10 maggio, 2006

Situazione economica della Calabria durante la Seconda Guerra Mondiale


All'alba del 3 settembre 1943 l'ottava armata anglo-americana sbarco' sulle coste calabresi, prima ancora che il Re e Badoglio giungessero a Brindisi . Il 14 successivo le avanguardie, senza aver incontrato particolari resistenze, entrarono a Cosenza. Il corrispondente del Times riferiva che la Calabria era "terra di nessuno", con i tedeschi in ritirata e le truppe di "liberazione" fiancheggiate da piccoli gruppi di soldati italiani. Lo sfascio e la confusione erano enormi.In effetti, la popolazione non era stata investita in modo massiccio dalle operazioni belliche, ne' l'avanzata alleata aveva provocato scontri particolarmente cruenti, lo sfollamento aveva riguardato solo gli abitanti di Reggio e degli altri centri maggiori, eppure la regione nel suo complesso appariva allo sbando.In realta', dopo il 25 luglio nessuno si auspicava il proseguimento della guerra, i sogni di vittoria erano spariti dopo pochi mesi dall'inizio del conflitto, in concomitanza con le prime sconfitte militari. Il profilarsi di una guerra lunga ed estenuante, aveva repentinamente fatto dileguare gli entusiasmi dei primi tempi, del resto mai molto diffusi, gia' nel 41 insuccessi militari e restrizioni economiche avevano suscitato apatia e disfattismo. La voglia di resistere, mai radicata, si era andata affievolendo gradualmente, i bombardamenti rituali e metodici anche se non particolarmente violenti, concentrati specie sulla costa tirrenica, l'avevano fatta scomparire del tutto. Le autorita' locali non avevano retto e cio' che si sapeva della "congiura e della diaspora dei gerarchi centrali non invitava alla resistenza, il questore di Reggio riferiva :"lo stato di ipertensione nervosa e' al colmo, la fede vacilla in molti iscritti o meno al PNF" .Lo scollamento interno si era evidenziato durante la guerra, che non era stata ne' lampo ne' breve, ma lo stato di collasso preesisteva e gli ultimi traumi lo rendevano irreversibile.Su molte famiglie pesavano i morti, meno numerosi della prima guerra mondiale, ma non irrilevanti, i calabresi morti e dispersi per cause belliche negli anni 1940\45 furono 14.364 d i cui 2.630 civili, ma soprattutto su gran parte della popolazione pesavano i gravi effetti dell'economia bellica. Durante il conflitto, indubbiamente alcune categorie avevano approfittato dello stato di guerra: nel partito fascista, nelle strutture decisionali e operative di finanziamento e di approvvigionamento e soprattutto nei settori agricoli, che disponevano di generi di consumo, giunti a prezzi altissimi. L'economia di guerra, esaltando il precedente vincolismo e gravando in particolare sugli strati sociali a reddito fisso, che non avevano margini sufficienti di autoconsumo, aveva turbato profondamente la popolazione.In piu', il razionamento dei principali beni di consumo, dando vita al mercato nero, aggravava lo stato di privazione, colpendo in particolare le classi meno abbienti ed operaie.Dunque, e' proprio durante la guerra che si crea la frattura decisiva tra la popolazione e il regime, e' in questo periodo che, come giustamente osserva Nicola Gallerano, si assiste alla disgregazione delle basi di massa del fascismo. Nel mezzogiorno protagoniste di questa rottura saranno in particolare le masse contadine.Il 24 aprile 1941 il ministro delle corporazioni istituiva con carattere di obbligatorieta', sia per i datori di lavoro, che per i lavoratori stessi, un prolungamento dell'orario di lavoro di due ore, concedendo anche la possibilita' di aumentarlo di altre due ore e di sospendere le ferie. questo era un pesante intervento, con cui lo Stato tendeva a piegare alle sue necessita' il rapporto di lavoro del mondo agricolo, gia' ampiamente regolamentato. Braccianti, salariati fissi, avventizi, lavoratori specializzati , ecc… vedevano cosi' aumentare l'orario di lavoro a 10\12 ore al giorno e, di estate, anche a 14\15. Si tornava a livelli di sfruttamento del lavoro umano che solo i contadini piu' vecchi potevano ricordare. Nello stesso tempo, e questo era un elemento di novita', la partenza di molti giovani per i vari fronti, aveva svuotato le campagne di braccia, veniva cosi' alleviata la situazione di acuta disoccupazione che aveva assediato le campagne sul finire degli anni 30, contemporaneamente migliorava la situazione salariale ,anche se a questo aumento dei salari corrispondeva un notevole aumento dell'inflazione, che provocava a sua volta, una continua crescita del costo della vita. Inoltre la maggiore difficolta' di reperire lavoratori nelle campagne, per la sempre minore disponibilita' di braccia e per le maggiori richieste salariali dei contadini rimasti, colpiva soprattutto la piccola e media proprieta', che si ritrovava nella stessa situazione creatasi durante il periodo dell'ondata migratoria. In una relazione della questura di Catanzaro, dei primi del 43, la situazione del mercato del lavoro agricolo veniva delineata in termini di crescente precarieta' :"l'assenza della maggior parte dei contadini idonei, richiamati alle armi, e le esorbitanti pretese di salario da parte di quelli rimasti, hanno ritardato e intralciato molti lavori stagionali, come la sconcatura e la potatura dei vigneti." Anche nella provincia di Reggio la manodopera scarseggiava, qui a mettere in crisi il mercato del lavoro, gia' precario, erano le raccoglitrici di olive che si rifiutavano di lavorare ai prezzi imposti dalle tariffe sindacali, la vertenza si risolse in questo caso con un atto di forza come riporta il questore della citta' : "l'energico intervento delle organizzazioni dell'agricoltura e' valso in qualche modo a sanare le varie situazioni, spostando convenientemente la manodopera da azienda ad azienda, da comune a comune" come si vede anche le organizzazioni sindacali, sia dei padroni che degli operai contribuivano a svolgere funzioni di crumiraggio e di polizia, che certo non spettavano loro. La difesa dei supremi interessi della Nazione era, come sempre, il motivo per giustificare lo sfruttamento e la irrigimentazione sempre piu' spinta delle forze lavoro. Anche dalla provincia di Cosenza in quella stesso periodo, provenivano notizie riguardo la cronica deficienza di manodopera. Peraltro, il sempre piu' largo ricorso delle autorita' alla precettazione non bastava di certo a risolvere il problema, scriveva il prefetto di Catanzaro nell'autunno del 43 : "in coincidenza con i lavori delle semine e con il raccolto delle olive, invero non abbondante, si riscontra una preoccupante deficienza di manodopera, soprattutto nella zona del litorale ionico e nel crotonese. Le precettazioni in servizio civile non danno che scarsi risultati". La pratica delle precettazioni incontrava in effetti forti resistenze da parte dei contadini e non era gradita neanche a diversi podesta' che, assecondando le pressioni del patronato locale, si opponevano al trasferimento forzato dei braccianti in altri centri. Tutto cio', creava evidentemente conflitti interni tra i vari ceti, che si ripercuotevano sulla compattezza del mondo agrario, in particolare si sviluppava un'accesa conflittualita' tra la piccola-media proprieta' e i grandi proprietari, fiancheggiati dalle autorita' politiche.Cio' che colpiva i ceti piu' poveri della campagna in quegli anni era la crescente penuria dei generi alimentari, sicuramente, rispetto ai ceti proletari urbani, le figure, anche quelle subalterne, del mondo agricolo erano meno soggette allo spettro della fame, ma cio' non toglie che anche esse non fossero mai del tutto autosufficienti.La cronica penuria dei beni di prima necessita' e la conseguente disfunzione degli approvigionamenti cominciarono a tormentare i comuni calabresi sin dai primi anni di guerra. Gia' nel maggio del 41 una raccomandata della settima zona dell'OVRA segnalava al capo della polizia la situazione difficile in cui versavano diversi comuni nella provincia di Reggio ;"le difficolta', che nella provincia di Reggio ancora si incontrano, per procurare pane sufficiente alla quotidiana alimentazione, mantengono quelle popolazioni in continua ansia...,le autorita' vigilano continuamente intervenendo con ogni mezzo per prevenire o stroncare sul nascere le proteste dei piu' audaci, ma non vi e' dubbio che il malumore dei contadini per la razione di pane fissata per molti comuni in grammi 200\250,la carenza di grassi ,del riso e delle paste alimentari, e ora del solfato di rame ,mantiene negli interessati uno stato di insofferenza che non puo' non preoccupare per l'ordine pubblico di alcuni territori"La situazione di Reggio era aggravata dal suo particolare assetto agrario, questo territorio era decisamente povero di grano, come sottolinea un'altra circolare della OVRA sempre del maggio 41 "...in un territorio come quello di Reggio dove la produzione granaia e' quasi nulla, i contadini non hanno scorte di grano e sono costretti ad acquistare il pane ai forni". Ma evidentemente si trattava di difficolta' che non riguardavano solo la provincia di Reggio. Sempre una relazione dell'OVRA del 19 agosto del 42 informava che a Cosenza, la popolazione attendeva la razione di pasta dal mese di luglio e a Rende da quello di giugno, anche a Paola veniva segnalata la carenza di farina. Sempre in provincia di Cosenza, si segnalavano manifestazioni di protesta: a Morano calabro ed a Santa Agata d'Esaro gruppi di donne avevano manifestato, per poter macinare i propri quantitativi di cereali, senza sottostare agli obblighi dell'ammasso. Quello che per i ceti popolari urbani e contadini cosi come per il ceto medio era un disagio alimentare sempre piu' acuto, per le forze produttive della campagna si traduceva in una pesante limitazione di approvvigionamento familiare e di disponibilita' commerciale dei beni prodotti. Per tutta la durata del conflitto vennero imposte restrizioni molto forti sulle quote esenti dall'ammasso, su numerosi beni alimentari, la requisizione delle derrate alimentari significava per i contadini piu' poveri la fame vera e propria, in particolare in campagne dominate dalle monoculture come erano quelle calabresi di allora. Un esempio valido per tutte e' la situazione in cui versava la popolazione cutrese, in pieno latifondo ,secondo quanto riferiva il prefetto di Catanzaro nella relazione del dicembre 1942:" fra i desiderata della popolazione di Cutro, e' degna di considerazione la richiesta di carni fresche, giustificata dalle condizioni minorate di salute d'una notevole parte della popolazione stessa, afflitta da gravi forme di malaria recidivante che e' causa di deperimento organico notevole, di anemia secondaria e, in taluni casi di cachessia seguita da morte. L'alta percentuale dei decessi in continuo aumento in confronto alle nascite nell'ultimo triennio sta a comprovare le miserevoli condizioni di salute degli abitanti di Cutro " Che durante gli anni del conflitto il regime alimentare delle masse avesse subito un netto regresso, sia dal punto di vista qualitativo sia da quello quantitativo, e' provato da statistiche ufficiali molto particolareggiate come il compendio statistico italiano 1946 (disponibilita' media giornaliera pro capite di sostanze nutritive.)L'ammasso dunque a cui erano sottoposti piu' prodotti, non solo cereali e oli, era diventato non piu' una salvaguardia degli interessi produttivi ne' di quelli dei consumatori ma il suo esatto contrario. Basti pensare che mentre agli ammassi il prezzo del grano tenero e del granturco era di rispettivamente di L2.15 e di L.46 al kg al mercato nero questi erano venduti a L600 e L400 con evidente danno sia per i produttori che per gli acquirenti. Non mancavano, tuttavia, in quegli anni prodotti non sottoposti all'ammasso, che davano ai loro produttori buone possibilita' di guadagno. Ma il dato di fatto incontestabile era che, chi riusciva a sfuggire ai controlli, poteva vendere al mercato nero e lucrare affari impensabili negli anni precedenti, era questo il caso di diversi olicoltori della provincia di Reggio, che sin dai primi anni di guerra, riuscirono a stabilire un traffico clandestino con le province piu' vicine della Sicilia. La pratica del mercato nero era diffusa in tutti i settori e in ogni zona della Calabria ,agli inizi del43 il prefetto di CZ scriveva ":....si e' notata la quasi completa rarefazione della carne la quasi completa assenza dal mercato del pesce.......malgrado la vigilanza e le sanzioni punitive quasi nulla e' la vendita del vino che i produttori malcontenti del prezzo, esportano fuori provincia rincarandone il prezzo" Bisogna poi considerare che spesso anche i tanti produttori, che rispettavano i vincoli dell'ammasso, tendevano a stornare piccole quote ai versamenti, che potevano essere meglio occultate e, al momento giusto, commercializzate .Un settore molto colpito dalla politica di guerra fu quello zootecnico, il 22 giugno 40 un DM obbligava " ciascun detentore di bestiame bovino di tenere vincolata una quota di bestiame del 30%....." poco piu' tardi un altro DM autorizzava "il ricorso all'approvvigionamento delle carni di buoi idonei al lavoro per le necessita' delle Forze armate" se si considera che in Calabria industria zootecnica significava grandi proprietari, si capisce come anche questi cominciassero ad avere ragioni di risentimento nei confronti del fascismo.; gli allevatori, cioe' quel settore delle forze produttive direttamente legato all'assetto latifondistico, venivano infatti colpiti nei loro interessi commerciali proprio in un momento in cui teoricamente si presentavano notevoli possibilita' di guadagno.Dall'analisi finora svolta si evince che negli anni del conflitto mondiale non siamo piu' alla depressione generalizzata, che aveva contraddistinto le campagne nei primi anni 30.Ora ci troviamo in una situazione piu' variegata, siamo di fronte ad un rimescolamento dei rapporti di forza, delle consuete possibilita' di profitto. Appare evidente che accanto ai ceti e gruppi, che subiscono le conseguenze pesanti della guerra, non mancano all'interno del mondo agricolo i settori che al contrario se ne avvantaggiano in varia misura. Questa possibilita' appare tuttavia legata ad una condizione fondamentale: violare le regole, le leggi, il sistema di regolamentazioni imposto dallo stato fascista. Dal bracciante che, per andare a lavorare in azienda pretendeva non venissero tenuti in conto i tariffari, previsti dal contratto provinciale, al piccolo e medio proprietario che, accaparrava grano per scambiarlo con mangimi legumi, carne ecc...,allo stesso agrario che cercava di vendere olio piu' scadente al mercato nero ad un prezzo piu' alto. Tutte queste figure realizzavano vantaggi solo nella misura in cui non riconoscevano le leggi dello stato. Anche per i ceti tradizionalmente legati al regime, le possibilita' di guadagno sembravano ormai definitivamente collocarsi al di fuori delle direttive governative, al di la' delle stesse sorti del fascismo. Ovviamente sia sul terreno sociale che su quello politico, le crescenti ragioni di ostilita' dei vari ceti nei confronti del regime non erano sempre omogenee, anzi molto spesso erano addirittura contrapposte: da una parte i contadini, i braccianti , da un'altra i commercianti ,i fittavoli ,da una altra ancora i grandi proprietari, nonche' i piccoli e medi proprietari, gli allevatori tutti con interessi tra loro contrastanti, ma tutti legati da una comune, maggiore o minore, avversione al regime. Non c'e' dubbio che il conflitto estendeva a settori e ceti tradizionalmente consenzienti o comunque non opposti al regime, ad ampie zone della borghesia agraria o a larghe fasce di possidenti, quel processo di erosione del consenso che ormai da tempo contrassegnava i rapporti fra il regime e le masse lavoratrici della campagna. Questo e' il dato di maggiore novita' che si evidenzia nella situazione creata dalla guerra rispetto al processo di frattura e di sotterranea disgregazione che si era innestato con la grande crisi. Per esempio, per molti settori del grande o medio patronato agrario l'avversita' al fascismo nasceva da uno stato d'animo di delusione, sia per gli effetti di compressione sociale in atto, sia perche' il regime, l'organizzazione del potere, si rilevava incapace di garantire profitti. Inoltre influivano sicuramente il venire meno della tradizionale gerarchia sociale, il rimescolamento delle fortune, messo in atto dalla guerra, l'incapacita' del regime di assicurare ai vecchi ceti dominanti la supremazia politica sulla forza lavoro, che in quegli anni recuperava favorevoli posizioni contrattuali . Va notato come dietro il venire meno del consenso da parete del blocco dominante non ci fosse pero' l'ipotesi di un assetto alternativo del potere, non c'erano nuove forze sociali politiche pronte a soppiantare le vecchie. C'era il riflesso passivo dello scollamento che l'intera societa' civile subiva sotto l'urto della guerra.In quel momento mancavano certamente un ceto o un gruppo sociale anche ristretti, capaci di rappresentare un qualche polo di aggregazione politica. Ne' per il momento i partirti antifascisti erano in grado di entrare sulla scena, per trasformare queste forme di aperto dissenso in una lotta vera e propria contro il regime. La crisi politica, sociale, in Calabria rimaneva allo stato di disgregazione spontanea, e tale sarebbe rimasta fino a quando non irromperanno le lotte contadine. Non stupisce allora se in questo periodo manchino episodi di lotta o di protesta o se questi siano rari ed isolati, la guerra non creo' un fronte sociale compatto, omogeneo, disposto a lottare per obbiettivi precisi, a differenza di quanto non fosse successo negli anni della grande crisi. Certo come abbiamo gia' detto, ma vale la pena ripetere, il conflitto estendeva il dissenso nei confronti del regime a settori che tradizionalmente lo avevano finora appoggiato, questa estensione del malcontento nei confronti del regime non provoco', comunque, una lotta politica aperta ,si registrarono invece episodi isolati di protesta popolare soprattutto contro le misure restrittive, imposte dalle autorita' locali caso emblematico fu la lotta delle spigolatrici di Isola Capo Rizzuto contro il tentativo di imporre la licenza a ciascuna di esse . Licenza che le autorita' volevano rilasciare ad un solo membro di ogni famiglia contrariamente a quanto avveniva in precedenza, quando tutta la famiglia del bracciante partecipava alla spigolatura nelle terre a grano del latifondo.Altrettanto significative furono le proteste innescate dall'obbligo della trebbiatura meccanica, che provocava disagi notevoli per i contadini soprattutto per l'enorme ritardo con cui la trebbiatrice arrivava sul posto, lasciando alla fame la popolazione che non poteva utilizzare tempestivamente il proprio raccolto. Molti contadini decisero di trebbiare il grano secondo il metodo tradizionale "a calpestio" con i pochi animali a disposizione, anche se questo dava una resa decisamente inferiore rispetto al prodotto della trebbiatura a macchina. Gli interessi supremi del regime non coincidevano piu' neanche in questo caso con quelli dei produttori. Era questa una delle tante occasioni in cui le esigenze modernizzanti del regime(in questo caso l'uso delle macchine per una piu' alta produttivita') si scontravano con quella realta' arcaica del mondo rurale che lo stesso fascismo aveva per tanto tempo esaltato. Gli episodi di protesta collettiva, per quanto emblematici, non furono pero' numerosi. La situazione rimaneva comunque molto tesa, significativo il fatto che tra gli ultimi mesi del 42 e i primi del 43 si intensificarono atti individuali di protesta o di avversione al regime nonche' aperte manifestazioni, sempre individuali, di antifascismo. I fascicoli riguardanti le attivita' sovversive, relative alle tre provincie calabresi, contengono un lungo elenco di gesti isolati: dalla scritta murale, all'affissione di manifesti clandestini, al comizio improvvisato, tutti avversi al fascismo. Protagonisti di tali gesti non erano solo contadini, operai, o braccianti disoccupati, apparivano al loro fianco figure di professionisti, intellettuali, avvocati, medici, sacerdoti, la discriminante di ceto nell'atteggiamento politico nei confronti del regime fascista era saltata. Era stata indubbiamente la guerra nella globalita' dei suoi effetti, nei suoi costi umani, economici, sociali, nei suoi sconvolgimenti personali, nei suoi stessi esiti di sconfitta nazionale, a costituire il vero comune denominatore a quell'avversione generale al fascismo, e' grazie ad essa che emergevano in superficie i segni di quella crisi del blocco agrario di cui ha parlato Rosario Villari. Anche "l'armatura flessibile e resistentissima" di cui parlava Gramsci a proposito degli intellettuali meridionali si andava a poco a poco sfaldando. La direzione di questo fenomeno, non era univoca ne' lineare. Il dato fondamentale e' che il nuovo atteggiamento politico ormai in fieri non nasceva sulla base di una iniziativa popolare di lotta, sulla determinazione a creare un nuovo assetto politico, quanto invece sull'insostenibilita' anche per i ceti dominanti del vecchio assetto. In molti casi era il vecchio fiuto gattopardesco di queste forze a mettersi in moto alla ricerca di nuovi rapporti e nuovi equilibri. Se l'urto della guerra non aveva suscitato un fenomeno esplicito di rigetto del fascismo e nemmeno i segni effettivi di una nuova aggregazione politica, aveva pero' infranto molti nessi tra regime e societa', cosi che' se taluni vedevano lo sbarco alleato come un'occupazione, molti altri lo consideravano una liberazione.

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