17 settembre, 2006

Oriana e la morte: «E’ una ladra che non ti sorprende mai»

È impossibile dire quante volte Oriana Fallaci abbia incontrato la morte, prima di seguirla l’altra notte. Probabilmente neppure lei avrebbe saputo calcolarlo. «La morte è una ladra che non si presenta mai di sorpresa» aveva scritto nel romanzo Un uomo, dedicato ad Alessandro Panagulis. «La morte si annuncia sempre con una specie di profumo, percezioni impalpabili, silenziosi rumori». È impossibile dire quando lei li aveva sentiti per la prima volta. Si può datare la nascita di una fissazione? «Sono sempre stata ossessionata dall’idea della morte —raccontava —, ma non della mia». Anzi, fino al luglio del 1992, era quasi convinta di essere immortale, che nessuno degli elicotteri Chinhook 47 con i quali scorrazzava nei cieli indocinesi potesse davvero precipitare, che nessuna scheggia di granata potesse trafiggerla e di saper passare indenne anche attraverso una raffica di mitra. Certo, non era andata così a Città del Messico, nel ’68, quando le pallottole degli agenti antisommossa erano penetrate nelle sue gambe, nella sua schiena: gentilmente però, tra due vertebre, senza lacerare organi vitali. Ma anche quella volta lei non sentiva di morire, pensava di restare mutilata o paralizzata. In guerra aveva avuto paura, giurava: «Ma essere coraggiosi non significa non avere paura. Significa fare le cose malgrado la paura».
E odiava la morte, con tutta se stessa: lo ripeteva nelle interviste, lo scriveva nei suoi libri. Ma forse, in quel caso, spergiurava. Non era per combatterla che la giovanissima Oriana si era iscritta a Medicina, sospinta dai consigli dello zio Bruno, giornalista: «Una sola cosa mi interessava in quelle lezioni di anatomia — raccontava nel 1974 ad Alberto Bevilacqua —: il cadavere coperto da un lenzuolo che stava su un lettuccio dinnanzi a Fazzari. Chissà perché non lo scopriva mai. E io mi chiedevo chi fosse la creatura morta sotto il lenzuolo: un uomo, una donna, un giovane, un vecchio? Mi chiedevo quale fosse la sua storia da raccontare. Va’ all’inferno i reni, l’intestino, le ossa! Volevo essere la giornalista di quel morto, non il medico». È impossibile calcolare di quanti morti sia stata poi la cronista, e, probabilmente, nemmeno lei vorrebbe farlo: «Ha visto tutto — hanno scritto di lei —: il marine che vomita perché è stanco di uccidere, le fosse dei giustiziati dai vietcong a Huè, l’americano che ha perduto la memoria e lei gliela ritrova, per poi ributtargliela via, il generale Loan—quello che è arrivato sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo mentre spara alla nuca di un vietcong prigioniero — che compone poesie e sembra un tipo fragile e indeciso, e cento altri protagonisti del dramma di un paese dove i bambini giocano con i morti, dove la vita non costa assolutamente nulla dall’una e dall’altra parte». È impossibile anche misurare il solco segreto che ognuna di quelle esistenze, spente davanti ai suoi occhi, ha scavato nella sua anima. Perché lei probabilmente non sapeva di avere un’anima vulnerabile, e se lo sapeva non avrebbe mai voluto mostrarla. Almeno finché un portiere d’hotel, sulla strada di ritorno dal Vietnam, non le ha allungato con professionale cortesia un bigliettino: era «un giorno del 1972—avrebbe ricordato poi Furio Colombo —, l’ho vista arrivare stravolta di stanchezza in un albergo di Hong Kong, e mentre salivamo in ascensore, lei ha aperto i foglietti dei messaggi.
Uno annunciava che lo zio, da lei molto amato, stava morendo, era disperata, non sapeva se sarebbe arrivata in tempo». Non la sua morte, quella degli altri. Quella di Panagulis, quella di sua madre, pochi mesi dopo, quella di sua sorella Neera, quella di suo padre. L’ossessione cresceva, s’ingigantiva e forse sì, cominciava a diventare una nuova nemica: «Io la morte delle creature amate non la conoscevo. E soltanto dopo averla conosciuta ho capito quel che intendeva AnnaMagnani. Sì, quando mi diceva: "La morte non dovrebbe esistere! Ma perché dovremmo morire dal momento che siamo nati?!" E io le rispondevo: "Esiste, deve esistere, proprio perché siamo nati! Anna, si incomincia a morire quando si nasce!" Che cretina ero. Le davo una risposta scientifica. Non capivo quanto avesse ragione». L’intervistatore, Claudio Sabelli Fioretti, deve aver pensato a quel punto che era arrivato il momento di farle riconoscere che aveva paura di morire anche lei, anche la temeraria Fallaci. Ma lei lo ha corretto: «Sarebbe più giusto chiedermi: ma a te dispiace morire? E allora ti risponderei: sì, tanto. Perché la vita è bella anche quando è brutta». No, la caparbia Fallaci non avrebbe rinunciato alla sua prima ora nemmeno per evitare l’ultima: «Supponiamo che quando ero un embrione di pochi millimetri, mi avessero detto: "Senti, Oriana, se tu nasci, nasci un bambino affamato che muore a sei anni in un forno di Mauthausen. Vuoi nascere lo stesso?" io gli avrei risposto: "Sì. Almeno quei sei anni li vivo, mi tolgo la curiosità di vedere il sole, il verde, l’azzurro, di annusare la vita". Tutto, anche il dolore più infame è meglio del nulla. Non nascere è il nulla». Nessuno sarebbe mai riuscito a farle confessare il terrore, o almeno l’apprensione che ogni essere vivente nutre per il trapasso, per il ritorno a quel nulla. Riconosceva al massimo un po’ di invidia, che non è un bel sentimento, ma acquista una sua nobiltà se è indirizzato a chi crede che, dopo, non c’è il vuoto, ma un’altra luce. «Perché io odio il buio. La morte è il buio », agli occhi di Oriana, il nero dominio di un potere assoluto. Elei si è sempre battuta con il potere.
Ma ha sempre ammesso di esserne anche ammaliata. «V’è un’attrazione magica nella tragedia — scriveva in Niente e così sia —, nel rischio, nella sfida alla morte. E neppure i suoi aspetti più macabri riescono ad annullare il fascino che essa esercita su di te». Era troppo semplice liquidare il buio come l’assenza di luce, la morte come il contrario della vita. Bisognava partire dal principio: «E la vita, cos’è?» le aveva chiesto una bambina, prima che lei andasse a cercare una risposta in Vietnam. L’amico francese a cui aveva girato la domanda le descriveva l’esistenza come un palcoscenico dove sei stato buttato di prepotenza e che sei costretto ad attraversare, in un modo o nell’altro, prima di uscire di scena. «E se muori subito?» incalzava lei. «È lo stesso: il palcoscenico puoi attraversarlo più o meno alla svelta. Non conta il tempo che ci metti, conta il modo in cui lo attraversi, L’importante, quindi, è attraversarlo bene». Così quando sarebbe toccato a lei spiegare «che cosa significa morire bene», aveva già l’esperienza diretta per rispondere: «Significa morire con coraggio, con dignità. Come la mia mamma. E come Alekos». E come suo padre, nel 1988: «Babbo, che uomo coraggioso sei!» si congedò da lui ai funerali. Quattro anni dopo, Oriana Fallaci riconosce i segnali inconfondibili, «quella specie di profumo, percezioni impalpabili, silenziosi rumori» attorno a lei: è lui, «l’alieno, ed è dentro di me». È l’animale della morte. «Stanotte ho saputo che c’eri», era l’incipit di Lettera a un bambino mai nato. Parlava dell’inizio di una nuova vita: «Una goccia di vita scappata dal nulla». Aveva cambiato il finale scelto da Panagulis: dove si leggeva «Tu sei morto. Forse muoio anch’io», lei aveva riscritto «Ora muoio anch’io». E poi: «Ma non conta. Perché la vita non muore».
Così, sa già che c’è una goccia di morte dentro di lei, quando legge in pubblico le ultime parole della protagonista di quel libro, Perché la vita non muore, e poi spiega a Luigi Vaccari: «Sono molto fiera di quel "non muore", perché nega la morte. Lei esala l’ultimo respiro, ma pronuncia "non" proprio convinta; la parola "muore" è uccisa e io, recitandola, l’ho allungata, quasi non si sente: la parola che senti bene è "non": "muore" la senti poco; e credo che abbia influito il fatto che sono malata. Ero così fiera. Ieri sera ho detto: "Mah"».

Elisabetta Rosaspina

fonte
www.corriere.it

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