16 settembre, 2006

INSCIALLAH

I personaggi di questo romanzo sono immaginari. Immaginarie le loro storie, immaginaria la trama. Gli eventi da cui essa prende l'avvio sono veri. Vero il personaggio, vera la guerra nella quale il racconto si svolge. L'autore dedica questa sua fatica ai quattrocento soldati americani e francesi trucidati nel massacro di Beirut dalla setta Figli di Dio. Lo dedica agli uomini, alle donne, ai vecchi, ai bambini trucidati negli altri massacri di quella città e in tutti i massacri dell'eterno massacro che ha nome guerra. Questo romanzo vuol essere un atto d'amore per loro e per la Vita.

"La notte i cani randagi invadevano la città. Centinaia e centinaia di cani che approfittando dell'altrui paura si rovesciavano nelle strade deserte, nelle piazze vuote, nei vicoli disabitati, e da dove venissero non si capiva perché di giorno non si mostravano mai. Forse di giorno si nascondevano tra le macerie, dentro le cantine delle case distrutte, nelle fogne coi topi, forse non esistevano perché non erano cani bensì fantasmi di cani che si materializzavano col buio per imitare gli uomini da cui erano stati uccisi."

Il romanzo racconta le vicende del contingente italiano di stanza a Beirut sul finire del 1983. L'autrice segue da vicino i vari personaggi: Angelo, sconvolto nella spasmodica ricerca della formula della vita (che egli vuole contrapporre alla formula della morte, rappresentata dall'entropia boltzmanniana, e cioè S = K ln W) e della conferma dell'amore che egli prova per la splendida libanese Ninette; il suo diretto superiore Charlie, che solo alla fine scoprirà di essere stato gabbato, e quindi di aver usato male la sua (supposta) arte diplomatica con gli arabi, fino ai superiori (il Condor, ovvero il Comandante del contingente, i colonnelli Cavallo Pazzo, che conosce a memoria Seneca e Cicerone ed Ovidio, Aquila Uno, Sandokan, finto guerrafondaio ed intimamente pacifista, ed infine il Professore, così chiamato perché lettore di Kant ed Erasmo, che occupa in tutto il romanzo lo spazio di poche battute e di tre lettere-saggio, indirizzate ad una moglie inesistente, mirabile esempio di sciarada) ed ai soldati semplici: Luca e Nicola e Stefano e Fifì e Martino e Ferruccio (autore di una terribile scoperta e di una ancor più terribile bestemmia) e Cipolla e Chiodo e Nazareno e Calogero il Pescatore, autore di un monologo folle che sublima in poco più di una pagina tutto l'orrore e la sciocchezza di quell'eterna sciocchezza che è la guerra. (Questi sono i soldati sconosciuti dell'Iliade, che è il modello del romanzo: o meglio, è il modello del progettato romanzo del Professore, che rimarrà, appunto, un romanzo.)

Il libro è scritto con uno stile impareggiabile, che in alcuni casi rasenta la perfezione. Da antologia il primo capitolo, che descrive l'apocalittico attacco kamikaze alle basi francese ed americana, il "viaggio" di una pallottola nel cervello del soldato semplice Rocco, i personaggi degli arabi, primo fra tutti lo Spazzino Bilal, metafora (forse) del riscatto degli umili.
Leggendo il libro, si ha come la sensazione che la Fallaci abbia la tentazione di costruire un romanzo totale, miscela di più generi di romanzo (dal romanzo reportage al romanzo di guerra al pamphlet al - perché no? - romanzo d'amore) e di più stili. Stupefacente, a questo proposito, l'introduzione, nei dialoghi, di più lingue (arabo, francese, inglese e tedesco) e, tra gli italiani, di quasi tutti i dialetti della nostra lingua, trascritti in modo perfetto, anche i più difficili.
Quindi questo non è un semplice libro, ma è qualcosa di più: qualcosa di impalpabile e leggero, eppure è un qualcosa che vedi, che senti, che tocchi. Appunto, Insciallah, come spiega l'autrice nelle ultime righe, quando Angelo ha forse trovato la formula della vita.

Un bestiale vocio nel quale gli era sembrato di cogliere il suono della parola Insciallah. Insciallah! Insciallah! Insciallah! E obbedendo all'ancestrale richiamo era corso via per tornare sul ponte di coperta, guardare chi fosse.
Erano i cani randagi che la notte invadevano la città. I terribili cani che approfittando dell'altrui paura si rovesciavano nelle strade deserte, nelle piazze vuote, nei vicoli disabitati, e da dove venissero non si capiva perché di giorno non si mostravano mai, forse di giorno si nascondevano tra le macerie, dentro le cantine delle case distrutte, nelle fogne coi topi, o forse non esistevano perché non erano cani bensi fantasmi di cani che si materializzavano col buio per imitare gli uomini da cui erano stati uccisi. I perversi cani che come gli uomini si dividevano in bande arse dall'odio, come gli uomini volevano esclusivamente sbranarsi, come gli uomini si trucidavano per la conquista d'un marciapiede ricco di spazzatura e marciume.
I misteriosi cani che non aveva mai visto. Erano loro, sì, e non erano fantasmi.
In carne ed ossa irrompevano sulla banchina, venivano verso la
nave, e guaiolando ringhiando latrando Insciallah Insciallah Insciallah
saltavano contro i portelli già chiusi. Erano loro, ed erano orrendi. Incrostati di sangue, sciancati, tignosi, alcuni con un occhio solo, un orecchio solo, 3 zampe e basta. Ma da ciascuno di loro sprizzava una vitalità così imperiosa, impetuosa indomabile, che sembravano sani ed interi: bellissimi.
E l'appiglio agognato si rivelò in tutta la sua evidenza. Perché pur trucidandosi
ad ogni calar delle tenebre, pur morendo tutte le notti, quei cani non morivano mai e latravano con tanta energia Insciallah Insciallah Insciallah? E se lungi dall'esprimere speranza e buon auspicio e fiducia nella misericordia divina oppure sottomissione e rassegnazione e pigrizia e rinuncia a sé stessi, la parola Insciallah-destino-Insciallah avesse significato il trionfo della Vita? E se il Caos fosse stato la Vita, non la Morte, bensì
la Vita? E se fosse stata la Vita la tendenza ineluttabile e irreversibile
di qualsiasi cosa, dall'atomo alla molecola, dai pianeti alle galassie, dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande, se fosse stata la Vita il destino di tutte le cose? Se fosse stata la Vita ad assorbire l'energia di chi la combatte e a nutrirsene, se fosse stata la Vita a mangiare la Morte e a usarla per giungere più in fretta al traguardo finale, e il traguardo finale non la distruzione anzi l'autodistruzione dell'Universo bensi la costruzione
anzi l'autocostruzione dell'Universo? In tal caso l'equazione fornita
da Ludwig Boltzmann e la parola offerta da Natalia Narakat Al Sharif sarebbero state la medesima cosa: S = K In W = Insciallah. Destino, Insciallah. La Morte, ciò che s'era augurato una lontana domenica d'ottobre quando aveva soltanto 26 anni e cercava di capire con l'intelletto: lo strumento della Vita, il cibo della Vita. Morire, una semplice battuta d'arresto: una pausa di riposo, un breve sonno per prepararsi a rinascere, a rivivere,
per rimorire sì ma per rinascere ancora, rivivere ancora, vivere vivere vivere all'infinito. In tal caso? No: non era un'ipotesi, quella! Era una certezza. Non poteva dimostrarlo che era una certezza. Nessuno poteva dimostrarlo, nessuno lo avrebbe mai dimostrato. Però era così. Lo sentiva quindi lo sapeva con ogni fibra del suo corpo, ogni poro della sua pelle, ogni nervo del suo sistema nervoso, ogni bruscolo della sua esperienza durata 3000000 di anni che era così. Cioè che essere vivi significa essere immortali. E, offrendo al sole un volto completamente restituito alla sua gioventù, andò a porsi sulla fiancata sinistra.



Proprio in quegli anni a Beirut Oriana potrebbe aver incontrato in un grande albergo della zona Ovest lo sceicco del terrore, Osama Bin Laden, episodio che la Fallaci ha raccontato solo recentemente ne L'Apocalisse.

Nessun commento: