01 settembre, 2006

Schiavi moderni


Ho visto che L'Espresso pubblica una bella e dettagliata inchiesta sul "triangolo degli schiavi" di Foggia, dove i raccoglitori di pomodori sono trattati in maniera disumana da fetidi padroni pugliesi.

Ovviamente questo intristisce e ripugna.

Ma, come al solito, si ha quella fastidiosa impressione che, come dire, l'inflessione dialettale meridionale dia un marchio DOC a questa deplorevole situazione.
Allora perdonatemi se mi prendo la briga di riportare qui una lettera, scritta da un lettore di effedieffe.com e pubblicata dal direttore M. Blondet.
Perché sia ben chiaro che in questa vergognosa gara a chi schiavizza di più, il Nord sta due passi avanti al Sud.
Solo che la schiavizzazione settentrionale è molto più evoluta, subdola e persino "giustificabile" secondo alcuni, oltre ad essere mediaticamente nascosta...



«Sono un laureato in chimica con due corsi di specializzazione post laurea, ho trentun anni e sono di Napoli.
Dopo tanto penare 'per anni' a mandar curriculum in giro per tutta Italia sono riuscito ad avere un contratto a tre mesi
(3) in Liguria (a Isoverde di Campomorone, per l'esattezza), per lavorare in una aziendina che produceva aromi alimentari.
Dico produceva perchè ora è fallita (o meglio, è stata fatta fallire perchè ai proprietari conveniva venderla per appianare debiti che avevano precedentemente).
Comunque lì mi sono ritrovato, man mano, a capire che non avevano bisogno di un chimico, bensì di un operaio che spostasse con transpallet i carichi di materiale grezzo, che lavasse per terra, e che all'occorrenza mettesse firme false su analisi HACCP mai avvenute in laboratori inesistenti che certificassero la bontà dei prodotti.
In aggiunta il simpatico capo-responsabile si divertiva ad angariarmi continuamente perchè ero lento, perchè non riuscivo a spostare un transpallet con una tonnellata (sì, ha letto bene, una tonnellata) di carico in un lampo da una parte all'altra del magazzino, perchè a parer suo non riuscivo a pulire bene a terra, provvedendo a buttare taniche di sostanze chimiche a calci a terra e poi facendomi ripulire da capo.
Il tutto condito da 'ti faccio vedere io chi ha la laurea in chimica, Napoli!'
(lui era di Milano).
Dato che avevo bisogno di lavorare, ho continuato a non fiatare e a subire, finchè non ha chiuso e non mi sono trovato letteralmente in mezzo a una strada.
Si badi che, chimico con due corsi di specializzazione, ero inquadrato come operaio e guadagnavo sì e no 1000 euro al mese.

Per alcuni giorni ho vagato per Genova aiutato da qualche soldo mandatomi da mio padre giù da Napoli, pensionato dell'Italsider (sono di famiglia operaia e so quanto il pane che viene messo su una tavola operaia costi sudore), finchè non ho trovato un altro posto in un saponificio, dove sembrava mi dovessi occupare di manutenzione di laboratorio, schede tecniche, legge 626 sulla sicurezza et similia.
Ovviamente assunto come ultimo degli operai, e inquadrato come ultimo degli operai, s'intende, a sì e no 900 euro al mese.
Per il primo mese ho fatto un lavoro immenso per cercare di razionalizzare una situazione completamente caotica e creare un lavoro di buona fattura da presentare alle ispezioni che si presentavano.
Per non farla tanto lunga, si va avanti così fino alla fine del primo mese, dopodichè arrivano quelli dell'ispezione, vedono tutte le carte in ordine (di cui molte, ovviamente, falsificate perchè non c'era tempo e soldi per fare tutti i controlli di legge), si congratulano con me e se ne vanno.
Dal giorno successivo, mi si mette una ramazza in mano e mi si dice che sono stato promosso al mio vero lavoro, l'operaio!
Per terminare, il contratto di sei mesi che mi viene fatto scade.
Ora sono tornato a Napoli, disoccupato.
[…] In moltissimi casi la laurea, lungi da aprire prospettive, si rivela essere un vero danno, in quanto i 'padroni' (mi scuserà il termine) vogliono per l'appunto solo i 'senegalesi e marocchini' che possono permettersi di sottopagare tranquillamente.
Va detto che vengono preferiti i 'senegalesi e i marocchini' di cui parla nel suo articolo, non perchè siano più buoni, bravi e belli, ma perchè lavorano senza contributi pensionistici, al nero più nero, senza alcuna garanzia sul lavoro, con turni da macello e trattati come bestie su cui esercitare un potere di ricatto molto maggiore che su noi italiani 'veri'.
In quella che lei chiama 'la grande scuola della fabbrica' io ci sono stato, e mi hanno insegnato umiliazioni, pressappochismo, ottusità, bestialità e, soprattutto, frode e falsificazioni».

1 commento:

Jack_Walsh ha detto...

Sarebbe il caso di non prenderci in giro.
Mi piacerebbe che in giro per i campi vadano le forze dell;ordine o che gli ispettori del lavoro si ricordassero di produrre qualcosa.
C'e' una grande malafede in giro...
ci si riempie la bocca con grandi proclami, basterebbe e avanzerebbe che si cominciasse a fare (bene!) il piccolo