30 giugno, 2006

CHE PENA!

Evidentemente era destino che finisse male.Che volassero gli stracci tra i ragazzi di Locri.Che, addirittura si passasse alle querele tra esponenti di quella società civile che lotta insieme contro la ndragheta, almeno in teoria.Perchè poi in pratica la sovraesposizione mediatica, l'abbuffata di elogi cambiano tutto.A voler essere cattivi sembra che tutti vogliano l'esclusiva dell'antimafia, in Calabria.E più che lavorare nella stressa direzione c'è il rischio che ci si pesti i piedi.Rischiando di far naufragare l'esperienza migliore emersa dal delitto Fortugno.
L'unica che aveva bucato il video, se non altro.
Ma non era la ndrangheta il nemico da battere?

Riporto l'inizio e la fine di un lungo articolo apparso oggi su un quotidiano, sorvolando sul resto, poichè è solo uno spazio riempitivo.
Certo distinguo chi ha una lunga storia alle spalle di impegno e sacrificio e di dolore personale

Loiero, basta con le polemiche




“Per favore, fermatevi tutti. Questa spirale di polemiche non giova a nessuno e soprattutto non giova alla verità”.

L’appello del presidente della Regione Calabria, dopo l’ennesima giornata convulsa di dichiarazioni e controdichiarazioni sulle conseguenze politiche legate agli sviluppi delle indagini sul caso Fortugno, arriva in serata. “Si sta determinando – ha detto il presidente in una nota del portavoce – una situazione in cui tutti sono contro tutti e a goderne sono quei poteri oscuri che tutti vorrebbero, invece, contrastare. La Calabria che viene fuori da questa rissa di parole non è quella che tutti noi vorremmo. Anche movimenti genuini come quello dei ‘ragazzi di Locri’ rischiano di essere travolti e non possiamo, non dobbiamo, consentirlo. Per questo invito tutti a fermarsi. La Calabria ha bisogno di essere governata con impegno e serenità e il clima non può essere arroventato da diatribe tra persone e organizzazioni che dovrebbero, invece, fare un fronte comune contro la criminalità che opprime la nostra regione. Basta, dunque, con le polemiche”.

Fonte DNA

CONDIVIDIAMO APPIENO L'APPELLO DEL GOVERNATORE LOIERO, NON ESPRIMENDO COMMENTI SU CIO' CHE SI E' LETTO IN QUESTI GIORNI SU ALCUNI QUOTIDIANI.
C'E' IMPERANTE UN LOGICA DEL "TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO",LA QUALE NON HA NIENTE A CHE FARE CON I VALORI DI CUI CI SI DICE PALADINI.

La Calabria pretende serietà

La Calabria ha bisogno di persone serie, le quali si impegnino per la risoluzione dei suoi molteplici problemi.
Lasciando la stretta attualità giudiziaria, trovo offensivo per la mia intelligenza leggere alcune pagine di quotidiano.
Persone(ignoro i motivi o i meriti) godono di un diritto di tribuna non per proporre o portare all'evidenza problematiche di rilievo economico sociale, ma per fare comizi contro le più alte cariche istituzionali della regione.
Il lato comico della vicenda è che attori istituzionali trovino tempo e modo di occuparsi di questo piuttosto che dei problemi e delle questioni che interessano davvero il popolo Calabrese.
Molte volte la ricerca spasmodica dello scoop, porta a prendere delle cantonate colossali.
Creare un caso dove non ci sono nemmeno lontanamente le sembianze dimostra una povertà di idee disarmante, a meno che non si tratti di giochi di sponda per dare evidenza a persone in cerca di pubblicità.
Non faccio pure io lo stesso errore, auspico che si tralasci il folklore e ci si occupi seriamente dei problemi della nostra Regione.

29 giugno, 2006

I NUOVI BARBARI



LEGGENDO OGGI ALCUNI ORGANI DI INFORMAZIONE MI E' VENUTO IN MENTE L' ARTICOLO CHE RIPORTO QUI DI SEGUITO.
RINGRAZIO IL MIO ACUME PER AVERMI FATTO SCENDERE IN TEMPO DA UN AUTOBUS PARTITO DA UNA GRANDE TRAGEDIA UMANA E DIRETTO VERSO IL NULLA DELLA VANITA' E RICERCA DELLA GLORIA PERSONALE.


L'sms, le oche di Lorenz e i "nuovi barbari"
di Gianteo Bordero - 8 ottobre 2004

Il rapporto Censis del 2003, nella parte dedicata a "giovani e media", ha messo in evidenza in maniera chiara come ormai il primo strumento di comunicazione usato dalle nuove generazioni sia, senza dubbio, il telefonino. Fin qui nessuna sorpresa: non ci sarebbe neppure bisogno di indagini e statistiche per rilevare quello che è sotto gli occhi di tutti. Basta guardarsi attorno per vedere che il cellulare è il principe della comunicazione in questo inizio di terzo millennio...

Ma il rapporto del Censis ci dice di più, ed è scorporando i dati che vengono fuori le sorprese ed emergono quelle dinamiche che possono aiutare a comprendere, molto più di tante astrazioni intellettualistiche, come gli adolescenti di oggi vivano, pensino e - soprattutto - come concepiscano se stessi e il loro rapporto col reale. Il 93,7% dei giovani tra i 14 e i 30 anni usa abitualmente il telefonino e dichiara di trovarsi a proprio agio con esso; a fare la differenza sono invece le fasce d'età singolarmente considerate: non tanto per il numero di utenti, quanto piuttosto - e in maniera significativa - per le modalità d'uso.

A servirsi del cellulare per stretta necessità (cioè per telefonare) sono soprattutto, come immaginabile, i giovani tra i 25 e i 30 anni: sono, tra gli utenti abituali, il 75,7%; percentuale che scende proporzionalmente alla diminuzione dell'età, fino ad arrivare al 54,7% degli adolescenti tra i 14 e i 18 anni. A che scopo, allora, i "più piccoli" usano il telefonino? In sostanza, per mandare "messaggini". E' su questo punto che si rileva la "forbice" più ampia tra adolescenti e giovani, non solo per il fatto che gli uni studiano e gli altri lavorano, ma soprattutto perché pare emergere un vero e proprio iato generazionale, una diversa modalità di comunicazione e di linguaggio, e quindi di aspettativa nei confronti delle relazioni e della realtà.

Tra gli adolescenti che fanno uso quotidiano del cellulare, il 79,7% dice di servirsene per inviare e ricevere sms; nei giovani tra i 25 e i 30 anni, invece, la percentuale ha una caduta verticale, e si assesta sul 45%. Una vera "rivoluzione", insomma: si scopre che la nuova generazione comunica principalmente non attraverso il discorso strutturato, non attraverso la logica dei concetti. S'avanza, piuttosto, un modo di relazione che trova nel virtuale il suo sbocco ultimo, e nella destrutturazione del linguaggio un carattere che ormai si potrebbe definire "tipico". Come nota lo stesso rapporto Censis: «In realtà i più giovani usano il cellulare come un prolungamento del proprio campo d'esperienza personale e sociale, per cui il successo dei messaggini deriva principalmente dalla opportunità che essi offrono di confermare con continuità l'esistenza stessa della rete di relazioni all'interno delle quali ciascuno di essi si colloca». E', dunque, il virtuale che conferma e attesta il reale, il rapporto virtuale - perché tale è e rimane l'sms - che attesta e verifica il rapporto reale.

Ma c'è di più, e a nostro avviso sbaglia chi sottovaluta il fenomeno descritto, spesso dicendo che «intanto, nei messaggini, si scrivono le cavolate». Non è sempre così, anzi, quasi mai è così. Konrad Lorenz, il fondatore dell'etologia, passò lungo tempo a studiare il verso delle oche, per decifrare - in qualche modo - come esso fosse percepito tra le oche stesse. Ne concluse che, in realtà, il contenuto del verso era fondamentalmente un semplice attestato, un'estrinsecazione di esistenza, come a dire: «Io ci sono...e tu ci sei?». Qualcosa di simile sembra accadere con gli sms, in cui il termine primo che si ha di mira non sembra essere la relazione in sé, quanto se stessi, il proprio "io" all'interno della relazione. Sono i "mitici" 160 caratteri per dire «Io ci sono...e tu ci sei?». Il resto del contenuto viene dopo, ma sempre subordinato a questo richiamo "cifrato".

E' nei 160 caratteri dell'sms, dunque, che si svolge una buona parte della trama comunicativa degli adolescenti. Qualcosa che ricorda anche il famoso messaggio che il naufrago affidava al mare. Qui la distesa spaziale è annullata dalla potenza della tecnologia, e quasi al 100% si è sicuri che il messaggio giungerà a destinazione...ma forse lo spirito non cambia: una specie di SOS per non restare e non sentirsi soli.

Ancora più semplice - ma ancora più chiaro come essenza - dell'sms è l'altrettanto famoso "squillino": un attestato di esistenza puro e semplice, che così viene descritto dal Censis: «Chiunque abbia a che fare con gli adolescenti, sa che il telefonino di ciascuno di loro spesso squilla solo perché qualcuno vuole fargli sapere che lo sta pensando: si controlla a chi appartiene il numero da cui è arrivata la "chiamata persa" e si è contenti per il pensiero». E se la persona a cui si fa lo squillo non fa altrettanto? «Allora subentra una specie di ansia da abbandono, che spinge l'adolescente a mandare ai suoi coetanei prima richieste di funzionamento del canale, poi appelli alla risposta».

Abbiamo parlato di oche di Lorenz e di statistiche, con la consapevolezza però che qui si ha a che fare con l'irriducibilità della singola persona, del singolo "io", per cui le generalizzazioni valgono fino ad un certo punto. Eppure è innegabile che vi sia, oggi, una specie di cambio epocale, che magari non fa clamore e non è accompagnato da particolari casse di risonanza, ma che mostra la sua esistenza proprio nelle cose quotidiane, come appunto possono essere l'uso del telefonino e i "messaggini", e come - per altri versi - mostrano gli attuali mutamenti all'interno del mercato del lavoro. E' come, cioè, se la base di partenza in cui oggi un giovane, un adolescente entra nel mondo non fosse più costituita da particolari convinzioni ideali o ideologiche, da "sistemi" monolitici di pensiero; è come se fossimo in un'epoca di "nuovi barbari". Non nel senso dispregiativo di "rozzo" e "violento", ma nel senso etimologico tratto dell'onomatopeica "bar-bar": "balbuziente". Una generazione "balbuziente", dove però il balbettare è il segno dell'incertezza più che della disperazione, della ricerca più che della negazione, dell'essere ai blocchi di partenza più che dell'esser definitivamente fermi. Un balbettare che è come il vagito di qualcosa che cerca un linguaggio attraverso cui esprimersi; e forse, spesso, non ne trova le parole e non ne trova la cultura, perché le stesse parole e la stessa cultura sembrano, dopo il Novecento, uno spazio da riempire piuttosto che un "depositum" da accettare in blocco.

Così oggi, nel tempo dei "nuovi barbari", come nel tempo della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, si ritorna alla grande questione e alla grande sfida, ossia alla ricerca di quello spazio e di quella modalità esistenziali in cui si possa aprire un cammino e quindi un linguaggio, in cui il balbettio possa farsi parola, cultura e civiltà; e in cui il presente e il mondano possano aprirsi al futuro e, infine, al Mistero e all'Eterno. Perché, come scrisse già nel V secolo Salviano da Marsiglia, «gesta Dei per barbaros».

Gianteo Bordero
bordero@ragionpolitica.it

27 giugno, 2006

PROPAGANDA





La propaganda è la diffusione di informazioni, vere o false, allo scopo di sostenere un'azione. Quando tali informazioni sono vere, possono essere tuttavia di parte o non fornire un quadro completo della situazione.

In tardo latino, propaganda significa "cosa da propagare" o "che deve essere diffusa

Numerose tecniche vengono usate per creare messaggi falsi ma persuasivi. Molte di queste tecniche si possono trovare anche nell'articolo falle logiche, in quanto i propagandisti usano argomenti che, anche se a volte convincenti, non sono necessariamente validi.

Del tempo è stato speso per analizzare i mezzi con cui vengono trasmessi i messaggi propagandistici, e questo lavoro è importante, ma è chiaro che le strategie di disseminazione dell'informazione diventano strategie di diffusione della propaganda solo quando sono accoppiate a messaggi propagandistici. Identificare questi messaggi è un prerequisito necessario per studiare i metodi con cui questi vengono diffusi. Ecco perché è essenziale avere qualche conoscenza delle seguenti tecniche di produzione della propaganda:

Ricorso alla paura: Il ricorso alla paura cerca di costruire il supporto instillando paura nella popolazione. Per esempio Joseph Goebbels sfruttò la frase I tedeschi devono morire!, di Theodore Kaufman, per sostenere che gli alleati cercavano la distruzione del popolo tedesco.

Ricorso all'autorità: Il ricorso all'autorità cita prominenti figure per supportare una posizione, idea, argomento o corso d'azione.

Effetto gregge: L'effetto gregge o l'appello alla "vittoria inevitabile" cercano di persuadere il pubblico a prendere una certa strada perché "tutti gli altri lo stanno facendo", "unisciti alla massa". Questa tecnica rafforza il naturale desiderio della gente di essere dalla parte dei vincitori. Viene usata per convincere il pubblico che un programma è espressione di un irresistibile movimento di massa e che è nel loro interesse unirsi. La "vittoria inevitabile" invita quelli non ancora nel gregge ad unirsi a quelli che sono già sulla strada di una vittoria certa. Coloro che sono già (o lo sono parzialmente) nel gregge sono rassicurati che restarci è la cosa migliore da farsi.

Ottenere disapprovazione: Questa tecnica viene usata per portare il pubblico a disapprovare un'azione o un'idea suggerendo che questa sia popolare in gruppi odiati, temuti o tenuti in scarsa considerazione dal pubblico di riferimento. Quindi, se un gruppo che sostiene una certa politica viene indotto a pensare che anche persone indesiderabili o sovversive lo appoggiano, i membri di tale gruppo possono decidere di cambiare la loro posizione.

Banalità scintillanti: Le "banalità scintillanti" sono parole con un'intensa carica emotiva, così strettamente associate a concetti o credenze di alto valore, che portano convinzione senza supportare informazione o ragionamento. Esse richiamano emozioni come l'amore per la patria, la casa, il desiderio di pace, la libertà, la gloria, l'onore, ecc. Chiedono approvazione senza esaminare la ragione. Anche se le parole o le frasi sono vaghe e suggeriscono cose differenti a persone differenti, la loro connotazione è sempre favorevole: "I concetti e i programmi dei propagandisti sono sempre, buoni, auspicabili e virtuosi".

Razionalizzazione: Individui o gruppi possono usare generalizzazioni favorevoli per razionalizzare atti o credenze. Frasi vaghe e piacevoli sono spesso usate per giustificare tali atti o credenze.


Transfer: Questa è una tecnica di proiezione di qualità positive o negative (lodare o condannare) di una persona, entità oggetto o valore (un individuo, gruppo, organizzazione, nazione, il patriottismo, ecc.) ad un altro soggetto per rendere quest'ultimo più accettabile o per screditarlo. Questa tecnica viene generalmente usata per trasferire il biasimo da un attore del conflitto all'altro. Evoca una risposta emozionale che stimola il pubblico ad identificarsi con l'autorità riconosciuta.

Ipersemplificazione: generalizzazioni favorevoli sono utilizzate per fornire risposte semplici a problemi sociali complessi, politici, economici o militari.

Uomo comune: L'approccio dell'"uomo comune" tenta di convincere il pubblico che le posizioni del propagandista riflettano il senso comune della gente. Viene designato per vincere la confidenza del pubblico comunicando nel suo stesso stile. I propagandisti usano un linguaggio e un manierismo ordinario (e anche gli abiti nelle comunicazioni faccia a faccia o audiovisive) nel tentativo di identificare il loro punto di vista con quello della persona media.

Testimonianza: Le testimonianze sono citazioni, dentro o fuori contesto, dette specificamente per supportare o rigettare una data politica, azione, programma o personalità. La reputazione o il ruolo (esperto, figura pubblica rispettata, ecc.) dell'individuo che da la dichiarazione viene sfruttata. La testimonianza pone la sanzione ufficiale di una persona rispettata o di un'autorità sul messaggio propagandistico. Questo viene fatto in un tentativo di far sì che il pubblico si identifichi con l'autorità o che accetti le opinioni e le convinzioni dell'autorità come se fossero sue.

Stereotipizzazione o Etichettatura: Questa tecnica tenta di far sorgere pregiudizi nel pubblico etichettando l'oggetto della campagna propagandistica come qualcosa che la gente teme, odia, evita o trova indesiderabile.

Individuare il Capro espiatorio: Colpevolizzare un individuo o un gruppo che non è realmente responsabile, alleviando quindi i sentimenti di colpa delle parti responsabili o distraendo l'attenzione dal bisogno di risolvere il problema per il quale la colpa è stata assegnata.

Parole virtuose: Sono parole appartenenti al sistema di valori del pubblico, che tendono a produrre un'immagine positiva quando riferite ad una persona o a un soggetto. Pace, felicità, sicurezza, guida saggia, libertà, ecc., sono parole virtuose.


Slogan: Uno slogan è una breve frase ad effetto che può includere la stereotipizzazione o l'etichettatura.


IL MONDO DELL'INFORMAZIONE CALABRESE NON E' ANCORA MATURO.SOGGETTI NATI RECENTEMENTE, DOPO UN INIZIALE FASE VIRTUOSA SI SONO TRASFORMATI IN PURI STRUMENTI DI PROPAGANDA OVE LE VOCi DISSONANTI O NON TROVANO SPAZIO O, PEGGIO, SONO ISOLATE PRIMA E COSTRETTE ALL'ALLONTANAMENTO POI, ANCHE IN MODO VIOLENTO,RIVENDICANDO DIRITTI DI PROPRIETA' E RICORRENDO ALL'OFFESA.
NON E' MANIFESTANDO DISPREZZO VERSO LA CALABRIA, LA SUA STORIA E CIVILTA'(SE CHI DICE DI VOLER SALVARLA VEDE I SUOI ABITANTI COME CITTADINI DI SERIE B)CHE SI OTTERRA' IL SUO AFFRANCAMENTO DALLO STATO ATTUALE.
E' BENE CHE CAMBI OBIETTIVO, POICHE' COSI NON TRARRA' NULLA DI BUONO
OCCORRE PRIMA DI TUTTO CONOSCERLA E AMARLA!!!

26 giugno, 2006

Ti amo campionato




da www.corriere.it

Il testo integrale della canzone cantata da Elio nel '98


Ti amo campionato


Basta adesso con i litigi, i bisticci, basta con ladri e Juventopoli e tutte quelle cose lì, basta! Chiudiamo il campionato così com'era iniziato, nel segno dell'amore!
Ti amo, ti amo campionato, ti amo campionato, perché non sei falsato, no, no, non sei falsato, a me mi eri sembrato falsato, ma han detto che non sei falsato. Ha detto Umberto Agnelli che son state solo delle sviste. Due o tre sviste arbitrali.
Ma a me mi era sembrato che già da molto tempo qualcosa stava accadendo. Ad esempio, in Juve - Udinese dell'1 Novembre '97 il signor Cesari non ha convalidato un gol che aveva fatto Bierhoff che era entrato di tanto così, diciamo delle dimensioni tipo Rocco Siffredi.
E poco dopo, in Juve - Lazio, c'è stata un'azione in cui Del Piero è stato atterrato in area l'arbitro ha detto "Regola del vantaggio", Inzaghi ha preso il palo e subito dopo l'arbitro ha detto: "Non è più regola del vantaggio" diamo il rigore alla Juve.
Ma questo è stato fatto nel segno dell'amore. Io non vado certo a pensare che ci siano dietro delle cose sporche, no no no no no no, è stato fatto tutto nel nome dell'amore, in nome del campionato, del buon svolgimento e dell'amore fra le squadre, io non porto nessun risentimento. Perché ho visto che l'amore vince tutte le battaglie è in grado di far superare gli odi sia razziali sia interraziali, sia quelli tra le squadre. Diciamo che in questo momento io sono quasi contento che alla fine della fiera mi sembra che l'ho preso in quel posto.
E penso a quelli che hanno fatto un abbonamento da un miliardo in tribuna rossa per andare a vedere l'Inter che si era comportata bene, o per andare a vedere la Lazio che a un certo punto della sua carriera, diciamo il 5 aprile del 1998, ha avuto un fallo in area fatto da Juliano e l'arbitro Collina non l'ha fischiato e allora tutti hanno pensato male. Ma non dovevano pensare male! No no no no no no! Perché l'arbitro Collina, così come l'arbitro Rodomonti, diciamo quello di Juve - Empoli, non ha commesso quella svista in nome di chissà quale pastetta, no no no no no, l'ha fatto in nome dell'amore!
Perché lui ama il campionato e voi non lo sapete ma gli arbitri si vogliono bene, e si vogliono bene anche con i calciatori tanto è vero che io con i miei occhi ho visto che alla fine di Inter - Juventus l'arbitro della partita è andato dai calciatori della Juve e li ha baciati e li ha abbracciati come se fossero degli amici, e tutto questo in nome dell'amore, e allora tutti insieme cantiamo:
Ti amo, ti amo campionato perché non sei falsato, anche se inizialmente era sembrato in realtà non sei falsato. L'ha detto Umberto Agnelli l'han detto tanti critici di calcio, l'ha detto tanta gente, insomma: non sei falsato.
Anche se sarebbe sembrato... Ad esempio mi era sembrato, in Juventus - Roma dell'8 febbraio '98, quando l'arbitro Messina non ha dato il rigore su Gautieri, e ad esempio anche in Brescia-Juve dell'11 febbraio '98 quando il signor Bettin non ha dato un rigore a Hubner, un rigore grosso così. E questo è stato fatto nel segno dell'amore perché l'amore è importante, l'amore è un qualcosa di essenziale, sembra che nel calcio non ci sia e invece dopo c'è, tu dici: "Ma l'amore nel calcio non c'è". No, guardando bene lo trovi in ogni piccolo particolare.
Ad esempio nel mio amico che sembra che indossi la maglia del Milan, e invece è la maglia del Foggia, se voi guardate bene, quella lì è la maglia del Foggia, così come se voi guardate bene le sviste arbitrali non sono state due ma sono state tipo dieci, dieci, undici o dodici, e la maggior parte delle quali a favore della Juve. Ma alla fine l'amore dato è uguale all'amore che dai.
E allora amici, cantiamo tutti insieme: ti amo campionato, tu non ci sei mancato, anzi, tu ci eri mancato, adesso siamo contenti che sia finita così perché l'amore ha riempito tutto l'universo della F.I.G.C., particolarmente Baldas!
Ad esempio in Juve-Piacenza, Borriello ha convalidato il secondo gol irregolare che ha fatto Del Piero che si è fatto passare la palla sul braccio. Ma era talmente bello che era un peccato non convalidarlo, e allora cos'ha detto? "Convalidiamolo". Perché nel calcio tutti si amano, e allora cosa vuoi fare? Vuoi dare il rigore a Ronaldo, vuoi convalidare il gol del Napoli che forse c'era, vuoi dare, per esempio vuoi dare un fallo a Montero che gli ha dato una gomitata a Neqrouz in piena area?
Era calcio di rigore con espulsione e non ha dato niente perché aveva capito che Montero amava Neqrouz E d'altra parte Neqrouz con i suoi trascorsi cosa vuoi che non ami Montero? I due si amavano, l'arbitro aveva già visto che c'era qualcosa in quella gomitata, che non era altro che una scaramuccia, perché l'amore non è bello se non è litigarello. Era una scaramuccia... Era una scaramuccia... E forse abbiam finito...
23 maggio 2006


Frase ricorrente di questi giorni: «Eeehhh, il calcio è marcio... lo sapevano tutti...». Già, forse lo sapevano tutti. Ma chi osava fare nomi e cognomi? Al più si parlava di "sudditanza arbitrale". Del non meglio definito "Palazzo". Del "sistema". Qualcuno invece, con ironia iconoclasta, lo cantava forte e chiaro. E mica sei mesi fa. Ma ben 8 anni fa. Protagonista di un video che rimbalza su blog e forum è Elio, cantante degli Elio e le Storie Tese, che con il fido Rocco Tanica nel 1998 intonò nell'ultima puntata di "Mai dire Gol" una profetica e irresistibile "Ti amo campionato, perché non sei falsato".

Era l'anno di Juventus-Inter, 26 aprile 1998, dell'intervento in area di Iuliano su Ronaldo non fischiato da Ceccarini, delle polemiche furibonde che ne seguirono. Sulla panchina bianconera c'era Lippi, oggi ct. C'era la Triade. E il tifo anti-juventino lanciò accuse di "Juventopoli". Un interista sfegatato come Elio, all'epoca davvero sulla cresta dell'onda dopo il successo mediatico della "Terra dei cachi" a Sanremo '96, non poteva non raccogliere la cosa.
Lo fece a modo suo: con la complicità dei Gialappa's mandò in onda un video che riassumeva i casi dubbi a favore della Juve. Riassunti nella strofa cult «Ha detto Umberto Agnelli che son state solo delle sviste. Due o tre sviste arbitrali. Ma a me mi era sembrato che già da molto tempo qualcosa stava accadendo». Un brano irresistibile e attualissimo (pubblicato dal gruppo nel cofanetto di 5 cd "Perle ai Porci" e nel cd Bonus "Peerla"), singoli episodi a parte, che alcuni tifosi anti-juventini ed "eliofili" hanno ritirato fuori nelle ultime settimane. Svelando le inedite facoltà profetiche del sopraccigliuto frontman degli "elii".

23 giugno, 2006

LORENZO DEL BOCA.....






"Lorenzo Del Boca, novarese, è giornalista professionista dal 1980, vanta una lunga carriera ne “La Stampa” e “Stampa Sera”, ed è presidente del Sindacato Unitario dei Giornalisti (FNSI) dal 1996 e presidente dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti dal 2001.

Importante e molto discussa la sua attività di storico, in particolare di revisionista del Risorgimento italiano. Nella sua impietosa rilettura, peraltro opportunamente documentata, si tratteggiano vari eventi imbarazzanti nei quali i padri della patria (Vittorio Emanuele, Cavour, Garibaldi) appaiono piuttosto come gli iniziatori di una consuetudine italiana all’intrallazzo, al tradimento, alla meschineria e alla nefandezza.

Alla luce di questa nuova prospettiva, sarà interessante chiedere a Del Boca come si inquadra il fenomeno della mafia, anti-stato criminale che da oltre un secolo insanguina le contrade del Sud, mantenendole in uno stato di insopportabile sottosviluppo."

LA LIBERTA'


Che cos'è la libertà? Possiamo forse comprenderla come un "qualcosa", allo stesso modo in cui comprendiamo, dimostriamo, calcoliamo i fenomeni? Questa dimostrazione della nostra libertà è impossibile.
Proviamo a dimostrare questa impossibilità. Facciamo un esperimento di pensiero: come posso provare, ora che sto parlando, che ciò che sto dicendo dipende da una mia scelta, che io ho scelto di dire ciò che sto dicendo? Come faccio a provare che è per mia libertà che ho detto le parole che ho appena pronunciato?
Vi è un possibile esperimento di ciò? Sì, ci sarebbe un possibile esperimento di ciò. In che cosa consisterebbe un simile esperimento? Io dovrei poter tornare indietro all'istante immediatamente precedente questo in cui vi sto parlando, e con me dovrebbero poter tornare indietro tutte - nessuna esclusa - le condizioni generali di un istante fa: e a quel punto io dovrei ripetere, con la stessa voce, con gli stessi termini, ciò che avete appena ascoltato. Questo è l'unico esperimento mediante il quale io potrei dire: sì sono libero. Se potessi ripetermi per un istante - ma non io solo, bensì io insieme a tutte le condizioni -, se tutto il mondo tornasse a un istante fa, e io ripetessi ciò che avete appena ascoltato; allora dimostrerei che l'ho fatto per mia libera scelta.
Ma questo esperimento è radicalmente impossibile; è concepibile ma non può realizzarsi. Allora per forza io dubiterò sempre che ciò che vi ho detto sia il frutto di una costrizione, che io sia stato causato a dirvi ciò che vi ho detto, che le mie parole siano state un effetto di una catena concomitante di cause che in quell'istante preciso - mio e del mondo - ha costretto me, questa parte del mondo, a dirvi le cose che vi ho detto.
La libertà è indimostrabile. Questa è l'idea kantiana: la libertà non è un fenomeno, non è una cosa. La libertà è un pensiero dell'uomo, indimostrabile, incatturabile; la libertà è un noumeno, qualcosa che noi pensiamo, non un fenomeno, non qualcosa che possiamo vedere calcolare, misurare, catturare; la libertà è un'idea. Quest'idea non è dimostrabile: mai potrò dimostrare di essere libero - ecco il taglio luterano che impronta di sé tutta la cultura contemporanea - perché non posso costruire quell'esperimento che vi ho raccontato. Ma questa idea della libertà è un'idea che mi è necessario alimento: ecco la ragione pratica kantiana. E' vero che io non posso dimostrare di essere libero, ma è vero altresì che non posso vivere senza questa idea. Ecco la necessità della libertà: non posso vivere senza questa idea.
Nietzsche dirà che la libertà è un errore originario, un errore inevitabile; so benissimo di poter essere sempre confutato, anzi sarò sempre confutato; la filosofia deve sempre confutare chi si illude di poter dimostrare la nostra libertà. Ma la libertà è un errore originario che non posso cancellare dalla mia mente, che alimenta tutto il mio pensiero. La libertà è una insopprimibile supposizione, è il presupposto di ogni nostro agire; ma come tutti i presupposti, come tutti i principi primi, è indimostrabile, è necessario ma indimostrabile.

La libertà è una congettura: il nostro libero arbitrio è una congettura necessaria. E aggiungerei, per finire: non sono congetture un po' tutte le nostre verità ultime? Tutto ciò che alla fine ci sta veramente a cuore, tutto ciò per cui alla fine davvero viviamo e a volte moriamo, non sono congetture? Proprio le congetture, gli errori originari, le insopprimibili supposizioni, lungi dall'essere le cose più deboli ed evanescenti della nostra vita, sono le cose più necessarie alla nostra vita? Nel nostro linguaggio, non sono proprio congetture ciò che ci è più proprio? Ciò che possiamo dimostrare, ciò che possiamo provare riguardo ai fenomeni, riguardo alle azioni, è ciò che ci sta davvero più a cuore? O piuttosto non ci sta più a cuore l'indimostrabile, l'inattingibile, l'incatturabile? La libertà appartiene a questo nostro proprio, a questo nostro fondamento assolutamente infondato, a questo nostro originario che non potrà mai essere provato, che non potrà mai essere dimostrato, che non potrà mai essere analizzato come analizziamo le cose e i fenomeni.

Vi è un destino, che avvertiamo nella nostra mente: in questa porzione di cosmo che è la nostra mente si mostra un destino, una necessità per noi: pensare che siamo liberi.

Tratto dall'intervista "Il libero arbitrio" - Napoli, Vivarium, giovedì 8 aprile 1993 -

22 giugno, 2006

Cari "Ragazzi di Locri"

in questi mesi in Calabria si sono combattute mille battaglie sociali, civili, di libertò e sopravvivenza.
Suggerimmo di usare il movimento mediatico per dare voce a quelle battaglie.
Restammo inascoltati.
Ben vengano i convegni, i bei video, i pistolotti sul web, lettere aperte, discorsi chiusi, articoli di giornale…
ma nella vita sociale di tutti i giorni il movimento non ha inciso punto.
E’ questo l’ unico appunto che vi faccio..
PERCHE’ NON SIETE SCESI TRA LA GENTE E NON AVETE DATO LORO PAROLA, VISIBILITA’?…
se lo aveste fatto oggi parleremmo di altro che di qualcosa confinato negli angusti confini del recinto mediatico..
e a voglia a cacciare le voci contrarie e che danno fastidio…
l’ amara realtà non viene cambiata e tutto resta come un meraviglioso bocciolo di rosa che non AVETE VOLUTO far sbocciare

21 giugno, 2006

INDIETRO SAVOIA!




Indietro Savoia!


Indietro Savoia! di Lorenzo Del Boca - Edizioni Piemme


Da che mondo è mondo la storia è sempre stata insegnata secondo le esigenze della classe dominante.
A questa verità non poteva sfuggire, pertanto, anche il nostro paese e a tante menzogne che ancor oggi vengono propinate sui banchi di scuola ha cercato di porre rimedio Lorenzo Del Boca, con questo piacevole volumetto che tratta del nostro periodo risorgimentale.
Che Carlo Alberto fosse re tentenna lo sapevamo tutti, ma che poi fra le sue caratteristiche ci fosse anche la vigliaccheria e la cattiveria ci è sempre stato taciuto. E la più volte ripetuta ferocia austriaca durante le cinque giornate di Milano? Radetzky, che peraltro era sposato a un'italiana di umili origini, avrebbe potuto tranquillamente bombardare la città e invece non lo fece, perché quella era la sua città.
Un altro personaggio chiave, sempre descrittoci come eroico e glorioso, cioè Vittorio Emanuele II, altri non era che un donnaiolo impenitente di bocca buona, per nulla coraggioso, al punto da nascondersi durante le battaglie della II Guerra d'Indipendenza, e per di più anche disonesto; fra l'altro lui sì che fece bombardare Genova nel 1849, soffocando nel sangue una pacifica manifestazione di protesta dei cittadini di quella città.
Le chicche più ghiotte, però, si leggono relativamente alla leggendaria impresa dei mille, con un Garibaldi ben diverso da quello della storiografia ufficiale, mai in prima linea e in ogni caso non a cavallo, a causa di un'artrosi che lo affliggeva da anni e che gli impediva di stare in sella.
L'epica battaglia di Calatafimi, dove le camicie rosse, sparute di numero e male armate, mettono in fuga un esercito borbonico di 100.000 soldati ben addestrati, mi aveva reso dubbioso fin dalle elementari ed ecco spiegati i motivi della grande vittoria: corruzione fra gli alti dignitari e ufficiali del Regno delle due Sicilie, abilmente messa in atto da Cavour attingendo alle risorse della Lombardia da poco conquistata.
Meno noto e veramente increscioso fu poi il trattamento riservato dalle truppe piemontesi alla povera gente del sud che, tartassata da tasse e balzelli, sognava il ritorno dei Borboni.
La storiografia ufficiale parla di guerra al brigantaggio e invero qualche brigante esisteva in meridione, ma non tale da giustificare l'uccisione di circa 200.000 civili, la distruzione di villaggi, la violenza alle donne.
Non vado oltre per non anticipare le risposte alle domande che molti si porranno; mi limito a dire che è un libro che consiglio vivamente, sia per la sua facile lettura, sia perché la ricerca della verità dovrebbe essere propria di ognuno di noi.


L'autore

Lorenzo Del Boca è giornalista di professione e dal 2001 Presidente dell'Ordine dei Giornalisti. Ha scritto altri saggi storici, fra i quali Maledetti Savoia e Il dito dell'anarchico.

ABBIAMO L'ONORE DI AVERE UNA LINEA DIRETTA CON IL GRANDE LOLRENZO DEL BOCA.
GAETANO FILANGIERI E' L'ARTEFICE DI QUESTA GRANDE COSA.
ABBIAMO CHIESTO AL FORUM "AMMAZZATECITUTTI" DI OSPITARE L'ILLUSTRE OSPITE, PER UN IMPORTANTE CONFRONTO CON GLI UTENTI.
CERTI CHE LO STAFF DEL FORUM IN PAROLA SAPRA' COGLIERE L'IMPORTANTE OPPORTUNITA' ASPETTIAMO FIDUCIOSI POSITIVI SVILUPPI SUL PIANO ORGANIZZATIVO.

Vittorio Emanuele in carcere


Paradiso, il brigante Francescone dice all'amico Colaiuda:
"Ue', Colaiu', hai sentito, hanno incarcerato Vittorio Emanuele!"
"Che bello, erano 150 anni che era latitante! Sai se hanno preso pure Cavour e Garibaldi?"

20 giugno, 2006

Il divenire


Il divenire è lo scorrere degli eventi che non dipendono dalla tua volontà.
Io penso che nella vita ci sono cose che possiamo controllare, altre vanno da sè.
E' andata da sè la fine dell'esperienza politica pregressa, per la inadeguatezza degli interpreti che hanno sbagliato tutto e il contrario di tutto cedendo alla presunzione e alle sirene di gente interessata.
Se ne accorgeranno nelle occasioni prossime venture.
Per quanto riguarda il mio impegno virtuale( e su questo la mia paura è che nasca l' Antimafia Virtuale caratterizzata da schermi e tastiere) sono in una fase di ricerca. Ove sono stato fino ad ora, si sono verificati alcuni eventi che hanno confermato l' inesistenza del sano diritto di critica costruttiva, si stanno prendendo delle iniziative di spessore, ma sempre elaborate da un certo gruppo.
Il fatto di non essere moderatore non mi pesa assolutamente, ci tengo a mantenere buoni rapporti, poichè io ho una situazione di terzietà e penso, modestamente, che se si deve essere alternativa all'oscuro mondo delle mafie, se ci si professa paladini di valori, se si aspira a diventare un esempio per la società si dovrebbe cominciare a essere superiori alle gelosie, invidie, diatribe di lna caprina...
è il mio pensierò...non tutti lo condividono devo, amaramente costatare.
Oggi sono impegnato sul piano professionale, AMICI di spessore e rilievo sono miei compagni di un viaggio entusiasmante.
La tentazione è restare nel mio mondo, professione famiglia e basta.
L' impegno civile è un di più che distoglie tempo, penso davvero.
Tanto per quanto uno lotti non ha la possibilità di esprimere il suo contributo e il suo bagaglio in nessun luogo.
Questo anno sono stato tesserato di un partito inesisitente, non si sa come si determinano le scelte, non si sa chi sono gli organi direzionale, non si sa come sono nominati e da chi.
L'esperienza umana più arida e inutile che abbia mai vissuto.

18 giugno, 2006

AMICIZIA AUTENTICA




Plutarco afferma che l'amicizia autentica si misura sulla base della franchezza.


La franchezza, dice, può anche essere dolorosa, lacerante per l'amico, tuttavia essa agisce come un "disinfettante" sui suoi errori, lo aiuta a correggersi, a rendersi migliore; di contro, l'adulatore si limita a correggere storture superficiali, di poco conto, senza mirare ad una strutturale, dura ma fraterna correzione.

Lasciamo la parola allo stesso Plutarco, le cui considerazioni, chiari e puntuali, non abbisognano di alcun commento:
" La franchezza vera, propria dell'amico, agisce sugli errori, causando un dolore che però salva e guarisce, come il miele che brucia e disinfetta le ferite, utile e dolce per il resto...

15 giugno, 2006

RIVOLUZIONE CULTURALE...

Ci sono tante persone impgnate a realizzare la RIVOLUZIONE CULTURALE...
iniziata anni fa dai tanti ragazzi di Calabria che scendevano in piazza negli anni 70...negli anni 80 e 90...
siamo ora a realizzare, nella nostra modestia, questo tratto di cammino che, poi, riconsegneremo ad altri volenterosi sperando che saranno sempre più numerosi...
Ad Ottobre cominciai ad impegnarmi per uno slancio emotivo...ora è un impegno più strutturato...meno emozionale..più razionale..
questi mesi sono serviti a conoscere un mondo a me ignoto...
io l' unica cosa che possa fare è dare un contributo in termini di pensiero, proposte, impegno...qui, come altrove,
Sono una persona che, in virtù, di un percorso emozionale tortuoso, difficile, a volte doloroso..ho raggiunto un mio equilibrio..
tante volte dò per scontato che il mio agire possa essere capito...
mi dispiace che questo non sempre accade....ma , per me, il rispetto della persona altrui è REGOLA IMPRESCINDIBILE DI VITA...
perchè so che la vita non è per niente... facile..
conosco i VERI drammi delle persone...i REALI problemi...
non posso essere io con il mio agire, o il mio scritto a crearne di altri a persone che , hanno i loro affari a cui pensare..
ieri cmq una bella notizia...la casa famiglia dove lavora Enzo (villa Falco a melito) e la Casa Emmaus a palizzi non chiuderanno...
grazie all'impegno concreto di due personalità politiche...
senza fare nomi
è bello vedere, a volte, un pò di luce
nella lunga notte della Calabria...
Un saluto...

14 giugno, 2006

Due domande ai giovani di Locri


di Antonia Capria


A partire dall’assassinio del consigliere regionale Fortugno, i ragazzi di Locri sono accolti, anzi invocati, in tutte le città d’Italia, sante all’arte, alla civiltà specificatamente europea e al lucroso turismo. I miracoli, o meglio le grazie che tutti i ragazzi calabresi chiedono sono parecchie. La prima grazia impetrata è di essere riconosciuti italiani a pieno titolo. La seconda è quella di uno stipendio a fine mese, uno qualunque, ma meglio uno stipendio RAI, nelle prestigiosa sede cosentina del Tg3, che sprizza esaustiva informazione da tutti i microfoni. L’altro miracolo è che la ‘ndrangheta smetta di fare macelli, almeno a Locri.

Ora, la Repubblica italiana darebbe questo e altro, come fa altrove, solo che la mafia guasta tutte le sue proficue iniziative. Si dà, per altro, il caso che questa maledetta mafia sopravviva in forza della generale omertà. Cosicché bisogna combattere prima l’omertà e poi la mafia. C’è inoltre da sciogliere il brutto nodo che avvince i politici alla mafia. Cosa che si può fare soltanto sopprimendo la mafia e non certamente i politici. Insomma la Repubblica si troverebbe nelle bille balle, se qui non fossero arrivate le grandi banche del grande Nord, che assorbono a costo zero, anzi con profitto generale delle popolazioni meridionali, i surplus infetti.

Non sordi al grido di dolore che sale dall’intera Italia, che vuole salvare la Locride, i giovani viaggiano di qua e di là gridando “ammazzateci tutti”. Milano li riceve, Torino li abbraccia, Roma non vi dico. Soltanto a Palazzo Koch, prestigiosa sede della Banca d’Italia, dove potrebbero dare qualche utile contributo medico e chirurgico, non sono stati mai chiamati.

Quando i giovani sfilano in sede, dietro Loiero e la tonaca del Vescovo, le finestre socchiuse che si affacciano lungo il percorso, vecchie e meno vecchie madri, vecchi e meno vecchi padri sanno per esperienza che la piazza non distribuisce pane e stipendi. Il pane e lo stipendio si ottengono trovando un pertugio per entrare nelle stanze della politica nazionale, che conferisce i posti e gli stipendi.

Sanno quanto è costato e costa in termini di euro mantenere il figlio agli studi, dargli da mangiare, vestirlo, pagargli la benzina e la pizza serale, compragli un maglione griffato e le scarpe Valleverde. Sanno pure che il vero segretario particolare del deputato è sempre quel ceffo che gli ha raccolto, gli raccoglie e gli raccoglierà i voti e le preferenze.

Da quando e perché la Calabria vive un simile stato confusionale? Da quando e perché si lascia mungere il suo poco latte di vacca tisica? Forse qualcosa si può capire andando indietro nel tempo e cercando di identificare le forze profonde – storiche - che legano e contemporaneamente dividono la Calabria dall’Italia e dall’Europa. E non solo sul terreno economico e politico, ma anche e soprattutto su quello civile, religioso, famigliare e giuridico-sociale (nel senso del rapporto che vige tra chi paga il lavoro e chi lavora). D’altra parte qualche accenno alla vicenda storica potrà risultare persino gradito al lettore.

Diciamo che durante l’Alto Medioevo la regione fu un’importante trincea a difesa dei resti della civiltà romana d’Oriente e il ponte tra il civile Oriente e l’Europa barbarica. Il tracollo arrivò con le Crociate, che dobbiamo considerare non solo come la controffensiva militare, ideologica e sociale dei regni barbarici d’Europa contro l’espansionismo islamico, ma anche come il progetto di saccheggiare le ricchezze dell’Impero romano d’Oriente, ambite dalle Repubbliche marinare di Venezia e di Genova.

Con le Crociate, il Sud passò dall’assetto classico (mercato, proprietà privata della terra e dei prodotti dall’artigiano), al feudalesimo di origine franca e germanica (signoria politica del barone sulla terra, conferimento del lavoro e dei prodotti alla corte baronale, tramonto dell’artigianato e della grande marineria).

Anche peggiore fu il destino della Calabria che, a partire dall’occupazione normanna, divenne una regione di transito tra la Sicilia e Napoli, e tra la Sicilia e le Puglie. Una terra dimenticata persino da chi regnava a Napoli. Da testa di ponte dell’antica civiltà mediterranea verso l’Europa, essa divenne il confine del mondo, il luogo aspro e inaccessibile dove, secondo l’immaginario barbarico, si sarebbe rifugiato Orlando, l’epico paladino di Carlo Magno, quando impazzì.

La solitudine morale, civile, economica continuò con gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, gli Spagnoli, gli Austriaci. Ogni tentativo di rinascita fatto dalle popolazioni – per esempio l’arte della seta - fu stroncato dai baroni; i monaci basiliani, che tanto amore, sapere economico e civiltà diffondevano negli impoveriti villaggi, furono scacciati, dispersi, forse arsi vivi e crocefissi.

Passò così mezzo millennio. La Calabria tornò all’attenzione della vita europea dopo cinque secoli, allorché il vecchio continente si era civilizzato e arricchito. Fu in seguito al terremoto del 1783, che si abbatté sui centri dell’Aspromonte, sulla Piana, sulle Serre, sul Poro. Il nuovo re, Ferdinando IV, mobilitò il meglio dell’intellighenzia napoletana, considerata universalmente fra le più avanzate in Europa, e lo inviò in Calabria. L’intervento regio ebbe l’effetto di una rivoluzione sociale.

Furono costruire case e chiese, fondati ospedali e scuole, le popolazioni sopravvissute vennero spostate su terreni meno pericolosi. Nacquero decine di nuovi centri urbani – le Città Nuove – ed ebbe inizio la fondazione delle Marine Joniche. L’arte delle costruzioni rifiorì, e Serra San Bruno ne divenne un’innovativa centrale. Furono inaugurati scaricatoi a decine e numerose fonderie e officine meccaniche sia statali che private. Gli antichi porti vennero nuovamente attrezzati e resi agibili. Il risveglio borbonico si fondò, infatti, sull’olio, di cui la Piana e la Calabria restante divennero i secondi produttori mondiali, dopo le Puglie.

La marineria e i traffici commerciali incrinarono il secolare isolamento della regione. Ma l’avvicinamento della Calabria e dei calabresi nella vita europea si ebbe veramente per ragioni militari e politiche. Infatti i novant’anni circa, compresi tra il 1799 e l’avvio dell’emigrazione in America, nel 1883, furono, per i calabresi, un’interminabile stagione di guerre, a difesa della loro terra e della loro libertà.

Nel 1799, le bande contadine del Cardinale Ruffo misero in fuga l’esercito francese e liberarono Napoli occupata. Fu la prima volta, dopo sei anni di vittorie in ogni luogo d’Europa, che un esercito della Francia rivoluzionaria voltava le spalle al nemico. Sette anni dopo, nel 1806, i francesi furono nuovamente battuti nella zona di Maida da un’armata inglese e dai briganti calabresi. A Londra, una piazza, una via e una stazione della metropolitana portano il nome Maida.

Gli inglesi celebrano Maida come la loro prima (e unica vittoria, prima di Waterloo) contro Napoleone. Ma forse a vincere veramente l’esercito napoleonico furono i calabresi. Né i re francesi ebbero mai un vero possesso della Calabria nel corso dei dieci anni che – per le gioie massoniche - sedettero sul trono di Napoli. I cosiddetti briganti calabresi non gli concessero un solo giorno di tregua. I calabresi divennero un argomento di poesia, una razza mitica che non si piega a niente. Napoleone III, ancora un rivoluzionario che entrava e usciva dal carcere, e Mazzini e Garibaldi portavano “il cappello alla calabrese”, che voleva dire: “io sono un coraggioso, uno che non si arrende, uno che muore per la libertà”. Lo portava persino Giuseppe Verdi, per dire che lui era un patriota.

Durante la resistenza antipiemontese, tra il 1860 e 1874, i contadini meridionali fecero un vero miracolo di arte militare. L’esercito detto italiano e i Savoia hanno nascosto le carte delle innumerevoli sconfitte subite e ancor più segretamente quelle dell’infame repressione, tuttavia qualche barlume di verità viene a tratti fuori. Ma non è ciò che voglio sottolineare in questo articolo.

Culturalmente è significativo che il romanticismo del primo Ottocento, nella cui etica le virtù libertarie dei calabresi appaiono esaltanti, dopo l’unità cavourrista lasciano il posto a stravaganze non solo antropologiche ma anche logiche. Quella stessa logica per cui i militari americani che ammazzano gli iracheni fanno il loro dovere, mentre gli iracheni che ammazzano i militari americani sono dei terroristi.

Voglio dire che il passato militare calabrese, interamente fondato sulle bande contadine, fu rivisitato in chiave positivista, arrivando alla conclusione che i contadini erano dei primitivi, dei cannibali, dei mostri umani, perché non avevano una divisa quando ammazzavano i soldati francesi o piemontesi. I quali, in verità, anche loro ammazzavano, impiccavano, incendiavano, sterminavano e chiudevano i prigionieri nei lager 80 anni prima che Hitler li imitasse.
Ora, niente di nuovo in detto ribaltamento in negativo di valori considerati positivi qualche decennio prima. La massoneria è prima di ogni cosa una specie di Minculcop, un ministero per la cultura popolare. La cultura di cui la gente va indottrinata.

Chi vince ha sempre ragione, perché toglie la parola al vinto. Rovistando nei miei studi scolastici, solo il povero Ettore e la povera Clorinda ricevono la pietà dal poeta avverso. Ma solo dopo essere stati resi inoffensivi dalla morte, o meglio dalla spada di uno dei “nostri”.

E qui siamo al punto nodale. I “nostri”! Chi sono i nostri in Calabria, come in Sicilia, a Napoli, a Bari, a Cagliari, a Potenza, all’Aquila, a Isernia? Siamo noi o i piemontesi? Conquistato il Sud, Cavour, capo di un governo parlamentare, doveva necessariamente ottenere il consenso “parlamentare” di una consistente maggioranza di deputati e senatori meridionali.

Siccome era lui stesso a scegliere i senatori, al tempo di nomina regia, e siccome il diritto di partecipare alla elezione dei deputai era ristretto a poche centinaia di elettori in ogni collegio (circa il due per cento dei maschi maggiorenni), a scegliere i parlamentari era in pratica lui stesso.

Ovviamente i deputati eletti e i senatori regi non dovevano essere cannibali, come il resto della popolazione, ma italiani ed europei a pieno titolo, cioè fedeli e obbedienti partigiani degli interessi e della volontà piemontese. Inizia così una storia senza fine. Da una parte i meridionali che servono il governo, dall’altra i meridionali, tali per storia, tradizioni, interessi, antropologia (e antropofogia) individuale e sociale.

La filastrocca, in tal modo cominciata, continua con il voto universale, in quanto il ruolo che all’origine era stato di Cavour, in appresso viene assunto dai partiti, i quali selezionano il loro personale rappresentativo in modo da avere sempre italiani ed europei come loro espressione politica. I meridionali li votiamo, perché sarebbe inutile non votarli. Infatti manca un’alternativa al profondo distacco, che vige sin dal febbraio del 1861.

Votiamo la sinistra o la destra o il centro in base a scelte di campo di livello padano o europeo o mondiale, che non c’entrano niente con i guai nostri. Li votiamo perché a candidarsi è un amico, un protettore o sperato tale. Li votiamo perché hanno la faccia onesta o sono onesti effettivamente. Perché hanno promesso la terra a i contadini, la pensione sociale, il ponte sullo Stretto.

Li votiamo perché hanno già fatto queste cose. Eppure, nonostante le cose fatte, il ruolo del Sud in Italia, in Europa, nel mondo non è cambiato. O se è cambiato, è cambiato per merito o per colpa della mafia. La quale, se proprio non è nata con lo Stato italiano, si è sviluppata sicuramente in vigenza dello Stato italiano.

Quel che appare non dico certo, ma molto probabile, è che la mafia sia la continuazione contaminata del romantico brigante che difese la sua terra, o del contadino senza uniforme che assaliva a tradimento, con le roncole, un plotone di bersaglieri sabaudi.

L’antico detto “carne venduta”, che veniva affibbiato al contadino arruolatosi nei carabinieri o nella finanza, mi ronza qualche volta nelle orecchie. Qual era il livello antropologico dell’inimicizia tra popolo del Sud e Stato italiano? E perché il mafioso ripete fra i denti un detto ormai privo di senso? E’ lui il vindice di un’identità perduta? La mafia, al di là delle sue strategie economiche milanesi, è nel suo profondo la vera anima patriottica del Sud conquistato?

Le sfilate si vedono, e ancor prima si vedono i morti. Ciò che non si vede è la verità. I giovani di Locri, prima o dopo le sfilate, dovrebbero riunirsi come centro di ricerca, per porsi domande di questo tipo:
1) A quale titolo il politico XL ha ottenuto quasi tutti i voti della contrada Tal dei Tali?
2) Il contributo degli affari mafiosi al Prodotto Interno Lordo italiano ammonta a centinaia di migliaia di miliardi di vecchie lire. Dove sono tutti questi soldi? Sono qui o in altre regioni d’Italia?

(pubblicato su www.eleaml.altervista.org)

13 giugno, 2006

L'ultima vana Resistenza delle Due Sicilie


Madre di tutte le “anomalie italiane” è l’irrisolta questione meridionale, generata negli anni immediatamente successivi alla creazione del nuovo Stato italiano. Ripercorrerò velocemente quei tragici anni, ma senza l'intenzione di scrivere l'ennesimo trattatello socio-economico su questa vergogna nazionale, e men che meno mi azzarderò a suggerire l’ennesima ricetta politica per lo sviluppo del Meridione.

Preferisco piuttosto rimanere su un campo prettamente culturale, e tributare in questo modo tutti gli onori possibili ad un Popolo e ai suoi eroi, che spontaneamente e per diversi anni combatterono valorosamente e ad armi impari contro il brutale esercito di uno Stato invasore, che senza aver dichiarato ufficialmente guerra, mosse una campagna di conquista verso il più prospero degli Stati della penisola (1), mascherando da allora il vero intento di quell’impresa dietro la retorica di vuoti ideali patriottici, peraltro bisogna dire ancora oggi poco avvertiti dalla popolazione.

Lo Stato italiano in seguito, invece di ravvedersi (già D’Azeglio si domandava se non fosse il caso di ritirarsi dalle province meridionali, perché “non ci vogliono”), utilizzò piuttosto tutti gli strumenti a sua disposizione, quelli politici (ad es. la sciagurata legge Pica del 1863), para-scientifici (ad es. le teorie dell’accademico Cesare Lombroso sulla criminalità innata della razza meridionale), culturali (ad es. la redazione di una filo-massonica e falsa storia risorgimentale, insegnata con zelo a tante generazioni di giovani italiani) ed economici (ad es. mantenendo da allora il baricentro politico-economico del Paese ben lontano da Napoli e Palermo), per evitare un doloroso ed imbarazzante processo di revisione, perpetuando così la colonizzazione interna.

Già qualche anno fa un piccolo gruppo di intellettuali onesti, sostenuti dall’entusiasmo dei ragazzi di Comunione e Liberazione, osarono sfidare la polverosa intelligentia italiana e la sua creatura più amata, il Risorgimento, mostrando agghiaccianti fotografie di “briganti” uccisi ed esposti con soddisfazione dai soldati piemontesi (come si vede la soldataglia americana a Guantanamo non ha inventato niente). E affondarono ancora il coltello nella piaga, rinvangando i numerosi lager sabaudi, sparsi qua e là all’interno del costituendo triangolo industriale (e nemmeno i nazisti hanno inventato niente). Ed infine alcuni si azzardarono perfino a coniare lo slogan “o briganti o emigranti”, per riassumere l’amaro destino che toccò al popolo napolitano e siciliano dal 1860 in poi.

Vergogna su quegli oscurantisti! Come osate confutare – fu detto loro - la nostra religione laica? Un cartello di (se non ricordo male) una ventina tra gli accademici nostrani di maggior fama mostrarono il petto, intimando dalle colonne de La Stampa di Torino che per revisionare il Risorgimento si sarebbe dovuto prima passare sui loro corpi.

Battaglia persa, quindi. E il tanto amato ex presidente Ciampi, perché fosse a tutti chiaro l’esito di quella dotta disputa, non perse occasione durante tutto il suo settennato di difendere l’intoccabile Storia patria e di citare ed elogiare ad ogni piè sospinto il brillante Mazzini, il senza-macchia Garibaldi, il lungimirante Cavour e così via, in un’orgia di Libertà, Unità ed Indipendenza (rigorosamente pronunciate in maiuscolo), gloriosa eredità dell’Ottocento e liturgicamente consegnate agli italiani di oggi.

Ciampi sa bene che quando non si seppelliscono i propri padri e non si rende loro giusta memoria, non si può costruire alcun futuro. Mentre questo, evidentemente, noi meridionali moderni non lo concepiamo se non a livello strettamente familiare, e per questo meritiamo senz’altro il nostro fosco presente.

I padri dei meridionali e dei settentrionali combatterono una tragica guerra civile, paragonabile per molti versi alla guerra civile americana tra nordisti e sudisti, al termine della quale però, a differenza di quanto accaduto negli States, da noi gli sconfitti non ebbero nemmeno l’onore delle armi e della memoria. Infangati già dal principio col termine sbrigativo ed infamante di “briganti”, diverse decine di migliaia di partigiani (appoggiati da gran parte della popolazione civile) combatterono dall’Abruzzo alla Puglia, da quello che oggi è il basso Lazio alla Calabria e in Sicilia, per riavere “o Rre nuosto”, il Re nostro, simbolo della Patria e delle loro secolari tradizioni, che la Modernità era pronta a travolgere. Re Francesco II, e suo padre Ferdinando II, erano amatissimi dal loro popolo, benché la propaganda straniera dell’epoca si accanisse: “l’odiato Borbone”, la “negazione di Dio”(2), “re Bomba” il secondo (3), Francischiello il primo, ma non più nel senso affettuoso con cui lo chiamavano la sua famiglia e i suoi cittadini.

L’esercito di Francischiello è persino diventato un efficace luogo comune, un modo per apostrofare soldati poco valorosi (4). Ma gli italiani fanno spesso fatica a capire il senso del detto napoletano: o pesce fete sempe d’a capa. Gli alti gradi dell’esercito borbonico, infatti, salvo rarissime eccezioni, si piegarono alla lunga opera di corruzione che il governo piemontese mise in atto, promettendo denaro e incarichi nell’esercito sabaudo. E lo svolgimento dell’impresa garibaldina sta lì a dimostrarlo: dal colpevole ritardo del telegrafista di Marsala, ai frequenti ed immotivati ordini di ritirata, al veloce passaggio degli ufficiali borbonici all’esercito sabaudo. Mentre i soldati, loro no, non tradirono! Furono l’estremo orgoglio di una nazione sette volte secolare: educati agli ideali di Cristo e della Patria, si batterono valorosamente sul Volturno e a Gaeta, patirono la fame ed il freddo a Fenestrelle e negli altri campi di concentramento piemontesi. Alcuni di coloro che tornarono, quelli meno umiliati nello spirito, si unirono infine ai “briganti” e ad altri eroici soldati legittimisti giunti da tutta Europa (come l’alsaziano Emile de Christen e lo spagnolo José Borjes) per combattere sotto il segno della bandiera gigliata dei Borbone delle Due Sicilie.

Francesco II e la sua coraggiosa moglie Maria Sofia, dopo la valorosa resistenza di Gaeta, seguivano gli eventi da Roma, confortati dal papa Pio IX (fatto recentemente santo da Giovanni Paolo II). Non potevano certo finanziare la resistenza, come furono accusati di fare, semplicemente perché lasciarono tutti i loro averi a Napoli: il pio monarca preferì evitare alla sua capitale dolorosi bombardamenti, memore probabilmente di quelli che le navi inglesi solo una ventina d’anni prima minacciarono, pretendendo (e infine ottenendo, per interessata intermediazione francese) un “prezzo politico” per lo zolfo siciliano, il petrolio dell’epoca. Francesco salvò così la città e le sue splendide regge, ma non l’oro delle casse del Banco delle Due Sicilie dall’avidità di Garibaldi e di Cavour, che per giunta, dopo aver arraffato i loro risparmi, si affrettarono a compatire l’estrema miseria di quelle povere genti meridionali.

Non bastarono l’appassionata difesa dello storico Giacinto De Sivo nella sua “Tragicommedia”, la competenza analitica di Giacomo Savarese nel suo “Finanze napoletane e piemontesi dal 1848 al 1860”, e persino le memorie dell’ultimo primo ministro borbonico Pietro Calà Ulloa. Niente da fare: lo Spirito della Storia, come lo chiamava Hegel, stava passando; vento gelido del nord, che portava con sé gli abomini che avrebbero afflitto l’Europa per tutto il secolo successivo: l’odio razziale e culturale mascherato da compassione, la miseria umana mascherata da ricchezza, l’Anticristo mascherato da Progresso.

La Provvidenza però non ci ha abbandonati, e un segno tangibile lo abbiamo proprio nelle martoriate terre del sud Italia. Da una umile famiglia di agricoltori di Pietrelcina, con ogni probabilità “complici” dei “briganti” del beneventano, è nato il più carismatico tra i santi del Novecento. Se noi meridionali fossimo solo un briciolo consapevoli della nostra storia, San Giovanni Rotondo non sarebbe per noi una facile (e squallida!) fonte di guadagno o una delle poche àncore a cui aggrapparci per evitare di emigrare: capiremmo che Dio ha indicato nei luoghi di Padre Pio il punto in cui italiani ed europei debbono finalmente riconciliarsi con Lui.


Note:
(1) Persino l’ex ministro Giulio Tremonti in un suo recente articolo del 2005 sul Corriere della Sera, nel presentare il suo progetto di una Banca del Sud, non lesinò lodi per l’amministrazione e le finanze borboniche, ma prudentemente condannandone ancora una volta la politica illiberale, rimanendo quindi tutto sommato nel politically correct.

(2) Involontariamente comico il risultato della propaganda inglese: il massone lord Palmerston inviò nel 1850 lord Gladstone, massone pure lui, da Londra a Napoli per trovare gli elementi giusti per screditare Ferdinando II agli occhi del mondo. Gladstone avrebbe potuto risparmiarsi il viaggio fino a Napoli, perché l’idea gli venne pensando alla sua Inghilterra e alla drammatica condizione dei carcerati. Su questa base costruì dunque la più assurda delle infamie: un massone che accusa un regnante cristiano di essere la negazione di Dio fatta sistema politico! Alcuni anni dopo l’unificazione della penisola, Gladstone tornò in Italia per ricevere i complimenti dei suoi amici liberali napoletani, i quali ben conoscendole per esservi stati rinchiusi, gli chiesero quali carceri avesse egli visitato, da provocargli un tale (immotivato) sdegno. E l’inglese li freddò, confessando che il suo racconto era del tutto inventato.

(3) Nel 1848 Ferdinando II comandò di bombardare Messina per sedare le sollevazioni. L'anno successivo Carlo Alberto, per lo stesso motivo, diede il medesimo ordine contro Genova. Il primo meritò in seguito l’affetto e la fedeltà dei messinesi, concretizzatosi in una valorosa resistenza durante l’invasione. Il secondo ottenne l’odio perpetuo dei genovesi verso la dinastia sabauda, ma l’onore eterno degli storiografi moderni.

(4) Altro celebre luogo comune coniato durante l’epopea risorgimentale è quello sulla “burocrazia borbonica”. Non intendo affannarmi in questo contesto per confutare, preferisco rimandare alla nota (1).

Callipo: "La Calabria è persa, mi ritiro"

di ATTILIO BOLZONI

UN ANNO fa aveva scritto a Ciampi e chiedeva l'esercito in campo contro la 'ndrangheta. Ma oggi, esattamente dodici mesi dopo quel suo grido, ha deciso di dimettersi da presidente della Confindustria calabrese. "Basta, entro giugno scade il mio mandato e me ne vado per sempre. Non ce la faccio più, se continuo a denunciare quello che gli altri non vogliono mai denunciare finirà che mi prenderanno per pazzo e mi chiuderanno in una clinica per malattie mentali". Se ne va Filippo Callipo, l'industriale calabrese del tonno che ha provato a ribellarsi al racket e che si è ritrovato solo a combattere contro i boss.

E' una scelta definitiva, presidente?
"Sì, lascio e forse un giorno o l'altro farò un altro passo ancora. Come tanti altri miei colleghi, venderò tutto quello che ho e me ne andrò lontano dalla Calabria".

Perché ha deciso di dimettersi? C'è stato un episodio particolare, è accaduto qualcosa che l'ha spinta a mollare tutto e tutti?
"Qui in Calabria la situazione è come cinque annni fa, è come tre anni fa, è come un anno fa o come la settimana scorsa. O come ieri l'altro, quando a Vibo Valentia hanno prima ucciso e poi dato fuoco a quell'imprenditore agricolo che aveva fatto i nomi dei suoi estorsori. Qui in Calabria non è cambiato nulla, non cambia mai niente".

Neanche dopo il delitto Fortugno, non c'è stato qualche segnale nuovo nemmeno dopo le operazioni di polizia partite dopo l'uccisione del vicepresidente del consiglio regionale?
"Tranne qualche latitante arrestato e un po' di pulizia fatta qua e là, non vedo grandi mutamenti in Calabria. E soprattutto non vedo nascere la fiducia nelle persone che vivono dalle nostre parti. Non voglio essere sempre pessimista ma i fatti sono fatti. E non voglio nemmeno fare polemica, le cose però stanno così".

Non è cambiato proprio niente allora?
"La settimana scorsa ho saputo che gli avvocati della camera penale di Vibo hanno firmato tutti insieme un documento dove chiedono più sicurezza nel loro territorio. Certo, è qualcosa, è importante che anche le categorie professionali facciano sentire la loro voce. Ma della sicurezza del territorio ne parlavo da solo già cinque o sei anni fa e tutti dicevano che ero un pazzo scatenato".

Anche i suoi colleghi imprenditori?
"Alcuni mi battevano la mano sulle spalle e mi dicevano: 'Bravo Filippo, bravo, continua così'. E poi mi lasciavano andare avanti tutto solo. Altri invece mi hanno sempre attaccato, altri dicevano che con le mie denunce pubbliche e con le accuse continue contro la criminalità organizzata stavo rovinando l'economia della Calabria e anche il rapporto tra le imprese e la classe politica locale. E allora che se lo tengano pure quelli lì il loro rapporto con la classe politica locale, se lo tengano a suon di mazzette. Io non ci sto, io mi ritiro".

Non crede che ci siano ancora le condizioni per portare avanti la sua battaglia contro il racket e contro la corruzione nella burocrazia, nelle amministrazioni?
"No, non ci credo più. E oltre a dimettermi, d'ora in poi non concederò più neanche interviste ai giornali. Mi sono scocciato di parlare sempre solo e soltanto io. Questa è l'ultima intervista, non risponderò più neanche ai giornalisti. Sono veramente sconfortato".

Ha mai parlato con Luigi De Sena, lo ha mai incontrato il superprefetto mandato a Reggio nell'autunno scorso?
"Mai. L'ho visto casualmente solo una volta durante un incontro. Non mi ha mai chiamato, non mi ha mai chiesto nulla di tutte le denunce fatte nei mesi e negli anni passati come presidente della Confindustria calabrese".

Dopo il suo appello a Ciampi e dopo le polemiche che sono seguite, da Roma si è fatto sentire qualcuno?
"Silenzio totale. Quel mio sfogo nel giugno del 2005 sulla 'ndrangheta che in Calabria soffocava le imprese e tutto il resto, è caduto nel vuoto. Ecco perché ho deciso di andarmene".

Pentito di avere parlato a voce alta?
"No, sono pentito di avere iniziato altre avventure imprenditoriali in questa regione. L'anno scorso ho avviato un progetto per una fabbrica di gelati a Maierato e un altro progetto per la realizzazione di alcuni impianti turistici. Oggi non lo rifarei più, ho capito che non vale la pena di investire in Calabria. Al contrario, ogni giorno sono tentato di vendere e trasferirmi fuori, nel nord Italia o da qualche altra parte".

Ha ricevuto altre minacce, altre intimidazioni?
"No, in questi ultimi mesi non più".

L'anno scorso mi aveva raccontato che era stato dall'allora ministro degli Interni Pisanu e gli aveva chiesto: ministro, mio figlio studia a Milano e vuole tornare in Calabria, lei mi deve dire se può tornare o no perché io non so cosa rispondergli. Suo figlio è tornato?
"Gli mancano pochi mesi per laurearsi e lui vuole tornare per lavorare nella nostra azienda".

E lei cosa gli ha detto, cosa gli ha consigliato?
"Niente, come un anno fa non so cosa dire a mio figlio".


(da repubblica.it del 13 giugno 2006)



Sconfortante quest'intervista. E purtroppo non è certo la prima volta che i "figli migliori del Sud" scappano via a gambe levate.
Presidente Callipo, se proprio non può fare a meno di trasferire sè, la sua famiglia e le sue imprese lontano dalla Calabria, mi faccia però la cortesia di non fermarsi al Nord, valichi le Alpi e scappi in posti più civili!

12 giugno, 2006

Osservazioni



Perchè da qualche mese mi interessa la Calabria?
Boh. Forse perchè per qualche mese ce l'ho avuta davanti agli occhi tutti i santi giorni quando uscivo di casa e passeggiavo sulla spiaggetta del quartiere Paradiso di Messina. O forse perchè sento una particolare vicinanza coi calabresi, con la loro storia e cultura. O forse, ancora più probabilmente, perchè quando conosci nuovi amici, e li stimi, ti interessano e diventano care le loro terre d'origine.

Quale che sia la ragione che mi spinge ad interessarmi di "cose calabresi", mi permetto di esprimere qualche commento, dal mio punto d'osservazione geograficamente distante, sull'attualità...

Il movimento spontaneo dei "ragazzi di Locri" ha costituito il momento più significativo negli ultimi mesi della (molto povera) politica italiana. Un momento entusiasmante, e posso dirlo pur avendolo vissuto purtroppo solo con l'ausilio del messenger e del forum. Grande quantità di energia potenziale sprigionata da questi giovani, energia nuova e pulita da spendere per cambiare e migliorare la situazione di una regione molto depressa socialmente ed economicamente. Anzi, ahimè la più depressa d'Europa.

Che cosa significa battere la 'ndrangheta?
Significa due cose, inseparabili: (ri-)stabilire la legalità e costruire una solida prospettiva di sviluppo. Impensabile scindere queste due cose, o solo pensarle separatamente. In altre parole, bisogna (ri-)fondare lo Stato. Non solo, ma per realizzare queste due cose non è necessario (e anzi nemmeno auspicabile) applicare logiche politiche partigiane. Io sinistra, tu destra, io buono, tu cattivo.
Non è qualunquismo questo, ma puro e semplice spirito di Patria, che non ha colorazioni: questi ragazzi hanno dimostrato, sfidando i mafiosi a faccia scoperta, di amare la loro Patria. E di voler investirci sopra le loro energie e possibilmente il loro futuro. Chi può dire di aver fatto lo stesso, aldilà di tanta sterile propaganda?

Due notizie di questi giorni: un agricoltore che denunciava di subire il racket è stato ammazzato ieri a Briatico; Trenitalia ha svelato i nuovi orari e il potenziamento dell'offerta, e non c'è nulla che riguardi la penisola a sud di Napoli.

Senza polemica verso i più "sinistroidi" (e penso anche i più giovani) tra gli attivisti di AmmazzateciTutti, ma credo di comprendere molto bene il sentimento di rassegnazione della gran parte dei concittadini meridionali nei confronti dello Stato italiano. Rassegnazione dei nostri genitori, zii e nonni. Non lo giustifico (anzi, mi fa rabbia), ma lo capisco perfettamente.
E consiglierei a tutti, e in particolare proprio a noi meridionali, un approccio diverso con il Sud Italia, per evitare di accendere inutili fuochi di paglia che sembrano promettere bene ma poi scompaiono nel giro di un'ora: prima capire il problema (ma per davvero!), poi discuterne (e non più del giusto necessario) e infine risolverlo (bene e in fretta).

Indifferenza selettiva

Recentemente mi sono imbattuto in questa forma di comportamento umano.
Si immagini un luogo con un orientamento prevalente a livello di pensiero politico, si è pronti a azzannare l' avversario politico per ogni atto considerato contro l' interesse nazionale.
Poi le cazzate vengono fatte da un governo amico, qualcuno ne scrive e i pronti censori che fanno?...ignorano...opppure sputano veleno su chi sollecita un intervento dicendo che non è possibile scrivere su tutto (quando effettivamente si è scritto su di tutto e di più tranne che su quello).
In questo modo non si è credibili e non si è autorevoli, ma esserlo di questi tempi è difficilissimo se non impossibile, se non si ha l'umiltà di mettersi in proprio e ci si crede TOCCATI dalla Verità.
Un altra cosa..se intendo mettere radici in un certo contesto non è che attaccando tutti i possibili interlocutori lo faccia al meglio, specie quando essi hanno una storia e tu stai muovendo i primi passi.
Sono solo pensieri miei personali intorno ad un qualcosa che aveva un potenziale di crescita enorme se ci si fosse messi a lavorare, seriamente, ad una strategia di lunghissimo periodo.
Invece quel qualcosa è diventato solo lo strumento di lotta di una certa parte contro tutte le altre, o cmq è questo l' uso prevalente che se ne fa.
Un vero peccato, specie se ti ci eri dedicato con passione e in modo del tutto disinteressato.

11 giugno, 2006

SFOGO

Oddio si è montato la testa verrà da pensare.
Niente di tutto questo! Oggi ho assistito a qualcosa di cattivo gusto.
NOn scendo nei particolari perchè non voglio incorerrere nello stesso errore da quale sto rifuggendo, ma è davvero di cattivo gusto prendere una persona, linciarla pubblicamente, qualunque sia la ragione che ti possa portare ad essere in disaccordo con quella persona.
Si è perseverato e proseguito sistematicamente senza aver dato a quella persona il sacro diritto di replica.
Queste sono cose che non si fanno! Ripeto qualunque sia la ragione e anche se si è convinti di essere nel giusto( cosa che so con certezza).
D'ora in poi Jack_Walsh scriverà qui nel suo angolo o in altri posti ove sia garantito l' elementare rispetto per la dignità e il decoro altrui.
Ci sono provocazioni fatte ad arte, affinchè, da gonzi, si cada e si possa prestare il fianco alle peggiori critiche o ad azioni giudizizarie.
Quando si cade come pere cotte in queste trappole non si può fare assolutamente niente.
Io provo fastidio fisico.
I valori, l' etica, la legalità devono essere vissute non accantonate quando la cosa non ci conviene.
Cosa dire? Le crociate non portano da nessuna parte, distruggono quel poco di credibilità che ti stavi costruendo.
Non puoi entrare in una casa distruggendo tutto, non puoi distruggere una persona sfruttando uno spazio pubblico che hai e trasformarlo in una gogna pubblica.
Non è questo quello che intendo io per agire civile.
Civilità è altro dalle mie parti.
Questo voleva essere uno spazio dove fare considerazioni di carattere generale.
Si è trasformata in un angolo di sfogo.
Che delusione!

10 giugno, 2006

IL LEONE DEL PANJSHIR



UN DOVEROSO TRIBUTO AD UN GRANDE EROE, IL QUALE AVEVA INTUITO IL PERICOLO DEL TERRORISMO GLOBALE CON LARGO ANTICIPO. RITENGO CHE TUTTI DEBBANO DIRE GRAZIE AL GRANDE "LEONE DEL PANISHIR2 SE ANCORA IL MONDO SIA IN GRADO DI FRONTEGGIARE EFFICACEMENTE LA BARBARIE DEL TERRORISMO.

Ahmad Shah Massoud (احمد شاه مسعود) (1953 – 9 settembre 2001), detto il "Leone del Panjshir", è stato un militare e leader politico afgano dell'Alleanza del Nord, combattente contro il regime talebano afgano.

Di etnia tagika, studiò al Liceo francese di Kabul. Iscritto fin da giovane a movimenti islamisti, partecipò alla lotta politica contro le ingerenze straniere nell'Afghanistan. Negli anni '80 fu combattente dei mujaheiddin e sconfisse le truppe d'invasione dell'Armata Rossa, guadagnandosi tra la sua gente la fama di eroe.

Entrato a Kabul come Ministro della Difesa, trovò nuovi nemici nelle fazioni integraliste dei mujaheiddin. Guerre e distruzioni segnarono gli anni dal 1992 al 1994, che costrinsero Massoud a lasciare la capitale, combattendo i gruppi wahabiti pashtun (aiutati dal Pakistan), meglio forniti in armamenti ricevuti dagli USA, nelle sue montagne del Panjshir, pur rimanendo ufficialmente il vicepresidente dello Stato Islamico dell'Afghanista, unico governo riconosciuto dell'ONU.

Venne assassinato il 9 settembre 2001 a Khvajeh Baha od Din da due arabi che si fingevano giornalisti di una emittente marocchina in un attentato suicida. La bomba era nascosta nella telecamera. Dopo l'attentato, il secondo giornalista (leggermente ferito) fu catturato dalle guardie del corpo di Massoud e messo in una cella. Riuscì a scappare, ma quando fu scoperto, tentò di usare la sua pistola, ma una guardia del corpo lo uccise con un colpo di fucile. Nessuno ha mai riconosciuto l'attentato, ma i sospetti puntarono sui Talibani o Al Qaeda. Molti ritengono che l'assassinio doveva impedire all'Alleanza del Nord di liberare il paese, con l'appoggio, allora a livello teorico, degli USA.


Ahmad Shah Massoud, leader dell'Alleanza del Nord e combattente contro il regime dei Taliban è stato ucciso da terroristi suicidi il 9 Settebre 2001, due giorni prima dell'attacco agli U.S.A.

Ha difeso per anni la sua gente nella valle del Panjshir dalla follia dei Taliban, combattendo per un Islam democratico ed un Afghanistan libero. Nella logica dei Taliban il suo assassinio avrebbe dovuto impedire all'Alleanza del Nord di liberare il Paese con il prevedibile appoggio degli Stati Uniti.

Il leggendario "Leone del Panjshir", il "Chè Guevara afghano" lo voglio ricordare sorridente come nella foto a lato, come testimonianza che esiste un Islam diverso dal buio dell'integralismo.


Per milioni di persone alla ricerca degli ultimi personaggi di avventura egli è stato una icona come Che Guevara: l'ideale romantico del guerriero intellettuale. Sembrava un poeta della beat generation, con il suo copricapo tipico delle popolazioni dell'Hindu Kush indossato sempre di traverso, ed una espressione esistenzialista negli occhi. Avrebbe voluto essere architetto quando, da adolescente, studiava al Liceo Francese di Kabul.

Il destino lo ha voluto Mujahidin, combattente per la libertà dell'Afghanistan fino alla fine. Iniziò la lotta con solo 20 uomini, 10 kalashnikov, una mitragliatrice e due lancia-razzi. I riferimenti intellettuali erano: Mao, Chè Guevara, Ho Chi Min, tattiche rivoluzionarie adattate alla situazione Afghana.

Nel corso di poco più di venti anni ha sconfitto un dittatore afghano (Muhammad Daoud) e l'Armata Rossa dell'Unione Sovietica. L'essere sfuggito ad innumerevoli accerchiamenti dei più duri generali russi ed essere stato in grado di tenere in scacco le orde nere dei Taliban, può essere considerato da molti un miracolo.

Ahamad Shah Massoud è stato una leggenda che è nata non a caso in una terra che ha visto passare figure mitiche come Alessandro (Eskandar) e Tamerlano (Timur). Il suo Islam era gentile come il sapore delle pesche del Panjshir, niente di simile alla versione demenziale dei Taliban.


Secondo gli astrologi afghani avrebbe dovuto vivere altri 40 anni, ma sappiamo che così purtroppo non è stato. Gli sarebbe bastato molto meno per vedere un Afghanistan libero.

Avrebbe avuto il tempo di dedicarsi finalmente alle partite a scacchi con gli amici ed alla lettura delle poesie persiane che tanto amava nella sua casa nella valle che sembra la materializzazione di Shangri-La.

Massoud dormiva meno di 4 ore per notte. Ufficialmente era il vice presidente dello Stato Islamico dell'Afghanistan, l'unico governo del paese, riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma che controllava solo il 10% del territorio. Con l'ausilio di un telefono satellitare e walkie-talkies coordinava la lotta finanziata con i proventi della vendita di smeraldi e lapislazuli estratti dalle miniere della sua valle.

Nei rari momenti di sosta tornava a casa dalla moglie e dai 4 figli soffermandosi nella sua libreria contenente più di 3000 volumi di cui molti antichissimi.


In tutto il Panjsher Massoud era riverito come un Lord feudale, quasi come un re.

Il più profondo contrasto tra la sua concezione dell'Islam e quella dei Taliban riguardava la condizione femminile, su questo argomento si trovava spesso in contrasto anche con gli altri leader dell'Alleanza del Nord.

Il suo sogno era quello di costruire una università nel Panjshir, soprattutto per dare la possibilità alle donne afgane di studiare, avere un ruolo attivo nel governo del paese e dare inizio ad una emancipazione dal ruolo che tradizionalmente è a loro riservato in Afghanistan.



In una intervista gli fu chiesto come vedeva il futuro: " Per essere onesto, mi piacerebbe passare il resto della vita a ricostruire il mio paese".

E' adesso compito di tutti gli Afghani, superando le divisioni etniche e tribali, realizzare il suo sogno.

Intervista ad Ahmed Shah Massud *
di Piergiorgio Pescali


foto Jane's Intelligence Review

* Massud è il comandante delle forze armate della Northern Alliance, la coalizione anti-Taliban guidata dall’ex-presidente Burhanuddin Rabbani e riconosciuta dalle Nazioni Unite.
Questa intervista è stata fatta poco prima dell'attentato di cui Massud è rimasto vittima. (vedi brevi Afghanistan)


Domanda: Comandante Massud, venti anni di conflitti hanno dimostrato che non può esserci una soluzione militare al problema afghano. Cosa propone la sua coalizione?

Risposta: Un governo transitorio che, in un lasso di tempo tra i 6 e i 18 mesi, disegni una nuova Costituzione che garantisca una rappresentanza di tutti i gruppi etnici afghani nel governo ed elezioni generali democratiche con la formazione di partiti politici.



D: C’è una personalità afghana, accettata da tutte le fazioni in lotta, che potrebbe divenire un leader del Paese?

R: Non vedo una specifica persona che possa godere della fiducia del popolo afghano. Credo piuttosto che sia molto più importante avere dei princìpi. Più che un leader, all'Afghanistan servono idee e princìpi su cui basare il futuro Stato.



D: I Taleban hanno recentemente annunciato che conquisteranno tutto l'Afghanistan entro la fine del 2001. Qual è la sua previsione?

R: Non credo che ciò corrisponda alla reale situazione sul campo. Ho già detto in passato e lo ribadisco ora che non c'è soluzione militare per l'Afghanistan.



D: E' servito il suo viaggio in Europa, su invito del Parlamento europeo ?

R: Da un punto di vista politico è stato positivo. Speriamo di assistere a un arrivo di aiuti umanitari.



D: Perché gli europei dovrebbero appoggiare l’opposione anti-Taliban?

R: Perché questa parte del fronte ha un chiaro messaggio: lasciateci avere elezioni generali in Afghanistan, lasciate che la comunità internazionale, l'Onu e il Gruppo dei 6+2, supervisionino le elezioni in Afghanistan, lasciate che il popolo dell'Afghanistan scelga il proprio destino. Inoltre noi lottiamo contro ogni forma di terrorismo, qualunque sia il suo scopo e che operi dentro o fuori l’Afghanistan. Ho detto che Osama bin Laden è un criminale e non è facile per me, che ho dedicato la mia vita alla Jihad, affermare questo. Noi crediamo nella democrazia, mentre i Taliban no. Noi siamo contro il terrorismo, mentre loro lo appoggiano. Noi vogliamo che l'Afghanistan abbia una coesistenza pacifica e buone relazioni con tutti i Paesi; i Taliban vogliono invece esportare le loro idee creando ancor più problemi per l'Afghanistan. Noi consideriamo uomini e donne come esseri umani aventi gli stessi diritti; i Taleban li hanno discriminati, contrariamente alle intenzioni di Dio, che li ha creati come esseri umani uguali. Questo è ciò in cui noi crediamo. A seconda delle circostanze, noi avremo successo o no, ma questa è un'altra questione.



D: Dopo più di venti anni di combattimenti, qual è secondo lei la cosa più importante nella vita di un uomo?

R: La decisione. Credo che quando uno prende una decisione ed è determinato a portare a termine ciò che ha iniziato, tutto diviene più semplice e facile. Per esempio io ho combattuto i sovietici, ma per me non era importante vincere la guerra contro di loro. La mia decisione era stata quella di combattere i russi comunque, sia che noi vincessimo, perdessimo, sia che la lotta durasse dieci, venti anni o più. E oggi io prego Dio perché ci aiuti nelle nostre decisioni e nella nostra determinazione nel combattere i Taliban. Non è importante quanta terra perderemo e quanto soffriremo. Noi conosciamo il nostro nemico e la nostra decisione è resistergli.



D: Qual è la maggiore difficoltà che incontra oggi?

R: Quando i sovietici sono giunti in Afghanistan, il popolo sapeva qual era il loro fine. Oggi al posto dell’Urss siamo invasi dal Pakistan, che si è servito della copertura dell’Islam, della religione e dei Taliban. Il popolo afghano ha impiegato diverso tempo a scoprire il vero volto del Pakistan. E' stato molto difficile spiegare il motivo per cui combattere una nazione islamica come la nostra e solo dopo molto tempo il popolo afghano ha capito la verità. Ora le cose sono molto più facili perché la gente sa ciò che sta accadendo.



D: Lei ha una famiglia e dei figli. Non è mai stato tentato di abbandonare tutto e ritirarsi a vita privata?

R: E' per questo che insisto sull'importanza delle decisioni.



D: Qual è stato il più grande errore che ha commesso in passato?

R: La natura umana non è infallibile. Chi agisce, chi decide, commette anche degli errori. E ancora mi è difficile identificare quale sia stato l'errore più grave. Probabilmente dall’esterno è più semplice individuare gli sbagli. Del resto, se non avessimo commesso degli errori, come avrebbero fatto i Taliban a nascere e conquistare il potere?



D: Lei sembra una persona molto religiosa, ma al tempo stesso è anche un combattente. Non sente alcun rimorso nell'uccidere uomini, e per di più afghani?

R: Noi combattiamo una guerra per una giusta causa. Abbiamo il diritto di difenderci e difendere il nostro popolo. Non siamo noi che attacchiamo. Noi ci difendiamo.



D: La Northern Alliance è composta da fazioni che in passato si sono combattute l’una contro l’altra. Quali garanzie possono esserci che, nel caso la sua coalizione andasse al potere, che non si ripetano i conflitti interni avvenuti tra il 1992 e il 1996?

R: Uno dei problemi che esiste in Afghanistan è la mancanza di fiducia. Si ha paura del futuro e di ciò che questo può riservare. Ora abbiamo concluso un accordo con Dostum, Ismail Khadir e Ismail Khan - i comandanti delle altre fazioni - sui princìpi che garantiranno il loro futuro nel governo afghano. Il punto cardine dell'accordo è continuare la resistenza contro i Taliban per indurli a sedersi al tavolo dei negoziati e formare un governo provvisorio che dovrebbe rimanere in carica da 6 a 18 mesi, prima di indire le elezioni.



D: Quindi è pronto a formare un governo di coalizione con i Taliban?

R: Solo per un periodo di transizione dalla guerra alla pace. Se accettiamo un governo di coalizione, è solo per fermare questa guerra e l'intervento del Pakistan. Inoltre, il governo provvisorio dovrà lavorare per preparare le elezioni generali. I Taliban mi hanno già offerto di fungere da primo ministro e al tempo stesso di mantenere il mio esercito nella zona settentrionale per creare una regione autonoma. Ma io ho rifiutato. L'Onu e del Gruppo 6+2 dovrebbero supervisionare il processo di transizione che porterà alle elezioni.



D: Il ruolo dell'Onu in Afghanistan è sempre stato perdente. Secondo lei esiste un’altra organizzazione internazionale in grado di svolgere il ruolo delle Nazioni Unite?

R: L'Onu è perdente se non ha l'appoggio delle grandi potenze occidentali. Solo con un forte sostegno delle grandi potenze, il Pakistan non sarebbe più in grado di appoggiare i Taleban. E questi, allora, non avrebbero più di sei mesi di vita. Anche Osama bin Laden non potrebbe sopravvivere.



D: Lei ha detto che la soluzione del confitto afghano si potrà raggiungere solo dopo aver indetto elezioni generali. Sembra, però, che lei dimentichi anche i fattori esterni che condizionano la situazione afghana: interessi economici, geopolitici, strategici. L'Afghanistan è solo una delle pedine che giocano una partita ben più grande nello scacchiere internazionale. Come fa a non tenere conto di questi problemi?

R: Credo che i problemi esterni rimarranno tali solo fino a quando riusciremo a indire le elezioni generali nel nostro Paese. Penso che la resistenza contro i Taliban e contro chi li sostiene (Pakistan, ndr) accelererà la soluzione afghana.



D: Se lei pensa che le elezioni generali siano davvero la soluzione del problema afghano, perché non le ha indette quando era lei stesso al potere, tra il 1992 e il 1996?

R: Quella delle elezioni non è una posizione che abbiamo adottato solo ora. Siamo sempre stati favorevoli a che il popolo afghano potesse esprimere il proprio parere tramite il voto, anche durante il periodo in cui eravamo al potere a Kabul. Ma allora eravamo in guerra tra di noi e nessuno dei nostri oppositori accettava le consultazioni. Le abbiamo proposte prima a Hekmatyar e poi ai Taliban, ma loro non hanno accolto le nostre condizioni.



D: Pensa che un governo democratico che ricalchi quelli occidentali possa accordarsi con la storia, le tradizioni e la religione degli afghani?

R: Quando parliamo di democrazia non intendiamo una replica dello stile occidentale in Afghanistan. Non pensiamo che la democrazia in Afghanistan possa essere paragonabile, per esempio, a quella francese o italiana. Il punto importante è lasciare che sia il popolo a decidere quale sarà il primo gradino da intraprendere per la realizzazione di uno Stato afghano moderno. Le crisi possono essere risolte solo se si dà una possibilità alla gente di scegliere.



D: Pensa che il popolo afghano potrà avere una possibilità di scelta? E, se sì, quando?

R: Al più presto. Questo è il motivo per cui lottiamo.



D: Chi è Massud secondo Massud?

R: Scelga lei. Io mi considero una persona che ha dedicato la sua vita alla liberazione del suo Paese e del suo popolo. E' per questa che stiamo combattendo.

REGIONE CALABRIA AL LAVORO?

Due riunioni in sei mesi per meno di tre ore di lavoro effettivo.
E' questo il ruolino di marcia del Consiglio Regionale della Calabria, lo leggevo proprio ieri su di un giornale.
Le commissioni consigliari non hanno mai legiferato.
Alcune commissioni si sono riunite in un anno solo tre volte.
La commisione regionale antimafia si è riunita dalla sua costituzione solo due volte, e MAI quest'anno.
Lungi da me essere un anarchico o uno che non ha il senso del rispetto delle istituzioni, ma ci rendiamo conto che in Regione Calabria non si lavora?
è tutto fermo!
Da cittadino mi piacerebbe sapere il motivo di questa paralisi delle attività.
L' Abruzzo ha riunito il consiglio regionele 16 volte.
La Sicilia 27 volte, 13 in Campania, 16 in toscana 21 in Emilia Romagna.
Ritengo che sia lapalissiano che la Calabria ha tanti problemi, a me piacerebbe vedere persone che si impegnano per la risoluzione degli stessi, piuttosto che fare interviste, annunci, proclami, querele.
Le speranze di una primavera Calabrese con la vittoria del centrosinistra lo scorso anno sono andate per massima parte deluse, se non addirittuta totalmente.
Invece di persone che, alacramente, si impegnino per risolvere i problemi della nostra regione, vediamo persone intente a intrattenere un costante rapporto con i media, perchè è importante mettersi in mostra piuttosto che operare concretamente, persone che creano liste e listerelle per avere il proprio posto al sole sfruttando i momenti elettorali.
Ecco cosa mi fa masticare amaro
C'è tempo per le tattiche, le strategie elettorali, di potere, non , evidentemente, per lavorare alla risoluzione dei problemi delle nostra Regione.
Allargo il discorso ai neoeletti al parlamento, sperando, che diano prova di maggiore impegno e maggiore attenzione ai problemi del territorio che rappresentano.

NUOVE STRATEGIE COMUNICATIVE :-)



07 giugno, 2006

Storia di una niña immigrante





Carmen era una bambina allegra che amava il canto. Viveva in campagna e aveva un asinello. La nonna e la madre lo caricavano di grano e patate e anda- vano a venderli al mercato. C'era la guerra in quegli anni, ma a Caroniti ("significa cari e uniti") allora provincia di Catanzaro, oggi provincia di Vibo " non si avvertiva va, i soldati non arrivavano".

A otto anni Carmen parte per Buenos Aires, "venti giorni di viaggio da Genova", con la madre e l'ansia di conoscere il padre, andato via dalla Calabria nel 1947.
L'arrivo in una notte di ottobre. L'incontro con quest'uomo "alto, biondo e con un cap- pello. Quella sera fu festa. C'erano i nonni paterni e materni, i cugini".
Il giorno dopo comincia il dramma. "Volevo parlare con loro, mi chiamavano Carmen e non Carmela, allora diventai triste, con la voglia di nascondermi".
Carmen Mancuso, oggi affermata dermatologa in Patagonia, dove vive da trent'anni, ripercorre le tappe della sua vita prima della presentazione del suo libro "Calabria mia, historia di una niña immigrante", in una delle sale della sede dell'Associazione calabrese, nel corso della quarantanovesima edizione della settimana di Calabria. Una sette giorni a Buenos Aires dedicata a ricordi, tradizioni e testimonianze.
"Cominciai la scuola e un giorno la maestra, indicandomi agli altri bimbi, disse: "E' calabrese e i calabresi sono della mafia, sono gente male. In quel momento la odiai".
Carmen chiede al padre "che vuol dire mafia?". "Mi rispondeva che no, noi eravamo
onesti lavoratori. Pregai di tornare dalla nonna in Calabria. Impossibile".
La situazione peggiora con la nascita di due fratelli e l'esplodere della cultura ma-schilista del padre. "Per i calabresi il figlio maschio è più importante".
Carmen si sente sempre più isolata e si ammala di tubercolosi. La sua salvezza è un dottore che le spiega perché non può tornare nella sua terra e l'aiuta a guarire, anche psicologicamente. "Ho ripreso a vivere e ho deciso di diventare medico pediatra".
Due anni di cura, la rassegnazione e l'ini-zio della rinascita. "Volevo recuperare le cose perdute, non volevo essere sottomessa come mia madre. Dissi a me stessa che non avrei mai sposato un italiano e tanto meno un calabrese, che avrei studiato".
Tutto questo contro il volere del padre. Non ammetteva che lei cantasse, che avesse un titolo di studio. "Chista è paccia", diceva.
Ma Carmen trova la forza di reagire, diventa medico e appena possibile, con la scusa del lavoro, va via di casa, "a fare pratica prima nell'ospedale di Buenos Aires, poi in Patagonia".
Va via dopo un duro scontro con il padre, "non si può imparare a conoscere una fi- glia quando ha già otto anni".
Va avanti ma il dolore è soffocante. Un giorno, incontrando un grande pediatra "che fra i primi in Argentina pose alla base del lavoro del medico la psicologia", si accorge di non poter curare i bambini. "Ero troppo triste, per stare a contatto con i più piccoli bisogna portare allegria". Così da pediatra diventa dermatologa.
Il primo matrimonio con uno spagnolo la fa riavvicinare all'Italia. "Mi invitava a cantare".
Dopo 10 anni di matrimonio lui muore. Per Carmen altri dieci anni di solitudine e di viaggio in tutto il mondo, "ma mai oltre Napoli".
Poi conosce l'attuale marito, "figlio di russi di Mosca".
"Lui mi ha fatto tornare e perdonare".
Il primo viaggio a Caroniti risale al 1997 - 1998. "Lì ci sono parenti lontani, cugini della mamma che si chiamano Giacco. Ho incontrato anche un amico di papà, Carmelo Ga- lasso, e un compagno di scuola, Pasquale Campesi".
Dal 1988 Carmen torna altre tre volte in Calabria, l'ultima nel 2002.
"Scrivendo il libro ho chiuso la ferita. E' un libro che si può leggere in tanti modi. Come la storia di una bimba emigrante, scritta in modo semplice e sincero; come la storia di un'eroina che ha combattuto contro i pregiu- dizi o anche come un ritratto di una Calabria lasciata e messa a confronto con quella di oggi".
Come vede Carmen oggi la Calabria? "Bella, diversa. La gente è più aperta. Ma non potrei più tornare a viverci. Quando vado mi chiamano l'americana e questo mi fa sentire male".
La ferita, lo dice convinta, si è rimarginata, è una donna realizzata, ma il suo sguardo tradisce ancora una grande sofferenza. La scorgi spesso assente, persa, forse, in quei ricordi dolorosi che continueranno a segnare la sua esistenza.
Il libro ("per me ha rappresentato una catarsi"), è stato presentato anche all'università National del Comahue di Diritto, Scienze e Lingue, nella provincia del Rio Negro ed è stato giudicato di interesse nazionale.