31 luglio, 2006

Io sono israeliano come Israel Shamir

Israel Shamir, scrittore israeliano, pacifista e strenuo oppositore del sionismo politico che, in nome del nulla ha strappato la Palestina ai suoi legittimi proprietari, i palestinesi, per edificarvi uno stato etnico, discriminatorio e violento. Propugna il ritorno dei palestinesi nella loro terra per ristabilire cio' che la creazione di Israele ha distrutto: la convivenza pacifica tra popoli, etnie, religioni, che rese la Palestina "Terra Santa".


Figli di un dio minore
A proposito della "Conferenza di Berlino sull'Anti-semitismo" dell'aprile 2004


Vostre Eccellenze, questa conferenza e' davvero un evento storico, estremamente importante, che può essere paragonato all'Editto di Milano di Costantino o con il Concilio di Nicea della Chiesa. Non sono certo che possiate pienamente comprendere ciò che avete fatto, e qual e' il significato delle parole in codice "lotta contro l'anti-semitismo".

Analizziamo prima cosa essa NON e'. La vostra "lotta contro l'anti-semitismo" non e' la difesa di una piccola nazione perseguitata; se lo fosse, difendereste gli assediati palestinesi. Non e' una lotta contro il razzismo, poiché voi supportate l'apartheid razzista in Palestina.

Non e' una lotta contro la discriminazione anti-ebraica, poiché essa non esiste e, da Mosca a Parigi a New York, gli ebrei sono impiegati in ogni sorta di posizione di prestigio.

Non e' la difesa della vita ebraica, poiché l'unico ebreo ferito recentemente in Europa si era procurato la ferita volontariamente nel tentativo di incriminare un musulmano. Non e' la difesa della proprietà ebraica, poiché gli ebrei sono l'unico popolo sulla terra ad aver riguadagnato ogni pezzo di proprietà perduto dai loro antenati, da Berlino a Baghdad. La vostra "lotta contro l'anti-semitismo" non ha nulla a che vedere con l'anti-semitismo storico da tempo defunto, e con le teorie razziali anti-ebraiche. Ci sono semiti e discendenti di ebrei in entrambi i lati del conflitto.

La vostra "lotta contro l'anti-semitismo", concettualmente teologica, e' basata sull'annoso dilemma: "Gli uomini nascono tutti uguali, ugualmente importanti ed ugualmente vicini a Dio? O vi e' un popolo speciale agli occhi di Dio, ed il resto dell'umanità può essere definita "figlia di un dio minore"? La prima alternativa fu offerta da San Paolo. La seconda era la bandiera di Caifa. San Paolo era "anti-semita" agli occhi di Caifa nella misura in cui negava la superiorità del "popolo eletto.

Oggi, Eccellenze, avete fatto la vostra scelta e, come Ponzio Pilato dei tempi che furono, avete preferito stare dalla parte di Caifa. Non importa che i palestinesi siano murati vivi dietro un muro di cemento armato di 25 piedi; che gli oliveti siano estirpati e le sorgenti prosciugate; ciò che importa e' che "Israele ed i suoi leaders non siano demonizzati o infamati", secondo le parole del vostro collega Colin Powell. Non si tratta più di una questione politica, ma teologica, poiché la fede nella supremazia israeliana e' la dottrina ufficiale della Pax Americana, come il Cristianesimo lo era nell'Impero Romano ai tempi di Costantino il Grande. Per esemplificare la spiegazione, avete proibito l'uso dei simboli nazisti in riferimento alla politica di Israele, ma avete permesso la sovrapposizione della svastica di Hitler sulla croce di Cristo.

Vi siete sottomessi alla nuova religione portata in Europa da oltreoceano con i carri armati, i dollari ed i film americani, alla nuova religione dei pochi Eletti, dei panorami creati dall'uomo, del liberismo economico; dell'alienazione e dello sradicamento, della negazione di sacralità e solidarietà verso i non-Eletti. Avete proclamato oggi che le idee ed i valori sionisti sono il fondamento del Nuovo Ordine Mondiale, che vi siete impegnati a sostenere molto più che l'ideale cristiano di uguaglianza e solidarietà. Avete riportato l'Europa all'eresia sconfessata a Nicea ed avete umiliato Cristo. Il vostro eccessivo ed anormale zelo verso il benessere degli israeliani e' il simbolo della vostra sottomissione.

Probabilmente vi considerate "realisti e pragmatici", gente che si cura poco di queste astrusità religiose. Se foste realisti e pragmatici, considerereste cosa significhi per VOI - se non vi interessa dei palestinesi e degli iracheni - l'accettazione di questa supremazia. Apro il Jerusalem Post del 22.04.04 e leggo le parole dei vostri nuovi superiori:
"Il mio problema non e' solo la Germania. E' tutto ciò che e' tedesco, dovunque. Non litigo né mi arrabbio. Ho semplicemente spazzato via la Germania ed il suo popolo dal mio mappamondo", scrive Matti Golan, ex redattore capo del quotidiano israeliano Ha'aretz e del Globes, il giornale dell'elite economica israeliana. Matti Golan non e' un attivista, né uno di quei fanatici religiosi che negano che i goyim discendano da Adamo. In verità, potrei riempire pagine intere con citazioni simili - e peggiori - tratte dai libri di Khabbad o dai maghi della Cabala. Ma Golan non e' né un cabalista né un estremista, ma fa parte dell'intelligentsia ebraica non religiosa più influente. Quando quest'articolo fu discusso sull' israelforum.com di internet, una risposta tipica fu: "Matti Golan e' un giornalista importante. Egli rappresenta le idee condivise dalla maggioranza degli israeliani su quest'argomento. Incluso me".

Se fossi tedesco, ci penserei due volte prima di fornire al paese di Matti Golan sottomarini nucleari, affinché lui non "spazzi via la Germania ed il suo popolo dal nostro mappamondo".Credo che Golan stesse incitando all'odio razziale ed al genocidio. Potreste discuterne, ma preferireste condannare piuttosto Mahathir o un attivista di pace che si batte per l'uguaglianza in Palestina.

Il vostro collega, il presidente tedesco Johannes Rau, ha detto: "Tutti sanno che dietro le critiche alla politica dei governi israeliani negli ultimi decenni vi e' un massiccio anti-semitismo". Lo ha detto una settimana dopo che la piccola Asma, 4 anni, soffocò a causa del gas israeliano gettato nella sua casa a Gaza, il 23 aprile 2004, un anno dopo che Rachel Corrie fu schiacciata da un bulldozer israeliano. In questo modo, chiunque dica "anti-semitismo" e' d'accordo con l'assassinio di Asma e Rachel.

Causate un doppio standard e ciò e' pericoloso anche per voi. Nel popolare quotidiano israeliano Ma'ariv (24/04/04), Dan Margalit, una superstar del giornalismo israeliano, scrive dell'uomo che cercò di mettervi in guardia sui gravi pericoli del potenziale nucleare di Israele:"Vanunu si atteggia ad un sofferente Mel Gibson, un nuovo Gesù che soffre in carcere a causa della sua conversione al Cristianesimo. Devo ammettere che e' stato discriminato per motivi religiosi, ma in maniera positiva. Vanunu e' ancora vivo nonostante il suo tradimento, il fatto di aver spiato e la sua conversione: Israele lo ha trattato da ebreo. Tutti sanno cosa gli avrebbe fatto il Mossad se egli fosse stato un tecnico nucleare tedesco al servizio di uno stato arabo. I nomi di questi ultimi sono scolpiti sulle pietre tombali dei cimiteri europei". (Non cercate questa frase sul sito in inglese di Ma'ariv: e' stata edulcorata).Il messaggio e' chiaro: il sangue di un goy non ha lo stesso valore di quello di un israeliano. E voi lo avete accettato.

Israele si vanta di aver assassinato tecnici e scienziati tedeschi, e la Germania non si lamenta. Un coraggioso e nobile ebreo americano, John Sack, ha pubblicato un libr sulle atrocità commesse nei tardi anni '40 contro gente innocente di etnia tedesca - ma la Germania non ha investigato sulle gravi accuse di Sack, non ha chiesto che i criminali venissero processati; il libro di Sack non e' stato neppure pubblicato in Germania. I sionisti hanno ammesso l'avvelenamento di massa di prigionieri di guerra tedeschi ed il tentativo di assassinare milioni di civili tedeschi innocenti, e la Germania non solo non ha investigato, ma ha trasferito in Israele denaro ed equipaggiamento militare.

Avete accettato il vostro status di seconda classe di figli di un dio minore. Non oggi - nell'epoca in cui commemorate Auschwitz e dimenticate il crudele olocausto di Dresda. Quando avete pianto le deportazioni degli ebrei ed avete ignorato le deportazioni di popoli di etnia tedesca attuate dai governi filo-sionisti di Polonia e Cecoslovacchia. Quando avete spinto per il disarmo dell'Iraq e avete fornito equipaggiamento nucleare a Dimona. Quando avete arrestato ed estradato i combattenti palestinesi e non avete chiesto l'estradizione del cittadino israeliano Solomon Morel, che torturò ed uccise migliaia di tedeschi. Quando avete processato gli editori del libro di Finkelstein, "L'industria dell'Olocausto" ed avete permesso ad agenti dell'ADL di marciare per le strade di Berlino con le bandiere d'Israele ed i ritratti del bombardiere Harris. Avete dimostrato che il vostro sangue vale meno. Non vi sorprendete se esso comincerà a scorrere quando le riserve palestinesi saranno terminate.

Personalmente, vi sono grato per ciò che avete fatto. Fino ad oggi, la lotta per l'uguaglianza in Palestina e' stata ostacolata da uomini e donne ben intenzionati, che non mettevano in dubbio la supremazia sionista in Europa e negli USA, ma erano, al contempo, inorriditi dal genocidio dei palestinesi. Essi lottano contro il Muro e contro le devastazioni a Gaza, ma si preoccupano di non essere accusati di "anti-semitismo". Credono che sia legittimo contrastare l'apartheid israeliano nel Nuovo Ordine Mondiale. Ora voi avete rimosso quest'ostacolo dimostrando che tutto ciò che accade in Palestina non e' un'aberrazione locale ma la pietra miliare della Pax Americana.

Facciamo in modo che sia lo schema locale che globale della supremazia israeliana cadano assieme, così che ebrei e gentili possano ancora una volta vivere assieme da uguali, in Palestina ed altrove.

Io sono israeliano come Tsilli Goldenberg

Io vi accuso!
di Tsilli Goldenberg, cittadina israeliana
lunedì 24 luglio 2006


«Io, Tsilli Goldenberg, cittadina israeliana, vi accuso - Ehud Olmert, primo ministro di Israele, Amir Peretz, ministro della Difesa, Dan Halutz capo di Stato Maggiore dell'esercito israeliano - di commettere questo bestiale e barbaro macello in Libano.

Io vi accuso di commettere crimini contro l'umanità verso il popolo palestinese. Io vi accuso di abbandonare i nostri soldati, quando le loro vite potrebbero essere salvate mediante negoziati, e io vi accuso di aver iniziato una guerra ingiustificata in mio nome.

Haniya, primo ministro del popolo palestinese, voleva negoziare con noi non solo il rilascio del soldato Gilaad Shalit, ma anche un cessate il fuoco a lungo termine, che avrebbe concesso al popolo di Israele e della Palestina sicurezza e salute mentale. Voi avete rifiutato.

Nasrallah voleva negoziare il rilascio dei soldati rapiti al nord. Voi avete rifiutato.
Invece avete messo in pericolo le vite di centinaia di migliaia di israeliani, avete causato la morte di 27 israeliani [fino ad ora], civili e soldati.

Voi avete causato l'uccisione in massa di più di 350 libanesi, molti dei quali bambini, avete causato 500.000 profughi libanesi, e continuate a uccidere e ad affamare bambini palestinesi, solo perché essi vivono nella loro terra.

I palestinesi non sono i miei nemici, e neppure i libanesi.
Voi siete diventati il mio nemico.
E vi combatterò e altrettanto faranno molte altre persone sane di mente in tutto il mondo».

Tsilli Goldenberg,
Masarik 11,
Jerusalem 93106 Israel


Lettera aperta spedita e pubblicata da molti quotidiani nel mondo.

30 luglio, 2006

A PROPOSITO DI PRESUNZIONE




QUESTO POST MI FA PENSARE A PERSONE CHE VORREBBERO FARE UNA LUNGA STRADA NON AVENDO LA MINIMA BASE DI CONOSCENZA E CAPACITA' PER SPOSTARSI DAL PUNTO MORTO IN CUI SI TROVANO SIN DALL'INIZIO E AI TANTI SIGNORI "NESSUNO" CHE I MEDIA HANNO POMPATO NEGLI ULTIMI MESI, I QUALI NON HANNO LA MINIMA BASE DI CONOSCENZA E CAPACITA' PER PARLARE DI ARGOMENTI IMPORTANTISSIMI EPPURE CONTINUANO IMPERTERRITI, NON ACCORGENDOSI CHE NESSUNO LI PRENDE SUL SERIO, NE' TANTOMENO E' INTERESSATO A CIO' (POCO) DICONO IN UNA SORTA DI REPLICA ALL'INFINITO DI SLOGAN FRUTTO DI UNA PRMORDIALE ELABORAZIONE MENTALE E, NON, DI ACQUISIZIONE DI CONOSCENZA, ANALISI, SINTESI.

di Giorgio Marchese ( info@lastradaweb.it )





La parola all'esperto!



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In questo lavoro, così come negli altri della medesima sottosezione, si riportano estrapolati di colloqui analitici, finalizzati ad affrontare argomenti di interesse pubblico. L’operazione, con il consenso degli interessati, rispetta tutti i dettami della legge sulla Privacy ed i principi del rispetto e della correttezza professionale.


BUONA LETTURA





Buongiorno dottore, in questo colloquio vorrei chiarirmi le idee su una caratteristica che rappresenta una presenza ingombrante in tutti gli esseri umani: la presunzione.


Va bene, cominciamo pure.


Allora, che cos’è la presunzione?


Un aspetto del carattere che connota un’eccessiva sicurezza delle proprie convinzioni senza verificarne la veridicità. Sui dizionari etimologici della lingua italiana, questo termine deriva dal latino "presumptus", che significa, giudizio fondato su indizi o principi di prova: che si suppone vero fino a prova contraria.


Quali sono i fattori che portano una persona ad essere presuntuosa?


Possono essere diversi ma riconducibili tutti, in fondo, ad apprendimenti scorretti. Una persona è presuntuosa, riguardo ad esempio, alla condizione di poter essere eccessivamente bravi, perché è superficiale e non è in grado di osservare la realtà in una maniera corretta.


Perché?


Perché non ha dei buoni parametri di riferimento. Solo conoscendo, ad esempio, il livello medio di bravura dell’essere umano, si potrebbe stabilire a che punto ci si trova... e difficilmente ci si metterebbe in cima alla lista dei migliori!


Quanti tipi di presunzione esistono?


Esiste una presunzione positiva ed una negativa.


Che differenza esiste?


Nel primo caso, ad esempio, un essere umano si sente preparato in un settore e lo dimostra con i fatti, anche se viene criticato dagli altri. Invece, la seconda "opzione" è più diffusa, perché nella Società di oggi ci sono tante persone che, nel porgersi al mondo esterno hanno un comportamento arrogante, presuntuoso, sono convinti di sapere tutto e cercano di porsi sempre al centro dell’attenzione.


Forse tutto questo accade perché l’essere umano si sente insicuro, ha paura di affrontare la realtà, di mettersi in discussione e ascoltare gli altri.


La presunzione positiva si evidenzia quando si presume qualcosa e poi si dimostra di aver ragione. Negli altri casi si offre la prova di essere, quantomeno, poco accorti. C’è da aggiungere che, anche il presuntuoso positivo, comunque, è un individuo che fa pesare le proprie opinioni: non è che sia molto conciliante perché, altrimenti, farebbe accettare la propria tesi senza scontrarsi e senza portare avanti le proprie idee a qualunque costo. Tranne qualche caso in cui si portano delle innovazioni a cui gli altri si oppongono, possiamo dire che il presuntuoso positivo non è una persona matura perché, altrimenti, cercherebbe una strada per farsi accettare anche dalla Società.


L’essere umano può’ fare qualcosa per evitare la presunzione negativa?


Si. Imparare a diventare più equilibrato e "realisticamente" umile, maturi in maniera tale da riflettere meglio e rendersi conto che, prima di parlare ed esprimere un giudizio, dovrebbe verificarlo più volte all’interno della propria mente.


Come si può definire una persona presuntuosa?


Una persona con cui è difficile trattare perché, anche nei casi in cui dimostra di aver ragione, come ho detto prima... difficilmente ha raggiunto quella flessibilità e quella capacità di adattamento e di accomodamento necessaria nei rapporti interpersonali in cui, comunque, non si può imporre la propria idea anche quando è si è nel giusto: al massimo, ci si può proporre.


Qual è la differenza tra presunzione e sicurezza di sé?


Per quanto concerne la presunzione positiva, nell’identità possono anche collimare, come principio; nella comunicazione con gli altri, mentre la sicurezza è un dato di fatto che la persona avverte, che può portare ad essere flessibili e concilianti perché non si teme di dover mettere in discussione quello che si è pensato, né si ha paura del parere altrui, la presunzione, invece, manifesta rigidità ed ostentazione delle proprie convinzioni. Una persona sicura e matura non è interessata ad imporre quello che pensa, una persona sicura di sé, ma non matura, cerca di far valere la propria opinione proprio perché è convita che sia la migliore e, quindi, agisce in maniera presuntuosa.


Non ci sono situazioni in cui bisogna far valere la propria opinione per convincere l’interlocutore?


Dipende. Se ci si trova in una condizione gerarchica, la risposta è affermativa, perché la cosa funziona in base ad ordini precisi da impartire; in un regime di democrazia, si propongono le proprie idee e, poi, chi le vuole accettare, bene, altrimenti pazienza.


Però, nel lavoro di avvocato, per esempio, ci sono due parti che cercano di convincere un terzo, cioè il giudice, della validità delle proprie posizioni, che sono sempre contrastanti.


Ma non sempre è necessario agire in maniera presuntuosa o arrogante, dipende dal giudice.


Anche se non in maniera presuntuosa, in queste circostanze, è necessario fare di tutto per far valere le proprie posizioni, dopo aver verificato che sono sostenibili.


Spiegandole, argomentandole, però. La persona presuntuosa, invece, fornisce delle sentenze in termini dichiarativi e non si cura di spiegarti le motivazioni. Fornire delle spiegazioni, significa dimostrare la validità di quello che si è ipotizzato e, al tempo stesso, evidenziare la disponibilità anche di fronte ad un contraddittorio. Il presuntuoso non è disponibile ad un discutere, "è" sullo stile militaresco. E parliamo sempre di presuntuoso positivo.


Ma, allora, la presunzione positiva non è un aspetto positivo?


Nella comunicazione con gli altri, no. La presunzione non è gradevole da osservare perché, in genere, la si subisce, e nessuno è disponibile ad ammettere che chi sta di fronte è superiore!


Allora perché c’è la distinzione tra presunzione positiva e negativa, se quella positiva dovrebbe essere quella che, comunque, ha alla base delle convinzioni verificate e, quindi, corrette?


Ma non sempre produce effetti positivi sull’altro.


Allora, per se stessi è un aspetto positivo, mentre nel rapporto con gli altri non lo è.


Infatti, esiste una comunicazione con se stessi ed una comunicazione interpersonale. Lei dialoga con gli altri così come pensa con se stessa?


No.


Uno scienziato che fa delle scoperte ed aspetta che gli altri le verifichino, presume di avere ragione e ne è certo. Un militare impartisce degli ordini e, magari, riesce ad ottenere una vittoria in una battaglia anche contro l’opinione degli altri, però impone la propria decisione, dimostrando di aver ragione. In casi simili è meglio non discutere coi sottoposti, perché si finirebbe aggrediti dal nemico.


E quella, è sempre presunzione positiva?


Certo, soprattutto quando un comandante non spiega i motivi dei propri ordini, ma è convinto di aver ragione, agisce su base di presunzione positiva, i soldati non possono far altro che obbedire.


E come ci si deve regolare, allora?


Ma quelle sono situazioni antidemocratiche!


Se la presunzione positiva fa parte della personalità, ma va utilizzata solo nel rapporto con se stessi, come deve essere vissuta?


Nel ruolo dei presuntuosi, bisognerebbe domandarsi qual è il motivo per cui non spieghiamo le motivazioni delle nostre idee. Può darsi che non lo facciamo perché sappiamo di dover incontrare troppi ostacoli per far capire le nostre motivazioni, quindi concludiamo che è meglio non discutere. Da persona che si trova di fronte ad un presuntuoso, anche se positivo, è utile mettersi nelle condizioni di ridurre la propria suscettibilità.


Però, in ipotesi come quella cui lei ha fatto riferimento per prima, io ho notato che, a volte, in riunioni di lavoro, ad esempio, si cerca di fornire troppe spiegazioni a persone che non riescono a capire perché non hanno le conoscenze adeguate: cosa è meglio fare?


Quando comunichiamo con gli altri, ci dobbiamo sempre regolare sulla base delle loro competenze, per calibrare un messaggio efficace. Ma è diverso dall’essere presuntuosi: un conto è essere accorti e mettere in campo una comunicazione efficace, un conto è essere presuntuosi. Il presuntuoso ti trasmette un messaggio che ha il sapore di un dato di fatto oppure di un ordine, cioè ti dice: "questa cosa va così" oppure "ti chiedo di operare in questo modo, perché otterrai dei risultati" - senza spiegarti il perché.


Pur partendo da una riflessione di tipo neutrergico, la presunzione si estrinseca attraverso una prevalenza di aggressività, anche se positiva. Ad esempio, Giovanni Russo era presuntuoso e dava fastidio, perché si poneva in una posizione di estremo competente nei confronti degli altri.


Ma non era giustificabile perché lui si vedeva intorno persone che non avevano il suo stesso valore scientifico?


Sì, ma non sto dicendo che aveva torto, solo che produceva fastidio negli altri.


...Per come comunicava con gli altri?


Sì, perché, comunque si finisce con l’assumere l’atteggiamento del leader... e gli altri non sono disponibili a fare i gregari, ma vogliono essere anch’essi dei leader, oppure, in caso di persone mature, vivere in gruppo con un rapporto alla pari.


E ci può essere, in un gruppo, un rapporto alla pari pur non essendoci pari conoscenze e competenze?


Sì, sulla base del rispetto reciproco.


E scusi, ad esempio, un avvocato può avere un rapporto di questo tipo con un praticante?


Un conto è stabilire delle regole, un conto è comportarsi in maniera presuntuosa e, aggiungerei, maleducata.


Però le regole devono tenere conto che questo collaboratore, per quanto preparato, ha delle carenze riguardo alla competenza.


Siamo d’accordo, però non è giusto prenderlo a male parole, né fargli fare il giro del mondo senza spiegargliene il motivo, solo perché si sa di avere ragione. Ma perché questi esempi riguardanti il mondo legale?


Mah, ho degli amici avvocati!


Ah, ho capito!


Che rapporto c’è tra presunzione ed autostima?


Sono collegate, perché una persona che sa di valere sa anche di aver ragione e, quindi, può diventare un presuntuoso positivo. L’autostima porta alla sicurezza di sé, perché riguarda esclusivamente il rapporto con se stessi; la presunzione la si manifesta con gli altri. Una persona valida veramente, cerca di non far pesare questo con gli altri, se non vuole restare sola, perché, più si migliora più ci si allontana dalla media del valore altrui... e più si dà fastidio agli altri, perché agli occhi degli altri si rischia di diventare un riferimento non raggiungibile. Non conviene farsi malvolere perché, poi, ognuno ci può essere utile.


Ma incontrare una persona più valida non è una cosa positiva? Dallo scambio non ci si guadagna?


Sì, ma non lo si deve ostentare, non lo deve far pesare, altrimenti poi concludi: "ho perso l’occasione di imparare qualcosa, ma non devo frequentare questo pesantone".


Ho bisogno di porre molte altre domande, ma mi sento un po’ stanco, possiamo continuare la prossima volta?


Certo, anche perché il capitolo della presunzione è molto ampio. A questo punto, una domanda vorrei farla io: concludendo il nostro incontro, lei si ritiene presuntuoso?


No.


Ne è proprio sicuro?


Credo di si.


Il dubitare, la mette in una condizione di maggiore aderenza alla realtà. Quante volte, infatti, le devo ripetere che è necessario organizzarsi per studiare non meno di tre ore al giorno? Quante volte lo mette in atto?


Poche... in fondo riesco a portare a termine quello che mi propongo


E questa si chiama presunzione.


A si?


Si ricorda del programma che avevamo stilato qualche anno fa e che prevedeva, tra l’altro, lo studio della grammatica italiana e di altri argomenti propedeutici alla preparazione di consulente psicologico?


Si.


E l’ha fatto?


No, ho avuto altri problemi da risolvere...


Nel frattempo, ha colmato le sue lacune?


No.


E non è presuntuoso pensare di portare avanti i suoi programmi senza risolvere alcune importanti lacune di base?


Effettivamente...


E allora, buone riflessioni!





G. M. - Medico Psicoterapeuta




TRATTO DSA

http://www.lastradaweb.it/article.php3?id_article=1802

28 luglio, 2006

Percorsi di vita



Talvolta la piega degli eventi prende dinamiche assolutamente impreviste da avere l' impressione di essere entrati in una sorta di trappola.
Il problema non e' uscirne, ma capire come ci sei finito dentro!
A mia modesta opinione e' necessario che ci sia coerenza tra parole e azioni.
Parlare non costa fatica, agire e' un passo in avanti, agire in coerenza con quello che si dice e' qualcosa che da' valore e autorevolezza.
Coerenza deve essere legata a conoscenza, cultura, rispetto ed educazione, capacita' di analisi e sintesi, umilta', apertura al confronto, voglia di fare.
Se ci si mette in testa di fare una grande cosa, si dovrebbe essere nella condizione di fare le piccole cose quotidiane, che sommate l'una all'altra conducono al traguardo finale.
Se non si ha la minima conoscenza del campo in cui ci si vorrebbe impegnare, se non si conoscono le procedure, gli strumenti, se ci si sottrae a qualsiasi confronto con l'esterno e si lasciano cadere, ingenuamene e inopinatamente, le opportunita' di crescita ed evoluzione, ebbene non si percorrera' molta strada.
Parlare puo' essere anche una bella attivita' per passare il tempo, ma agire concretamente e' ben altro!
Gli autobus, talvolta, nella vita passano. L'essere ottusi, spesso, porta a perderli.
Il lamento continuo, le recriminazioni, sono solo sintomo di incapacita' e insicurezza.
Credere di essere un grande , non significa esserlo per forza.

27 luglio, 2006

Confucio



LA VITA NEL SUO FLUIRE PORTA AD APPREZZARE LE MASSIME DI CONFUCIO, LE QUALI HANNO UN VALORE UNIVERSALE SENZA TEMPO...
SUGGERISCO UNA LETTURA ATTENTA A TANTE PERSONE...

Confucio

- Il maestro disse a un suo allievo: Yu, vuoi che ti dica in che cosa consiste la conoscenza?
Consiste nell'essere consapevoli sia di sapere una cosa che di non saperla. Questa è la conoscenza.

- Il nucleo della conoscenza è questo: se la possiedi, applicala; se non la possiedi, confessa la tua ignoranza.

- Acquisisci nuove conoscenze mentre rifletti sulle vecchie, e forse potrai insegnare ad altri.

- Le prospettive della vita dipendono dalla diligenza; l'artigiano che vuole perfezionare la sua opera deve prima affilare i suoi utensili.

- Chi non fa economie, andrà in agonia.

- Quando si è in un pasticcio tanto vale goderne il sapore.

- Non avere amici che non siano alla tua altezza.

- L'apprendimento senza il pensiero è fatica sprecata.

- Il vero signore è lento nel parlare e rapido nell'agire.

- Il vero signore è simile a un arciere: se manca il bersaglio, ne cerca la causa in se stesso.

- Se vedi un affamato non dargli del riso: insegnagli a coltivarlo.

- Sapere cosa è giusto e non farlo è codardia.

- Per natura gli uomini sono vicini, l'educazione li allontana.

- Non ho mai conosciuto un uomo che vedendo i propri errori sapesse dar la colpa a se stesso.

- Ciò che vuoi non sia fatto a te stesso, non farlo agli altri.

- La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta.

- La gravità di contegno è solo l'involucro della saggezza, eppure la preserva.

- L'ignoranza è la notte della mente, ma una notte senza luna né stelle.

- Se incontrerai qualcuno persuaso di sapere tutto e di essere capace di fare tutto non potrai sbagliare,
costui è un imbecille!

- L'uomo superiore comprende ciò che è giusto, l'uomo inferiore ciò che vende.

- Allontanarsi dal mondo, restare sconosciuti e non avere rimpianti: a questo può arrivare solo l'uomo superiore

- Imparare senza pensare è fatica perduta. Pensare senza imparare è pericoloso.

- Vedere e ascoltare i malvagi è già l'inizio della malvagità.

- Tutti gli uomini si nutrono, ma pochi sanno distinguere i sapori.

- Non è grave se gli uomini non ti conoscono, è grave se tu non li conosci.

- Un uomo che ha commesso un errore e non lo ha riparato, ha commesso un altro errore.

- Chi parla senza modestia troverà difficile rendere buone le proprie parole.

- È impossibile conoscere gli uomini senza conoscere la forza delle parole.

- La parsimonia conduce all'avarizia.

- Studia il passato se vuoi prevedere il futuro.

- Non preoccuparti del fatto che la gente non ti conosce, preoccupati del fatto che forse non meriti di essere conosciuto.

- Si può indurre il popolo a seguire una causa, ma non far sì che la capisca.

- In un paese ben governato la povertà è qualcosa di cui ci si deve vergognare.
In un paese ben governato, è vergognosa la ricchezza.

- Quando arriva la prosperità, non usarla tutta.

- Chi desidera procurare il bene altrui ha già assicurato il proprio.

- Un giovane, quando è a casa, dovrebbe essere rispettoso dei genitori, e, quando è all'estero dovrebbe esserlo dei più anziani.

- Le stelle sono buchi nel cielo da cui filtra la luce dell'infinito.

- Vedere ciò che è giusto e non farlo è mancanza di coraggio.

- Non mi dolgo di essere sconosciuto agli uomini, ma mi dolgo di non conoscerli.

- L'uomo superiore è modesto nelle parole, ed eccede nelle azioni.

- È l'uomo che rende grande la verità, non la verità l'uomo.

- Se un uomo la mattina conosce la retta via, potrà morire la sera stessa senza alcun rimpianto.

- Belle parole e una vistosa apparenza raramente sono associate alla vera virtù.


Confucio (Kong Zi, 551 a.C. - 479 a.C.) fu un pensatore e filosofo cinese che diede origine ad una tradizione filosofica e culturale, il Confucianesimo. I suoi insegnamenti hanno influenzato profondamente l'Asia orientale per secoli.

Visse in Cina in un periodo d'anarchia e corruzione, di guerre tra stati feudali, il Periodo di Primavera e Autunno, in cui era forte il bisogno del pensiero illuminato di un saggio.

Egli era convinto della propria abilità nel restaurare l'ordine del mondo, ma fallì. Dopo aver molto viaggiato per la Cina per promuovere le sue idee tra i governanti, alla fine si impegnò ad insegnare ai propri discepoli.

L'essenza del suo insegnamento è la buona condotta di vita e il buon governo dello stato, attraverso la pratica delle virtù principali (carità, giustizia, amor filiale, rispetto della gerarchia), l'osservanza dei riti della tradizione, lo studio. Il miglioramento del singolo individuo condurrà al recupero dell'ordine sociale, per la forza dell'esempio e dell'azione virtuosa.

Non diversamente dai grandi maestri taoisti, Confucio guardava al passato come ad un'età dell'oro, e dal presente veniva respinto al punto di dover riconoscere che solo il Cielo lo comprendeva. La tentazione per il non agire e per l'eremitaggio fu costante e ripetuta, ma, a differenza dei taoisti, gli si presentò come il cedere alla disperazione. Confucio si ostinava a voler intervenire nella politica, fino alla contraddizione con sé stesso ed al ridicolo.

Tra i suoi più grandi scritti, il Lunyu (論語) che è l'opera che più da vicino può darci un'immagine di Confucio e un'eco delle sue parole, e non solo quella predicazione dei letterati dell'epoca.

I valori propugnati da Confucio guadagnarono preminenza in Cina dopo essere stati scelti fra altre dottrine come il Legalismo o il Taoismo durante la Dinastia Han. Usati sin d'allora come ortodossia imperiale, i pensieri di Confucio si sono sviluppati in un vasto e completo sistema filosofico noto in Occidente come Confucianesimo.

TRATTO DA

http://it.wikipedia.org/wiki/Confucio

"Scrive ovunque contro chiuque senza un dunque!!


Recentemente ho avuto modo di leggere queste parole in un certo contesto ad opera di una certa persona ....


Uno dei libri piu' importanti per il mio processo di formazione e'

Siddharta

di Herman Hesse


Sant’Agostino disse che il cercare è già di per sé un trovare e Siddharta è proprio "uno che cerca" un cercatore, un uomo inquieto, bisognoso di trovare una certezza tra le tante incertezze della vita, l’Assoluto nella relatività dell’esistenza e dei rapporti, che tenta di vivere in profondità la propria esistenza, attraversando tutte le esperienze possibili, la sensualità, il misticismo, la meditazione filosofica, ricercando il tutto nel particolare, forte della convinzione che nessuna acquisizione è definitiva, e che la conoscenza ha sempre innumerevoli aspetti da scoprire.
Figlio di un sacerdote bramino, Siddharta si dimostra presto uno spirito diverso e superiore; apprende le dottrine sull’Atman, quelle che parlano di unità tra individuo e anima universale, è benvoluto da amici e parenti, in particolare dal suo coetaneo Govinda che è convinto che gli dei abbiano in serbo per il suo compagno un destino superiore, eppure il giovane non è soddisfatto di sé e della sua vita.
Un giorno Siddharta incontra i Samana, gli asceti vagabondi che praticano il digiuno e il disprezzo del mondo; di fronte alla loro passione che li spinge alla rinuncia e all’annientamento della personalità decide di seguirli insieme a Govinda.
Cominciano così a praticare assiduamente gli esercizi e i digiuni della vita ascetica, soprattutto Siddharta, che impara a distaccarsi completamente dall’Io, riuscendo a divenire pietra, avvoltoio o scheletro, però ben presto lo assalgono i dubbi, perché riesce a distaccarsi ma al suo Io poi deve sempre fare ritorno, la liberazione non è mai completa, ed è perplesso anche perché riflette sul fatto che il suo maestro, il più anziano dei Samana, non ha ancora raggiunto il Nirvana, la liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti, né mai lo raggiungerà.
Siddharta è convinto che nella ricerca della beatitudine non si può imparare niente che non si trovi già all’interno della propria vita, e questa convinzione si rafforza maggiormente dopo aver incontrato il Buddha, un uomo liberatosi dalla ruota delle reincarnazioni, che gira per il paese predicando, col quale ha un lungo colloquio in cui gli espone le proprie perplessità, ma che non segue, al contrario di Govinda, perché deve trovare da solo una via personale.
Ora Siddharta è consapevole che nel cammino della conoscenza gli è mancato un elemento fondamentale: se stesso. Non è più tempo di pensare al passato, adesso lo aspetta la vita.
Il sole, l’aria, gli uccelli, le notti, gli animali, tutto ciò che aveva considerato illusione, il mondo intero, ora gli appare bello, e così riconfortato prosegue la sua ricerca, che solo a questo punto comincia veramente, e che lo porterà ad attraversare esperienze diverse, dalla sensualità (l’amore per Kamala), al materialismo (il commercio), allo scoramento (l’idea del suicidio), al misticismo (l’illuminazione).
L’Oriente ha sempre significato per Hesse il simbolo assoluto dell’altra patria, quella vera, staccata dal mondo fisico, patria del cuore, luogo dove dubbi e fedi si ricompongono in una superiore unità, e "Siddharta" è appunto la storia della ricerca di questa dimensione, un viaggio spirituale, nel cui protagonista, come nel poema dantesco, si cela lo stesso autore.
Nucleo centrale del libro è la storia del rapporto tra l’ascetico Siddharta e la raffinata prostituta Kamala che lo inizia all’arte dell’amore, che mette in risalto la concezione dell’eros salvifico, forza di liberazione e tappa illuminante sulla via che conduce al Divino, nei suoi aspetti luminosi e in quelli in ombra, come forze contrapposte che si completano, proprio come il simbolo del Tao che unisce il principio maschile e quello femminile. E tra luci ed ombre, Siddharta arriverà all’illuminazione finale, alla conquista della verità che trascende le fedi stesse che l’hanno originata, e ci arriverà personalmente, perché ogni uomo deve cercare senza sterili imitazioni il suo modo di vivere la verità.
Profondo fu il suo sonno, e libero da sogni, da lungo tempo non aveva più conosciuto un sonno tale. Quando si svegliò dopo parecchie ore, fu come se dieci anni fossero trascorsi…Ed il passato gli apparve come avvolto in un velo, infinitamente lontano, infinitamente superiore, infinitamente indifferente.
Alla fine del suo percorso Siddharta confida a Govinda ciò che ha appreso: che la saggezza non è comunicabile, che ogni cosa appartiene all’unità, che ciò che va cercato è il tutto, il misterioso tutto che si cela dietro aspetti mutevoli, che le cose sensibili hanno valore sia per se stesse sia perché appartengono ad un ciclo che può ritrasformarle (la pietra in uomo, il fiore in Buddha), e soprattutto che le parole non fanno altro che mascherare e confondere, l’essenziale è l’amore, accogliere in sé il mondo e tutto ciò che contiene, senza nulla disprezzare.
E il sorriso finale che Govinda vede sul volto dell’amico, tranquillo, imperturbabile, dolce e benevolo, lo stesso sorriso che ha visto infinite volte sul volto del Buddha, il Risvegliato, simboleggia proprio l’acquisito stato della consapevolezza che rifluisce dietro il volto di Siddharta: l’Illuminazione.


tratto da

http://www.letteraturaalfemminile.it/siddharta.htm

26 luglio, 2006

Considerazioni su mafie, antimafie, economia e politica


Mentre la più bella e importante capitale d'Italia, dopo Roma, soffoca sotto la sua stessa monnezza, nel rapporto 2006 di Confesercenti scopriamo che la "mafia", parola ormai priva di connotazione geografica che sta ad indicare le varie organizzazioni criminali "a stampo mafioso" che operano in Italia, è la più grande e ricca impresa nazionale: fatturato stimato intorno ai 75 miliardi di euro.
Quanto l'ENI, o quanto due FIAT, o due ENEL, o dieci TELECOM.
Circa 200 milioni di euro, poi, passano ogni giorno (ogni giorno!) dalle mani degli imprenditori a quelle dei mafiosi. A Palermo e Catania l'80% paga il pizzo, a Reggio il 70%, a Napoli poco meno.

Sconsolante...
Come si può pensare che le banche italiane, o meglio padane, e pure quelle estere possano fare a meno dei soldi riciclati della mafia? E giacché il potere, il potere vero, lo detengono loro e non (più) gli uomini di Stato... beh, lascio a voi la conclusione.

Nel frattempo la solerte antimafia mette ogni giorno in gattabuia tanti brutti ceffi mafiosi. Per l'omicidio Fortugno, ad esempio, ha individuato dei mandanti di aspetto davvero brutto, lombrosianamente brutto. Quindi senz'altro criminali, come il brillante professore veronese ci ha insegnato.
Ma da napoletano di carnagione olivastra, occhi neri e un po' arabi e sguardo malandrino, mi chiedo, come forse si chiedevano i miei antenati "briganti" qualche decennio fa (forse, o forse giustamente non gliene fotteva niente), se un po' criminale innato non lo sia davvero anch'io.
Eh si, quanto invidiamo quegli incarnati chiari, quei lineamenti delicati e nordici, prova provata di correttezza e legalità.

Quando Borsellino e tanti altri giudici martiri andarono oltre i confini della "mafia", e si occuparono di facce pulite e nordiche, non lombrosiane diciamo, vennero fermati. (Ricordate? http://it.geocities.com/comedonchisciotte/borsellino.html)
La salute di Piero Grasso, invece, buon per lui, non dovrebbe correre troppi rischi...

È curioso notare, infine, come i "fratelli d'Italia" si siano fiondati sulle Due Sicilie quando erano uno Stato bello ricco e allegro, e ora che è un triste, fetente e pericoloso Sud del mondo vogliono la devolution e il federalismo fiscale.

24 luglio, 2006

L'Occidente e i suoi "valori"

(Le foto di corpi carbonizzati a Beirut, la prova che Israele usa fosforo bianco e altre armi vietate. Da effedieffe.com)

È in atto una gara in Occidente, tra chi è il più bravo nel difendere i nostri "valori". Difenderli da cosa? Dall'attacco del terrorismo islamico. Anzi (a qualcuno scappa di dire): dall'attacco dell'Islam, così tout court.
Comunque, gara a parte, su un punto tutti questi sedicenti difensori del Sol Ponente sono concordi: bisogna rimanere al fianco di Israele nella questione mediorientale.

Da cristiano non credo nell'esistenza di "popoli eletti" (fu proprio Cristo a stabilire una Nuova Alleanza tra Dio e OGNI popolo della terra), e ugualmente non credo che Gesù fosse solo "un profeta", sebbene uno dei più importanti e colui che tornerà sulla terra quando arriverà la fine dei tempi (questa la fede degli islamici).
Giusto per riassumere in pillole la mia fede e la mia teologia, ovviamente diversa da quella ebraica e da quella musulmana.

In condizioni di pace e fratellanza, non avrei bisogno di "scegliere" quale di queste due altre religioni sia la più compatibile con la mia, o la meno incompatibile.
Ma giacché di pace e fratellanza di questi tempi non ce n'è più abbastanza per i miei gusti, e ritengo che la posizione equidistante del Vaticano sia troppo debole ed inefficace, mi tocca "schierarmi" e gareggiare anch'io per difendere alcuni dei valori fondanti dell'Occidente, storicamente presenti nel Sud Italia ed affrontati da tanti filosofi napolitani: sto con chi accoglie gli insegnamenti di Cristo, e non ha bisogno di ergere muri per "garantirsi pace e sicurezza".

Agli ebrei israeliani, sgomenti come me per quest'agghiacciante guerra dei forti arroganti contro i deboli disperati, mi permetto di rivolgere quest'appello: per amor di Dio, abbandonate l'idea diabolica di avere uno Stato sionista in Palestina, e chi di voi dovesse diventare mio vicino, lo accoglierò con grande affetto.

Infine, rivolgo al Signore la preghiera tradizionale cristiana Oremus pro perfidis judaeis, timidamente cancellata dal Concilio Vaticano Secondo perchè giudicata ingiustamente "antisemita":

Preghiamo per gli ebrei spergiuri
che il Signore nostro Dio tolga loro il velo dal cuore,
affinchè possano anch'essi comprendere la luce della tua verità,
che è il Signore Gesù,
e possano essere liberati dalla loro tenebra.
Amen.

L'ELEFANTE DELLA SILA GRANDE





di Domenico Canino




Una particolarissima roccia solleva degli interrogativi riguardo attitudini preistoriche ancora insospettate.
Quella che sembra una scultura ha forme e misure praticamente simili a quelle dei Mammuth. L’autore segnala la roccia e sollecita studi in proposito.

Se non è un falso fatto con il black and decker, è forse una scoperta archeologica
di valenza internazionale. Trattasi di una singolarissima conformazione rocciosa sita ai confini della Sila
Grande, nel territorio di Campana (CS), composta da due grandi blocchi, distanti tra loro circa tre metri, costituiti da diversi strati di roccia in sovrapposizione, probabilmente scolpiti.
La prima figura è un elefante alto circa 5 metri, splendidamente scolpito.
La seconda è di interpretazione più difficile, ma forse rappresenta due gambe umane fino alle ginocchia, poi la statua si interrompe poiché mutilata della sua parte superiore.
I blocchi mancanti sono in parte andati perduti, in parte giacciono sul terreno circostante a qualche decina di metri di distanza.

Sotto le due figure nel blocco di roccia sottostante sono state scavate due piccole grotte, testimonianza forse di una civiltà cavernicola.
Le due statue sono lì da secoli, all’aperto in una radura assolata, i contadini del luogo se le ricordano da sempre. L’emozione è forte di fronte ai due colossi e presto lascia il campo agli interrogativi:
Chi li ha scolpiti? E quando? Sono una testimonianza millenaria di una straordinaria civiltà preistorica della Calabria, o un falso medievale o giù di lì?

Analizziamole un po’ meglio. La roccia delle sculture mostra i segni della corrosione del tempo e delle intemperie, in alcuni tratti le statue sono state consunte, e molti sono i particolari mutilati o mancanti, un po’ come
accade in genere per le statue greche o romane dell’antichità. L’elefante è bellissimo, imponente e dinamico allo stesso tempo. Con le zampe posteriori in una flessione ponderale che lo fa sembrare in movimento. Gli occhi, la
proboscide e le zanne sono molto ben marcati, indubbiamente l’opera di un grande artista. La cosa strana (tra le altre) è che l’elefante non rappresenta un esemplare africano o indiano, poiché le zanne sono scolpite
diritte verso il basso, caratteristica questa dell’Elephans Antiquus, loro progenitore diretto estintosi alla fine del Pleistocene, circa 12.000 anni fa!

Provo a misurare una zanna e seppur mutilata essa raggiunge la lunghezza di 180 centimetri. Completa sarebbe lunga circa 220 cm, esattamente la lunghezza delle zanne fossili di Elephans Antiquus, ritrovato nel rione
Archi di Reggio Calabria, alcuni anni fa. Dietro la zanna c’è un’altra protuberanza cilindrica mutilata che si protende verso il basso, e dà l’impressione della gamba di un uomo a cavallo dell’animale, ma la statua
nella sua parte alta è incompleta.

Ancora più colossale la figura della seconda statua, poiché se quelle che sembrano due gambe umane dalle ginocchia in giù raggiungono quasi i sei metri di altezza, vi lascio immaginare quanto alta sarebbe stata la figura
intera. Alcuni blocchi di roccia caduti dalla sommità dei colossi (non tutti purtroppo) giacciono sul pianoro circostante a poca distanza dalle statue, e forse sarebbe possibile riconoscerne la collocazione nella posizione
originale!

Gli elefanti sono scomparsi dalla Calabria da molte migliaia di anni, la sola testimonianza di un passaggio in questi luoghi in epoca storica lo abbiamo con transito delle armate di Annibale, nel 200 a. C., circa.
Come mai queste statue colossali rappresentano l’elefante e non il grande
bisonte o il grande orso, animali sicuramente più diffusi nelle selve europee, come testimoniano numerose altre rappresentazioni rupestri?
Se tali giganti fossero opera umana, saremmo di fronte alla scultura preistorica più grande d’Europa.
Sarebbe utile conoscere il parere degli esperti, magari di Emanuel Anati, esperto mondiale di
arte rupestre e scopritore delle rocce di Har-Karkom, in Israele.

tratto da www.artepreistorica.it

NOTE DELL'AUTORE DELL'ARTICOLO.
Questa non è una scoperta ma una rivelazione, mi spiego meglio: queste
statue come leggerete nell'articolo, sono all'aperto in una radura
assolata, a poche centinaia di metri dalla strada asfaltata, ma gli
abitanti del luogo contadini ed allevatori della Sila le conoscono da
sempre, le hanno sempre chiamate le rocce. Alcuni contadini della zona
mi hanno fatto vedere delle foto di queste statue risalenti
addirittura ai primi anni sessanta !!!
Loro però hanno sempre creduto e credono tuttora che le rocce siano
frutto di erosione naturale.
Io ho solo il merito di essere stato il primo a capire (non ci voleva
poi molto), che non lo sono affatto per tre ordini di motivi. 1) Sono
ad un analisi visiva (sono laureato in architettura con indirinno
storico urbanistico) ed estetiva assolutamente opera di umani,
sculture. La fattura della proboscide e delle zanne non lasciaalcun
dubbio.
2) Vorrei vedere una intemperie che scolpisce due statue contrapposte
di 5,50 metri e 6,80 metri chiaramente contrapposte nello stesso punto
a distanza di soli 5metri l'una dall'altra.
3) Le statue colossali ( i colossi della Sila Grande) non sono
affatto scolpite su dei blocchi di pietra unici, sono costituite da
più strati di roccia sovrapposte.


L'architetto Domenico Canino è contattabile a questo indirizzo e-mail mimmocanino@hotmail.com

Note biografiche:

Domenico Canino nasce a Cosenza il 19/02/1961, a 15 anni è già insieme agli archeologi in perlustrazione agli scavi archeologici di Sibari, a 21 anni durante gli studi di architettura a Napoli, scava come volontario a Pompei, e la passione sale ancora...Poi la laurea in architettura con indirizzo storico-urbanistico, con particolare riguardo alla regione della Magna Grecia...Poi si appassiona agli studi di numismatica antica, e specialmente alle monete del popolo dei Brettii, ed è appunto nel corso di una caccia a monete brettie che nel dicembre 2002 in Sila che si imbatte nelle statue colossali di Campana, e rimane forlgorato, tanto dadedicargli tutto il suo tempo libero ed anche di più...
Il resto è ancora da scrivere...

Un ragazzo antico di calabria




Un ragazzo antico di calabria <=====


Ricordo il barroccino di frutta e verdura
incorticato stabile all'angolo del corso,
lupini, fichi d'india, angurie scintillavano
lasciandosi mangiare da gli occhi dei ragazzi.


Erano gli anni della pasta con le alici,
del falco pecchiaiolo di passo in aspromonte,
delle ginocchia nude grattuggiate e luride,
del gracidare sordo dei bufoni nello stagno.


La processione estiva con l'astile in testa,
sfilava tra le case abbarbicate e scarne,
nell'aria impregnata di ricotta stagionata.


Soltanto il barbugliare uguale del torrente,
riporta a quel ragazzo antico di calabria,
un piccolo confetto d'anicino nelle tasche.

by


eby

tratto da it.arti.poesia

23 luglio, 2006

Tsunami in Calabria nella storia




Anno Località causa del terremoto intensità

1169 Stretto di Messina Sisma in mare 11 grado ME 4
1693 Sicilia Orientale Sisma in mare 4 grado ME 4
Ritiro considerevole ed inondazione. Catania, Augusta e Messina furono colpite da uno tsunami che buttò sulla spiaggia numerose imbarcazioni
1783 Calabria Tirrenica Sisma a terra 11 grado ME 9 metri 6
La Calabria sperimentò la più violenta e persistente sequenza di terremoti di cui si abbia memoria negli ultimi duemila anni.
Il giorno 5 febbraio venne dato l'avvio a tale terribile sequenza con un terremoto che innescò uno tsunami che colpì duramente le coste calabresi da Messina a Torre del Faro e da Cenidio a Scilla.
Messina, Reggio Calabria , Roccella Ionica, Scilla e Catona ebbero le strade allagate e l'acqua del mare si addentrò nella terraferma per quasi due chilometri.
Il giorno seguente si verificò una seconda scossa tellurica e il conseguente tsunami provocò un grandissimo numero di vittime, soprattutto nella Calabria meridionale (Scilla): la particolarità di questo tsunami è che non venne innescato direttamente dalla scossa di terremoto, ma dallo scivolamento in mare di una parte del Monte Paci.
Molti abitanti di Scilla, spaventati dalla terribile sequenza delle scosse, cercarono rifugio sulla spiaggia, ma qui vennero sorprese dalla terribile ondata alta fino ai tetti delle case: le vittime in seguito allo tsunami furono oltre 1.500.
Il massimo runup (9 metri) venne registrato a Marina Grande (Scilla), ma in molte altre località (Peloro, Torre del Faro, Punta del Pezzo) il fronte d'acqua raggiunse la già notevole altezza di circa 6 metri.
Da segnalare che dopo la scossa del 5 Febbraio vene furono altra più o meno della stessa insita che sconvolsero tutto il territorio calabrese e duro addiriturra i movimenti terrulici per circa 2 anni.
1818 Sicilia Orientale Sisma a terra 9 grado ME
Onde anomale a Catania
1832 Calabria Ionica Sisma a terra 10 grado ME
Inondazione a Magliacane (Crotone)
1836 Calabria Ionica Sisma a terra 9 grado ME
Ritiro/inondazione: barche danneggiate
1894 Calabria Tirrenica Sisma a terra 9 grado ME
Navi trasportate a terra a Reggio Calabria
1905 Calabria Tirrenica Sisma a terra 10 grado ME
Forte inondazione e navi danneggiate
1907 Calabria Ionica Sisma a terra 9 grado ME
Inondazioni a Capo Bruzzano
1908 Stretto di Messina Sisma in mare 11 grado ME
Il più intenso dei terremoti in Italia, che provocò un violentissimo tsunami, in assoluto il più grande mai registrato nel nostro Paese, che ovunque si manifestò con un iniziale ritirarsi delle acque del mare seguito dopo pochi minuti da almeno tre grandi ondate che portarono ovunque distruzione e morte.
Le località più duramente colpite furono Pellaro, Lazzaro e Gallico sulle coste calabresi e Riposto, S. Alessio, Briga e Paradiso su quelle siciliane.
I maggiori runup furono registrati a S. Alessio (11.7 metri) e a Pellaro (13 metri), ma in molte altre località l'altezza dell'onda fu di 8-10 metri, e dovunque le case situate nelle vicinanze della spiaggia vennero spazzate via dall'impeto dell'onda.

21 luglio, 2006

Cosa bolle in pentola? (1)



E' ormai il tormentone dell'estate! Tutti ne parlano, molti dicono che non ci sia nulla dentro, altri dicono che nella pentola ci sia lo stregatto (rileggetivi il post sugli specchi), altri fanno teorie fantascientifiche che riguardano l'opus dei, la banda bassotti e dei robot giapponesi! In realtà solo noi del blog alla deriva abbiamo la risposta!

Nella pentola bolle un ovino! la pecora si gusta in pochi luoghi poiché la sua preparazione richiede molto tempo ed è una carne poco conosciuta, che non sempre si trova nelle macellerie, ma chi l'ha assaggiata accetta volentieri di dedicare un po' di tempo alla sua preparazione.


Pecora in umido
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Ingredienti per 10 persone:

- 1 coscio di pecora (circa 4 kg.) - 100 g. d'olio - 2 grosse cipolle rosse - 2 coste di sedano - 2 carote - 1 kg. di passata di pomodoro - ½ tubetto di concentrato di pomodoro - 5 gocce di angostura (a piacere) - sale e pepe q.b.


Preparazione:
Disossare il coscio di pecora tagliandolo a piccoli pezzi, facendo ben attenzione a scartare non solo tutte le parti grasse, ma anche a denervare accuratamente tutta la carne che altrimenti non risulterebbe sufficientemente tenera e prenderebbe un sapore dolciastro. Lo scarto sarà notevole, ma il risultato sarà assicurato. Mettere l'olio in un capiente tegame di coccio e adagiatevi i pezzi di carne cui farete perdere tutta l'acqua. Appena ritirata tutta l'acqua mettete il battuto di cipolla, sedano e carote, il sale e il pepe e coprite il tegame facendo cuocere a fuoco lento. Mescolare ogni tanto. Quando la carne è rosolata mettere il pomodoro e continuare la cottura, sempre a fuoco lento, per circa 3 ore. A metà cottura aggiungete le 5 gocce di angostura e, un poco alla volta, il concentrato di pomodoro diluito in poca acqua. Aggiustare di sale e spengere il fuoco solo quando la carne risulterà tenera. La preparazione risulterà più gustosa se lascerete il tutto nel tegame di cottura, servendola il giorno dopo, ovviamente dopo averla riscaldata. Se risultasse troppo asciutta sarà possibile aggiungere del concentrato di pomodoro diluito in acqua facendo cuocere per pochi minuti.


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Penne alla pecora
Il taglio di pasta che si sposa meglio con questo sugo sono le penne rigate. Cuocere le penne "al dente", e farle saltare in una padella con un po' del fondo di cottura della pecora. A piacere cospargere con parmigiano grattugiato.


INAUGURIAMO UNA RUBRICA CULINARIA ANDANDO ALLA RICERCA DI RICETTE CHE POTREBBERO DEFINIRSI CHICCHE. BUON APPETITO

La catena sociale Internettiana


Noob ( si può dire anche newb, n00b, niubbo, nub, nib, newbie o <\>00|3 ) = Vengono così chiamate le persone che si affacciano per la prima volta ad una nuova tematica ( Esempio: Un utente che chiede delle informazioni che per gli altri utenti più esperti possono sembrare troppo ovvie). Vengono chiamati anche "totalmente noob" le persone che, anche se per lavoro usano costantemente il pc non sanno niente (o quasi) delle sue potenzialità. Esempio: dipendente statale che usa x lavoro word (anche male) e che oltre a word non sa fare altro. ATTENZIONE: Tra i due c'è una differenza sostanziale. Il primo se ne ha le capacità può diventare in poco tempo un esperto, l'altro morita noob.

Lamer ( si può dire anche zoppo, lameraccio, sfigato o |_4//\3|2 ) = Vengono così chiamate persone, di solito ragazzini 12-13 enni o sfigati 40-45, che hanno limitatissime conoscenze del web. Si differenziano dai Noob perchè hanno conoscenze informatiche più sviluppate ma nessuna voglia di accrescerle ulteriormente. Solitamente si limitano ad usare meccanicamente le poche applicazioni che conoscono, a creare danni ai siti altrui e a vantarsi di improbabile scorribande sulla rete.

Nerd (si può dire anche ^/3lzI> ) = A prima vista "Nerd" può sembrare un insulto, infatti letteralmente sta ad indicare una persona dalla scarsa igiene, decisamente fuorimoda e con in mente solo bit, ma negli anni novanta il concetto di nerd iniziò ad avere delle connotazioni positive nell'ambito della società della rete, per descrivere orgogliosamente una persona tecnicamente preparata. Per avere informazioni più complete vi consigliamo questo link http://it.wikipedia.org/wiki/Nerd

Geek ( Si dice solo Geek) = Spesso si confondono i Geek con i Nerd. In realtà i Geek sono più evoluti. Hanno capacità di ingegneria sociale molto più grandi di quelle di un semplice Nerd. Usano solo Open source (spesso scritto da loro stessi). In poche parole sono all'apice della catena sociale internettiana!

Hacker = L'hacker è una persona che è andata al di là dell'uso del computer per sopravvivere ("Mi porto a casa la pagnotta programmando") e guarda piuttosto ai due stadi successivi. Lui (o, in teoria ma in pratica fin troppo raramente lei) usa il computer per i propri legami sociali: l'e-mail e la Rete sono mezzi bellissimi per avere una comunità. Ma per gli hacker un computer significa anche intrattenimento. Non i giochi, non le belle immagini sulla Rete. Il computer in sé è intrattenimento.

..Spesso gli Hacker sono confusi con i Cracker. I Cracker sono coloro i quali distruggono senza alcun motivo (apparte il loro divertimento personale) un sistema informatico o scrivono dei programmi maligni quali virus o trojan.

20 luglio, 2006

CRIMINI!






OGGI HO LETTO IL BLOG DI BEPPE GRILLO. HO VISTO QUESTE FOTO. SONO DEL PARERE CHE ISRAELE ABBIA ESAGERATO.PENSO CHE UN CRIMINE E' UN CRIMINE SEMPRE! NON SOLO QUANDO CONVIENE GIUDICARLO TALE PERCHE' A COMMETTERLO SONO COLORO I QUALI DEVONO ESSERE PER FORZA I CATTIVI! PENSO CHE TUTTA LA COMUNITA' INTERNAZIONALE DEBBA VERGOGNARSI PER LA PROPRIA INDIFFERENZA E ACCONDISCENDENZA VERSO I CRIMINI CHE SI STANNO PERPETRANDO IN QUESTI GIORNI IN LIBANO!
CHE QUESTI BAMBINI POSSANO TROVARE LA PACE DEI GIUSTI...E A TUTTI.... NOI, I NOSTRI GOVERNANTI I "COSIDDETTI" GRANDI DEL MONDO DICO
VERGOGNIAMOCI!!!!!!!!

L'altro lato dello specchio




Attraverso lo specchio entro in una dimensione onirica nella quale le normali leggi della logica non valgono.
Personalità disaggregate nella coscienza di sè proiettano le loro frustrazioni su una molteplicità di identità per cantarsela e suonarsela da soli intavolando discorsi tra i loro molteplici IO per convincersi che qualcuno sia interessato a quello che si dicono, altri dalle dichiarazioni dei redditi milionarie pretendono attenzione da chi sbarca il lunario con 450 euro al mese di pensione, altri che fanno conferenze e comizi non conoscendo ciò di cui parlano,altri che fanno avanspettacolo ove meno te lo aspetti per l' importanza e la serietà di certe tematiche, altri che approcciano la storia in modo temerario e improbabile manipolando le fonti e facendo accostamenti da barzelletta, altri che si proclamamano paladini della democrazia e poi praticano il più squallido degli oscurantismi, altri che prendono delle sonore batoste, altri che pretendono di essere gli unici Giusti e poi sono di una disarmante piccolezza nei gesti e nei pensieri, eppoi la presunzione di essere i fautori di tutto , quando si è dei semplici attori(e nemmeno i più importanti!).
Sarebbe proprio bello attraversare lo specchio e accorgersi che tutto questo sia solo un suo riflesso!

19 luglio, 2006

Ana filasteeni wa lubnni - Io sono palestinese e libanese - I am palestinian and lebanese

Il Mediterraneo é un enorme muro d'acqua. La sua funzione di un tempo come mezzo di comunicazione tra i popoli é del tutto scomparsa, proibita.
Il Nord, il Sud e l'Est del Mediterraneo non dialogano; più che altro si tollerano a fatica, si minacciano a vicenda.
La parte ricca del Mediterraneo, l'Europa, a parte una pietosa misericordia verso l'Africa centrale, pensa solo a salvaguardare i propri interessi. In tempi di liberismo selvaggio é pure comprensibile.
Le parole caritatevoli verso l'Africa finiscono, ad esempio, nel momento stesso in cui i traghetti sbarcano senza controllo sulle coste siciliane, decine centinaia migliaia di disperati (ma anche di intraprendenti!).

"Ci stanno invadendo! È in atto una guerra di civiltà!"
Strani cristiani i leghisti, che difendono le loro tradizioni e la loro religione. Però non dall'attacco di un esercito armato, che distrugge e converte.
Strani cristiani, molto insicuri...
Si potrebbe ricordare loro di quando nel 1860, con un vero esercito armato, il Piemonte sia piombato nel Sud Italia, devastando e costringendo all'emigrazione. E negli anni a seguire, si sia profuso il massimo impegno per modificare tradizioni e cultura dei popoli meridionali, per renderli italiani tanto quanto lo sono i settentrionali. Invano.

Chi la fa l'aspetti, potremmo dire. Ma é una soddisfazione assai magra.

In Medioriente dal 1946 un pezzo di Palestina è stato consegnato agli ebrei sionisti, perchè vi fondassero il loro Stato, la loro terra promessa. Germania, Europa e Occidente si sdebitarono così per le persecuzioni naziste. E si sdebitano ancora oggi per essere (stati) cristiani, il Nuovo Israele.

Gli israeliani poi, per amor di verità, non hanno fatto troppi sforzi per farsi accettare ed amare dai popoli che hanno trovato in Palestina. Anzi, forti dell'appoggio dei potentissimi capitalisti ebrei americani, hanno esercitato da subito una strategia politica, economica e militare di dominio nella regione. A scapito anche di pressochè tutti i Paesi confinanti e vicini.
Non che da parte araba non vi siano responsabilità nel fallimento dei vari accordi di pace tentati negli anni, intendiamoci.
Ma da febbraio di quest'anno é in corso un vero e proprio genocidio dei palestinesi. È la strategia finale di Israele, ed é molto chiara (seppure poco pubblicizzata dai media italiani ed occidentali): bisogna convincere tutti i palestinesi ad "andarsene spontaneamente" dalle loro terre.
Come? Affamandoli. Nessun tipo di aiuto può raggiungere i palestinesi, tutte le vie di comunicazione, anche quelle dei flussi bancari, sono sotto controllo.

Non sono (ancora) mai stato in Palestina e non conosco personalmente dei palestinesi, ma a giudicare dalla reazione tutto sommato composta a questa diaspora programmata, sono convinto che sia un popolo mite e dignitoso.

Rispetto ad un normale esercito formato da soldati, la guerriglia é un tipo di azione militare "sporca", dettata spesso dalla disperazione e dalla mancanza di mezzi. Ma i guerriglieri non sono necessariamente terroristi criminali: i "briganti" meridionali, miei antenati, non lo erano, i partigiani antifascisti neppure.

I palestinesi ed i libanesi sono le VITTIME di una follia politica, economica e religiosa. Io non sono "equidistante" sulla questione mediorientale.
Ana filasteeni wa lubnni!



transl.

The Med sea is a huge wall of water. Its ancient function as communication way among people is completely disappeared, forbidden.
North, South and East do not talk to each other; they just tolerate each other, threaten each other.

The rich part of the Med sea, the Europe, apart from a pietistic quarter towards Central Africa, only cares for its own business.
In times of wild liberism it's even understandable.
The careful words for Africa end, for example, when the boats arrive with no control to the sicilian coasts, full of desperate (but also very enterprising!) people.

"They're invading us! It's an islamic war against us!"
Odd christians the leghisti (voters of Lega Nord), that defend their traditions and religion. But not from the attack of a regular army, which destroys and converts.
Odd christians, very unsecure...
We might remind them of when, with a regular army, the Piedmont came to South Italy in 1860, devastating and causing emigration. And in the following years, big effort has been put to modify the traditions and the culture of southern people, and make them as italian as the northerns. Uselessly.

Now we could say: expect it if you do it. But it's a cheap satisfaction.

Since 1946, in the MiddleEast a piece of Palestine has been given to jew zionists, and there they founded their new State, the promised earth.
Thus Germany, Europe and West payed their debts for the nazi persecutions. And they're still paying their debts for being (having been) christians, i.e. the New Israel.

Furthermore the israelis, for the sake of truth, haven't been putting too much effort for being accepted and loved by the people that used to live there. Indeed, they felt strong of the support of the very powerful jew american capitalists, and then immediately started a strategy of dominion over the region. Damaging almost all the neighbourly and close States.
Not that arabs have zero responsibility for the unsuccess of every single peace treaty.
But since last february, an authentic genocide is in act. It's the final strategy of Israel, and it's very clear (although italian and western media don't talk much of it): all the palestinians must be persuaded to "spontaneously leave" from their towns.
How? Putting them in hunger. No kind of help can reach the palestinians, all the communication ways, even the bank flows, are under control of Israel.

I've never been in Palestine (yet) and i don't personally know any palestinian, but judjing from their unflappable reaction to this programmed diaspora, i'm convinced that they must be mild and self-controlled.

Compared to a regular army, the guerrilla is a "dirty" military action, often due to desperation and loss of other ways.
But the guerrilleros aren't necessarily terrorists and criminals: the southern "briganti", my ancestors, weren't indeed, the anti-fascist partisans weren't too.

The palestinians and the lebaneses are the VICTIMS of political, economical and religious craziness. I'm not "equidistant" in the middle-east issue.
Ana filasteeni wa lubnni!

17 luglio, 2006

Senso, identità multiple e coevoluzione mutuale


by

T o m m a s o T o z z i



La produzione di senso nasce dalla mescolanza di codici.
L’uso deviato del codice produce nuovi sensi e nuove forme di comunicazione.
La vita quotidiana è permeata di atti intenzionali (oltre che non intenzionali) che applicano codici di un determinato campo semantico a un altro campo semantico.
L’uso arbitrario e ambiguo dei codici è la norma nella quotidianità e nell’uso della lingua.
A esso corrisponde l’ambiguità dei ruoli, che è presente non solo nei suoi aspetti più evidenti (seduzione, pubblicità, politica...) ma anche negli aspetti più banali dell’uso quotidiano della lingua (intesa come somma di linguaggi: verbale, cinesico, prossemico...).
L’identità di un individuo si forma su un’indeterminabile capacità d’uso dei molteplici codici della lingua.
Il riconoscimento dell’identità di un individuo non si basa su un unico caso o evento isolato nella vita di un individuo, ma è il riconoscimento di un’identità sociale nel senso di identità molteplice e di volta in volta mutuata e trasformata nelle relazioni che l’individuo sostiene socialmente.
L’identità non si risolve in un magazzino individuale di cui si può fare l’inventario, bensì è un processo in cui ogni qualità individuale è strettamente connessa e coevolve con le trasformazioni sociali.
L’identità dipende dunque dalla vita sociale dell’individuo, non nel senso che è un corpus determinato che si confronta (o si oppone) con il sociale, quanto nel fatto che l’identità si forma nella socialità ed è dunque socialità essa stessa.
L’identità è dunque di volta in volta un’astrazione di un’occorrenza della socialità: partecipazione ambigua e deviata al processo evolutivo dell’immaginario sociale.
In tale condizione di correlazione e inscindibilità dal divenire sociale, l’imposizione e il congelamento di un’identità in rete costringerebbe la rete a diventare puro codice immutabile.
La comunicazione in rete diverrebbe puro esercizio di stile, mentre si perderebbero gli aspetti estetici della vita.
Se dunque un’identità fissa può essere utile all’interno della convenzione e di un uso convenzionale della comunicazione, allo stesso tempo diventa limite e costrizione all’interno della comunicazione sociale quotidiana.
È la macchina (con i suoi codici) che devono essere usati dall’uomo o divenirne parte, non l’uomo (e la sua indeterminatezza) ad essere usato e divenire parte della macchina.

Le reti telematiche sono il frutto di un adattamento dell’uomo alla sconfitta verso la propria pretesa di:
- trasformare il proprio corpo
- trasformare e controllare il proprio ambiente
- trasferire il proprio corpo
- scindere la mente dal corpo per darne una rappresentazione materiale

Le reti sono il risultato del compromesso reso necessario dalla sconfitta.
Un compromesso che produce comunque buoni frutti:
- la costruzione di un ambiente indipendente da quello naturale sebbene destinato a trasformarsi nel tempo in luogo naturale di comunicazione.
- la costruzione e trasmissione di comportamenti/corpi, messaggi/pensieri che entrano in comunicazione tra loro, producono accordi, stipulano patti (comportamentali, linguistici, normativi) tra gruppi sociali.

Le reti non sono un mondo virtuale ma un sistema organico in grado di creare un ambiente virtuale, un contesto, entro cui sviluppare una forma della propria vita che non è resa possibile nel mondo naturale.
Sono, forse, un passo avanti nella comprensione della sempre minore distanza che separa i sistemi meccanici da quelli naturali e della corrispondenza tra artefatti e natura.
Se dunque si vuole permettere la costruzione di senso e l’evoluzione di esso, se si vuole che la comunicazione non sia solo una forma di scrittura, ma sia contemporaneamente una forma di oralità, allora l’identità deve essere interpretabile, non decodificabile.
La sua deformazione nell’atto informazionale e comunicativo è il punto di partenza per la costruzione di comunità sociali spontanee, non preprogrammate e contigue all’evolversi della complessità evolutiva del reale.
Nella vita quotidiana l’emergere di un codice che determina un uso è temporalmente preceduto da uno stato di indeterminazione e provoca e autorizza uno stato presente di altra indeterminazione.
Tagliare ed escludere tali stati di indeterminatezza può far funzionare una macchina, ma non può far funzionare l’uomo e tantomeno l’uomo può riconoscersi e identificarsi in tale meccanismo.

Normalmente, quando voglio verificare se la rete dà le stesse possibilità della vita reale provo a fare un collegamento punto a punto tra le proprietà della rete rispetto a una determinata funzione e quelle del reale rispetto alla medesima funzione.
Il fare questo per l’identità tenderebbe a giustificare - come viene fatto in molte discussioni sull’argomento - l’esigenza di una firma riconoscibile, come avviene nel reale, in cui ognuno di noi è riconoscibile attraverso un nome e un cognome.

Ma ciò che accade nel reale è diverso per tre punti essenziali:

1) Durante la vita quotidiana non giriamo con un cartellino attaccato sul petto con nome e cognome. Questo, a differenza delle reti, ci permette di fare tutta una serie di azioni private in modo anonimo, quali: camminare per strada, comprare un libro, partecipare a una manifestazione, alzare la mano durante una votazione in assemblea pubblica ecc.
A questo tipo di constatazione si obietta che la persona ha però per legge un documento che lo deve rendere riconoscibile in caso di reato.
Nascerebbe in questo caso un conflitto tra i diritti del cittadino e la prevenzione del crimine.
Inoltre ciò non esclude un primo livello minimo che normalmente non viene reso possibile, ed è quello di un’identificazione nell’accesso in rete e un successivo uso della medesima tramite pseudonimo.
Questa procedura, che normalmente non viene adottata in Internet, non è comunque sufficiente.

2) Per comprenderne il motivo vi è una seconda considerazione che va fatta, quella per cui l’identificazione in accesso costruisce automaticamente un doppio dell’identità dell’individuo raccolto su file.
Tutte le azioni realizzate durante l’uso della rete, che se coperte da pseudonimo possono essere riconoscibili pubblicamente come anonime, ridiventano però identificabili in quel doppio dell’identità individuale che documenta su un file di testo ogni atto in rete dell’individuo, abbinandolo non allo pseudonimo, ma al nome reale identificato durante l’accesso.
Nasce quindi un problema sulla proprietà di questi dati.
Il problema nasce dal fatto che non vi è controllo sicuro (oltre la legge) dell’uso di tali dati.
Un abuso di tali dati può dare luogo a:
a) conoscenza di aspetti profondi e privati della psicologia di un individuo, che potrebbero non voler essere resi pubblici.
b) uso politico dei dati relativi all’individuo.
c) uso commerciale dei dati relativi all’individuo.
d) manipolazione dell’immagine privata di un individuo.
Tale ultimo aspetto ci conduce al terzo e ultimo punto della questione, quello che più specificatamente dimostra le differenze tra il mondo vissuto nelle reti e il mondo naturale.

3) Mentre la comunicazione reale implica la presenza materica del corpo dell’individuo (o delle tracce che tale materia lascia: fonetiche, visive, calligrafiche...) il soggetto della comunicazione in rete non ha un suo referente materiale nell’atto semiotico, ma è pura sostanza.
In rete il corpo, l’identità fisica e materiale, o riferimento dell’individuo, è sostituita dal suo nome.
Se questo per molti versi è indice di una spaventosa perdita nel piano comunicativo, ciò non toglie che, per altre ragioni e in altri modi, questo corpo simulacrale dato dal nome consente delle articolazioni semiotiche e delle libertà di non poco conto.
Permette di costruirsi un corpo narrativo in cui le forme stereotipate dell’immaginario sono reinterpretate e diventano carne linguistica attraverso pratiche di un loro uso deviato. Sostituiscono quelle parti della lingua che sono prioritariamente collegate al corpo fisico.
Ogni connotazione possibile di un nome multiplo sostituisce un modello di comportamento sociale. Un atteggiamento e una movenza femminile sono sostituite da un nome di donna, o viceversa per l’uomo.
Un abbigliamento sportivo può essere sostituito dal nome di un famoso atleta ecc.
Le infinite capacità espressive del corpo (dei suoi gesti, del suo abbigliamento, del suo calore, della sua tattilità ecc.) sono sostituite (in perdita) dal nome multiplo, consentendo allo stesso tempo nuove potenzialità reintepretative attraverso la narrazione.
Se dunque già il reale è impoverito dall’uso stereotipato di comportamenti e ruoli, se già il reale si concede all’alienazione stereotipata, la rete accentua la narrazione.
Ma in molti casi è la comunicazione stessa, l’uso del linguaggio verbale, a trasformarsi per compensare tale perdita (accentuando alcune modalità enfatiche o retoriche, oppure producendo artifici ortografici e narrativi che arricchiscono o rendono ambigua l’interpretazione del messaggio, aprendone in tal modo l’intreccio di sensi possibili) mentre il nome multiplo resta un appiglio utile a cogliere molti degli aspetti profondi e simbolici nel carattere di una persona.

Nell’immaginario sociale gli stereotipi sono artefatti del comportamento che se sovrapposti in modo prevaricante alla vita degli individui possono produrre alienazione (come avviene nella pubblicità o attraverso l’uso persuasivo dei media), ma esiste una soglia per cui lo stereotipo, attraverso l’estrema ripetizione o la riappropriazione in un uso liberato, può essere gestito in prima persona e da artefatto trasformarsi ed evolvere in una nuova forma naturale in grado di produrre nuovo senso o di reinterpretare in modo nuovo forme archetipiche e simboliche profonde.
Il nome multiplo in rete - quando ne sia reso possibile un uso libero, e quando sia affiancato e contestualizzato all’interno di processi e rapporti comunitari in cui la narrazione e la costruzione di storie vada oltre un uso funzionale della rete - rende possibile e partecipa a delle pratiche, le cui caratteristiche sono un corpus unico non scindibile che produce nuove forme possibili dell’identità.
All’interno di questo corpus correlato, il nome multiplo partecipa contestualizzando i comportamenti e dunque l’identità.
Molti comportamenti individuali diventerebbero ambigui se astratti dalla situazione contestuale in cui si svolgono e osservati da un solo punto di vista.
Se al contrario a ogni comportamento corrisponde un nuovo contesto, la comunicazione e con essa la disambiguazione di un’identità può essere sostenuta socialmente anche nella mutuazione dei codici e dunque nella produzione di sensi e immaginari collettivi sempre differenti.
Al contrario i doppi dell’identità individuale registrati su file sono in ogni caso (che siano abbinati a uno pseudonimo o al nome vero) una menzogna.
Sono informazione pura e in quanto tale falsi.
Sono indice di una trasformazione che nel far diventare la vita di un individuo un segno ne codifica gli aspetti convenzionali perdendone altresì il reale riferimento.
Se questo può essere un meccanismo utile per certe parti della vita funzionali ad aspetti e questioni meccaniche della stessa, non deve nel suo svolgimento oltrepassare i propri confini o lasciare tracce di sé usabili in altri contesti della vita sociale.
Dunque l’anonimato e quindi l’uso dello pseudonimo nell’accesso, oltre a essere una necessità espressiva della comunicazione, devono essere, in ogni momento e luogo della vita, una protezione disponibile, che implichi la difesa della privacy.

La complessità con cui i sistemi economici e mediali stanno confluendo in Internet e nelle reti amatoriali rende di fatto le reti sempre più vicine a un sistema virtuale vivibile in senso naturale.
Navigare in rete è sempre più simile al camminare per strada: si incrociano negozi, si fanno acquisti, si leggono libri, si fanno incontri per strada, si chiacchiera, si tentano approcci o li si negano.
Ma soprattutto si usa un linguaggio della comunicazione che è proprio del linguaggio del quotidiano anziché di quello lavorativo.
Nella navigazione emergono sempre più le tracce della propria emotività, delle passioni, dei dubbi e delle perplessità. E se nella vita reale è possibile mantenere privata la memoria delle proprie esperienze intime del quotidiano, nelle reti accade che l’essere telematico è un essere duplicabile e quasi sempre già duplicato. Il sistema (individuo) che naviga è determinabile (e dunque duplicabile) con la certezza propria del sistema digitale. Il sé delle reti è un sé separato dall’individuo che lo produce. La separazione avviene nella differenza tra un sistema non lineare, indeterminato e complesso (l’individuo reale) e un sistema determinabile quale diventa il sé digitale in rete.
Ogni traccia delle proprie scelte o indecisioni realizzate nel sistema virtuale non è più patrimonio dell’individuo, ma del metaorganismo rete.
La memoria individuale privata - quella che nella vita reale dà luogo a eventi di rimozione e mutazione, che la psicologia da Freud in poi ha tanto approfonditamente studiato - diventa un archivio determinabile in cui la necessità del ricordo negato (o nascosto), o meglio la propria diversità (o in termini psicologici alterità) non può essere nascosta ma si dà in modo immutabile al sociale.
L’essere delle reti rischia di non poter essere un essere in divenire, e rimanere un essere separato immutabile che potrebbe avere un feedback nella vita reale dagli effetti devastanti.
L’organismo digitale si separerebbe dall’organismo analogico (l’individuo reale) mostrando dell’individuo reale solo una piccola parte, un determinato istante a cui viene negata la possibilità di evolvere nel tempo.
L’identità digitale, se separata in un file di testo, archiviata e non lasciata vivere ed evolvere nel continuum di scambi comunicativi telematici, rischia di diventare una fredda riproduzione a cui è stata sottratta la quarta dimensione, quella del tempo, del movimento e del divenire. Lo stesso rischio denunciato dalla pittura cubista si avrebbe nell’archiviazione digitale.
L’essere digitale potrebbe essere il riflesso di un sé negato. Un attimo del proprio quotidiano che ci è dato rimuovere nella vita reale privata e che invece diverrebbe patrimonio collettivo e pubblico nella vita virtuale.
In definitiva non sarebbe possibile difendere le "necessità" del diritto alla privacy individuale.
Non solo, ma la qualità digitale dell’essere separato aprirebbe a chiunque la possibilità di una sua manipolazione senza che di ciò ne resti traccia.
Ogni profilo dell’essere digitale dato dai login (il nome tecnico dei file di testo che mantengono traccia di ogni evento nelle reti telematiche, abbinando ogni azione dell’utente al suo identificativo) potrebbe non solo essere usato per scopi statistici di controllo e/o emarginazione dal sistema sociale, ma potrebbe essere anche manipolato (senza che di ciò ne resti traccia) per accusare liberamente l’essere reale di cose di cui sembrerebbe responsabile il suo doppio digitale.
La qualità digitale, quella di duplicare e manipolare dati (immagini, suoni, testi ecc.) senza che di ciò risulti traccia, quella che tanto fa vendere le case di produzione software attuali, diventerebbe una possibile manipolazione dell’essere individuale di cui non rimarrebbe traccia e in tal modo essere causa di conseguenze penali, oltreché sociali, disastrose.
Tale separazione è ricuperabile solo nei termini di un uso anonimo delle reti, nella possibilità di usare identità multiple e di crittare l’informazione prodotta.
Solo in tal modo il sé digitale potrebbe diventare una raccolta di più istanti del proprio quotidiano.
Una raccolta in divenire e in mutazione.
Solo l’identità multipla è in grado di restituire all’essere la sua qualità intrinseca di mutevolezza e evoluzione.

L’identità non è un insieme di caratteristiche specifiche di un singolo, bensì uno schema di relazioni che garantiscono l’esistenza, l’evoluzione e la trasformazione di caratteristiche specifiche del singolo; evoluzione e trasformazione autogestibili dal singolo grazie all’essere parte attiva di tale schema di relazioni.

Nello specifico di un discorso sulla società, l’essere esiste solo come parte in continua relazione e compenetrazione con un sistema dinamico in coevoluzione.
In tale condizione, un atto di riappropriazione del sé, di definizione di un’identità e insieme di autonomia, può essere esclusivamente un atto individuale.
In esso si recupera un principio di libertà inelusibile di ogni singolo individuo.
Il processo di identificazione dell’individuo non può essere affidato né agli altri, né a interfacce tecnologiche qualora se ne verifichi un’impossibilità gestionale da parte dell’individuo.

L’affermazione del sé deve essere un processo pilotato a livello individuale, con cui gli altri possono confrontarsi esclusivamente fornendo le proprie interpretazioni e senza renderne possibile una determinazione.

Le reti telematiche possono dar luogo a forme comunitarie di coevoluzione mutuale se e solo se ogni individuo all’interno della comunità può fornire un continuum di reinterpretazioni della propria identità e di quella altrui, in un confronto e scambio sociale libero e orizzontale.
Solo attraverso forme cooperative di dialogo sociale che allo stesso tempo permettano l’autonomia individuale è possibile l’emergere di nuove forme evolutive della specie che siano allo stesso tempo mutuali per ogni singolo individuo.




Tommaso Tozzi (1960) è stato tra i primi artisti italiani a utilizzare i nuovi media nel proprio lavoro, non tanto per costruire installazioni o oggetti, quanto per sfruttare la caratteristica distintiva dei media, ovvero la loro capacità comunicativa. Prima di approdare a Internet, Tozzi ha realizzato spazi di discussione e incontro con riviste via fax, fanzine da attaccare ai muri, banche dati in BBS. È tra gli animatori di "la Stanza Rossa", la prima rivista italiana dedicata ai nuovi media e agli sviluppi artistici della tecnologia.
Ha realizzato numerose mostre, personali e collettive, tra le quali ricordiamo almeno Anni 90; Medialismo; Forme di relazione; Soggetto Soggetto.
In questo testo - presentato all’Università di Scienze Politiche di Firenze, nel seminario Dal virtuale al reale - Tozzi si interroga su come avvicinare la rete alla comunicazione reale, liberando Internet dalla rigidità della macchina e dei codici, a vantaggio di uno scambio aperto e in costante movimento.




16 luglio, 2006

16/07/2006 Per non dimenticare.




"…tutta la società civile, senza distinzione di appartenenza politica, e' chiamata a svolgere quel ruolo fondamentale di sostegno e di vigilanza, che non faccia avvertire quell'insopportabile senso di solitudine che può spingere all'abbandono. Ogni colpo inferto alle istituzioni colpisce tutti noi e sarebbe un errore gravissimo pensare che non sia così. Nessuno può chiamarsi fuori dalla battaglia contro la criminalità organizzata."

(16.05.05)

Francesco Fortugno


"...Lo sviluppo della Calabria, non può essere il frutto di particolarismi
e lotte di campanile, ma deve essere concepito ed attuato in modo
organico e coerente, con il coraggio e la responsabilita delle scelte, per-
chè è questo il ruolo che deve avere la politica.

I personalismi e le incapacità di chi ha mal governato, hanno portato
la Calabria ad essere la regione dei record negativi, ma non hanno
certo piegato la dignità e l'orgoglio dei calabresi, ed è questa certezza
che mi spinge a continuare nel mio impegno politico..."

(Opuscolo informativo Settembre 2006)

FRANCESCO FORTUGNO.

Pulito Subito della bedding inc

Ieri sera sono andato a fare la spesa alla supermegacittàcommerciale sotto casa. Ho comprato tutto il superfluo necessario per vivere nel mondo moderno, dalla salsa indiana al curry che fa tanto figoni etnici alla ricotta affumicata di Mammola (che non sarà cool ma è buona). Procedendo a Zig Zag e fregandomene del percorso che l'esperto di "percorsi interni delle supermegacittàcommerciali sotto casa" ha tracciato con delle freccie sul pavimento sono arrivato alla cassa con il carrello strapieno e mi sono messo in fila aspettando il mio turno canticchiando tra me e me lo spot del nuovissimo dopobarba della Bedding inc. Arrivato il mio turno la cassiera con un sorriso smagliante mi saluta:

-Benvenuto alla supermegacittàcommerciale sotto casa. Ha la fedelity card?

-Non sono mai stato fedele nemmeno alla mia fidanzata. Perchè dovrei esserlo al supermercato?

-Scusi ma, non conosce i vantaggi che riceve con la card?

-Si, li conosco.. ma non mi voglio avvantaggiare rispetto agli altri...

-Sono quelli come lei che fanno non funzionare bene i posti come questo, lo sa vero?

-ma dal suo sorriso di prima mi pareva che tutto qui funzionasse bene anche senza che io abbia una tessera...

-Ah si? guardi qui! Nel carrello ha messo solo una confezione di Subito pulito della Bedding inc.!

-Infatti me ne serve solo uno!

-Ma se ne prende 2 il secondo costa solo 16 €cent!

-Ma scusi lei usa la parola €cent?

-Non cambi discorso! ..torni nel reparto detersivi e prenda un altra confezione!

-Ma perchè? non mi serve...

-E buttare così la convenienza?

-La convenienza? Conveniente rispetto a cosa?

- Mi obbliga ad andarla a prendere da sola

Mentre la cassiera andava a prendere questo derersivo ho fatto rifornimento di 2-300 buste della spesa, dato che da quando c'è l'euro te le fanno pagare 5 cent (10 lire)

-Ecco il detersivo

-Sa che le dico? può tenersi anche l'altra confezione. Basta che mi fa andare...

- E che me ne faccio? io i piatti li lavo con la lavastoviglie.

 

15 luglio, 2006

FOREVER..WHAT'S?

All'indomani dell'omicidio del compianto Onorevole Fortugno (domani 16 luglio saranno trascorsi nove mesi), c'è stato un generale sentimento di rivolta morale, un sussulto delle coscienze troppo spesso inerti e rassegnate di fronte ai troppi eventi delittuosi che, purtroppo, costellano questo scorcio di storia della nostra amata Terra.
Modestamente in questi mesi ho cercato di fare qualcosa, cercando sempre di porre l' attenzione alla sostanza e contenuto dei progetti, delle iniziative, delle mobilitazioni, poichè poteva esservi il rischio, che dietro tanto attivismo, vi potesse essere l'opportunistico mobilitarsi di qualcuno.
Il Forever, a mio modesto giudizio, dovrebbe essere la casa di tutti quelli che vogliono fare qualcosa, nella propria possibilità e disponibilità, per smuovere le coscienze dei Popolo Calabrese, dando accoglienza a coloro i quali abbiano voglia di mettersi a disposizione del progetto affinchè si provveda a costruire qualcosa di permanente che trascenda i singoli,affinchè questi passino e il Forever resti.
Mettendosi tutti a disposizione del progetto esso ha ottime possibilità di riuscire, poichè nel LIBERO E DEMOCRATICO confronto tra tante menti con visioni diverse è DOVEROSO arrivare ad una sintesi che dia significato operativo al progetto.
Il lavoro da fare è IMMENSO, poichè innescare la RIVOLUZIONE CULTURALE che porti a fare della Calabria una regione NORMALE non si può esaurire in qualche mese.
Necessità di un lavoro continuo, costante, silenzioso, di contenuto e sostanza che vada ad incidere nel quotidiano. Cò che c'è stato in questi mesi è solo un aspetto del lavoro da fare.
In qualche parte si legge che qualcuno vuole distruggere i Ragazzi di Locri, la mia esperienza personle mi porta a dire "Ma quando mai?", anzi c'è la massima disponibilità e cooperazione per far si che il movimento cresca e si sviluppi in modo armonico.
E' necessario soltanto continuare il cammino iniziato da tutti gli uomini e le donne di BUONA VOLONTA' , giovani e meno giovani, che credono nel progetto e siano disposte a spendersi per esso rinunciando ad apparire poiche tutti e nessuno sono indispensabili, tutti e nessuno sono importanti...ognuno può portare il proprio granello, il proprio mattone per costruire qualcosa di grande.

14 luglio, 2006

Un interessante caso antropologico: il politico meridionale



A metà strada tra il cameriere e il capobanda, il politico meridionale si insedia nella sua nuova nazione italiana con baldanzosa convinzione: dopo essersi dichiarato "fiero anti-borbonico" ed aver consegnato il bel Regno delle Due Sicilie ai liberali Savoia, si appresta a curare i propri interessi lobbistici nel nuovo Parlamento torinese, facendo in modo che "tutto cambi perchè non cambi nulla" (anzi, perché no, magari migliori pure qualcosa).
Il patto nazionale é molto chiaro e da tutti condiviso: il Settentrione sarà industrializzato, anche a scapito delle industrie napoletane, e il Meridione manterrà il suo primato agricolo sotto il "controllo" appunto della nuova classe dirigente meridionale ed anti-borbonica. Peraltro sarebbe un errore sottovalutare l'apporto del politico meridionale, soprattutto in quel frangente, sia perché dovrà trasformare (con l'aiuto di Dio!) i popoli napolitani e siciliani filo-borbonici in popoli italiani e filo-sabaudi, e sia perché nei primi decenni dall'Unità saranno proprio le esportazioni meridionali che dovranno garantire il risorgimento del fragile Settentrione. Compito assai delicato, quindi.
Ma, bisogna dire, svolto con pazienza, solerzia e passione.
Certo, almeno nei primi anni qualche senatore meridionale più sensibile degli altri non é rimasto indifferente alla strage che si stava compiendo sotto il nome di "repressione del brigantaggio", e dagli archivi storici del parlamento savoiardo si legge persino qualche parola dissonante di qualche barone meridionale di fronte allo strangolamento delle attività industriali a sud di Roma.

Ma si sa, per un politico meridionale sensibile, ve ne sono almeno altri dieci forniti della quantità di pelo sullo stomaco sufficiente per traghettare il Paese fuori da imbarazzanti impaludamenti. Ed ecco infatti Giuseppe Pica, avvocato abruzzese già definito dalla giustizia borbonica "inquieto e amatore di novità politiche", che prontamente fornisce nel 1863 lo strumento più efficace per sedare la resistenza dei suoi poco docili connazionali.
La legge Pica è solo un esempio, per quanto assai notevole, del tipico atteggiamento del politico meridionale di fronte al consesso italiano e internazionale: denigrare con decisione la truce bassezza del popolo (che egli dovrebbe rappresentare), aggrapparsi ad illuminate teorie politiche che puntualmente hanno origine e attuazione in ambienti oltremodo lontani dalle martoriate terre post-borboniche, e in definitiva servire come luogotenenti, come vicerè potremmo dire, nelle loro contrade.
Vicerè, per la verità, Napoli e Sicilia ne hanno avuti, e per ben due secoli (la Sicilia anche di più); seppure da Madrid, a differenza di Torino e Roma, si amasse incondizionatamente il regno napoletano, comunque le storture di un governo "per delega" avevano corrotto la già scarsa attitudine dell'élite napoletana a scegliere da sè il proprio miglior destino.

Ma torniamo all'Italia unita. Se si eccettuano rare e, tutto sommato, poco efficaci eccezioni (Salvemini, Fortunato, Sturzo, Dorso), il vero politico meridionale é granitico e si organizza su diversi livelli: quello che arriva ai vertici della politica italiana, quello che "fa numero" nelle varie sedi della iperburocratica macchina politico-amministrativa ereditata dal Piemonte, e quello che controlla il territorio dal basso, non raramente in tacito accordo con le fiorenti organizzazioni mafiose.

(Consiglio a tutti la lettura della piéce teatrale "L'onorevole" di Sciascia, che tratteggia piacevolmente la vicenda di un politico meridionale democristiano, che pur provenendo da un'esperienza come povero ma dignitoso insegnante di liceo, rimane intrappolato in logiche più grandi di lui. E abbandonata qualsiasi rettitudine morale, si dedica con convinzione alla pratica del potere, scendendo a compromessi sempre più bassi e, alla fine, non portando altro beneficio se non a se stesso.)

Non intelligente ma furbo, non lungimirante ma abile nelle emergenze (soprattutto quando si tratta di far sparire i fondi), disinteressato al bene comune ma molto attento a restituire i favori, soprattutto quando il creditore é utile o pericoloso.
Una classe politica formata da un esercito di tanti vota-Antonio-La-Trippa deve essere tornata assai utile ai poteri forti padani, banchieri ed imprenditori. Mi sembra di sentirli i loro discorsi: quel Sud lì l'è proprio un bel limone da sprémere!, ridacchiando soddisfatti di come gli incentivi per il Mezzogiorno di quell'anno siano stati facilmente dirottati verso le imprese al Nord, a patto certo di qualche bustarella ai "politici di laggiù" perché non rompessero le scatole. E poi, grazie ad abbondanti dosi di droga assistenzialista, tutto sommato i meridionali costituiscono ancora un gran bel mercato per le merci settentrionali. E se proprio non riescono a vivere laggiù, di manodopera a basso prezzo qui al Nord c'é sempre bisogno. D'altra parte Milan l'é un grand Milan!

Il debito pubblico aumenta? Niente paura: si prende un politico meridionale, il più furbo e abile di tutti nel tirare a campare, lo si mette a capo del Ministero del Tesoro per qualche anno, e si prosegue senza troppi fastidi.

Fino a quando, in un modo o nell'altro, il palloncino scoppia.
Si entra in Europa, a patto di "fare le persone serie". Che tradotto, significa due cose: basta assistenzialismi e trucchetti finanziari da quattro soldi (se proprio bisogna truccare i conti bisogna farlo in grande, con l'appoggio dei poteri forti internazionali), e via libera al mercato più selvaggio, dove si sopravvive solo se si è più svelti a mangiare l'avversario, anzi il nemico.
In questa nuova prospettiva, il povero politico meridionale si è sentito dire: caro signore, il tuo limone l'ho già spremuto per bene, ora per far uscire altro succo dovrei spendere dei soldi che al momento non ho. Dunque, non avertela a male, ma ognuno va per la sua strada; anche perchè ormai la "questione settentrionale" è diventata insostenibile (!).
Che cosa riuscirà ad escogitare stavolta il nostro bravo politico meridionale? Ecco qualche idea: intanto uniamoci più forti a coorte, come dice Mameli, e può darsi che la barchetta italiana regga ancora; e poi (s)vendendo alle multinazionali i porti attraverso i quali passeranno le merci dall'oriente, qualche annetto ancora si dovrebbe riuscire a tirare avanti.
Per il resto si vedrà.