21 agosto, 2006

CASO CALABRIA



di PIERO OSTELLINO

Quercia
e Giustizia
(di Parte)
A Franco Pacenza, capogruppo Ds nel Consiglio regionale della Calabria in prigione con l’accusa di concussione, la magistratura contesta ciò che si chiama «voto di scambio», cioè di aver imposto una serie di assunzioni allo scopo di ottenere sostegno elettorale. I suoi compagni di partito, che ne proclamano l’innocenza e gli manifestano solidarietà, contestano, a loro volta, la magistratura, con uno di quei sofismi politici che si chiama difendere qualcuno «dal» invece che «nel» processo. Il «voto di scambio» e la difesa «dal» piuttosto che «nel» processo sono, l'uno, la manifestazione di una democrazia immatura, clientelare, familista, che si alimenta di fondi pubblici - in questo caso elargiti dall'Unione Europea - gestiti con criteri personalistici, cioè con un'idea patrimonialistica, privatistica, del potere politico; l'altra, la fotografia di un Paese in cui non c'è certezza del Diritto, ma il suo Rovescio, cioè, la relativizzazione, anch'essa, a suo modo, una sorta di privatizzazione del concetto di Giustizia. Il «voto di scambio» è un reato se lo praticano gli avversari, diventa una risorsa sociale se a praticarlo sono gli amici. Dice il segretario Ds della Calabria, Carlo Guccione: «Franco Pacenza è stato chiamato in causa solo perché difensore dei diritti dei lavoratori. Tanto per il suo impegno affinché ci fossero assunzioni trasparenti, quanto per la sua opposizione ai licenziamenti da parte dell'imprenditore che ora lo accusa». Aggiunge lo stesso Guccione: «Quando si mette in moto un processo di cambiamento profondo come quello che sta avvenendo in Calabria possono verificarsi contraddizioni e tensioni».
A questa Italia, Antonio Di Pietro oppone da sempre - e lo fa anche in questa circostanza - «le dure repliche della magistratura», rispondendo a fenomeni che sono culturali e politici con il (solo) «tintinnare delle manette». Da un lato, sarebbe, infatti, difficile non dare ragione all'ex Pubblico ministero di Mani pulite - e, viceversa, non dare torto a quei Ds che, dopo aver criticato chi si difendeva «dai» e non «nei» processi, ora che si tratta di un loro compagno di partito, si comportano allo stesso modo -; dall'altro, è altrettanto difficile negare che la condanna del «voto di scambio» e l'esigenza di una interpretazione e una definizione univoche e condivise della funzione della Giustizia (e dei diritti del cittadino anche di fronte ad essa) siano il terreno sul quale la nostra democrazia misura la propria maturità. Che non può, evidentemente, essere monitorata e giudicata (solo) in chiave giudiziaria, assegnando alla magistratura un ruolo di supplenza della Politica che non le compete.
Il caso calabrese dovrebbe far riflettere, dunque, tutti coloro i quali auspicano, quanto meno, la nascita di un lessico civile sul quale si possa manifestare una certa convergenza, cioè possa realizzarsi la condivisione più ampia possibile sul significato delle parole e dei concetti che si usano non solo sul piano della scienza politica o giuridica, ma anche del parlare e del sentire comuni. Negli Stati Uniti si chiama «religione civile»; in Gran Bretagna, «senso comune»; in Francia, «cittadinanza»; da noi, sarebbe quella che, con espressione forte e impegnativa, si potrebbe chiamare Etica pubblica. Se, infatti, qualcosa insegna la babele delle lingue sull'arresto di Franco Pacenza è proprio l'assenza di un'Etica pubblica consolidata sulla quale fondare una forte convivenza civile. Più forte della tentazione di difendere le ragioni della propria parte politica che questa volta (forse) ha tradito i Ds.

fonte wwww.corriere.it

IN ITALIA MANCA, A MIO GIUDIZIO, UN QUALSIASI CONCETTO DI SENSO DELLO STATO INTESO COME INSIEME DI VALORI FONDAMENTALI CHE DEFINISCANO I FONDAMENTI DI UNA IDENTITA' NAZIONALE.
ESISTONO LE CORPORAZIONI, I GRUPPI DI POTERE, LA FAMIGLIA E QUANT'ALTRO CHE SIA ASSOCIATIVO.
PER CUI CI SI ERGE A CENSORI SPIETATI QUANDO FA COMODO, CI SI ERGE A GARANTISTI AD OLTRANZA COMPORTANDOSI COME CHI, PRIMA, VENIVA AD ESSERE FEROCEMENTE CRITICATO.
COERENZA IMPORREBBE UNIFORMITA' DI COMPORTAMENTI IN OGNI FRANGENTE A PRESCINDERE DAI SOGGETTI COINVOLTI NELLA VICENDA.
OLTRE CHE UN MIO AUSPICIO PERSONALE, RITENGO CHE CIO' SIA UNA NECESSITA' IMPROROGABILE PER EVITARE LA ANARCHIA CHE SEMBRA DOMINARE L- INTERA SOCIETA' ITALIANA/

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