17 settembre, 2006

LA FALLACI PROCESSA IL SUO PROCESSO

IL FOGLIO, 28 maggio 2005

New York.
“Questo processo non è contro di me” dice Oriana Fallaci. “Non è neanche il processo di un giudice in cerca di pubblicità, di un signore che esce dal suo minuscolo cosmo di provincia e finalmente vede il suo nome pubblicato sui giornali. E’ un processo che mira a creare un Caso, il Caso Fallaci. Cioè un processo che mira a condannare una persona nota per poterne condannare altre. Io sarò condannata. E in certo senso, paradossalmente, sarà un bene. Una cosa che gioverà a chiarire le cose, a dimostrare che stiamo perdendo la libertà. Perché la mia condanna non si limiterà a soddisfare la vanità di certi magistrati, ossia i magistrati che incapaci di separare la Legge dalle loro scelte ideologiche o partitiche vorrebbero sostituirsi al potere politico. Ed aprirà un varco che a cuor leggero consentirà di condannare per reato d’opinione coloro che, contrariamente ai magistrati, hanno il diritto e il dovere di prendere pubblica posizione. Giornalisti, scrittori, intellettuali, cittadini che rifiutano il Politically Correct e osano andare controcorrente. Sa, non è la prima volta che vengo usata per aprire un varco: servire da esempio, accendere la miccia. Successe anche quando denunciai la verità sull’assassinio di Pasolini. Per non rivelare i nomi, non mettere a rischio la vita dei testimoni, mi appellai all’articolo Numero Uno dello Statuto dei Giornalisti. L’articolo che vieta di fornire le fonti di informazione quando a fornirle si rischia di rovinare qualcuno o addirittura di condurlo al cimitero. Eppure mi condannarono lo stesso. E nei giorni seguenti altri giornalisti vennero incriminati per lo stesso motivo. Uno, addirittura sbattuto in prigione”.
Nello studio newyorchese di Oriana Fallaci il telefono, un telefono bizzarramente rosso vermiglio, squilla tutto il pomeriggio. Il segretario la chiama dal suo ufficio della 57esima strada per informarla che la Associated Press e la Reuters e la Cbc canadese vorrebbero un suo commento sul processo di Bergamo. Martedì pomeriggio, dopo la querela di un cittadino musulmano noto alle cronache per aver vilipeso la religione cristiana e aver minacciato la Fallaci con un libretto che chiede ai musulmani di applicare su di lei il castigo di Allah, il giudice Armando Grasso l’ha rinviata a giudizio per vilipendio alla religione islamica. La notizia del rinvio a giudizio ha fatto il giro del mondo. E il telefono rosso vermiglio non tace un momento. Giornali e agenzie di stampa la cercano. Il New York Times ne ha già scritto, così come il Washington Post. Il Wall Street Journal insiste per intervistarla. Su Internet trovi siti che esprimono sdegno per il reato-d’opinione e vogliono organizzarsi per darle una mano. Oriana Fallaci non lo sa. Non vuole neanche sapere che cosa sta succedendo al di fuori della sua casa traboccante di libri. Non vuole neanche sentir parlare di avvocati e leggi e querele.
La notizia di Bergamo è arrivata mentre aspettava la visita del suo oncologo, e vi ha reagito con una amara risata. Il telefono squilla di nuovo. Stavolta il segretario le fa sapere che attraverso un’amica s’è fatto vivo il grande giurista Alan Dershowitz, insegnante di Legge ad Harvard, che si offre anche come suo difensore. Inoltre è arrivato un e-mail dal professor Grayling della School of Philosofy dell’Università di Londra il quale la informa che insieme a un gruppo di scrittori britannici le manderà un messaggio di solidarietà e insieme alla sezione inglese del Pen e ad altri colleghi sta preparando un’azione di protesta da diffondere in Italia e nel resto dell’Europa.
La Fallaci appare irritata da tanto fracasso. Non ama parlare con la stampa, non va in televisione, non frequenta quasi nessuno, non si esibisce. Vive da sola col suo cancro, anzi con i suoi vari cancri. “Apro bocca soltanto quando lo ritengo un dovere”, brontola con la sua voce dura. “E negli ultimi tempi l’ho aperta soltanto per dire la mia sull’infame condanna a morte di Terri Schindler (ndr, Terri Schiavo), poi quando hanno scoperto che Pasolini fu ucciso da tre o quattro persone non da una e basta. (Io l’avevo scritto trent’anni fa e per questo ero stata processata, condannata a quattro mesi di galera). Sa, di solito non mi piace parlare attraverso gli altri, le interviste eccetera. Se ho qualcosa da dire, la dico scrivendo un libro, come ho fatto con La Rabbia e l’Orgoglio, La Forza della Ragione e Oriana Fallaci intervista sé stessa e L’Apocalisse: la Trilogia sull’Islam e sull’Occidente. E pazienza se, come nel caso della Trilogia, scrivere quando siamo molto malati è un vero suicidio”.
(segue dalla prima pagina)
Oltre che irritata, la Fallaci appare stupita. Si stupisce sempre quando il clamore scoppia intorno al suo nome, alla sua persona. “Ma che cosa vogliono da me? Faccio fatica perfino a far due passi, recarmi a comprare le medicine e la Perrier. Lavoro zitta zitta e non dò fastidio a nessuno. Perché mi tormentano allora?”. Il telefono squilla di nuovo. Stavolta è la Fox News che la vorrebbe in uno studio di Manhattan alle 6 del mattino. “To hell with you”, risponde, ora addirittura arrabbiata. Segue un ennesimo squillo. Oriana risponde in inglese e continua in francese. “What do you want me to say? En Italie, on punit les victimes et on acquitte les criminels”. Non capisce, non vuole capire, che una grande scrittrice processata per aver espresso la sua opinione in un libro non è una notizia da poco. La cosa più strana, tuttavia, non è questa. E’ che non si cura nemmeno di informare i suoi tormentatori che a provocare questo processo è proprio il musulmano che nel 2002 chiedeva di eliminarla in nome di Allah. Perché? “Perché quel signor Nessuno non conta nulla. Conta il processo”.
Al processo non andrà “manco morta”, dice categorica. “No, non li degnerò della mia presenza. Questa è una causa inaccettabile, inammissibile, imperdonabile. Perché questa è una giustizia che condanna la vittima e assolve il carnefice. Che anzi al carnefice permette di portare in giudizio la vittima. Se la sentenza dirà che La Forza della Ragione costituisce reato, il ridicolo cadrà sull’intero sistema giudiziario”. Forse, in fondo al cuore, Oriana Fallaci a Bergamo ci andrebbe. “Ma solo per stare in tribunale tre secondi, per dare un’occhiata al musulmano che mi fa processare per vilipendio alla religione islamica e che infinite volte ha oltraggiato nel modo più sconcio la religione cristiana”.
Il musulmano che con una denuncia ha indotto il giudice bergamasco a processare la Fallaci è infatti Adel Smith, colui che divenne noto per aver definito il crocefisso “un cadaverino ignudo che spaventa i bambini” e per averlo staccato dall’aula della scuola abruzzese cui è iscritto suo figlio nonché dalla corsia dell’ospedale dell’Aquila dov’era ricoverata sua madre, poi d’averlo gettato giù dalla finestra. E’ anche colui che, senza giri di parole, nel denigratorio libretto scrisse perché la Fallaci doveva esser punita in nome dell’Islam e secondo le leggi dell’Islam. “Donna! non dovevi dire bugie. Non ci sto! Non posso accettarle né, quindi, tacere. Avrai la lezione che ti meriti. Una forte sberla. Ma non una sberla di quelle che meriti perdavvero, bensì uno schiaffo morale che ti farà, forse, tornare a piangere ancora. Preparati a una forte e giusta punizione: essere messa a nudo. Denudata. Spogliata. Non del tuo abbigliamento come, forse, avresti desiderato (e dico ‘desiderato visto che di te vien detto che hai ‘l’utero nel cervello’). Non mi interessa. Ma denudata della tua forza, di quella tua tenue forza che trai dalle tue spregevoli menzogne. Preparati! Sto per smascherarti. Preparati! Sto per infliggerti una punizione. Te la meriti, eccome. Donna! Brutta o bella che tu sia, preparati dunque adesso al castigo umano. Quello divino, ben più abbondante e doloroso, lo avrai dopo, a suo tempo. Questa è una promessa”.
Alla minacciosa promessa, Mr. Smith fece seguire quattro Sure del Corano: l’imprimatur che sigillava la condanna. Le minacce sono esplicite. Rivolto agli italiani, Smith scrisse: “A voi la scelta: o fate come noi Musulmani e smettete di assumere bevande alcoliche o continuate pure a morire; a morire insieme alla Fallaci...”. Parole che secondo lui non sono minacce bensì linguaggio paradossale. Eppure, dopo quella promessa e quella minaccia, il Viminale decise di assegnare alla Fallaci una scorta armata ventiquattro ore su ventiquattro.
Sempre pronta all’ironia, la Fallaci vede anche il lato comico della faccenda. E si diverte a immaginare il suo rientro in Italia dopo la condanna. “Secondo lei – mi chiede – i carabinieri si troverebbero all’aeroporto per scortarmi e proteggermi dalle minacce del musulmano, o per arrestarmi e portarmi in galera come vuole lui? E nel secondo caso, starebbero in cella con me oppure no? A parer mio, in cella con me dovrebbero starci. Il ministro Pisanu ci ha appena detto che in Italia la metà della popolazione carceraria è composta da immigrati. E sappiamo bene che la maggioranza degli immigrati è musulmana. Qualcuno potrebbe volermi ammazzare in prigione, sì o no?”.
Nel denigratorio libretto, l’uomo del cadaverino ha scritto che la Fallaci è “una picchiatella assatanata, appena fuggita, senza più la camicia di forza, da un manicomio criminale del Ku Klux Klan”. Nonché “una bestia selvaggia ferita a morte, traballante e ubriaca di un profondo dolore inesplorato, arcano, stantio, mai dimenticato”. Nonché una donna “affetta da una avversione patologica e idrofoba” e da “isterismo razzistico”. Nonché “una brutta donna, brutta sì, ma più che brutta fisicamente, cioè da di fuori, è sicuramente brutta dentro. Brutta nel cuore. Brutta nella mente. Intrinsecamente brutta. E, senza dubbio, anche bruta”. Nonché una “brutta donna, brutta in tutti i sensi” e dal “miserevole livello intellettuale e civico”. Nonché un “romanziere di infima categoria” e una persona che ha subìto “in tenera età, un grave trauma psichico”. Tale da causare “un cronico disordine psichico”. Sostiene addirittura che la Fallaci “non è più una di noi”: è piuttosto una “povera squilibrata, etilista all’ultimo stadio”, con “una morbosa considerazione riguardo le dimensioni degli attributi fisici maschili”. Nonché una “povera zitella” vittima di una “repressione sessuale” che ama scrivere con “linguaggio usato generalmente dalle peripatetiche”.
Ma non è finita. Citando una battuta della Fallaci, io-di-coglioni-ne-ho-più-di-voi, Smith scrisse: “Quello che afferma è anatomicamente impossibile; a meno che... A meno che cosa? Ve lo lascio immaginare. Mi fido della vostra perspicacia”. Sebbene un preciso articolo del Codice Penale condanni la diffamazione dei defunti, se la prese anche col padre di Oriana: Edoardo Fallaci, noto liberal-socialista di Giustizia e Libertà, eroe della Resistenza torturato dai fascisti, poi candidato alla Costituente. Però l’uomo del cadaverino descrive Edoardo come un “padre che brutalmente batte la figlia”. Nonché come “un cattolico nevrotico, degno figlio dell’Inquisizione”. Nonché un “violento, un sadico, spietato”. Nonché “un padre incapace di trasmettere affetto alle figlie”. Sia per le offese a lei che per quelle al padre, sia per istigazione all’omicidio, la Fallaci ha chiesto in sede civile danni per tre milioni di euro. L’udienza è fissata per il prossimo anno.
Nel frattempo, però, ci sarà il processo di Bergamo. Il giudice sostiene che alcune frasi de La Forza della Ragione sono “inequivocabilmente offensive nei confronti dell’Islam e di coloro che praticano quel credo religioso”. Una ad una, la Fallaci le rilegge con me. La prima di quelle contestate dal giudice dice: Afflitti da atavica mancanza di fierezza, gli italiani non si offendono quando gli immigrati urinano sui loro monumenti o smerdano i sagrati delle loro chiese o buttano i loro crocefissi dalla finestra di un ospedale. E lei replica: “Non capisco se questa frase è tolta da La Rabbia e L’Orgoglio o da La Forza della Ragione. Deve essere incompleta, sintetizzata. Però mi piace lo stesso. La ripeto, e continuerò a ripeterla finché avrò un filo di fiato cioè fino alla morte”. La seconda dice: Gli attentati terroristici avvenuti negli ultimi vent’anni hanno provocato seimila morti a gloria del Corano, in obbedienza ai suoi versetti. E lei replica: “Questa è una frase abusivamente costruita sulla seconda pagina del capitolo Otto de La Forza della Ragione. Abusivamente costruita in quanto riassunta su dodici righe della pagina 188. Riassunta in modo goffo e perciò alterata, falsata, tradita. Cosa quindi scorretta, anzi illegale. Falsata e tradita dal giudice o dai giornalisti che l’hanno composta sulle parole scelte dal giudice? Il mio libro dice: “…Soltanto dalla Seconda Intifada, cioè dalla fine del 2000 a oggi, mille israeliani. Sicché, facendo le somme ed escludendo le vittime degli anni Settanta, si arriva ad oltre seimila morti in poco più di vent’anni. Seimila! Morti a gloria del Corano, in obbedienza alle sue Sure, ai suoi Versetti. Per esempio la Sura che dice: ‘La ricompensa di coloro che corrompendo la Terra si oppongono ad Allah e il suo Profeta sarà di venir massacrati o crocefissi o amputati delle mani e dei piedi, ossia di venir banditi con infamia di questo mondo’. Perché la frase del giudice evita queste ultime parole e non parla dei cani-infedeli massacrati e crocefissi o amputati delle mani e dei piedi eccetera? Bè, la versione censurata, depurata non so da chi, mi indigna. Ma le dodici righe originali che ho appena letto le ripeto e continuerò a ripeterle finché avrò un filo di fiato, fino alla morte”. La terza dice: Il nostro Gesù di Nazareth... ce lo mettono nel loro Djanna a mangiare come un Trimalcione, bere come un ubriacone, scopare come un maniaco sessuale. E lei replica: “Anche questa citazione è incompleta. Ma stavolta non mi indigno per la scorrettezza del sintetizzare ciò che in un’aula di Tribunale non si può e non si deve sintetizzare… Mi indigna perché non v’è nulla di offensivo nel ricordare che il Corano mette nel Djanna il nostro Gesù e qui lo fa mangiare come un Trimalcione, bere come un ubriacone, scopare come un maniaco sessuale. Sono loro che offendono la nostra religione. Sono loro che offendono i cristiani. Loro e chi processa una persona che nel suo libro ha sottolineato una loro indecenza. Comunque anche questa frase mi piace, la ripeto e la ripeterò finché avrò un filo di fiato cioè fino alla morte”. La quarta dice: Nel sogno che i figli di Allah coltivano da tanti anni, il sogno di far saltare in aria la Torre di Giotto o la Torre di Pisa o la Cupola di San Pietro o la Tour Eiffel o l’Abbazia di Westminster. E lei replica: “Non è così? Ormai in tutto il mondo si sa. Possibile che soltanto a Bergamo non se ne siano accorti? Comunque la frase stavolta è precisa. E a maggior ragione la ripeto. La ripeterò finché avrò un filo di fiato cioè fino alla morte”.
L’ultima dice: La guerra che l’Islam ha dichiarato all’Occidente... è una guerra culturale... Ci ammazzano per piegarci. Per intimidirci. Il loro scopo non è riempire i cimiteri... ma distruggere la nostra anima... E’ soggiogare di nuovo l’Occidente; ...dovremmo consegnarci al giogo di un credo che... al posto dell’amore semina l’odio e al posto della libertà la schiavitù. E lei replica: “Questo è un rozzo, sfacciato, disonesto mosaico composto su ben ventotto righe tolte dall’Epilogo della Forza della Ragione. Pagine 285 e 286. Ed oltre a indignarmi mi infuria. Induce me a processare chi fa i processi. Perché storpiare il pensiero o il ragionamento di una persona, piluccare una parola qui e una parola là, cucire il tutto coi puntolini, è illegittimo. Illecito. Illegale. Criminoso. Contrario ad ogni decenza morale e intellettuale. Vergogna! Le mie ventotto righe dicono: Nonostante le stragi attraverso cui i figli di Allah ci insanguinano e si insanguinano da oltre trent’anni, la guerra che l’Islam ha dichiarato all’Occidente non è una guerra militare. E’ una guerra culturale. Una guerra, direbbe Tocqueville, che prima del nostro corpo vuol colpire la nostra anima. Il nostro sistema di vita, la nostra filosofia della vita. Il nostro modo di pensare, di agire, di amare, la nostra libertà. Non farti trarre in inganno dai loro esplosivi. Sono una strategia e basta. I terroristi, i kamikaze, non ci ammazzano soltanto per il gusto di ammazzarci. Ci ammazzano per piegarci. Per intimidirci, stancarci, scoraggiarci, ricattarci. Il loro scopo non è riempire cimiteri. Non è distruggere i nostri grattacieli, le nostre Torri di Pisa, le nostre Tour Eiffel, le nostre Cattedrali, i nostri David di Michelangelo. E’ distruggere la nostra anima, le nostre idee, i nostri sentimenti, i nostri sogni. E’ soggiogare di nuovo l’Occidente. E il vero volto dell’Occidente non è l’America: è l’Europa. Pur essendo figlia dell’Europa, erede dell’Europa, l’America non ha la fisionomia culturale dell’Europa, il passato culturale dell’Europa, i lineamenti culturali dell’Europa. Pur essendo nata dall’Occidente, pur essendo l’altro volto dell’Occidente, l’America non è l’Occidente che l’Islam vuol soggiogare. E questo sì, lo ripeto senza esitare. Senza esitare lo ripeterò finché avrò un filo di fiato cioè fino alla morte. Quanto all’ultimo rigo e mezzo, seminato di puntolini e con la consueta disinvoltura tolto da chissà dove, reso irriconoscibile, senza dubbio supplica l’Occidente di non consegnarsi al giogo di un credo che al posto dell’amore semina l’odio e al posto della libertà la schiavitù. Così, anche mutilato e straziato, lo accetto. Dopo aver riempito i puntolini chiederò che venga inciso sulla lapide della mia tomba, e concludo: ma non potendomi processare anche da morta, che cosa faranno? Scoperchieranno la mia tomba, distruggeranno la lapide come fanno i naziskin nei cimiteri degli ebrei?”.

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