07 agosto, 2006

Napoli (era) la più bella e straordinaria città del mondo

Oggi ho un moto d'orgoglio, forse sciocco. Ma liberatorio.

In un frammento di tempo sto rileggendo il "Viaggio in Italia" di uno dei maggiori poeti ed intellettuali di sempre, Goethe.
Un tedesco colto e raffinato che si dispiace, pur giustificandoli, che i napoletani dal loro paradiso terrestre giudichino i paesi settentrionali "sempre neve, case di legno, grande ignoranza, ma denari assai".
Ed il 3 marzo 1787, giunto da Roma nella capitale napolitana da soli pochi giorni, annota:
"Se i napoletani non vogliono saperne di lasciar la loro città, se i loro poeti decantano con iperboli esagerate la felicità della sua posizione, bisognerebbe scusarli, anche se nei dintorni sorgessero due o tre Vesuvi di più. In questo paese non è assolutamente possibile ripensare a Roma; di fronte alla posizione tutta aperta di Napoli, la capitale del mondo, nella valle del Tevere, fa l'impressione di un vecchio monastero mal situato".

Non esagerano dunque i poeti napoletani. Ed anche dopo la feroce "italianizzazione" di Napoli, durante il suo decadentismo, i poeti continuano a sfoderare le parole più dolci e le melodie più toccanti, per regalare la suggestione che provano, e che pure Goethe provò, alla vista della città.
E si badi bene, non solo di "vista" si tratta, questo Goethe lo racconta con infiniti dettagli: è un'estasi di tutti i sensi. Dalle dimore della raffinatissima aristocrazia napoletana ai vicoli popolari, dai sapori alla musica, un'estasi di umanità, oserei dire, quasi trascendente.

La sensazione è che per essere felici, in queste terre, miracolosamente non sia necessario sfinirsi per creare una ricchezza abbondante. Come invece è (o sembra) necessario in ogni altra parte del mondo. È sufficiente, invece, convivere armoniosamente con quanto già esiste.
Peraltro i napoletani condividono questa loro felicità con tutti, non ne sono gelosi, non vogliono godersela solo loro, e dunque non la tengono solo per sè.

E questo, certamente, deve aver generato tanta, tanta invidia negli stranieri. Non in Goethe però, che gretto non era, e provò solo una sana ammirazione da tanto spettacolo, e godette appieno di quest'estasi gioiosa.


In effetti, ai napoletani e a tutti i napolitani del Regno, toccò in sorte la peggiore delle sventure possibili: vedersi costretti a lasciare le loro terre, ad abbandonare (o a veder svanire) il loro paradiso terrestre, che si reggeva su uno straordinario equilibrio di operosità e contemplazione, di allegria e sincera devozione.
Schiacciati da quella "ignoranza" e da quei "denari assai", che essi già temevono. E da cui da secoli riuscivano con successo a difendersi.

Più di una somiglianza con la Beirut di oggi e con il diabolico annientamento del Libano.

Ora mi chiedo: non è ora che tutti torniamo a vivere "secondo natura", e non più "contro natura"? Che Bello-Vero-Giusto tornino a formare una triade inscindibile, come osservava già nel Duecento il maggiore dei filosofi cristiani, il (guarda caso) napoletano Tommaso d'Aquino, fondandosi sulla rivelazione di Cristo e sulla saggezza senza tempo della Magna Grecia?

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