31 dicembre, 2006

I PANICILLI DI D'ANNUNZIO













I panaceli, in dialetto panacilli, piacevano molto a Gabriele D’Annunzio tanto da essere chiamati anche “panicilli di D’Annunzio”.
Sono dolci tipici della riviera, strettamente legati al cedro perché la loro preparazione richiede tassativamente l’utilizzazione delle sue foglie. Per preparare i panicilli ci vuole innanzi tutto l’uva zibibbo che si produce nel territorio di Verbicaro, molto ricca di zucchero, scarsamente acida e possibilmente di varietà apirena: durante la vendemmia i grappoli più sani sono appassiti al sole con cure particolari.
Poi gli acini, mescolati a qualche pezzettino di frutto di cedro, sono ammucchiati su foglie di cedro (una volta erano anche fatti in foglie di fico), con le quali sono avvolti a comporre delle pagnotte da 150/200 grammi legate con la ginestra. Il tutto viene passato in forno. L'uva così profumata dal cedro è davvero qualcosa di unico.
Gabriele D’Annunzio nella “Leda senza cigno” (1916) descrive minuziosamente questa autentica delizia dell’artigianato calabrese e da lui scelta come prezioso dono per una sua amante, omaggiata sui prati del Vittoriale.
"Sorrido pensando a quegli invogli di fronde compresse e risecche, venuti dalla Calabria che un giorno vi stupirono ed incantarono, quando ve li offersi sopra una tovaglia distesa sull’erba, non ancora falciata ...Gli invogli erano di forma quadrilunga come volumetti suggellati d’ un solitario che avesse confuso felicemente la bibliotecha e l’orto. Ci voleva l’unghia per rompere la prima buccia... Ma ecco l’ultima foglia in cui è avvolto il segreto profumato come il bergamotto. L’unghia la rompe; le dita s’aprono e si tingono di sugo giallo, si ungono di non so che unguento solare. Pochi acini di uva appasita ed incotta....pochi acini umidi e quasi direi oleati di quell’olio indicibile ove ruota alcun occhio castagno ch’io mi so, pochi acini del grappolo della vita del sole appariscono premuti l’un contro l’altro, con che di luminoso nel bruno, con un sapore che ci delizia prima di essere assaporati.....”


Sulla riviera dei cedri li chiamano ancora oggi "panicilli di uva passa" e a lui li aveva mandati in regalo un suo amico di Diamante che continuò poi a mandarglieli per molti anni visto che gli piacevano tanto.Il Vate se ne ricordò mentre scriveva la "Leda senza cigno" e proprio in questo romanzo c'è la descrizione più bella di questi dolci prelibati.

DIAMANTE - Un "presidio slow food" per valorizzare i "panicilli" di uva passa che piacevano tanto a Gabriele D'Annunzio e che stanno rischiando di scomparire.Questo il messaggio della mostra "Panicilli e uva passa di Calabria" organizzata a Diamante dall'Accademia del peperoncino col patrocinio della Provincia di Cosenza, assessorato al mercato del lavoro.Sedici pannelli esposti sul lungomare nei locali della Motonautica De Maria.Un'iniziativa curata da Enzo Monaco con le fotografie di Francesco Martorelli.Una documentazione completa che parte dalle testimonianze dello storico Leopoldo Pagano, illustra le varie fasi della lavorazione e si conclude con le descrizioni di Gabriele D'Annunzio che era un grande estimatore dei panicilli."Il dato più interessante - dice Enzo Monaco - ce lo fornisce Leopoldo Pagano. Ci informa che sulla fine dell'Ottocento la lavorazione delle uve passe era la spina dorsale dell'economia locale e che in tutta la riviera da Scalea a Cetraro se ne producevano qualcosa come diciottomila quintali. Per avere una vigna per la produzione delle uve passe equivaleva ad avere una laurea dottorale o un diploma".Ancora negli anni cinquanta e sessanta in tutte le case di Diamante si facevano i "panicilli" e molte famiglie grazie a questo commercio assai fiorente hanno potuto sbarcare il lunario e hanno mantenuto i figli all'Università.Agli inizi del secolo è iniziata la decadenza della coltivazione. Pagano dice "essendo mancante da un lato le terre per il passaggio della ferrovia e dall'altro la coltivazione per deficienza di capitali e di braccia".Oggi la lavorazione delle uve passe è quasi scomparsa e di conseguenza anche i "panicilli" ma chi ha la possibilità di assaggiarli rimane estasiato dal sapore inconfondibile di quei chicchi d'uva seccati al sole, avvolti nelle foglie di cedro e passati al forno."Con questa iniziativa - dice Enzo Monaco - vogliamo iniziare un percorso di valorizzare di questi dolci unici e straordinari. Con la speranza di farli ritornare agli splendori di una volta quando a Natale erano presenti su tutte le tavole e sostenevano l'economia della zona".
Diamante con annessa Cirella è un paese situato nell'alto tirreno cosentino, al centro della Riviera dei Cedri che va da Tortora a Paola. Si può raggiungere comodamente in aereo da Lamezia terme; in treno direttamente a Diamante o Scalea; in macchina lasciata l'A3 SA-RC, da nord uscita Lagonegra, da sud uscita Falerna percorrendo la SS.18; via mare approdo turistico Diamante

Pro-Loco Diamante Cirella
TEL. 0985/81130

TARTUFO, PRIORITA' DELLA CALABRIA!

CI ERAVAMO SBAGLIATI!!!
L'EMERGENZA DELLA CALABRIA E' IL TARTUFO!!

verrebbe da ridere se non si trattasse di una tragica realtà.

La Regione propone l'istituzione di 2 organismi che si dovranno occupare del prezioso tubero
Calabria, commissioni sul tartufo: scoppia la polemica
Pirillo: "Le impone la legge". Bruno (Dl): "Serve Authority". Galan: "Scelte stravaganti da reprimere''. Cota (Lega): "Una follia"
Roma, 30 dic. (Adnkronos/Ign) - Calabresi estimatori di tartufo. E' proprio il caso di dirlo visto che la Regione Calabria tra 60 nuovi organismi proposti con legge, conta anche una "Commissione nominata dal comitato tecnico per l'accertamento della specie di tartufi'' e una ''Commissione per valutare l'idoneità dei raccoglitori di tartufi''. Iniziative politiche bacchettate, peraltro, dalla Corte dei conti che denuncia la mancanza di copertura finanziaria. Un caso 'al tartufo', dunque, che suscita curiosità e polemiche. E sulla questione delle commissioni sui tartufi interviene l'assessore all'Agricoltura della Calabria Mario Pirillo. ''Stiamo parlando di proposte di legge che, come tali - dice all'ADNKRONOS-, giacciono in Consiglio regionale: proposte che devono essere discusse, approfondite, magari anche modificate, ma che intanto dimostrano che non manca in Calabria una attività legislativa che va ascritta proprio a quei cinquanta consiglieri regionali''. In ogni caso, sottolinea Pirillo, le commissioni ''dovranno essere istituite. E non perché amiamo la politica tartufesca, ma perché ce lo impone la legge nazionale, la numero 752 del 1985, che affida alle Regioni il compito di disciplinare la raccolta e la commercializzazione dei funghi epigei anche attraverso l'istituzione di una Commissione per l'accertamento delle specie di tartufi e di una Commissione per la valutazione dei raccoglitori". Secondo il coordinatore della Margherita della Calabria, Franco Bruno serve l'authority di controllo. "La struttura che proponiamo come Ulivo -commenta all'ADNKRONOS- servirà proprio a verificare la congruità di decisioni come queste''. Poi spiega: ''L'Authority di cui si sta discutendo verificherà gli incarichi e gli organi collegiali controllati dalla Regione e ha un senso proprio in questa direzione. Addirittura è previsto nell'articolato che alcune funzioni che la Regione svolge possano essere considerate inutili e quindi soppresse''. Per il presidente del Veneto Giancarlo Galan ''bisogna fare una scelta e puntare sulle priorità, nel senso della necessità e della qualità. Poi se ci sono delle cose, delle scelte, stravaganti indubbiamente penso che queste andrebbero represse. Francamente se gli altri si divertono col tartufo noi abbiamo altri problemi più importanti da risolvere, non avendo il federalismo fiscale. In Veneto siamo i primi per accoglienza turistica, per integrazione verso i lavoratori straneri e nel campo sanitario. Noi spendiamo per ottenere queste cose ma non avendo il federalismo fiscale, e neppure i tartufi, soffriamo''. Dal canto suo Roberto Cota, segretario della Lega in Piemonte e vice capogruppo del Carroccio alla Camera dei deputati, ironizza sulle 'originali' decisioni degli amministratori calabresi. ''Il tartufo piemontese è inarrivabile -dice all'ADNKRONOS-, da questo punto di vista non abbiamo nessun timore. E questo particolare evidenzia ancor di più come questa spesa della regione Calabria sia una spesa folle''. E chi si intende da sempre di tartufi che ne pensa? ''Niente guerra del tartufo, Alba sarà sempre la capitale del Tuber magnatum Pico''. Parola di Mauro Carbone, direttore del Centro Nazionale Studi Tartufo con sede ad Alba e direttore dell'Ente Turismo Langhe e Roero, sorpreso dell'iniziativa calabrese. ''Di certo non siamo preoccupati del tartufo bianco della Calabria -commenta Carbone- non è una regione molto nota per la produzione di questo prodotto. Se, invece, si parla di tartufo nero, allora penso che ci siano ampi spazi per la valorizzazione: molte zone d'Italia dovrebbero fare di più''.

26 dicembre, 2006

La speranza del Natale


Anche se in ritardo, Buon Natale!

Mario alias Gaetano Filangieri


L’albero di Natale e il peperoncino rosso
di Nicola Zitara


Quando ero ragazzo - un tempo lontano, perduto ormai in ogni suo aspetto sociale, di cui sopravvive qualche residuo soltanto nella memoria di pochi e solo per poco tempo ancora – l’albero di Natale non c’era.

Lo si vedeva, a volte, in un film americano, dentro un paesaggio di neve. Da noi c’era invece il presepe, anzi i presepi, e si faceva a gara a chi lo faceva più grande, più bello, più animato di pastori in viaggio, di casupole sparse fra valli di cartapesta, di specchi da borsetta a fingere acque fluenti e placidi laghetti, di pecorelle intente a brucare il muschio raschiato dai vecchi muri e steso sulla tavola, a fingere l’erba. A vincere era sempre Ciccio Frascà, che aveva più inventiva e garbo degli altri.

Egli otteneva l’aiuto di scultori in erba, i quali, con l’argilla appena estratta dal greto di un torrente, ogni anno, fabbricavano nuovi pastori, ricalcandoli da fantasie bibliche e dalla lettura domenicale dei Vangeli in chiesa. Il presepio di Ciccio era a Santa Caterina.
A Portosalvo, i pastori erano gelosamente custoditi in cassette di legno piene di paglia da un anno per l’altro, ciò da decenni se non da secoli. Erano grandi, invadenti, la loro statuarietà riempiva la scena. In compenso l’autore – ai miei tempi Vincenzino Firmano - aveva a disposizione un grande spazio, l’abside di una delle tre navate della Chiesa, e la possibilità di occuparlo con un’infinità di particolari, che ogni anno rinnovava.

Fare il presepio era un gioco favoloso per noi ragazzi. Un gioco delle mani e della fantasia; quasi un’arte; una che è mancata e manca purtroppo a chi è venuto dopo. I ragazzi ricchi la esplicavano in spazi più grandi e con molti particolari, i ragazzi poveri la concentravano in poco spazio e in uno spettacolo sintetico a lungo maturato.

Il presepio è stato soppiantato dall’albero di Natale. La merce ha battuto il lavoro, la cosa comprata ha sconfitto la cosa faticata. L’America ha convinto l’Italia, il Nord, con sue idee copiaticce, ha infettato il Sud. Sono vecchio, il passato per me è un ricordo, non una nostalgia.
Non lo rimpiango, anche se qualche volta lo evoco. I presepi non mi attraggono ormai. Quel passato non deve tornare: mai più la fame, che dannava gli esseri umani e li portava a maledire il padre, la madre, la vita, il mondo, Dio.

E state attenti. il capitalismo l’ha portata in tre quarti del mondo, in luoghi dove prima non c’era, insieme al disarmo morale, all’AIDS e alla negazione dell’umana solidarietà. Cosicché questo attuale andare avanti senza bussola, senza una meta, senza un progetto, senza amore, senza orgoglio, senza consapevolezza di sé, solo per i soldi, alla mercé di un padronato politico paurosamente immorale e sostanzialmente nemico, potrebbe riportarla in scena e rinnovare antiche sofferenze. Ma anche a prescindere da tale infausto pensiero, da uomo maturato in tempi di idee forti, mi amareggia l’alienazione che la gente subisce senza rendersi conto della violenza - la perdita di sé, della sua storia, dei suoi costumi, della sua identità collettiva, della stessa ragione; quasi una prostituta che vende sé stessa non per bisogno ma per masochismo.
Il dilagare di mafia, camorra, ‘ndranghita è qui a mostrarci a qual punto di dissoluzione, a quale immane disastro, lo stato italiano ha portato il nostro paese. Non sappiamo più difenderci, difendere i nostri figli, preparare un avvenire per loro.

Tutto è in mano a una consorteria di malfattori che ci commercia e ingrassa sulla nostra beota idiozia. Eppure non siamo il popolo che ha come suoi unici trofei e penati il peperoncino rosso, le soppressate e il ragù di capra, secondo quel che si compiace di sostenere la sociologia accademica.

Siamo stati un grande popolo, abbiamo una grande storia.
Non c’era alcun bisogno che arrivasse Garibaldi per insegnarci la libertà, sapevamo difenderla per antiche virtù, l’avevamo difesa in cento passaggi della storia. Siamo stati grandi quanto gli altri, qualche volta più degli altri. Siamo stati civili quanto gli altri, qualche volta più degli altri. Il nostro passato non è lontano millenni, come si racconta, ma solo centocinquant’anni.

E’ necessario che la coltre di bugie che circonda la nostra identità collettiva sia fugata. La consapevolezza del passato ci aprirà gli occhi e ci permetterà di guardare al futuro.
Credo fermamente nella redenzione terrena degli uomini, nella loro vocazione alla libertà. So, però, che nessun uomo è libero se il popolo a cui appartiene non lo è. A Natale, il semestrale corso calante del giorno si esaurisce e comincia la stagione del giorno crescente.

Cristo che nasce è la fede nella redenzione. Anche un ateo può aver fede in tale travolgente vocazione umana. Di suo, un socialista aggiunge l’azione concreta. O se vogliamo usare una vecchia parola, la lotta.

Italo Falcomatà: per chi non sapesse chi fosse.




Parlando con Gaetano Filangieri e Giulio Salvarenato ho appurato che la figura di Italo Falcomatà troppo presto è stata avvolta dall'oblio sia in casa che fuori. E' bene ricordarlo e riflettere sul fatto che non parliamo di secoli , ma solo di qualche anno fa. Publius ha riportato un articolo di "Calabria Ora" e io lo riporto qui.



In ricordo di Italo Falcomatà



Il mite professore non aveva amici nei Palazzi, li aveva però tra le persone comune. Il lungomare di Reggio porta il suo nome. Ed anche una scuola elementare è intitolata a Lui. Così come la sezione dei Democratici di sinistra dove ha sempre lavorato e discusso e dove si "annidavano " i suoi amici più veri. E porta il suo nome l'Aula magna della Facoltà d'Ingegneria dell'Università Mediterranea. Al "professore" è intestata anche una cattedra dell'Università per stranieri e con i soldi raccolti dal Dopolavoro ferroviario hanno costruito una scuola in un villaggio indiano e l'hanno dedicata a Lui. In suo onore opera una Fondazione che si occupa di studenti talentuosi e di giovani bisognosi. Persino una stella, individuata dai suoi amici dell'Associazione astronomi, si chiama Italo Falcomatà. In questi cinque anni, molti ed in vario modo hanno lavorato a tener vivo il ricordo di quel mite professore dalla insospettabile tenacia. Di quell'uomo buono che parlava con il sorriso e non rinunciava mai al confronto, anche quando aveva davanti il più ipocrita e prevenuto degli uomini. Il sindaco della Primavera di Reggio, si è detto. Non saprei dire se avrebbe gradito. Certamente il sindaco che ha condotto Reggio fuori da quella rancorosa palude in cui la città era stata cacciata da anni di politica malaccorta, di assoluto dominio mafioso, di poteri illegali elevati a sistema di governo alternativo. E per farlo ha pagato un prezzo altissimo. Certamente con il modello rappresentato da quel Sindaco sono condannati a confrontarsi tutti: chi governa e chi fa opposizione; chi siede a destra e chi si dichiara di sinistra. Non è più accettato il modello del sindaco-imbonitore che ti offre le cose che non ti servono e ti nega quelle che danno dignità e qualità alla vita di tutti i giorni. Non è più accettato il modello del sindaco che compra e vende notizie, disegnandoti, con l'ausilio di giornalisti poco avveduti ma accuratamente selezionati, "l'isola che non c'è". E poi c'è il distacco e l'arroganza del potere, cose che Italo Falcomatà aveva bandito da Reggio. L'arroganza degli insulti in pubblico a chiunque non si fosse allineato, la ritorsione su quei pochi imprenditori "non riconoscenti", il tentativo non di dialogare con le altre realtà istituzionali ma di soggiogarle con l'infiltrazione di uomini propri. E' per queste ragioni che ci strappa un amaro sorriso leggere di presunti eredi politici di Italo'Falcòmatà. Magari fosse vero. Purtroppo è vero esattamente il contrario: quel modello non ha fatto scuola. Quel testimone ideale non é stato raccolto, né a destra e né a sinistra. E' il pessimismo di chi ha troppo amato quella figura politica? Può darsi, ma se allineiamo un po' di fatti ci pare difficile sostenere che il solco tracciato da Falcomatà sia stato seguito da altri. Intanto perché Italo di alleati nei Palazzi ne ha avuti ben pochi. La sua forza era il popolo ed il consenso trasversale che raccoglieva attorno a sè. Era la sua forza ed anche la sua debolezza perché un avversario che non puoi vincere con le armi della democrazia devi necessariamente tentare di abbatterlo con le tragedie, con gli agguati giudiziari, con le calunnie, con la costante diffamazione, con un quotidiano ordito di trabocchetti e sabotaggi. Aveva raccolto attorno a se un buon manipolo di professionisti, contava sugli onesti, reclutava .. Ma dai Palazzi che circondano Piazza Italia aiuto non gli è mai arrivato. Anzi. La memoria fa gran difetto agli italiani, figuriamoci ai calabresi. Ma Italo Falcomatà non amava solo le buone letture, sapeva far ricorso anche ad una scrittura lieve ma franca e diretta. E se qualcuno volesse veramente rendere omaggio alla Sua memoria non dovrebbe fare altro che mettere mano al carteggio, robusto fino a diventare asfissiante, tra il Sindaco e la Prefettura. E quello, ancora più robusto e più asfissiante, tra il Sindaco ed il palazzo di Giustizia a partire da quella Procura della Repubblica che gli confezionò addosso ben 36 procedimenti penali. Gli venne contestato di tutto, alla fine sequestrarono anche il carteggio relativo al restauro di Piazza del Popolo. Era la piazza delle adunanze al tempo del fascio, Falcomatà non si accontentava di restituirla alla città sgombrando il mercato che la occupava, volle anche rimetterne a posto l'architettura. Recuperò la vecchia aquila littoria e la fece restaurare. Mal gliene colse la Gigos che sequestro la delibera e avviò indagini: ipotesi di reato, apologia del fascismo. Non è una storiella, ci sono prove e documenti. Ricordo che alla vigilia di un Natale, penso fosse quello del 1999; arrivarono a casa sua una manata di avvisi di garanzia. Falcomatà tentò di rasserenare la sua famiglia e disse alla moglie, che ormai trepidava oltre misura, "Rosetta, vieni, quest'anno vuol dire che addobberemo l'albero con queste cartuccelle giudiziarie". Ma l'ironia non lo aiutava certo a star meglio, stretto com'era tra gli attentati mafiosi, i proiettili di kalashnikov recapitatigli fino a casa (all'epoca a Reggio se la prendevano con la casa del sindaco e non con quella municipale), la necessità di girare con una scorta armata e, per sopraggiunta, le continue convocazioni giudiziarie. Un intero squadrone di investigatori, fatto convergere appositamente su Reggio da mezza Italia, si occupò di processarlo per il "Decreto Reggio". Un solo avviso di garanzia, seguito da un mandato di comparizione... a puntate, gli contestava qualcosa come una trentina di capi d'imputazione: tutti rigorosamente "aggravati dall'articolo sette". Già, "1'articolo 7": servirà per spostare la competenza dalla Procura ordinaria a quella antimafia ma serviva anche a sostenere che Falcomatà aveva abusato dei suoi poteri di sindaco per aiutare gli interessi delle cosche mafiose: le stesse cosche che gli bruciavano il portone di casa. Ed un altro processo per la discarica di Pietrastorta: era lì da trentadue anni ma la Procura la scoprì solo con l'arrivo di Falcomatà. Ed un altro processo per quella di Longhi Bovetto: l'unica discarica a memoria d'uomo che a Reggio sia stata dismessa nei tempi stabiliti e bonificata secondo gli impegni assunti. Ed un processo per l'informatizzazione dei servizi. Ed un altro per il centro agro-alimentare. E la lista si allunga a dismisura proporzionalmente con il crescere della figura e del consenso di questo professore diventato sindaco "per caso". Ma che fine hanno fatto tutti questi processi? Nessun cronista si è mai curato di dare ai calabresi questa risposta. Sappiamo che per il Decreto Reggio, dopo sei anni di indagini, circa un miliardo di lire spesi in perizie tecniche, quasi diecimila intercettazioni ambientali e telefoniche, sono stati tutti assolti. Addirittura per i presunti mafiosi è stata la stessa procura a chiedere il proscioglimento. Morto Italo non servivano più. E che fine hanno fatto le trivellazioni allo stadio comunale? Non lo sappiamo. Sappiamo che per quello stadio, ristrutturato in tempi da record, a Falcomatà vennero intestati tre diversi processi. Un giorno sono arrivati dei tecnici da Palenno con delle sonde ed hanno cominciato a scavare. Quanto? Tantissimo a giudicare dalle parcelle milionarie pagate dall'Amministrazione giudiziaria. E poi? Poi è morto il sindaco e non ne sappiamo più nulla. La Prefettura fece di peggio: non intese mai collaudare lo stadio comunale che porta il nome di Oreste Granillo. Alla fine disse che non poteva proceder al collaudo perché mancava la prova da "carico di neve". Ossia mancava un certificato che garantisse che se sulla tribuna coperta cadeva e si depositava neve per uno spessore di trentacinque centimetri questa avrebbe ugualmente retto. E chi li troverà mai trentacinque centimetri di neve a Reggio Calabria? Ed infatti non si trovavano e non si collaudava. Ovviamente morto Falcomatà lo stadio è stato collaudato, senza alcuna nuova opera di miglioramento, regolarmente. Per ogni partita che la Reggina giocava in casa, Falcomatà doveva firmare un'autorizzazione con la quale concedeva lo stadio assumendosene “ogni responsabilità”. Per ogni firma arrivava un nuovo avviso di garanzia dalla Procura. I magistrati inquirenti il giorno prima firmavano l'avviso al sindaco e il giorno dopo andavano allo stadio a vedersi la partita. Il teatro Cilea era ridotto ad un cinema fatiscente. Falcomatà decise di ricondurlo alla gestione comunale togliendolo ai privati che già sognavano il prorogarsi di decennali speculazioni. Allora e solo allora la prefettura scoprì che il sipario non era "tagliafuoco" ed il teatro venne sequestrato con nuovo avviso di garanzia al sindaco. No. Non aveva amici nei palazzi il sindaco Falcomatà. E qualcuno occorre che prima o dopo si assuma l'impegno di testimoniarlo. Ma li aveva al rione ferrovieri, dove conosceva tutti e dove andava casa per casa. Li aveva nel mondo della scuola ("quanto mi mancano i miei ragazzi"). Li aveva negli ordini professionali: ("questa città può e deve farcela da sola, con i suoi uomini e con le sue intelligenze"). Li aveva tra gli zingari: considerava la sua vera conquista aver portato al diploma Romina, una ragazza Rom, ed aver dato vita ad una cooperativa rom per la raccolta dei rifiuti ingombranti. Li aveva nella società civile. In quel popolo che a Reggio è stato sempre di gran lunga migliore della borghesia locale. Ma dai Palazzi era guerra furibonda. Poteva non cedere allo sconforto? Ed infatti cedette. Alla vigilia delle Comunali del 2000 mi regalò una intervista amara. Nel suo salottino rosso a Palazzo San Giorgio, imbottito di microspie piazzate dai superman dell'antimafia (che a Reggio avevano deciso che non erano i De Stefano o i Libri o i Labate i capi della 'ndrangheta ma il re del male era Italo Falcomatà), mi disse: "Io mollo". Si sentiva terribilmente solo. Non perdonava al suo partito il chiamarsi fuori dagli attacchi che quotidianamente subiva. Il massimo che sapevano dargli era un cantílenante ritornello: "Abbiamo fiducia che la magistratura in tempi brevi e bla, bla, bla,". Stava in maniche di camicia con le bretelle rosse in grande evidenza. Non volle un registratore: non ne avevamo bisogno nessuno dei due. Mi chiese solo di appuntarmi una frase: "Una mosca non può fermare un cavallo ma cento e mille mosche..." Quell' intervista ebbe un risalto nazionale. La "Gazzetta" la mise in prima pagina e con ottima impaginazione. Il giorno dopo la ripresero tutti e tutti calarono a Reggio. Arrivarono anche i maggiorenti del Partito. Volevano che smentisse ("tanto più che non c'è una registrazione". Ma Italo non smentì mai. Alla fine cedette alle pressioni: non a quelle del partito ma a quelle dei concittadini. E si ricandidò. Stravinse, come era naturale che fosse. Ma non ebbe tempo di gioirne. I nemici dei Palazzi avevano trovato un alleato invincibile. Forse avevano creato le condizioni perché quell'alleato potesse scendere in campo. Arrivò la leucemia. E le lacrime. Trovò modo di impartirci una ultima lezione di vita anche da quel lettino del Reparto di ematologia. Se ne andò nel pomeriggio di una serata piovigginosa. Lasciando (posso dire lasciandoci?) spezzati in due. Andai a casa sua e vi rimasi tutta quella notte. I palazzi dichiararono il lutto cittadino. Tutti gli Uffici giudiziari sospesero le udienze per il lutto. Non andai ai suoi funerali.

PUBLIUS_________________

25 dicembre, 2006

E' morto James Brown


Un mito non poteva che scegliere il Natale per uscire di scena.

WASHINGTON.- Per decenni il pubblico di tutto il mondo lo ha acclamato come il ``re`` della musica soul. Con James Brown, il cantante nero statunitense morto oggi in un ospedale di Atlanta all`eta` di 73 anni, scompare una figura leggendaria del mondo dello spettacolo. Ha saputo trasformare il gospel in ``rhythm e blues`` e creare un genere soul del tutto originale, il funk, con i suoi ritmi incalzanti. Era stato ricoverato ieri sera per una polmonite acuta.
Brown, che si era autodefinito "il padrino del soul", ha fatto scuola anche sul palcoscenico, con la sua fisicita` dirompente, che ha influenzato successivamente cantanti del calibro di Mick Jagger e Iggy Pop.
Alle spalle ha avuto un`infanzia difficile: nato da una famiglia poverissima della Carolina del Sud nel 1933, a sei anni viveva in un bordello ad Augusta, Georgia, e per pagarsi l`affitto lavorava come lustrascarpe e nelle piantagioni di cotone. A otto anni provava a rubare la sua prima macchina e finiva in un riformatorio. E` qui che avviene la sua svolta perche` conosce Bobby Byrd ed entra nel suo gruppo di gospel, prima di fondare , nel 1952, la propria band ``The Flames``.
Nel 1956 scrive "Please, Please, Please", ed e` il successo mondiale, consacrato nel 1961 con la registrazione dal vivo, nel tempio della musica nera dell`Apollo Theatre ad Harlem, di un album diventato un vero e proprio culto, con canzoni come ``I got you (I feel good) `` e ``Get up (I feel like being a sex machine)``.
Capace di suonare 350 serate all`anno, James Brown si trasforma, con la ricchezza, in un esempio di ``capitalismo nero`` , ben prima che il termine fosse inventato; apre ristoranti e negozi ed esorta i suoi concittadini di colore a vivere il ``sogno americano``.
Il giorno dell`assassinio di Martin Luther King, tiene un concerto teletrasmesso, invitando la popolazione alla calma. Il presidente Lyndon Johnson lo ringraziera` per questo. Negli anni ottanta diviene anche un volto cinematografico, interpretando il ruolo del predicatore nei `Blues Brothers`` e cantando una delle sue canzoni piu` note "Living in America" nel film Rocky IV.

Un inferno chiamato Rosarno



Può l' Italia definirsi un paese civile? Le forze dell' ordine hanno una qualsivoglia utilità? E non sarebbe meglio fermare alla fonte i flussi di immigrazione clandestina piuttosto che ridurre migliaia di persone ad una esistenza che non ha niente di umano? Questa ultima domanda la rivolgo anche alla parte politica cui appartiene il giornale da cui è tratto questo articolo, la quale si oppone ad ogni regolamentazione dei flussi migratori. Scrivere poi di queste cose facendo l' indignazione è solo ipocrisia.


Stanno sul bordo della strada, con le buste di plastica in mano, gli stivali di gomma ai piedi. Aspettano di essere scelti per una giornata di lavoro. Come al mercato degli schiavi. Sono l'esercito delle arance, le braccia che mandano avanti i campi nella piana di Gioia Tauro, profonda Calabria. Aspettano i caporali, con i loro pick-up, pronti a spaccarsi la schiena dieci o dodici ore per 20-25 euro. Aspettano, attenti a non farsi investire dalle auto che passano sulla Nazionale, perché a Rosarno i marciapiedi non ci sono. E perché c'è chi fa a gara a colpire il negro o il rumeno. Chi è fortunato acquista il diritto ad essere sfruttato. Ma anche quello si paga: 5 euro a testa per il trasporto fino agli aranceti. A volte bisogna farsela a piedi. Li vedi in fila dietro il guard-rail, tre-quattro chilometri sull'autostrada per abbreviare il tragitto. Gli altri tornano a casa, si fa per dire.
Storie comuni. Lo sbarco a Lampedusa, il trasferimento al cpt di Isola Capo Rizzuto. E da lì «mi hanno mandato a Milano», dice Marco. È senegalese, si fa chiamare così. Mille euro per scappare dal Sant'Anna, i documenti sequestrati fino al saldo della somma. Poi i trasferimenti seguendo il ritmo della campagna. Le metropoli del Nord, le serre del salernitano, d'estate i pomodori a Foggia, poi Pachino e in autunno le arance a Rosarno. Campania, Puglia, Sicilia, Calabria. Camorra, sacra corona unita, 'ndrangheta e mafia. Nelle mani dell'agenzia schiavi, un'organizzazione ben oleata. Lo dicono anche le recenti inchieste della Dda di Catanzaro: una cellula smista i connazionali dove c'è lavoro, la centrale operativa è a Crotone, i collegamenti in tutt'Italia. Dietro non può non esserci una regia occulta, i boss che non hanno mai lasciato le campagne. Richiedono la manodopera, mettono a disposizione i mezzi di trasporto e si arricchiscono nell'ombra.
Anche a Rosarno ad aiutare i padroni italiani ci sono i kapò stranieri. Curano la logistica, assoldano le braccia, tengono a bada la propria gente, con le buone o con le cattive. E, perché no, tengono i contatti con le autorità, che fanno finta di non vedere. Niente controlli, nessuna tutela. Sono fantasmi che servono per mandare avanti l'industria degli agrumi. E allora, durante la stagione della raccolta, le sirene tacciono. Poi arrivano le retate ad orologeria: qualche arresto, un pugno di espulsioni per far quadrare i conti. Ogni tanto un blitz: botte e sconquassi per rimettere ordine nei periodi di tensione.
Dalla fine degli anni '90, il sistema si è perfezionato. E Rosarno è diventata forse il luogo dove la Bossi-Fini ha dato i suoi frutti più amari. Un fallimento totale. O, se si cambia punto di vista, un successo pieno. Senegalesi, ghanesi, liberiani, ivoriani, la gran parte costretti alla clandestinità o comunque al lavoro nero. Perché il sistema dei flussi si basa sulla percentuale di disoccupati: più stranieri al Nord, dove c'è più lavoro. Al Sud la richiesta è alta nei periodi di raccolta, ma nei campi non ci va più nessuno. Dunque, l'accesso regolare alle campagne è negato ai migranti. Ci sono poi i richiedenti asilo che non possono lavorare, ma sono costretti a farlo per sopravvivere, a qualunque condizione. E così accanto alle poche centinaia di stranieri regolari, in autunno lavorano più di quattromila migranti fuori dalla legge, sfruttati all'inverosimile. I falsi braccianti rosarnesi prendono il sussidio senza far nulla. E la 'ndrangheta ringrazia.
In pochi possono permettersi una casa. E se riescono ad affittare quattro mura, dormono in sei o sette in una stanza. Per le badanti dell'Est le opportunità sono maggiori. Anche i rumeni se la passano un po' meglio, per loro c'è il lavoro nei cantieri edili. Uomini di fatica a 50 euro a giornata. Ma i soprusi e gli infortuni sono di routine. Se ti ammali, poi, nessuno ti aiuta.
«Il padrone non mi ha pagato, ho il braccio rotto e non riesco più a lavorare». Dimitri, 23 anni, dalla Romania in Italia per sfiancarsi sui ponteggi. Accade che qualcosa va storto, una manovra errata e una caduta. Con una mano sola non si può lavorare e allora a casa senza un euro.
Per gli africani è ancora più dura. Vivono in miseria negli angoli più degradati della squallida Rosarno. Denigrati, emarginati, colpiti dal razzismo di chi ha dimenticato i parenti «germanesi», gli emigranti di Little Italy o Marcinelle. A pochi passi dalla stazione, un recinto di ferro sigilla villa Fazzari. Abbandonata dopo la confisca al boss. E lo sgombero. Lì ci vivevano fino a qualche anno fa i campesinos della Piana. Un'occupazione insopportabile per gli 'ndranghetisti. Più giù, sotto un cavalcavia, un gruppo di disperati ha sistemato le proprie cose. Vengono dall'Africa sub-sahariana. Vivono senz'acqua e luce. Mangiano quando possono alla mensa della Caritas. Parlano poco, sguardo basso, ascoltano e stanno zitti.
Un motorino d'altri tempi s'avvicina. A bordo un ragazzo senza casco, riccioli e occhi neri. Abdul vive in un casolare a due passi dal commissariato di polizia. Si entra per uno squarcio tra le lamiere. Un gruppetto esce da uno stanzone. Fumano, ridono, sembrano immuni alla fatica. Dentro dieci materassi, il fornello e poco altro. Poco più giù un pozzetto per l'acqua. E oltre lo slargo di terra battuta, sotto il viadotto dell'A3, una casetta con l'orto. Ci abita una famiglia straniera. Ma l'accesso è off-limits. Sono loro a riscuotere l'affitto da Abdul.
Alle spalle della cittadina, il primo avamposto dei sans papiers. Si va lungo la Nazionale, poi una sterrata attraversa un torrente. Un camioncino sbarra il passo. È carico di lastre di eternit, retaggio di una demolizione da smaltire a costo zero. Oltre la fiumara un fabbricato nudo e abbandonato. Ci vivono in cinquanta. Come meglio possono.
L'hotel Africa di Rosarno è a pochi chilometri, lungo la strada che va a San Ferdinando e al porto di Gioia. Un'ex cartiera abbandonata e sventrata. Dentro in pochi, ad attendere i fratelli che tornano dai campi, ciondolando nel cortile o stesi nelle tende da campeggio sistemate al piano terra. Una lambretta s'avvicina al varco. Un urlo, «curnuti». L'uomo alla guida s'accorge delle presenze estranee, ingrana la marcia e riparte. I ragazzi dell'hotel Africa neanche ci fanno caso, sono abituati a tutto. Alle violenze e alle minacce, alle botte e alle spedizioni punitive. Oltre l'accampamento, nel retro dello stabile, uno spazio per le donne. Spesso sono costrette a prostituirsi, carne da bordello. Lo scorso gennaio, quattro di loro hanno avuto il coraggio di denunciare i loro aguzzini senegalesi. C'era anche il bar per i clienti italiani, poi il sesso mercenario nei box di cartone.
Prima era così per tutti, l'affitto per un materasso e due metri quadri di spazio con le pareti fatte di scatole da imballaggio, l'acqua in cortile. Adesso qualcosa è cambiato. Da quando in inverno i ragazzi del circolo Ds «Peppe Valarioti» hanno messo in pratica gli insegnamenti dell'ex sindaco antimafia Peppino Lavorato, il primo ad occuparsi dei migranti di Rosarno. Le visite ogni domenica, il dialogo per conquistare la fiducia, un aiuto fin dove si può. Come nel caso di Victor, nigeriano, in fuga dalle persecuzioni. È finito a Rosarno dopo il lavoro in fabbrica nel Nord-Est. Il primo giorno ha perso due dita, qualcuno aveva rimosso la sicura dal macchinario. Poi un'operazione ai polmoni andata male, le medicine salvavita che costano troppo. Difficili i ricorsi per chi non ha nulla.
Difficile far valere i propri diritti senza un avvocato di fiducia. Ci hanno pensato i ragazzi del centro sociale Angelina Cartella di Reggio: un pool di legali segue le pratiche di un gruppo di migranti, i più fortunati, quelli che hanno con sé i documenti per ottenere l'asilo ed evitare l'espulsione.
Da tempo Rifondazione presidia l'ex cartiera. I Giovani comunisti hanno anche girato un video, dopo il blitz antidroga dei carabinieri in primavera: un pugno di arresti, l'intero stabile messo a soqquadro, in centinaia sbattuti in strada. Dopo la visita del parlamentare no global Francesco Caruso e il caso-choc dei pomodori in Puglia, la deputata Angela Lombardo ha lanciato l'idea di una commissione conoscitiva sulla raccolta dei prodotti ortofrutticoli nel Meridione, a Foggia come a Rosarno.
Qualcosa si è mosso anche grazie a Medici senza frontiere, che ha attivato da aprile un servizio di assistenza medica con l'aiuto dell'Asl e di mediatori culturali. E anche per merito del neo sindaco Carlo Martelli. «Stiamo per acquistare la vecchia cartiera per farne un ostello, garantire posti letto, una doccia, mense, cucine, servizi igienici». I Comuni di Rosarno e San Ferdinando hanno stanziato 20 mila euro ciascuno per un primo intervento di bonifica dell'ex cartiera. Per rimuovere i detriti, l'amianto, l'immondizia. Ma per il centro ne serviranno almeno 200mila. «La mia posizione non è molto ortodossa. Si parla di irregolari - dice il sindaco - ma non posso fare finta di non vederli. Sono 4mila persone, in un paese di 15mila abitanti». La rivoluzione della normalità.
A sera il ritorno, tutti in fila. Scuri, stanchi, sporchi. Le auto sfilano accanto. Ma non si curano di loro, guardano e passano.


Il Manifesto, 20 dicembre 2006

Merry Christmas


24 dicembre, 2006

Natale in Calabria



In Calabria la vita ha un sapore diverso. TUTTO ha un sapore diverso. Anche il Natale.
In questo articolo tratto da www.calabresi.net si esprime bene questa diversità. Chi la vive non l' apprezza abbastanza. Chi non la vive perde qualcosa di unico.

Con l'arrivo della festa dell'immacolata, che ogni anno si celebra l'8 dicembre e dopo essere stata preparata con molta attenzione dalle comunità, si apre calorosamente l'attesa al Santo Natale, che in Calabria a differenza di altre regioni è contrassegnata da profonde tradizioni.
Oggi purtroppo sono molti i casi in cui fra le età adolescenti, sembra predominare la voglia di cambiare e trascurare molte piccole bellezze che i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità, proprio in occasione di questa preziosa festività. Ma nonostante questo, sono ancora molte le famiglie in Calabria che riescono a distinguersi dalla tendenza nazionale, cioè quella di trasformare in un solo fenomeno commerciale, questa occasione di unità, di accoglienza e di benvolere reciproco, specialmente fra tutti i membri della propria famiglia e anche della propria comunità. Si accantonano per qualche giorno tutti quei tipi di problemi cronici (come malattie prive di cure, sindrome di down, problemi di natura economica e di qualsiasi altro tipo) che appartengono a molti esseri umani, per stare insieme, scambiarsi affetti e auguri per un anno migliore.
Molte mamme e nonne, nonchè papà e nonni riescono ancora a tenere alta, la capacità di trasmettere alcuni tra i valori più importanti dell'esistenza umana ai propri figli ed ai propri nipoti. Qui infatti in molte case oltre alla preparazione del tradizionale albero, ci si mette in movimento sin dai primi di dicembre per preparare ancora una volta per il prossimo Natale il presepe e raccontare simbolicamente la storia della Santa Natività e dei valori da essa derivanti.
Anche se le vendite di pastori e gadjet vanno sempre diminuendo, sia a livello nazionale sia in Calabria, c'è da dire che il cittadino calabrese nella realizzazione del presepe non è mai stato un ottimo acquirente e consumatore di prodotti commerciali, da sempre infatti, in questa occasione ha tirato fuori il miglior lato artistico di un artigiano professionista. Si va alla ricerca di materie prime (muschio, cortecce, sassi, calce, farina, ecc) per la realizzazione coreografica e la costruzione di paesaggi, montagne innevate, piccole case, sentieri, ruscelli, molto spesso ci si cimenta in una scenografia automatizzata da semplici meccanismi in movimento che contribuiscono ad abbellire ed a rendere più realistico il presepe.
Non molto diversa è la realizzazione del presepe vivente, una manifestazione che nei giorni che precedono il Natale si effettua in diversi comuni, con lo sfondo della coreografia che è caratterizzato da scorci di antichi borghi ottocenteschi appartenenti ai paesi in cui si tiene l’evento. La scena teatrale preparata per l’occasione propone dei normali cittadini come improvvisi attori che esprimono il loro contributo alla raffigurazione della vita quotidiana nel periodo della Natività, impersonando pastori ed altri personaggi. Questi ultimi ed i visitatori che passeggiano in silenzio tra le vie del borgo in un atmosfera antica, in più, tutto quello che circonda l’evento che va dalle luci emesse dai focolai, dai rumori dei fabbri e degli artigiani, fino ai suoni ed agli odori delle stalle, sembra portare indietro il tempo di 2000 anni.
Nei giorni dopo l’Immacolata, mentre nelle strade addobbate da arcate e da comete luminose installate dai comuni nelle principali vie del paese, e mentre i più giovani si divertono a far sentire i propri botti a tutta la comunità, in molte famiglie la padrona di casa pensa già ai preparativi per il caloroso e molto atteso cenone della Vigilia che godrà di una lunga tavolata che di sicuro si protrarrà fino a mezzanotte. Si premura quindi di spolverare il prestigioso servizio per addobbare la tavola e di reperire gli ingredienti per le non poche pietanze da offrire ai numerosissimi ospiti.
In paese si può intuire, che dai camini fumanti, le donne sono già all'opera nella preparazione di dolciumi fritti ed al forno, si preparano i "ciciàri zukkèrati" (ceci cotti nella sabbia portata ad alta temperatura, successivamente raffreddati e cosparsi di sciroppo di zucchero, ottimi per accompagnare le serate natalizie con dell'ottimo vino calabrese), mandorle ricoperte di cioccolato, torroni alle mandorle come solo una mano calabrese li può creare, “fica sikki” (fichi secchi ripieni), “Zzippùli”(zeppole natalizie), “curùnesci” (corone fritte di pasta dolciaria) e tanto altro ancora.
Nei giorni prefestivi si accolgono anche i parenti che arrivano dal Nord Italia e/o dall'estero, per passare le festività con i propri cari. A loro si fanno assaggiare già alcune delle propri delizie preparate con tanto amore nei mesi precedenti, come il proprio vino novello, l'immancabile fetta di pane arrostita sulla brace e cosparsa del profumatissimo olio extravergine di un colore verde smeraldo dalle olive appena raccolte e lavorate in frantoio, la gustosa portata di fagioli cotti in una pignatta accarezzata dalle fiamme del proprio camino per un giorno intero conditi poi con l'olio fresco e spolverati di peperoncino piccante (comunente detta "carni di poveri"), i numerosi dolci e tanto altro.
C’è chi anticipa le feste con un'altra grande tradizione, in occasione di avere la compagnia dei propri parenti emigrati, si effettua la macellazione del maiale allevato nelle proprie campagne. Si ottiene un’ottima carne fresca che nella maggior parte dei casi la si consuma il giorno stesso della macellazione, e poi si preparano gli ottimi salumi piccantissimi (“Nduja”, “Maccularu”,”Satizzi”,”Culatellu”, ecc.), che non mancheranno nelle cene e nei pranzi delle feste natalizie, un detto popolare dice: “A Natali non senti nè friddu né fami” (a Natale non si sente ne freddo e ne fame).
Gli eventi religiosi per i giorni festivi sono ancora degnamente celebrati, sia la funzione della Vigilia sia la funzione delle mattina di Natale sono frequentate da numerosi fedeli.
In Calabria, le tradizioni e le usanze sono ancora fortemente radicate nella vita delle comunità, si distinguono per essere sempre ospitali, disponibili e solidali. Alcune di queste qualità vengono marcate spesso nella vita dei Calabresi, ad esempio maggiormente le donne, ma anche interi nuclei familiari, nelle ricorrenze festive, ed a Natale in particolare, rimarcano alcuni valori e tradizioni, e davanti ad eventi luttuosi e/o a parenti gravemente ammalati, essi si stringono attorno a loro con forza ed umiltà.

Fenomeni














Le favole insegnano verità universali; non dobbiamo dimenticare questo tipo di rappresentazione delle regole di vita.

Nel paese c'era un sindaco in carica da tanti anni. Un suo avversario per farlo cadere si inventò uno scandalo facendo riferimento ad un ponte da poco costruito. Costui sosteneva che era stato costruito utilizzando materiali non adatti, non rispettando gli standard di qualità imposti dal contratto. Era una palese menzogna , ma egli montò su una campagna diffamatoria.
Per dare prova alle sue accuse egli andò a fare delle foto, ma, scivolò e si ruppe tutte e due le gambe.


MORALE:

le bugie hanno le gambe rotte!

23 dicembre, 2006

Welby...riposi in pace

Di questa vicenda dolorosa ho sempre pensato che si dovesse realizzare il legittimo desiderio di Welby preso nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Ora che è morto spero che possa trovare la pace nel riposo eterno. Il medico che ha permesso di realizzare il suo desiderio è uomo coraggioso e dignitoso, a mio avviso, dal modo in cui si è posto dopo il gesto.
Non condividendo le idee che su questi temo Pierferdinando Casini mi trovo d'accordo con lui nel passo del suo discorso ove fa riferimento alla necessità che questa vicenda avrebbe meritato ben altra pietas e rispetto da parte di chi ha cercato di sfruttarla per ricavarne uno straccio di ritorno politico. FAcile il riferimento ai radicali, i quali non meritano alcuna definizione che abbia qualcosa di umano. Spero che un giorno abbiano il coraggio di vergognarsi.
Circala necessità di legiferare su questo tipo di questioni penso che un principio debba restare fondamentale:RISPETTO PER LE DECISIONI DELL' INDIVIDUO PRESE NEL PIENO POSSESSO DELLE FACOLTA' MENTALI. Sussistendo questo requisito , penso che non occorra nessun tipo di legislazione o discussione.
Un pensiero per Piergiorgio Welby.

21 dicembre, 2006

Errata corrige

Lo sciopero dei giornalisti mi ha giocato un brutto scherzo.
La notizia è quella peggiore possibile: il dott. Mario Riccio, medico anestesista e rianimatore all'ospedale di Cremona, ha preso la responsabilità di sedare Welby ed interrompere la terapia sanitaria a cui era sottoposto.
Anzi no, il suo non è esattamente l'atteggiamento di chi si prende delle responsabilità: Riccio afferma infatti che "non vi sono rischi¨ legali per lui. "In termini giuridici ci auguriamo ora che non succeda nulla. Era doveroso interrompere questa violenza contro il corpo di Welby. Non era una scelta -ha scandito- regolata dai tempi della politica o della magistratura''.


L'eutanasia è la nuova frontiera della "modernità", iniziata oltre due secoli fa. E sono sicuro che anche su questo fronte, la Calabria e il Sud terrone rimarranno incorreggibilmente e vergognosamente indietro rispetto al "civile Occidente".

Ma d'altra parte, il Meridione più che all'Occidente, appartiene di diritto all'arretrato Sud del mondo, la pietosa zavorra dell'umanità...

Mi chiedo solo questo: se la storia avesse preso una strada leggermente diversa, e si fosse almeno evitata la tragica unificazione politica dello stivale, e dunque le Due Sicilie borboniche fossero rimaste indipendenti e all'avanguardia nel campo scientifico e tecnologico, e non invece sbattute nella periferia fetente e mafiosa del mondo, che influenza culturale e politica avrebbero avuto?
Con il prestigio della propria ragguardevole storia, e con la forza del progresso e del benessere economico, avrebbero fondato ed esportato una politica autorevole ispirata alla via cristiana, alternativa e dove occorre opposta a questa modernità così ingiusta e disumana?
Una politica convincente, fondata sulla ragione e sulla fede, sulla bellezza e sulle vivaci tradizioni di un popolo fortunato e benedetto per la terra meravigliosa che ha ereditato; e non una politica reazionaria e antipatica, oltre che poco credibile per gli italiani e di nessun peso per le altre nazioni, perché portata avanti dai personaggi bugiardi e cialtroni dei nostri partiti...

Welby si è spento. Naturalmente.


Grazie a Dio, Welby ha finito di soffrire. E sempre grazie a Dio, la sua vita non è terminata con un omicidio. Pace all'anima sua.
La tentazione di ucciderlo, ehm.. di praticargli l'eutanasia, è stata forte negli ultimi mesi, ed ha acceso un dibattito politico forte su questo tema, anche in Italia. Dibattito che sicuramente continuerà, anche dopo la morte del povero Welby.
Spero che alla fine di questa "battaglia dialettica" prevarrà la ragione e la pietà. E non l'emozione irrazionale e la fretta di lavarsi la coscienza, perché la conseguenza sarebbe un baratro politico. L'ennesimo...
(da RomagnaOggi.it del 21/12/2006)
ROMA - E' finita l'agonia di Piergiorgio Welby. Il 61enne malato di distrofia muscolare è morto. Ad annunciarlo è stato Marco Pannella durante la diretta di Radio Radicale.Welby fu colpito dalla malattia all'età di 20 anni e nel corso degli anni le sue condizioni di salute sono peggiorate gradualmente. Negli ultimi anni la sua sopravvivenza era garantita grazie all'utilizzo di un respiratore automatico. Il malato poteva solamente avere movimenti labiali ed oculari, bloccato in un letto.Lo scorso settembre chiese l'eutanasia al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il Consiglio Superiore della Sanità aveva negato lo spegnimento del respiratore.
-- Errata corrige al prossimo post --

20 dicembre, 2006

Il mondo scorre

Non c'è peggior peste che la miopia. Credere di essere al centro del mondo, quando invece si è un granellino di povere del deserto.
Avere conosciuto una realtà come quella di cui parlo mnel precedente post, interagire con il suo ideatore, collaborare operativamente, mi fa dire ai tanti giovani che imperversano sul web, sui media che voi siete VECCHI!
VECCHI nelle parole che dite!
VECCHI nelle rivendicazioni che fate!
VECCHI nelle logiche che rappresentate!
Il mondo va avanti a velocità folli e i giovani della Calabria sono fuori....non conoscono l' inglese, non sanno ragionare in termini cosmopoliti, si perdono in pettegolezzi e ripicchi (NOI SIAMO QUI...NOI SIAMO LI...VOI NON SIETE NIENTE DI FRONTE AD UN MONDO CHE E' DECENNI AVANTI RISPETTO AL LUOGO IN CUI VIVETE!) si chiudono nelle loro menti, come una volta i loro avi nelle loro valli.
Se non si ha l' umiltà di mettersi in gioco, imparare regole nuove, rivedere le proprie certezze, non si ha futuro.
In Calabria esiste una cosa che il resto del mondo non ha:il prodotto tipico di qialità, ma se non si sa farlo conoscere e , sopratutto, non si pensa che li possa essere il futuro è meglio chiudere baracca e burattini.
Ho parlato solo dei giovani della Calabria (fino ai 20/25 anni penso)...gli altri sono già andati..

18 dicembre, 2006

"Democrazia digitale", secondo il Time

Ci incensa, ci elogia, ci arruffiana... Time arriva a dire che milioni di utenti intelligenti e attivi sono arrivati a "togliere il potere ai pochi" che tengono in mano l'informazione.

E' senz'altro quello che temono "quei pochi", tra cui ovviamente il Time stesso, che è anzi uno dei più autorevoli al mondo. E mettendo in testa al navigatore globale l'alloro di Personaggio dell'Anno 2006, sicuramente sperano di ingenerare un sentimento di soddisfazione e di empatia che "spenga" i navigatori indomabili (tra cui modestamente anche i contributors del blogalladeriva), i quali costituiscono davvero una minaccia autentica per i poteri forti internazionali.

Mr Time, grazie del titolo, ma il nostro lavoro-hobby come operatori della cultura, come giornalisti d'inchiesta e come ricercatori e divulgatori della verità non finisce certo qui ;-)

(da corriere.it del 18/12/2006)
«Per aver preso le redini dei media globali»
Il personaggio del 2006? Voi navigatori
Il verdetto del settimanale Time che dedica la copertina a quanti «hanno contruibuito a far esplodere la democrazia digitale»


La «persona dell'anno»? Siete voi. Voi navigatori, secondo Time. Il settimanale, pubblicando in copertina un computer con uno specchio al posto dello schermo, ha scelto di incoronare per il 2006 «tutte le persone che hanno partecipato all'esplosione della democrazia digitale» usando Internet per diffondere parole, immagini e video, contribuendo al successo di siti come «YouTube» o «MySpace». «Per aver preso le redini dei media globali, per aver fondato e aver dato forma alla nuova democrazia digitale, per aver lavorato gratis e aver battuto i professionisti al loro stesso gioco, la Persona dell'Anno 2006 di Time siete voi», scrive sulla rivista Lev Grossman. «Se voi scegliete un individuo dovete giustificare come questa persona ha influenzato milioni di altre persone - continua -. Ma scegliendo milioni di persone, come è accaduto quest'anno, non ci obbliga ad alcuna giustificazione».

LO SPECCHIO - Sulla copertina di Time, che sarà in edicola domani, spunta uno specchio «perché riflette letteralmente l'idea che voi, non noi, state trasformando l'era dell'informazione», afferma in un comunicato il redattore capo Richard Stengel.


BATTUTI - Gli utenti hanno dunque battuto per il titolo di Persona dell'Anno candidati di spicco, tra cui il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, il presidente cinese Hu Jintao, il leader nord coreano Kim Jong-il e James Baker, l'ex segretario di Stato Usa che ha guidato la commissione bipartitica denominata Gruppo di Studio sull'Iraq.


LUNGA TRADIZIONE - Il titolo di "Persona dell'Anno" del 2005 è andato al magnate dell'informatica Bill Gates, a sua moglie Melinda e al cantante rock Bono per l'iniziativa Good Samaritans. Time ha cominciato a indicare la sua «Persona dell'Anno» nel 1927, e la tradizione ha alimentato ogni anno varie ipotesi ma anche controversie, come quella del 1938, quando il personaggio dell'anno fu Adolf Hitler, o nel 1979, quando sulla copertina del settimanale comparve l'Ayatollah Khomeini. Grossman, che per Time scrive di tecnologia e recensisce libri, ha spiegato che i creatori e i consumatori dei siti Internet "user-generated" hanno mostrato l'esistenza di una comunità e di una collaborazione su una scala finora mai vista. «Si tratta dei molti che tolgono il potere ai pochi, dell'aiuto recipropco gratuito, di come ciò non solo cambierà il mondo, ma anche il modo in cui il mondo cambia».


I PROTAGONISTI - «Lo strumento che rende ciò possibile è il World Wide Web», scrive ancora il giornalista. «E' uno strumento per mettere insieme i piccoli contributi di milioni di persone, per renderli importanti». MySpace - acquistato dal gigante dei media News Corp l'anno scorso per 580 milioni di dollari - conta oltre 130 milioni di utenti nel mondo e registra circa 300.000 nuovi membri al giorno, mentre YouTube - comprato da Google il mese scorso per 1,65 miliardi di dollari - conta circa 100 milioni di pagine viste al giorno.

16 dicembre, 2006

L'Italia impari l'integrazione dal Sud


Le timidezze e i pregiudizi di cui si ha notizia in diverse scuole del Nord, sull'allestire il presepe o esporre il crocifisso, per "non offendere i non-cristiani", oppure sul consentire l'insegnamento del Corano a chi lo richiede, si possono cancellare prendendo il Sud come modello di pacifica integrazione.

La foto ritrae la Martorana a Palermo, una splendida moschea in stile moresco riadattata dai Normanni in chiesa e tutt'oggi frequentata dai fedeli cristiani



16 12 2006 - 09:32 (AGI) NATALE: PRESEPE E CORANO IN UNA SCUOLA DEL RAGUSANO
(AGI) - Ragusa, 16 dic. - Bambini musulmani e cristiani hanno preparato insieme il presepe e parteciperanno alle recite del Natale dopo aver contribuito, in perfetta armonia, alla realizzazione dei canti che accompagnano la rievocazione della Nativita'. Succede a Santa Croce Camerina, comune di settemila abitanti in provincia di Ragusa, con una forte presenza di extracomunitari, soprattutto tunisini, che lavorano in agricoltura. E in quinta elementare, la maestra legge ai suoi alunni anche il Corano, mentre durante il Ramadan i piccoli che seguono la religione di Maometto spiegano ai compagni il senso delle loro abitudini e della loro fede. Cosi' la scuola elementare di Santa Croce Camerina si trasforma in un laboratorio di integrazione.

Del resto, su cinquecento alunni iscritti ben il 20 per cento, ossia un bambino su cinque, e' immigrato.

Il presepe, come ogni anno, e' stato allestito nel corridoio della scuola. Qualche maestra spiega che pure i bambini non cristiani hanno collaborato coi compagni e con le insegnanti a collocare le statuine della Nativita'. "Non abbiamo mai ricevuto lamentele e richieste da parte dei genitori di religione musulmana per togliere i simboli cristiani dalla scuola'", spiega il dirigente scolastico, Antonino Militello, che sposta l'attenzione sulla vera analisi da compiere, ossia sul cammino dell'integrazione: "E' quella la strada da seguire. Il dialogo e la conoscenza sono le vie per l'integrazione". Anche le insegnanti sono delle stessa lunghezza d'onda del dirigente scolastico. "In classe ho tre bambini musulmani - spiega una maestra - e i genitori hanno voluto che durante l'ora di religione i loro figli rimanessero in classe. Per loro prevedo altri compiti, mentre col resto della classe facciamo religione".

15 dicembre, 2006

Oscar a Morricone




Sono stato davvero contento dell'oscar alla carriera per Ennio Morricone, un mito della cultura italiana.Troppo facile il ritornello delle colonne sonore per i western all’italiana di Sergio Leone, vere e proprie colonne d’Ercole per il successo del regista romano. Mi piace, invece, ricordare i commenti musicali a capolavori come “La battaglia di Algeri”, con Gillo Pontecorvo coautore delle musiche oltre che regista d’avanguardia, “Sacco e Vanzetti”, e lo stratosferico successo di Joan Beats, “C’era una volta in America”, “Nuovo Cinema Paradiso” e “La leggenda del pianista sull’Oceano”, i veri e propri concerti sinfonici cinematografici. O ancora il magnifico e suggestivo sottofondo al kolossal televisivo “Marco Polo”.




Verrà consegnato, al famoso compositore, un Oscar alla carriera.
Questa news, forse, è un pò fuori luogo in questo contesto, ma merita davvero di essere riportata.
Ennio Morricone riceverà l'Oscar alla carriera nel corso della cerimonia degli Academy Awards che si terrà il 25 febbraio prossimo a Los Angeles. Per il compositore italiano, che ha creato musiche per più di 300 film, si tratta della prima statuetta nonostante le cinque candidature ricevute in quarantacinque anni di attività. Era stato nominato nel 1978 per «I giorni del cielo», dieci anni dopo per «Mission», nel 1987 per la colonna sonora de «Gli Intoccabili»,di Brian De Palma, nel '91 per «Bugsy» e nel 2000 per «Malena» di Giuseppe Tornatore, ma la memoria di tutti è segnata dalle musiche degli spaghetti western di Sergio Leone.
«L'Academy vuole in questo modo riconoscere non soltanto l'importante numero di colonne sonore composte da Morricone ma anche il fatto che molte di queste sono amatissimi e popolari capolavori», ha detto Sid Ganis, presidente della Academy of Motion Picture Arts and Sciences.
«Un buco che andava colmato»: felice, soddisfatto e finalmente appagato, Ennio Morricone commenta così la notizia dell'Oscar. «Otto nastri d'argento, sei David di Donatello, quattro Bafta e altri innumerevoli riconoscimenti: mancava solo l'oscar», spiega Morricone, «anche se in questi giorni proprio non ci pensavo: quando uno lavora non pensa ai premi». Andrà a Los Angeles a ritirare la statuetta? «Certo che ci andrò, come posso mancare?».
L'elenco dei film di cui Morricone è stato compositore è davvero lungoe spazia da «Il vizietto», con Ugo Tognazzi e Michel Serrault, a «Nuovo cinema Paradiso», il film di Tornatore che nel 1990 vinse l'Oscar per il miglior film straniero. Ma la vita artistica e personale di Morricone è legata a Sergio Leone, con cui iniziò a lavorare nel 1965 alla colonna sonora di «Per un pugno di dollari», proseguendo per tutta la serie successiva di spaghetti-western diretti dal regista romano («Per qualche dollaro in piu», «Il buono, il brutto, il cattivo», «C'era una volta il West», «Giù la testa»), un sodalizio che durò fino all'ultimo film di Leone, il gangster-movie «C'era una volta in America». Nella sua lunghissima carriera Ennio Morricone, che il 10 novembre scorso ha festeggiato 78 anni, ha composto anche molte musiche per fiction televisive, fra cui quelle dedicate alla vita di Papa Woityla, Giovanni Falcone e Gino Bartali, ed ora si appresta ad affrontare altri due impegni notevoli, il prequel degli Intoccabili, «The Untouchables: Capone rising», e Leningrado, con cui Giuseppe Tornatore racconterà l'assedio della città sovietica da parte dell'esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.
fonte www.corriere.it

Inferni

Dall'inferno, Bush chiama negli Usa per sapere com'è la situazione nel paese dopo la sua morte.

Parla per due minuti. Messo giù il ricevitore, Satana gli dice che per la chiamata gli deve tre milioni di dollari. Bush gli firma un assegno e paga.

La Regina d'Inghilterra, incuriosita, vuole fare lo stesso e chiama Londra.

Parla per cinque minuti, e Satana le chiede dieci milioni di sterline.

Anche Prodi, a quel punto, sente il bisogno di chiamare il suo paese.

Telefona e parla per tre ore. Quando attacca, Satana gli dice che deve dargli 35 centesimi.

Prodi rimane attonito, avendo visto il costo delle chiamate degli altri, e chiede a Satana come mai sia tanto economico chiamare in Italia rispetto a Stati Uniti e Regno Unito.

E Satana: «Ascolta, vecchio caprone... con la finanziaria che hai approvato, il decreto Bersani, il casino della Telecom, le politiche sull'immigrazione, i contratti di lavoro, il costo della vita, hai reso l'Italia un vero
inferno... E da Inferno a inferno la chiamata è urbana

Importante prova scientifica che la vita sulla Terra arriva dallo spazio - I ricercatori sono di Napoli e di Catania

(da repubblica.it del 14/11/2006)

La prova definitiva dalla polvere di Wild-2 raccolta dalla sondaStardust lo scorso gennaio. Il ruolo di tre osservatori italiani

La vita sulla Terra giunta dallo spazio
in una cometa i mattoncini del Dna
di LUIGI BIGNAMI

DA MOLTO tempo si ipotizzava che le comete possono essere i veicoli che trasportano la vita. Ora c'è una prova definitiva e l'hanno scoperta i ricercatori che stanno studiando la polvere della cometa Wild-2, che è stata riportata a Terra dalla sonda della Nasa Stardust lo scorso gennaio. All'interno dei grani sono state scoperte dai ricercatori gli ingredienti fondamentali per la vita. Si tratta dei mattoni che servono per la costruzione delle complesse molecole organiche, come il DNA, ad esempio, che racchiude il codice genetico. In altre parole se quel materiale cadendo su un pianeta simile alla Terra trovasse le condizioni per evolversi in molecole più complesse esso potrebbe dare origine agli elementi fondamentali per innescare l'evoluzione della vita. Per questa scoperta, pubblicata questa settimana sulla rivista Science, l'Italia ha avuto un ruolo molto importante con l'Osservatorio di Capodimonte dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), l'Università Parthenope di Napoli e l'Università di Catania.

I ricercatori sostengono che questa è la prima concreta evidenza a sostegno dell'ipotesi secondo cui la vita sulla Terra è giunta dallo spazio e che siano stati corpi celesti come le comete e gli asteroidi a trasportarla fin qui. Un'ipotesi che prende il nome di panspermia. "Nei grani di polvere della chioma della cometa, ciascuno molto più piccolo di un millimetro, sono state trovate tracce di ammine e molecole costituite da lunghe catene ricche di carbonio che è l'elemento fondamentale su cui si basa la vita", spiega Luigi Colangeli, Direttore dell'Osservatorio di Capodimonte.

Ma le novità che giungono dallo studio dei granuli della cometa non si fermano qui. Sono stati trovati infatti, minerali silicatici ossia minerali composti da ossigeno e silicio più altri minerali vari in forma cristallina. "Poiché il materiale delle comete è il più antico del sistema solare i silicati dovrebbero, secondo le ipotesi correnti, trovarsi in forma amorfa e non cristallizzata. Questa scoperta fa ipotizzare che il materiale che compone le comete deve essere stato in qualche modo elaborato o da un meccanismo al momento sconosciuto o a causa dell'avvicinamento della cometa al Sole che scaldando il materiale lo ha cristallizzato", spiega Colangeli. Ciò costringerà a rivedere o a modificare le teorie sulla formazione dei sistemi planetari.

Le decine di grani di polvere integri che la sonda Stardust ha catturato dalla coda della cometa il 2 gennaio 2004 con una speciale "racchetta" di aerogel (una sostanza porosa e dall'aspetto lattiginoso estremamente leggero) sono stati analizzati negli ultimi dieci mesi da una cinquantina di laboratori in tutto il mondo, organizzati in cinque gruppi chiamati Pet (Preliminary Examination Team). Dei grani riportati a Terra il 15 gennaio 2005, 7 sono stati analizzati dai ricercatori italiani, coordinati da Alessandra Rotundi, dell'università Parthenope. Questo materiale è l'unico che è stato riportato a Terra dallo spazio dopo le rocce lunari, trasportate nel 1972 dall'Apollo 17.

L'entusiasmo della scoperta ha portato all'idea di una nuova missione: raggiungere un asteroide, campionarlo e riportare a Terra il materiale prelevato. L'ambizioso progetto è stato annunciato da John Brucato, dell'osservatorio di Capodimonte dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e presidente della Società Italiana di Astrobiologia, il quale sottolinea che per il momento la missione è solo un'idea che i ricercatori intendono presentare all'Agenzia Spaziale Europea (ESA) nel giugno 2007, nell'ambito del programma Cosmic Vision, ma che sperano si realizzi nel prossimo decennio. Intanto la scoperta delle molecole organiche nella coda di Wild-2 ravviva ancor più le aspettative della missione dell'Agenzia Spaziale Europea "Rosetta", che è in viaggio verso la cometa 67 P/Churyumov- Gerasimenko, sulla quale, nel 2014, farà atterrare un robot che scaverà tra i suoi ghiacci e analizzerà sul posto il materiale estratto. Le sorprese non mancheranno.

14 dicembre, 2006

Napoletani, ascoltate Amato: abbiate fiducia!......

Se non ci fosse da piangere e strillare, verrebbe da ridere a crepapelle.
"Riacquistate la vostra storia e il vostro futuro" dice a Napoli il Ministro dell'Interno.

"Che bello sentirvi cantare la canzone melodica LA CITTA' DI PULCINELLA, la Napoli buona e bella che voi incarnate" dice ai ragazzini delle scuole.


A parte la sensazione di nausea e di abbondante presa per i fondelli, forse il Dottor Sottile non ha nemmeno prestato attenzione al testo di Claudio Mattone.

Allora, casomai qualcuno del Ministero dell'Interno si trovasse a leggere il blogalladeriva, gli facciamo gratis-et-amore-Dei un breve corso di formazione professionale sulla Cultura Napoletana, che sicuramente gli tornerà utile per il futuro.
La melodia accattivante de La città di Pulcinella è letteralmente un retaggio borbonico, nel senso che si riallaccia alla grande (e terminata da un bel pezzo) tradizione musicale che ha reso Napoli famosa ed amata nel mondo. Il testo, invece, è senz'altro del "periodo italiano": amaro, arrabbiato, deluso, seguendo le orme di Pino Daniele, Edoardo Bennato e gli altri autori pop che, abbandonando un'ormai anacronistica liricità romantica, hanno cominciato ad affrontare il dramma di una città alla deriva.
Musica "borbonica", testo "italiano".
Al ministro è piaciuta la musica, e non ha ascoltato il testo. Se l'avesse ascoltato, (forse) si sarebbe sentito ancora più ipocrita ad incoraggiare i ragazzi ad "avere fiducia".
La fiducia, caro ministro e cari carnefici italiani tutti, si fonda su basi solide, oppure non si fonda.
E in mancanza di fiducia, si può solo vivere alla giornata. E anzi, va già bene così...
Non potrò mai provarlo nei fatti, ma sono convinto che se Milano e il Nord avessero subito la tragedia apocalittica che ha travolto Napoli e il Sud, ovvero l'abbraccio mortale di "fraterni" ed affamati invasori (che dopo aver rubato e distrutto, fisicamente e moralmente, non se ne vogliono neppure andare...) non sarebbero sopravvissuti per un secolo e mezzo: la Pianura Padana si sarebbe spopolata molto prima, tornando ad essere una palude disabitata...

13 dicembre, 2006

The Auschwitz Album


IL dovere della memoria nei confronti degli innocenti che subirono la SHOAH deve essere coltivato minuto dopo minuto.
Io ogni giorno finche avrò fiato coltiverò questo dovere.






The Auschwitz Album is the only surviving visual evidence of the process of mass murder at Auschwitz-Birkenau. It is a unique document and was donated to Yad Vashem by Lilly Jacob-Zelmanovic Meier.
The photos were taken at the end of May or beginning of June 1944, either by Ernst Hofmann or by Bernhard Walter, two SS men whose task was to take ID photos and fingerprints of the inmates (not of the Jews who were sent directly to the gas chambers). The photos show the arrival of Hungarian Jews from Carpatho-Ruthenia. Many of them came from the Berehov Ghetto, which itself was a collecting point for Jews from several other small towns.
Early summer 1944 was the apex of the deportation of Hungarian Jewry. For this purpose a special rail line was extended from the railway station outside the camp to a ramp inside Auschwitz Many of the photos in the album were taken on the ramp. The Jews then went through a selection process, carried out by SS doctors and wardens. Those considered fit for work were sent into the camp, where they were registered, deloused and distributed to the barracks. The rest were sent to the gas chambers. They were gassed under the guise of a harmless shower, their bodies were cremated and the ashes were strewn in a nearby swamp. The Nazis not only ruthlessly exploited the labor of those they did not kill immediately, they also looted the belongings the Jews brought with them. Even gold fillings were extracted from the mouths of the dead by a special detachment of inmates. The personal effects the Jews brought with them were sorted by inmates and stored in an area referred to by the inmates as "Canada": the ultimate land of plenty.
The photos in the album show the entire process except for the killing itself.
The purpose of the album is unclear. It was not intended for propaganda purposes, nor does it have any obvious personal use. One assumes that it was prepared as an official reference for a higher authority, as were photo albums from other concentration camps.
Lilly never hid the album and news of its existence was published many times. She was even called to present it as testimony at the Auschwitz trials in Frankfurt during the 1960s. She kept it all the years until the famous Nazi-hunter Serge Klarsfeld visited her in 1980, and convinced her to donate the album to Yad Vashem.
In 1994 the album was restored in Yad Vashem's conservation laboratory and information on each one of the photos was typed into the computerized databank of the archive. The staff of the archive was able to compare and match the pictures with aerial photos taken by the US Army Air Force on several occasions in 1944-45. In 1999 the entire album was scanned with highest quality digital equipment.
There are 56 pages and 193 photos in the album. Some of the original pictures, presumably those given by Lilly to survivors who had identified relatives in the photographs, are missing. One of these pictures was recently donated to Yad Vashem.
Further reference:
Encyclopedia of the Holocaust, Tel-Aviv, 1990.Gilbert, Martin, Auschwitz and the Allies, New-York, 1981.Greif, Gideon, We Wept without Tears, Testimonies of the Jewish Sonderkommando from AuschwitzYale University Press and The Sue and Leonard Miller Center for Contemporary Judaic Studies, University of Miami, 2005Hoess, Rudolf, Commandant of Auschwitz, Cleveland, 1959.Klarsfeld, Serge (ed.), The Auschwitz Album. Lilly Jacob's Album, New-York, 1980.Kraus, Ota & Kulka, Erich, The Death Factory: Document on Auschwitz, New-York, 1966


http://www1.yadvashem.org/exhibitions/album_auschwitz/10-13.html

12 dicembre, 2006

Filippica Ciceroniana

Questa filippica è dedicata alla classe politica in genere.
Ogni riferimento a cose e persone è puramente casuale.

Poiché la tradizione ha dato il nome di "antichi" ai nostri antenati, noi non vogliamo obiettare loro che essi di fronte a noi, gente esperta, dovrebbero chiamarsi invece più propriamente "bambini", ma.... continueremo a chiamarli per onorarli, nostri cari vecchi.
Ma come mai sono invecchiati, e chi ha potuto soppiantarli con la sua presunta modernità?
L'invecchiamento precoce arriva nel momento in cui si crede di sapere tutto, incominciando a guardare l'innovatore come l'erede irrispettoso.
Certamente saranno stati gli antichi stessi a generare il nuovo, ed infatti, se osserviamo da vicino quest'atto generativo si capirà il perché.
Per gli antichi o nostri cari vecchi il mondo era una verità, una verità dietro alla cui non verità essi cercarono di "arrivare", ed alla "fine" completa effettivamente giunsero. Essi non potrebbero mai convincersi della verità di altri, perché credono che la loro verità sia eterna e incrollabile. Essi proclamano che contro ogni cosa va usato lo spirito, ma dalla sua sacralità essi sono ben lontani, infatti lo spirito è per loro un mezzo, un'arma di cui si servono come i bambini si servono dell'astuzia e dell'ostinazione. - Socrate diceva che non basta far uso in ogni cosa del proprio intelletto, l'importante è vedere per quale causa lo s'impegna -. Oggi noi diremmo: bisogna servire la "buona Causa". - Ma servire la buona causa significa essere morali-. Perciò dovete esere "puri di cuore", diceva Socrate, se volete che la vostra intelligenza sia degna di venire ascoltata.
Ma guardiamo meglio come si comportano con la Loro causa coloro, per la cui causa noi dobbiamo lavorare, sacrificarci ed entusiasmarci.
Voi che sapete dire molte cose profonde su tutto e che per tanto avete sondato gli abissi della divinità e scrutato il cuore di tutti, Voi certo saprete dirci come trattare la Vostra causa, che noi siamo chiamati a servire. Ed infatti Voi non fate mistero del modo in cui vi comportate. Ora, qual'è la Vostra causa, che si pretende da noi, di servire? Questo malinteso vi indigna e Voi così ci insegnate che la causa Vostra è solo la causa della Verità. Ma noi poveri vermi, come possiamo appoggiare una causa alla quale siamo estranei come se fosse la nostra?
Nel suggerirvi di meditare, vi mando un saluto. PUBLIUS

Costituzione Europea o Carta di Guerra?


tratto da etleboro.blogspot.com


L'ampliamento dell'Unione Europea è giunto ormai in un momento molto critico, in quanto gli Stati che hanno aderito al progetto attraversano gravi problemi interni tra contestazioni popolari e scandali politici.
Allo stesso tempo le negoziazioni con la Turchia hanno avuto una dura battuta d'arresto, nonostante le pressioni della Comunità Europa e le forti contraddizioni sul fronte cipriota, con continui capovolgimenti nelle trattative sulle reciproche concessioni da fare per entrare in Europa. In maniera invisibile, si è aperta un'evidente frattura anche tra gli Stati fondatori, come Francia e Germania inquadrando in maniera molto critica l'attuale politica monetaria della Bce, considerata ormai non più rispondente alle esigenze dei singoli Stati che vedono aumentare l'inflazione e contrarre le esportazioni e il potere d'acquisto dei loro salari.
In tutta quest'alea di grave malessere e incertezza all'interno degli Stati, i Governi continuano a rilanciare il progetto della Costituzione senza mai promuovere un dibattito politico di analisi e di discussione critica degli articoli contenuti. Fatto sta che la Francia, il Belgio e l'Olanda hanno già detto no alla Costituzione Europa e, con essa, hanno detto anche no all'Europa della Commissioni e dei Banchieri.
Questa Costituzione oltrepassa il ruolo normale che dovrebbe avere all'interno di una democrazia, inserendo degli articoli che fissano definitivamente degli orientamenti economici "liberalisti", qualunque siano gli eventuali cambiamenti di maggioranza politica generata delle future elezioni.
La Costituzione rende definitive le politiche economiche del futuro, la cui scelta deve di solito dipendere dagli elettori, e può anche variare nel tempo: la politica economica e sociale è stata così "costituzionalizzata", cosa che non accade in alcuna carta costituzionale se non con espressioni e termini molto vaghi.
Questo è ciò che si rileva ad una lettura superficiale, ritrovando le stesse parole e gli stessi articoli di quelli che erano i Trattati del Mercato Comune e della costituzione dell'Unione monetaria, con la differenza che oggi si deve costruire un'unione politica, e lo si fa senza principi democratici.
Lo scopo di questa Costituzione è sicuramente quello di chiudere definitivamente i paesi europei in una camicia di forza liberale, senza nessuna possibilità di cambiare politica in seguito, nella maniera più assoluta, in quanto secondo l'art IV-443-3 ( allegato alla Costituzione) per modificarla occorrerà l'unanimità degli Stati (25 attualmente) cosa che è praticamente irrealizzabile.
Che la Costituzione Europea sia foriera di uno Stato Totalitario, non basato sul popolo né sulla democrazia, lo si intuisce subito, ma leggerla e studiarla dà un quadro del nostro imminente futuro ben più macabro di ciò che si può immaginare.
Molti dei suoi contenuti, che dovrebbero essere intoccabili e sacri, come i diritti fondamentali dell'uomo, sono soggetti ad interpretazione e ad eccezioni nel caso si verifichino determinati eventi.Viene infatti stabilito che le spiegazioni per l'interpretazione della Carta dei diritti fondamentali ( parte II della Costituzione) devono essere seguite dalle giurisdizioni dell'Unione e degli Stati membri ( art. II-112, 7), ma la Costituzione viene tempestata di chiarimenti che alla fine non permettono di applicare la Carta dei Diritti fondamentali, perché vengono stabiliti dei casi molto particolari e dettagliati che gli Stati non possono far ricorso alla parte II del testo.

Si tratta degli allegati alla Carta dei Diritti fondamentali, che figurano all'art. 12 sezione A dell'atto finale" (parte IV) alla fine del testo costituzionale ma parte giuridica integrante (art. IV-442), che hanno lo scopo di indicare in che modo i differenti articoli devono essere interpretati ed applicati sia sai dai giudici che dai politici (art. II-112, 7).
Così mentre la Carta dei diritti fondamentali vieta la pena di morte ( art. II-61), l'articolo 2 par.3 dell'allegato 12 ("Dichiarazione riguardante le spiegazioni relative alla Carta dei diritti fondamentali", parte IV All'atto finale) detta una serie di eccezioni al diritto alla vita: ( art. 2, par. 2) afferma che la morte non è considerata come inflitta in violazione del diritto alla vita se è necessaria per assicurare la difesa di ogni persona contro la violenza illegale, per effettuare un arresto regolare o per impedire l'evasione di una persona detenuta, per reprimere una sommossa o un'insurrezione.
Un Stato, può prevedere nella sua legislazione la pena di morte per gli atti commessi in tempo di guerra o di pericolo imminente di guerra ( art. 2, par. b dell'allegato n° 6 ).
È stata così legalizzata l'omicidio per legittima difesa e la pena di morte, in casi molto generici e soggetti a troppa discrezionalità: oggi che non esistono più guerre in territorio europeo, un'insurrezione popolare è una contestazione violenza del popolo, mentre il "pericolo imminente di guerra", è una "minaccia di atti terroristici".
E ancora, la Carta dei diritti fondamentali stabilisce che i cittadini non possono essere sottoposti in stato di schiavitù o essere costretti a compiere o un lavoro forzato obbligatorio (art. II-65). Tuttavia gli allegati precisano che il lavoro forzato non è vietato se si applica ai prigionieri, e ci interroghiamo dunque su chi siano i nostri prigionieri in un periodo di pace controllata salvo le minacce di terrorismo. Inoltre autorizzano la requisizione di cittadini per il lavoro forzato nel caso "di crisi o di calamità che minacciano la vita o il benessere della comunità ( art. 5 par. 2 dell'allegato 12, parte IV), dove per "lavoro forzato obbligatorio" ogni lavoro che deve svolgere una persona detenuta è nel periodo di libertà condizionale, ogni servizio di carattere militare proposto in sostituzione della leva militare, ogni servizio richiesto nel caso di crisi o di calamità che minacciano la vita o il benessere della comunità, ogni lavoro o servizio che fa parte degli obblighi civici normali.Infine è stato reso oggetto di variazione anche il "diritto alla libertà e alla sicurezza" (art. II-66), perché ( al par. 1 dell'art. 5 dell'allegato 12) la detenzione viene ammessa anche su semplice sospetto o in via preventiva, o per le persone "contagiose", "pazzi", "tossicodipendenti" o "vagabondi".
La Costituzione sembra inoltre proteggere il diritto alla privacy dei cittadini dallo spionaggio sulla linea telefonica e la posta elettronica, con microfoni e microtelecamere a domicilio (art. II-67, par.1), ma è possibile utilizzare lo spionaggio della vita privata è necessario per il benessere economico del paese, la difesa dell'ordine, la prevenzione delle infrazioni penali o ancora "alla protezione della morale" e la protezione dei diritti e della libertà altrui ( par. 2 dell'art. 7 dell'allegato 12 ).
Ogni persona ha diritto alla protezione dei dati personali, che devono essere trattati in modo leale, sulla base del consenso del suo titolare che ha diritto alla rettifica degli stessi ( art. II-68), ma gli allegati ( art.7 allegato n.12 ) rinviano tutte le eccezioni del caso alla direttiva 95/46/CE e al regolamento n° 45/2001 del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2000 [?!]. Questo per dire che sicuramente questo diritto non solo ha eccezioni molto vaghe perché ci sono continui rinvii a fonti esterne per confondere le idee, ma infonde in dubbio che le stesse limitazioni saranno oggetto di continua revisione perché le direttive e il regolamenti cambiano ogni giorno.Le restrizioni alla libertà di espressione e di informazione ( art. II-71) sono autorizzate quando sono "previste dalla legge" e sono misure necessarie "alla sicurezza nazionale, la sicurezza pubblica, la difesa dell'ordine e la prevenzione del crimine", alla "protezione della salute o della morale" (art. 11 dell'allegato 12).
Se quanto precede può sembrare antidemocratico, nel prosieguo degli articoli si parla di Clonazione Umana, perché mentre la Carta dei diritti fondamentali la vieta ( art. II-63 ), gli allegati ( par. 2 dell'art. dell'allegato 12 ) fanno non solo dei riferimenti ancora a fonti esterne, ma precisano che non è vietata la clonazione riproduttiva, e poi non autorizzano né proibiscono le altre forme di clonazione.
Lasciare un così ampio spazio di valutazione su un tema di fondamentale importanza è un vero crimine, in quanto si rimette la decisione finale ai comitati bioetici, alle commissioni composte dalle stesse industrie farmaceutiche e biotecnologiche, ai consulenti privati che data la loro "preparazione tecnica" sono in grado di valutare con più saggezza cosa sia "bioetico" e cosa "non è bioetico".
Nulla di tutto questo è stato detto ai cittadini italiani, che non sono stati neanche chiamati con un legittimo referendum, ad autorizzare un simile sopruso dello Stato italiano, al contrario di quanto è accaduto in Francia, che ha fatto una completa campagna informativa.
Le ragioni del No infatti hanno prevalso,grazie dunque ad un approccio completamente diverso della partecipazione politica, mentre in Italia una ristretta cerchia di persona hanno ratificato un impegno a nome di tutto il popolo senza aver prima sollevato la questione.
Il trasferimento nelle mani di entità non elette di un potere così grande, con norme e regole inamovibili, che costituzionalizzano parte dell'intero futuro che ci attende.La costituzione europea, così come è scritta, complessa, lunga e non trasparente, proprio in virtù di questi meccanismi di rinvio a fonti esterne e dell'esistenza degli Allegati di interpretazione quasi invisibili, è lo specchio dell'Europa che stanno costruendo.
La costruzione comunitaria attuale è solo una costruzione intellettuale che fa leva sull'odio verso lo stato, ma non è mai sopravvissuta una federazione di Stati senza il rispetto dei singoli popoli. L'Europa liberale non farà altro che aggravare le disuguaglianze in seno ai paesi ed alimentare la violenza sociale, mettendo in pericolo la stabilità degli Stati che piano piano scompariranno perché ogni potere si concentrerà nelle mani delle commissioni di esperti dell'Unione.
Occorre essere ormai coscienti che i principali membri della "Tavola Rotonda Europea" e delle commissioni nominate in occasione della redazione delle direttive sono gli stessi consulenti delle multinazionali. Loro le infrastrutture e i corridoi da creare, i progetti da finanziare, le ricerche scientifiche da promuovere, le campagne dei vaccini, le politiche agricole, le società di consulenza che le Amministrazioni locali devono contattare.
Le Banche e le multinazionali hanno fatto in modo che i loro consulenti, i loro avvocati siedano nei principali centri direttivi in modo da divenire il loro braccio armato contro le nazioni e la giustizia, il loro esercito.
Così come le Associazione e le organizzazioni mondiali, come Transparency International, le associazioni dei consumatori, sono finanziate dalla Comunità Europea con i fondi dei privati.

Giulio Salvarenato

"Olocausto" e politica


Ho messo la parola "olocausto" tra virgolette, non perché non creda che gli ebrei siano stati perseguitati e uccisi in massa dal regime nazista, ma perché preferisco la parola "persecuzione": più appropriata e meno strumentalizzabile.



Più appropriata perché con "olocausto" ci si riferisce al concetto biblico di sacrificio in onore di Dio (l'olocausto dell'agnello).
Ora, che la persecuzione e lo sterminio degli ebrei negli anni Quaranta del Novecento abbiano un'epocale "valenza divina", possiamo tranquillamente ammetterlo.

Tant'è che infatti, dopo quella (consentitemi il paradosso) "purificante tragedia", gli ebrei sono stati perdonati per i loro peccati da papa Giovanni Paolo II, rappresentante in terra di Cristo.



Ma il "valore biblico" di quella folle e tremenda persecuzione non va assolutamente oltre questo (importantissimo) significato: gli ebrei NON SONO AFFATTO diventati per questo una "nazione messianica" (il solo scriverlo mi pare una bestemmia...), lo Stato "sionista" di Israele NON ha per questo una genesi differente da quella di un qualsiasi altro furto ed occupazione di territori altrui.



La confusione, alimentata dai ricatti e dagli inganni (che ahimè fanno tristemente parte del bagaglio culturale del popolo ebreo), è invece molto profonda.

La "Shoah" è usata come un "altare universale ed unico" di fronte al quale tutti dobbiamo inchinarci; e se qualcuno prova a muovere serie ed autorevoli critiche ad Israele, rischia come minimo l'ostracismo e l'infamante ed ingiustificata accusa di anti-semita.


Dall'altro lato, giacché la persecuzione nazista costituisce un efficacissimo strumento di ricatto degli ebrei verso ogni Stato occidentale, gli arabi pensano bene che "negandola" ne otterranno dei benefici politici.

Io penso invece che un serio ed aperto dibattito storiografico sul tema dei campi di concentramento nazisti farebbe un gran bene a tutti. E se qualcuno avanza documentati dubbi, ad esempio, sull'esistenza delle camere a gas, bisogna che altri altrettanto autorevoli storici dimostrino incontrovertibilmente l'infondatezza di questa tesi. Altrimenti la ricostruzione storica andrebbe pacificamente modificata.

Gli ebrei sono sempre stati eccellenti scienziati (penso solo ad Einstein): non devono certo aver paura di confrontarsi oggi sul campo neutro della "Nova Scienza", della storiografia scientifica.


Piuttosto, l'orrore del nuovo immenso campo di concentramento allestito a Gaza per i palestinesi, allestito proprio dai discendenti di quegli ebrei che subirono insulti, fame, freddo e morte ad Auschwitz e a Buchenwald, è davvero sconcertante!



Dobbiamo quindi pensare che gli antichi persecutori di Cristo non hanno lavato completamente le loro colpe in Germania e Polonia?



PS: è bene ricordare che la persecuzione nazista degli ebrei, seppure tanto importante, non è stata certo la prima o l'unica nella storia.
Decine di migliaia di fedeli soldati delle Due Sicilie, ottant'anni prima degli ebrei, dovettero patire le stesse tremende pene ad opera dei piemontesi, a Fenestrelle (nelle foto) ed in altri campi di concentramento in Piemonte, Liguria e Lombardia.