08 agosto, 2006

Ancora su Goethe in Italia


Se insisto su Goethe in Italia non è per un intento "ideologico". Non voglio servirmi di ciò che ha scritto il poeta tedesco per dimostrare a tutti i costi che il Sud Italia sia o fosse "migliore" del Nord. Lascio questo genere di mezzucci ai leghisti.
A proposito, Mezzogiorno era per Goethe tutta l'Italia, come ancora oggi lo è per i germanofoni. Spero che i padani non si sentano offesi da tale razzismo geografico...

Ma una cosa, che ha ben a che fare con le impostazioni ideologiche, voglio sì affrontarla. Scorrendo qualche recensione editoriale del celebre racconto di viaggio, ho trovato ad esempio questa affermazione:
"Leggendo il libro si capisce più di Goethe che dell'Italia. Ma nonostante ciò è anche un libro sull'Italia, ma su un'Italia del tutto goethiana, è la sua Italia, un'Italia che nessun'altro poteva vivere così."

Alt! Che significa questo? Goethe è bravo e simpatico e si legge con piacere, ma non soffermiamoci troppo su ciò che osserva e considera?
Diamo altresì retta solo ai visitatori attratti principalmente dall'Italia rinascimentale e risorgimentale? O magari a Stendhal, che teneramente "si sentiva milanese"?

Come al solito avverto quel fastidioso consueto tentativo di polarizzazione, di puntualizzazione dell'italianità buona e di cui andare orgogliosi, che sta in una parte sola dello stivale. Sbarazzandosi così in un sol colpo di mafie, pizze e mandolini.

Dispiace dire che da quando l'Italia è politicamente unita, è diventata culturalmente irrilevante. In Europa, in Occidente, nel mondo.
L’unica eccezione avvenne nel ventennio fascista, ma preferisco senz’altro tralasciare.

Tante ricchezze artistiche, architettoniche, un enorme patrimonio di storia e cultura, che è giusto capace di produrre l' "industria turistica" delle città d'arte. E basta, niente più.
Del resto, all'estero l'Italia e gli italiani sono guardati con malcelata sufficienza, e mai nessuno in America, in Francia o in Germania si sognerebbe mai di "seguire" un'intuizione prodotta in Italia. Tutt’al più la si importa, assieme al suo ben contento ideatore.
L'Italia è stata la patria di grandi artisti, filosofi, scienziati e santi. Ma ora, al di fuori dei suoi musei e delle sue chiese...

E purtroppo non mi sento di dare tutti i torti, agli stranieri.


Ma torniamo a Goethe.

Dalla seconda metà del Settecento, come il resto d'Europa, anch'egli era affascinato dal classicismo; l’entusiasmo scoppiò con le scoperte delle città antiche di Ercolano e Pompei.
E dunque le mete principali non potevano che essere Roma, Napoli e la Sicilia.
Questo giusto per comprendere perché Goethe spenda solo poche settimane per attraversare l’Italia dal Brennero a Roma: pochi giorni a Verona, Vicenza, Padova, solo qualcuno in più a Venezia, poi di corsa Ferrara, Bologna, Perugia, Assisi, 3 ore (!) a Firenze.
Gli piace però l’Italia settentrionale, apprezza molto l’arte rinascimentale, il clima dolce, l’allegria “meridionale” dei cittadini; ma disprezza la sporcizia delle strade, nelle città (Verona in particolare riceve una bella “strigliata”), e poi nota una certa “mafiosità (Goethe non utilizza questo termine, ma descrive atteggiamenti che oggi chiameremmo senz'altro mafiosi; gli stessi che Manzoni tratteggia nei suoi bravi) a Malcesine, sul lago di Garda.
Vale la pena sottolineare che a Napoli, in Campania ed in Sicilia non c’è invece da parte di Goethe alcun riscontro di questo tipo di soverchierie.
Anche Palermo e la Sicilia gli appaiono sporche e trascurate. L’unica città che “assolve” in quanto a pulizia ed igiene (e possiamo fidarci che non sia stato di manica larga, da buon tedesco) sembrerebbe proprio la capitale del Regno, allora la città più grande d'Italia (e d'Europa).
Solo Napoli aveva un efficiente sistema di nettezza urbana, che portava con frequenza i rifiuti urbani nelle campagne, dove venivano utilizzati come concime, e contribuivano a produrre i migliori e più abbondanti frutti della terra che Goethe avesse mai assaggiato.

Non solo: nel suo secondo soggiorno a Napoli, di ritorno dal tour siciliano, si prende la briga di “confutare” decisamente la tesi diffusa nelle corti europee secondo la quale i napoletani, i cosiddetti lazzaroni, sono perdigiorno e fannulloni. Diverse pagine dei suoi appunti di viaggio raccontano appunto le sue “interviste” ai lazzaroni, vestiti di stracci e sdraiati agli angoli della strada: ma non sono questuanti, bensì lavoratori vari nel loro periodo di sosta, chi facchino, chi marinaio, chi postino, ecc.
(D’altra parte, nota Goethe, questi lazzaroni non avevano certo l’aspetto malaticcio ed emaciato dei contadini veneti, ad esempio, che alla polenta non aggiungevano neppure un poco di burro, alla maniera tedesca.)
Goethe non poteva immaginare che quei lazzaroni, e tutto il restante popolo del Regno, avrebbero combattuto valorosamente contro gli eserciti francese e piemontese.

Insomma, Goethe deduce che in realtà a Napoli tutti lavorino e allo stesso tempo godano del paradiso in cui hanno la fortuna di vivere. Certo, dice Goethe, non è un lavoro paragonabile alle poderose industrie tedesche (ma peraltro in nessun’altra parte della penisola racconta di nulla di paragonabile).
Sarebbe stato interessante leggere gli appunti di Goethe, o di altro visitatore altrettanto sincero e acuto, mezzo secolo più tardi in Campania (ovvero da Terracina in giù, secondo gli antichi confini) e in Calabria. Forse avremmo letto che quel paradiso terrestre si era in più arricchito di un’industria in qualche modo paragonabile a quelle tedesche, francesi ed inglesi.
Anyway.

Dopo un mese di soggiorno a Napoli, Goethe è incerto sul da farsi: ha programmato di tornare a Roma per assistere alla Settimana Santa romana e poi rimettersi finalmente a lavorare, ma è a questo punto curioso di arrivare fino in Sicilia.
E per fortuna la curiosità e il contagioso dolce ozio napoletano hanno la meglio.
Sarà talmente soddisfatto di aver prolungato il suo viaggio da affermare: “l’Italia senza la Sicilia non è completa, soltanto qui si trova la chiave di tutto”.

Edward Lear ed altri viaggiatori avranno l’intraprendenza e la fortuna di approfondire ancora meglio la loro visita del Regno, includendo Calabria e Puglia.

Ultima osservazione: Goethe ammira tanta bella arte ed architettura in tutta Italia, ma solo a Napoli si trova di fronte Gaetano Filangieri e gli altri allievi del "patriarca" Giambattista Vico. In altre parole, solo Napoli dimostra di avere in più anche un certo peso politico e culturale.
Chi ha orecchie per intendere…


PS: il mio non è neanche un intento puramente nostalgico. A trent'anni non vivo certo di bei tempi andati, anche se oggi l'Italia è abbastanza irriconoscibile rispetto ai tempi di Goethe. L'intento, diciamo così, è puramente culturale. Ristabilire la verità per comprendere meglio il mondo...

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