16 settembre, 2006

Scandalo Oriana





di Pierluigi Battista

Oriana Fallaci studiava. Si documentava su ogni cosa con precisione meticolosa. Prima di incontrare i potenti della Terra da scorticare in duelli all’ultimo sangue, Oriana si preparava con ossessione quasi maniacale sull’interlocutore destinato al sacrificio dell’intervista.





Oriana Fallaci studiava e studiava. Chi fraintende l’essenza del fallacismo, riducendolo allo stereotipo del testimone impressionistico, del temerario inviato di guerra che stila il suo resoconto tra rombi di elicottero e fiumi di sangue, non ha nemmeno idea di quanto, e con quanta voracità, Oriana Fallaci studiasse e sudasse sulle carte. Nel suo Insciallah Oriana fa dire al personaggio del Professore: «Dietro ogni bagno di sangue chiamato rivoluzione c’è un libro, dietro ogni insania costituzionalizzata c’è un libro, dietro ogni violenza collettiva c’è un libro». Nel «secolo delle idee assassine», come lo ha definito Robert Conquest, Oriana Fallaci si consacrò alla descrizione degli assassini. Ma conosceva benissimo i teoremi e i deliri che, attraverso le pagine dei libri, incendiavano la mente dei grandi assassini della Storia. Altro che impressionismo. Oriana Fallaci non conosceva limiti. Si era gettata con tutta se stessa nell’avventura di giovane staffetta partigiana e nei suoi primi passi di giornalista a Firenze.




E si spese tutta intera nella stesura della sua ultima Apocalisse, ben sessant’anni dopo. Era totalizzante, intransigente, incapace di mediazioni e sfumature: viveva di assoluti. Aveva un carattere impossibile, ed è a questo eccesso temperamentale che viene imputata l’oceanica quantità di odi, rancori, ripulse velenose che ha nutrito l’esercito dei suoi innumerevoli detrattori, a ogni passo della sua carriera. Invece no, l’hanno sempre odiata, derisa, vilipesa perché Oriana era sola e voleva disperatamente restare sola e non farsi irretire dalle sirene dell’irreggimentazione culturale. È vero, c’era qualcosa di straordinariamente conturbante nella sua assoluta mancanza di senso del limite. Aveva la civetteria di dire che il suo direttore preferito era stato Franco Di Bella, perché quando Oriana arrivò a tarda ora nella redazione del Corriere con in mano la fluviale intervista all’ayatollah Khomeini, Di Bella non esitò un secondo a smantellare il giornale già impaginato per dare il massimo di luminosità (e di pagine) al grande scoop. Certo, solo con un gesto di così incondizionata venerazione si poteva far ingresso nell’empireo dei suoi direttori preferiti. Ma Oriana Fallaci era la più brava, la più tradotta, la più conosciuta nel mondo. Era lei che aggiungeva lustro a una testata prestigiosa come l’Europeo.



C’era lei a descrivere in modo impareggiabile il massacro di Piazza delle Tre Culture a Città del Messico, anno 1968, nella più cruenta delle vigilie olimpiche, quando fu ferita e la volevano portare all’obitorio perché sembrava morta. Andò a raccontare la guerra del Vietnam, tornandone come una delle reporter più famose del pianeta. Di quell’esperienza volle fissare «la grande emozione » in un libro, Niente e così sia, che seminò rotture e risentimenti nella comunità degli inviati in Vietnam. Andò come sarebbe sempre andata con i libri della Fallaci: il pubblico lo apprezzò, la suscettibile tribù dei giornalisti lo mise in isolamento, o lo dileggiò (e Giorgio Bocca chiamòOriana «Oliala»). Fu lei, in un incontro memorabile poi pubblicato in uno dei capitoli centrali della sua Intervista con la Storia, a far infuriare Henry Kissinger, il quale poi confessò che avrebbe voluto spaccarle il naso, a quella giornalista impertinente. Fu lei a narrare la celebre scena (una trovata letteraria geniale) del chador provocatoriamente gettato via al cospetto di un Khomeini allibito.Oa far capire al mondo l’irriducibilità del conflitto israeliano-palestinese attraverso i ritratti di Golda Meir e Yasser Arafat.



Il curriculum invidiabile di una scrittrice che amava la scrittura senza la leziosità degli scrittori alla moda e una giornalista che in cuor suo detestava, ricambiata, i salamelecchi delle liturgie giornalistiche. Oriana Fallaci era una donna. Una donna molto difficile. Uno dei suoi primi libri si intitolava Il sesso inutile.Ma tra le sue battaglie c’era anche quella della donna combattente immersa in un ambiente dove l’esser donna non solo è inutile, ma anche sciaguratamente dannoso: «Quando sei una donna, devi combattere di più». Quando Camilla Cederna tornò dalla Cina di Maoe scrisse estatica che nel paradiso della rivoluzione culturale non c’erano ladri né prostitute perché l’uomo nuovo maoista era buono e finalmente riconciliato con i ritmi della natura, Oriana Fallaci non si risparmiò nel colpire la celebre collega con una delle sue furenti invettive. Il mondo dei giornali, vedendo le due donne accapigliarsi, si divertì come davanti a una lite tra comari.




Il conflitto serio, quello non lo presero in considerazione. Ma alcuni accolsero sarcasticamente persino la storia di Alekos Panagulis, Un uomo (1979), insinuando e motteggiando che l’uomo in questione non fosse lui, ma lei. E non capirono, o le lessero come una parentesi divagatoria e intimistica, le pagine di Lettera a un bambino mai nato, il monologo che Oriana Fallaci aveva dedicato al (suo) dramma della maternità. Abortisti e antiabortisti se lo contesero, sebbene lei volesse sfuggire alla contesa. E non venne colto il filo segreto che congiungeva due libri tanto diversi e che invece si sarebbe imposto con evidenza, se solo non si fosse ignorato quel che pure Oriana Fallaci ha argomentato tante volte: «Ciò che davvero mi spinge a scrivere è lamia ossessione per la morte ». Oriana Fallaci, fiorentina ostinatamente innamorata di Firenze, aveva scelto New York come patria d’elezione. Unoceano di distanza, però, che non riusciva ad attutire l’eco di un’ostilità persistente e pregiudiziale diffusa in Italia come una malattia contagiosa.
La rabbia e l’orgoglio non c’entra, perché quel grumo risentito e antipatizzante per partito preso datava da molto, molto tempo prima che gli aerei dell’11 settembre devastassero le Torri gemelle e le vite di chi ci stava dentro, in quel mattino che cambiò il mondo e la Storia. Insciallah era uscito nel 1990, lo «scontro di civiltà» era lontano e la scrittura di Oriana Fallaci si scioglieva ancora lungo un registro narrativo in cui la «rabbia » sembrava un sentimento trattenuto e non straripante.



Eppure l’autrice (anzi, per l’esattezza e per rispetto della sua testarda determinazione, lei scrisse «l’autore ») volle introdurre il romanzo dedicando «questa sua fatica ai quattrocento sol dati americani e francesi trucidati nel massacro di Beirut dalla setta Figli di Dio». Quel che c’era da vedere, nella prefigurazione dell’offensiva fondamentalista dell’islamismo, si poteva vedere anche con un certo, discreto anticipo. Bastava studiare, come faceva lei, e soprattutto non lasciarsi offuscare dal pregiudizio.
Eppure anche allora si radunò compatto il partito anti-Fallaci, variegato, multiforme, ma abilissimo nel fiutare le orme della Nemica, dell’Orchessa così volgarmente odiata da uno scrittore come Tahar Ben Jelloun da fargli dire che ogni riga fallaciana avesse origine in realtà da un irrisolto rapporto con «l’uomo». Nacque ben prima dell’11 settembre l’antifallacismo di maniera, che avrebbe voluto vedere la Fallaci scomparire dalla faccia della terra, ma che, senza volersi accorgere del paradosso, sull’icona negativa della Fallaci ha campato parassitariamente per anni. Anzi, in taluni casi, visto che il conformismo è molto remunerativo, per decenni. Oriana Fallaci era pugnace, ostinata, puntigliosa, litigiosa.




Chi l’ha conosciuta, e riusciva a entrare anche solo per poco nel cerchio magico della sua confidenza, poteva trovare in lei improvvisamente, e del tutto inaspettatamente, squarci di tenerezza che si imprimono nella memoria comemomenti fugaci prima della sua inesorabile esplosione d’ira, troppo totalitaria per non annientare ogni spiraglio di comunicazione con l’interlocutore. Amava l’omaggio galante di un mazzo di fiori, ma la sua indignazione non conosceva confini se malauguratamente si fosse trattato dei fiori sbagliati. Fumando senza tregua, anche quando il cancro sembrava mangiarsela rendendola sempre più sottile, era capace di scuotere chi gli stava di fronte con una corrente di emozione travolgente.
Ma solo se eri in grado di guadagnarti la sua fiducia. Se invece non ti dimostravi all’altezza, lei poteva annichilire tutto ciò che era stato raggiunto un attimo prima. Oriana Fallaci si sentiva braccata, odiata, vittima di un furore inspiegabile con le consuete categorie della diversità ideologica e della lontananza culturale.



Ma si sentiva anche orgogliosa del fedele popolo di lettori che negli ultimi anni ne aveva fatto un idolo amatissimo. «Ho dato voce a tanta gente che non ne aveva», usava dire senza saper celare un moto di fierezza. «Non mi interessano i critici. Sono quasi sempre scrittori falliti e, di conseguenza, invidiosi e gelosi di chi scrive», scrisse replicando a uno degli attacchi più duri e violenti. Non era vero, rimuginava su ogni parola scagliata dai critici astiosi.
E se ne addolorava, malgrado il successo mondiale dei suoi libri, in tutte le lingue. «Su ogni esperienza personale lascio brandelli d’anima»: non è retorica letteraria, era la sua vita.

fonte
www.corriere.it

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