30 settembre, 2006



Da due giorni mi trovo a Torino.Dopo tutte le mie "peripezie" culturali di questi ultimi tempi ho detto scherzosamente di trovarmi nella "capitale del nemico".
In effetti ieri sera nella Basilica di Superga avevo una strana sensazione nel sentire la storia dei Savoia, la quale trova ampio spazio nei libri in uso nelle scuole d 'Italia.
Perche' i ragazzi Italiani devono sorbirsi la storia di una regione che di storico ha ben poco? E il Meridione ricchissimo di storia non deve trovare alcuno spazio?Che me ne frega a me delle vicende di provincialotti senza arte ne' parte, e essere costretto ad ignorare la Storia con la S maiuscola?...
Il mio soggiorno a torino continua...
al prossimo appuntamento...

29 settembre, 2006

Pace preventiva - L'Occidente e le sue fittizie "guerre di civiltà"

Un giorno o l'altro comincerò a postare qualche articolo anche sui grandi protagonisti della scuola di musica classica napolitana, dal Seicento all'Ottocento, scuola di primissimo piano in Europa, e senz'altro la prima in Italia.
I musicisti del Regno, in parallelo con la grande tradizione culturale e filosofica napolitana, affondavano le loro radici e la loro ispirazione nel mito greco e nella storia cristiana cattolica (universale), sublimandoli con melodie ricercate e coinvolgenti.


Nel momento in cui l'Occidente fa la brusca virata illuministica razionalista-positivista, Napoli e la Sicilia si ritrovano ad essere i più autorevoli e convincenti avversari e difensori della "tradizione", anche più di Austria, Spagna e Russia: sia dal punto di vista filosofico (con pensatori di prim'ordine), sia da quello politico (col riformismo giuridico che accoglie le istanze illuministiche ma senza stravolgere e rivoluzionare l'esistente, la tradizione appunto, e soprattutto escludendo le parti più arroganti e disumane delle nuove teorie francesi ed anglosassoni), sia da quello artistico (con la grande e splendida scuola musicale e la non trascurabile scuola pittorica), sia da quello economico-industriale (con il grande progresso del Regno, soprattutto dell'ultimo trentennio prima dell'unificazione).

Insomma: Napoli era un nemico micidiale, inattaccabile, a meno di non "giocare sporco".
E infatti, si è giocato sporco: si è dichiarata una sorta di guerra di civiltà al cosiddetto "ancien regime", si è proclamato che era "il popolo" a volersi liberare dell'oppressiva tradizione, che "magnifiche sorti e progressive" ci attendevano, una bella dose di menzogne ed inciuci e il resto è stato facile.
O quasi...

Ora, quello che sta accadendo tra "occidentali" e "islamici" (a prescindere dalle colpe e dalla presunta arretratezza dei secondi) mi ricorda molto le vicende accadute all'interno del nostro Occidente, solo un paio di secoli orsono.
E giacché proprio il "nostro" Vico ci insegna che è la Storia, prima ancora che le Scienze Fisiche, la "Nova Scienza" che ci aiuta a comprendere a fondo l'uomo ed il mondo, mi permetto di invitare tutti a non fermarsi mai all'apparenza, di approfondire sempre mirando alla verità delle cose, e soprattutto di diffidare sempre di chi (avendo profondo ribrezzo del "popolo", della massa maggioritaria di persone, lontane dai giochi di potere) utilizza la pura propaganda per smuovere gli animi.


Infine, segnalo questo bell'articolo su una "propaganda" assai curiosa e cerebrale: "l'Islam contro Mozart". Nell'articolo emerge anche con chiarezza l'importanza della scuola musicale napolitana nel Settecento.

http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1456&parametro=cultura

28 settembre, 2006

I fatti tutti interi, e non a brandelli

Ho la netta sensazione che i poteri forti italiani abbiano intuito che non sia più possibile difendere e tramandare ad oltranza l'improbabile versione eroico-risorgimentale: sia perché è sempre più facile imbattersi in documenti "in contro-tendenza", sia perché l'Italia meridionale è stata talmente tanto spremuta, da prendere ormai in seria considerazione l'ipotesi di sganciare le zavorre.

Ma quest'operazione, oltre ad avere un effetto deprimente sull'umore degli italiani, in larga maggioranza di origini meridionali, presenta evidenti aspetti delicati.
Il più delicato: il rischio che la popolazione, rendendosi conto da un momento all'altro dell'enorme imbroglio su cui si regge l'Italia, e accorgendosi di quanto il loro passato-presente-futuro sia (stato) negativamente influenzato da esso, rimanga talmente shockata ed amareggiata da passare alle vie di fatto, e diventare perciò del tutto ingovernabile.

Da qui, la necessità di "correggere" il risorgimento in modo dolce e indolore (vedi Tremonti, Maroni, ecc.), lasciando passare molto tempo e abituando i cittadini al fatto che sì sono stati un po' imbrogliati, ma per il loro stesso bene.

Non so a voi, ma a me quest'idea fa piuttosto ribrezzo.
Quindi, per chi si sente adulto e vaccinato, ecco la vera storia, tutta intera:




da uno scritto di Nicola Zitara del 3 giugno 2002

"...Ancor prima che venisse proclamata l'unità nel marzo del 1861, la truffa nazionale era già evidente. Ad attestarlo ci sono dei fatti precisi. Ne ricordo alcuni soltanto. Primo: mentre il governo di Torino stava pensando a come chiudere il regio Banco delle Due Sicilie, un gruppo di ricchi mercanti napoletani chiese a Cavour di essere autorizzato ad aprire una banca d'emissione con 100 milioni di capitale (cioè due volte più grossa della banca d'emissione di Genova e Torino). Cavour non autorizzò, e i patrioti ancora ci debbono spiegare il perché del (sicuramente nobile) diniego. Secondo: l'imposizione, anch'essa cavouriuana, della tariffa sarda alle ex Due Sicilie. Fu una misura talmente negativa che persino la storiografia più ligia all'unità la giudica causa principale del crollo alla radice dell'intero sistema industriale e manifatturiero del paese meridionale. Terzo: la decapitazione di Napoli e Palermo, città capitali, e la parificazione delle uniche metropoli italiane a Cuneo e a Vercelli: peggio di due eruzioni del Vesuvio e di quattro terremoti di Messina. Quarto: la risoluzione di combattere la rivolta nelle campagne napoletane con il ferro e con il fuoco, cioè allo stesso modo dei generali di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. Quinto: la negazione degli stessi vantaggi di cui godeva Genova alla marina mercantile duosiciliana, dodicimila velieri e numerosi vapori, a cui precedentemente il governo borbonico assicurava benefici pari a quelli di cui godevano le marine d'Inghilterra e di Francia.

Incidentalmente, vorrei ricordare che dopo queste misure la Casa di don Carlo Rothschild, che s'era impiantata a Napoli al tempo dell'occupazione austriaca, e che vi aveva sviluppato importanti attività creditizie, tagliò i ponti e si trasferì credo a Londra.

Morto Cavour nel giugno dello stesso 1861, i suo successori e aventi causa moltiplicarono l'insultante opera di devastazione. I beni della Chiesa, costituenti non il valore attribuito di circa mezzo miliardo, ma un valore effettivo di oltre un miliardo e mezzo (in un tempo in cui il bilancio annuale dello stato italiano non toccava i 160 milioni), vennero praticamente regalati a una società di profittatori del regime, alla cui testa c'erano i vecchi sodali di Cavour Giuseppe Balduino, Pietro Bastogi e Carlo Bombrini. Fu lo scjalo. L'identico scjalo che la speculazione tosco-padana già aveva instaurato con le ferrovie meridionali e con il monopolio dei tabacchi, e che di lì a non molto prolungherà con le società di navigazione, con le acciaierie e la cantieristica navale. In tale turbinio di imbrogli, il governo torinese riuscì anche a chiudere l'officina di Pietrarsa che, nel 1863, il direttore del ministero dell'industria, il milanese ingegner Giuseppe Colombo (futuro fondatore della società elettrica Edison) giudicò essere l'unico impianto esistente in Italia atto a produrre materiale ferroviario. Riuscì anche a chiudere la fonderia della Ferdinandea e le officine meccaniche di Mongiana affermando che il loro esercizio era antieconomico. La cosa era tanto vera che, una ventina d' anni dopo, il patrio governo le regalò al sedicente conte Breda, un mangione ancora non noto al tempo di Cavaour, il quale le usò per fondare l'italica acciaieria di Terni, di cui l'impareggiabile patrio ammiraglio, Benedetto Brin, seppe fare un'elegante voragine di soldi pubblici. In ciò seguito dall'imparziale e finalmente democratico governo di Giovanni Giolitti, questa volta, però, con i dollari che gli emigrati mandavano da New York.

Ma, in verità, la spoliazione del visibile non fu il costo maggiore. Quest'ultimo si configurò nel corso degli anni e si realizzò (uno) con il drenaggio dell'argento meridionale, in cui era incorporato il capitale commerciale del paese duosiciliano, e (due) con l'indebitamento dei meridionali a futura memoria. Il meccanismo ha il sapore di una di quelle scaltrite truffe per cui vanno celebri le Maghe di Milano, e tuttavia rappresenta una delle autentiche patrie glorie. Fatta l'Italia, il Galantuomo, quello che voleva fare gli italiani senza neppure saperne la lingua, il figlio non primogenito di un povero macellaio fiorentino, che lo aveva ceduto per poche lire ai Savoia, prese a spendere cifre inaudite per comprare cannoni e corazzate. Qualche anno dopo, l'indebitamento pubblico superava i quattro miliardi e mezzo. Come se l'Italia di oggi non avesse due milioni di miliardi di debito pubblico, ma venti milioni di miliardi (il conto in euro lo faccia Ciampi). Il capitalismo padano (o italiano, che dir si voglia) non è nato producendo, ma fregando lo stato. Il quale, peraltro, era nato proprio con la funzione esplicita d'arricchire Lor Signori. Ascoltate come. Vi assicuro che non si tratta di una favola. Le cartelle del tesoro ( i Bot del tempo) erano la promessa di pagare cento lire alla scadenza, più un interesse annuo del cinque per cento. Siccome la fiducia in uno stato, nato già pesantemente indebitato, era scarsa, le cartelle venivano collocate sul mercato con lo sconto: cinquanta lire invece che cento. A comprarle non erano tanto i privati quanto le banche private. Comunque sia, al prezzo di cinquanta lire, l'interesse annuo effettivo non era più del cinque per cento, ma del dieci per cento. Il guadagno era grosso, e non finiva lì. Per spiegare il marchingegno, è opportuno premettere che la moneta ufficiale era la lira d'oro o d'argento. Però, in circolazione, d'oro e d'argento c'era ormai ben poco. Solo i duosiciliani opponevano una resistenza tardiva allo scippo dei loro ducati d'argento, ovviamente di (detestato) conio borbonico. La circolazione effettiva era costituita da banconote fiduciarie emesse dalla Banca nazionale - un'istituzione che volle rimanere privata - alla quale nel 1866 il governo (anzi il patriota napoletano professor Antonio Scialoja, ministro delle finanze in Torino) aveva accordato il corso forzoso, cioè la facoltà (per la Banca Nazionale) di non convertire in lire metalliche i suoi biglietti. Biglietti che peraltro neanche i padani volevano, tant'è che, sulla piazza di Milano, per avere 100 lire oro bisogna dare 125 in biglietti della Nazionale.

Questa patriottica istituzione (dico la Banca Nazionale), pupilla degli occhi del Conte, nostro patrio padre, era l'unica a sapere come sarebbe finita. Più carta avrebbe emesso, più ricca si sarebbe ritrovata. Cosicché faceva di tutto per aiutare lo stato a indebitarsi. Lo faceva in questo modo: anticipava 100 lire in biglietti a chi le lasciava in deposito una cartella del debito pubblico, che in effetti ne valeva solo cinquanta. Chi aveva ottenuto le cento lire, di cartelle ne comprava due (lire 50 ciascuna) e le riportava in Banca per ottenere 200 lire in prestito. Le quali 200 lire, spese nuovamente, acquistavano quattro cartelle. La magia continuava: otto, sedici, trantadue… xn. Avendo speso 50 lire, al quinto giro si avevano già 800 lire di credito verso lo stato, più 40 lire annue d'interesse. Insomma, una catena di Sant'Antonio in piena regola. Alle spalle del contribuente. Ad arricchire, anzi a diventare i veri padroni dello stato nazionale italiano, furono la Banca Nazionale e i suoi consorti padani.

Ovviamente furono gli italiani a pagare la vertiginosa cifra ascendente, sul finire del secolo, a ben 13 miliardi in conto capitale e a poco meno di un miliardo di interessi annui (al tempo in cui un pane costava trenta centesimi). Ma quali italiani? Quei poveri disgraziati che, come racconta Nitti, erano costretti a emigrare perché il peso delle tasse sabaude aveva tolto loro il pane di bocca.

F.S. Nitti, che pure lo sapeva meglio di chiunque, non ci informa invece che con le loro rimesse in valuta, quei poveracci, oltre a pagare il debito pubblico, spingevano in su il cambio della lira, tanto da portarla a un apprezzamento del cinque per cento sul franco francese. La qual cosa consentì ai signori Agnelli, Pirelli, Perrone, Falk e ad altri Loro Eccellentissimi Colleghi di procurarsi macchine e impianti moderni in Inghilterra, Germania e Stati Uniti.

Il contributo del povero Sud alla formazione del capitalismo padano è stato notevolmente più alto che quello del ricco Nord. Il tutto in cambio di calci dove il sol non luce..."

26 settembre, 2006

ADOZIONI A DISTANZA



REGALA UN SORRISO A TANTI BAMBINI

Fratel Matteo ha conosciuto Madre Teresa negli anni Settanta quando ella iniziava la fondazione della Nirmala Hrudaya Bhavan a Vijayawada, Andhra Pradesh, India (1973, 76). All'epoca fratel matteo era preside di una scuola a Vijayawada. Da allora ambedue hanno avuto buoni rapporti di amicizia. Dopo la venuta di Fratel Matteo in Italia, ella gli disse una volta: "Ogni nuova adozione a distanza che fai con l'aiuto dei tuoi collaboratori, sembra una cosa piccola, ma in realtà è un investimento sicuro e duraturo per il progresso dei Popoli, specialmente per un Paese immenso come l'India. Quindi, non stancarti mai di parlare dell'adozione a distanza ai tuoi amici in Italia." L'adozione a distanza è un'iniziativa di solidarietà concreta, efficace e diretta che permette ad un bambino di andare a scuola, curarsi e crescere nel proprio Paese, con la propria gente. Ricordiamo l'esortazione di Siracide, "Figlio, non rifiutare il sostentamento al povero. Non negare un dono al bisognoso. Non respingere la supplica di un povero, se è in tuo potere il farlo". Ecco, più di 4.600 bambini bisognosi bussano alla tua porta. Tendi la tua mano in soccorso di uno di questi bambini bisognosi. Il Signore, che non si lascia vincere in generosità, ti darà la ricompensa.


Patrona della nostra attività ONLUS "ADOZIONE A DISTANZA"
DESTINATARI
Sono i bambini provenienti da famiglie con problemi, costrette a vivere in condizioni di estrema povertà. A questi bambini, attraverso il nostro progetto di sostegno scolastico a distanza, diamo la possibilità di essere istruiti e di ottenere un titolo di studio che li aiuti a trovare un lavoro per vivere dignitosamente nel proprio paese. Attualmente abbiamo le richiete di circa 4.600 bambini che sperano di essere adottati a distanza.Vi invitiamo a dare un aiuto concreto ai bambini e alle loro famiglie sofferenti.L'adozione a distanza è anche un mezzo efficace per prevenire l'emigrazione irregolare.


Da due mesi io e il mio ragazzo abbiamo adottato un bambino indiano di cinque anni, Abin.
E’ un’esperienza davvero emozionante, e mi rivolgo a tutte quelle persone che hanno un’animo nobile e generoso, se potete, adottate un bambino, farete del bene non sono al piccolo,ma anche a voi stessi.

Fonte http://www.adozioniadistanza.net/

La mafia al Nord - Note a margine


Non mi ci sono soffermato granché, ma ho notato che ieri sera su Canale5 in prima serata c'era l'ennesima fiction sulla mafia.
Non so se fosse bella o brutta, meritevole o meno, non ne conosco neppure il titolo: ma negli unici pochi secondi che ho intravisto, c'era un giudice siciliano che, parlando con la sua donna, diceva che la mafia sta cambiando, che si sta spostando verso il nord-Italia perché è là che ci sono i soldi...


Ripensandoci stamattina, volevo sottolineare una cosa: viene sempre evidenziato come i mafiosi abbiano interesse ad investire i proventi delle loro lucrosissime attività illecite in posti ricchi ed ordinati, come può essere il nord-Italia, o più ancora la Svizzera.

Mentre viene, guarda caso, quasi sempre ridimensionato il punto di vista opposto, assai più inquietante: i banchieri/imprenditori/potentati dei posti ricchi di cui sopra, non solo non si scandalizzano affatto di vedere arrivare tanto "denaro sporco" nelle loro mani, ma anzi lavorano perché questo avvenga!
Lavandosi la coscienza che pecunia non olet, che la mafia ormai è un'azienda vera e propria che ha diritto di reinvestire i propri utili, e così via.

Lo smantellamento dell'antico e solido sistema bancario del Sud suggerisce appunto che l'incontro tra gli interessi dei mafiosi/imprenditori e quello dei banchieri "settentrionali" sia stato ben preparato ed assai proficuo e soddisfacente per entrambe le parti.


Potrò sembrare irriverente, ma voglio confessarvi questa mia sensazione: spesso si condanna e si deride la "diffusa illegalità/immoralità" delle popolazioni dell'Italia Meridionale, che accettano il sistema criminale e lo coprono persino con l'omertà.
Ma a me pare, ancora una volta, che le cose stiano un po' diversamente: se nel Sud, distrutto e mortificato dall'unificazione della penisola, le persone sanno ancora distinguere i mafiosi/camorristi/delinquenti dalle cosiddette "persone perbene" (benché i primi rimangano intoccabili e pericolosi per l'incolumità dei secondi, che quindi frequentemente si rassegnano a convivere con loro), al Nord la situazione è un po' più sporca: la classe ricca/potentata è purtroppo sempre di più una "mafia dall'aspetto più gradevole", e le "persone perbene", allo stesso tempo, sono una categoria i cui confini sono sempre più difficili da delineare: infatti essi, per i "mafiosi gradevoli", non hanno quel SACRO DISPREZZO che le persone perbene del Sud hanno.
Al contrario, chi diventa ricco e fa carriera è generalmente degno di stima e rispetto incondizionati, soprattutto se il suo accento non è terrone, e quindi "in odore di mafia"...

Quindi si crea un'incredibile confusione tra Bene e Male, più evidente al Nord che al Sud, anche se bisogna dire che tutta l'Italia in questo ha ormai una triste ma meritata pessima fama nel mondo.

In più, la fittizia distinzione politico-morale che si è creata solo in Italia tra destra e sinistra (qualcuno infatti avrà probabilmente pensato che mi riferissi SOLO a Berlusconi o alla destra...), confonde ancora di più le acque, inducendo le persone (storicamente, dal dopoguerra) a dare al proprio partito politico un contenuto morale ed idealistico che non solo non ha, ma che nemmeno deve avere...

Perverso, eh?

25 settembre, 2006

Riuscirà l'Italia a tirare fuori dall'armadio il peggiore tra i suoi scheletri?

Non voglio essere prematuro, ma mi sembra di avvertire che il tempo in cui il vento della verità soffierà sull'Italia e spazzerà via le nubi grigie che la soffocano, stia finalmente per arrivare...


Giacinto De' Sivo è il più autorevole tra gli storici contemporanei ai fatti del risorgimento, che ha lasciato documenti fondamentali per ricostruire quelle vicende, al di là delle nebbie ideologiche, aiutandoci a ristabilire la verità.

Ma a parte i suoi libri, a me piace questa sua frase, forse un po' sentimentale, però esemplificativa dei fatti, e dell'orgoglio napolitano che è stato mandato in frantumi per costruire uno Stato italiano da operetta.


Preventive Peace - Il Papa incontra leader islamici

Un buon esercizio di igiene intellettuale è quello di leggere ed ascoltare SOLO le parole pronunciate DIRETTAMENTE dal papa e dagli altri leader da lui invitati, evitando le parole e i commenti di politici, giornalisti ecc.
Sia di quelli del "nostro mondo" (l'Occidente) sia del "loro mondo" (il mondo arabo).

In questo modo le manipolazioni ai nostri danni diventano più difficili...

Questo è il saluto del Papa:




«Signor Cardinale, Signore e Signori Ambasciatori, cari amici musulmani, sono lieto di accogliervi in quest'incontro da me auspicato per consolidare i legami di amicizia e di solidarietà tra la Santa Sede e le Comunità musulmane del mondo. Ringrazio il Signor Cardinale Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, per le parole che mi ha rivolto, come pure tutti voi per aver risposto al mio invito. Ben note sono le circostanze che hanno motivato questo nostro appuntamento, e su di esse ho già avuto occasione di intrattenermi durante la passata settimana. In questo particolare contesto, vorrei oggi ribadire tutta la stima e il profondo rispetto che nutro verso i credenti musulmani, ricordando quanto afferma in proposito il Concilio Vaticano II e che per la Chiesa Cattolica costituisce la Magna Charta del dialogo islamo - cristiano: «La Chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti anche nascosti di Dio, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce» (Dichiarazione Nostra aetate, n. 3).

Ponendomi decisamente in questa prospettiva, fin dall'inizio del mio pontificato ho auspicato che si continuino a consolidare ponti di amicizia con i fedeli di tutte le religioni, con un particolare apprezzamento per la crescita del dialogo tra musulmani e cristiani (cfr Discorso ai Delegati delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e di altre Tradizioni religiose, Oss. Rom. 26 aprile 2005, pag. 4).

Come ebbi a sottolineare a Colonia lo scorso anno, «il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi a una scelta del momento. Si tratta effettivamente di una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro» (Discorso ai Rappresentanti di alcune comunità musulmane, Oss. Rom. 22 - 23 agosto 2005, pag. 5). In un mondo segnato dal relativismo, e che troppo spesso esclude la trascendenza dall'universalità della ragione, abbiamo assolutamente bisogno d'un dialogo autentico tra le religioni e tra le culture, un dialogo in grado di aiutarci a superare insieme tutte le tensioni in uno spirito di proficua intesa. In continuità con l'opera intrapresa dal mio predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, auspico dunque vivamente che i rapporti ispirati a fiducia, che si sono instaurati da diversi anni fra cristiani e musulmani, non solo proseguano, ma si sviluppino in uno spirito di dialogo sincero e rispettoso, un dialogo fondato su una conoscenza reciproca sempre più autentica che, con gioia, riconosce i valori religiosi comuni e, con lealtà, prende atto e rispetta le differenze. Il dialogo interreligioso e interculturale costituisce una necessità per costruire insieme il mondo di pace e di fraternità ardentemente auspicato da tutti gli uomini di buona volontà. In questo ambito, i nostri contemporanei attendono da noi un'eloquente testimonianza in grado di indicare a tutti il valore della dimensione religiosa dell'esistenza.

È pertanto necessario che, fedeli agli insegnamenti delle loro rispettive tradizioni religiose, cristiani e musulmani imparino a lavorare insieme, come già avviene in diverse comuni esperienze, per evitare ogni forma di intolleranza ed opporsi ad ogni manifestazione di violenza; è altresì doveroso che noi, Autorità religiose e Responsabili politici, li guidiamo ed incoraggiamo ad agire così. In effetti, ricorda ancora il Concilio, «sebbene, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il sacrosanto sinodo esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonchè a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (Dichiarazione Nostra aetate, n.3).

Gli insegnamenti del passato non possono dunque non aiutarci a ricercare vie di riconciliazione perché, nel rispetto dell'identità e della libertà di ciascuno, diamo vita a una collaborazione ricca di frutti al servizio dell'intera umanità. Come il Papa Giovanni Paolo II affermava nel suo memorabile discorso ai giovani a Casablanca, in Marocco, « il rispetto e il dialogo richiedono la reciprocità in tutti i campi, soprattutto per quanto concerne le libertà fondamentali e più particolarmente la libertà religiosa. Essi favoriscono la pace e l'intesa tra i popoli» (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2, 1985, pag. 501). Cari amici, sono profondamente convinto che, nella situazione in cui si trova il mondo oggi, è un imperativo per i cristiani e i musulmani impegnarsi nell'affrontare insieme le numerose sfide con le quali si confronta l'umanità, specialmente per quanto riguarda la difesa e la promozione della dignità dell'essere umano e i diritti che ne derivano. Mentre crescono le minacce contro l'uomo e contro la pace, riaffermando la centralità della persona e lavorando senza stancarsi perché la vita umana sia sempre rispettata, cristiani e musulmani rendono manifesta la loro obbedienza al Creatore, la cui volontà è che tutti gli esseri umani vivano con quella dignità che Egli ha loro dato.

Cari amici, auspico di vero cuore che Dio misericordioso guidi i nostri passi sui sentieri d'una reciproca e sempre più vera comprensione. Nel momento in cui i musulmani iniziano l'itinerario spirituale del mese di Ramadam, rivolgo a tutti i miei cordiali voti augurali, auspicando che l'Onnipotente accordi loro un'esistenza serena e tranquilla. Che il Dio della pace colmi con l'abbondanza delle sue benedizioni voi e le comunità che rappresentate».

23 settembre, 2006

LUCA COSCIONI - IL MARATONETA



«Ogni limitazione della conoscenza, della ricerca scientifica in nome di pregiudizi ideologici è un contributo al perpetuarsi di dolore e sofferenze.»
LUCA COSCIONI

Faccio mie le parole di Luca Coscioni.Il suo libro e' da leggere con attenzione, perche' si abbia idea di cosa si parla quando si affrontano determinati argomenti tipo la bioetica. Il mio pensiero a Luca Coscioni. UN GRANDE ITALIANO



Luca Coscioni nasce il 16 luglio 1967 a Orvieto. E' proprio dalla sua città natale che parte il suo impegno politico quando nel 1995 viene eletto consigliere comunale. Lo stesso anno si ammala di sclerosi laterale amiotrofica (malattia nota anche come morbo di Lou Gehriggli) e decide di dimettersi.

Trascorre alcuni anni passando da un ospedale a un altro, da un ricovero a un altro, dalla speranza alla disperazione, fino a quando gli viene definitivamente confermata la diagnosi iniziale.

Nel 1999 decide di candidarsi alle elezioni amministrative. Questo è il momento in cui ha comincia a reagire veramente alla malattia e a rinnovare quella passione per la politica che non aveva più alimentato. Nel mese di luglio dello stesso anno, navigando su internet, scopre il sito dei Radicali, www.radicali.it, e comincia ad interessarsi alle iniziative e alla storia di questo partito con grande interesse e attenzione.

Nell'aprile 2000 è candidato della Lista Bonino alle elezioni regionali in Umbria. Nel mese di agosto del 2000 i Radicali lanciano le prime elezioni on-line per eleggere 25 nuovi membri del Comitato di Coordinamento dei radicali. E' così che inizia la sua avventura politica con Marco Pannella e Emma Bonino.

Nel mese di dicembre dello stesso anno viene eletto nel Comitato e nel mese di Febbraio del 2001 interviene per la prima volta con il suo sintetizzatore vocale durante i lavori del Comitato a Chianciano. A conclusione della riunione, il Comitato fa propria una mozione che impegna il movimento nella battaglia per la libertà di ricerca scientifica.

Il 13 febbraio 2001 Luca Coscioni interviene all'audizione convocata dalla Commissione Temporanea sulla Genetica Umana e le Biotecnologie del Parlamento Europeo, tenutasi al fine di raccogliere il punto di vista di chi è colpito da malattie genetiche. Il suo intervento colpisce molto i commissari e i parlamentari, risollevando il dibattito europeo sulla clonazione terapeutica e l'utilizzo delle cellule staminali degli embrioni soprannumerari. In occasione delle ultime elezioni politiche Marco Pannella e la direzione dei radicali propongono a Luca Coscioni di essere il capolista delle liste Emma Bonino nel proporzionale. Nel frattempo il Comitato dei radicali lo elegge all'unanimità Presidente.

Durante i mesi di campagna elettorale 48 Premi Nobel e oltre 500 scienziati e ricercatori di tutto il mondo sostengono la sua candidatura portando all'attenzione dell'opinione pubblica il confronto laico su temi fino ad allora mai presi in seria considerazione da nessuna forza politica.

Luca Coscioni è morto il 20 febbraio 2006: la triste notizia è stata data in diretta a Radio Radicale da Marco Pannella.

Da caso pietoso a caso pericoloso: storia di una battaglia di libertà

Non può parlare ne’ muoversi, ma conduce la sua battaglia con la tenacia del maratoneta e la forza di Superman. Il suo nome è Luca Coscioni, e con il Superman americano Christopher Reeve, con Nancy Reagan e con Michael J.Fox, lotta per il diritto di tutti i malati del mondo alla libertà di terapia e di coscienza.
La ricerca sulle cellule staminali embrionali potrebbe un giorno curare patologie mortali come il Parkinson, l’Alzheimer, la sclerosi. Potrebbe curare, soltanto in Italia, 10 milioni di vite. Ma le pressioni clericali tentano ovunque di bloccarla. Tocca alla politica decidere quali saranno i vincitori: i difensori di una scienza laica o i talebani della legge etica, Superman o il Vaticano.
Questo libro è la voce di chi vuole separare, oggi più di ieri,la religione dallo Stato. Di chi vuole una ricerca libera dalla schiavitù dei fondamentalismi, che sono gli stessi dei roghi e delle inquisizioni. Luca Coscioni ci ricorda che siamo tutti chiamati a scegliere su una questione di vita o di morte. E che la scelta non può aspettare.

brani tratti da

LUCA COSCIONI
IL MARATONETA



IO, LUCA

La voce degli alberi
Certe volte mi domando perché mi sono ammalato di sclerosi
laterale amiotrofica. Perché questa malattia sia toccata a me e
non a qualcun altro. Perché a 28 anni e non più tardi, magari
a 50 o, meglio ancora, a 70 anni, come accade nella maggior
parte dei casi. Perché. A questi interrogativi non mi è possibile
rispondere. Poi mi domando cosa mi sarebbe successo se fossi
nato in un paese che noi occidentali definiamo ipocritamente
in via di sviluppo o a basso reddito. Per capirci meglio, in uno
di quei paesi in cui ancora oggi la gente muore di fame, è uccisa
dalla dissenteria, crepa per una banale influenza. A quest’ultimo
interrogativo mi è invece possibile rispondere. Non sarei
arrivato ai miei 31 anni. Sarei morto di fame, sarei stato ucciso
dalla dissenteria, sarei crepato per una banale influenza.
Oppure, molto più semplicemente, mi sarei spento così come
si spegne una candela quando si esaurisce la cera, per mancanza
di Speranza e di Amore.
Non privare mai un uomo dell’Amore e della Speranza, quest’uomo
cammina ma in realtà è morto.
Il vento è molto forte. Soffia da nord-est ed è rasente il terreno
sabbioso. La motocicletta è al massimo dei giri e non riesce a
superare i novanta chilometri orari. Il rumore ovattato e metallico
del monocilindrico a quattro tempi è modulato a tratti dall’intensificarsi
delle raffiche di vento. Sono l’ultimo della carovana
dei motociclisti. Ho freddo e decido di fermarmi. Spengo
il motore della moto, posiziono il cavalletto laterale e scendo
lentamente dalla mia tre e cinquanta. Durante il mese di gennaio
le temperature nel Deserto del Sahara raggiungono i valori minimi e il freddo si fa sentire sul serio. Soprattutto se si viaggia
in moto. Sfilo i guanti ed il casco, li appoggio sul sellino e
comincio a camminare. Non so dove sto andando. Le gambe si
muovono da sole. Il corpo le segue senza opporre alcuna resistenza.
La mente non ha pensieri. Mi fermo dopo aver percorso
qualche centinaio di metri. Guardo verso nord. Il confine con
la Tunisia è a duemila chilometri di distanza. Oltre la Tunisia, il
blu del Mediterraneo e poi l’Italia. Ruoto su me stesso di centottanta
gradi e indirizzo lo sguardo verso sud. Davanti a me
deserto e poi ancora deserto. Tamanrasett e il massiccio dell’Hoggar
sono ormai luoghi lontani. Sono solo. Finalmente
solo. Percepisco soltanto sabbia e vento e sole. Non sento più
freddo. Respiro profondamente e chiudo gli occhi. L’aria fresca
del Plateau du Tademait penetra dolcemente nei miei polmoni.
Il sole, alto e luminosissimo, passa attraverso le palpebre abbassate
e diffonde il suo rosso tepore in tutto il mio corpo. Il vento
accarezza con forza i miei capelli ed il mio viso. E muove i miei
pensieri. Il deserto è un luogo unico. Le emozioni che suscita
sono irripetibili e indescrivibili. La mente si purifica e diviene
chiara, trasparente, limpida, come mai lo è stata. Puoi ascoltare
nel silenzio più assoluto il tuo respiro e accorgerti che sei soltanto
respiro, che il tuo corpo, la tua mente, il tuo cuore, il soffio
vitale che è in te ora sono un tutt’uno. Sei immerso nell’Erg,
ne fai inevitabilmente parte. In questo luogo di trascendenza,
l’ateo prega ed il credente perde il suo Dio. In questo luogo di
materia, non c’è materia. Un solo granello di sabbia contiene
tutto lo scibile umano, la Terra, la Luna, il Sole e le Stelle. L’Universo
è sul palmo della tua mano. In questo luogo sacro, sei
solo ma non provi solitudine. Sei Sacerdote di un Tempio che
non è stato edificato dall’uomo e che non ha colonne o confini.
Il vento si sta intensificando e comincia ad alzare con maggiore
decisione la sabbia color oro del Plateau. Mi appresto a ripartire.
Accendo la moto e comincio a ripercorrere la Transahariana
in direzione nord per ricongiungermi ai miei compagni di viaggio.
Sergio e Sandro forse si sono fermati ad aspettarmi. Lascio
i miei pensieri in un punto dell’Erg a duemila chilometri di
distanza dal confine con la Tunisia. Credo di lasciarli in una
zona del Sahara algerino sospesa tra i flutti del Mediterraneo ed
il cuore montuoso dell’Hoggar. Li porto inconsapevolmente
con me nel viaggio di ritorno verso le porte dell’Europa.
Lo scooter elettrico si sposta silenziosamente sulla stradina di
campagna. Le sue tre piccole ruote lasciano dei segni chiari,
quasi argentei, sul verde dell’erba umida. Paiono le tracce
lasciate dal passaggio di una lenta lumaca. Le nubi, gonfie di
pioggia, ed il temporale si stanno pian piano avvicinando. Il
vento, teso e piacevolmente freddo, porta con sé il profumo
dell’acqua di un temporale di fine settembre. In lontananza,
in direzione nord, i lampi aprono varchi luminosi nel nero
cupo delle nuvole. Ad ovest il sole sta tramontando ed i suoi
ultimi raggi si stagliano contro alcune nubi bianche che sembrano
voler congiungersi alle buie sorelle del temporale
incombente. Vorrei scendere e camminare e abbracciare il vento,
ma non posso. Mi piacerebbe andare incontro al temporale
correndo, ma non posso. Vorrei innalzare un inno a questo
spettacolo meraviglioso, ma le parole mi nascono nel cuore e
mi muoiono in bocca. Dovrei essere uno spirito libero per
poter gioire, ora. Sono invece un uomo provato dalla Sofferenza
e dalla perdita della Speranza. Non sono solo, ma provo
solitudine. Non è freddo, eppure provo freddo. Tre anni fa mi
sono ammalato ed è come se fossi morto. Il Deserto è entrato
dentro di me, il mio cuore si è fatto sabbia e credevo che il mio
viaggio fosse finito. Ora, solo ora, comincio a capire che questo
non è vero. La mia avventura continua, in forme diverse.
Nove anni fa, nel Deserto del Sahara, stavo cercando qualcosa.
Credevo di essere alla ricerca di me stesso e mi sbagliavo. Pensavo
di voler raggiungere un traguardo e mi sbagliavo. Quello che
cercavo non era il mio ego o un porto sicuro, ma una rotta verso
quella terra per me così lontana dove abitano Amore e Speranza.

Noi che non possiamo
aspettare

Per scrivere una parola. Mediamente, impiego 30 secondi per
scrivere una parola. Questo, di fatto, significa che, per me, le
parole sono una risorsa scarsa. Rispetto a quando stavo bene e
potevo liberamente disporre della mia voce, il mio modo di
scrivere e, in parte, di pensare, ha subìto dei cambiamenti.
Trovandomi costretto a fare economia di parole, devo puntare
con decisione a quei concetti che ho definito, per comodità,
conclusivi. Certo, questo modo di scrivere ha fatto perdere ai
miei scritti una buona parte della loro ricchezza e complessità,
tuttavia è possibile, anche in questa condizione di restrizione
della mia libertà espressiva, un vantaggio, quello di dover puntare
al cuore di un problema, o di un tema, con il minor numero
possibile di battute, che mi costringe, letteralmente, ad essere
chiaro con me stesso, prima ancora di esserlo con gli altri.
“Vita o morte, civiltà o violenza”.Noi chiediamo il confronto
democratico sulla clonazione terapeutica, la libertà di ricerca
scientifica, l’utilizzazione degli embrioni soprannumerari, l’eutanasia,
la libertà e la responsabilità nell’assistenza personale ai
disabili gravissimi, la terapia del dolore, così come su tutto ciò
che è stato espulso dal dibattito politico. L’onorevole D’Alema
ci scrive chiedendoci di sospendere la nostra lotta, ritenendo
che i nostri argomenti, proprio perché interrogano la coscienza
individuale, sono “questioni che non si possono ridurre a
campo di scontro in una campagna di per sé tesa e difficile”.
All’onorevole D’Alema io rispondo che la politica, nel bene o
nel male, è tutto questo. È vita o morte, civiltà o violenza. Alla
violenza di questa cinica esclusione dei diritti fondamentali dei
cittadini, rispondo io con il mio corpo, che gli oscurantisti, gli
integralisti politici clericali e verdi, vorrebbero costringere in
un gigante di pietra; risponde Emma con la sua sete di verità,
rispondono i premi Nobel e gli scienziati.
Il primo nemico della coscienza religiosa. Sono Presidente
del Comitato dei radicali. 50 premi Nobel della scienza e della
cultura, circa 500 scienziati, ricercatori, accademici di tutto
il mondo sono accorsi per sostenere la mia candidatura di capolista
delle Liste Bonino, precedendo Marco Pannella, come già
fu per Leonardo Sciascia ed Enzo Tortora, in Emilia Romagna,
Lazio, Umbria.
Per molti politici e potenti… sono uno scandalo, sono strumentalizzato.
Perché non provano anche loro a strumentalizzare
altri, milioni di altri malati, come sono io? Per l’onorevole
Gasparri ed altri liberali di sinistra, destra, centro come lui,
lo scandalo è che io viva, che io non sia solamente un oggetto
di cure, e un soggetto che vive e lotta, con altri, per la sua vita
e quella di milioni di altri. Cosa farei in Parlamento, ridotto
apparentemente come sono? Mobiliterei tutti, nel mondo, a
partire dall’Italia, per far approvare una legge, più leggi, per
difendere la libertà della ricerca scientifica, per sostenerla, per
regolamentarla, rafforzarla, non per proibirla, per impedire
l’infamia di gettare nella spazzatura 30.000 embrioni, invece
che farne occasione di vita, di guarigione, come si è deciso in
Italia. E questo non è che un esempio, un’occasione per battere
quel potere clericale e reazionario contrario intimamente, in
primo luogo, alla libertà di coscienza, di religiosità, che in Italia
ci ha ridotto al centotreesimo posto nel mondo per la terapia
del dolore, facendo della morte all’italiana un mostro, come
il divorzio all’italiana, per cui l’incubo non è nella morte, come
ha detto Montanelli, ma nel morire cui ci condannano. Farei
approvare, con i miei compagni radicali, quella regolamentazione
dell’eutanasia, che oggi si pratica incontrollata, clandestina
e proibita, che l’85% degli olandesi ha approvato, perché
informati, mentre in Italia il popolo continua ad essere la misura
politica dei due Poli, anche in questo tanto uniti quanto rissosi
per spartirsi il bottino dell’ignoranza e di voti, che sperano
di ottenere tappando la bocca ai radicali. Insomma, non
sarebbe più necessario, se le donne e gli uomini liberi e di buona
volontà fossero informati, l’eroismo, il sacrificio di alcuno.
Un muto restituisce la parola a 50 premi Nobel. Alcune persone
che si contano sulla punta delle dita sostengono che io sia
stato strumentalizzato. A questi rispondo che proprio io, muto,
ho, in realtà, restituito la parola a 50 premi Nobel, e a centinaia
di scienziati di tutto il mondo, anche loro resi muti, in Italia, dal
silenzio della politica ufficiale e del sistema informativo, su temi
fondamentali per la vita, la salute, la qualità della vita, e la morte,
dei cittadini italiani (…) La circostanza che una persona gravemente
malata, che non può camminare, che per comunicare è
costretta ad utilizzare un sintetizzatore vocale, viva pienamente
la propria esistenza, questa circostanza rischia di scuotere le
coscienze, le agita, le mette in discussione. Il fatto poi che io abbia
sollevato una questione politica, che non abbia accettato di rappresentare
un cosiddetto caso umano, che abbia scelto lo strumento
della lotta politica, infastidisce enormemente. Perché, in
Italia, la persona malata, non appena una diagnosi le fa assumere
questo nuovo status, perde immediatamente elementari diritti
umani, e tale perdita è tanto maggiore, quanto poi più gravi
sono le condizioni di salute della persona in questione. La mia,
la nostra battaglia radicale per la libertà di Scienza, mi ha consentito
di riaffermare, in particolare, la libertà dell’elettorato passivo,
di poter essere eletto in Parlamento, per portare istanze delle
quali nessun’altra forza politica vuole, e può, essere portatrice.
La battaglia che mi ha scelto. La battaglia radicale, alla quale
sto dando spirito e corpo, è quella per le libertà, e in particolare
quella di ricerca scientifica. È una battaglia radicale che non ho
scelto, così come Marco Pannella non mi ha scelto e designato
alfiere, portabandiera della libertà di Scienza. È una battaglia
radicale che mi ha, ci ha scelto. La stiamo combattendo, così
come si vive un’esistenza, percorrendola, sapendo che non la si è
scelta, ma che se ne può essere gli artefici nel suo divenire.
Invettiva agli ipocriti. Voglio affrontare un argomento che
credo sia di un certo interesse, almeno per me. Mi sono spesso
domandato quale potesse essere il significato della mia esistenza,
e il contributo che avrei potuto dare a me, e ai radicali italiani.
La risposta è al tempo stesso semplice e complessa, così
come semplici e complessi sono tutti i fatti della vita di una
persona. Dopo questo lungo pippone, ho optato per un taglio
conclusivo comico, in modo da non essere mandato a fare in
culo, prima della fine di questo mio, non breve, intervento.
In primo luogo, il significato della mia esistenza è quello di
viverla, così come mi è consentito, punto e basta. Nella mia
avventura radicale, la cosa più importante, che penso di essere
riuscito a realizzare, è quella di aver fatto di una malattia una
occasione di rinascita e di lotta politica. Di avere avuto la forza
e il coraggio di trasformare il mio privato in pubblico. Di
avere ribadito che la persona malata è innanzitutto persona, e
come tale ha diritto a vivere una esistenza piena, e libera, contro
il senso comune e le ipocrisie quotidiane che vorrebbero,
invece, relegarci in una terra di nessuno.
Che cosa può succedere quando ci si ritrova su una sedia a rotelle
e senza voce? Succede di tutto. Il silenzio si fa, però, parola,
anche se parola interiore.
Così, uscendo dall’albergo, per andare a piazza del Pantheon, mi
si avvicina una signora che, guardandomi le gambe, e non negli
occhi, mi domanda se sono sordo. Non posso parlare, ma la mia
voce interiore le dice: “Brutta imbecille, se mi guardassi negli
occhi, e non le gambe, non ti ci vorrebbe molto, a capire che ci
sento benissimo, anche se non ho nessuna voglia di ascoltare le
tue cazzate”. Tornando in albergo, il portiere domanda a Maria
Antonietta se posso salire da solo i tre gradini, sui quali non è stata
predisposta la pedana di accesso per i disabili. “Ma, brutto
testa di cazzo”, replica la mia voce interiore, “ti sembra che se
potessi farlo, me ne starei seduto su una sedia a rotelle?”. A Milano,
Vincenzo Silani, un neurologo squallido, che sta facendo di
tutto per opporsi al protocollo di studio nel quale sono stato
arruolato, incontrandomi un anno e mezzo fa, nonostante fossi
il paziente più grave, mi ha ricevuto per ultimo, facendomi passare
davanti anche quei pazienti che avevano un appuntamento
successivo al mio. Una volta entrato, non sapendo ancora chi
fossi, mi ha messo nelle mani del suo assistente. Con aria scocciata
mi ha poi spiegato che non c’era niente da fare, che si trattava
di una malattia incurabile, come se non lo sapessi già, e mi
ha consigliato di tornarmene a casa, dal momento che, di lì a
poco, non mi sarei nemmeno potuto più muovere. La mia voce
interiore gli ha risposto: “Grandissimo pezzo di merda, ho già
sepolto uno dei medici che mi ha fatto la diagnosi infausta, e non
è detto che non riesca a sopravvivere anche a te, che con le tue
parole false stai distruggendo la speranza di migliaia di malati,
che confidano nella ricerca sulle cellule staminali. La ragione per
la quale, tu macellaio, ti opponi a questa sperimentazione è tremenda,
non vuoi perdere le parcelle dei tuoi pazienti che, uno
dopo l’altro, ti stanno abbandonando”.
Ancora, questa volta a Roma, non direttamente a me, ma a
Maria Antonietta, c’è qualcuno che le chiede se posso o no scopare.
La mia voce interiore, risponde, nuovamente: “La sclerosi
laterale amiotrofica colpisce la muscolatura volontaria, e non
le funzioni sessuali. Certo, non posso fare tutte le posizioni del Kamasutra, ma me la cavo, brutto imbecille!”. La scorsa settimana,
mi sono recato in una sanitaria per ordinare la mia nuova
sedia a rotelle, quella con il supporto per la testa. Lì, ho
incontrato il marito di una malata di sclerosi laterale amiotrofica
che rivolgendosi, chiaramente, a Maria Antonietta, mi ha
detto: “Poverino, non è che al partito ti fanno strapazzare troppo?
E quando sei stanco, come fai?”. La mia voce interiore gli
ha risposto: “Primo, poverino un pezzo di cazzo! Secondo, sono
io ad avere deciso di strapazzarmi, non gli altri per me. Terzo,
siccome sono sempre molto stanco, tanto vale dare un senso
politico a questa stanchezza. Quarto, nonostante tua moglie sia
malata come me, non hai capito minimamente che tutto quello
che sto facendo è anche per lei, e non solo per me. Ma va a
fa’ nculo!”. C’è però una cosa che non mi è stata mai detta direttamente:
povero handicappato, sei stato strumentalizzato. Il
motivo è semplice. La mia voce interiore avrebbe chiamato il
mio avvocato, trasformandosi in un messaggio di posta elettronica,
per far partire una denuncia per diffamazione. Si sa, il
99 per cento delle persone è senza coglioni, e quando si tratta
di affrontarsi a viso aperto, gli occhi puntati negli occhi, non
ce la fa proprio, e allora abbassa lo sguardo.
Un vescovo col diavolo in corpo? La Commissione Dulbecco
ha espresso parere favorevole, a maggioranza, sulla utilizzazione
degli embrioni soprannumerari e, all’unanimità,
sulla clonazione terapeutica, la cosiddetta “Via italiana alla
clonazione”, che ha ricevuto il voto e il plauso del cardinale
Ersilio Tonini. Dall’altro lato, secondo il Vaticano, la ricerca
statunitense sarebbe un “atto del maligno”. Ne prendo atto,
segnalando però al Segretario di Stato vaticano che allora
anche il cardinal Tonini ha il diavolo in corpo, visto che è stato
uno dei più ferventi sostenitori della clonazione terapeutica
“all’italiana”.

Cari Rutelli e Berlusconi, e se i malati foste voi? Vorrei rivolgere
una domanda a Silvio Berlusconi e a Francesco Rutelli. Se
esistesse in Inghilterra una terapia basata sulle cellule staminali
embrionali, e uno dei loro figli potesse essere salvato da una
malattia come quella che ha colpito Gianluca Signorini e me,
invocherebbero il principio della sacralità degli embrioni, o li
porterebbero immediatamente in quel paese? Inoltre mi piacerebbe
anche sapere cosa dovrà fare chi non ha le disponibilità
monetarie e i poteri per poter emigrare, tra virgolette, all’estero.
Forse crepare in silenzio? La domanda è stata posta. Attendo con
fiducia una risposta.
Il disegno di legge in discussione al Senato è un testo pieno di
divieti. E come tale è politicamente e umanamente inaccettabile.
Vieta la fecondazione eterologa, la maternità surrogata, di
produrre più di 3 embrioni per ogni tentativo di fecondazione
medicalmente assistita. Vieta anche gli studi sugli embrioni.
Vieta addirittura la via italiana alla clonazione, che tanto era
piaciuta anche a Monsignor Tonini e al Ministro della salute
Sirchia, proprio perché consente la produzione di cellule staminali,
senza la formazione dell’embrione.
Noi che non possiamo aspettare. C’era un tempo per i miracoli
della fede. C’è un tempo per i miracoli della Scienza. Un
giorno il mio medico potrà, lo spero, dirmi: “Prova ad alzarti,
perché forse cammini”.
Ma non ho molto tempo, non abbiamo molto tempo.
E, tra una lacrima e un sorriso, le nostre dure esistenze non hanno
bisogno degli anatemi dei fondamentalisti religiosi, ma del
silenzio della libertà, che è democrazia. Le nostre esistenze hanno
bisogno di una cura, di una cura per corpi e spiriti.
Le nostre esistenze hanno bisogno di libertà per la ricerca scientifica.
Ma non possono aspettare.
Non possono aspettare le scuse di uno dei prossimi papi.

Perché la legge 40 mi riguarda personalmente:

Piergiorgio Welby
Soffro di Distrofia Muscolare Progressiva

Sono di:
Roma
Il mio nome è Piergiorgio, la mia storia è simile a quella di tanti altri distrofici.
Ricordare come tutto sia iniziato non è facile perché la memoria non è accumulazione ma selezione e catalogazione. Forse fu una caduta immotivata o il bicchiere, troppo spesso sfuggito di mano etc. ma quello che nessun distrofico può scordare è il giorno in cui il medico, dopo la biopsia muscolare e l'elettromiografia, ti comunica la diagnosi: Distrofia Muscolare Progressiva.
Questa è una delle patologie più crudeli; pur lasciando intatte le facoltà intellettive, costringe il malato a confrontarsi con tutti gli handicap conosciuti: da claudicante a paraplegico, da paraplegico a tetraplegico, poi arriva l'insufficienza respiratoria e la tracheotomia.
Il cuore, di solito, non viene colpito e l'esito infausto, come dicono i medici, si ha per i decubiti o una polmonite.
Io ho raggiunto l'ultimo stadio: respiro con l'ausilio di un ventilatore polmonare, mi nutro di un alimento artificiale (Pulmocare), parlo con l'ausilio di un computer e di un software.
Per anni e anni ho sperato che la ricerca scientifica trovasse un rimedio. Oggi, che le prospettive di una cura potrebbero, grazie agli studi sulle cellule staminali, sia adulte che embrionali, trasformarsi da speranza in realtà, sempre più ostacoli si frappongono sul cammino di una ricerca libera.
Questa malattia non è una maledizione biblica, è una malattia genetica che può essere sconfitta grazie alla diagnosi prenatale: i villi coriali, l'amniocentesi e soprattutto la diagnosi preimpianto.
In Italia ci sono oggi circa 2.000 bambini con distrofia muscolare Duchenne. L'incidenza della distrofia miotonica, la più comune distrofia muscolare dell'adulto, è di approssimativamente 135 casi ogni milione di nascite (maschi o femmine). L'incidenza della distrofia dei cingoli è di circa 65 casi per milione di nascite e quella della distrofia facioscapolomerale è ancora inferiore. Considerando insieme tutte le principali malattie neuromuscolari ereditarie, verosimilmente ne risultano colpiti in Italia circa 30 persone ogni 100.000 abitanti, ossia oltre 17.000 persone.
Se delle dispute capziose e, spesso, ideologiche dovessero ritardare la scoperta di una cura e condannare anche un solo bambino a vivere il dramma che io ho vissuto e sto vivendo...beh, pensateci! Pensateci questa estate quando vi tufferete, affronterete un sesto grado, percorrerete un sentiero con la mountain bike...

fonte
http://www.lucacoscioni.it

MOlto spesso si discute solo per produrre parole...

CARO PRESIDENTE...VOGLIO L' EUTANASIA

personalmente penso che chi voglia morire e in piena coscienza faccia questa scelta debba essere messo nella condizione di realizzare la sua volonta'. Cosa contano le dispute sociologiche, morali, legislative di fronte alla decisione fondamentale di un Uomo intorno al proprio destino?...NIENTE!

Lettera del co-presidente dell'associazione Luca Coscioni a Napolitano «Caro Presidente, lasciatemi morire» Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare, tenuto in vita dalle macchine, dice «è un testardo e insensato accanimento»



Piergiorgio Welby
ROMA - Caro presidente voglio l'eutanasia». «È quanto chiede Piergiorgio Welby, co-presidente dell'associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, malato di distrofia muscolare, al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nella lettera inviata giovedì, Welby scrive: «la mia volontà, la mia richiesta che voglio porre nelle sedi politiche e giudiziarie è poter ottenere l'eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini sia data la stessa oppurtunità che è concessa agli svizzeri, belgi, olandesi». Welby è tenuto in vita dalle macchine e lui stesso dice che «è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche».
APRIRE UN CONFRONTO CON LE ISTITUZIONI - Marco Cappato (Rnp) si fa portavoce di «questa battaglia». «Va aperto un confronto con le istituzioni sulla proposta dell'eutanasia. È ancora l'ultimo tabù della politica italiana per questo interpelliamo la classe politica per aprire questo dibattito. È un'urgenza per Welby, ma è anche un'urgenza politica che i pone alle istituzioni del Paese. Il nostro impegno è quello di sbloccare l'iter parlamentare per la riforma del testamento biologico e incardinare anche una proposta per l'eutanasia».
PANNELLA: «URGENZA CIVILE» - Anche per Marco Pannella si tratta di una questione di «urgenza civile, politica e morale che come direzione della Rosa nel Pugno proporremo alla politica». Per Rita Bernardini, tesoriera della Rosa nel Pugno, «il dibattito non si è ancora aperto per le posizioni assunte dalla chiesa.


Il presidente della Repubblica risponde all'appello di Piergiorgio Welby Eutanasia, Napolitano: «Serve un confronto» «Raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenza con sincera comprensione e solidarietà»



ROMA - «Raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenzacon sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un'occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi di particolare complessità sul piano etico che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più»: è quanto scrive il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in risposta al video-appello di Piergiogio Welby sull'eutanasia.
LA LETTERA - La lettera di Napolitano è stata resa nota durante i lavori della direzione nazionale della Rosa nel Pugno. «Caro Welby - scrive il Presidente della Repubblica - ho ascoltato e letto con profonda partecipazione emotiva l'appello che Lei ha voluto pubblicamente rivolgermi. Ne sono stato toccato e colpito come persona e come presidente. Lei ha mostrato piena comprensione della natura e dei limiti del ruolo che il Parlamento mi ha chiamato ad assolvere, secondo il dettato e lo spirito della nostra Costituzione. Penso che tra le mie responsabilità vi sia quella di ascoltare con la più grande attenzione quanti esprimano sentimenti e pongano problemi che non trovano risposta in decisioni del Governo, del Parlamento, delle altre autorità cui esse competono». Napolitano nell'augurarsi un dibattito sui temi sollevati da Welby, sostiene: «Mi auguro che un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perchè il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l'elusione di ogni responsabile chiarimento».



fonte
www.corriere.it

Reggio Calabria - star della tv a spasso per le strade

Riporto, in ritardo, una notiziola apparsa su Repubblica. Si parla di una iniziativa della giunta comunale: per 120.000 euro ha portato a Reggio 24 grandi (!) nomi dello spettacolo (e che nomi!) per farli passeggiare per la citta' durante la notte bianca del 10 settembre u.s.
Vi lascio alla notizi[on]a, lasciando a voi ogni commento.


Passeggiare fa bene al corpo e ritempra il portafoglio. Ne sa qualcosa Lele Mora che ha organizzato a Reggio Calabria un nuovo modo di fare spettacolo. Ha chiesto agli artisti di camminare lentamente. Null'altro. Camminare, passeggiare per le vie della città, sorridere e stringere mani, come da contratto sottoscritto con la giunta comunale.

Le notti bianche sono l'ultima entusiasmente catena delle feste night and day. Non c'è città oramai che non programmi almeno una notte di baldoria. Parigi è stata l'apripista, Roma ha ampiamente sviluppato l'idea organizzando eventi-monstre, poi Napoli, Milano e giù fino a Reggio Calabria.

Ogni amministrazione che si rispetti ha imposto nel calendario degli appuntamenti da non perdere, la notte colorata, suoni e luci, musica e teatro. Città piene di cose da vedere e da fare, mani che si stringono, famiglie in piazza, festa di popolo larga e condivisa.
Il 30 settembre, per esempio, i napoletani si godranno la fantastica sceneggiatura notturna.

Meno di quindici giorni fa è però toccato ai reggini apprezzare l'idea. E sebbene il municipio sia arrivato all'appuntamento col fiato grosso, la festa, bisogna dirlo, si è sviluppata secondo i ritmi programmati, bella e piena di gente, ricca e allegra. La giunta si è riunita il 7 settembre e ha approvato per il giorno 10 un cartellone di eventi di prima grandezza, sontuoso e irragiungibile per molte amministrazioni. Il sindaco Scopelliti, giovane e sempre al centro dell'attenzione, ha voluto che la città dello Stretto fosse inondata di attori e cantanti, grandi e piccole firme dello spettacolo. Un piano meraviglioso descritto nella sua lunga e articolata espressione artistica dallo slogan: "Svegliati! E' notte".

A Reggio Calabria, non c'è nemmeno da ricordarlo: anche i neonati hanno fatto l'alba. Svegli e felici. Per renderli così l'amministrazione comunale ha deciso di spendere circa 650 mila euro. Tanto davvero. Non arriva alle vette di Roma, ma quasi.

Reggio Calabria ha bisogno di ritagliarsi un nome e sebbene i malanni cittadini siano diversi e tutti angoscianti (in molte case manca l'acqua, per esempio. In altre l'acqua c'è ma è rossastra), l'operazione di marketing territoriale non può subìre contrazioni. E così il 10 settembre a Reggio c'era un sacco di gente: il rock di Piero Pelù, il ritmo del dj Claudio Coccoluto, jazz e funky, concerti di musica classica e diverse performance teatrali.

Il sindaco, come al solito strageneroso, ha voluto offrire ai concittadini una super sorpresa: fargli trovare in strada artisti e personaggi di grande fama. Quindi ha chiesto a Lele Mora, il grande press agent amico dei grandi (chi non lo ricorda quest'estate al Billionaire con Berlusconi?) di cogliere l'idea e svilupparla. E Lele Mora cosa ha fatto? Una cosa bellissima: ha chiesto a un numero davvero ampio di star (ventiquattro) di lasciarsi libera la serata del 10 e di raggiungerlo a Reggio Calabria. Insieme, tutte insieme, le stelle del firmamento televisivo, letterine, vallettine, passaparoline, modelline, meteorine hanno preso l'aereo e sono atterrate a Reggio. Con una cartina geografica davanti Lele Mora ha dislocato, come un generale in guerra, nei punti nevralgici le sue stelle: Costantino Vitagliano e Alessia Ventura, Federica Ricolfi e le Meteorine, Mascia Ferri e Daniele Interrante. Anche Irene Pivetti e Patrick, Nina Moric e Simone Corrente. A tutta questa gente è stato chiesto un impegno indedito ma altrettanto faticoso: camminare su e giù per la città, camminare e sorridere sempre, camminare e lasciarsi abbracciare dai fans, camminare e firmare autografi.

Ventiquattro artisti. La città, inconsapevole, li ha incontrati agli angoli delle strade, al banco dei bar. Impazzite le ragazzine e i ragazzini, deliziati i giovani, ubriachi di gioia perfino gli anziani. Brividi per tutti.

La serata è stata bellissima e Lele Mora, accompagnando tutta questa gente, ha inaugurato il camminamento lento a pagamento. Per questa megapasseggiata ha chiesto solo centoventimila euro. Spiccioli se si tien conto di quel che la città ha ricevuto.

da repubblica.it
http://www.repubblica.it/2006/a/rubriche/piccolaitalia/reggio-calabria-notte/reggio-calabria-notte.html

Ma il Sud non era sempre stato arretratissimo?


Ma che stranezza: da un po' di tempo a questa parte, uno dei dogmi centrali di tutta la favoletta risorgimentale, ovvero che alla vigilia dell'unità d'Italia il Regno delle Due Sicilie arrivava dopo secoli di profonda arretratezza, e che fu finalmente liberato ed emancipato dai premurosi fratelli del nord, sta visibilmente vacillando...

Dopo mister Tremonti, che ammette candidamente che il Regno a sud di Roma era nell'Ottocento economicamente e finanziariamente avanzatissimo, ci si mette pure il leghista Bobo Maroni, che l'altra sera da Santoro afferma che "Napoli era molto più avanzata di Milano", citando la nota (e secondaria... ci sono mille altri primati ancora da ricordare!) realizzazione della prima ferrovia della penisola.

Probabilmente, di rivelazione in rivelazione, gli italiani arriveranno finalmente a sapere la verità, e cioè che l'Italia Meridionale era talmente avanzata ed indipendente, da diventare troppo scomoda per le superpotenze dell'epoca (Inghilterra e Francia), le quali hanno dunque appoggiato di nascosto il piano dei massoni italiani di unire le Due Sicilie e gli altri staterelli della penisola sotto la guida "utile ed inoffensiva" dei Savoia torinesi.

Diamo tempo al tempo...
Per non essere superficiali e ipocriti però, ci sarà poi da chiedersi quale apocalisse ha potuto distruggere e capovolgere quella situazione preunitaria. E da quella storia, trarre insegnamento e pazientemente ricostruire.

Intanto, per dare l'idea dell'elevatissimo livello culturale che gli intellettuali napolitani e siciliani hanno sempre avuto in Europa, incollo qui una breve biografia.
Si tratta di un monsignore molto particolare, che nella prima metà del Settecento, ovvero nel momento in cui le Due Sicilie tornano libere ed indipendenti da condizionamenti imperialistici, stupisce l'Italia ed il mondo con la sua erudizione e la sua liberalità.
Fu anche lo zio di uno dei maggiori economisti italiani, Ferdinando Galiani (altro importantissimo economista di quell'epoca fu Antonio Genovesi, di cui avevo già pubblicato su questo blog una breve biografia).


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MONS. CELESTINO GALIANI nacque il 27 ottobre 1681 a San Giovanni Rotondo (paese natio della madre) e gli fu dato il nome di Nicola, Simone ed Agostino. Il padre Domenico, foggiano, apparteneva ad una ricca famiglia, originaria di Montoro (Avellino) che si era trasferita a Foggia verso la fine del ‘500 per svolgere un ben avviato commercio di pelli e di lana e che costruì il palazzo di piazza XX settembre (detto anche Palazzo Filiasi).

Nicola Galiani ricevette a Foggia i primi rudimenti di latino e di italiano da alcuni monaci della regola Benedettina, i Celestini, che avevano un loro Convento ed una Chiesa, entrambi dedicati a S. Caterina di Alessandria. Chiesa, che, in seguito, fu dedicata a San Giovanni di Dio e la cui facciata ancora oggi, risulta compresa tra i fabbricati del vecchio ospedale di via Arpi.

All’età di 16 anni (1697) indossò il saio celestino e cambiò il suo nome da Nicola in Celestino. Dopo brevi periodi trascorsi al Convento della Trinità di San Severo (oggi sede municipale) si stabilì al Monastero di Santa Croce di Lecce, dove ebbe (1698) la sua ordinazione sacerdotale. All’età di 20 anni, in considerazione della sua straordinaria capacità di apprendimento e della sua versatilità in qualsivoglia disciplina, gli fu conferita la nomina triennale di “studente” presso il Monastero dei Celestini di Sant’Eusebio in Roma. Gli anni trascorsi al Sant’Eusebio furono (i due trienni di “studentato” e quelli poi di “teologia morale”) anni di duro lavoro sui testi scientifici come “Gli elementi di geometria” di Euclide; la “Diottrica” di Cartesio; il “Trattato sulle sezioni coniche” di Isacco Barrow; la “Geometria” cartesiana; il “Traité de la grandeur en general” di Barnard Lamy per arrivare, infine, ai grossi temi di algebra e al calcolo differenziale ed integrale.

Anche quando era semplice lettore di Sant’Eusebio era considerato da colleghi e discepoli tra i più illustri studiosi italiani non soltanto in materia di Sacra Scrittura (che aveva avuto modo di approfondire direttamente dall’ebraico, in quanto aveva un raro possesso di quella lingua) ma anche e soprattutto di scienze, tanto che molti illustri personaggi ambivano intrattenere relazioni o prendere parte alle discussioni che un monaco dotato di tanta dottrina scientifica amava promuovere e dirigere.

Lungo sarebbe accennare ai gidizi che i migliori cervelli del secolo dei lumi hanno espresso su Celestino Galiani, basti citare quello che Eustachio Manfredi di Verona, poeta e scienziato, docente di Scienze all’Università di Bologna e direttore dell’Osservatorio Astronomico di quella città che così si espresse: “La disciplina meno conosciuta da Mons. Celestino Galiani erano le matematiche, ma intanto che non vedeva in Italia un matematico che gli stesse a paro”. Ma non era un puro teorico: nella Roma papale del suo tempo egli rappresentò una rarità alla sua apertura alla discussione, la sua liberalità e tolleranza verso le idee anche le più controverse, fanno di lui il rappresentante più significativo di quei “cattolici illuminati” che tanto merito avevano acquisito nella Roma e nella Napoli della prima metà del ‘700, con la creazione di cenacoli, accademia e che dettero in campo cattolico il segno di una grande disponibilità verso la scienza moderna, senza preconcetto alcuno e senza riserve di carattere dogmatico.

Dunque Celestino Galiani fu uomo enciclopedico, erudito, filosofo, storico della Chiesa, ma soprattutto matematico. Egli anche al giorno d’oggi é ritenuto dagli storici delle scienze come il più grande diffusore del Newtonianesimo in Italia. Gli fu assegnata la cattedra di matematica all’Università della Sapienza di Roma (1718). L’anno successivo fu nominato Abate dei monasteri Celestini di Aversa e Sant’Angelo a Celano. E nel 1728 veniva eletto Abate Generale dell’Ordine dei Celestini. Nel 1731 mentre si recava a Foggia per aiutare e soccorrere i suoi concittadini scampati al tremendo terremoto del 20/03 ebbe la notizia della sua nomina ad Arcivescovo di Taranto, dove stette per meno di un anno, perché il Re di Napoli lo nominò “Cappellano Maggiore del Regno di Napoli”, carica importantissima che comprendeva il comando dell’istruzione, la carica di rettore dell’Università, Prefetto dei Regi Studi.
La Cappellania la resse fino alla morte. Presso di lui si recavano i migliori cervelli del tempo tra i quali Bartolomeo Intieri, Alessandro Rinuccini, Giambattista Vico, Antonio Genovesi ed anche il nipote Ferdinando Galiani, della cui istruzione ed educazione egli si era occupato.

Il nipote Ferdinando il 26 luglio 1753 pronunciò l’elogio funebre per lo zio Celestino nella Chiesa dell’Ascensione a Napoli, presente il Cardinale Valenti Gonzaga, e lesse il messaggio di cordoglio del suo grande amico e protettore, Papa Benedetto XIV. Erano presenti nella piccola Chiesa dell’Ascensione uno stuolo di amici, discepoli ed estimatori, i migliori ingegni della Napoli e della Roma dell’epoca.
La salma fu sepolta nella chiesetta dei Celestini.

Pakistan: stampa francese, Bin Laden e' morto

Esteri
23 set 09:07

PARIGI - Osama Bin Laden sarebbe morto un mese fa. Lo riporta il quotidiano francese "L'Est Republicain". A uccidere il capo di al Qaida sarebbe stato il tifo, secondo un'informazione riservata passata da una fonte dei servizi segreti sauditi ai colleghi della sicurezza francese. Osama, localizzato in Pakistan in agosto, sarebbe stato colpito da una paralisi che non ha potuto curare. (Agr)



fonte
www.corriere.it

Speriamo!

22 settembre, 2006

PINK FLOYD




Storia dal 1967 al 1994


dal libro "Pink Floyd" di "ARCANA editrice" del 1994 primo e secondo volume dal 1967 al 1994

Pink Floyd dal '67 al '94

I vari gruppi che hanno condiviso in successione il nome di Pink Ployd non esauriscono tutta la storia musicale dei protagonisti. Prima cerano stati piccoli gruppi giovanili, dilettanteschi, neppure troppo convinti della propria esistenza. Ricorderò anche quelli: la biografia è in questi casi un male necessario. La data di partenza, arbitraria, è il 1960. Il luogo da scegliere è invece obbligato: Cambridge, amabile cittadina universitaria nell'Inghilterra del sud. Nel 1960, dunque, opera a Cambridge una mezza dozzina d'adolescenti locali, inconsapevoli l'uno dell'altro. George Roger Waters ha sedici anni, Richard William Wright e Nicholas Berkeley Mason ne hanno quindici, David Jon Gilmour e Roger Keith Barrett quattordici. Tutti frequentano la stessa art school, corso di studi del resto condiviso da tanti altri giovani talenti musicali quali John Lennon, Mick Jagger e Keith Richards, Mike Ratledge e Robert Wyatt. Mentre Waters, Mason e Wright trascorrono gli anni di scuola in un'ignavia musicale quasi assoluta (fatta eccezione per sporadiche lezioni di chitarra o pianoforte), Barrett e Gilmour sono già chitarristi dilettanti, e ben presto diventano accaniti sostenitori e interpreti di rock. Dai quattordici ai sedici anni, Dave e Roger, che per oscuri motivi è stato soprannominato "Syd", sperimentano insieme quel tanto di chitarra che la scuola consente. Secondo Gilmour, siamo stati là insieme per due anni, e abbiamo passato insieme ogni intervallo del pranzo, a imparare gli ultimi riffs". Poco dopo, Barrett si costruisce da sé un amplificatore per passare alla chitarra elettrica e si unisce a un gruppo chiamato Geoff Mott and The Mottoes, oltre a suonare il basso elettrico per tali Hollering Blues. Gilmour, per parte sua, è membro dei Newcomers e formerà anni dopo una propria banda quasi professionale, i Jokers Wild - ma questo già anticipa tempi successivi. Nel frattempo, Mason e Wright si sono trasferiti a Londra, in un appartamentino di Highgate, per studiare al politecnico di Regent Street. Là incontrano per la prima volta il concittadino Roger Waters. Nonostante i non travolgenti istinti musicali, fondano un gruppo di R&B ortodosso. Waters suona la chitarra solista, Wright la chitarra ritmica, Mason la batteria, suo strumento definitivo; c'è anche un certo Clive Metcalf al basso, mentre i cantanti si chiamano Keith Noble e Juliette Cale. Il gruppo assume dapprima il nome di Sigma 6, diventa poi T-Set (ovvero tea set, il servizio da tè), poi Meggadeaths, poi Architectural Abdabs, infine soltanto Abdabs, a dimostrare che l'art school stimola almeno la fantasia verbale. Il gruppo, ad onta d'una solida reputazione nelle feste di compleanno studentesche, scompare per futili motivi quando Juliette diventa moglie di Richard Wright. In questo periodo (è ormai il 1965), Roger Waters è diventato titolare del piccolo appartamento di Highgate; lo condivide con Syd Barrett, che si è spostato a Londra per studiare belle arti a Camberwell, e Bob Close, discreto chitarrista di scuola jazz. Si costituisce ancora un'altra banda: per sovrabbondanza di chitarre Waters retrocede al basso e Wright si compra un organo Farfisa. E' sempre rock/blues, con approssimative versioni di Louie Louie e Roadrunner, il nome è PinK Floyd Sound. Dopo breve tempo Bob Close s'eclissa. e con lui gran parte della perizia strumentale del gruppo (Mason: "Quando se ne andò ci fu un ulteriore motivo per sbarazzarsi de] vecchio materiale". Waters: "Per la semplice ragione che non ce la facevamo più a suonarlo".). Barrett è così spinto a darsi alla composizione. E' ancora un collettivo assai rudimentale quello che esordisce al Countdown Club, suonando sette ore, dalle Otto all'una, per la cifra Complessiva di quindici sterline. È' l'autunno del 1965.

Swingin 'London
Tra il 1966 e il 1967, Londra attraversa un periodo tra i più amati dai cultori di fasti mondani. Musica, moda e la più effervescente fatuità vi trovano un centro mondiale. Gli agiografi definiranno il biennio, periodo della psichedelia chimica e sonora. "Swingin' London", e i Pink Ployd di Syd Barrett ne saranno i celebrati profeti e cantori. Il 13 marzo 1966 i Pink Floyd Sound, secondo alcuni già abbreviati in Pink Floyd, tengono il primo concerto in un locale d'una certa importanza, il Marquee. il quartetto ha già fatto della musica una professione e ha preso a inframmezzare al prediletto R&B passaggi strumentali elettrici e spigolosi, che man mano prendono forma di costruzioni autonome. A giugno li nota infine uno dei tanti geni autoproclamati dell'epoca, Peter Jenner. Costui, scontento del lavoro d'insegnante, cerca una via per intrufolarsi nel campo dello spettacolo. La trova, fulminato dall'interesse, proprio nei quattro giovanotti dall'aria perbene e dagli occhialetti intellettuali. Passate le vacanze estive, li convince infine a firmare un contratto con la neonata Blackhill Enterprises, da lui stesso fondata insieme all'ex cibernetico Andrew King. Da quel momento, gli eventi accelerano il proprio corso. La Londra psichedelica è in moto, con i suoi happenings, le sue droghe e la sua musica. Per quest'ultima, due sono i principali canali di circolazione: le radio pirata, completamente illegali, e i tanti concerti. Alla fortuna dei Floyd contribuiscono i programmi radiofonici più pronti ad accogliere il verbo psichedelico, il "Lucy Fruit Show" di Radio Caroline e soprattutto il celebre "Perfumed Garden" di Radio London, condotto da quel John Peel che si diverte a mischiare dischi dei grandi dell'epoca, Beatles, Dylan e Rolling Stones, con prodotti dei giovani di belle speranze. Ma il seguito dei Pink Floyd si crea nei concerti: dapprima alla Free School di Notting Hill e al Marquee; poi alla serata fondamentale per le sorti del "movimento", la serata del carnival di Notting Hill alla All Saints Hall. È là che un fortuito incontro con alcuni americani provenienti da San Francisco conduce al primo tentativo d'illustrare la musica con diapositive e luci. E l'embrione del Light show. Il sogno di creare una controcultura giovanile, una cultura che faccia della sensazione- dell'esperienza sensoriale e delle sue alterazioni - il proprio nucleo, conduce a giustapporre senza soluzione di continuità idee geniali e velleità raccogliticce. A ottobre, Joe Boyd e John "Hoppy" Hopkins, dai più considerato il vero propulsore e organizzatore della Londra underground, fondano la rivista Internationai Times, in seguito nota come JT Per l'occasione si tiene una festa/concerto alla Roundhouse, in cui Pink Floyd e Soft Machine sono le massime attrazioni. Poco dopo, quegli stessi personaggi inaugurano l'UFO Club, dove cercano di realizzare il sogno di un'arte totale, che coinvolga lo spettatore subissandolo di stimoli attraverso ogni canale. Ecco come un co-fondatore, Miles, descrive il locale: "UFO è il locale della gente che legge IT Abbiamo voluto creare un ambiente diverso dagli altri club. Abbiamo suonatori di sitar, grandi orchestre di percussioni africane, proiezioni di film di Bufluel o Marilyn Monroe. David Marowitz ci ha portato tre pièces teatrali, satire politiche. C'è del free jazz, e naturalmente gruppi psichedelici". Così, tra una proiezione di Un Chien andalou e un Andy Warhol, s'amplia lo spazio anche per i Pink Floyd, che possono affinare idee e virtù strumentali, abbandonando la riproposizione dei classici in favore delle nuove composizioni di Barrett. Se gli antichi frequentatori dell'UFO Club lo ricordano come indimenticabile luogo d'involvement shows, Roger Waters è forse più realistico: "Per un breve momento parve davvero che dovesse esistere come centro d'una serie di attività. La gente andava all'UFO e altra gente faceva altre cose, non era la solita routine del gruppo che si esibiva. C'erano attori pazzi, un paio di Light shows, magari qualcuno recitava i suoi versi e un po' si vagava, un po' si chiacchierava amabilmente". Sta di fatto che per tutti i primi mesi del 1967 i Pink Floyd sono uno dei gruppi stabili dell'UFO. Contemporaneamente, si spostano spesso anche in provincia, per ricevere quella che Waters definirà "la dose quotidiana di bottiglie rotte": il pubblico provinciale, che preferisce la birra all'LSD, non mostra grande sensibilità verso il flower power e usa i suoi massimi musicisti soprattutto come bersaglio. Grazie all'UFO Club i Pink Floyd diventano il gruppo alla moda della primavera 1967. Senza aver inciso un solo disco, conquistano la gloria della doppia pagina centrale su Melody Maker. Sono fra i più ammirati al grande "14 Hours Technicolor Dream" dell'Alexandra Palace, zenith della Londra psichedelica, insieme a Sofr Machine e Crazy World of Arthur Brown. Sono già imitati e invidiati, tanto che Jenner e King riescono infine a strappare alla EMI un contratto da ben cinquemila sterline. Gli aromi lisergici sprigionati dall'UFO e dal "Technicolor Dream" si rivelano preziosi per il quartetto. Il loro primo singolo, ArnoldLayne, registrato in uno studio di Chelsea il 1° febbraio con produzione di Joe Boyd, raggiunge il ventitreesimo posto nelle classifiche di vendita, nonostante la BBC rifiuti di trasmetterlo. Il successo vero arriva con See Emily Play, registrato il 21 maggio sotto la supervisione del più navigato Norman Smith. Il piccolo intarsio psichedelico, con voce ieratica di Barrett, organo visionario di Wright, rumori e nastri accelerati quanto basta, accende gli entusiasmi di John Peel e di tutta la Londra che conta. Poco importa che la swingin' London si squagli durante l'estate, tra arresti per droga (specie quello di Hoppy Hopkins, vera decapitazione), chiusura forzata delle radio pirata e naufragio dell'UFO Club. In tanto disastro, i Pink Floyd si sono guadagnati lo studio 2 della sede EMI di Abbey Road, dove tra febbraio e luglio registrano il proprio album d'esordio. Alla porta accanto i Beatles stanno completando il monumento di SERGEANT PEPPER'S LONELY HEARTS CLUB BAND. Anche l'album THE PIPER AT THE GATES OF DAWN è accolto con favore alla sua uscita, ad agosto. Eppure qualcosa s'è incrinato nei Pink Floyd. Il tentativo di replicare Emily non frutta che una Apples And Oranges priva di mordente. I concerti perdono smalto, per quanto il gruppo guadagni notorietà. A coronamento della situazione viene il fallimento della prima, ambita tournée in terra americana. Lato paradossale della vicenda - e causa prima dell'insuccesso - è il fatto che Barrett era convinto in perfetta buona fede d'aver ricreato suono e ambientazione dell'acid rock californiano, quello di Grateful Dead e Jefferson Airplane. Ma gli americani non facevano che ornare di colori forti un rock ben ancorato al blues e ad altri aspetti della tradizione; le creazioni degli inglesi erano più erratiche e audaci, pronte a trasformarsi in collages e rumori. La discrepanza emerge quando infine i Pink Floyd si trovano di fronte il pubblico di San Francisco, a novembre: la fama che si guadagnano, di durezza ed ermeticità eccessive, contribuisce a una frattura con gli ascoltatori americani, che sarà sanata solo cinque anni più tardi. Il fatto è che il punto debole dei Pink Floyd s'identifica ormai con quello che è stato il loro punto di forza, e si chiama Syd Barrett.


Syd Barrett


Forse era sempre esistito un problema di nome Barrett. Fin dagli inizi, Barrett era stato egocentrico, preso da se stesso, intento a costruirsi pose da rock star. Si pavoneggiava vestito di lamé e ghirigori, si acconciava i capelli (splendida chioma, di cui andava orgoglioso), spendeva come un principino, pur dipendendo dalla Blackhill, compagnia in cronica carenza valutaria, e si drogava in tutti i modi possibili. Fin qui, però, nulla d'eccezionale; erano comportamenti comuni a tutti gli adepti del nuovo rock. È nel luglio del 1967 che qualcosa si rompe: Syd pianta gruppo e impegni per rifugiarsi a Cambridge da sua madre. Causa alla Blackhill la perdita di quattromila sterline, tante per la situazione finanziaria della casa discografica. Trova motivo per riunirsi al gruppo soltanto nelle ultime sedute per la realizzazione di THE PIPER. La sala d'incisione, sua antica passione, pare trasfigurarlo. Secondo Andrew King: "La prospettiva di registrare sembrava ispirare e ravvivare la creatività di Barrett. Nessuno ha mai saputo esattamente se arrivava con le canzoni fatte o se le scriveva durante le sedute. In ogni caso, scriveva e componeva assai rapidamente, e quand'eravamo arrivati nei pressi dello studio, le canzoni apparivano come d'incanto. Prima del 1966 Barrett aveva composto soltanto una sorta di filastrocca, Effervescing Elephant, oltre a mettere in musica la poesia Golden Hair, operina giovanile di Joyce. Tutti i brani dei Pink Floyd, cui prima Waters poi Wright daranno all'inizio solo stenti contributi, nascono in pochi mesi, a partire da Interstellar Overdrive, lunga improvvisazione strutturata, costruita su poche note di chitarra distorta. Eppure restano fra i più durevoli frutti della psichedelia: forse perché la psichedelia non è che una delle loro chiavi di lettura. Le canzoni di Barrett partono da strutture assai semplici, quasi fossero nursery rhymes, impreziosite però da particolari sghembi, obliqui; come i suoi testi, che a tratti si perdono in assonanze, dissolvono nel nulla inizi di narrazioni fantastiche (The Gnome) oppure tratteggiano sprazzi d'una mistica indecifrabile (Chapter24). Così la musica: il ritmo è sempre un classico 4/4, la pulsazione costante, ma il continuo cambiamento d'accenti (come in Matilda Mother) ne impedisce la cristallizzazione. Non è musica fluida, s'inceppa, s'arresta e riprende, eppure questa disarmonia è parte essenziale della fascinazione che coglie l'ascoltatore. Barrett sovraincide chitarre ritmiche e soliste fino a creare tappeti sonori, come nel passaggio centrale di Astronomy Dominé; ricerca suoni a effetto: conclude Bike con una sorta di collage a orologeria, inserisce celesta e vibrafoni, inaugura un uso secco ed espressionistico dei glissati prodotti dalla slide guitar. Lo segue, in queste sue esplorazioni, il solo Wright, mentre gli altri due si limitano a un diligente apporto ritmico (ma la sovrapposizione di scansioni ritmiche in Scarecrow è estremamente efficace). L'organo di Wright è imprescindibile complemento delle creature barrettiane. I suoi assoli modali, per quanto semplici e suonati con una sola mano, donano alle canzoni suggestioni orientali; sono sinuosi e circolari, singolare contrappunto all'asprezza metallica degli altri strumenti. Le musiche dei Pink Floyd di Barrett, tutte composte in un arco di sei mesi, sono ricche di sollecitazioni visive, create con sovraincisioni, con accorgimenti stereofonici, con l'artificio di far danzare i suoni da un canale all'altro, con l'insistenza sui paesaggi sonori. Anche i testi seguono la stessa ispirazione, ricchi come sono di predicati visivi (tranne che in un caso, il più inquietante di tutti: Chapter 24, che è integralmente concettuale). Ma già verso la fine della collaborazione di Barrett con i Floyd si avverte un mutamento. I testi s'isteriliscono, diventano semplici descrizioni (Apples And Oranges) o addirittura elenchi, come Vegetable Man, testimonianza forse d'un impoverimento progressivo, forse d'un estremo tentativo d'ancorarsi alla realtà, alla concretezza rassicurante degli oggetti. A Barrett va riconosciuto il merito d'essersi occupato della globalità del suo album, suoni inclusi, contribuendo in maniera decisiva anche alla produzione. Ancora King: "Per quanto amasse le canzoni semplici, Syd Barrett aveva una maniera meravigliosa di mixare i pezzi. Faceva in modo che a ogni istante il brano fosse in movimento. Alzava e abbassava i cursori della consolle, apparentemente a caso. Ciononostante, il risultato era fenomenale. Syd era un pittore, e non faceva mai nulla se non pensava di farlo in modo artistico. Era creativo al cento per cento, e pretendeva molto da se stesso". Purtroppo, la suggestione e il fascino della musica di Barrett sono forse fatte della stessa sostanza della sua rovina. Stanno sul filo d'un rasoio, oltre il quale non c'è più visione né trascendenza, ma soltanto l'autismo, l'isolamento finale. Così in quel fatale 1967 Barrett inizia a implodere dentro se stesso, svelando tutta la sua patologia di figlio prediletto d'una madre possessiva e simbiotica, fragile e sensitivo fino all'inverosimile. Per sarcasmo del destino, la regressione autistica sarà a lungo più palese nella vita che nell'arte: per mesi, dopo un chiaro esordio schizofrenico, Barrett resterà in grado di produrre ottima musica, sia pure con la necessità di costante assistenza per riuscire a eseguirla. Ma sarà musica distante, ai confini del decifrabile, musica che ci guarda da un'ineffabile lontananza. Chi circonda Barrett arriva tardi a rendersi conto della sua psicosi. È difficile, nella swingin 'London, distinguere eccentricità da follia ("And what exactly is a dream? And what exactly is a joke? "avrebbe avvertito Barrett stesso, di lì a poco). Ma il limite, da ultimo, è superato. E si moltiplicano gli aneddoti, che saranno poi dilatati e amplificati negli anni seguenti: Peter Jenner si vede comparire sulla porta di casa Lynsley, la ragazza di Syd, picchiata a sangue; durante uno spettacolo televisivo in California, Syd rifiuta di mimare le sue canzoni in playback; al "Pat Boone Show" risponde alle domande del famoso intervistatore soltanto con sguardi abulici; negli ultimi concerti sale sul palco ma si limita a suonare lo stesso accordo all'infinito; in studio cambia costantemente la forma delle canzoni, vanificando ogni tentativo di lavoro comune. A volte si unisce al gruppo, ma nemmeno suona. Soprattutto, non comunica più, nemmeno con lo sguardo: "Arrivò e gli dissi 'Ciao, Syd' e lui fece l'atto di guardarmi. Lo fissai dritto negli occhi e non c'era luce, non c'era sguardo. Era come se qualcuno avesse abbassato la saracinesca. Fu un vero shock" (Joe Boyd). Da questo punto in avanti, Syd Barrett è virtualmente consegnato al silenzio. Come dimostra l'attacco di Apples And Oranges, in cui il gruppo è incapace di trovare un accordo (nella duplice accezione, musicale e relazionale), alla fine del 1967 l'apporto di Barrett ai Pink Floyd è virtualmente nullo. Eppure è ancora su suo suggerimento che il gruppo si amplia, cooptando proprio quel chitarrista che tanto aveva duettato con Barrett ai tempi di Cambridge: David Gilmour. Il gruppo azzarda dapprima una formazione a cinque elementi ma non va oltre quattro concerti, per lo stato ormai stabilmente dissociato del fondatore. I motivi della crisi finale sono controversi, e forse privi d'importanza. Secondo alcuni, Barrett vuole estendere ancora il collettivo, contro la volontà dei colleghi; secondo altri, è Waters a volerlo escludere dai concerti, mantenendolo in una posizione defilata, secondo il modello di Brian Wilson dei Beach Boys. Stadi fatto che nel gennaio 1968 i Pink Floyd abbandonano contemporaneamente Syd Barrett e la BIackhill Enterprises. Insieme alle vestigia della psichedelia, anche la prima versione dei Pink Floyd è ora consegnata al passato.



Oltre la psichedelia

Con l'immergersi di Barrett nel proprio mondo psicotico i Pink Floyd ritornano quartetto. Ma sono un gruppo nuovo. Ne sono ben coscienti gli ammiratori di Barrett (la grande maggioranza del ristretto pubblico underground) che decretano ai quattro un iniziale ostracismo. Giustificato, dal loro punto di vista: la musica dei rinnovati Pink Floyd mostra pochi punti di contatto con la precedente. Le differenze sono in parte dovute al nuovo chitarrista, Gilmour, reclutato mentre ancora suonava blues e rock in Francia: "Quando ho cominciato, dovevo suonare cose che non mi erano naturali. Non mi sono azzardato a improvvisare per tutti i primi sei mesi passati con i Floyd. E stato più tardi, a partire dall'album A SAUCERFUL OF SECRETS, che ho contribuito con qualche buona idea". A dispetto della sua modestia, Gilmour garantisce fin dall'inizio molto più che un consistente supporto strumentale. La sua versatile chitarra, radicata nel blues, esibisce notevoli capacità d'improvvisazione e un suono ben individuato: pieno, ipersaturato, espresso in lunghe note tenute e appena glissate, che gli permettono di creare melodie e ambientazioni evocative, spesso sentimentali. Quest'inedita volontà melodica sarà l'inconfondibile connotazione dei Pink Floyd dal 1968 in avanti. Ma è Roger Waters, il timido Waters, a imporsi come autentica guida. Per anni saranno sue le idee e le direzioni del gruppo, i concetti, i grandi progetti: THE MAN, ATOM HEART MOTHER, THE WALL. E' la guida di Waters altera immediatamente le coordinate musicali. I Pink Floyd erano stati erratici, lunatici, imprevedibili, giullareschi e frammentari, come il Barrett pre-psicotico. Diventano ora meditabondi, misurati, a tratti cupi e persino magniloquenti, come il diffidente e pessimista Waters. La musica tende alla sintesi, alla costruzione, a procedere per passi logici e definiti. Si matura e consolida così uno stile quasi monolitico: sempre psichedelico, ma solo nel senso puramente etimologico del termine, cerca di crear suoni inconsueti, visionari, ma senza mai scostarsi dall'ortodossia d'un rock non violento, tonale e ritmato in 4/4 moderati (con poche eccezioni, di cui si dirà più avanti). Contemporaneamente, i membri del gruppo cessano d'essere personaggi. Dopo Barrett, ben poco emergerà della loro vita privata, anche quando entreranno nell'élite del rock internazionale. Fuori dal palcoscenico, i Pink Floyd saranno quattro ricchi signori irreprensibili e irriconoscibili: memorabile l'agnizione di Connor McKnight, che pur essendo giornalista musicale riesce a incontrare per mesi Waters alle partite di calcio senza mai riconoscerlo. Da questo punto di vista, i Pink Floyd diventano l'antitesi della rock star. E anch'io, di conseguenza, eviterò d'ora innanzi la biografia personale, per concentrarmi sulla sola musica. Nei concerti del 1968, dunque, i Floyd suonano meglio, più distesi, pur subissati di critiche. Sono le canzoni a deludere. Wright e Waters, inizialmente, riescono solo a inventare qualche singolo melodico e svenevole, privo di carisma. La produzione si ravviva però quando viene pubblicato il secondo album. A SAUCERFUL OF SECRETS è un'opera di transizione. Tanto che il brano di chiusura, Jugband Blues (in cui suona una banda dell'Esercito della Salvezza invitata estemporaneamente in studio), è l'estremo canto di Barrett, che presta anche una slide guitar scheletrica ma penetrante a Remember A Day. Le canzoni principali illustrano il definirsi del Waters compositore: Let There Be More Light la sua vena spaziale, Set The Control For The Heart Of The Sun il suo intimismo, Corporal Clegg il suo agro sarcasmo. Se in Light Gilmour offre un primo saggio dei suoi assoli lunghi e caricati, è Heart Of The Sun a indicare il futuro prossimo. La melodia è accattivante, lenta, la voce sussurrata, il tempo una sorta di samba incorporea, scandita dai soli timpani; lo strumento guida è il basso, fondo e pieno, mentre solista è sempre l'organo modale di Wright. Ma il carattere del nuovo gruppo è indicato anche meglio dalla breve suite eponima, la cui nascita è così descritta da un David Gilmour ancora spaesato: "Sostanzialmente, nel gruppo si notava la presenza di studenti d'architettura. Erano capaci di mettersi lì con un pezzo di carta e iniziare così: Deve andare dritto di qua, e poi dritto lassù...', e disegnavano cime e avvallamenti come su una mappa, calcolando dove il pezzo doveva andare. L'inizio fu realizzato con i toni acuti dei piatti. Avevamo dei piatti e avevamo messo un bel microfono proprio accanto a loro, poi li colpivamo molto delicatamente con martelli di legno. In effetti questo produce un suono che non somiglia affatto al suono dei piatti. Lo sfondo della prima parte è così, una serie di note con molte cose imbastite sopra. Nella parte successiva Nick ha suonato la batteria, ha tagliato il nastro, io ha montato ad anello e abbiamo continuato a utilizzarlo per ore e ore. Poi c'ero io che suonavo la chitarra a tutto volume, usando il piedistallo che sosteneva il microfono come una sbarra d'acciaio e facendolo correre su e giù lungo la tastiera della chitarra". Il risultato del procedimento è una suite tripartita: un lungo crescendo di strumenti miscelati su quell'unico tono di base, un passaggio centrale fondato sull'ostinato di batteria, con la chitarra massacrata sopra un pianoforte randomizzato, quindi un coro conclusivo con reminiscenze tra Penderecki e il gregoriano. E' un'opera che vuol porsi come colta, forse con un pizzico di velleità. Ma che ancora attinge a una vena immaginifica e rivela un gran desiderio d'uscire dall'ambito del formato canzone. Una tale aura di serietà sperimentale piace poco in USA e moderatamente in Inghilterra. Ma s'attira simpatia e seguito nell'Europa continentale, Italia e Francia soprattutto, anche se il mensile francese Rock & Folk non esiterà a etichettare i Floyd con l'ormai aborrita etichetta di "groupe cent per cent fiower power". Tanto basta per proseguire la carriera, tra una colonna sonora (More, di cui si dirà più avanti), un free show a Hyde Park e soprattutto tanti concerti, in cui il gruppo ha modo di trovare un suono d'insieme rinsaldato e compatto. Per un'altra di quelle ironie di cui la vicenda abbonda, la perfetta coesione strumentale è raggiunta nel 1)69, quando i Pink Floyd, a corto d'idee, sono sul punto di "morir dalla noia" (Mason) e qualcuno già sperimenta percorsi diversi. Da quella situazione nasce, a mo' di compromesso, un'opera bifronte, UNINIAGUNINIA, che a un primo disco registrato in tournée ne giustappone uno d'iniziative soliste di ciascuno dei quattro. L'album, per quanto interessante, riflette la crisi d'identità del gruppo, che sembra trovar difficile ragionare come insieme. Eppure i pezzi scelti per il disco concertistico vivono e respirano quanto - se non più - degli originali. Il quartetto si ritrova a memoria, i momenti improvvisati s'inseriscono sugli schemi compositivi con bella fluidità. In Astronomy Dominé (tributo a una canzone storica che sarà di lì a poco eliminata dal repertorio) Gilmour sostituisce una potente solista alle chitarre sovraincise di Barrett, mentre Wright dona il suo ultimo assolo modale, un passaggio delicatissimo, la voce dell'organo ridotta a un filo. Carefrì With ThatAxe, Fugene, brano di atmosfera e di suspense, è in massima parte improvvisato, "fondato su un solo accordo. Ci limitavamo a creare trame e umori su quel filo, alzandolo e abbassandolo, non era un materiale molto elaborato. Tra noi c' era una specie di regolamento che cercavamo di rispettare. E questo regolamento aveva una stretta relazione con le dinamiche musicali" (Gilmour). Le opere soliste nascono da un'idea di Rick Wright, desideroso di cimentarsi direttamente con i prediletti moduli 'neoclassici". Il suo Sisyphus risulta, com'è logico, alquanto grandioso e pretenzioso, nonostante qualche bello stacco e un'evocativa sezione di piano percussivo. Meglio Gilmour, che pur trovandosi preso alla sprovvista ("Non ero pronto, francamente. Non sapevo che fare. Mi sono limitato ad arrancare, nel mio pezzo su quel disco") crea un impasto di accordi di chitarre acustiche ed elettriche, per concludere con la sua prima canzone. Waters s'esibisce alla chitarra acustica per la sognante Grantchester Meadows e recupera barlumi barrettiani per il collage sonoro d'un brano la cui parte meglio realizzata è il titolo: Several Species Of Small Furry Animals Gathered Together Ih A Cave And Grooving Wìch A Pict. Ma è Mason, fino ad allora in ombra come autore, a rivelarsi il solista forse più avveduto. Il suo Grand Vizir's & Garden Party è un montaggio percussivo fantasioso e solido, in cui il riferimento all'avanguardia è ben altro che velleitario. UMMAGUMMA, peraltro, resta un episodio isolato, perché altre saranno le preoccupazioni del gruppo nei tre anni successivi, e avranno a che fare soprattutto con il superamento della canzone.



Testa matta ride

Nel frattempo, la vicenda di Barrett è proseguita, con sviluppi da un lato prevedibili, dall'altro decisamente singolari. Sorvoleremo qui su gran parte delle sue vicissitudini biografiche, che hanno alimentato un mito duro a morire, per concentrarci sullo specifico musicale. Il 13 maggio 1968, dunque, la carriera solista di Barrett vede il suo inizio ufficiale. È Peter Jenner, uno dei due manager della Blackhill, a portare il suo protetto ad Abbey Road per una serie di sedute d incisione. In due mesi vedono la luce composizioni di variabile interesse e, soprattutto, completezza: Silas Lang, Late Night due strumentali intitolati Lanky più un altro chiamato Rhaniadan; per la prima volta Svd tenta di mettere su nastro un'antica idea, una versione cantata della poesia giovanile di Joyce Golden Hair, e azzarda una nuova, impegnativa composizione dal provvisorio titolo Clowns & Jugglers. Il problema è che Jenner aveva in mente un Barrett artista problematico e difficile, vero terrore degli austeri tecnici di Abbe Road, ma non l'uomo tormentato e frammentato che ha di fronte. Dopo un paio di mesi, abbandona ogni tentativo: Barrett non rivedrà più una sala d'incisione fino all'anno seguente. Per aggiungere qualche nota biografica, nel frattempo Barrett vive insieme a una coppia di hippies che non trovano di meglio che nutrirlo letteralmente a tè e acido lisergico. ~ necessario un altro scompenso, che lo conduce a un breve ricovero psichiatrico a Cambridge, per indurre Syd a cambiare collocazione. Nel 1969 dopo un soggiorno a casa della madre, Barrett va a vivere, con il consenso dei manager, insieme all'artista pop Duggie Fields. La vita meno sregolata sembra avere su di lui un buon effetto, tanto che il io aprile 1969 il chitarrista torna in studio, questa volta sorto la supervisione del giovane produttore Malcolm Jones, suo ammiratore di vecchia data. deciso a Care di lui di nuovo un musicista attivo. Cominciano così a nascere le canzoni che costituiranno l'ossatura del primo album solista di Svd Barrett, THE MADCAP LAUGHS: Love You, No Good Trying, Terrapin. oltre a un pezzo di splendida desolazione, che inspiegabilmente non raggiungerà il pubblico prima del 1988: Open. Jones recluta una settimana più tardi due musicisti per accompagnare Barrett, Willie Wilson. ex bassista dei Jokers Wild di David Gilmour, e il giovanissimo barterista Jerry Shirley degli Humble Pie, con i quali vengono incisi altri pezzi, No Man's Lande Here I Go (anche se non va trascurato l'apporto su tre pezzi dei Soft Machine di Robert Wyatt e Mike Ratledge, che sovraincideranno strumenti in Love You, No Good Trying e su una versione di Clowns & Juggelers che sarà pubblicata solo anni più tardi). Le registrazioni sono indubbiamente faticose. Barrett non lavora mai "con" il gruppo, ma piuttosto da solo, senta neanche guardare i comprimari, che sono obbligati a cercar d'intuire quando si verificheranno gli inevitabili cambi di tempo e di chiave che sono ormai una costante dello stile barrettiano. Ne soffrono i pezzi, che mantengono un andamento bizzarramente indeciso, proprio a causa dello scollamento del gruppo. Malcolm Jones è a sua volta esausto quando propone a due ex colleghi di Barrett di subentrare alla produzione. Roger Waters e (soprattutto) David Gilmour avevano assistito con interesse misto a scoramento alle sedute di Jones e accettano di fornire tre giorni del proprio prezioso tempo per completare l'album (la EMI sta ormai facendo pressioni per rientrare dei propri investimenti, finora a fondo perso, sull'ex stella psichedelica). In tre giorni nasce una nuova versione di Clowns & Jugglers, quella definitiva, reintitolata Octopus, più due canzoni acustiche, quindi, a ritmo sempre più febbrile, altre tre canzoni acustiche, che andranno a costituire l'ultima parte dell'album, tutte incise in un solo pomeriggio (il 26 luglio 1969). Purtroppo la fretta è poco adatta alle peregrinazioni barrettiane, e gli ultimi pezzi prodotti dal duo Waters/Gilmour si rivelano frammentari e inconclusi, con il rumore del leggio su cui Barrett legge i testi, e in un caso (If It's In You) addirittura una falsa partenza e un'interruzione. Ripensandoci, Gilmour disapproverà la propria stessa scelta: "Volevamo immettere nel disco un elemento di autenticità per cercare di chiarire quel che stava accadendo. Non volevamo essere crudeli, anche se in retrospettiva c e almeno una canzone che preferirei non aver fatto". Pubblicato nel gennaio 1970, THE MADCAP LAUCHS ottiene un successo certo non travolgente, ma sufficiente a confermare Syd come artista dotato d'un suo seguito. La EMI/Harvest non frappone pertanto obiezioni all'idea di Barrett (e di Gilmour, ormai divenuto, forse per effetto dei sensi di colpa, il grande mentore dell'antico sodale). E Gilmour ad accompagnare un terrorizzato Barrett a suonare in concerto e alla radio per promuovere il disco; ed è sempre Gilmour, ormai suo produttore titolare, a rientrare con lui in studio pochi giorni dopo la pubblicazione di MADCAP per lavorare a nuovi pezzi.



La disgregazione

Questa volta l'idea è di registrare un disco dall'inizio alla fine, con una sorta di gruppo stabile: Barrett, lo stesso Gilmour al basso, Shirley alla batteria e Rick Wright alle tastiere. Fin dall'inizio appare però evidente che la condizione di Barrett è in via di ulteriore deterioramento. In anni successivi Gilmour ricorderà con autentica angoscia quei giorni, come pure Jerry Shirley: "Lasciava che fossero tutti gli altri a seguirlo o a cercare di capire quello che voleva, finché non se ne usciva improvvisamente con una spiegazione chiarissima. Quando succedeva, sembrava normale fino all'intoppo successivo, e mi chiedevo se ci stava semplicemente mettendo alla prova". Sta di fatto che, a parte pochi pezzi suonati davvero in gruppo (i primi registrati, Maisie e Gigolo Aunt), la maggior parte delle canzoni sono incise da Barrett alla chitarra acustica, con successive sovraincisioni del gruppo, a volte compensatorie di sezioni lasciate incompiute dall'autore: come in Dominoes, che Barrett tronca all'improvviso, e Gilmour e Wright completano con una bella tessitura strumentale nel miglior stile di quel periodo dei Floyd. In sei mesi di sofferenze l'album si completa, dando anche origine ad alcuni pezzi erratici e inconcludenti, che riappariranno anni dopo nell'album OPEL. BARRETT, questo è il titolo del disco, esce a novembre e ottiene un apprezzamento assai minore rispetto all'opera precedente. Ma il problema maggiore è l'autore, che nelle apparizioni pubbliche si rivela sempre meno capace di mantenere un Ho logico. Negli anni successivi, il suo unico legame con il mondo dello spettacolo si ridurrà a visite periodiche negli uffici della casa discografica per riscuotere i suoi diritti d'autore. Paradossalmente, è proprio nei primi anni '70 che la stella, per molti versi già postuma di Barrett inizia a splendere: Bowie inneggia a Barrett nel suo PINUPS, Kevin Ayers gli dedica una canzone, nasce persino una Syd Barrett Appreciation Society, con un suo organo, la rivista Terrapin. A metà del decennio, più d'un gruppo del nascente punlt lo vorrebbe come collaboratore o produttore (i Damned e gli stessi Sex Pistols). A tutti Barrett, che in questo periodo vive (quasi da eremita, vistosamente ingrassato e con la testa completamente rasata) nel residence londinese Chelsea Cloisters, oppone nient'altro che un mutismo straniato. Nel 1972, il batterista Twink e il bassista Jack Monck, incontrato Barrett a Cambridge, ottengono la sua partecipazione a un gruppo chiamato Stars. L'unico concerto, come gruppo di supporto per gli MC5 al Kìng's College Cellar di Cambridge. Il concerto è un disastro, il Melody Makerlo massacra e un desolato Barrett lascia l'abborracciato gruppo. Ci saranno ancora quattro sedute di registrazione nel 1974, dalle quali non uscirà nient'altro che qualche sequenza di accordi mal combinati. Ci sarà, nel 1988, la pubblicazione di un album, OPEL, costruito con i residui delle registrazioni dei due album ufficiali. Ma a questo punto Syd Barrett è già da molti anni uscito definitivamente di scena.



L 'eredità

Nonostante un attività di durata assai breve, con risultati scarsi di numero e a tratti discutibili quanto a compiutezza, Syd Barrett è un musicista amato e talvolta venerato, la cui opera è stata a lungo contemplata e discussa. È indubbio l'influsso della vicenda biografica, della progressiva dissoluzione d'un talento nella follia ma il senso della lettura di Barrett non si esaurisce in questo. Come testimoniano i tre album solisti, più ancora delle opere con i Floyd, la musica di Barrett è sostanzialmente incompiuta: sia ad ascoltarlo sia a leggerlo, pare sempre che Barrett stia per arrivare da qualche parte, stia per dire quel che è essenziale, ma che in qualche modo non ci arrivi mai. Si crea così una costante tensione, un continuo spiazzamento, in cui l'ascoltatore è insieme affascinato e deluso, preda dell'inquietudine. Quella di Barrett è una forzata, involontaria poetica del frammento, in cui i concetti (dissociati?) stentano a trovare nessi sequenziali: la storia promessa da una Love Song si spezza brusca a metà, gelando le attese, le canzoni grezze come Feel o If It's In You sembrano completamente inconcludenti. Brani come Let's Split o Dolly Rocker, non a caso esclusi dalla discografia ufficiale e recuperati soltanto in seguito, testimoniano bene questo risvolto dell'irrimediabile instabilità barrettiana: idee ritmiche di bella sottigliezza, i già citati giochi armonici, un tessuto musicale potenzialmente ricco, che non riescono a trovare piena coerenza, canzoni bruscamente interrotte oppure stonate per metà. David Gilmour letteralmente ammattì per impedire al proprio assistito di distruggere la sua stessa musica; non a caso canzoni come la biliosa Ratso l'accidiosa Dominoes sono state salvate usando il primo nastro dimostrativo per innestare le debite sovraincisioni. Ma non è soltanto necessità patologica, la frammentarietà è in qualche modo costitutiva per Barrett. Basti ascoltare la prima versione di Clowns & Jugglers, con i sofisticati Soft Machine che faticano, sino a perdersi, a seguire i ritmi spezzati, interrotti e ripresi, i complessi cambi d'accordo, gli accenti spostati di continuo da un Barrett frenetico. Le canzoni di Barrett sembrano soffrire la possibilità stessa d'assumere forma compiuta. Solo in alcuni pezzi di MADCAP c'è un tentativo di giocare con gli stili, dal blues alle canzoni da vaudeville al folk; ma in seguito il catalogo di stili sarà perso e Barrett resterà solo con la propria impotenza formale. C'è anche un Barrett stranamente lirico, quello che appare nelle prime opere soliste: Opel Terrapin, No Man 's Land con i loro ritmi più stabili, ma armonie e parole irrimediabilmente plumbee. Ope! è un'elegia cupa e struggente, con testo melanconico, mentre le versioni della joyciana Golden Hair e pezzi come Dark Globe mostrano una strana delicatezza. Nel rapporto di Barrett con le parole sta forse la chiave migliore per la decifrazione dell'artista. Man mano che la sua storia personale procede, il Barrett artista si aggrappa sempre più alle parole, quasi fossero un legame estremo con il mondo dei codici condivisi, della sanità mentale. Come quando cataloga impassibile i propri abiti in Vegetable Man; o nel rigoglio verbale di testi come Octopus. Ma è palese che la sua vena visionaria si fa progressivamente meno comprensibile, quelle che erano state magnifiche ambiguità diventano incomprensibili assonanze: Wolfpack, per esempio, è un testo di decifrazione ardua, Income Cigolo Aunt, come Rats la cui sezione finale sconfina nell'insesatezza. Let's Split sembra avere l'assonanza come unica guida. Fino all'estremo, toccante e drammatico, di Word Song, in cui la voce monocorde di Syd si limita a elencare - ben evidenziando a forza di staccati la mancanza di nessi - una serie di parole senza alcun rapporto reciproco (a parte vaghe assonanze). Qui Syd Barrett sembra senz'altro fuori dal mondo dei significati. Eppure gli archivi barrettiani, riaperti per l'ennesima volta nel 1993, riservano ancora delle sorprese. Ad esempio, tre versioni di It Is Obvious (pezzo tra i più incisivi di BARRETT): la prima riproduce la canzone nella forma finale, ma eseguita alla chitarra elettrica; la seconda la trasforma in un blues alla Muddy Waters, con voce ruvida intonata un'ottava più in basso; la terza, di nuovo alla chitarra acustica, ne fa una ballata lieve di sapore folk, con bello spostamento di accenti. Tutto questo in un solo giorno, e proprio nel periodo in cui, a detta di tutti i partecipanti alle registrazioni, Barrett manteneva con il mondo un contatto poco più che larvale. Forse sta anche qui il fascino di Barrett: il confine tra patologia, creatività e genio rimane, nel suo caso, impossibile da tracciare. Prima di tutto, un'immagine (com'è inevitabile, trattando di Pink Floyd). L'immagine dei tanti ritratti, delle infinite fotografie di concerto. Un impianto d'amplificazione, enorme, imponente, mostruoso, circondato da pupazzi variopinti e schermi con sagome che S'arguiscono animate. Al centro di tanto scenario, quattro omarini quieti, perbene, assai comuni, quasi banali. Quattro uomini senza costume, senza atteggiamento recitativo, senza persona scenica. In apparenza sommersi dai macchinari d'amplificazione e diffusione, i Pink Floyd trionfano grazie alla normalità. Nel mondo variopinto del rock, è il grigiore a salvarli. E a renderli diversi, autentici ghosts in the machine. Chi veda un filmato della loro vita quotidiana vedrà persone per nulla notevoli, sempre vestite secondo i dettami del luogo comune: pittoreschi nei tempi psichedelici, jeans e capelli lunghi negli anni informali, giacca e cravatta dopo, quando il formalismo impera. Senza l'aura dell'eterna adolescenza spesso imposta dal mito del rock. L'attempato David Gilmour degli anni '80 ostenta senza remore pinguedine e fronte stempiata. Il rosa nel loro nome - come sa chi abbia seguito il primo volume di questa storia per canzoni - è entrato per caso, per puro gioco fonetico. Eppure ben si presta a rappresentarli, colore medio e moderato, delicato e alieno dal dramma. Così è sempre stato il gruppo, sfiorato qualche volta da eventi tristi o luttuosi, mai veramente toccato nella tranquillità (esistenziale e sonora) che lo caratterizza. I Pink Floyd che queste canzoni ritraggono sono ormai ben altra cosa dagli eroi psichedelici visti allo scadere degli anni '60. La musica, che già s'è ammorbidita e addolcita negli anni successivi alla separazione dal fondatore Barrett, evolve in suites sempre più complesse, diventando prima lenta e avvolgente, poi maestosa, infine mastodontica, malata d'un gigantismo che affliggerà i loro ultimi spettacoli. Mai, però, sarà turbata un'aurea medietà, che qualche volta saprà trasporsi anche in grandezza.



La ricerca della suite


I Pink Floyd che si affacciano sulla scena degli anni '70 sono un quartetto ormai ben consolidato, che ha il suo centro musicale e umano nel bassista e autore Roger 'Waters, il miglior musicista, nel chitarrista David Gilmour, mentre Nick Mason e Richard Wright evolvono insensibilmente verso un amabile anonimato. Il gruppo è però ambizioso, insoddisfatto della dimensione ristretta della canzone. E quell'inquietudine che lo spingerà per anni a cimentarsi con progetti sempre più ambiziosi, dapprima suites, quindi grandi opere concettuali. Già A SAUCERFUL OF SECRETS aveva indicato l'amore dei mancati architetti per le forme complesse, con uno svolgimento articolato. L'idea di un rock d'ampio respiro, del resto, è ben viva in tanti gruppi inglesi dell'epoca, anche se spesso risolta con idee pseudosinfoniche di gusto alquanto discutibile. La scelta dei Pink Floyd è, almeno da principio, differente. Prima di SAUCERFUL viene un'embrionale suite, mal conosciuta perché mai approdata alla registrazione. Si tratta in realtà d'una semplice giustapposizione di canzoni e intermezzi strumentali: The Man, che nelle intenzioni del suo artefice Roger Waters vuoi essere la descrizione della giornata d'un uomo medio contemporaneo, e che si giova anche almeno nelle prime rappresentazioni di supporti visivi e rumoristici, con il gruppo a mimare in scena risvegli e colazioni. The Man, che ha una durata complessiva di circa quaranta minuti, è utilizzato come introduzione ai concerti del periodo 1969-70, per essere infine abbandonato.1 A parte alcune canzoni preesistenti, l'unica sezione di The Man ad arrivare su disco è Daybreak, pubblicata su ATOM HEART MOTHER sotto il titolo Alan 's Psychedelic Breakfast. Dopo un secondo analogo tentativo, The ]ourney, i Pink Floyd sono pronti per progetti più ambiziosi. Atom Heart Mother, pubblicata nel 1970 come brano guida dell'album omonimo, sembra condurre il gruppo negli ambigui territori del rock classico, con orchestra e coro a contrappuntare il quartetto rock. Ma prima che lo scozzese Ron Geesin - che già aveva collaborato con Waters nella bizzarra colonna sonora del film The Body - ne curasse l'orchestrazione scrivendone anche la magniloquente ouverture, Atom Heart Mother pareva, a detta di Gilmour, un tema da film Western con sequenza d'accordi". Tema la cui prima versione si dice fosse stata improvvisata da Waters e Mason con il solo ausilio di basso e batteria. Spogliata del rivestimento orchestrale, dei giochi stereofonici tentati con i cori, Atom Heart Mother rivela un'intima inconsistenza, appena diminuita da un discreto lavoro di Gilmour e Wright. Maggior coesione ha invece la suite dell'anno successivo, Echoes, anch'essa posta a occupare una metà dell'album corrispondente, MEDDLE. Echoes nasce dall'ennesima crisi creativa, che i Pink Floyd cercano questa volta di risolvere provando nuove tecniche di composizione, come registrare i nastri di base uno alla volta, senza ascoltarsi a vicenda. "Alla fine di gennaio [1971], riascoltammo quel che avevamo inciso e ci ritrovammo con trentasei diversi frammenti, che a volte avevano una relazione gli uni con gli altri, a volte no. Echoes fu costruito con quelli" ricorda Gilmour. L'architettura del pezzo è più compiuta, un tema iniziale ripreso più volte con diverso arrangiamento e tempo lievemente alterato, mantenendo insieme unità stilistica e varietà d'ambientazione. E sempre accurato il lavoro sui suoni: la nota di piano che apre e chiude il brano è stata attentamente studiata, dopo essere nata per caso dall'inserimento del piano in un'unità eco Binson. E c'è qualche raffinatezza, come questa citata da Gilmour: "Considerate il coro finale, l'infinito coro di fondo. Esistono effetti musicali attraverso i quali una melodia sembra continuare... come nei disegni di Escher, dove le scale salgono salgono e non arrivano da nessuna parte. Be', c'è una melodia che continua a essere suonata, e ancora e ancora, e al tempo stesso sale verso frequenze più alte, in modo quasi impercettibile, e non arriva da nessuna parte. Così è il coro di Echoes alla fine". Va dato atto a Gilmour d'aver definitivamente affinato per questo album il proprio stile di chitarra, che gli permette magnifici passaggi solisticì. Le canzoni, in questi dischi, sono relegate in posizione secondaria rispetto alle suites e poco aggiungono alla figura degli autori, di cui non fanno che delineare meglio le preferenze musicali: intimismo per Waters, country rock per Gilmour, canzone classica o cocktail Jazz per Wright. A parte forse l'accordo in Sol maggiore di chitarra acustica, fuso con il coro (autentico) di tifosi del Liverpool, a sottolineare il testo coraggioso e sconsolato di Fearless. Oppure l'ostinato di basso e il crescendo inquieto di One Of These Days, che testimonia una seconda modalità compositiva: "I dischi rendono le improvvisazioni del giorno in cui ci troviamo in studio, e possono essere d'un genere diverso da quello che proponiamo in pubblico. Un pezzo come Gite One Of These Days è stato composto in un quarto d'ora" (Gilmour).



Interludio cinematografico

A dispetto delle proprie stesse ambizioni, Roger Waters resta per tutto il periodo ricordato un ottimo autore di canzoni. Ma le migliori, escluse dai dischi ufficiali, le riserva alle colonne sonore di due film del regista francese Barbet Schroeder, More (1969) e La Vallée (1972). I film, in sé per sé non sono granché, impregnati come sono di moda hippy all'europea; ecco come li vede Fred Dellar, critico del New Musica/Fxpress. More: "Studente tedesco a Parigi coinvolto da droghe e da una storia d'amore con ex lesbica, in un risibile melodramma che tenta di provare che la droga uccide". LA VALLEE. "Graziosa hippytudine d'un ricco capellone e dei suoi amici, che in Nuova Guinea cercano una valle nascosta, diventando selvaggi lungo la strada. Quanto radicale, quanto chi?'. Eppure le colonne sonore sono buona palestra per scrivere canzoni dolci o lasciarsi andare a godibili improvvisazioni di blues, senza l'assillo di comporre la "grande opera". Waters, con Cymbaline o Free Four, scrive testi di sicura presa, ricchi di visioni secondo una mai soppressa cifra stilistica del gruppo, ma d'un immaginario sempre meglio disposto e controllato. In Free Four s'inserisce per la prima volta il correlato autobiografico del padre di Waters ucciso in guerra, che tanta parte avrà in THE WALL e THE FINAL CUT. In contrasto con l'apprezzamento incondizionato di Barbet Schroeder stanno le difficoltà incontrate dai Pink Floyd in altri progetti culturali voluti da un Waters irrequieto quanto velleitario: ore e ore di sedute in uno studio di Roma di fronte ad Antonioni, per la colonna sonora di Zabriskie Point, non partoriranno che il topolino dì tre pezzi alquanto anonimi. Poi verrà il tentativo di comporre un balletto su temi della Recherche proustiana, che nessuno dei quattro riesce a leggere, seguito da quello di scrivere la colonna sonora d'un cartone animato di Alan Aldridge, Rollo, che non vedrà mai la luce per problemi di bilancio. Saranno forse queste frustrazioni accademiche, o forse il ritrovato agio delle canzoni, come sempre composte rapidamente, d'istinto; in ogni caso, nell'autunno del 1972 i Pink Floyd tornano a incidere canzoni. Questa volta, però, come parti d'un progetto complesso e articolato.



Il lato oscuro




La fortuna commerciale di THE DARK SIDE OF THE MOON, ottavo album dei Pink Floyd, ne ha forse offuscato le qualità artistiche. Ma il successo enorme, le vendite cospicue quanto persistenti, mutano vita e personalità del gruppo, e in un certo senso anche il rapporto tra i suoi membri e il mondo, come ha osservato, quasi scusandosi, Rick Wright nel 1974; "Mi ha cambiato in tanti sensi, perché ha portato un mucchio di soldi, e ci si sente assai sicuri di se se si riesce a vendere un disco per due anni. Ma nonostante il suo successo, non è stato fatto in maniera diversa dagli altri nostri album... certo, sapevamo che aveva più melodia dei precedenti, e c'era una concezione unitaria che lo percorreva dall'inizio alla fine. La musica era più facile da assorbire, e la presenza di voci femminili supplementari aggiungeva un tocco commerciale che nessuno degli altri nostri dischi aveva". Eppure, quando il gruppo si riunisce in uno studio di West Hampstead nel gennaio del 1973 le idee sono poche e l'unica canzone già pronta è Us And Them, scartata da Zabriskie Point. Secondo i ricordi di Gilmour, "ci ritrovammo in una sala prove, e Roger se ne uscì con l'idea di parlare di tutto quanto può portare la gente alla pazzia". E Waters sceglie di farlo usando, dice, "un tema che corra per tutta l'opera, la vita esemplificata dal battito del cuore, e così via. Ma anche altro, tutte quelle pressioni che sono anti-vitali...", Con sole e luna a simbolizzare "vita e morte, luce e oscurità" ("And everything under the sun is in tune / But the sun is eclipsed by the moon") Waters elenca i modi e i tempi di quella che in Time definisce una "quieta disperazione, al modo inglese". Che, sul finire dell'opera, in panorami sempre più sconsolati, sfocia nella follia d'un lunatic che ricorda da vicino il sempre incombente Barrett. E un Waters già amaro, sarcastico a tratti. ma senza gli eccessi che guasteranno certa sua produzione successiva. lì gruppo lo segue bene, con musicalità morbida, sintetizzatori discreti e ampie aperture di slide guitar o di sognante chitarra solista. Sono canzoni fatte d'un rock semplice per quanto sofisticato, prodotto con scrupolo esemplare da Alan Parsons, che ottiene una perfetta presenza dei suoni registrati. Sfuggire alla pompa sinfonica giova ai Floyd, che ritrovano vena abbandonandosi alla modestia. E c'è spazio anche per qualcosa d'inconsueto, quella Money che è probabilmente il primo singolo di successo su ritmo di 7/4, annunciato da un iniziale montaggio percussivo di registratori di cassa (ottenuto con certosina pazienza, sincronizzando Ummenti di nastro): "Avevo una melodia su quei 7/4, e sapevo che nell'opera ci doveva essere una canzone sui soldi, e pensavo che la melodia potesse diventare una canzone sui soldi. Deciso questo, è stato d'una facilità estrema costruire un'introduzione in 7/4 che le si adattasse. Spesso penso che le migliori idee siano le più ovvie; quella è una cosa d'una fantastica ovvietà, perciò suona così bene" (Waters). Non è tutto dolce per questi Pink Floyd attesi al fasto dell'ovvietà. Il successo è arduo da vivere, specie se sofferto. Così per due anni i Floyd si raggelano, privi d'idee e voglia d'averne, quasi stanchi d'essere un gruppo. Provano a incidere un album di musica non musicale, quasi uno sberleffo per quel rock che lì sta ingabbiando, con elastici e bombolette d'aerosol al posto degli strumenti, ma lo abbandonano dopo aver arrancato per tre pezzi. Insistono con i concerti, innumerevoli e sempre più colossali, ricavandone denaro e seguito ma anche stanchezza ed esasperazione. Rientrano infine in studio nei primi mesi del 1975. Faticosamente nascono tre brani, assai lunghi: Shine On You Crazy Diamond, Paving And Droolinge You Gotta Be Crazy, che sono immediatamente portati in tournée per ricevere fiedback dal pubblico. Quello che insiste nelle registrazioni, con rifacimenti continui, è un collettivo di uomini "mentalmente malati" (Mason); eppure emerge pian piano la struttura d'un album. Crazy Diamon4 che ormai ha raggiunto una durata di venti minuti e oltre, ne occuperà la massima parte, mentre gli altri due brani saranno eliminati in favore di canzoni più brevi e più vicine al tema del disco, che si chiamerà WISH YOU WERE HERE: l'abbandono. Shine On You Crazy Diamond è infine suddiviso in due parti, tra le quali s'inseriscono wélcome To The Machine, glaciale pulsazione elettronica con interpunzioni di chitarra acustica, Have A Cigar, straight rock serrato affidato alla voce di Roy Harper, e Wish You Were Here, ballata watersiana bella e sconsolata. Ed è su Crazy Diarnond che poggia la globalità dell'album. La suite, che appare più che altro una canzone enormemente dilatata, è apertamente dedicata da Roger Waters a Syd Barrett: "Quella canzone parla di lui. L'insieme del disco parla dell'assenza, d'un genere o dell'altro, e la sua follia ne era un grande, impressionante esempio". Tutta costruita a partire da un'elementare frase di quattro note, suonata da Gilmour alla chitarra, s'avvale di tastiere ambientali, sintetizzatori che si stratificano costruendo una sorta di delicato wall of sound (e che saranno l'ultimo rilevante contributo di Wright a un'opera dei Floyd). Il tema, di per sé quasi risibile, è ripreso con una serie di variazioni: prima un assolo di sintetizzatore, poi di chitarra, poi di sassofono; quindi il tema è cantato, ripreso su base di basso percussivo, ricantato, ripreso da strumenti ritmici, fino a concludere con una ripresa dell'iniziale nota di sintetizzatore. La tecnica è ancora quella di MEDDLE, qui però affinata e messa al servizio d'un testo che per una volta è lutto e rimpianto vero. "Non so perché ho iniziato a scrivere quel testo su Syd. Credo sia stato perché quella frase di Dave suonava come un estremo rimpianto. Sono triste per Syd. Non lo sono stato per anni. Per anni, penso, Syd è stato una minaccia, per via di tutte quelle balle scritte su lui e noi. Naturalmente è stato molto importante, e il gruppo non sarebbe mai partito senza di lui, che scriveva tutto il materiale. Non sarebbe mai successo nulla senza di lui, ma d'altra parte non saremmo mai andati avanti con lui. Ma quando arrivò alle sedute di WISH YOU WERE HERE - fatto ironico di per sé - vedere quest'uomo grosso, grasso e matto... il primo giorno in cui arrivò io ero in lacrime" (Waters). Per ANIMALS, posteriore di altri due anni, i Pink Floyd recuperano i due brani scartati da WISH YOU WERE HERE, You Gotta Be Crazye Paving And Drooling. Sono ribattezzati però Dogs e Sheep per adattarli alla metafora animalesca dell'album, in cui Waters vuoI rispecchiare l'umanità in figure quasi orwelliane di animali: cani, porci pecore. La musica stessa risulta modificata, per meglio aderire ai testi, ormai apertamente cupi, aggressivi e dissociati, tanto da far coniare a Karl Dallas l'epiteto di "Pink Floyd". Perché Waters coglie anche, nelle parole più che nei suoni, un segno dei tempi. Il 1977 è l'anno del punk e della sua protesta rabbiosa e destruente; il che permette al bassista, ormai misantropo, di sfogare un livore che pare diretto a tutta l'umanità, appena mitigato dalla breve dichiarazione d'amore di Pigs On The Wing, che incornicia con le sue piccole note da folksong le tre canzoni dell'album. Di canzoni lunghe si tratta, non più di suìtes. Dove un avveduto uso degli strumenti consente di dilatare i tempi degli intermezzi tra le parti cantate, ricamando su una o due note e giocando molto sulle sonorità. Tutto ciò porta a inevitabili fasi prolungate di stanchezza e ripetizione, com'è spesso accaduto alla banda quando ha voluto abbandonare la forma rock. Cui ancora tornerà, ma in maniera questa volta irrimediabilmente influenzata dall'amarezza quasi paranoide di Roger Waters.



Interludio concertistico

Fin dai tempi dell'UFO Club i Pink Floyd s'erano distinti per l'attenzione ai supporti scenici durante i concerti. Il primo lightshow del gruppo era stato l'impianto raccogliticcio messo in opera da un paio d'americani durante uno dei concerti alla Roundhouse. L'idea d'illustrare i suoni tramite immagini astratte in movimento intrigò immediatamente Barrett, ancora fresco di studi artistici. Ne derivarono rudimentali marchingegni, legno di balsa e vecchi condensatori, dapprima messi in opera dai versatili Jenner e King, quindi da un tal Jo Cannon, transfuga del Politecnico, assurto così alla leggenda dell' underground. Poche diapositive liquide bastavano a destare i sensi gia iperstimolati nelle cantine londinesi; ma ben altro serviva alla multimedialità d'un gruppo con pubblico internazionale. Così, insieme alle dimensioni dei concerti, crescono per i Pink Floyd gli ausili extramusicali. Resi necessari, tra l'altro, dalle scarse attitudini eroiche degli interessati. Se un Hendrix o un Jagger erano spettacolo nel loro stesso esser sul palco, personaggi statici e alquanto legnosi come Waters e Gilmour non s'offrono al pubblico come degni supporti di fantasie o identificazioni. Entrano così in campo giochi di luce sempre più complicati, poi laser, poi pupazzi e manichini, poi addirittura animazioni proiettate su schermi circostanti il palcoscenico. Le dimensioni sono ormai quelle dell'evento rock", stadi traboccanti e tripudio di folla, mentre luci e filmati ottundono lo spirito critico. Gli stessi Pink Floyd restano perplessi di fronte agli osanna tributati alla "prima" di certi loro spettacoli, musicalmente ancora disuniti e raffazzonati (i Pink Floyd hanno sempre modificato e affinato le loro musiche nel corso delle tournées; i nastri illegali delle prime presentazioni di Crazy Diamond svelano Waters, Gilmour e Wright impegnati in stonature invereconde del corale). Ma il gigantismo degli spettacoli è anche fonte di frustrazione per gli stessi artisti. E nel corso della massacrante tournée del 1975 che Roger Waters concepisce l'idea di erigere un muro tra sé e un pubblico vissuto in modo sempre più persecutorio. E proprio nei concerti che deriveranno dalla musica di quel muro Waters arriverà a far suonare un secondo gruppo, mentre i quattro Pink Floyd si limitano a cantare e a stare sul palco. E una presa di posizione ambigua, sospesa tra dissacrazione e disimpegno. Ma l'ambiguità è caratteristica del gruppo nel periodo in cui vede la luce THE WALL.



A proposito di muri



Roger Waters è in genere descritto come uno schivo misantropo, professionista irreprensibile e uomo freddo, per quanto sensibile e -specie nei tardi anni '70- sottilmente paranoico. Man mano che i suoi testi crescono d'importanza, la necessità d'espressione autobiografica acquista intensità crescente, da ultimo irrefrenabile. Risultato finale d'una tale urgenza è il coinvolgimento dei Pink Floyd in un ambizioso progetto multimediale, sorta di catarsi personale dai mali del rock. L'opera assumerà dapprima la forma d'un lungo album, poi d'una serie di concerti d'inusuale ricchezza teatrale, infine d'un film: Per meglio chiarire l'atmosfera dell'opera, riporto per esteso la smossi ufficiale del film: "Pink, un cantante di R&R, se ne sta chiuso in una stanza d'albergo, da qualche parte a Los Angeles. Troppi spettacoli, troppa droga, troppi applausi; un caso bruciato. Alla TV, un film di guerra fin troppo familiare tremola sullo schermo. Confondiamo tempo e spazio, realtà e incubo, man mano che ci addentriamo nei ricordi dolorosi di Pink e nell'inevitabilità della sua pazzia. "Il nostro eroe è un bimbo nato durante la Seconda guerra mondiale nello stesso momento in cui suo padre è ucciso in servizio nella battaglia di Anzio, per cui Pink cresce senza mai conoscerlo. Sua madre dedica la vita al figlio e compensa la perdita del padre soffocando Pink con il suo amore. "Pink frequenta scuole che mirano a soggiogate i bambini invece di educarli. E esposto a insegnanti che castigano e reprimono i bambini cercando di liberare le proprie miserabili frustrazioni. La sua risposta a simili esperienze alienanti è di costruire lentamente un 'muro' difensivo intorno ai propri sentimenti, per proteggersi da ulteriori ferite. Pink sposa la fidanzatina della sua infanzia perché è convenientemente disponibile. "lì ragazzo è cresciuto, è diventato cantante di R&R, suona in un gruppo, attratto dal 'potere della fama' che lo aiuta a liberarsi dalle tormentose sensazioni di distacco, non solo da moglie o amici, ma anche da se stesso. E una vita di ritorni in diminuendo. Come un tossicomane con la sua droga, Pink necessita di crescenti dosi di applausi. "Ma non è mai abbastanza. Le interminabili separazioni rendono il muro tra Pink e sua moglie sempre più alto, finché non accade l'inevitabile - mentre lui è in tournée, lei s'innamora di un altro uomo. L'ultimo mattone nel muro di Pink. "Pink si chiude a chiave nella sua camera con una manciata di pillole e una groupie. Distrugge i mobili e spaventa la ragazza fino a farla fuggire. Infine solo, drogato e con la TV come unica compagnia, si ritira sempre più in sé, il muro è ora completo. In totale isolamento dal mondo reale, la sua immaginazione vaga ai limiti estremi del suo incubo: le sue paure peggiori, la probabile pazzia. "S'immagina come un gelido demagogo, cui non è rimasto che l'esercizio del potere sul proprio pubblico, incapace sia di pensare sia di curarsi di lui. Il suo manager, come sempre preoccupato del prossimo spettacolo, irrompe nella stanza e un medico recupera Pink quel tanto che basta a trascinano fuori dall'albergo e dentro la sua limousine. Ma Pink è ormai lontano. E selvaggiamente allucinato, mentre il mondo svanisce, e s'immagina uno spettacolo malefico, una Norimberga R&R, in cui è lui il capo: l'accumulo degli odiosi eccessi del suo mondo e del mondo intorno a lui. "È troppo per il suo nucleo di sentimenti umani, e Pink si ribella. BASTA! Segue il suo auto-processo interiore, ove i testimoni della sua vita passata, le stesse persone che avevano contribuito alla costruzione del muro, s'avanzano a testimoniare contro di lui. La sentenza è che Pink deve 'abbattere il muro' prima che l'isolamento lo sprofondi nella disgregazione morale dei suoi incubi." Questa la base narrativa prima dell'album, poi del film. Forse discutibile, certo solida (e vissuta). Così solida, purtroppo, da prevalere su qualsiasi idea musicale. La musica entra totalmente al servizio del testo, non più pittorica né d'atmosfera, ma ormai a sua volta "narrativa (in questo senso,

THE WALL merita la denominazione di opera rock). Ma manca, nella musica, un'unità stilistica, un'idea guida sonora. Troppi sono gli stilemi presi a prestito, dalla disco music al country e al folk, fino all'elettronica e al rock forte, sinfonico dell'apertura. Ma priva d'un principio unificante, questa musica rischia il pastiche stilistico. Non basta, a pareggiare le ambizioni, l'emergere di qualche finezza, come la ripresa delle frasi tematiche (ce ne sono due, I' Ooh Babe che ricorre fin dal secondo brano e il tema di Another Brick In The Wall, che oltre che nelle tre versioni del pezzo torna anche in Hey You, Waiting For The Wormse The TriaI). Alcune canzoni mostrano buona caratura, e la chitarra solista di Gilmour ha il pregio consueto. Ma la musica è senza autonomia, è come affondata nelle tante parole che affollano l'opera, e non l'aiutano la sezione ritmica troppo pesante né l'orchestra pomposa voluta dal produttore Bob Ezrin. Probabilmente era ambizione di Waters creare qualcosa che si ponesse al di sopra e al di là del linguaggio del rock, un'opera in cui i tanti stili fossero un modo di disquisire sul rock, ponendosi in posizione metalinguistica. Sembra però che le capacità non stiano alla pari dei desideri, che manchi la profondità di Frank Zappa o Brian Eno, o degli stessi Beatles del 1968. Forse la chiusura di In The Flesh voleva essere la riscrittura metalinguistica dei vecchi Pink Floyd; così com'è, sembra la loro caricatura. Quanto al testo, è amaro e sarcastico quanto la narrazione, assai più del già agro ANIMALS. L'ironia di Waters ha perso la levità e la grazia di THE DARK SIDE OF THE MOON, è ora appesantita, inequivocabile e quasi imbarazzante. Non stupisce che la tirannia di THE WALL (e del suo creatore) inizi a dispiacere a qualcuno, all'interno stesso del gruppo. Richard Wright si disimpegna dall'incisione, suonando tastiere incolori e anonime, fino a esser spesso Sostituito da altri strumentisti di passaggio. E nella tournée che segue, partecipa già nelle dimesse vesti di sessionman: dopo oltre dieci anni, il quartetto s'è smembrato. Tutto ciò non sembra essere avvertito minimamente dal pubblico, che decreta a THE WALL un successo enorme, mitico. Waters, incontenibile, procede immediatamente alla produzione del film, che condurrà in porto in un paio d'anni tra mille liti con il regista. E il film, a sua volta, susciterà entusiasmi ulteriori, con i suoi disegni animati che portano sullo schermo tutto quanto era stato finora visibile ai pochi privilegiati che potevano permettersi un concerto dei Pink Floyd. Reduce dai trionfi, Waters prosegue, di lì a un paio d'anni, la sua personale saga di reminiscenze, che pare rivolta a dimenticare l'ombra del padre scomparso in guerra (ovviamente nella battaglia di Anzio). Il tassello successivo di queste affermazioni sempre più solipsistiche si chiama THE FINAL CUT, opera che sembra davvero mettere la parola fine alla vicenda dei Pink Floyd. THE FINAL CUT abbandona definitivamente il formato rock - già messo in dubbio da THE WALL - e anche il formato quartetto: non solo per la fuoruscita di Rick Wright, ma anche e soprattutto per la predominanza del dialogo tra voce e orchestra (antica passione) in cui la strumentazione elettrica interviene più che altro per punteggiare gli stacchi ed enfatizzare certe sezioni. Non c'è unità ritmica, frammentata da cambi di tempo continui, né c'è il tono costante del rock, in quest'opera che preferisce alternare pianissimi e fortissimi. Waters dialoga con se stesso, non a caso la voce mantiene un registro sommesso e sussurrato, quasi esausto, a suggerire l'estremo approfondimento d'un intimismo nato ai tempi di Grantchester Meadows. La musica è anche qui alla ricerca di referenti, si richiama a forme tradizionali quali ballate, Iulabies, soul music, persino cabaret, giocando spesso su melodie complicate, che tradiscono la necessità di attenersi al testo: pochi album di rock sono programmati come THE FINAL CUT. Anche il soul, che pretenderebbe istinto, è piegato alle necessità dello scritto. Che Waters vuole per sé solo: Nick Mason si ritaglia uno spazio soltanto per suggerire la ripresa del tema di Maggie, What Have We Done, che diventa leit-motiv dell'opera, mentre Gilmour lavora quasi da ospite, marginale quanto nelle canzoni di Bryan Ferry (di cui diventa proprio in quei giorni collaboratore). THE FINAL CUT è davvero il taglio ultimo. L'anno successivo sia Waters sia Gilmour S'impegnano in opere soliste, l'uno per esplorare ulteriormente il proprio pessimismo, l'altro per cercar respiro in più semplici canzoni. Waters non ha più bisogno d'un gruppo; e nel 1985 ne sancisce unilateralmente la fine, dichiarando conclusi i Pink Floyd.



Interludio personologico-musicale


Pink Floyd, nel decennio che separa l'allontanamento di Barrett da THE WALL, è la risultante delle arti e della personalità di quattro uomini. Prima era stato il supporto delle fantasie di Syd Barrett, dopo THE WALL lo sarà di quelle di Roger Waters. Introverso e sommesso, Waters si rivela guida nei momenti di passaggio quando è lui a dar le direttive per superare le crisi. Gilmour gli somiglia nel professionismo, ma è uomo più socievole e fattuale, deciso e a tratti ruvido, certo più a suo agio nel ruolo di rockstar controvoglia. Richard Wright sta al margine, tra mille velleità classicistiche, e lascia sbiadire la propria figura con il passare degli anni. Nick Mason è forse il più saggio: distaccato dal gruppo e dal crescente alone di grandezza, ama sperimentazione e avanguardie sonore, ma non tanto da disprezzare la sicura rendita del marchio Pink Floyd, cui continua a fornire una batteria sicura e forte. Le caratteristiche musicali dei Pink Floyd postbarrettiani sono più difficili da tratteggiare, forse anche per le carenze innovative del quartetto, con gli anni sempre più evidenti. Dimessi i panni dei ricercatori di suoni, ingenui ma inventivi, i Floyd si rivelano prima della metà degli anni '70 un gruppo di rock alquanto tradizionale. Il cui carattere saliente è l'adozione "d'una sorta di ritmo a quattro quarti lento. E l'altra cosa è prendere una linea melodica e frustarla fino alla morte. Può darsi che una volta la suoniamo lenta e quieta, la volta dopo un poco più dura, la terza più pesante". Sono considerazioni di Mason, a proposito del "cliché Pink Floyd", che tratteggia con ottima sintesi il suono del gruppo fino ad ANIMALS. Come le migliori intelligenze del rock, i Pink Floyd sono maestri d'economia strumentale. Sanno sfruttare con cura i mezzi tecnici non sempre eccelsi, fino a cavarne effetti che prendono forza dalla propria stessa semplicità, come gli assoli del primo Richard Wright, elementari e immaginifici. O come le linee di basso di Watets: la linea di due (due) note che sta alla base di See Emity Play (1967) torna, appena rallentata e trasposta, in Careful With That Axe, Eugene (1968), ricomparirà in brevi sezioni di Shine On You Crazy Diamond(1975) per concludere la propria vicenda in Sheep (1977), con longevità decennale. Nick Mason stesso sa dar personalità alla sua pigra batteria dal rullante robusto, un poco con l'abitudine di tenere il tempo sul crash (accentuando così al massimo il battete scandito), un poco con una figura terzinata che pone a mo' di firma in apertura a tutti gli album, da UMMAGUMMA fino a THE WALL. Quanto a David Gilmour, suo è l'onere del lavoro strumentale più fino, imperniato su una chitarra solista agile, dalle forti tinte blues, carica d'indimenticate reminiscenze hendrixiane. I suoi timbri saturati sono rimasti il vero marchio dei Pink Floyd, anche fino a THE FINAL CUT. Non è sorprendente, allora, che sia proprio Gilmour il più riluttante a metter fine alla ditta.



Pink Floyd terzo

Nel 1985, dunque, poco è rimasto di quelli che furono i Pink Floyd. Barrett vive con la madre a Cambridge dimentico della musica e forse del mondo. Wright cerca di ritrovare ispirazione in qualche disco svagato. Mason ha affidato il proprio presunto album solista a Carla Bley, che ne ha fatto una squisita operina di jazz eccentrico - ove il contributo di Mason è quasi impercettibile. Roger Waters s'aggira nei meandri della sua autobiografia e giudica Pink Floyd un residuo fastidioso. Ma David Gilmour non sa trovar pace nel lavoro di chitarrista di Bryan Ferry. "Avevo tanto lavoro da fare come Pink Floyd, e non capivo perché abbandonare il nome del gruppo." In breve, Gilmour e Mason decidono di chiamarsi ancora Pink Floyd, scontrandosi con la decisa opposizione di Waters, che vuole il gruppo morto al suo comando. La controversia finisce in tribunale (fatto questo che non contribuisce certo a smorzare i tratti paranoici di Waters), perché la Pink Floyd Music, ragione sociale del gruppo, è ancora di proprietà dei quattro a pari titolo. Per quanto molta critica internazionale si metta dalla parte di Gilmour, anche per via della nota scontrosità e antipatia propria di Waters, va detto che (da un punto di vista squisitamente artistico) non ha torto quest'ultimo a sospettare che Pink Floyd abbia perso definitivamente la propria spinta propulsiva. Aneddoticamente, si può ricordare un dibattito televisivo indiretto tra Gilmour e Waters, dove all'aspetto sciatto e obeso, agli occhi liquidi del chitarrista si contrapponeva un Waters asciutto e intelligente, con occhi guizzanti d'ironia. Infine il duo Gilmour-Mason vince il duello legale e acquisisce il diritto a risuscitare il nome celebre. Che debutta nell'autunno del 1987, con un album intitolato A MOMENTARY LAPSE OF REASON, mentre a Waters, piccato, non resta che uscire quasi in contemporanea con il suo RADIO KAOS. A MOMENTARY LAPSE OF REASON è opera in netta discontinuità rispetto alle precedenti. Con Waters se n'è andata l'orchestra, è scomparso il tema unitario e anche il basso, sostituito da un Tony Levin impeccabile quanto mercenario. Gilmour può infine sfogare la chitarra in meritevoli assoli, non più imbracati da un copione, anche se la base del disco non è chitarristica, forse perché composta con l'ausilio di un personal computer al posto del registratore. Ci sono atmosfere tecnologiche, ritmi forti e uso di rumori registrati, nella migliore tradizione del gruppo. E c'è anche quella chitarra così sognante, forse la più sentita dai tempi di WISH YOU WERE HERE. Poco di nuovo, quasi nulla. I Floyd di Gilmour sono un gruppo borghese, tranquillo, pago di costruire le atmosfere consuete, di raccontare sogni e, perché no? qualche incubo.



Di concerti vecchi e nuovi

Gli ultimi anni '80 sono un periodo relativamente attivo per i vari membri dei Pink Floyd. Sotto la guida di Gilmour, Nick Mason deve abbandonare le amate auto da corsa, e Richard Wright le anche più amate isole greche, per confluire in una serie quasi infinita di concerti in giro per il mondo. Ne deriverà anche un album doppio, il primo dal vivo per i Floyd dai tempi di UMMAGUMMA. DELICATE SOUND OF THUNDER mostrerà che cosa è diventato l'antico gruppo ambizioso nelle mani di Gilmour: una perfetta multinazionale del divertimento, con tutti i suoni al posto giusto, tutti i debiti effetti speciali, una serie di comprimari strumentalmente impeccabili e capaci anche di rimpiazzare i titolari (ormai né Mason né Wright hanno più allenamento e voglia per reggere un intero concerto, e sono così affiancati da un batterista e un tastierista di rincalzo). Ma va ricordato che anche l'antagonista Roger Waters trova il modo di riproporsi all'attenzione delle folle, dopo anni di oscurità. Lo fa con una versione della "sua" THE WALL, offerta in mondovisione proprio dai residui del distrutto Muro di Berlino, con ospiti di sicura presa spettacolare, da Van Morrison alla Band, da Cyndi Lauper a Sinéad O'Connor, da Brian Adams a Jonì Mitchell. Se non dal punto dì vista creativo, da quello spettacolare i Pink Floyd si dimostrano pronti alloro quarto decennio di esistenza.



Conclusioni provvisorie

Quale cifra, quale chiave di lettura per orientarsi sui Pink Floyd? Vediamo: l'immagine, prima di tutto; i Floyd sono all'inizio gli immaginifici del rock. Loro connotazione di base è l'occhio, lo sguardo. I predicati visivi sono una costante della loro opera, tra descrizioni e metafore, da See Emily Play (osserva Emily) a Let There Be More Light (con la sua luce vivificante), dall'immagine celebre del Muro ai due soli che chiudono l'epoca di Waters, fino alla ricca messe d'immagini dei nuovi Floyd gilmouriani di LAUSE OF REASON. E le immagini sono sorrette, a volte create, dalla musica, ove necessario con l'ausilio di suoni surreali - quelli di Barrett, o anche quelli di SAUCERLUL OF SECRETS, - poi di suoni quotidiani, quelli delle anatre di Grantchester Meadows o del Psychedelic Breakfast, quelli nitidi e tecnicamente perfetti di THE FINAL CUT. E la quotidianità potrebbe essere un'altra chiave. I Pink Floyd, dopo tutto, trovano la loro dimensione più nel raccontare il quotidiano, la quiet desperation, che nella fantascienza e nell'inconsueto, con una musica che adotta artifici sonoramente complessi ma musicalmente semplici, rassicuranti, appartenenti al luogo comune. E poi c'è la follia, naturalmente. Quella non simulata di Barrett, poi ricostruita da Waters e poi ancora utilizzata come espediente artistico. contraltare inevitabile della banalità di ogni giorno. Una follia che per Waters quasi s'identifica con la memoria, che assume nel suo ultimo periodo importanza preponderante, tanto che anche la musica rinuncia all'autonomia e sembra vivere di ricordi già ascoltati. Certo è che la fase più fertile dei Pink Floyd si è presto conclusa. E si sarebbe tentati d'affermare che Pink Floyd sia dopo tutto sinonimo di promesse non mantenute, di ambizioni irrealizzate. Forse più che nei vasti progetti, gli sprazzi di grandezza del quartetto sono da ricercarsi altrove, nei momenti di più felice abbandono, di autentica vena collettiva. I loro "quattro quarti lenti" segnano un'epoca del rock, così come il contrasto tra la musica colorata e le liriche grigie del miglior Roger Waters (per non dire delle creazioni oblique di Barrett). Intelligenti più che intellettuali, i Pink Floyd stessi hanno ben conosciuto i propri limiti - e in virtù di una tale coscienza sono riusciti tante volte a trascenderli. Vale la pena di riportare, a mo' di conclusione, ancora un concetto del rude, lucido Gilmour: "Sono solo canzoni, il solito genere di dischi, con chitarre e voci ad alto volume e tutte le solite cose. Che cosa puoi dirne?".



Ritorno alla vita

"Soldi, che sballo!/Prendi su a piene mani e metti via." Per anni è stato fin troppo facile spiegare la reunion dei Pink Floyd con quest'aureo motto scolpito nel fumo-e-sogno dì DARK SIDE OF THE MOON, anno di grazia 1973. Ma i rintocchi della division bell all'inizio del 1994, sembrano suonare anche un'altra musica. Orgoglio, mettiamola così, voglia di segnare per quanto possibile gli anni '90 dopo avere unghiato a fondo i tre decenni precedenti: o puntigliosa vendetta, anche e soprattutto, smania di dimostrare che Roger Waters, il convitato di pietra, il mai citato onnipresente Nemico, si era sbagliato quando aveva sprezzantemente chiuso la partita - "non ce la farete mai senza di me". Per tutto questo, e altro ancora che i Floyd non dicono (han scelto di tacere, dopo anni di torrenziali polemiche e spieghe), THE DIVISION BELL suona come il disco più accurato e scrupoloso da chissà quanto, forse dal THE WALL originale, 1979. Lo dice se non altro il tempo impiegato a registrare, un anno e anche di più, secondo le vecchie abitudini: e lo conferma la scelta di reintegrare Rick Wright in pianta stabile e non soltanto, com'era accaduto con imbarazzo le ultime volte, come uno stipendiato de luxe. Proprio quando tutti erano pronti a consegnarli agli archivi e a dimenticarseli, insomma, i Pink Floyd tornano a essere un vero complesso e a progettare il futuro. Il 2000 non è così lontano e un Gilmour a quel punto cinquantaseienne potrebbe anche salutarlo sciabolando la sua chitarra in sella a un maiale volante. THE DIVISION BELL nasce dalla produzione di David Gilmour e Bob Ezrin, come già il precedente MOMENTARY LAPSE OF REASON: la grafica è ancora una volta affidata all'hipgnotico Storm Thorgerson. La conferma di quel team vincente è il segno, e non poteva essere altrimenti, che il gruppo intende muoversi nella continuità rispetto al passato, senza arrischiare una sola unghia di veramente nuovo. L'errore di Roger Waters non era forse stato quello di disconoscere i Floyd come tabù, di immaginarli come un guscio che solo i singoli membri (e massime lui) potevano animare? I Pink Floyd esistono, invece, immutabili al di là di tutto e di tutti, monolite più Suggestivo e inquietante di quello scelto per la copertina. Gilmour, Mason, Wright non possono far altro che assecondare quel mito, continuando a disegnare vaporosi archi sonori che non portano da nessuna parte, a concentrare la luce su pungenti assoli dietro cui c'è il vuoto, a stimolare l'attenzione con immagini suggestive e superficiali, enigmatiche e vane - ieri le mucche nel prato di ATOM HEART MOTHER, oggi le pietre da Isola di Pasqua nella campagna inglese e i misteriosi segni braille sul bordo del CD. E tale il desiderio di replicare modelli già provati, che l'effetto è a tratti imbarazzante. Siamo sicuri che l'inizio di Cluster One non fosse pronto da almeno dieci anni, con quella chitarra-gabbiano che si lamenta nel vuoto dei sogni di primo mattino? E What Do You Want From Me, con la sua placida andatura che S'interrompe amara e brusca, non è forse un' outtake di THE WALL, registrata lo Stesso giorno di Hey You? È come se un enorme computer Floyd-onnisciente avesse catalogato tutti gli assoli, tutti i rhythm patterns, tutti gli effetti speciali e le inflessioni vocali di una vicenda ormai trentennale e ora venisse usato da Gilmour e i suoi per una ricombinazione, una fra i miliardi di quelle possibili. Echi di MEDDLE, di DARK SIDE OF THE MOON, di ANIMALS rimbalzano così nell'orecchio e si mescolano ad altri piccoli campionamenti non Floyd: la chitarra The Edge di Take ìt Back ("un sub-Simple Minds non del tutto U2"), l'andatura dylan-nashvilliana di Comìng Back To Life, la citazione Sprinsgteeniana di Lost For Words (il "furto d'autore" riguarda Indipendence Day) e il pop da ore piccole di Wearing The Inside Out, dove Richard Wright riemerge con la sua voce titubante ventun anni dopo l'ultimo lead vocals - per la storia, era Time, su DARK SIDE OF THE MOON. Anche gli spettri, immancabili in simili castelli del passato, anche loro sono ben noti, o almeno così pare: è Barrett il golden boy catturato nella nostalgica tela di Poles Aparte Waters il nemico a cui Gilmour apre invano la sua porta in Lost For Words, una canzone che il grafico non a caso ha decorato con la foto di due guanti da boxe. Impossibile negare fascino a queste pagine, se non altro perché tipiche, perché accuratamente simili ad altre passate fascinazioni. Che poi non accada nulla di veramente significativo, che sia tutto un glorioso e retorico già-ascoltato, è cosa nota e forse anzi l'elemento chiave del gioco. Ai fans piacciono proprio queste abluzioni nell'abitudine, questi placidi refoli di "psichedelia rassicurante", com'è stato scritto bene, di "esperimenti senza sperimentazione". Due parole sui collaboratori. Ia novità è Polly Samson, giornalista del Sunday Times e compagna di vita di Gilmour, che con il suo uomo spartisce buona parte dei testi. Altri contributi vengono da Laird Clowes e da quell'Anthony Moore vent'anni fa impegnato su più interessanti fronti con gli Slapp Happy - suoi i versi di Wearing the Inside Out, su musica di Wright. I passaggi orchestrali sono diretti da Michael Kamen, già noto per le sue "armi letali" con Eric Clapton. Gli strumentisti che accompagnano i Floyd sono gli stessi di Delicate Sound Of Thunder, con l'importante eccezione di Dick Parry al posto di Scott Page al sax. Parry è una figura di culto del mondo Floyd dai tempi di Dark Side Of The Moon e Shine On You Crazy Diamond. A suo tempo si era ritirato dalla scene e conduceva una vita randagia, vivendo su una roulotte per le strade di Cambridge. Si è rifatto vivo con i vecchi compagni l'autunno scorso chiedendo se c'era qualcosa di nuovo e loro, per tutta risposta, l'hanno ingaggiato per disco e tour. Il tour, per l'appunto, ecco dove si verifica subito l'impegno dei vecchi/nuovi Floyd. Senza por tempo in mezzo, il gruppo lo allestisce già nella primavera 1994, in coincidenza con il lancio americano di THE DIVISION BELL. Quindici giorni di prove a marzo nel sorprendente scenario di una base aerea di Palm Springs California lontano da occhi indiscreti: poi il debutto senza rete già il 30 marzo, al Joe Robbie Stadium di Miami, davanti a una folla entusiasta, (e fradicia, per la pioggia torrenziale) di 55.000 persone. Il programma del tour prevede 54 date in tutto: in America fino al 18 luglio (East Rutberford, New Jersey) e poi in Europa, da lisbona (22 luglio) alla maratona conclusiva di Londra dal 12 al 29 ottobre),passando per cinque date italiane a Torino, Udine, Modena e Roma. Numeri giganti, come sempre: 200 uomini al seguito, 8 bus, 49 camion e un aereo privato, 700 tonnellate d'acciaio per le strutture, montabilì in non meno di tre giorni, pasti caldi ogni sera per 220 persone, fra addetti ai lavori e ospiti. Come in studio, anche in scena a prevalere è la voglia di collegarsi al passato. di essere parte di una storia ormai consolidata che dalle luci stroboscopi che dell'UFO Club porta ai combattimenti aerei sul palco di "The Wall Tour" e agli enormi letti volanti dei concerti '88. Per questo il nuovo show può deludere i fans "bollvwoodiani", per come rinuncia a inseguire gli U2 di "zooropa" sul terreno del più nuovo-più spettacolare-mai visto, preferendo un attento montaggio di vecchie trovate sempre efficaci. Ecco dunque gli ormai leggendari maiali volanti, il grande schermo circolare su cui si proiettano vecchi e nuovi il) la miriade di raggi laser colorati e la sfera di specchi, grande peraltro come non è mai stata e programmata per aprirsi e trasformarsi in fiore. I Floyd suonano in un palco semicircolare lungo 57 metri e alto 18, con un disegno che ricorda quello dell'Hollywood Bowl. I roadies impiegano diciotto ore per montano; accanto a quella struttura, viene sistemato un enorme dirigibile lungo 55 metri. Lo spettacolo dura due ore e mezzo ed è un accorto viaggio nella storia Floyd. Comincia con una Astronomy Dominé eseguita con bello scrupolo filologico (la versione di Miami si può ascoltare nel mini CD di Take ìt Back appena edito) e prosegue poi con citazioni dal repertorio più recente, MOMENTARY LAPSE OF REASON e buona parte di DIVISION BELL. Dopo Keep Talking inizia una lunga serie dei greatest hits, a zig zag nel tempo, interrotta solo dalla nuova High Hopes giusto al principio della seconda parte. Sono brani che ogni appassionato di fede floydiana sa di aspettarsi, i più celebri e collaudati: da Sbine On You Crazy Diamond a Another Brickìn The Wall da Wish You Were Here a Money e Comfortably N\umb, con arrangiamenti che apportano solo minime variazioni alle versioni live già conosciute. Dopo una ventina di brani, Run Like Hell chiude il concerto, mentre il cielo è solcato da fuochi d'artificio. Ultime parole (per il momento). David Gilmour: "Quando siamo tornati sulle scene, con MOMENTARY LAPSE OF REASON, il piglio era quello di chi strillava: 'Guardate, siamo ancora qui!'. Era un album chiassoso. Il nuovo disco è molto più riflessivo e delicato, e per questo lo preferisco a qualsiasi altra cosa abbiamo fatto dopo WISH YOU WERE HERE". Nick Mason: "Il ritorno sulle scene mi ha reso di nuovo giovane, e credo che Roger ne sia in parte l'artefice. Ho avuto l'impressione che, se non fossi stato pronto a rischiare tutto, allora c'era qualcosa che non andava, e sarebbe stato meglio se avessi fatto l'architetto".






Storia dei Pink Floyd sotto un'altro punto di vista

1965: E’ l’anno della nuova cultura “underground” che segna la nascita di innumerevoli nuovi complessi, uno dei quali è quello dei PINK FLOYD, formatosi tra i banchi di scuola dell’Istituto Politecnico di Architettura di Londra. All’inizio è costituito da Nick Mason (batteria), Roger Waters (basso e voce) e Richard Wright (tastiere e voce), ai quali si aggiunge in seguito Syd Barrett (chitarra e voce).

1966: I Pink Floyd realizzano innumerevoli concerti nei locali della Londra underground, tra i quali il Marquee e l’UFO. La musica del complesso si caratterizza per l’uso di effetti elettronici e per i testi allucinati e sognanti, ispirati soprattutto dall’uso di allucinogeni consumati da Barrett; inoltre l’utilizzo dal vivo dell’innovativo “light show”, diviene un vero e proprio marchio di fabbrica della band.

1967: L’11 marzo esce il primo singolo dei Pink Floyd, con le canzoni “Arnold Layne/Candy And Current Bun”, quest’ultima originariamente intitolata “Let’s Roll Another One” (rolliamone un altro), e cambiato per motivi di censura. Il 5 agosto esce il primo album The Piper At The Gates Of Dawn; notevoli sono le canzoni “Astronomy Domine” e “Interstellar Overdrive”. Nei concerti essi perfezionano la loro musica ed il loro light-show; come testimoniò in seguito Waters che definì la musica dei Pink Floyd “sintesi tra suono e luce”.

1968: Il 29 giugno esce A Saucerful Of Secrets che segna la dipartita dal gruppo di Syd Barrett, causa eccessivo uso di Lsd. La leadership del complesso viene assunta da Roger Waters che per un quindicennio sarà il maggior compositore della musica e soprattutto dei testi della band. Sostituto di Barrett è David Gilmour (chitarra e voce), che contribuirà alla svolta del gruppo, verso un sound psichedelico, ma anche melodico. Per quanto riguarda i concerti, i Pink Floyd suonano per la prima volta in Italia, al Piper di Roma.

1969: Nel mese di luglio esce More ed il 25 ottobre Ummagumma. Il primo è la colonna sonora dell’omonimo film di Barbet Schroeder, che propone i Pink Floyd in chiave acustica ed intimistica oltre che elettrica. Ummagumma è un album doppio, con una prima parte “live” (contenente “Astronomy Domine”, “Careful With That Axe Eugene”, “Set The Controls For The Heart Of The Sun” e “A Saucerful Of Secrets”) ed una seconda in studio molto avanguardista e di ricerca sonora. Notevole è la copertina dell'album che riporta le immagini dei quattro Pink Floyd che si ripetono all'infinito, ognuna all'interno dell'altra.

1970: Nel mese di gennaio la band collabora col regista Michelangelo Antonioni, realizzando tre brani (“Come In No. 51, Your Time Is Up”, “Heart Beat, Pig Meat” e “Crumbling Land”) della colonna sonora del film Zabriskie Point. Nel mese di ottobre esce Atom Heart Mother, ambiziosa opera del complesso. La prima facciata è totalmente occupata dall’omonimo brano in strumentale, stupefacente per le linee strumentali e per la ricerca dei cori polifonici. Nel corso dell’anno escono entrambi gli album solisti di Syd Barrett ( The Madcap Laughs e Barrett) e Music From The Body di Roger Waters in collaborazione col musicista Ron Geesin.

1971: La tournée europea dei Pink Floyd tocca l’Italia nelle date di Brescia e Roma. E’ di novembre l’uscita del nuovo album Meddle, contenente la suite “Echoes”, che perde gli elementi barocchi e classicheggianti del precedente Atom Heart Mother, per riportare i Pink Floyd sui sentieri del rock. Tra le altre canzoni del disco, si segnala la mini-suite strumentale “One Of These Days”, utilizzata come sigla della trasmissione sportiva DRIBBLING.

1972: A giugno esce Obscured By Clouds colonna sonora del film La Vallée di Barbet Schroeder; entrambe si rivelano non all’altezza del precedente lavoro More. E’ dello stesso anno il film-documentario Pink Floyd At Pompei, che riprende il gruppo in concerto tra le rovine dell’antica città.

1973: A gennaio esce The Dark Side Of The Moon, il loro album di maggior successo commerciale (con circa 30 milioni di copie vendute) ritenuto dalla critica il migliore. Contiene classici come “Time”, “The Great Gig In The Sky”, “Money” ed “Us & Them”. Celebre è anche la copertina che ritrae un prisma e la rifrazione di un raggio di luce che lo attraversa. Il concept è una istantanea sull’uomo occidentale e ne mette in luce la vita, le paure, la follia e le contraddizioni. I Pink Floyd promuovono l’album con il loro imponente light-show. Nel corso dell’anno esce A Nice Pair, raccolta dei primi due album della band.

1974: Il gruppo continua la propria attività live con concerti in Inghilterra.

1975: Il 15 settembre esce Wish You Were Here . E’ l’album dove le liriche di Roger Waters meglio si sposano con la musicalità di Gilmour e Wright, creando il giusto equilibrio nell’ esecuzione. E’ interamente dedicato al concetto dell’”assenza”, impersonificata da Syd Barrett, il quale compare negli studi di registrazione, durante le sessioni ed appare irriconoscibile al resto della band, a causa della sua prostrazione psico-fisica. La malinconia di questa situazione, ispirò la composizione di capolavori sul tema dell’assenza, come “Shine On You Crazy Diamond” e “Wish You Were Here”. L’art-work della copertina ritrae due uomini d’affari nell’atto di stringersi la mano, mentre un principio di incendio assale uno dei due personaggi.

1977: Il 23 gennaio esce Animals a completamento di quell’ideale “trilogia” iniziata da The Dark Side Of The Moon e da Wish You Were Here. Come si capisce dal titolo le canzoni classificano l’umanità in categorie animali, con composizioni come “Dogs”, “Pigs” e “Sheep”, cioè cani, maiali e pecore. Originalissima è l’idea della copertina, dove è raffigurato un maiale di gomma gonfiato di elio tra le torri del Battersea di Londra, imponente complesso industriale in disuso, creando un quadro molto evocativo. In questo momento vi è la definitiva affermazione dei Pink Floyd dal vivo, anche se il logorante tour causerà un senso d’alienazione tra la band ed il pubblico, fonte di ispirazione per il futuro album The Wall.

1978: Escono gli album solisti di Gilmour (dal titolo omonimo) e Wright (Wet Dream).

1979: Il 30 novembre esce The Wall, concept album per eccellenza della discografia del gruppo. Ha il formato del doppio album, anche se molto altro materiale non è stato incluso nella versione definitiva. Si basa sul concetto di alienazione dell’uomo (nel disco la rockstar Pink), rappresentata dalla costruzione di un muro simbolico che si frappone tra lui e le altre persone. Il messaggio finale è la distruzione del muro di isolamento ed il successivo inserimento tra la gente comune. Lo stesso muro compare in un disegno stilizzato sulla copertina del disco. Fecero seguito le celebri rappresentazioni live dell’album, come ad esempio alcune all’Earls Court di Londra.

1980: Nick Mason realizza il suo primo album solista Fictitious Sports.

1981: Esce A Collection Of Great Dance Songs, dal titolo ironico perchè non vi è contenuta nessuna canzone ballabile; da notare la nuova versione di “Money”.

1982: Esce il film The Wall diretto da Alan Parker, con Bob Geldof nella parte del protagonista Pink; il film realizza completamente l’idea di alienazione e redenzione che sta alla base del disco.

1983: Il 21 marzo esce The Final Cut, che come fa presagire il titolo segna la fine di un periodo per i Pink Floyd. Di lì a poco tempo, Roger Waters lascia la band, ritenendo esaurita la vena creativa del gruppo. L’album è un concept di totale creazione di Waters, sulla sua personale visione della guerra e del mondo. I dissapori nascono perchè gli altri membri della bands si sentono inutilizzati, in un album confessione incentrato sul testo più che sulla musica. Esce il video EP contenente quattro brani dell'album.

1984: E’ un anno particolarmente prolifico per le produzioni soliste; escono infatti The Pros And Cons Of Hitch-Hiking di Roger Waters, About Face di David Gilmour e Identity di Richard Wright (assieme agli Zee).

1985: Esce Profiles di Nick Mason.

1986: Si assiste alla disputa legale sull’utilizzo del nome e del logo PINK FLOYD, tra il defezionario Roger Waters e gli altri membri. Questi ultimi capitanati da Gilmour, vincono la causa e si accingono a registrare il loro nuovo album.

1987: Il 15 giugno esce Radio Kaos di Roger Waters seguito da relativo tour, mentre il 5 settembre 1987 esce A Momentary Lapse Of Reason, disco dei rimanenti Pink Floyd, contenente hit-singles come “On The Turning Away”, “Learning To Fly” e “Sorrow”. E’ un ritorno alla musicalità di album come Wish You Were Here, dove la chitarra di Gilmour crea atmosfere sognanti ed evocative. La copertina raffigura un’immensa distesa di letti su una spiaggia, ed altri particolari rimandano ai contenuti dell’album. Parte un gigantesco tour mondiale per la promozione dell’album.

1988: Il 21 novembre esce Delicate Sound Of Thunder, testimonianza dei concerti tenuti dalla band, per la promozione dell’album A Momentary Lapse Of Reason. E’ un doppio album che raccoglie i maggiori successi del gruppo, colmando con un live una lacuna nella discografia dei Pink Floyd. Esce anche l’omonima videocassetta, girata al “Nassau Coliseum” di New York. Nella copertina appaiono due uomini: uno “vestito” di lampadine ed un altro attorniato da uno stormo di uccelli. Il retro raffigura tre giganteschi alberi “baobab”. Da segnalare l’uscita di Opel, raccolta di canzoni di Syd Barrett.

1989: La data conclusiva del successivo “Another Lapse Tour” viene tenuta il 15 luglio, nel giorno del Redentore, a Venezia ed è trasmessa in mondovisione. Il concerto ha un incredibile successo decretato dai 300.000 presenti nonostante le aspre polemiche scaturite prima e dopo il concerto.

1990: Il 30 giugno i Pink Floyd partecipano alla kermesse di Knebworth, organizzata per la raccolta di fondi da devolvere a favore dei bambini autistici, aiutati utilizzando innovative terapie musicali. I Pink Floyd concludono la serata eseguendo “Shine On You Crazy Diamond”, “The Great Gig In The Sky”, “Sorrow”, “Wish You Were Here”, “Money”, “Comfortably Numb”e “Run Like Hell”. Il 21 luglio ha luogo nella Potssdamer Platz di Berlino, la rappresentazione da parte del solo Roger Waters di The Wall, con le canzoni interpretate da vari artisti intervenuti per l’occasione. Il ricavato della serata è stato devoluto al Memorial Fund for Disaster Relief. Il tutto è stato immortalato in un disco ed un video usciti il 4 settembre.

1992: I Pink Floyd collaborano alla colonna sonora de La Carrera Panamericana, una corsa automobilistica attraverso il Messico, fornendo anche alcuni brani inediti. A settembre esce Amused To Death, nuova fatica solista di Roger Waters.

1994: A 7 anni di distanza dall’ultimo album in studio, il 30 marzo esce The Division Bell, dove in quasi settanta minuti di musica possiamo ritrovare i suoni e le atmosfere tanto care a Gilmour e soci. Contiene tra le altre “Take It Back”, “Coming Back To Life”, “Keep Talking” e “High Hopes”. La copertina presenta due gigantesche teste che richiamano in versione moderna le sculture dell’isola di Pasqua;esse, a seconda della prospettiva dell’osservatore, possono essere anche viste come un’unica grande testa. Parte un gigantesco tour mondiale che tocca pure l’Italia nei concerti di Torino, Udine, Modena, Roma. La grande novità del tour è l’esecuzione integrale di The Dark Side Of The Moon (in alcune date, tra le quali Modena, Roma e la conclusiva all’Earl’s Court di Londra il 20 ottobre).

1995: A giugno esce Pulse, che oltre ai classici dei Pink Floyd, già apprezzati dal vivo nel predecessore Delicate Sound Of Thunder, propone The Dark Side Of The Moon. Molto curiosa è la confezione del CD, provvista di un led rosso lampeggiante utilizzabile in svariate maniere come i Pink Floyd ironicamente suggeriscono. Contemporaneamente esce anche la videocassetta, testimonianza dei concerti all’Earls Court