31 agosto, 2006

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VOLEVO SEGNALARE UN LIBRO BELLISSIMO CHE TESTIMONIA CIO' CHE ERA L 'EMIGRAZIONE PER CHI LA VIVEVA IN PRIMA PERSONA. HO SEMPRE PENSATO CON PARTECIPAZIONE A CHI PER I CASI DELLA VITA DOVEVA SRADICARSI DALLA SUA TERRA, DALLE SUE RADICI PER CERCARE NEL MONDO LA STRADA PER UN FUTURO MIGLIORE.
lA RISOLUZIONE DEL PROBLEMA PRIMARIO DI PORTARE A CASA IL PANE NON HA MAI POTUTO RIEMPIRE IL VUOTO, LO STRUGGIMENTO DI TANTE ANIME CHE LASCIAVANO IL PROPRIO AMBIENTE PER ANDARE A FARE IL NUMERO IN GIRO PER IL MONDO.
lA NATURALE EVOLUZIONE DI QUESTE PERSONE E' STATA DEVIATA AD UN CERTO PUNTO DA EVENTI CHE SOVRASTAVANO LE VOLONTA' DEI SINGOLI.
MI SEMBRA DOVEROSO RICORDARE LE LORO VICENDE, E RIVOLGERE LORO UN PENSIERO CON UMANA PARTECIPAZIONE

--[...] Quando al mattino mio padre e mia madre si svegliarono, rabbrividirono dal freddo e la maglia della bambina che mio padre aveva appeso ad asciugare la sera precedente, era ancora bagnata. Così mio padre dovette avvolgere mia sorella in una coperta.
--Che razza di America era questa, pensavo, quando sentivo quello che mia madre diceva nella lettera. Ma l’America era una realtà o era solo un sogno? Era oro o merda di cavallo? Era forse un miraggio, un accecante trucco che la luce del sole giocava alla mia mente?

--[...] Non conoscevo mio padre. Non ricordavo la sua faccia.
--C’era una fotografia di un uomo sopra il nostro armadio accanto al letto. Mia zia diceva che era mio padre ma io non le credevo. Nessun uomo vestito con un abito di lana così bello, migliore di quello del padre di Maria Pia, che stava in piedi su un pavimento di marmo lucente, avrebbe dovuto partire per l’America o per qualunque altro posto.



riferimento: PANE, VINO E ANGELI - Anna PALETTA ZURZOLO

© 2004 - Iride Edizioni, gruppo Rubettino - Soveria Mannelli - Calabria - Italia

Una bimba povera, emarginata, guardata con diffidenza perché appartenente a una piccola minoranza religiosa ma dotata di squisita sensibilità, ascolta e osserva, con acuta intelligenza, il mondo nel quale vive, conservando ogni cosa nella sua "stanza della mente collegata al cuore" perché, figlia di emigranti, è destinata ad essere sradicata dal suo paese natale.
Da questa "stanza", dopo anni, i ricordi dell’infanzia sgorgano vividi e nitidi, in un intreccio di storie narrate con lo stesso ritmo di quelle che, una volta, si raccontavano attorno al focolare nelle lunghe sere d’inverno. Storie sapientemente incastrate l’una nell’altra come pezzi di un grande mosaico nel quale si anima la vita di un paese calabrese, tra gli anni 50 e 60 del novecento, attraverso una folla di personaggi a volte appena abbozzati ma sempre disegnati con incisività e grande spirito d’osservazione.

--Tutti i racconti sono pervasi da un’ironia sottile che sdrammatizza anche i momenti di più intensa commozione. In questo scenario, spiccano soprattutto le riflessioni, i sentimenti, le emozioni della piccola protagonista, le sue domande sulla vita, sulle ingiustizie, su una scuola incapace di vedere oltre le apparenze, su Dio, sulla felicità, sulla morte.

--L’autrice narra non solo la sua infanzia, ma anche l’epopea di una famiglia che, come tante in quel periodo, ha avuto il "coraggio di osare", emigrando per potere sopravvivere ma che, come un albero dalle radici elastiche che non cede alla bufera, ha anche saputo conservare, con la propria identità e i propri principi, un grande amore per il luogo d’origine.



Anna Paletta Zurzolo


è nata a S. Giovanni in Fiore nel 1952. All’età di dieci anni esattamente il 14.12.1962 è emigrata in Canadà, dove vive con suo marito e due figli a Winnipeg. “Pane, Vino e Angeli” è il suo primo romanzo, che in Canadà ha avuto diverse edizioni e ha ricevuto il premio Commonwealth. Ottimo successo ha avuto anche la traduzione in lingua tedesca. La versione italiana inedita, ha ricevuto la menzione speciale del “Premio Grotteria 2003”, per “l’abilità narrativa di mescolare ricordi di vita migrante con gli elementi del folclore del paese d’origine

UNA CHIESA PARTICOLARE




DAL SITO

http://www.neoborboniciroma.net/pg137.html

LEGGO UN POST MOLTO INTERESSANTE, CHE CONFERMA UNA MIA CONVINZIONE.
LA STORIA DELLA CALABRIA E' UNO SCRIGNO CHE REGALA SPUNTI DI RIFLESSIONI INFINITI.
MOLTI I POPOLI CHE SONO PASSATI, LE VICENDE ACCADUTE, LE TRACCE LASCIATE DA CIASCUNO DI ESSI, I MISTERI LASCIATI IRRISOLTI , GLI ASPETTI DA APPROFONDIRE.
UNA GIUSTA VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO ARTISTICO, STORICO, CULTURALE DELLA REGIONE CALABRIA SAREBBE LA SCINTILLA PER INNESCARE UN TURISMO DI QUALITA'IN GRADO DI PROMUOVERE UNA CRESCITA ECONOMICA NON INDIFFERENTE CONIUGANDO ATTENZIONE AI SERVIZI, ALLE INFRASTRUTTURE, ALLA PULIZIA DEI LUOGHI E DEI MARI.
GLI INGREDIENTI PER UNO SVILUPPO SOLIDO E DURATURO SONO PRESENTI, SAREBBE AUSPICABILE CHE QUALCUNO (IN PRIMIS LA CLASSE POLITICA) TROVI IL MODO GIUSTO PER CONIUGARLI.


Un viaggio a ritroso di 500 anni ci porta a Catanzaro, dove esiste una Chiesa molto particolare, che ha la prerogativa di poter essere considerata filiale della Basilica di San Giovanni in Laterano.

Nella Chiesa è conservato un quadro raffigurante la Vergine Maria, che proviene da Costaninopoli e che la tradizione vuole dipinto dal pennello di San Luca, sarebbe l’unica effige che rappresenta la vera immagine della Vergine, che tutto il mondo venera conosciuto come l’immagine di Maria Odegitria di Costantinopoli.

La Chiesa in questione è quella di San Giovanni Battista, ma non è tutto.

In questa Chiesa proprio il 28 Aprile del 1502 fu istituita la Reale Arciconfraternita dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista dei Cavalieri di Malta ad Honorem.

Questo sodalizio ha una grande importanza storica e nei secoli ( ha da poco festeggiato i cinquecento anni dalla fondazione ) le sono stati riconosciuti da Re e Pontefici, diversi privilegi, che ne confermano la peculiarità.

La Chiesa godeva degli stessi privilegi della Basilica Lateranense, essendo stata costruita su suolo di proprietà della stessa Basilica.

Fu proprio Papa Alessandro VI che concesse alla Reale Arciconfraternita di potere usare lo stemma lateranense, cioè il Triregno con le Sacre Chiavi e il Gonfalone Pontificio.

Clemente VII concesse la facoltà di tenere il Santissimo Sacramento e di amministrarlo agli infermi,

Pio IV nel 1563 concesse il privilegio di rendere la Chiesa indipendente dall’autorità di Vescovi e Cardinali.

Paolo V il 28 agosto 1608 disciplinò i diritti di baronia, un vero e proprio diritto feudale, che consentiva al Priore durante la Fiera di San Giovanni, il 29 agosto di ogni anno di amministrare la giustizia sotto la sua bandiera nel suo territorio di competenza, rendendo la Arciconfraternita libera dal potere del Viceré e della Curia.

Innocenzo XI obbligò i Confratelli a versare ogni anno un tributo, consistente in una libbra di cera e di canna di damasco cremisi, alla Basilica Lateranense di Roma, tributo che ancora oggi viene consegnato alla vigilia della festa di San Giovanni Battista, ma ormai in moneta.

Anche da parte civile i benefici furono numerosi.

I Re di Napoli conferirono al sodalizio molti doni, il primo fu Carlo II d’Austria nel 1685.

Il 28 novembre 1735, Carlo III di Borbone , Re di Napoli , durante una visita alla città di Catanzaro, si recò alla Chiesa della Confraternita a cui conferì il titolo di “Reale Arciconfraternita dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista dei Cavalieri di Malta e a tutti i Confratelli presenti e futuri il titolo di Cavalieri di Malta ad honorem”.

Per volere sovrano, per questo privilegio, fu aggiunta anche la Croce ottagona, appunto la Croce di Malta.

Con questo decreto e con la conferma degli antichi diritti di Baronia, avviene la trasformazione della Confraternita in Istituzione religiosa, cavalleresca e nobiliare.

Sembra pacifico che la fons di questo decreto, secondo lo storico Arnone, sia data dal vassallaggio dell’Ordine di Malta al re di Napoli e di Sicilia, dal quale aveva ricevuto in feudo le isole maltesi.

Con la caduta di Rodi, l’Imperatore Carlo V, il 24 ottobre 1530, nella sua veste di Re di Spagna, diede l’isola di Malta in Feudo ai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, con la riserva dei diritti feudali al Re di Spagna.

Quegli stessi diritti che Carlo III ,c ome pretendente al trono di Spagna rivendicò allorché concesse il privilegio all’Arciconfraternita.

La legittimità del privilegio stesso è riconosciuto anche dal Sovrano Militare Ordine di Malta, come scrisse il Balì fra Antonio Conestabile della Staffa, nella rivista ufficiale dell’Ordine del dicembre 1942.

Il Gran Maestro fra Angelo De Mojana di Cologna volle far visita al sodalizio nel 1975.

Il primo decreto reale di Ferdinando I, dopo la restaurazione borbonica, fu proprio per riconfermare tutti i privilegi goduti dall’Arciconfraternita.

Ultimo sovrano ad occuparsi del nobile sodalizio fu Ferdinando II, con un decreto del 2 aprile 1857, che stabiliva la precedenza della Reale Arciconfraternita su tutte le altre.

Una sua caratteristica peculiare è il titolo di Barone della Real Cattedra Lateranense in Catanzaro o del Sacro Palazzo Lateranense, che è un diritto feudale di Baronia, non un titolo nobiliare vero e proprio.

Infatti la Baronia della Reale Arciconfraternita non conferisce nobiltà,i n quanto il titolo non appartiene ad ogni singolo membro, ma all’intero sodalizio.

E’ però una prerogativa dei membri, dal fondamento storico inoppugnabile, fregiarsi del titolo di Nobile dei Baroni della Real Cattedra Lateranense o del Sacro Palazzo Lateranense.



Don Paolo

Gaude, Lilio, Fortitudo Principum, Andevaghensium



tratto dal libro

La Reale Arciconfraternita dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista

dei Cavalieri di Malta ad Honorem di Catanzaro

di Mario Visentin

2004 Tipografia Lorenzo

Catanzaro

30 agosto, 2006

STORIA DI UNA MIGRAZIONE (1)




I primi cavalieri Normanni erano giunti in maniera disordinata nell'Italia meridionale all'inizio del XI sec. quando, in qualità di mercenari, offrirono i loro servigi al principe di Salerno. Originari della Normandia, regione ubicata nella Parte più a nord della Francia di fronte alle coste della Gran Bretagna, gli Uomini del Nord si erano ben inseriti in quello che era lo scacchiere politico di quel momento: situazioni politiche frantumate e, dal punto di vista culturale, polifoniche.
Infatti l'Italia meridionale era controllata nella parte a nord da gastaldati Longobardi (circoscrizioni amministrate da gastaldi per conto del re), e in quella più a sud dai temi (province) Bizantini. Essere stati al servizio del principe di Salerno, aver combattuto per un periodo al fianco dei Bizantini, li aveva resi consapevoli della fragilità e precarietà dei vari stati per i quali o contro i quali avevano guerreggiato. La ricchezza di queste terre meridionali, inoltre, aveva esercitato sui conquistatori del nord un forte fascino tanto da spingerli alla conquista di più territori possibili.
Tra i guerrieri Normanni emerge per la forte personalità Roberto d'Altavilla, figlio di Tancredi detto il Guiscardo, cioè il furbo, lo scaltro ( " più sottile di Cicerone e più accorto di Ulisse") che, approfittando delle debolezze dei contendenti, realizzò in breve tempo il sogno di conquista di terre e beni. Roberto era giunto in Italia meridionale al seguito dei fratelli maggiori Guglielmo Braccio di Ferro e Drogone d'Altavilla i quali, a loro volta, erano stati ingaggiati da Guaimario V per respingere i Bizantini dalla zona dell'alto Tirreno cosentino e dalla valle del Crati.



Successivamente al Guiscardo fu riconosciuta la genialità, la destrezza politica, l'astuzia ed il coraggio, ma gli inizi furono contraddistinti da un comportamento da vero predone che, pur di raggiungere il proprio scopo, non esitò ad uccidere e saccheggiare villaggi e città. Infatti, dopo la morte di Guaimario V assassinato mentre tentava di riportare l'ordine nelle città ribelli, Roberto d'Altavilla - a capo di bande organizzate di predoni - viveva razziando bestiame, devastando quanto incontrava sul suo cammino e, soprattutto, terrorizzando le popolazioni. Nel 1058 ribadì la sua sottomissione feudale a Gisulfo I, figlio del defunto Guaimario V, e ne sposò, in seconde nozze, la sorella Sichelgaita. Tutto questo caratterizza la prima fase di conquista ed il regno che i Normanni costruirono, diversificato nelle varie identità culturali e religiose, fu contraddistinto da una notevole coesione politica che ancora oggi non può essere spiegata se non con le straordinarie doti politiche dei suoi sovrani.

Il forte desiderio di conquistare terre e possedimenti è strettamente collegato alle motivazioni che inizialmente avevano spinto i Normanni ad allontanarsi dalle proprie terre per raggiungere quelle più lontane. La crescita demografica, infatti, obbligava coloro i quali non disponevano di proprietà ed eredità a cercare di impadronirsi di nuovi territori. Vigeva, inoltre, la regola che prevedeva la sottomissione di volta in volta al signore di turno; questi obbligava soprattutto gli esponenti dell'aristocrazia locale, spesso molto rissosa ed aggressiva, ad allontanarsi e quindi ad emigrare.



La diaspora dei guerrieri Normanni in terre lontane, pertanto, non fu la migrazione di un popolo bensì un'espressione riconducibile ad un determinato gruppo sociale che così realizzava necessità proprie e propri valori. Si narra che Melo, nobile longobardo nativo di Bari, con una forte personalità ed un particolare ascendente sulla sua città e sulla regione pugliese in generale, cercava di far sollevare la popolazione di Salerno dal giogo dei Bizantini. Per la buona riuscita dell'impresa cercò di convincere un gruppo di pellegrini Normanni, recatisi in viaggio presso il monastero di S.Michele sul Gargano, ad offrirgli aiuto.

Questi non accettarono la proposta ma promisero di incoraggiare i compatrioti ad unirsi a loro. Un'altra versione, invece, riferita da Amato di Montecassino, voce autorevole sulla storia dei Normanni in Italia, riporta che un gruppo di pellegrini Normanni di ritorno dalla Terrasanta, durante lo sbarco nella città di Salerno, affrontarono i mussulmani mettendoli in fuga e liberando così la città. Ma anche in quest'occasione non accettarono la proposta di rimanere al servizio dei longobardi, e fu così che una delegazione seguì i pellegrini in Normandia per reclutare un corpo di ausiliari piuttosto consistente. Da questo momento in poi la presenza dei Normanni divenne una costante e la Calabria bizantina, regione ricca grazie alla gelsicoltura, alla conseguente produzione della seta ed alla piccola e media proprietà contadina, divenne un'appetibile preda per chi aveva abbandonato il proprio paese d'origine alla ricerca di nuovi territori.


La Calabria, tra il X ed XI secolo, fu contraddistinta da una forte identità culturale e religiosa di tipo prettamente greco, nonostante la lontananza dalla capitale e dalle altre province ellenizzate del mondo bizantino. Nel nord della regione persisteva, invece, la tradizione culturale latina di matrice longobarda. SI puo' affermare che l'inizio dell'avventura normanna coincide con il tentativo di riportare la sovranità longobarda sui territori che afferivano al principato di Salerno

Bibliografia:

Goffredo Malaterra, De Rebus Gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius , a cura di E. Pontieri, in Rerum Italicarum Scriptores , Bologna 1927-1928, vol VI, 1-3.
Amato di Montecassino, Ystoire de li Normant, ed. V.de Bartholomaeis, Roma 1935.
J. Lindsay, I Normanni, I discendenti dei pirati vichinghi alla conquista del mondo moderno, Milano 1997.
D.Matthew, I Normanni in Italia, Bari 1997.
P. Delogu, I Normanni in Italia, Cronaca della conquista e del regno, Napoli 1984.
E.Pontieri , I Normanni nell'Italia meridionale, Napoli 1948.
Cavalieri alla conquista del sud , Studi sull'Italia normanna in memoria di Léon-Robert Ménanger, (a cura di E.Cuozzo e J-M. Martin), Bari 1998.
AA.VV., I Normanni Popolo d'Europa, Catalogo della mostra. Venezia 1994.
S. Tramontana, I Normanni in Italia. Linee di ricerca sui primi insediamenti. Aspetti politici e militari, Messina 1970.
E.Cuozzo, L'unificazione normanna e il regno normanno svevo, in Storia del Mezzogiorno, collana diretta da G.Galasso, Il Medioevo, vol. II, tomo II, Napoli 1989, pp.593-825.
S.Tramontana, La monarchia normanna e sveva, Torino 1994.
J.M.Martin, La vita quotidiana nell'Italia meridionale ai tempi dei Normanni, Milano 1995

28 agosto, 2006

IL PESCE AZZURRO INVADE LE COSTE CALABRESI



Oltre alle consuete segnalazioni sulle emergenze ambientali che giungono al numero verde 800.33.19.29 dell'Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Calabria), numerosi turisti hanno chiamato l'agenzia ambientale calabrese per capire questo inconsueto fenomeno che sta contraddistinguendo la costa jonica calabrese: milioni di pesciolini azzurri vengono a predere il sole qui.

''In realta' si tratta - commentano i tecnici dell'Arpacal esperti in materia - di un normale fenomeno di migrazione di qualche milione di esemplari di pesce azzurro che raggruppati in banchi compatti seguono le calde correnti superficiali che, in questi giorni di calura eccezionale, raggiungono la costa jonica calabrese. Numerosi, infatti, sono stati gli avvistamenti di diversi branchi, da Soverato a Isola Capo Rizzuto, passando per Simeri Mare e Cropani Marina. Questi esemplari, che stanno incuriosendo i turisti presenti sulle nostre coste - prosegue l'Arpacal - hanno qualche settimana di vita, circa tre, e grazie ai loro recettori sensoriali nuotano in un tutt'uno, alimentandosi di plancton animale particolarmente abbondante sotto costa; raggiungeranno a breve il largo, superando la fase giovanile e raggiungendo la maturita' sessuale tra poco meno di un anno.
Deporranno le loro uova e daranno origine e nuovi banchi numerosi. E' tutto ''pabulum'', ossia cibo, disponibile per i predatori e fondamentale anello della catena alimentare che da tempi immemorabili governa l'oceanografia biologica''. Svelato il mistero. Niente allarmismi, quindi, ma la constatazione che il mare Jonio calabrese conferma la sua tendenza ad una maggiore fecondita' biologica. E questo e' possibile solo se il mare e' sano e pulito.

fonte
www.ebeteinfiore.it

27 agosto, 2006

LA SINAGOGA DI BOVA MARINA

Conferenza tenuta a Bova Marina (RC) il 19 gennaio 1999
http://utenti.lycos.it/AugustoCosentino/Calabria.htm

Il problema della religione nella Calabria meridionale tardoantica si è imposto ai nostri occhi in questi ultimi anni con grande urgenza e, a leggere i dati in modo complessivo, con una grande varietà di sfaccettature. Il ritrovamento della sinagoga di Bova Marina è l’ultimo tassello di un quadro variegato e composito che comprende nella zona gran numero di culti e di varianti di culti che testimonia di una complessità altrimenti sconosciuta e finora pressoché ignorata dagli storici.

La sinagoga di Bova Marina è datata ai secoli IV-VI d.C. Si tratta di un periodo in cui è avvenuto forse uno spostamento dei gangli vitali ed economici della regione. Sembrerebbe che Scyle, che dovrebbe corrispondere al nostro centro bovese ubicato nella zona di San Pasquale, avrebbe avuto il sopravvento sui più antichi centri di Leucopetra e Decastadium (rispettivamente Lazzaro e Melito). Il quarto secolo sembra inoltre un’epoca cruciale per la storia degli Ebrei della zona, ma anche per quanto riguarda la cristianizzazione della Calabria. Nello stesso secolo abbiamo altre due testimonianze che, seppur di minor importanza monumentale rispetto alla sinagoga bovese, rappresentano pur sempre due segni coevi di presenze ebraiche nella zona: da un’area cimiteriale di Lazzaro abbiamo una lampada in terracotta con il simbolo evidentemente giudaico della menorah . Da Reggio proviene invece un frammento di iscrizione in greco , leggibile [Sunagwgh t]wn | Ioudai|wn . Sono queste le più antiche e sicure testimonianze della presenza di popolazioni giudaiche nella Calabria meridionale. Anche San Girolamo, nel suo epistolario, parla di "gente ebrea per nazione approdata su queste terre".
Alla stessa epoca appartengono pure i segni certi e incontrovertibili della presenza cristiana in queste zone. Sia le fonti storiche, sia quelle epigrafiche più antiche sono databili appunto a quest’epoca cruciale per quanto riguarda l’intera storia della cristianità con l’epocale svolta costantiniana.
Già testimonianza di cristianesimo appare il rescritto costantiniano del 21 ottobre 312-313. Inoltre nel VI Sinodo di Sardica, del 342 o 343, troviamo citati i vescovi delle Eparchie dei Bruzi.

Due documenti epigrafici cristiani fortunatamente datati e di indubbio carattere cristiano provengono da Taurianum (del 348) e da Locri (del 391). Altri sono databili per caratteristiche epigrafiche a questo secolo (uno da Taurianum della metà del IV; forse databile ancora al IV l’iscrizione conservata in un apografo cartaceo con la frase si deus pro nobis quis contra nos? tratta dall’epistola paolina Rom. VIII, 31).
Ancora al nostro IV secolo è attribuibile il primo impianto attorno al sepolcro venerato di San Fantino a Palmi.
Inoltre il Morisani nel suo Marmora Rhegina cita alcune catacombe che sarebbero emerse a Reggio, mentre il Frangipane cita un cubicolo funerario, ritrovato nei pressi dell’attuale Capo d’Armi, in cui sarebbe stato affrescato un paleocristiano Daniele tra i leoni.

Un altro elemento da notare riguardo alle culture ebraica e cristiana nella Calabria meridionale, è il loro legame con il mondo dell’Africa settentrionale. Alcuni studiosi notano la pertinenza dell’edificio sinagogale bovese con le coeve costruzioni di tale tipo della Palestina. La presenza degli Ebrei nella Calabria meridionale dovette essere in relazione con la felice posizione geografica nei confronti dell'Africa settentrionale . Anche se non è possibile affermare che essi detenessero il monopolio dei commerci con quelle terre, dovettero però senza dubbio avere una posizione di grande importanza in quei flussi economici. I segni dei legami con la cultura nord-africana sono numerosi. Probabilmente lungo quegli stessi canali commerciali, che facevano dei porti della Calabria dei punti di approdo intermedi sulla strada sud-nord in direzione di Roma, dovette viaggiare pure la cristianizzazione. La comunità ebraica di Roma, con sporadiche presenze già in età tardo repubblicana, ebbe un periodo fiorente durante l'impero di Augusto. Alterne furono le sue fortune nel I sec., fino alla massiccia immigrazione forzata che seguì la distruzione di Gerusalemme del 70. Alcuni studiosi sottolineano inoltre come l’asse sud-nord dei commerci si muterà, con gli stravolgimenti dei secoli IV-VI (in particolare con l’invasione vandala), in un asse est-ovest, che porterà alla bizantinizzazione della Calabria. Segno di questo nuovo asse commerciale è dato nell’archeologia dalla parziale sostituzione della sigillata africana con quella anatolica del tipo ‘Late Roman c’, ben presente negli strati archeologici di fine V secolo (ad esempio a Scolacium).

Inoltre lo storico Paul Arthur ha a lungo insistito sulla possibile produzione calabrese delle anfore di tipo Keay LII, ben note in Calabria, delle quali in vari scavi di Roma sono stati ritrovati molti esemplari segnati con la menorah e con il chismòn.
Intendo inoltre segnalare in questa sede alcuni interessanti segni di culti di altra natura testimoniati in Calabria. Presso la collezione Capialbi di Vibo Valentia sono conservate alcune gemme incise e iscritte relative ai culti di divinità gnostiche (tipo Abraxas), raccolte e pubblicate dallo stesso erudito vibonese. Altre tre gemme similari sono state pubblicate dal Marchese Taccone sempre nell’800, ma oggi se ne sono perse le tracce. Questi oggetti di squisita fattura artistica potrebbero provenire dal mercato antiquario e non dirci nulla riguardo al territorio. Ma potrebbero pure essere relative a scoperte fortuite avvenute nella zona ed essere quindi arrivate in mano ai due eruditi calabresi ottocenteschi che le pubblicarono.
Inoltre nella grande messe di notizie utili che possiamo desumere dalle Epistole di papa Gregorio Magno, intendo segnalarne due che sembrano andare in questa stessa direzione. Se in quella in cui si scomunica un presbitero accusato di idolatria possiamo riconoscere i segni delle persistenze pagane o di una sorta di sincretismo pagano-cristiano nella regione, in un’altra troviamo la notizia della presenza di manichei nella zona di Squillace.
Dunque senza dubbio nel IV secolo troviamo in questa zona della Calabria la presenza di cristiani e di ebrei. Certo la ben nota casualità dei rinvenimenti archeologici in territorio calabrese potrebbe essere complice di questa ricostruzione. Il silenzio attorno al periodo precedente non è necessariamente prova certa di una mancanza. Non possiamo insomma negare che già in precedenza essi fossero presenti in questo territorio. Possiamo solo dire che non abbiamo certezze storiche. Certo però, pur nello scarso numero di testimonianze, non paragonabili ad altre zone d’Italia, è rilevante il fatto che siano così numerose quelle concentrate nel secolo IV, periodo che senza dubbio fu protagonista di grandi eventi e sconvolgimenti che portarono all’epocale passaggio dall’antichità al medioevo. Se dunque non possiamo dire che sicuramente furono quelli di IV secolo i primi cristiani ed ebrei a mettere piede in questa zona, possiamo però affermare senza ombra di dubbio che fu questo secolo che vide il fiorire di queste presenze in contrasto con la sporadicità dei tre secoli precedenti.
Comunque per dovere di completezza storica dobbiamo citare le testimonianze seppure incerte delle epoche precedenti. Per quanto riguarda la presenza di Ebrei in Calabria, abbiamo la Cronaca di Achimaaz, un testo databile forse all'XI sec., che riporta la memoria di una diaspora nell’Italia meridionale connessa con l'arrivo di prigionieri deportati dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 . Questo elemento è abbastanza generico e la fonte è troppo tarda per essere di grande utilità. Alcuni studiosi sembrano propendere per una certa veridicità della fonte. E' probabile che, in uno scalo commerciale importante lungo le rotte che conducevano dal medio-oriente e dall'Africa settentrionale a Roma come era Reggio esistessero già delle comunità o singoli che svolgessero la loro attività di mercanti o mediatori . Certo è comunque che dopo la riduzione di Gerusalemme a colonia romana e la dispersione dei figli di Israele nell'Impero le loro presenze aumentarono sensibilmente nelle varie città italiane . Ma nota giustamente Ariel Toaff come "there is no definite evidence of the presence of Jews there until the first half of the fourth century" .
Anche per quanto riguarda la prima evangelizzazione cristiana della zona abbiamo una data riferibile al I sec. d.C. Si tratta dell’ormai nota biografia del proto-vescovo e proto-martire reggino, Santo Stefano da Nicea, che sarebbe stato nominato da San Paolo in persona insieme con un ausiliario dal nome incerto (Suera) a capo di una modesta comunità. Il martirologio del vescovo e di alcuni correligionari è contenuto nel Sinassario Costantinopolitano ed è databile all’VIII-IX sec. Non è questa la sede adatta per riproporre una discussione che seppur spesso viziata da posizioni preconcette, non è giunta ancora oggi a dare un parola definitiva sulla fondatezza o meno della tradizione episcopale reggina.
Ora la sinagoga bovese sembra scomparire nel VI secolo. La distruzione del centro è stata da qualche studioso collegata con la guerra greco-gotica. La fedeltà degli Ebrei ai Goti, che portò alla totale distruzione della ricca comunità di Napoli ad opera delle truppe bizantine, potrebbe essere messa in relazione con l’abbandono improvviso della nostra sinagoga?
Comunque sia abbiamo uno iato notevole nella presenza ebraica nella nostra zona e in genere in tuta la Calabria. Le successive testimonianze di presenze ebraiche sono relative al X secolo. Quella più certa è relativa alla Calabria settentrionale, che fu certamente influenzata dalla ricca comunità ebraica pugliese. Infatti sappiamo bene come il colto medico ebreo Shabbatai ben Abraham Donnolo si trasferì in Calabria da Oria nel 940, dove venne in contatti non sempre amichevoli con San Nilo di Rossano (Bios). Piuttosto sporadica sono invece due testimonianze del cronista arabo Ibn al Athir e dello storico tedesco Thietmar, riguardanti un giudeo di nome Kalonimos, che combattè e morì per Ottone II nella battaglia di Stilo dell’anno 982. Ancora il Brebion di Reggio, databile all’XI secolo, ci informa della presenza di una Ebraikh, cioè probabilmente, secondo il Mosino, di una sinagoga, nel territorio, altrimenti ignoto, di Soumpesa .
Due secoli dopo le attestazioni della presenza di Ebrei in questa zona diventeranno finalmente numerose, come testimoniato da due documenti, entrambi del 1276 (Cedula subventionis in Justitiariatu Vallis Crati et Terre Jordane; Taxatio generalis subventionis in Justitiariatu Calabrie), relativi al gettito fiscale di 14 comunità ebraiche calabresi . Si noti che tra queste troviamo citata anche la Iodeca de Bova. La distanza cronologica tra la nostra sinagoga e le testimonianze è eccessiva per mettere in relazione i due fatti, ma non possiamo escludere totalmente una lunga sopravvivenza, con alterne fortune, di una comunità di Ebrei. D’altro canto si noti come la comunità bovese è affiancata da un grande numero di altre giudecche presenti nella zona: Reggio, Pentedattilo, San Lorenzo, Motta San Giovanni, Bianco ecc. Di queste comunità oggi non resta traccia se non vagamente nella toponomastica (e, secondo il Dito, nel dialetto). Tra i termini ancora oggi usati in Calabria abbiamo quelli di Judeca, Sinagoga, Schola e Meschite. Nella toponomastica troviamo alcune località come Judeu e Judiu, mentre la vie reggine Giudecca e Aschenez segnalano la zona occupata anticamente dal ghetto di quella città, lungo le mura a sud della porta Mesa.
Tali comunità così numerose, diedero origine ad una fioritura culturale senza precedenti, legata particolarmente all’industria e al commercio, primo fra tutti quello della seta, il cui allevamento e lavorazione furono importate proprio dagli Ebrei in queste terre. Si sarà sempre trattato di comunità ben distinte tra i Gentili, secondo la tradizione di gran parte della Diaspora ebraica, ma anche ben integrate nella vita economica dei vari centri, fino a divenirne, in alcuni casi, veri punti di forza.
La grande importanza culturale del centro ebraico reggino porterà all’edizione del primo libro ebraico a stampa. Si tratta del Commento alla Torah dell’erudito Rashi di Troyes, edito a Reggio Calabria nell’anno 1475 da Abraham ben Itzchaq ben Garton.

BIBLIOGRAFIA

AMIT 1995
D. Amit: «Architectural Plans of Synagogues in the Southern Judean Hills and the ‘Halakah’», in URMAN 1995, pp. 129-156

BOUYER 1973
L. Bouyer: «Liturgie juive et liturgie chrétienne», in Istina, 2, 1973, pp. 132-146

BRILLIANT 1990
R. Brilliant: «Arte e cultura ebraiche nell'Italia antica», in MANN 1990, pp. 69-85

CALABRE
Atti della tavola rotonda "La Calabre, de la fin de l'antiquité au Moyen Age", MEFRM, 103, 1991/2

CATANEA-ALATI 1969
V. Catanea-Alati: Le origini di Bova e del suo nome, Reggio Calabria, 1969

CIJ PROL
Corpus Inscriptionum Judaicarum. Prolegomena

COHEN 1987
S.J.D. Cohen: «Pagan and Christian Evidence on the Ancient Synagogues», in LEVINE 1987, pp. 159-181

CORNFELD 1977
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EBREI IN CALABRIA


mosaico della sinagoga sita in Bova marina (Rc)












Sembra più che probabile che nuclei di ebrei si trovassero nelle città costiere del Bruzio fin dai tempi dell’antichità classica. I luoghi del commercio – Reggio, Locri, Crotone, Squillace – non potevano restare fuori dal circuito percorso dall’attività dei levantini, i quali si muovevano in tutto il Mediterraneo. Ed è proprio agli Ebrei che si deve l’introduzione del Vangelo nelle città costiere del Bruzio, toccate per motivi economici.
Reggio per la sua posizione e il suo ruolo di porto di transito ed emporio commerciale aveva l’aspetto di una città cosmopolita. Dovettero essere proprio gli elementi asiatici, mischiati alla popolazione indigena, a costituire l’anello di congiunzione con i nuovi apostoli della fede cristiana.
Non sarebbe neanche del tutto improbabile ricollegare con la presenza degli Ebrei in Reggio la leggenda dell’origine stessa della città, che gli storici calabresi non hanno alcun dubbio ad attribuire ad Aschenez, nipote o pronipote di Noè.
Si pensa che gli Ebrei siano giunti in gran numero nel Bruzio dopo la caduta di Gerusalemme nel 70. Ma, in questo caso, si tratterebbe di un nuovo afflusso, perché essi vi erano già da tempo, secondo la testimonianza di Strabone, il quale afferma che ai suoi tempi non vi era luogo sulla terra abitata nel quale gli Ebrei non si fossero stabiliti.
Sulla loro presenza a Reggio, anteriormente al secolo XI, si ha qualche testimonianza in rare iscrizioni ebraiche e in alcune greche e latine, nelle quali affiorano nomi di personaggi di provenienza levantina: siriani, rodii, istraeliti e, perfino, samaritani. Ma notizie più particolareggiate sulla presenza degli Ebrei in Calabria, in modo particolare a Bisignano e Rossano, è possibile trovarle nella Vita di S. Nilo.
A Cosenza doveva esserci, fin dall’antichità, un considerevole numero di Ebrei, che vi avevano il proprio quartiere, la Giudeca o Iudaica, la quale fu posta sotto la giurisdizione dell’arcivescovo nel 1903. A S. Severina esisteva il quartiere della “Iudea”, contiguo a quello antichissimo della “Grecia”. Ciò fa supporre che gli Ebrei vi fossero pervenuti fin dai tempi bizantini. Tuttavia una massiccia migrazione verso la Calabria si ebbe con l’avvento degli svevi nella regione, per il trattamento di favore accordato agli ebrei prima da Enrico IV e poi da Federico II, per incrementare le industrie della seta, della tintoria, del cotone, della canna da zucchero e della carta. E ciò non perché essi lavorassero in quelle industrie, ma perché ne intensificassero la produzione, contribuendo così al progresso dell’economia locale, attraverso il prestito di capitali.
Essi praticavano tassi molto elevati e il sovrano Federico II, che pure aveva voluto che gli Ebrei si differenziassero dai Cristiani attraverso gli abiti indossati, ben si guardò di mitigare l’usura, giustificandola come una professione non contraria ai sacri canoni.

La Taxatio o Cedula subventionis del 1276 offre una documentazione attendibile che permette di stabilire che, in quell’epoca, comunità ebraiche erano presenti nella maggior parte delle località calabresi, grandi e piccole.
Gli Ebrei, riuniti nel proprio Ghetto o Iudeca, si reggevano con ordinamenti propri, secondo le proprie tradizioni. Costituivano, dunque, una comunità a parte, regolata da leggi differenti da quelle osservate dai Cristiani, quali, per esempio, l’osservanza del sabato e la celebrazione della Pasqua. Per gli atti di culto avevano la loro sinagoga e per l’istruzione la propria scuola, che, spesso, coincideva con la sinagoga stessa.
A Reggio la sinagoga era situata in una zona abitata da Cristiani e la promiscuità dava origine a non pochi inconvenienti. I Cristiani lamentavano le interferenze del rito ebraico durante lo svolgimento delle loro funzioni e, perciò, chiedevano che i Giudei distruggessero la sinagoga e ne costruissero un’altra nel proprio quartiere. Di fronte a questa situazione il governo angioino cercò di non scontentare né i Cristiani, né gli Ebrei. Fu dato ordine che, se le cose stavano come riferite dai cristiani, se, cioè, la sinagoga si trovava troppo vicino al loro quartiere, questa doveva essere demolita e gli Ebrei compensati in modo equo. Se, poi, i Cristiani non ne volevano la distruzione, ma preferivano utilizzare l’edificio, esso poteva essere loro concesso ad un prezzo congruo. E, in ogni caso, agli Ebrei era consentito di costruire una nuova sinagoga nella loro zona.
L’attività degli Ebrei si svolgeva soprattutto in campo economico e commerciale. A Reggio essi avevano nelle loro mani l’industria della seta e della tintoria. Gli Ebrei applicavano il metodo di tingere i tessuti con l’indaco e i prodotti pregiati venivano esposti e venduti non solo nelle principali fiere del Regno, ma anche nel resto d’Italia, in Francia, Spagna e nell’Africa mediterranea.
Era proprio per l’impulso dato all’economia che gli Ebrei non erano solo tollerati, ma anche favoriti. La stessa benevolenza goduta a Reggio, fu ad essi assicurata anche a Catanzaro e nelle altre città della Calabria.
Se il contributo all’incremento dell’industria e del commercio, soprattutto nel secolo XV, fu sensibile, essi non mancarono di distinguersi neanche in campo culturale. A Reggio fu impiantata una tipografia, la seconda nel Regno di Napoli, fin dal 1475, da Abraham ben Garton, che, in quell’anno, vi stampò il Pentateuco in ebraico, prima stampa di un libro in caratteri israelitici non solo in Italia, ma in tutto il mondo. E tre anni dopo un altro ebreo, Salomone di Manfredonia, impiantava una tipografia a Cosenza.
Intanto, per ovviare alla piaga dell’usura, i maggiori responsabili della quale erano considerati proprio gli Ebrei, nacquero, nel secolo XV, i Monti di pietà, che si proponevano di prestare denaro ad un tasso molto esiguo o dietro consegna di un pegno.
Di questa istituzione si fecero propagatori i Francescani, particolarmente il Beato Bernardino da Feltre. Ne furono fondati anche in Calabria, ma nel secolo XVI, quando ormai gli Ebrei non vi erano più.
La convivenza tra gli Ebrei e i Cristiani, tuttavia, non fu sempre pacifica. Nel 1264 gli Ebrei di Castrovillari uccisero il B. Pietro da S. Andrea, fondatore e propagatore del francescanesimo in Calabria. Altre volte furono i Cristiani ad infierire sugli Ebrei, accusati di pratiche malefiche, nefandezze ed altri misfatti. Così, nel 1422, essi furono additati come colpevoli di avvelenare le acque delle fontane di Montalto e dei paesi vicini.
Gli Angioini non furono teneri verso gli Ebrei, ma non si può neanche dire che furono dei persecutori; si adoperarono per la loro conversione alla fede cattolica, favorendo in ogni modo chi operava questa scelta. Nel Parlamento, tenuto a S. Martino della piana il 30 maggio 1283, si decretò che agli Ebrei non fossero imposti dei gravami oltre a quelli esistenti. Con l’editto del 1 maggio 1294 si concedevano particolari facilitazioni a chi di loro si fosse convertito alla fede cristiana. Viceversa il 4 aprile del 1307 veniva confermata la disposizione di Federico II, poi e riesumata da Carlo I d’Angiò, per cui essi dovevano differenziarsi dai cristiani nelle vesti.

Dopo la pace di Caltabellotta (1302) alla città di Reggio furono concessi dagli Angioini diversi privilegi di cui usufruirono anche gli Ebrei che vi risiedevano. Tra gli altri vantaggi si ricorda la fiera franca del 15 agosto, che, accordata da Luigi e Giovanna d’Angiò nel 1375, faceva confluire nella città molti mercanti pisani, lucchesi e napoletani, per l’acquisto della seta e di altre mercanzie, di cui gli Ebrei avevano il monopolio. Nel 1417 l’Università di Catanzaro appoggiò la richiesta da essi rivolta al governo di essere dispensati dal portare il segno distintivo, l’esonero dal pagamento della “gabella della tintoria”, nonché l’assicurazione di non essere molestati né dagli ufficiali regi, né dagli inquisitori ecclesiastici. Poco dopo gli Ebrei ottenevano di formare una comunità unica con i Cristiani, senza alcuna discriminazione nei loro riguardi.
Il re Alfonso il Magnanimo, negli anni 1444-1445, fece varie concessioni alle comunità ebraiche di Cirò, Crotone, Taverna ed altre città; nel 1447 concesse agli Ebrei di Tropea la parificazione tributaria ai Cristiani.
Anche gli Ebrei di Castrovillari raggiunsero una pacifica convivenza con la popolazione locale. Quando essi lasciarono la città, nel 1512, fecero cessione della loro Scuola all’Università. A Montalto la sinagoga fu soppressa nel 1497 e le rendite furono destinate alla chiesa matrice, mentre la Scuola fu lasciata all’Università, che la trasformò nella Cappella della Madonna delle Grazie.
La giurisdizione civile e criminale sugli Ebrei, dai Normanni e dagli Svevi, fu concessa ai vescovi.
Nel 1093, la Giudaica di Cosenza fu sottoposta dal Duca Ruggero Borsa alla giurisdizione dell’arcivescovo, al quale gli Ebrei dovevano pagare le decime. Più tardi il re Guglielmo I trasferì alla Curia cosentina alcuni diritti sugli Ebrei, e Federico II, nel marzo 1212, concesse all’arcivescovo Luca non solo le decime ma, anche, la Scuola ebraica.
Il papa Bonifacio IX, il 26 giugno 1403, dietro richiesta degli Ebrei di Calabria, esortò i vescovi a difenderli dalle vessazioni degli inquisitori. Ma la giurisdizione vescovile a poco a poco venne meno per le manomissioni dei baroni e delle Università, che la pretendevano.
Il provvedimento non migliorò la situazione degli Ebrei, i quali furono angariati dagli ufficiali civili non meno che da quelli ecclesiastici. Di ciò gli Ebrei siciliani, trasferitisi a Reggio, si lamentarono con il re nel 1494; motivo per il quale il sovrano decise di restituire la giurisdizione della Giudeca all’arcivescovo.
Ma a mettere la parola fine alle dispute relative alle competenze, intervenne la cacciata degli Ebrei dal Regno, nel 1510. E’ necessario notare, infatti, che alla tolleranza della Chiesa nei loro confronti, si oppose l’atteggiamento antitetico dei sovrani spagnoli. Essi, scacciando gli Ebrei da Regno, non solo commisero un atto di xenofobia, ma assestarono un colpo fatale all’economia dell’Italia meridionale, in generale, e della Calabria, in particolare.

fonte:
Ecclesia web 2000

25 agosto, 2006

IL VERO VIAGGIO DI ULISSE (2)




Primo percorso - Da Itaca a Capo Malea

Si comincia riconoascendo subito sulla carta Troia, Itaca e Capo Malea i tre luoghi certi. Seguiamo da Capo Malea, il punto più meridionale della Grecia, le parole di Omero:

"Ma doppiando il Malea, la corrente, le onde,
e Borea mi deviarono, m'allontanarono oltre Citera.
Per nove giorni fui trascinato da venti funesti
sul mare pescoso: al decimo giorno arrivammo
alla terra dei Mangiatori di loto [Lotofagi], che mangiano cibi di flori."
(Odissea, IX, 80-84)

Secondo percorso - Da Capo Malea alla Terra dei Lotofagi

Nel nostro schema abbiamo trovato per questo percorso una direzione Sud-Ovest. L'unica terra a cui essa conduce da Capo Malea è la costa nord africana lungo la Sirte. Questa direzione corrisponde con le correnti marine.

Fin dall'antichità si è d'accordo che il paese dei Lotofagi menzionato da Omero, sia da localizzarsi nella Sirte, più precisamente nella piccola Sirte, nell'isola di Menis, oggi in arabo Gerba.

Gerba è uno dei pochi luoghi dove un'oasi situata immediatamente sul mare interrompe un lungo tratto di costa altrimenti deserta. Dato che i compagni di Ulisse preferirono rimanere nel paese dei Lotofagi, piuttosto che ritornare in patria, si può immaginare benissimo questa terra come una fiorente oasi.



Terzo percorso - Dalla Terra dei Lotofagi all'Isola dei Ciclopi

Tuttavia Ulisse, subito dopo l'arrivo, aver consumato i pasti ed un breve giro d'esplorazione riparti da li e approdò, la notte seguente, su un'isola. Omero chiama quest'isola, descritta come piatta e selvosa, prospicente al paese dei Lotofagi, la terra dei Ciclopi. Ulisse dopo esservi giunto lascia incagliare la nave sulla sabbia. Un'isola piatta e selvosa, sabbiosa e posta dinanzi alla terraferma si trova effettivamente circa alla distanza di un mezzo giorno e una mezza notte da Gerba: l'isola di Kerkennah (Tunisia), che si trova vicino alla simile isola di Knais.

Dall'isola piatta e selvosa, menzionata da Omero, Ulisse navigò alla volta della montagnosa terra dei Ciclopi per compiere un giro d'esplorazione. Omero la descrive come una società di pastori dediti all'allevamento di capre e percore. Ancora ai giorni nostri la ricchezza della Tunisia meridionale è fondata su un'economia pastorale.

Una certa tradizione antica che localizza la terra dei Ciclopi in Sicilia, precisamente ad Acitrezza vicino Catania. Questa localizzazione è ben nota, ma essa è documentata non prima di tre secoli dopo Omero, ed inoltre non è confermata, perché è impossibile costruire un itinerario che conduca ad Acitrezza tenendo presenti i dati nautici e geografici forniti da Omero.
I ciclopi omerici è sicuro che non erano siciliani. Dobbiamo cercare invece il loro paese nella Tunisia meridionale. I ciclopi, infatti, erano trogloditi ed ancora oggi i Berberi della regione di Matrnatah abitano in dimore sotterranee: queste grotte sono di notevoli dimensioni e sono state scavate dall'alto come giganteschi pozzi. Una galleria conduce al suolo di questo pozzo, che forma un cortile aperto dal quale partono alcune grotte coperte: queste servono come stalle, dispense, ecc.

Qui si può ben immaginare ciò che Omero racconta sul Ciclope;

"Rapdamente all'antro arrivammo, ma dentro
non lo trovammo; pasceva pei pascoli le pecore pingui.
Entrati nell'antro osservammo ogni cosa;
dal peso dei caci i graticci piegavano;
steccati c'erano per gli agnelli e i capretti [...].
Là, acceso il fitoco, facemmo offerte, e anche noi
prendemmo e mangiammo formaggi, e l'aspettammo dentro,
seduti, finch'è venne pascendo; portava un carico greve
di legna secca, per la sua cena.
E' dentro l'antro gettandolo produsse rimbombo,
noi atterriti balzammo nel fondo dell'antro".
(Odissea, LX, 216-236)

Il resto della storia è noto: Ulisse e i suoi compagni, dopo aver accecato il Ciclope, poterono salvarsi uscendo dalla grotta attaccati al petto delle pecore.

Importante è il fatto che quel tipo di grotte si trovi soltanto nella Libia occidentale e nella Tunisia meridionale.

Uno sguardo alla carta nautica mostra, che la via da Gerba a Kerkennah corrisponde bene ai dati reali della natura del Mediterraneo perché questa via segue precisamente la corrente marina e la piccola Sirte.

UNITA' D'ITALIA?


teste mozzate sanguinolenti in gabbie di vetro esposte come monito dai piemontesi all'ingresso di Isernia.

da: "Briganti & Partigiani" - Campania Bella, 1997




GIRONZOLANDO PER I BLOG DELLA RETE, UN ARTICOLO MOLTO INTERESSANTE E' IL SEGUENTE TRATTO DAL BLOG

http://lilith832.spaces.live.com/.

FACENDO I PIU' VIVI COMPLIMENTI ALL'AUTRICE, C'E' DA DIRE CHE SONO TANTI GLI SPUNTI DI RIFLESSIONE CHE IL SUO POST SUGGERISCE.
E' TEMPO CHE UNA PARTE IMPORTANTE DELLA STORIA D'ITALIA,(IO DIREI FONDAMENTALE DATO CHE SI TRATTA DELLA SUA NASCITA), SIA OGGETTO DI UNA ANALISI SERIA SENZA PRECONCETTI O STRUTTURE MENTALI, AFFINCHE' SI POSSA TROVARE UNA BASE COMUNE DI VALORI CHE LEGHI TUTTE LE GENTI ITALICHE.
A VOLTE SI PENSA CHE QUESTO SIA NECESSARIO CON RIFERIMENTO AGLI EVENTI DELLA RESISTENZA. IO PENSO CHE SIA NECESSARIO FARLO PRIMA DI TUTTO CON RIFERIMENTO AGLI EVENTI DI CENTO ANNI PRIMA, AFFINCHE' UNA PARTE IMPORTANTE DI POPOLAZIONE POSSA SENTIRE COME PROPRIO LE STRUTTURE DI UNO STATO STATO VISTO COME ESTRANEO, SE NON, SPESSO, COME NEMICO, RETAGGIO, QUESTO ATTEGGIAMENTO MENTALE DEL RICORDO ANCESTRALE DI EVENTI TRAUMATICI DELLA STORIA DI INTERE REGIONI DEL NOSTRO PAESE. EVENTI CHE HANNO CAMBIATO IL CORSO DELLA LORO STORIA E IL PATRIMONIO GENETICO DI UNA ETNIA,ALLA QUALE E' STATO CANCELLATO LO SPIRITO IMPRENDITORIALE CHE L'AVEVA RESA RICCA.


25 giugno
L'UNITA' D'ITALIA (mmm..)
" I testi scolastici di qualche tempo fa, davano, dei Savoia, un’immagine di particolare affidabilità, riportando l’etichetta che aveva creato la storia di regime, per celebrare il coraggio, la saggezza e la bontà dei primi tre sovrani dell’Italia unita. Sicché, Vittorio Emanuele II, era il re galantuomo; Umberto I, il re buono; Vittorio Emanuele III, il re soldato. Gli italiani, quindi, potevamo andare fieri dei nostri sovrani. Ma costoro erano veramente tali? Quando l’Unità d’Italia, grazie ai moti risorgimentali e alle condizioni storiche favorevoli che si erano presentate, era ormai matura per essere compiuta, Vittorio Emanuele II, pronubo Cavour, ne sposò la causa. La partita era tutta da giocare tra la dinastia dei Savoia e quella dei Borbone. Questi ultimi, però, rimasero ciechi e sordi dinanzi ai fermenti propiziatori e fecero la fine che avrebbero fatto i Savoia se non avessero imboccato in tempo la via per realizzarla. La scelta fatta dai Savoia, a mio avviso, fu una scelta d’interesse dinastico, ma non per questo priva di meriti ricevuti a piene mani dal popolo italiano. Ma perché fosse compiuta l’Unità d’Italia - come evidenziò D’Azeglio - era necessario che venissero fatti gli Italiani, cosa a cui i Savoia non solo vennero meno, addirittura andarono a fare dell’Italia una madre premurosa per il Nord e ingrata per il Sud. Quale che fu la regione che portò a questo particolarismo, non modifica la gravità di una così sconcertante discriminazione, ancora oggi, purtroppo, operante, nonostante le critiche amare, continue e allarmanti che a Gobetti fecero giudicare il Risorgimento “una Rivoluzione fallita” e a a Gramsci scrivere che “lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti.” Lo storico inglese Denis Mack Smith, nel suo libro I Savoia d’Italia, Rizzoli, 1990, scrisse che costoro usarono sempre male il loro potere, che soffrivano di mania di grandezza, che attribuivano all’Italia muscoli economici e militari che non possedeva, che erano privi di cultura e di senso critico. Per avere espresso questo convincimento, lo storico britannico fu tacciato di antitalianità. Se, però, chi lo tacciò avesse riflettuto un tantino su come si comportarono questi re d’Italia, ritengo che sarebbe stato molto più cauto. Vittorio Emanuele II che Lord Claredon, esagerando secondo me, additò come uomo imbecille e disonesto, essendo stato il primo re dell’Italia unita, fu colui che impostò gli indirizzi per governarla, indirizzi che i suoi successori seguirono pedissequamente, senza discostarsi se non peggiorandoli. Proprio da essi si ricava che il re galantuomo tale non era, considerato che inviò l’esercito contro il brigantaggio meridionale postunitario. Brigantaggio che, pur non mancando di una componente criminale, esprimeva la cocente delusione, la sfiducia e la rabbia della gente del Sud per essere stata investita dall’Italia unita, da balzelli che, in un sol colpo, aumentarono del 40% quelli pagati sotto il Borbone. E questo dopo aver ricevuto l’umiliazione del divieto, per i meridionali al seguito di Garibaldi nell’impresa dei Mille, ad essere incorporati nell’esercito regolare, facoltà riservata solo a quelli del Nord. Una discriminazione che si commenta da sé.! Che cosa doveva aspettarsi il popolo meridionale, che aveva contribuito con convinzione e sacrifici di sangue alla realizzazione dell’Unità della penisola, dal primo re d’Italia che, dopo aver esteso il suo regno su quasi tutta la Penisola senza alcuna fatica, svuotò le casse degli Stati annessi, prelevando in particolare da quelle del Regno di Napoli 443 milioni di lire, quasi 18 volte i 27 milioni contenuti nelle casse del Regno piemontese, a parte il milione “estorto” al Banco di Napoli, lasciati dal Borbone in fuga? Non certo la razzistica discriminazione subita e, tantomeno, la repressione inumana, spietata e cinica contro un brigantaggio che esprimeva il malcontento legittimo suscitato dal suo sconsiderato atteggiamento; affidata peraltro ai soldati piemontesi che, in Calabria e nelle altre regioni meridionali, imperversarono per mesi e mesi, compiendo ogni sorta di atrocità, devastazioni d’interi centri urbani, fucilazioni a centinaia senza alcun processo. E col beneplacito di un sovrano reputato un galantuomo, quando, in effetti, era un poco di buono che, per ironia della sorte, riceveva dallo stato un appannaggio di ben 14 milioni di lire annue, una somma superiore al bilancio del Ministero della P.I. e superiore all’appannaggio di ogni altro monarca europeo. Aveva ragione da vendere Padre Antonio Martino di Galatro - uno dei maggiori poeti dialettali calabresi ripetutamente arrestato per essere un acceso antiborbone, ed evaso dal carcere un paio di volte - a sentirsi tradito dall’unità d’Italia, alla cui causa non era mancato il suo apporto. Visti i risultati, non gli restò altro da fare che sfogare le sue amarezze con i brucianti versi di una tra le più belle e forti poesie vernacolari a carattere politico-patriottico dal titolo: Pater Nostrum. Con l’avvento dell’unità d’Italia, il poeta di Galatro si prefigurava tempi migliori, tempi in cui il popolo avrebbe goduto, finalmente, di umanità e di giustizia. Invece “Lu pani ndi strapparu di li mani, Lu pani nostru, o Patri, e mo’ languimu; Simu trattati peju di li cani, Pagamu puru l’acqua che mbivimu”. Concludendo con quel verso tagliente divenuto famoso che dice: “di la furca passammu a lu palu”. Umberto I, il cosiddetto re buono, non sconfessò mai i suoi antenati. Fu uguale a loro, se non peggio. A lui, Mastru Brunu Pelaggi, lo scalpellino serrese, altro poeta dialettale insigne della Calabria, scrisse in versi una lettera in cui, a muso duro, come soleva fare e aveva fatto con una consimile “lettera” indirizzata al Padreterno, scrisse: “Tagliani cu la cuda, Ndi carculasti a nui”, esortandolo a dare lavoro “Mu nd’abbuscamu lu pani Ca la morti di fami E’ troppu cruda”, altrimenti, aggiunse, con il suo colorito ma incisivo linguaggio, “E’ megghiu mu nd’ammazzi, Ch’è megghiu mu morimu, Chi cazzu lu volimu stu campari”. Di Vittorio Emanuele III, il re soldato, basta ricordare che ci regalò il fascismo e che firmò le leggi razziali del Duce, per avere tutto intero il senso della sua inanità. I Savoia del Regno d’Italia non potevano essere che questi, essendo i discendenti in linea diretta di quel Vittorio Emanuele I, per non andare più indietro, avversatore dei princìpi della Rivoluzione Francese e sostenitore del diritto divino della monarchia, il quale, ottenuta, dal Congresso di Vienna, la restituzione del trono da cui era stato cacciato da Napoleone, pose in essere un regime assolutistico soffocante, distinguendosi per la persecuzione agli ebrei e ai valdesi. La sorte, o meglio la mala sorte del popolo meridionale, non era sfuggita ai due poeti dialettali citati, ma nemmeno a Garibaldi, per non citare i tanti, tantissimi altri che stigmatizzarono coloro che ne furono i fautori, i Savoia, appunto. Di Garibaldi credo sia emblematico quanto si legge nella lettera che scrisse ad Adelaide Cairoli alla luce degli effetti dell’impresa dei Mille. In essa scrisse: “... gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male, nonostante ciò, non rifarei la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là cagionato lo squallore e suscitato l’odio”. Senza l’Unità d’Italia, il Meridione credo che avrebbe avuto un futuro migliore. Quantomeno, non sarebbe stato una colonia funzionale solo agli interessi del Nord, condizione che, in buona misura, permane ancora oggi, sotto il potere repubblicano, e, comunque, non avrebbe subito il disprezzo del beneficiati, ovvero, dei terronicidi, come chiama gli italiani del Nord uno scrittore dei nostri tempi, nostro corregionale, i quali, prima di disprezzare gli altri italiani, avrebbero dovuto disprezzare se stessi per aver allevato, sostenuto e regalato all’Italia, prima i Savoia, poi il fascismo e oggi Umberto Bossi. Costui fa la sua fortuna politica cavalcando la tigre dell’antimeridionalismo viscerale, un insulto non soltanto ai meridionali, mostruosamente obbligati a contribuire al costo parlamentare suo e dei suoi gregari, ma anche ai Martiri del Risorgimento oltre che alla civiltà, alla cultura e alla dignità dell’intera nazione. Debbo aggiungere che i primi ad accorgersi quale beffa l’Unità d’Italia si stava delineando per le genti del Sud, furono gli addetti alle Ferriere di Mongiana i quali, il 30 dicembre 1860, si ribellarono perché non ricevevano ormai da diversi mesi il salario, ma, soprattutto, per il timore, dimostratosi fondato, che l’industria, malgrado la sua importanza venisse chiusa. Credo che a fronte di quanto ho detto, e senza bisogno di richiamare altre ragioni che non mancano, si possa affermare che l’Unità per il Nord fu un grosso affare, ma, per il Meridione, una grande fregatura."

tratto dal blog

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24 agosto, 2006

Dimensioni

Strana storia questa.

Tutto comincio' qualche settimana fa, quando la IAU (Internetional Astronomic Union) stava per prendere una storica decisione: aggiungere ben tre nuovi pianeti ai nove del nostro sistema solare.

La nuova squadra "planetaria" sarebbe stata cosi' composta

1. Mercurio,
2. Venere,
3. Terra,
4. Marte,
5. Cerere,
6. Giove,
7. Saturno,
8. Urano,
9. Nettuno,
10. Plutone,
11. Caronte e
12. 2003 UB313 (ribattezzato Xena)

Quindi Cerere, Caronte e Xena (nome sicuramente piu’ simpatico) hanno dato il via alla discussione:
il problema era definire che cosa e’ un pianeta e che cosa non lo e’; quanto grande deve essere un asteroide per poter essere chiamato pianeta? E quando un pianeta e’ troppo grande per essere tale?

Bene! discutendo di ... dimensioni, alla IAU sono arrivati alla conclusione che, non solo le tre new entry non sono da considerarsi pianeti, ma che nemmeno Plutone e' piu' un pianeta: troppo piccolo.

E qui comincia il bello …

Cancellare Plutone?
Un eccesso intollerabile agli occhi dei numerosissimi fan, che sono usciti allo scoperto: ai fax e alle e-mail che hanno subbissato il quartier generale dell' Unione Astronomica Internazionale a Boston, si aggiungono ora sul web una serie di foto, montaggi fotografici e vignette che sostengono tutti i diritti di Plutone di restare al suo posto nei manuali di astronomia. In particolare l'argomento "forte" dei fan è che non devono essere solo le dimensione a dare diritto di cittadinanza nel sistema solare.





Alcuni manifestanti ... originali













sempre piu' originali
















L'argomento principale dei fan plutonici e' che la dimensione non e' importante














e gia' ...
la dimensione non conta (?!)
















No! la dimensione non e' importante



















Ecco un fan molto
particolare che
manifesta a
favore di Plutone:
il collega Nettuno.











un altro fan famoso






















Comunque si tentano tutte le strade per ritrovare il pianeta scomparso.



















E soprattutto se noi siamo cosi' "razzisti" perche' Plutone e' piccolo, cosa dovrebbero dire della Terra gli abitanti di Giove?







A proposito di ... dimensioni date un'occhiata a questo link:
Le dimensioni del nostro mondo

IN PUNTA D'ITALIA



di

PAOLO RUMIZ

Compare Saro mi disse una notte: che senti nel bosco? Io dissi: o ventu sento. E lui: scimunito, questa acqua è. Aveva ragione, c'era un torrente. E all'alba lui era lì, nel posto giusto a pescar trote". Sono uscite le stelle e Antonio Barca, proprietario, costruttore e gestore del rifugio di Piani di Carmelìa, quota 1260, racconta come ha imparato a conoscere la Montagna Sacra dei calabri. L'Aspromonte, alto come un transatlantico nel mare senza fine.



Antonio ha fatto tutto da solo. Ha trovato il terreno e costruito il rifugio con oltre venti letti. Oggi ha la schiena rovinata dalla fatica ma non si lamenta, è felice di vivere quassù. Ha acceso il fuoco, a tavola c'è sua moglie Marie Thérèse, c'è Diego Festa, la guida scesa dal cielo che m'ha aggiustato la Topolino, e l'amico Giuseppe Lorenti che m'ha raggiunto come un falchetto da Catania. La macchinina è fuori al fresco, sporca e felice.

"Mio padre e compare Saro mi hanno insegnato a conoscere la montagna, a muovermi senza mappe di notte ascoltando il rumore dell'acqua, a trovare le tane delle martore, a cacciare i ghiri dopo la festa dei Morti. Ah, i ghiri! Una leccardìa sono, la carne più delicata del mondo... Ho imparato tutto da bambino: vedevo ghiande a terra e sapevo se le aveva rosicchiate il ghiro, il topo, il moscardino o la ghiandaia. Questo è il mio mondo, la vita mia".

Per un attimo scende il silenzio. "Ma è dura quassù, Paolo. Non sai quanto è dura. Le colombe partono e i corvi restano. L'emigrazione è ripresa alla grande. Ma io ho detto no, non sono partito, ho investito qui tutto quello che avevo. Questa montagna è una favolosa risorsa per i giovani di buona volontà. Ma quasi nessuno mi aiuta. Pensa che un giorno è venuto qui il presidente del parlamento danese, con i figli e il sacco a pelo. E' rimasto folgorato dal luogo. Te lo vedi un politico italiano che fa la stessa cosa?".

* * *
La notte, nel dormiveglia, sento un cric, cric, cric, lento e regolare come un orologio a bilanciere nel silenzio. E' la voce del tarlo. Non posso chiudere occhio. La Calabria mi pare la quintessenza dell'Italia, cioè di quella selezione negativa della specie innescata dalla santa alleanza dei mediocri e degli imboscati.

Troppa bella gente dimenticata. Trovo una vecchia lettera di Francesca Viscone, di Lamezia Terme, che m'ha scritto tempo fa sulle terre infuocate dello Jonio.
"Ho conosciuto - leggo - un anziano di San Luca, nella Locride. Aveva uno sguardo intenso pieno di interrogativi, di immagini e di incanti. Era un inventore, aveva costruito diversi strumenti strani. Arrivò con una busta piena di queste curiose invenzioni. Ce ne diede una, ma non voleva soldi, era solo un segno di ospitalità. Paesi come San Luca sono pieni di intelligenze così... Una genialità sprecata, male espressa, male indirizzata... Siamo pieni di geni trasformati in scemi del villaggio, e di uomini fieri trasformati in inetti. Di inventori che non inventano niente e fanno regali agli sconosciuti".
Il tarlo ha smesso di rosicchiare. Un po' di vento nella foresta. Mando un sms a Roberto Righi, proprietario della Topolino: "Nerina pronta all'ultimo balzo. Domani Capo Sud". Premo "invio" e sparo verso le stelle.

* * *
Saliamo a piedi sopra la forra del torrente Ladro, il pendio è di una dolcezza svizzera fin sulla cima del Monte Cocuzza, vetta d'Aspromonte. E' l'ultimo "Pen", l'ultima delle dee di pietra che danno il nome alla schiena montuosa d'Italia. Un Cristo in bronzo, portato in elicottero dalla base Usa di Sigonella, governa una vista immensa sulle Eolie, l'Etna e la terra dei bronzi di Riace. La diversità tra i due versanti, Jonio e Tirreno, è sconvolgente. Il primo: abbacinante, scarnificato, battuto da piogge violente e siccità africana. Il secondo: boscoso, verdescuro, percorso da torrenti regolari e piccoli canyon.

La guida, per impressionarci, ci disegna la mappa dei sequestri di persona. "Ecco, laggiù fu nascosto Soffiantini. Lì, un po' più a destra Casella. E lì in fondo hanno trovato, quattro anni fa, le ossa di un fotografo fatto sparire negli anni Ottanta". In mezzo a questa topografia ansiogena, il santuario di Polsi, nascosto tra i dirupi, dove si bivacca, si sacrificano i capretti e dove, quest'anno, il 2 settembre, la Madonna sarà incoronata con una festa particolarmente solenne. Fino a ieri, per la Madonna si sparava in aria. Gli uomini d'onore della Locride facevano "pam pam" come gli Schuetzen in Sudtirolo.

* * *
L'arcipelago dei paesi-fantasma che costellano l'Aspromonte sul versante Sud è annunciato, tra Delianuova e Gambarie, da una cantoniera in disfacimento abitata da vacche libere, in condominio con una repubblica autonoma di maiali. Le bestie vanno e vengono, grufolano e ruminano sulla Statale 183, non hanno la minima paura di noi. Ma il bello, mi raccontano, viene dopo, con le terre nude verso Africo e Roghudi, ultimo resto di una gloriosa terra greca che fu Magna e oggi è il monumento all'abbandono.
Anche lì le bestie hanno preso il posto degli uomini. Ad Africo i maiali in combutta con i cinghiali hanno occupato la chiesa vuota. A Roghudi le coturnici hanno fatto il nido in quello che fu il bar. A Pentedattilo, posto di superba bellezza, non c'è più un'anima. Da qualche parte hanno ricominciato a fare le messe in greco, c'è padre Milo che fa il prete-viaggiatore, ma serve poco. Bova si spopola a vista d'occhio. E a Gallicianò se ne sono andati in tanti: anche Kalinera, che dava una mano al papà nell'unico bar del paese. La bellissima Kalinera dal nome greco. Bruna come la protagonista di Mediterraneo.

* * *
Scendiamo verso Capo Sud nella fiumara incandescente di Melito. All'incontrario, è la stessa strada di Garibaldi, quella presa dopo il secondo sbarco, nell'estate del 1862. La spedizione finì subito perché l'eroe dei due Mondi fu ferito dopo Gambarie, sotto un pino biforcuto, oggi monumento in totale e scandaloso abbandono. La Statale 183 spacca l'Aspromonte come una mela, ti spara impeccabilmente a ore dodici verso il Sud astronomico per consegnarti, al millimetro, nel punto più meridionale d'Italia: Melito di Porto Salvo, contrada Lembo. Solo otto metri più a Sud di Pelizzi Marina, che sta poco prima di Capo Spartivento.

Passi la congestione del traffico, la superstrada, la ferrovia, i fichi d'india, lo scirocco, e il punto del secondo sbarco garibaldino è lì, segnato da un'alta stele di metallo. Impossibile che il nostro abbia scelto per caso. Garibaldi era attento ai simboli. Non poteva ignorare che quello era il terzo punto più meridionale d'Europa, dopo Gibilterra e Capo Matapan. La forza magnetica del luogo è tremenda, come Capo Nord in Norvegia. Ha ragione il poeta calabro Enzo Alampi: qui è come se vedessi nella gente mille "bussole di bronzo con le facce orientate a Sud".

* * *
Sera viola con l'Etna oltremare, una birra, una tovaglia bianca, la risacca. La televisione del bar dice che la guerra in Libano può riprendere, mi notifica che per quasi un mese ho vissuto fuori dal tempo. Il viaggio è finito. Finiti i paracarri, gli alberi di more, le case cantoniere, le fontanelle sui curvoni. Nerina è parcheggiata nel sotterraneo di un hotel, domani verranno a prenderla quelli della Fiat per portarla in clinica a Maranello, in casa Ferrari. Sarà dura fare a meno di lei. Ha trasformato le strade di casa in un'avventura, ha visto la neve e temperature irachene, ha scoperto un'Italia pulita e senza voce.

S'è svegliato il maestrale, la punta d'Italia sembra navigare controvento verso Nordovest. L'Etna ora è color prugna, è un dio vicinissimo. E' l'ora in cui il Tirreno si gonfia e preme tra Scilla e Cariddi, forma un fiume che spumeggia nello Jonio. La corrente è tale che ogni tanto strappa dal fondo pesci mostruosi per abbandonarli sulla battigia. Passa una vela al largo. Ha la stessa velocità delle schiume. Sembra ferma.

(24 agosto 2006)

da.www.repubblica.it

PAOLO RUMIZ , GIORNALISTA DI REPUBBLICA, HA EFFETTUATO UN LUNGO VIAGGIO A BORDO DI UNA TOPOLINO. HA PERCORSO LE STRADE DELL'ITALIA PROFONDA, QUELLA VERA, GENUINA, NON IL COACERVO DI NIENTE DELLE GRANDI CITTA'
LE TAPPE CALABRESI REGALANO EMOZIONI DI ALTRI TEMPI, SENSAZIONI UNICHE PER GLI UOMINI "VERI".

22 agosto, 2006

Il fai-da-te non fa bene al turismo

Il fai-da-te non fa bene al turismo
Alberto Quadrio Curzio
Il Sole 24 Ore 08/08/2006

I primi numeri sul turismo italiano per il 2006 appaiono positivi, anche se è presto per parlare di inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni. Lo scenario non appare infatti facile dopo i passi falsi degli ultimi anni anche se qualcosa, perfino sotto il profilo strutturale sembra muoversi nella direzione giusta. In questa prospettiva va visto il fatto che il vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni Culturali, Francesco Rutelli, abbia ottenuto, nell'ambito del discutibile decreto di "spacchettamento ministeriale" varato dal Governo Prodi, che il suo dicastero includesse anche la delega per il turismo, scorporato dal ministero delle Attività produttive: è un evento positivo sia perché Rutelli ha esperienza quale ex sindaco di Roma sia perché in Italia vi è forte contiguità tra beni artistico-culturali e turismo. Basta ricordare infatti che il nostro Paese, con ben 41 siti riconosciuti dall'Unesco come patrimonio dell'Umanità, si posiziona al primo posto al mondo sia pure tallonato dalla Spagna (con 39 siti) mentre la Cina (33), la Germania (32) e la Francia (30) sono più distanti. Il ministro Rutelli ha detto che vorrebbe riportare l'Italia al primo posto nel turismo mondiale in 10 anni. Ambizione condivisibile, ma realisticamente impossibile perché, stando ai complessi indicatori dello Wttc (World Travel and Tourism Council) nel 2006 l'Italia si posiziona all'ottavo posto su 174 Paesi, mentre per il 2016 la stessa organizzazione prevede per noi una quota del mercato mondiale del comparto T&T (Travel&Tourism) in ulteriore calo. Lo Wttc stima comunque che nel 2006 l'apporto diretto e indotto del comparto allargato, interno ed estero, del T&T al Pil italiano sarà quasi dell'11 per cento. Considerando come meramente orientative queste analisi e previsioni, rileviamo con maggior certezza che in base ai dati Wto (World Tourism Organization dell'Onu), l'Italia è al quinto posto al mondo per destinazione di turisti stranieri in senso stretto, dopo Francia, Spagna, Stati Uniti, Cina. Nel 2004 sono entrati per turismo in Italia 37,1 milioni di persone, pari al 4,9% del totale mondiale, a fronte però dei 75,1 milioni arrivati in Francia, pari al 9,8 per cento. Considerando poi gli arrivi totali di stranieri, e cioè per turismo, affari, studio e altri motivi personali (secondo i dati Uic) nel 2005 sono entrati in Italia 60,2 milioni di viaggiatori, con una spesa totale di 28,4 miliardi di euro. Si tratta di grandi cifre, ma comparativamente non soddisfacenti rispetto sia ad altri Paesi citati sia per la dinamica nel tempo. I primi quattro mesi del 2006, come detto, sono partiti bene con un incremento sul 2005 del 13,5% degli ingressi totali di viaggiatori stranieri e del 7,9% della loro spesa totale. L'opinione espressa da molti operatori del settore turistico è dunque che il 2006 potrebbe essere l'anno della ripresa, ma qualche dubbio appare lecito soprattutto per la grande confusione istituzionale-organizzativa del turismo italiano (su cui «Il Sole-24 Ore» si è già intrattenuto con diverse analisi), confusione che incide negativamente sulla nostra politica turistica estera. Che ormai sembra polverizzata, sia dopo l'abolizione del ministero del Turismo attuata negli armi 90, ma soprattutto con la criticabile riforma nel 2001 del Titolo V della Costituzione, che all'articolo 117 ha attribuito alle Regioni la potestà legislativa esclusiva sul turismo, mentre quella sulla tutela dei beni culturali è dello Stato e sulla loro valorizzazione è di tipo concorrente. Di recente la Corte costituzionale ha bocciato, su ricorso di alcune Regioni, organismi di coordinamento turistico (Cabina di regia e Comitato nazionale per il turismo) istituiti per legge nel 2005, con lo scopo di superare una dannosa frammentazione degli interventi nel settore turistico. Eppure il Comitato — composto da ministri (sette), da rappresentanti di Regioni (cinque) più altri sei rappresentanti (tra Associazioni di settore, Camere di commercio, Comuni e Province) — aveva una razionalità unificante, pur avendo fatto poco dal suo varo, avvenuto nel maggio 2005. Alcune Regioni hanno preferito comunque attaccarlo per via giudiziario-federalista e hanno avuto successo alla Consulta. Le Regioni hanno anche contestato il ruolo e i finanziamenti addizionali dati nel 2005 alla «Agenzia nazionale per il Turismo» — che sta sostituendosi all'Enit — pur essendo adeguatamente rappresentate nella stessa. Un'altra iniziativa ferma è il «Portale italiano del turismo». Concepito nel marzo 2004, presentato dal Governo Berlusconi un anno dopo, finanziato con 45 milioni di euro di cui 20 pare già spesi, teso a colmare un ritardo rispetto a Spagna e Francia (e a molti altri Paesi), rimane bloccato tra l'inefficienza centralistica e le opposizioni localistiche. Speriamo dunque che abbia successo l'impegno di Rutelli per riannodare i fili dei troppi attori pubblici e per semplificare tra il nuovo «Comitato per le politiche turistiche» e «Agenzia nazionale per il Turismo» Non sappiamo se a questo servirà la Conferenza Nazionale del turismo di fine settembre, ma facciamo gli auguri a Rutelli in quanto le politiche per il turismo in Italia sono ormai un campo di battaglia fra Stato, Regioni, Province, Comuni che disuniti perderanno e il Paese con loro.
Perchè se è vero che il turismo necessita di più investimenti e infrastrutture, necessita prima ancora di trovare un coordinamento semplice tra livelli di governo, evitando anche che "missioni" di Enti concorrenti vadano all'estero per promuovere, e invece confondendola, l'offerta turistica italiana.


LEGGERE DI TANTI SOLDI SPESI PER INIZIATIVE RIMASTE FERME FA PIANGERE IL CUORE.
UNA CONSIDERAZIONE:
FARE CAMPAGNE PUBLICIZZANDO I PROPRI POSTI(PENSO ALLE 20 REGIONI) FA PERDERE DI VISTA LA VALORIZZAZIONE DEL "MARCHIO" ITALIA.
PERCHE' NON FARE COME LA SPAGNA DOVE OGNI CAMPAGNA DI PROMOZIONE TURISTICA FANNO RIFERIMENTO SOLO ED ESCLUSIVAMENTE AL "MARCHIO" ESPAGNA?
l'IMPORTANTE E' CANALIZZARE FLUSSI DI TURISTI NEL NOSTRO PAESE PROPONENDO PACCHETTI GLOBALI, CHE COMPRENDANO LE INNUMEREVOLI BELLEZZE DEL NOSTRO PAESE.
AVERE 20 COMPETITOR CHE SPRECANO SOLDI ED ENERGIE PER PUBLICIZZARE I PROPRI ORTICELLI, INVECE CHE MIGLIORARE LE STRUTTURE RICETTIVE E I SERVIZI, PORTA AD UN GRANDE BENEFICIO.... PER LA CONCORRENZA STRANIERA!!!.

21 agosto, 2006

Il concetto di software libero discende naturalmente da quello di libertà di scambio di idee e di informazioni. Negli ambienti scientifici, quest’ultimo principio è tenuto in alta considerazione per la fecondità che ha dimostrato; ad esso infatti è generalmente attribuita molta parte dell’eccezionale ed imprevedibile crescita del sapere negli ultimi tre secoli. Spesso, ma non sempre, il software libero è completamente gratuito e funziona meglio del software proprietario. Il semplice principio per il quale devono essere i sistemi operativi liberi ad adeguarsi all’utente e non l’utente ad adeguarsi al sistema mi piace da matti!



Purtroppo questa idea geniale non è stata compresa dai nostri dipendenti. Fatevi un giro per i comuni, le comunità montane, le province e le regioni.. tutti i pc avranno il “solitario” di windows aperto (almeno se si spendono i soldi per farli giocare, che giochino su una piattaforma open source, che costa meno)!



Ma il discorso peggiora nelle scuole! Spesso in calabria nelle scuole i computer non bastano.. io mi son fatto un calcolo. Per comprare 100pc di fascia bassa servono 75.000 €uro (schermo incluso), con quella cifra comprando pc con software e sistema operativo freeware se ne comprano 144!



E ‘ ora di svegliare i nostri dipendenti!

 

CASO CALABRIA



di PIERO OSTELLINO

Quercia
e Giustizia
(di Parte)
A Franco Pacenza, capogruppo Ds nel Consiglio regionale della Calabria in prigione con l’accusa di concussione, la magistratura contesta ciò che si chiama «voto di scambio», cioè di aver imposto una serie di assunzioni allo scopo di ottenere sostegno elettorale. I suoi compagni di partito, che ne proclamano l’innocenza e gli manifestano solidarietà, contestano, a loro volta, la magistratura, con uno di quei sofismi politici che si chiama difendere qualcuno «dal» invece che «nel» processo. Il «voto di scambio» e la difesa «dal» piuttosto che «nel» processo sono, l'uno, la manifestazione di una democrazia immatura, clientelare, familista, che si alimenta di fondi pubblici - in questo caso elargiti dall'Unione Europea - gestiti con criteri personalistici, cioè con un'idea patrimonialistica, privatistica, del potere politico; l'altra, la fotografia di un Paese in cui non c'è certezza del Diritto, ma il suo Rovescio, cioè, la relativizzazione, anch'essa, a suo modo, una sorta di privatizzazione del concetto di Giustizia. Il «voto di scambio» è un reato se lo praticano gli avversari, diventa una risorsa sociale se a praticarlo sono gli amici. Dice il segretario Ds della Calabria, Carlo Guccione: «Franco Pacenza è stato chiamato in causa solo perché difensore dei diritti dei lavoratori. Tanto per il suo impegno affinché ci fossero assunzioni trasparenti, quanto per la sua opposizione ai licenziamenti da parte dell'imprenditore che ora lo accusa». Aggiunge lo stesso Guccione: «Quando si mette in moto un processo di cambiamento profondo come quello che sta avvenendo in Calabria possono verificarsi contraddizioni e tensioni».
A questa Italia, Antonio Di Pietro oppone da sempre - e lo fa anche in questa circostanza - «le dure repliche della magistratura», rispondendo a fenomeni che sono culturali e politici con il (solo) «tintinnare delle manette». Da un lato, sarebbe, infatti, difficile non dare ragione all'ex Pubblico ministero di Mani pulite - e, viceversa, non dare torto a quei Ds che, dopo aver criticato chi si difendeva «dai» e non «nei» processi, ora che si tratta di un loro compagno di partito, si comportano allo stesso modo -; dall'altro, è altrettanto difficile negare che la condanna del «voto di scambio» e l'esigenza di una interpretazione e una definizione univoche e condivise della funzione della Giustizia (e dei diritti del cittadino anche di fronte ad essa) siano il terreno sul quale la nostra democrazia misura la propria maturità. Che non può, evidentemente, essere monitorata e giudicata (solo) in chiave giudiziaria, assegnando alla magistratura un ruolo di supplenza della Politica che non le compete.
Il caso calabrese dovrebbe far riflettere, dunque, tutti coloro i quali auspicano, quanto meno, la nascita di un lessico civile sul quale si possa manifestare una certa convergenza, cioè possa realizzarsi la condivisione più ampia possibile sul significato delle parole e dei concetti che si usano non solo sul piano della scienza politica o giuridica, ma anche del parlare e del sentire comuni. Negli Stati Uniti si chiama «religione civile»; in Gran Bretagna, «senso comune»; in Francia, «cittadinanza»; da noi, sarebbe quella che, con espressione forte e impegnativa, si potrebbe chiamare Etica pubblica. Se, infatti, qualcosa insegna la babele delle lingue sull'arresto di Franco Pacenza è proprio l'assenza di un'Etica pubblica consolidata sulla quale fondare una forte convivenza civile. Più forte della tentazione di difendere le ragioni della propria parte politica che questa volta (forse) ha tradito i Ds.

fonte wwww.corriere.it

IN ITALIA MANCA, A MIO GIUDIZIO, UN QUALSIASI CONCETTO DI SENSO DELLO STATO INTESO COME INSIEME DI VALORI FONDAMENTALI CHE DEFINISCANO I FONDAMENTI DI UNA IDENTITA' NAZIONALE.
ESISTONO LE CORPORAZIONI, I GRUPPI DI POTERE, LA FAMIGLIA E QUANT'ALTRO CHE SIA ASSOCIATIVO.
PER CUI CI SI ERGE A CENSORI SPIETATI QUANDO FA COMODO, CI SI ERGE A GARANTISTI AD OLTRANZA COMPORTANDOSI COME CHI, PRIMA, VENIVA AD ESSERE FEROCEMENTE CRITICATO.
COERENZA IMPORREBBE UNIFORMITA' DI COMPORTAMENTI IN OGNI FRANGENTE A PRESCINDERE DAI SOGGETTI COINVOLTI NELLA VICENDA.
OLTRE CHE UN MIO AUSPICIO PERSONALE, RITENGO CHE CIO' SIA UNA NECESSITA' IMPROROGABILE PER EVITARE LA ANARCHIA CHE SEMBRA DOMINARE L- INTERA SOCIETA' ITALIANA/

20 agosto, 2006

SE LA RIPRESA E’ IN PERICOLO

di FRANCESCO GIAVAZZI

Aveva ragione Romano Prodi, che commentando i recenti dati positivi sulla nostra economia disse «una rondine non fa primavera». Da qualche settimana si è diffuso un improvviso pessimismo sull’economia americana. Pochi ormai escludono una recessione e si discute se questa sarà relativamente blanda, come nel 2001-02, oppure più severa. Alcuni, come Nouriel Rubini - l’ex alunno dell’università Bocconi, ora professore a New York, il cui sito RGE Monitor è diventato il nuovo punto di riferimento delle analisi dell’economia del mondo - sottolineano le similitudini con l’autunno del 1987 quando, il 19 ottobre, Wall Street crollò perdendo il 20,4% in un sol giorno. Il motivo di questi timori è spiegato con la consueta lucidità da Paul Krugman sul New York Times . L’economia americana cresce ininterrottamente - se si esclude il temporaneo rallentamento del 2001-02 - da 15 anni. In una prima fase, gli anni Novanta, la crescita fu sostenuta dalla tecnologia,- quella che allora si chiamava «nuova economia» - i cui effetti probabilmente furono esagerati e crearono una bolla speculativa nel mercato azionario. Quando la Borsa si ridimensionò il presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, sostituì, nell’interpretazione di Krugman, una bolla azionaria con una bolla immobiliare. Per alcuni anni dopo il 2001, tassi di interesse straordinariamente bassi hanno spinto in alto il prezzo delle case e il settore delle costruzioni. Gli americani hanno usato l’aumento del prezzo delle loro case come garanzia per indebitarsi e consumare di più: costruzioni e consumi sono stati il motore della recente crescita dell’economia.
Il pessimismo oggi nasce da due osservazioni. Innanzitutto il rallentamento delle costruzioni e del prezzo delle case. Il numero di nuovi cantieri per la costruzione di abitazioni familiari scende ormai da 6 mesi ed è oggi del 20% inferiore al livello dello scorso mese di gennaio. I prezzi (medi) degli appartamenti situati in un condominio stanno scendendo a un tasso del 9% l’anno. La preoccupazione è che le banche chiedano alle famiglie di rimborsare una parte dei prestiti che erano stati garantiti dal valore della loro casa, e che le famiglie si trovino in difficoltà e si vedano costrette a tagliare bruscamente i consumi.
La seconda preoccupazione è che la politica economica non sia in grado di contrastare una recessione. Il deficit del governo federale è già straordinariamente elevato, per effetto dei tagli fiscali e del costo della guerra in Iraq: difficile pensare che la politica fiscale possa divenire ancor più espansiva. La Fed potrebbe essere titubante a ridurre i tassi di interesse perché il prezzo del petrolio mantiene elevata l’inflazione.
Faccio fatica a convincermi che tanto pessimismo sia davvero giustificato. Posta di fronte al rischio di una recessione la Fed non ha mai esitato a ridurre i tassi. E’ vero che da qualche mese c’è un nuovo presidente, Ben Bernanke, e che costui - arrivato a Washington con la reputazione di «una colomba» - potrebbe essere titubante ad abbassare i tassi. Ma all’inizio di agosto Bernanke non ha esitato a sorprendere i mercati e a mantenere fermi i tassi dopo due anni di aumenti consecutivi. Quindi prevedo farà ciò che è necessario per cercare di evitare una recessione.
Per noi europei c’è poco di che rallegrarsi. Un rallentamento dell’economia americana e tassi USA più bassi significano un dollaro più debole: non è impossibile che il cambio si avvicini, come nell’inverno di due anni fa, a un livello di 1,3 – 1,5 dollari per un euro. Se ciò accadesse addio esportazioni, almeno verso gli Stati Uniti, e addio ripresa! Per evitare che il rallentamento dell’economia americana e un dollaro più debole fermino anche noi c’è una sola via: aiutare la domanda interna, e soprattutto gli investimenti, tagliando le tasse. E invece in Germania la Signora Merkel, con buona pace di chi la addita ad esempio, si appresta ad alzarle: l’aumento dell’IVA annunciato per gennaio rischia di spegnere la timida ripresa dei consumi tedeschi.
Per ridurre le tasse senza far crescere il debito occorre evidentemente tagliare le spese. Il presidente del Consiglio è preoccupato perché i buoni dati sull’economia già hanno dato il là a richieste di una Finanziaria «soft». E il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, non aiuta quando, come in un recente dibattito con il presidente di Confindustria, ripete «non voglio sentir parlare di tagli»! Dopo il coraggio di Bersani sulle liberalizzazioni e l’apparente efficacia di Vincenzo Visco nel convincere gli italiani a cominciare a pagare le tasse, quello che manca a questo governo è altrettanta determinazione sulla spesa.
«Da anni gli stipendi dei dipendenti pubblici sforano sistematicamente ogni limite prefissato. Nel 2005 sono aumentati del 4 per cento, cioè il doppio dell'obiettivo programmatico. Da anni la spesa corrente delle pubbliche amministrazioni schiva i ripetuti, multiformi tentativi di porvi un freno»: questo il giudizio espresso qualche settimana fa dalla Corte dei conti. «Un'analisi condivisibile» commentò il ministro dell’Economia. E allora? Un ministro che condivide queste valutazioni non può ripetere «niente tagli». E non a caso occorre partire dai dipendenti pubblici. Come si fa a convincere i tassisti a rinunciare a qualche privilegio o i metalmeccanici ad andare in pensione un anno più tardi, se si continuano a proteggere i dipendenti pubblici. Il Sole 24 Ore nei mesi scorsi ha pubblicato inchieste illuminanti sul costo delle amministrazioni pubbliche, a cominciare dalla più costosa, il Senato della Repubblica che continua ad acquistare immobili e a riempirli di dipendenti.
Giornali, radio, televisioni private, ricevono ogni anno dallo Stato contributi per circa 40 milioni di euro: vogliamo deciderci a tagliarli, almeno per le società editrici quotate in Borsa? Ma il problema non sono soltanto i 40 milioni spesi, quanto gli oltre 150 dipendenti pubblici comandati alla Presidenza del Consiglio per amministrare questi contributi. Il semplice atto del «comando» alla Presidenza ne fa quasi raddoppiare lo stipendio. Potremmo sapere quanto guadagnano e quanti davvero sono?

dal www.corriere.it

SIAMO SULL'ORLO DEL BARATRO, QUALCHE PASSO IN AVANTI E CI SARA' LA CADUTA ROVINOSA.
SIAMO ALLA MERCE' DELLA PEGGIORE CONCORRENZA PROVENIENE DA NUOVI ATTORI PRIVI DI UN MINIMO DI RISPETTO PER LE ELEMENTARI REGOLE DI RISPETTO E CONSIDERAZIONE DELLA PERSONA UMANA, SIAMO ORMAI ALLA PERIFERIA DELLA STORIA, E CI SI SI PERMETTE DI BUTTARE I SOLDI DEL SETTORE PUBBLICO,DI NON TAGLIARE LA SPESA PUBBLICA, DI NON ALZARE LA ETA' PENSIONABILE, DI NON COMBATTOERE SERIAMENTE L'EVASIONE FISCALE ,DI IMPEGNARSI A TAGLIARE ALLE RADICI IL CONDIZIONAMENTO DEL POTERE MAFIOSO SU INTERE REGIONI DEL NOSTRO PAESE, DI NON FAR FRUTTARE I FONDI EUROPEI.
COSA SI ASPETTA' PER RISOLVERE UAN VOLTA PER TUTTI IL PROBLEMA DEL TAGLIO DELLA SPESA PUBBLICA PER LIBERARE LE RISORSE AFFINCHE' IL NOSTRO PAESE TORNI A VOLARE E A GARANTIRE UN FUTURO ALLA SUA POPOLAZIONE?