telefonino è stato concesso ad personam, che potevano cioè usarlo come volevano. Ho fatto sparire da Napoli il contrabbando dei tabacchi e hanno detto che toglievo il lavoro alla povera gente. Per i miei nemici, il contrabbando era l'equivalente della Fiat, e io, il procuratore cattivo, lo avevo tolto alla città. Secondo il Consiglio superiore sono stato per anni l'esempio del magistrato inquirente, insensibile alle pressioni, instancabile nel lavoro, pronto a intervenire contro gli eccessi e i vizi burocratici. Ora sono uno che aveva una vena di follia, che sospettava di tutti e tutto, che metteva chiunque sotto controllo, insomma un mezzo paranoico che indagava sui poliziotti senza motivo mentre rischiavano la pelle. Un maniaco che denunciava il male ma non lo curava, che faceva inchieste su tutto senza mai concluderne una. Ma se ne sono accorti dopo sette anni; prima, come lei ricorderà, i più promettenti giudici di Napoli mi stavano attorno. Mi chiede come si sono comportati quelli che mi assistevano solerti e giulivi? Alcuni sono passati dalla parte degli accusatori, altri hanno fatto i fatti loro, il caso non li interessava. Certo, Napoli non è una città dove è facile far rispettare la legge. Qui è fallito anche l'uso del braccialetto elettronico per il controllo dei condannati agli arresti domiciliari. La legge che funziona a Bologna non funziona a Napoli. Funziona per disfarsi dei magistrati che disturbano il quieto vivere".
Sono legato a Cordova da una memoria giornalistica. Il cronista del Nord che scende negli anni ottanta a Palmi, la città della 'ndrangheta e delle carceri speciali, esce dall'autostrada, chiede dove sta la procura e arriva su una piazzetta bianca dove il nuovo Palazzo di giustizia è blindato come in un villaggio del Far West, poliziotti a centinaia di guardia agli ingressi, ai corridoi, ai terrazzi. Poliziotti che mi accompagnano con il mitra puntato fino all'ufficio del procuratore; e trovo un signore alto con i capelli a spazzola grigi, quella camicia bianca che si gonfia come una vela sotto il suo pacifico ventre. È appena arrivato da Reggio Calabria con la scorta, ogni giorno andata e ritorno sull'autostrada su cui la mafia può ucciderlo dove vuole: dai roccioni che la fiancheggiano, all'uscita delle gallerie dove il sole ti acceca. Su e giù per anni, e a casa non sono mai sicuri che suonerà ancora alla porta. Gli stavano accanto due giovani sostituti lieti di lavorare con lui in quel forte avanzato della legge, di crescere alla sua scuola di coraggio e ironia. "Si accomodi dottore, qui il lavoro non manca, stamattina c'è stata una riunione dei cinquantaquattro clan mafiosi della provincia. Non ci hanno invitati ma sanno che ci siamo." E scrissi allora come di uno cui è venuta la nausea delle parole, così si tiene accanto un giudice, Francesco Neri, ancora giovane e che ha ancora la voglia di parlare; gli dà l'avvio, interviene se gli sembra che divaghi, che non arrivi subito al cuore delle cose. A Palmi c'era il giudice Macrì che diceva: "Siamo in un Far West senza sceriffi dove i sorvegliati speciali sono i giudici". Già allora, del resto, lo accusavano di reati inesistenti ma da non perdonare. Dicevano che nelle indagini sui socialisti calabresi c'era il fumus persecutionis. E già allora Cordova rispondeva: "Dicono che sono incompatibile con l'ambiente. Forse vogliono dire che perseguito i malviventi". Già allora molti si chiedevano: "Ma che vuole questo Cordova?". Lui taceva e li mandava in bestia. Poi l'ho raggiunto alla procura di Napoli dove la sinistra lo aveva accolto con favore pensando che fosse uno dei loro, ma era uno che non era di nessuno. Stava al quarto piano del decrepito Palazzo di giustizia. I piani inferiori erano un suq: un grande mercato del contrabbando, vendevano sigarette anche davanti alla sua porta. Li spazzò via. Dissero che aveva rovinato l'economia della città. Ho subito il fascino di questo mastino mandato a difendere la legge nelle terre dei fuorilegge? Certamente sì, le persone coraggiose mi piacciono, mi piacciono anche quelli che dicono sì al sì e no al no; ma c'è una ragione profonda, inequivocabile per cui sto dalla parte sua... ed è che la giustizia che lo ha emarginato è una giustizia cattiva, ipocrita, vile. Forse Cordova a Napoli scriveva troppe circolari e perseguiva una giustizia impossibile, ma del mondo che lo ha respinto si può dir questo: che dai tempi della Repubblica e anche da prima non ha mai condannato un politico potente, e che oggi arrivati agli anni duemila non c'è uno dei democristiani che hanno fatto il vento e la pioggia a Napoli e nel Sud, che hanno sperperato i soldi della Cassa del Mezzogiorno che sia stato condannato: neppure Silvio Gava, o il Fantini dei falsi controlli della ricostruzione, o il De Lorenzo delle tangenti e il Di Donato craxiano. Nessuno. E Agostino Cordova al confino? No, non ci va bene.

Articolo di Michele Diodati

fonte:http://pesanervi.diodati.org/pn/?a=260

1 commento:

Anonimo ha detto...

Cosa rimarrebbe da dire...è un manifesto chiaro. Scrivo da Palmi, seppur lontano dai poteri forti mi rendo conto che mi trovo costretto a convivere con la loro arroganza e prepotenza. Bisognerebbe utilizzare il dna del Dott.Cordova per clonarlo e mandare 50 Dottori Cordova soltanto per il paese di Palmi...forse si comprenderebbe che l'ambiente ama la Giustizia e si allontanerebbe questo puzzore di sudicio proveniente da collusioni varie che piegano i cittadini nel vivere quotidiano.
Grazie,