31 gennaio, 2007

Dov'è Dio adesso?


«Le tre vittime montarono insieme sugli sgabelli. I tre colli furono infilati nei cappi allo stesso momento. Ad un segno del comandante del campo, i tre sgabelli rotolarono… Cominciò la marcia dinanzi alle forche. I due grandi non vivevano più. Le lingue cianotiche penzolavano gonfie. Ma la terza corda si muoveva ancora; così leggero, il ragazzo era ancora vivo… Stette là per più di mezz’ora, lottando tra la vita e la morte, morendo d’una lenta agonia sotto i nostri occhi. E lo dovemmo guardare bene in faccia. Era ancora vivo quando io passai. La lingua ancora rossa, gli occhi non ancora vitrei. Dietro di me, udii lo stesso di prima domandare: “Dov’è Dio adesso?” E udii una voce dentro di me rispondergli: “Dov’è? Eccolo lì – appeso a quella forca… »

Elie WIESEL, da “La notte”

CALABRIA ORA


CALABRIA ORA

Per chi ha interesse alla Calabria, non può non attingere alle informazioni fornite da questa giovane, ma già consolidata testata.

30 gennaio, 2007

La Shoah nel racconto di Ruth Bondi



Discorso al palazzo della provincia di Bergamo per la Giornata della memoria 2007

“Già il fatto che qui a Bergamo, città italiana, si commemori il giorno della
liberazione del campo di Auschwitz mi commuove. Io prigioniera n. 72540
una volta. Potevo dire che questo non l’avevamo immaginato lì nella fabbrica
della morte, ma in verità non immaginavamo niente, non pensavamo al
passato perchè la nostalgia di quella che era la famiglia e la casa richiedeva
forza. Non pensavamo al futuro lontano perchè non sapevamo se saremmo
riusciti a viverlo. Pensavamo solamente a sopravvivere di giorno in giorno.
L’unica cosa che mi sono permessa di sognare era una pentola piena di
patate con la buccia tutta per me.
Dopo la liberazione del campo di Bergen Belsen, ultima tappa del mio
percorso fra i campi della Cechia, Polonia e Germania, mi sono ammalata di
tifo, pesavo solo trentacinque chili. Avevo paura di morire proprio mentre mi
stavo affacciando ad una nuova vita, come è successo a migliaia di altri come
me. Sono guarita e mangiavo, sono tornata velocemente rotonda come
prima. Non ricordo piu’ la sensazione della fame, ma mi è rimasta l’incapacità
di buttare il cibo e se qualcosa va a male mi resta un profondo senso di
colpa. Le patate sono da sempre il mio cibo preferito. Mi è rimasta la
repulsione per lo sporco dei luridi bagni, non avevamo vestiti per cambiarci
ne’ sapone ne’ asciugamani ne’ carta, niente.
Non avevo illusioni tornando a Praga dai campi nel 1945, la mia città natale
non mi ha accolto a braccia aperte, la gente non voleva sentire quello che
abbiamo passato nei campi o meglio, nemmeno io ero in grado di raccontare:
Ero contenta di questo reciproco silenzio, sapevo solo che non volevo più
vivere in Europa e dipendere dalla bontà di altri popoli, volevo vivere tra ebrei
in terra di Israele. Anche al mio arrivo in Israele nel dicembre, nel 1948, il
nostro silenzio non si ruppe. Dopo la vittoria della guerra di indipendenza gli
israeliani apprezzavano soltanto l’eroismo con le armi. Ai superstiti della
Shoah, orfani, genitori che persero i figli, ultimi residui di grandi famiglie,
venne chiesto “perchè non avete lottato?” Come se il sopravvivere
quotidiano, la preoccupazione per i genitori, per i figli, per i fratelli, non fosse
una lotta.
Il termine Shoah non esisteva ancora, gli ebrei e il mondo intero non
sapevano come chiamare un terribile assasinio di massa e hanno scelto il
termine “Olocausto” – sacrificio arso dal fuoco – e poi “Shoah” – grande
disastro. La Giornata della Memoria alla Shoah era stata fissata in Israele nel
1951 e per più di un decennio è stato l’unico giorno dell’anno in cui i media si
sono occupati dell’argomento con articoli, trasmissioni radio; politici in piazza
parlavano con parole grosse mentre della Shoah si può parlare solo con
parole semplici. E tutti erano contenti quando terminava questa lugubre
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giornata. Il grande cambiamento avvenne con il processo ad Adolf Eichmann
nel 1962 quando il popolo israeliano, e in un certo senso il mondo intero,
cominciò a sentire la voce dei singoli, non più la vaga cifra di sei milioni senza
volto. Ma il racconto e la sofferenza del singolo, come pure il racconto di
Anna Frank, toccò molti perchè rappresentava la storia di migliaia di ragazze
ebree. Pian piano la Shoah non interessava più solamente chi l’aveva vissuta
in prima persona. Era nata una nuova generazione pronta ad affrontare il suo
terribile insegnamento e significato: la cultura e l’istruzione di un popolo non
impediscono il compimento di atrocità, gli ebrei sono stati abbandonati e
nessun paese era pronto a salvarli quando ancora era possibile. I “grandi”
Stati Uniti hanno mantenuto al minimo l’immigrazione degli ebrei del centro
Europa – un visto dalla Cecoslovacchia per gli Stati Uniti richiedeva vent’anni.
Il mandato britannico in Erez Israel ha portato a 1500 i permessi rilasciati in
un mese quando le richieste erano centinaia di migliaia. Al convegno di Evian
nel 1936 nessun paese era disposto ad accogliere gli ebrei in fuga dalla
Germania. L’Australia, dagli immensi territori deserti, dichiarò di non voler
importare l’antisemitismo in un paese dove non esisteva. Hitler aveva capito il
messaggio – nessuno voleva gli ebrei. Noi superstiti della Shoah pensavamo
che dopo la terribile Seconda Guerra Mondiale l’antisemitismo violento non
avrebbe più rialzato la testa ma presto ci siamo dovuti ricredere: esso
continua anche nei nostri paesi di origine. Molti come me ne hanno seguito la
logica conseguenza e si sono arruolati come soldati nella guerra per la
costruzione dello Stato di Israele e della sua indipendenza. Nemmeno nei
momenti più duri della guerra e durante le guerre successive mi sono pentita,
nonostante il dolore per la perdita di giovani vite e la preoccupazione per il
futuro siano molto forti.
Ora, sessant’anni dopo la liberazione, alza la testa un nuovo leader fanatico
che dichiara apertamente di voler distruggere gli ebrei e l’Europa lo interpreta
come un problema “individuale” che riguarda soltanto Israele, problema che
non la tocca direttamente. Ma i sistemi di conquista e distruzione non si
fermano mai alla prima tappa. Io ho perso nella Shoah i miei genitori, i miei
nonni, zii, cugini, di trentacinque persone della mia famiglia siamo rimasti in
vita soltanto in quattro tra cui io e mia sorella. Io sono stata graziata, non ho
perso la mia fiducia nell’uomo perchè ho capito da una parte, che l’uomo può
fare cose terribili ma nei campi ho visto anche tante persone che hanno
mantenuto la propria dignità: al ghetto di Theresienstadt, la mia prima tappa
sulla via dei campi di concentramento, erano i medici, le infermiere, i maestri,
le madri che curavano i malati e i deboli, specialmente bambini e ragazzi, con
la speranza che almeno loro si salvassero. Era un mutuo aiuto fra prigionieri
anche nel ghetto, anche nei tre anni e mezzo nei campi con le mie coetanee
cecoslovacche e anche con la fame più disperata non rubavamo l’una all’altra
e a volte dividevamo quel poco che c’era. Ma più ancora hanno rafforzato la
mia fede i prigionieri di guerra arrivati nel 1944 come noi ad Amburgo per
ripulire i resti dei danni dei bombardamenti degli alleati sulla città. I prigionieri
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di guerra italiani abitavano vicino a noi nei magazzini di tabacco dell ex porto
di Amburgo, quelli francesi lavoravano vicino a noi sui resti delle raffinerie
distrutte e quando seppero chi eravamo – quattrocento prigioniere ebree – e
da dove venivamo hanno deciso che potevamo essere le loro sorelle e le loro
compagne e che ci avrebbero aiutato. Non potevamo incontrarli, c’erano le
SS, ma c’era un punto accordato dove loro lasciavano delle cose per noi.
Ogni prigioniero si prendeva cura di una di noi, il mio “prigioniero” si
chiamava Renè Delancour e mi procurò calze (andavo scalza), uno
spazzolino da denti e in inverno un paio di mutande calde. Ogni volta che
riceveva un pacco dalla croce rossa mi donava qualcosa nonostante fossero
alla fame anche loro. E c’era anche Eva, ufficiale SS ad Amburgo che,
quando mi ammalai di dissenteria, mi portò medicine e mais; è vero, era una
dei malvagi, ma di lei mi ricordo. Non sapevo odiare abbastanza i tedeschi
per cercare la vendetta dopo la liberazione. Questo richiede forza e
perseveranza e io non volevo aver niente a che fare con l’odio.
Anche questo passò e dopo trent’anni andai, come giornalista – per la prima
volta – in Germania. Ho incontrato giovani nati dopo la guerra e non riuscivo
ad incolparli delle malefatte dei loro padri. Quando uscì la mia autobiografia
in lingua tedesca feci un tour di conferenze in Germania per la presentazione
del libro ai giovani studenti e mi resi conto di quanto il tema fosse sentito.
Quasi nessuno di loro aveva mai avuto l’occasione di parlare con chi aveva
vissuto la Shoah in prima persona e nemmeno aveva parlato con i loro padri
su ciò che avevano fatto durante la guerra. Non ho avuto la forza d’animo di
Primo Levi per scrivere di Auschwitz poco dopo la guerra, mi ci sono voluti
trent’anni e anche allora non lo feci in prima persona. Dapprima scrissi la
biografia di Enzo Sereni che certamente conoscete: figlio di famiglia ebrea
dell’aristocrazia romana, suo padre era medico della corte reale. Diventò
sionista e nel 1927 andò a stabilirsi nella desolata terra di Israele costruendo
il kibbutz Givat Brenner e divenendo figura centrale nel movimento laburista.
Si arruolò nell’esercito britannico a 39 anni; fu paracadutato in Italia, già
occupata dai nazisti, per aiutare ebrei ed italiani. Fu subito catturato e portato
a Gries, campo vicino a Bolzano, successivamente mandato a Dachau dove
riuscì ad appoggiare e aiutare alcuni prigionieri italiani per poi essere
giustiziato nel novembre del 1944. Soltanto dopo aver finito di scrivere
“L’Emissario”, titolo della biografia su Enzo Sereni, mi sentii forte abbastanza
per scrivere della Shoah, ma nemmeno questa volta ci riuscì in prima
persona. Ho scelto di scrivere la biografia del leader degli ebrei al ghetto di
Terezin, Yaakov Edelstein, che cercò di salvare almeno i giovani, seme del
futuro popolo ebraico, e pagò questo gesto con la sua stessa vita. Scrivendo,
volevo chiarire a me stessa come erano andate le cose. Da prigioniera non
avevo la minima idea di ciò che accadeva nel mondo e anche spiegare alla
generazione israeliana del dopoguerra quali erano i difficili dilemmi che
affrontavano i leader ebrei sotto il nazismo, non era facile. Soltanto dopo
cinquant’anni dalla Liberazione, sono stata capace di scrivere quello che ho
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passato ma anche questa volta con limitazione nel raccontare gli orrori stessi.
Ho scritto solo ciò che successe prima dell’annientamento dei bambini nella
capanna a Birkenau-Auschwitz, quelli che curavo io. Perchè dei bambini in un
campo di sterminio? I nazisti li lasciavano in vita in quel che si chiamava
campo delle famiglie in caso di una visita di ispezione della Croce Rossa
internazionale, inviata per vedere cosa fossero questi campi di lavoro dove
venivano mandati gli ebrei di Terezin. E quando l’ispezione si limitava a
visitare il ghetto e non si estese ai campi in Polonia, i bambini e i loro genitori
vennero assassinati in sei mesi, nel luglio 1944.
Ancora oggi mi è difficile parlare liberamente di queste cose tremende e
come potete vedere mi aggrappo senza accorgermi alla parola scritta come
ad un’ancora di salvezza. Scrivendo di Edelstein, sono stata “attirata” al tema
dell’ebraismo cecoslovacco e quasi interamente annientata. Tuttora scrivo
per interesse, e anche con senso di debito verso i miei genitori, i miei nonni, i
miei amici, tutti coloro che hanno perso la vita. Qual è la lezione della Shoah?
Che l’uomo, anche il più colto e il più educato, può arrivare a compiere tale
terribile crudeltà e che bisogna credere ai dittatori che dichiarano di voler
eliminare un altro popolo e agire contro di loro in tempo invece di arrendersi
come fecero Francia e Inghilterra negli accordi di Monaco nel 1938. Gli stessi
sopravvissuti hanno tratto conclusioni diverse e contrastanti: hanno pensato
che rimanere ebreo fosse pericoloso e hanno cambiato il proprio nome in un
nome che non suonasse ebreo. Si sposarono con persone non ebree.
Nascosero ai figli la loro provenienza. Non sempre è servito e prima o poi
furono scoperti. Altri persero la fede in Dio perché lo ritenevano colpevole per
non aver fermato il massacro di un milione e mezzo di bambini ebrei. Altri
scelsero la fede comunista perchè nel dopoguerra sembrò essere l’unico
scudo contro un nuovo fascismo e perchè promise uguaglianza e giustizia.
Fino al risveglio…
C’era chi si allontanò il più possibile dall’Europa andando in Australia, Sud
America, e altri come me ai quali la Shoah aveva rafforzato il sentimento di
ebraismo e che desideravano vivere in uno stato ebraico in grado di
difendersi.
Una cosa però avevano in comune tutti i superstiti: volevano costruire una
famiglia al posto di quella che avevano perduto, volevano avere dei figli per
non interrompere la collana delle generazioni.
Quando nacque questa generazione ci si pose la domanda sul cosa
raccontare, sul cosa rispondere alle domande dei giovani.
“Perchè non hanno nonni e famiglie numerose come tutti gli altri?”. C’era chi
preferiva tacere e chi raccontare, io con mia figlia ho scelto una via di mezzo,
ho scelto di rispondere alle domande senza mai dire “quando sarai grande
capirai” ma ho anche scelto di non raccontare gli orrori e di aggiungere alla
storia qualche sorriso, tipo quando ho nascosto un cetriolo nel reggiseno, per
non creare traumi anche se allora non si usava ancora il termine trauma. Lei
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è cresciuta sapendo che sua mamma aveva vissuto la Shoah, ma anni dopo
mi confessò che allora da bambina avrebbe preferito che fossi nata in Israele.
Essere un superstite della Shoah non era una vergogna ma non era
nemmeno un grande onore. Grazie al clima mite in Israele si gira spesso in
maniche corte e la gente vedeva il numero tatuato sul mio braccio e mi
chiedeva: “Come mai sei rimasta in vita?”. Ho deciso di togliere il numero di
Auschwitz. Non ne avevo bisogno e non volevo girare con il timbro che mi
fecero i nazisti.
Adesso, alla terza generazione dei nostri nipoti è più semplice. In un
programma che si chiama “Radici” gli studenti studiano le origini delle loro
famiglie e poi alla fine del liceo gran parte di loro fa un viaggio in Polonia ai
campi di Birkenau, Treblinka, Sobivor. Sembrerà strano ma io ero contraria a
questi viaggi, ero convinta non bisognasse traumatizzare le generazioni con
questi ricordi perchè la vita in Israele comunque non è facile. Pensavo che
per questi viaggi in Europa sarebbe stato meglio se avessero visto bellezze,
tradizione, cultura, Firenze o Parigi. Tuttavia mio nipote (ora soldato di leva)
di ritorno dalla Polonia mi disse che mi sbagliavo e che era molto importante
visitare quei luoghi.
Anche altri paesi hanno deciso di commemorare la Shoah e hanno scelto il
giorno della liberazione di Auschwitz, simbolo dello sterminio, anche se
c’erano altri campi non meno infami.
Ci si domanda perchè ricordare la distruzione del popolo ebraico quando altri
genocidi sono in atto. La risposta è che è un momento della storia che non ha
precedenti e che è proibito che ci siano, non la distruzione di una tribù da
parte di un’altra, non una guerra per un territorio, non una guerra per
governare, ma uno sterminio fine a sè stesso, programmato a sangue freddo,
coscientemente, con tecniche moderne.
I produttori dei forni di Auschwitz cercavano di produrre i forni più capaci e
veloci, i direttori dei treni si impegnavano a garantire il numero massimo di
convogli nonostante la guerra, illustri professori davano giustificazioni
scientifiche dello sterminio.
Gli assassini tornavano a casa la sera ed ascoltavano Mozart e Beethoven.
Capelli e denti dorati venivano usati come materia prima. Tutto ciò era una
moderna fabbrica per cancellare un popolo dalla terra, non soltanto di ebrei
ma anche di zingari, anch’essi considerati sotto-uomini e tuttora odiati.
Il fatto che oggi siate qui raccolti e mi abbiate invitato a parlare significa che
la Shoah non riguarda solo gli ebrei. Essa deve servire di avvertimento e di
esempio per tutti i popoli a dimostrazione del fatto che l’uomo è in grado di
sopportare qualsiasi atrocità e che non deve mai smettere di lottare”.

29 gennaio, 2007

Buchi e buchetti




NOn sempre le ciambelle riescono con il buco...a volte nemmeno le calze

Figuraccia del presidente della Banca Mondiale in una moschea turca Capo della Banca Mondiale con calze bucate Imbarazzo di fronte a Paul Wolfowitz quando si è tolto le scarpe per entare nella luogo di culto musulmano a Edirne


ANKARA - Brutta figura per il presidente della Banca Mondiale, l'americano Paul Wolfowitz. Domenica, durante la sua visita in Turchia, ha vissuto dei momenti imbarazzanti prima di varcare la soglia della famosa moschea Selimiye a Edirne. Appena tolte le scarpe (un rituale che simboleggia la volontà di lasciare all'esterno ogni impurità) ecco venire alla luce i buchi appena creatisi nei calzini grigi di Wolfowitz. A riportare la notizia l'emittente turca Ntv che ha seguito passo passo il presidente della Banca Mondiale durante il suo viaggio ufficiale in Turchia. E la stampa del paese, ha riproposto la foto dando grande risalto alla notizia dei calzini bucati. Il commento sarcastico del quotidiano «Hürriyet»: "Il capo dei soldi ha buchi nelle calze".
PRESTITO DI 150 EURO - Non solo la visita in moschea ha avuto attimi spiacevoli per Wolfowitz: durante un tour privato in un bazar Paul Wolfowitz ha notato due braccialetti in argento da acquistare. Quando, frugando nei pantaloni, si è accorto di non avere abbastanza soldi con sè per poter pagare i gioielli, si è fatto prestare la somma dalle sue guardie del corpo. Il costo dei braccialetti era di circa 150 euro. Wolfowitz è conosciuto prevalentemente per essere stato, nel lustro passato, uno degli architetti della politica estera dell'amministrazione di George W. Bush e dell'attacco all'Iraq.


Le calze di Wolfofitz

Israele ..storia di un miracolo


Penso che tante volte per capire il presente basterebbe soltanto ripercorrere il passato.
Fino alla fine del Mandato Britannico di Palestina, il termine "palestinese" stava a indicare -tanto nel linguaggio comune quanto sui documenti ufficiali- la nazionalità degli ebrei residenti in quel territorio. La "nazionalità israeliana" è nata con la fondazione dello Stato d'Israele.

Per trovare il termine "palestinese" usato nell'attuale accezione, bisogna arrivare al 1967. Fino ad allora, infatti, la variegata popolazione araba di Palestina non aveva ancora adottato per sé una particolare definizione.



Il 14 maggio 1948 fu proclamata la nascita dello Stato d’Israele, immediatamente riconosciuto da USA e URSS, seguiti dall’Italia e da altre nazioni. Otto ore dopo la dichiarazione di indipendenza, gli eserciti di Egitto, Iraq, Libano, Siria, Transgiordania,Yemen e Arabia Saudita invasero il territorio legale di Israele. Alla vigilia dell’invasione panaraba, ‘Abd al-Rahman Azzam Pascià, segretario generale della Lega araba, dichiarò che si sarebbe trattato di una guerra di sterminio, di un terribile massacro, paragonabile alle stragi mongole e alle Crociate. E una settimana prima dell’invasione, incontrando ad Amman un rappresentante britannico, Azzam Pascià aveva affermato: "Non importa quanti siano gli ebrei. Li ributteremo a mare" (Shlaim, 1988, p.227).

Fino alla fine del Mandato Britannico di Palestina, il termine "palestinese" stava a indicare -tanto nel linguaggio comune quanto sui documenti ufficiali- la nazionalità degli ebrei residenti in quel territorio. La "nazionalità israeliana" è nata con la fondazione dello Stato d'Israele.

Per trovare il termine "palestinese" usato nell'attuale accezione, bisogna arrivare al 1967. Fino ad allora, infatti, la variegata popolazione araba di Palestina non aveva ancora adottato per sé una particolare definizione.

Fu così l’inizio della prima guerra arabo-israeliana, per Israele una vera e propria guerra d’indipendenza: "agli arabi di Palestina premeva di più non avere uno Stato ebraico che averne uno arabo-palestinese" (A. De Rosa, 1989, p.335). Il problema palestinese fu dunque il risultato, non la causa, del conflitto arabo-israeliano. Lo stesso Amin al-Husseini sostenne, dopo la sconfitta del 1948, che l’invasione d’Israele non ebbe mai lo scopo di "liberare la Palestina", ma fu piuttosto dettata dalle ambizioni territoriali degli Stati arabi. Né gli arabi mai pensarono di formare uno Stato palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania fino a che queste restarono in mani arabe, cioè sino al 1967 (Codovini, 1999).


I combattimenti, che durarono una quindicina di mesi e che videro da parte israeliana circa 6.000 caduti, terminarono con l’inizio dell’ultima tregua, il 7 gennaio 1949: subito dopo seguirono i negoziati per gli armistizi, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, fra Israele e ciascuno dei paesi invasori (eccetto l’Iraq, il quale ha rifiutato fino ad oggi di negoziare con Israele). Queste trattative produssero accordi armistiziali ed una nuova geografia dello Stato ebraico: la pianura costiera, la Galilea e l’intero Negev vennero a trovarsi sotto la sovranità israeliana, Giudea e Samaria furono sotto il governo giordano e la striscia di Gaza rientrò sotto l’amministrazione egiziana. Gerusalemme venne divisa tra la Transgiordania, che ne controllava la Città Vecchia e la parte orientale, e Israele, sotto il cui controllo si trovava il settore occidentale.


Nuovi confini, ma anche vari incubi strategici: le città israeliane si trovarono entro il raggio d’azione delle artiglierie nemiche, molti villaggi vennero divisi in due e una strozzatura di una quindicina di chilometri tra la Cisgiordania e il mare rendeva Israele altamente vulnerabile.

Il problema dei 600.000 profughi palestinesi, in fuga dalle terre conquistate da Israele, fu al centro dell’attività delle Nazioni Unite, ma come disse il presidente dell’UNRWA Ralph Galloway: "Gli Stati arabi non desiderano risolvere il problema dei profughi: essi vogliono mantenerlo come una piaga aperta, un affronto contro le Nazioni Unite ed un’arma contro Israele. I leaders arabi se ne infischiano se i profughi vivano o muoiano" (Barnavi, 1998). Svanì così la prospettiva di uno Stato arabo-palestinese confinante con lo Stato d’Israele: la Cisgiordania, come s’è detto, fu annessa al regno Hashemita di Transgiordania e la striscia di Gaza all’Egitto.

Terminata la guerra d’indipendenza, Israele concentrò i propri sforzi sulla costruzione di quello Stato per la costituzione del quale il popolo ebraico aveva lottato e sulla sistemazione dei "propri" profughi, cioè di tutti quegli ebrei che fino al 1948 avevano vissuto in paesi islamici e che dopo tale data - a causa delle feroci persecuzioni antiebraiche - furono costretti ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio in Israele. I nuovi arrivati si stabilirono nei quartieri abbandonati dagli arabi o fondarono nuovi villaggi in regioni scarsamente popolate dell’entroterra o presso i confini.



Nei primi quattro mesi d’indipendenza raggiunsero i porti d’Israele circa 50.000 nuovi arrivati, per lo più sopravvissuti alla Shoà. Verso la fine del 1951 erano arrivate 687.000 persone: 300.000 delle quali erano profughi (analfabeti, psicologicamente traumatizzati e privi di risorse) di paesi Arabi.

Lo sforzo economico dovuto alla guerra d’indipendenza e la necessità di provvedere alla rapida crescita della popolazione resero necessaria austerità all’interno e aiuti finanziari dall’estero. L’assistenza offerta dal governo degli Stati Uniti, i prestiti di banche americane, i contributi degli ebrei della diaspora e i risarcimenti post-bellici della Germania furono usati per costruire case, meccanizzare l’agricoltura, fondare una flotta mercantile e una linea aerea nazionale, sviluppare industrie ed espandere reti stradali, di telecomunicazioni e di energia elettrica.




La prima Knesset (Parlamento, deve il suo nome e il numero dei suoi membri alla Knesseth Hagdolah, "Grande Assemblea", l’ente rappresentativo ebraico convocato a Gerusalemme da Ezra e Nehemia nel V secolo prima dell’era volgare) composta da 120 membri, si riunì dopo le elezioni nazionali del 25 gennaio 1949. David Ben Gurion venne eletto Primo Ministro e Chaim Weizman fu il primo Presidente dello Stato. L’11 maggio 1949 Israele occupò il proprio seggio in qualità di 59° membro delle Nazioni Unite.

Verso la fine del primo decennio, la produzione industriale era raddoppiata e così anche il numero delle persone impiegate, con esportazioni industriali quadruplicate. La vasta espansione di aree coltivate aveva portato all’autosufficienza nella fornitura di tutti i prodotti alimentari di base: circa 20.000 ettari di terreno per lo più desertico furono rimboschiti e vennero piantati alberi lungo quasi 800 chilometri di strade.

Quando Israele celebrò il suo decimo anniversario, la sua popolazione contava oltre due milioni di abitanti.

28 gennaio, 2007

"Sionismo: il Risorgimento degli ebrei"

La frase virgolettata del titolo non è mia, ma di Gaia Rau de L'Unità. E anche se trovo il paragone storico un po' "ardito", non sarò certo io a fare un'alzata di scudi contro questa beffarda definizione...


Devo dire che sento crescere di giorno in giorno il senso di oppressione per l'attuale periodo storico: oltre alle sempre maggiori difficoltà economiche personali, che mi fanno sentire un working-poor, un lavoratore (nel mio caso laureato in ingegneria) con famiglia che con le sue entrate non riesce più a sostenere un tenore di vita medio a Milano, si aggiunge la difficoltà di poter esprimere le mie libere ed argomentate opinioni, senza essere insultato e chiamato offensivamente "sovversivo anti-italiano" o "anti-semita". Accuse che la mia sola limpidezza di ragionamento fa sempre maggiore difficoltà ad allontanare...






(da www.unita.it del 27.1.2007)
Sionismo: il Risorgimento degli ebrei
di Gaia Rau




Da Napolitano a Fassino, la condanna in occasione del Giorno della Memoria è unanime: no all’antisemitismo. E questo no vale in qualsiasi forma esso si manifesti, compresa quella dell’antisionismo, che, come ha ricordato il capo dello Stato Napolitano, significa «negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico».

Proprio questo merita una precisazione, perché, con il termine «antisionismo», non si può identificare una semplice disapprovazione o presa di distanza dalla politica del governo israeliano, ma qualcosa di più profondo. Il sionismo è infatti il movimento, o meglio, l’insieme di movimenti religiosi, politici, spirituali e culturali che stanno alla base dell’esistenza dello Stato di Israele, e precedono la sua stessa costituzione: un processo assimilabile al Risorgimento italiano, considerando anche il fatto che le origini del sionismo furono coeve rispetto ai movimenti risorgimentali italiani, e in parte si ispirarono a questi.

<...>

La nascita del sionismo può essere collocata intorno alla metà del XIX secolo. Suo fondatore è generalmente considerato Theodor Herzl, un giornalista austriaco di origine ebraica, che nel 1897 organizzò il primo Congresso Sionista in Svizzera, a Basilea, e creò l’Organizzazione Sionista Mondiale.

<...>

Medioriente senza tabù - Interessante Master in Abruzzo

Dal 29 gennaio al 2 febbraio, nell'ambito del Master "Enrico Mattei" in Medioriente organizzato dalla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Teramo, si terrà il modulo di apertura dal titolo "Il Medio Oriente e i mass media", di cui riportiamo di seguito l'interessantissimo programma, ricco di spunti che (purtroppo) assai difficilmente arrivano all'attenzione del grande pubblico.

Non nascondo un certo orgoglio nel notare che tali convegni o congressi o iniziative, finalmente liberi di ricercare la verità degli eventi e scevri da censure e condizionamenti in difesa dei grandi interessi del potere internazionale, spesso e volentieri vengono organizzati nelle regioni del Sud Italia, dall'Abruzzo alla Calabria alla Sicilia.


In questi giorni si celebra la Memoria degli stermini nei campi di concentramento nazisti, alla quale ognuno è chiamato a partecipare convinto, con l'obiettivo di impegnarsi concretamente affinché non si ripetano mai più tali immani tragedie, riconoscendole in tempo ed opponendovisi fermamente, così come purtroppo non fecero a suo tempo quei cittadini tedeschi ed europei che si disinteressarono di quanto stava accadendo a due passi da casa propria.


Il mio personale contributo a queste giornate della Memoria consiste nel suggerimento del libro "Prima dell’alba. Autobiografia autorizzata di Eugenio Zolli".
Esso condensa, secondo me, la speranza più bella che nasce immediatamente dopo che si è consumata la disumana tragedia: il rabbino capo di Roma Israel Zolli viene battezzato con rito cattolico il 13 febbraio 1945 col nome del papa allora regnante Pio XII, Eugenio Pacelli.
Senza mai rinnegare di essere ebreo (ovviamente. E anzi: guai a chiunque desideri una cosa del genere!), egli stesso scrive: «La conversione è un atto di Grazia di Dio e allo spirare dello Spirito Santo e della Grazia, si compie ogni conversione onesta. Non posso gloriarmi di nulla, proprio di nulla, e il dire che la mia conversione fu onesta equivale a: non fu disonesta, quindi alcun vanto. Giunta l’ora della Grazia, mi sono convertito».
Tale decisione gli procurò diversi attacchi e tentativi di “riconversione” (anche con laute offerte economiche) da parte della comunità ebraica internazionale, e all’atto pratico non gli fruttò alcun particolare beneficio.



da http://www.mastermatteimedioriente.it/

Eccoci al modulo di apertura del master, dedicato a "Il Medio Oriente e i mass media", e che vede la partecipazione dal 29 gennaio al 2 febbraio non solo di giornalisti di chiara fama, ma anche di storici e giuristi altrettanto illustri. Uno di questi in particolare, l'insigne giurista internazionalista prof. Augusto Sinagra, svolgerà la prolusione al seminario e al corso di studi, con una relazione dal titolo "il grande assente: il diritto internazionale". Perché? Perché in un modulo sui mass media l'apertura dei lavori è affidata a un esperto che per professione non ha dimestichezza con i mezzi di comunicazione?

La risposta è semplice: guardate come i mass media hanno sin qui "coperto" il contenzioso con l'Iran, per non parlare del più antico conflitto israelo-palestinese. Troverete schede e informazioni su tutto - compresi i menù culinari, i maglioncini, e le battute "segrete" dei potenti del mondo nei vertici "per la pace in Medio Oriente" - ma non troverete mai, o quasi mai, una scheda o un commento sulla posizione dell'Iran dal punto di vista del diritto internazionale. Il diritto internazionale è appunto il grande assente non solo nelle relazioni postbipolari - da cui la sistematica politica del fatto compiuto, una volta appannaggio esclusivo di Israele, e ormai anche di Stati Uniti e Inghilterra - ma anche nei mass media. Per responsabilità certo anche dei giuristi internazionali, che hanno in genere avallato lo stravolgimento dei diritto internazionale successivo alla fine del bipolarismo, ma anche dei grandi mezzi di informazione, generalmente disattenti su questo terreno. Dunque, ecco una proposta di riflessione su questa carenza, del resto interna alla più generale dis-informazione sui fatti e la storia del Medio Oriente da parte del grandi mezzi di comunicazione.

Altri temi del modulo: Clara Gallini professore emerito de La Sapienza di Roma, affronterà la questione dell'immagine dell'Islam in Occidente, argomento importantissimo (basti pensare, come ricordava lo scorso anno Andreotti, che il libercolo della Fallaci ha venduto in un anno più copie della Divina Commedia di Dante Alighieri) sul quale relazionerà con una conferenza sugli "stereotipi" della religione musulmana anche Alessandro Aruffo, saggista e autore di diversi libri sull'Islam. Dan Vittorio Segre offrirà dall'alto della sua competenza - è presidente dell'Istituto di studi mediterranei e docente all'Università di Lugano - una visione attenta al campo opposto, Israele.

Due lezioni riguarderanno poi quel campo di indagine del master che abbiamo titolato "Il Medio Oriente in Africa", perché relativo a regioni del continente geopoliticamente connesse con il Medio Oriente. Di questo scenario fanno parte non solo la Somalia e il Sudan (Claudio Moffa), ma anche il più lontano Ruanda: basti pensare alla visita del tutsi Kagame in Israele nel 1997, alle accuse all'hutu Habyarimana di aver permesso il transito di armi destinate all'Iraq di Saddam Hussein fra il 1991 e il 1994, al traffico di diamanti che ha legato e lega la piazza di transito di Kigali al terminale di Anversa, o anche alla recente, curiosa presa di posizione a favore dell'invasione etiopica della Somalia da parte del vicepresidente dell'Unione Africana - un ruandese tutsi - presa di posizione in contrasto evidente con i principi della UA (non a caso smentita poco dopo dai vertici dell'organizzazione) ma coerente invece con gli interessi strategici del blocco filoisraeliano e antiislamico africano di cui il regime tutsi di Kigali è parte fondamentale.

Come affrontare il Ruanda in un master dedicato ai mass media? Il modo che proponiamo è di nuovo, quello di far parlare un giurista, l'avvocato Giacomo Barletta Caldarera, l'unico legale italiano a operare nel Tribunale penale internazionale di Arusha in qualità di difensore di un ex dirigente del regime hutu di Kigali: la sua lezione sarà sicuramente, con toni forse meno critici dei nostri ma comunque di eccezionale valore didattico, una smentita dell'immagine superficiale, edulcorata di questa Corte dei vincitori, veicolata in Occidente da una stampa e una editoria disattenta se non apertamente faziosa.

Nella settimana dedicata all'informazione parleranno d'altro canto molti giornalisti esperti e di fama: Ugo Tramballi inviato de Il Sole 24 ore terrà una lezione sulla stampa israeliana, Samir Al Qaryouti parlerà della stampa araba e del "caso" Al Jazira, tv di cui è opinionista; Corradino Mineo, relazionerà sul Medio Oriente visto dal fondamentale osservatorio degli Stati Uniti, paese dal quale è stato per lungo tempo corrispondente RAI; Roberto Morrione spiegherà il ruolo strategico delle news nella preparazione e "conduzione" dei conflitti del Medio Oriente, meccanismi di cui è grande esperto in quanto ideatore e primo direttore di RAI news 24. E poi ancora Sigfrido Ranucci, con una conferenza sul giornalismo di inchiesta, strumento fondamentale nella ricerca della "verità vera" delle guerre postbipolari, come ha dimostrato il suo servizio su "La strage di Falluja"; Massimo Fini e Maurizio Blondet, due voci anch'esse fuori dal coro anche se di tendenza opposta, proporrano d'altro canto le loro utili e intelligenti "provocazioni" (tali solo in relazione alla diffusa mediocrità dell'informazione sul Medio Oriente) sull'11 settembre e sull'Iran di Ahmedinejad; Stefano Chiarini, inviato "storico" de il manifesto, parlerà delle strategie della disinformazione in Medio Oriente, mentre Sergio Cararo, un altro esempio di giornalismo militante, ripercorrerà l'intreccio perverso fra il conflitto israelo-palestinese e le polemiche quasi sempre strumentali sull'antisemitismo.

L'informazione giornalistica, ovviamente, non è la sola a occuparsi e a interferire nell'universo complesso che va sotto il nome di "Medio Oriente", con la sua storia antica, i suoi conflitti e i suoi incontri e meticciamenti culturali di lunga durata: ecco dunque che abbiamo lasciato aperta, in questa prima settimana del master, una finestra di riflessione sulla grande editoria e sull'industria cinenatografica come vettori di formazione delle coscienze, nella convinzione che un "buon" film (dove per buono si intende un prodotto ben confezionato e carico di suggestioni) può valere più di cento editoriali. Il Codice Da Vinci è da questo punto di vista, l'ultima grande impresa mediatica tesa con ogni evidenza a colpire la tradizione religiosa cristiana (da quale versante? Si possono trarre conclusioni sicure, dal fatto che sia il volume che il film fanno riferimento a un mitico "Priorato di Sion", e a una simbologia comprensiva fra l'altro dello scudo di Salomone-stella di Davide?), e dunque, per questo, perfettamente inerente al tema del master. Del bestseller editoriale-cinematografico parlerà Andrea Tornielli, inviato speciale de Il Giornale e autore di un libro dal titolo - appunto - "Processo al Codice da Vinci".

La conferenza verrà preceduta dal film di Ron Howard, ultimo dei tre video proiettati durante il seminario, dopo "L'inganno globale" di Massimo Mazzucco, e "La strage di Falluja" di Sigfrido Ranucci.

MASTER "ENRICO MATTEI" IN MEDIO ORIENTE
liberi di insegnare, liberi di imparare

27 gennaio, 2007

Calabresi nei lager





Le storie di Gaetano Mellino da Crotone e del reggino Giovanni Scilipoti, internati a Mauthausen e Dachau

GAETANO MELLINO

Aveva lasciato la sua Crotone emigrando a Genova per ragioni di lavoro, ma anche per sfuggire al fascismo locale. A Genova svolge intraprende l’attività di commerciante di tessuti e il lavoro lo porta frequentemente nel biellese, zona di produzione dei filati. Dopo l’8 settembre 1943 entrato a far parte della Brigata partigiana “Fratelli Bandieraî” nella zona a cavallo tra l’Appennino ligure e quello piemontese utilizza presunti spostamenti di lavoro per l’organizzazione delle formazioni partigiane e per collegare tra loro le formazioni della costa con l’entroterra.
Il 7 dicembre 1943 viene sorpreso e arrestato, complice un’infiltrazione nelle fila antifasciste, insieme al cittanovese Ettore Carlino, a Mario Mainelli, un invalido di guerra fervente attivista comunista biellese, durante un’operazione della Gestapo in casa del professor Angelo Cova a Biella.
I quattro, che avevano costituito da poco il Cln, dopo un periodo di detenzione, furono avviati al campo di concentramento di Mauthausen. A Mellino giunto il 14 gennaio 1944, gli è assegnato il n. 42292 di matricola.
Nel lager si consuma la tragedia del gruppo: Mario Mainelli troverà la morte il 15 luglio 1944 al Castello di Hartheim, Gaetano Mellino trasferito a Ebensèe, probabilmente il 28 gennaio 1944, è morto il 29 marzo 1944 mentre Angelo Cova, rientrato in fin di vita, morirà a Biella il 16 luglio 1945. Ettore Carlino, unico sopravvissuto del gruppo degli antifascisti arrestati, svolse intensa attività sindacale e politica nelle fila del Pci di Biella. A lui e al fratello Domenico Carlino - che sarà l’uomo di punta della Cgil della provincia di Biella fino agli anni Settanta - si deve la stipula del primo accordo sindacale tra imprese e lavoratori in Italia dopo l’8 settembre 1943 noto come “contratto della montagna”.

GIOVANNI SCILIPOTI (nella foto)

A Dachau, città nella Baviera, in Germania, nel campo di concentramento allestito a marzo del 1933 dalla costruzione al giorno della liberazione furono eliminati circa 300.000 deportati stroncati dalla fatica e dalle disumane condizioni di vita: incatenati e sottoalimentati, furono costretti a stare in piedi in piccoli box di sessanta centimetri senza luce né aria.
In questo inferno vi furono centodue calabresi deportati, tra i quali sette deceduti. Il più noto è Giovanni Scilipoti (Reggio Calabria 10.5.1905), “uno dei più pericolosi comunisti della provincia “ - scrivono i reali carabinieri - “sia per la sua tenacia di propositi che pel fanatismo con cui professa i suoi principi”. Componente della Federazione Giovanile Socialista nel 1920, dopo la scissione di Livorno fonda a Reggio Calabria la prima sezione giovanile comunista e, a soli diciannove anni, assume l’incarico di segretario della Federazione provinciale comunista, esplicando intensa attività in tutta la provincia subendo diversi fermi, perquisizioni e arresti. Confinato a Favignana e Lipari subì in qualche modo i dissidi interni al partito tra l’esecutivo centrale e la frazione di sinistra capeggiata da Amadeo Bordiga, per la quale parteggiava, e per sostenere la quale intervenne con vivaci lettere all’Unità.
Per il suo atteggiamento “frazionista” fu espulso dal partito nel febbraio del 1926, ma continuò a professare tenacemente le idee comuniste e svolse un’accanita propaganda contro il regime. Nello stesso anno fu condannato a sei anni di reclusione insieme all’ex deputato comunista Ennio Gnudi, fiduciario del partito per la regione siculo-calabra, a Giuseppe Pianezza, Eugenio Musolino ed altri.
Nel 1928 fu condannato a sei anni di carcere che sconta nelle case penali di Alghero e Sulmona. Durante tale periodo il padre, Orazio, si appella, per lui, alla clemenza del Duce, ma Giovanni si dissocia. Nel 1932 viene rilasciato con l’amnistia del decennale della marcia su Roma. Nuovamente arrestato nel 1941 fu condotto nei campi di internamento di Monteleone di Spoleto, Monte S. Maria Tiberina, Città di Castello e infine a Fisignano di Spoleto dove rimane fino al 4 novembre 1943 data in cui, con le sorti del conflitto segnate, fu deportato a Moosburg e Dachau dove alcuni medici - oltre il tristemente noto Jospeh Mengele - si dedicarono ad obbrobriose sperimentazioni: dallo studio degli effetti sull’uomo delle bassissime temperature, all’eliminazione sistematica dei prigionieri mediante iniezioni endovenose o intracardiache di fenolo e benzina. Tornato in Italia senza denti e col peso di 40 Kg rimane fedele al suo ideale, ma rifiuta la candidatura alla Camera dei Deputati in un collegio vincente: “La politica - scrive ringraziando - ha tolto a me ed ai miei cari già troppi anni. Non intendo aggiungere a questi un solo secondo in più di quanto non sia veramente necessario”.

Calabresi nei lager

Giornata delle Memoria




Giornata della memoria, per non dimenticare. Non capisco come ci possa essere qualche voce contraria a questo tipo di doveri cui , some umanità siamo chiamati. Condivido che analogo dovere sia da coltivare con tutti i genocidi che si sono registrati nella storia. Circa la Shoah con la situazione ayyuale di Israele, ritengo sia un collegamento del tutto artificioso, a parte il fatto che se andiamo a ripercorrere gli eventi dal 1948 ad oggi non si può dire che Israele abbia ostacolato i processi di pace o favorito la guerra. Se leggiamo attentamente "Gerusalemme, Gerusalemme" di Lapierre Dominique e Collins Larry, prima di lanciarsi in analisi, a mio giudizio azzardate, ci penserei due volte.


“SE QUESTO E’ UN UOMO”
DI PRIMO LEVI
"Per me si va nella città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore

per me si va tra la perduta gente

Giustizia mosse il mio alto fattore

fecemi la divina podestate,

la somma sapienza e ‘l primo amore

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate.

Queste parole di colore oscuro,

vid’ io scritte al sommo d’una porta…"

Come sulla porta dell’inferno di Dante, anche sul cancello di Auschwitz c’è una scritta: ARBEIT MACHT FREI (il lavoro rende liberi). Il racconto di Primo Levi tiene costantemente presente lo Inferno dantesco basandosi sulla trasparente metafora lager-inferno. Il viaggio verso Auschwitz è un viaggio verso l’inferno. L’autocarro che trasporta i prigionieri è assimilato alla barca che traghetta le anime dannate al di là del fiume Acheronte. Il soldato tedesco che li sorveglia è chiamato il nostro Caronte, ma invece di gridare "guai a voi, anime prave", chiede loro danaro ed orologi.

Il secondo capitolo del libro è intitolato Sul fondo e più volte l’espressione ricorre: giacere sul fondo, eccomi sul fondo, viaggio… verso il fondo, premuti sul fondo. Occorre ricordare che, nella geografia dantesca, l’inferno è una voragine a forma d’imbuto che si apre nell’emisfero boreale, sotto Gerusalemme, e termina al centro della Terra, dove si trova Lucifero.

Nel libro, il fondo è metafora del campo di annientamento, dove viene annullata la dignità umana: l’uomo è ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e di discernimento…

La prima giornata nel lager è definita antinferno.

La diversità tra la vita nel Lager e la vita precedente all’internamento è spiegata dallo scrittore con una citazione dantesca:




" … Qui non ha luogo il Santo Volto,

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!"



Con queste parole si rivolgono i diavoli di Malebolge all’anima dannata di un lucchese, appena giunta all’inferno, a sottolineare con ironica perfidia la differenza tra la vita terrena e la vita nell’inferno. Anche nel Lager tutto è stravolto, non hanno più alcun valore le regole del vivere civile.

Il Lager è definito casa dei morti ed è quindi anche per questo un inferno. Morti sono i prigionieri, in primo luogo perché destinati nella stragrande maggioranza a morte sicura, in secondo luogo perché in loro è uccisa l’umanità.

Anche l’umiliante nudità assimila i prigionieri ai dannati, così come la loro paura di fronte alle crudeli parole dei loro aguzzini.



"Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude

cangiar colore e dibattero i denti,

ratto che ‘nteser le parole crude."



Le pene dei prigionieri ricordano quelle dei dannati. Dice Primo Levi:

spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento…

Nell’Inferno dantesco gli avari spingono massi; i golosi sono oppressi da una "piova etterna, maledetta, fredda e greve" e Ciacco dice: “A la pioggia mi fiacco”; i lussuriosi sono tormentati dalla "bufera infernale" che "voltando e percotendo li molesta" .



Anche nel Lager come nell’Inferno c’è la confusione babelica delle lingue.

Il pane, pensiero dominante della popolazione del Lager è ripetuto in italiano, tedesco, yiddish, russo, francese, ebraico, ungherese: pane, brot, broit, chleb, pain, lecchem, kenyér .

I mattoni della torre del Carburo, nella fabbrica della Buna, sono chiamati in sette modi diversi e cementati dell'odio dei prigionieri contro il sogno demente di grandezza dei tedeschi cheno edificato questa torre di Babele.

Riecheggia il verso dantesco "Diverse lingue, orribili favelle" , che contribuiscono a rendere l’atmosfera infernale così terribile per il poeta.

Anche il "tumulto", cioè il rumore che Dante percepisce appena varcata la porta dell’inferno, ha un preciso corrispettivo nel buio del Block 30 (la baracca alla quale è assegnato Primo Levi), dove tutti urlano ordini e minacce in lingue mai prima udite.

La vita nell’infermeria, o Ka-Be, è definita vita di limbo e il limbo è il cerchio dell’inferno dove si trovano i non battezzati, dove minore è la sofferenza dei dannati. Il Ka-Be è il Lager senza il disagio fisico, una parentesi di relativa pace.

La musica che accompagna la marcia dei prigionieri verso il lavoro appare a Primo Levi ricoverato in infermeria infernale e la ricorderà sempre come la voce del Lager.

I dannati del Lager, come i dannati dell’Inferno dantesco, sono paragonati a foglie secche:



"Come d’autunno si levan le foglie

l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo

vede a la terra tutte le sue spoglie,

similemente il mal seme d’Adamo

gittansi di quel lito ad una ad una,

per cenni come augel peri suo richiamo.



Si parla di contrappasso a proposito degli operai civili internati per punizione perché hanno commerciato con degli Haftlinge. E contrappasso è la relazione di analogia o di contrasto, che nell’Inferno dantesco lega la colpa alla pena.

Il dottor Pannwitz, che fa l’esame di chimica a Primo Levi, è assimilato ad un giudice infernale. Come il Minosse dantesco ("Stavvi Minòs orribilmente e ringhia"), il dottor Pannwitz siede "formidabilmente", cioè in modo da incutere paura, dietro la sua scrivania ed esprime il suo giudizio non a parole ma in segni incomprensibili.

Alex, il kapo del kommando Chimico , è paragonato ai diavoli di Malebolge, perché corre leggero sulle sue scarpe di cuoio.

Primo Levi cerca di ricordare il canto di Ulisse e lo recita a Pikolo . Cercare di ricordare la Divina Commedia ha il senso di continuare ad essere uomini, come sottolinea il canto XXVI dell’Inferno dantesco ed in particolare la terzina in cui Ulisse rivolge la sua "orazion picciola" ai suoi compagni:



"Considerate la vostra semenza

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza".



Questa terzina assume un valore terribilmente attuale per Primo Levi e per Pikolo, perché in Lager si vive come "bruti", la "semenza" umana è calpestata, la virtù e la conoscenza sono allontanate dall’urgenza della sopravvivenza.

Anche la punizione di Ulisse (il naufragio), voluta da un Dio che lui non conosceva ma di cui aveva sfidato la volontà andando con la sua nave oltre le colonne d’Ercole, ricorda il destino dei prigionieri per essersi opposti all’ordine fascista in Europa, e in particolare il destino degli ebrei: fra le ragioni dell’antisemitismo tedesco c’erano, infatti, l’odio e il timore per l’acutezza intellettuale degli ebrei, un’acutezza che li avvicina all’Ulisse dantesco e che è sentita dai tedeschi come pericolosa. Ulisse rende "acuti" anche i suoi compagni con la sua "orazion picciola". Il "folle volo" di Ulisse, infine, ricorda anche un altro folle volo, cioè il tentativo di sollevarsi per un momento al di sopra della condizione disumana del Lager con lo sforzo di ricordare la Divina Commedia.

Durante i bombardamenti, cominciati nell’estate del 1944, il Block privo di luce sembra una bolgia buia ed urlante.

Nella turba dei nudi spaventati, che affrontano la selezione facendo di corsa i pochi passi tra la porta del Tagesarum e quella del dormitorio, c’è una reminiscenza dei versi danteschi:



"correan genti nude e spaventata

sanza sperar pertugio o elitropia".



PRIMO LEVI

REAZIONI



Rimuovere tutti coloro i quali hanno responsabilità gestionali, prima fra tutto il dirigente nominato dalla stessa giunta regionale..no eh?.... Ma chi li pensava i manifesti della campagna elettorale...TOPO GIGIO??


''L'unica cosa che mi sento di dire e' che chiedero' che il nuovo ospedale di Vibo che, come discusso con il ministro Turco andremo a realizzare, porti il suo nome''. quanto afferma il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero. ''Ho sperato e anche pregato per Federica e mi sconvolge, da uomo, da padre di famiglia, apprendere che non ce l'ha fatta. Qualsiasi parola di solidarieta' alla famiglia - aggiunge Loiero - rischia di diventare una stonatura in un momento cosi' drammatico ma condivido il dolore degli inconsolabili genitori, del fratellino, dei familiari, degli stessi amici. Con loro, come migliaia di calabresi, ho condiviso la speranza che la ragazza vincesse la battaglia per la vita che stava combattendo da giorni. Nel nome di Federica condurremo una battaglia perche' tragedie cosi' non abbiano piu' a ripetersi''

.(ANSA).

26 gennaio, 2007

Mi piacerebbe sapere cosa han detto ai genitori il presidente della Giunta regionale e l' assessore alla sanità quando sono andati a fare visita ai genitori della sfortunata ragazza. E poi con che coraggio si guardano allo specchio, o intascano lauti emolumenti tutti coloro i quali si occupano di sanità in Calabria. Nessuno che abbia detto, che i soldi che percepiscono sono soldi rubati dato lo sfascio in cui versa la sanità in Calabria.
Sentite Condoglianze alla famiglia della ragazza deceduta oggi



E' deceduta Federica Monteleone, la ragazza di 16 anni di Vibo Valentia Marina.

Era in coma dopo un intervento chirurgico nell'opedale di Vibo Valentia, dove si era verificato un black out. Il decesso si verificato nella sala di rianimazione all'ospedale Annunziata di Cosenza. Stamattina i suoi compagni di classe, secondo liceo scientifico, si stavano recando al suo capezzale, mentre i cittadini di Bivona e Marina per domani avevano organizzato una fiaccolata.
Il decesso e' avvenuto in seguito a complicazioni della situazione clinca della ragazza. Federica si trovava a Cosenza da venerdi' scorso. Era stata ricoverata all'ospedale di Vibo per essere sottoposta ad un intervento di appendicectomia. Durante l'oprrazione si era verificata un'interruzione della corrente elettrica, in seguito al quale non era entrato in funzione il gruppo di continuita' della sala operatoria, forse perche' non collegato alla presa. Per una decina di minuti, dunque, la ragazza non era stata assistita dal respiratore artificiale, riportando gravi lesioni cerebrali. Sulla vicenda indaga la Procura della Repubblica del Tribunale di Vibo Valentia che ha gia' emesso due avvisi di garanzia a carico dell'anestesista in servizio durante l'intervento e di un tecnico di sala operatoria.

25 gennaio, 2007

I SANI RAGAZZI DI CALABRIA

I veri ragazzi di Calabria non sono quelli che negli ultimi mesi hanno presenziato un pò ovunque solo per propagandare il proprio brutto muso eretto a icona rivoluzionaria. I veri ragazzi di CAlabria sono coloro i quali si rimboccano le maniche e lavorano senza cercare ribalte o attestati di stima.
I media dovrebbero dare spazio a chi si inventa momenti di aggregazione sociale con il proprio sudore e il proprio sacrificio. Non a ragazzi nati con la camicia che parlano parlano....e non dicono niente.



Un operoso gruppo di ragazzi a San Giovanni di Pellaro costruisce e organizze le attività sociali e sportive della frazione, che conta più di 1000 abitanti, facendo leva sulla passione e l’ amore viscerale per il proprio paese.
Essi hanno fondato l’Associazione Sportiva S. Giovanni di Calcio che si è iscritta al campionato di Serie D Calcio a 5...
“L’idea di creare qualcosa è venuta in pullman- spiega Cristoforo Inuso allenatore della squadra maggiore- quando i ragazzi mi chiesero di realizzare un programma di attività per tutto l’anno e non solo per i pochi mesi estivi”
“L’ inizio è stato davvero duro perchè era necessario creare un gruppo. Poi è venuto il resto.

“Essi hanno coperto tutte le spese incontrate- continua il Mister Inuso- “ in questi anni, le quali sono aumentate con la partecipazione al campionato Serie D. Nell’ ultimo anno abbiamo chiesto l’ aiuto di alcuni imprenditori che sono stati molto disponibili, ma per il resto i ragazzi hanno costruito tutto da soli. Avendo maggiore supporto potremmo realizzare realtà che ci vedano impegnati in altri sport tipo la pallavolo, il basket”
“Abbiamo creato una realtà di grande rilievo sociale”- afferma Pietro Inuso allenatore della squadra under 21-“ poiché i 26 ragazzi del gruppo hanno una alternativa alla strada, 4 serate su 7 sono impegnati con gli allenamenti e non hanno tempo di pensare ad altro. <

L’ impegno non è solo di carattere sportivo, ma va oltre incidendo profondamente nella realtà sociale della frazione San Giovanni di Pellaro, poichè i ragazzi si impegnano per l’ organizzazione della festa patronale, la rappresentazione della via crucis a pasqua, hanno ideato il giornale parrocchiale dal significativo nome “ASSIEME”, , continuando a collaborare attivamente alla sua redazione, seppure ora esso sia diretto bene da altre componenti parrocchiali ..
“Il simbolo della squadra è nato”- spiega Pietro Franco pensatore del gruppo-
“ispirandoci al posto ove sin da piccoli si giocava coltivando il sogno di avere una squadra. Ogni sabato dopo scuola ci ritrovavamo in un giardino nella parte bassa del paese da dove dominava l’ imponente figura di un mulino ad acqua , monumento storico che ci faceva da sentinella durante quelle partite Giocavamo in un campo fa atto a mano.con porte fatte di legno o di mattoni addirittura. Esperienza che ripetiamo tutti gli anni, quando ricaviamo lo spazio per le partite dal greto del torrente lavorando di lena, perchè a san Giovanni di Pellaro non c’è alcun campo sportivo, dovendo giocare le nostre partite a Bocale...

PSICOPOLIZIA



George Orwell andrebbe riletto da tutti e con grande attenzione: se non vado errato, fu lui il primo ad introdurre il concetto (allora fantascientifico) di PSICOPOLIZIA. La polizia che, nel nostro evoluto Occidente, combatte contro i criminali del pensiero, contro quel tipo di delinquenti che non interiorizza, non fa proprie le idee che gli viene detto essere GIUSTE e VERE.

L'Italia sta procedendo a legiferare per punire i "negazionisti della Shoah".
Stabilire i confini giuridici (la "fattispecie" in linguaggio tecnico) delle psicoleggi, come lucidamente racconta Orwell, è oggettivamente assai difficile e rischioso; dunque sarà (tragicamente) interessante vedere quali soluzioni saranno trovate per definire e quantificare il reato di "negazionismo": per essere perseguiti a norma di legge, sarà sufficiente avere qualche dubbio su dettagli narrativi marginali del "racconto ufficiale e condiviso della Shoah ebraica", oppure la quantità minima punibile di negazionismo sarà stabilita nella misura in cui i "legittimi dubbi sul racconto ufficiale" possano essere sostenuti e suffragati da evidenze o prove scientifiche?
Classico esempio (che per cautelarmi affermo solennemente di non condividere e/o seguire!): gli storici che affermano di poter provare scientificamente che in diversi lager non vi era alcuna presenza di forni crematori. Essi saranno (in alcuni Stati ex-nazisti già lo sono) criminali che meritano il carcere, e non il dibattito chiarificatore.

Il diritto romano non aveva psicoleggi, perché affermava che solo le AZIONI dell'uomo potevano essere giudicate ed eventualmente punite, e non i suoi PENSIERI. Ma i latini, beati loro, avevano ricevuto un'eredità ricca, quella del LOGOS GRECO. Mentre noi contemporanei siamo solo i discendenti poveri degli antichi romani e degli antichi greci, la nostra eredità filosofica è assai più scadente e deperibile.
Le idee di oggi (filosofiche o di altro genere) sottostanno alle mode, partecipano alle sfilate: noi italiani, ad esempio, possiamo conoscere in anteprima le idee che andranno di moda nella prossima stagione primavera-estate partecipando (da spettatori) al salotto televisivo di Maurizio Costanzo.
E il bravo-presentatore-col-baffo ci farà trovare sempre delle nuove idee eccitanti e seducenti (e politically correct!), sapientemente condite con stimoli più leggeri per meglio raggiungere il vasto pubblico, e che rimpiazzeranno quelle (ormai scadute) della stagione precedente.

Perché le idee, oggi, si vendono solo con una data di scadenza.


"Ecco, tu allora preferisci il pensiero unico alla democrazia!?".
No, tutt'altro: io preferisco la dialettica (quella vera, anche feroce, ma che sia una battaglia tra idee e non tra pensatori) alle psicoleggi.

Se un giorno mi svegliassi turbato di credere con convinzione che la Shoah non sia mai esistita, mi sentirei sollevato a sapere che non finirei dritto in prigione, ma che al contrario troverei persone che ascoltino i miei dubbi (e le evidenze che sottostanno ai miei dubbi), e che con pazienza e lucidità si impegnino a smontare una per una le mie certezze sbagliate; che mi illuminino sulla verità autentica (sempre che questo sia possibile, cioé che si possa stabilire che una verità esista, sia conoscibile e sia unica), oppure che ammettano onestamente che quella che loro credevano essere la verità ha bisogno di una (piccola o grande) revisione, in base alle nuove evidenze da me portate.
O, al limite, accettare il fatto che la mia verità e la loro possano sussistere entrambe, senza dover venire alle mani (o alle armi).


Sorvolo pietosamente sulle ragioni che stanno inducendo i potentati italioti a ricorrere alle psicoleggi, e dunque sorvolo su Israele (ma in post precedenti ho affrontato il tema spinoso, almeno in parte:
http://blogalladeriva.blogspot.com/2006/12/andreotti-i-palestinesi-vivono-in-campi.html http://blogalladeriva.blogspot.com/2006/12/olocausto-e-politica.html e altri).
Oggi voglio notare questo però: il grande Impero romano fu in grado di convertirsi interamente (e grazie a tale conversione rifiorire, dopo aver attraversato corruzione, invasioni e degrado) ad una Verità rivelata, che prèdica che "gli ultimi saranno i primi".

Invece temo (ma affermo solennemente che non ne sono convinto, e preannuncio che mi appellerò a questa affermazione di non-colpevolezza nel caso venissi accusato di un psicocrimine!) che la società contemporanea si stia avviando a passi sempre più larghi verso una verità imposta con l'inganno e con la forza, che prèdica che "gli ultimi devono essere spazzati via definitivamente".

24 gennaio, 2007

"FACITE AMMUINA", ovvero "Perché gli italioti non hanno nessuna speranza"

Si tratta di una delle tante campagne diffamatorie e mortificanti del periodo risorgimentale, riciclata successivamente come brillante idea comica nei rampanti anni Ottanta, soprattutto per intrattenere manager ed impiegati italioti: l'art. 27 del Regolamento della Real Marina delle Due Sicilie (vi prego di notare la precisione dell'intestazione, i dettagli del numero di articolo, della data ecc.: il tutto risulta assolutamente affidabile per un italiota medio...)
E cosa dice questo articolo (ma poi - qualche italiota particolarmente zelante potrebbe obbiettare - possibile che quei terroni delle Due Sicilie avessero addirittura un Regolamento della Marina?!): l'articolo dice, ovviamente in vernacolo napoletano perché notoriamente al Sud non sono mai stati in grado di scrivere nella lingua di Dante nemmeno per un (presunto) documento ufficiale, di "fare ammuina", di "fare confusione" in occasione di visite a bordo delle autorità del Regno, o anche come arma per confondere l'avversario in guerra.

Ingrandite l'immagine a fianco clickandoci sopra, e leggete pure.


Recentemente anche l'on italiota Bonaiuti non ha resistito alla tentazione di sfruttare la trovata comico-diffamatoria del "facite ammuina" per commentare e denigrare il vertice dei suoi avversari politici italioti del centrosinistra, svoltosi nella sontuosa (e dunque imbarazzante...) Reggia borbonica di Caserta.


Visto che il nostro blog ha l'onore di avere molti contatti quotidiani e di essere ben indicizzato, spero che questo mio umile post (facilmente rintracciabile scrivendo ad es. "facite ammuina" su google) possa essere utile per mostrare a TUTTI I MIEI CONNAZIONALI ITALIOTI una delle ragioni per cui NON ABBIAMO NESSUNA SPERANZA...
E in uno dei prossimi post, fornirò qualche evidenza del fatto che il Regno delle Due Sicilie avrebbe costituito piuttosto la naturale guida politica e culturale di una (non realizzata) Confederazione di Stati Italiani, anche e soprattutto in ambito giuridico, amministrativo e militare.



(da II Mattino del 15 aprile 1995)
"FACITE AMMUINA" UN FALSO

Ieri sera l'onorevole Berlusconi a "Tempo reale" ha indirettamente offeso napoletani e meridionali usando l'aggettivo borbonico in senso spregiativo incorrendo in uno dei più squallidi luoghi comuni che si perpetuano da tanto tempo.

Rispondendo ad un articolo comparso sulla Voce molti mesi fa su questo giornale avevo dimostrato l'infondatezza del "facite ammuina", un falso decreto che facendo bella mostra di sé in tanti uffici e in tante case settentrionali e non, mortifica i meridionali facendoli passare per quello che non sono stati, e noto con amarezza che per ridare alla nostra gente la dignità che gli spetta non basteranno cent'anni. Il lavoro scientifico di denigrazione e di cancellazione della memoria operato per più di un secolo è proprio difficile da smontare.

Quando sostengo che noi meridionali veniamo alla luce con delle tare genetiche e siamo quindi un po' mafiosi, un po' camorristi, un po' furbetti, un po' ladruncoli, un po' lazzari non lo dico per piangermi addosso, lo dico solo perché sono i fatti che lo dimostrano.
Le pubblicità con i napoletani della Findus o quella della pizza surgelata, oggetto di polemiche in questi giorni ne sono la dimostrazione. Ieri davanti a milioni di italiani Berlusconi ha usato l'aggettivo borbonico per ricordare per l'ennesima volta quel falso regolamento di marina che campeggia forse anche nei suoi uffici.

Quel "facite ammuina" inventato per denigrare i napoletani, per farli passare sempre e comunque per fannulloni e imbroglioni continua a dilettare la gente sopratutto quella che ci vuole male. E' lo stesso andazzo che fa sì che un manuale Mondadori per le scuole medie riporti come immagine di Napoli capitale del Regno delle Due Sicilie un piccolo e "folkloristico vicolo dei quartieri spagnoli".

Berlusconi faccia ricercare i regolamenti della marina napoletana, che fu la terza d'Europa e vedrà che di quel decreto non v'è traccia e se pensa seriamente di operare in favore di quel Sud di cui tutti si riempiono la bocca senza poi far niente o pensando di sradicare ancora una volta i suoi abitanti per farli emigrare di nuovo, magari con una ventina di milioni per incoraggiamento, vedi vicenda dei portalettere, trovi modo di fare ammenda e di rettificare. Se non lo farà saranno i meridionali e i napoletani a regolarsi di conseguenza.

Roberto Maria Selvaggi - Movimento Neoborbonico

Vita dura per chi è DAVVERO per la pace




(da corriere.it del 24.1.2007)

Afghanistan: Emergency, "Lasciati soli perche' siamo contro guerra"
GENOVA - Isolata e in difficolta' economiche. E' la situazione in cui si trova Emergency, l'associazione fondata dal medico Gino Strada. Lo ha denunciato Teresa Strada, moglie di Gino e presidente dell'Associazione, durante un comizio che si e' svolto oggi a Genova per commemorare Guido Rossa, il sindacalista ucciso delle Brigate Rosse nel 1979. Secondo Teresa Strada l'isolamento di Emergency ha a che fare con la guerra in Afghanistan: "Una guerra che e' stata accettata da tutto il mondo politico senza distinzione tra centrodestra e centrosinistra. Per questo, da quando abbiamo cominciato a dire no alla guerra in Afghanistan, ci hanno abbandonati".

23 gennaio, 2007

Quanto sono aumentati i mutui?




L'unica difesa dalle vessazioni delle banche o dalle truffe è leggere bene i documenti che occorre firmare. Non c'è fretta per firmare . Ci si prenda tutto il tempo necessario, si consultino esperti. Una firma è per la vita, perchè rovinarla?

I rialzi del costo del denaro decisi dalla BCE nei mesi scorsi, come tutti sappiamo, hanno inciso in modo notevole soprattutto sui mutui a tasso variabile.

Ad ogni successivo ritocco, esperti e non calcolavano quanto in un anno una famiglia avrebbe sborsato di più per questa fondamentale voce di spesa.

Ebbene le valutazioni, stando alle segnalazioni che mi giungono, sono state di molto inferiori alla triste realtà.

Naturalmente i dati in mio possesso non possono, ovviamente, rappresentare un campione significativo ma risultano comunque interessanti.

Per non tediarvi con una sequenza noiosissima di numeri cito un unico esempio: un mutuo ventennale di 150 000 euro ha visto in un anno un incremento della rata mensile da 864 euro e spiccioli a 964 euro e spiccioli : 100 euro al mese per un totale, se non ci saranno ulteriori ritocchi, di 1200 euro all'anno. Molto, molto al di sopra dei più pessimistici calcoli (si parlava di 670 euro in più all'anno per mutui ventennali di 200 000 euro).

Che dire? Attendo da voi ulteriori segnalazioni

fonte

http://contintasca.blogosfere.it

22 gennaio, 2007

Gioacchino da Fiore


GIOACCHINO DA FIORE

Gioacchino da Fiore apparteneva all’Ordine di Sion, e progettò la Basilica di San Marco a Venezia ispirandosi al Tempio di Salomone. Ne fece fare a Reggio un primo “modello” dalla scuola orafa della Sambucina. Vicino al Teatro della Fenice gli è intitolata una chiesa, “Chiesa di San Fantin Cavaliere e Calabrese”.
La leggenda cavalleresca di Lancillotto e del Graal è ispirata ai principii del “Vangelo Eterno” di Gioacchino. E Gioacchino incontrò a Messina Riccardo Cuor di Leone in partenza per le Crociate.
Il primo romanzo graaliano si deve a Chrétien de Troyes; a Troyes si tenne il Concilio che sancì la nascita dell’Ordine del Tempio; un cofanetto del XII secolo, proveniente da quella città, raffigura la chiesa dell’Annunziata di Reggio.

Il miracolo eucaristico di Sant’Erasmo, che ha collegamenti con i “codici” di Gioacchino da Fiore, è praticamente identico all’apparizione del Graal a Sir Galvano descritta nel “Perlesvaus”, di autore curiosamente anonimo, che poi ispirò il “Parzival” di Wolfram von Eschenbach.

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"Quest’autore identifica il luogo della rivelazione del Graal a Galvano in “Pietracoppa” (oggi “Pietra Cappa”, nella foto a sinistra), un gigantesco masso simile ad una sfinge egizia, nei pressi di Samo a /(centro della Riforma Valdese del 1500: fu in questa cittadina, e non nell'omonima città greca, che nacque Pitagora?), sulla cui sommità sorgeva una chiesa bizantina.



20 gennaio, 2007

Strage di Ustica, processo senza colpevoli


E’ vergognoso per non dire schifoso. Sono passati tanti anni, e ancora si continua a sperperare sulle vite degli 81 passeggeri. Ma veramente questa è l’Italia? Possibile che siamo caduti così in basso, possibile che basta qualche bustarella per buttare all’aria la vita della gente?Mi sento umiliata di far parte di questo paese crudo, senza cuore e senza amore. A tutti i familiari delle vittime rivolgo il mio pensiero. Ormai lasciate perdere le cause, tanto con i potenti non vincerete mai….Pensate ai vostri cari….e buona fortuna!Un’italiana.«Nessun risarcimento alle famiglie»



by Nunzia


Strage di Ustica, processo senza colpevoli

La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso contro l'assoluzione dei generali Lamberto Bertolucci e Franco Ferri



ROMA - La strage di Ustica si chiude senza nessun colpevole con l'assoluzione definitiva e con formula piena per i generali Lamberto Bertolucci e Franco Ferri, processati per alto tradimento nell'ambito del disastro avvenuto il 27 giugno del 1980 che costò la vita a 81 persone. È il risultato della decisione della prima sezione penale della Cassazione che ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale, rigettando anche il ricorso presentato dal governo. Con la bocciatura dei ricorsi, dunque, dopo 27 anni si chiude il processo penale della strage e si toglie la possibilità ai familiari delle vittime di poter chiedere, in sede civile, il risarcimento dei danni morali. «IL FATTO NON SUSSISTE» - Resta confermata la sentenza della Corte d'Appello di Roma del 15 dicembre 2005 che aveva assolto con la formula «perché il fatto non sussiste» i due alti ufficiali dell'Aeronautica dall'accusa di alto tradimento in relazione a presunti depistaggi delle indagini relative alla tragedia di Ustica. Al cambiamento della formula puntava invece la Procura generale e anche il governo difeso dall'Avvocatura dello Stato che chiedevano di modificare la formula «perché il fatto non sussiste» con un «perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato». La prima sezione penale presieduta da Torquato Gemelli ha invece optato per lasciare l'assoluzione piena e definitiva ai generali, precludendo in questo modo la possibilità di chiedere almeno un risarcimento per via giudiziaria (va ricordato che la Finanziaria 2007 prevede comunque al comma 1270 l'estensione dei benefici in favore delle vittime del terrorismo, previsti dalla legge 206/2004, «ai familiari delle vittime del disastro aereo di Ustica del 1980 nonché ai familiari delle vittime ed ai superstiti della cosiddetta 'banda della Uno bianca').
REAZIONI – Dopo la decisione della Cassazione, l'avvocato di alcuni dei familiari delle vittime, Alfredo Galasso, ha espresso «profonda amarezza e indignazione per ciò che è accaduto. Una vicenda anomala sulla quale in 27 anni non è stata fatta luce. Una vicenda su cui però noi conosciamo la verità, e cioè che fu un atto di pirateria aerea per la quale non ha pagato nessuno». Diverso lo stato d'animo del generale Bartolucci, «soddisfatto per la riconosciuta estraneità e per quella che è ormai una incontestata e accertata verità ». Per il generale Ferri «è la fine di un incubo, finalmente la mia onestà è stata riconosciuta definitivamente».
11 gennaio 2007
fonte http://www.corriere.it/

E’ vergognoso per non dire schifoso. Sono passati tanti anni, e ancora si continua a sperperare sulle vite degli 81 passeggeri. Ma veramente questa è l’Italia? Possibile che siamo caduti così in basso, possibile che basta qualche bustarella per buttare all’aria la vita della gente?
Mi sento umiliata di far parte di questo paese crudo, senza cuore e senza amore. A tutti i familiari delle vittime rivolgo il mio pensiero. Ormai lasciate perdere le cause, tanto con i potenti non vincerete mai….Pensate ai vostri cari….e buona fortuna!
Un’italiana.

Leggere e partecipare

Da un pò sono corrispondente di un quotidiano locale.Fare il giornalista in modo modesto e in una realtà modesta, mi fa rendere conto del potere che si ha in mano.Quando registro le interviste la gente si lascia andare. E' l' etica, il buon senso che deve guidarti nella stesura dell' articolo, poichè sai che quela persona vive in un contesto e non puoi sconvolgerlgi l' esistenza.Se io avessi messo su carta tutto quello che ho in registrazione audio , alcune persone sarebbero state messe in difficoltà.Per questo io raccomando di non prendere le notizie solo da una fonte, ma di vedere più telegiornali, leggere più giornali, leggere siti internet per giungere a esprimere una propria idea su tutto.Non è noioso o inutile. Se la class epolitica è fatta da figuri che si fanno i porci comodi loro è perchè l' opinione pubblica italiana è pigra, non legge, non partecipa.Per molto meno in Francia ad esempio i poltici italiani sarebbero stati messi al rogo.Per cui soffermarsi a vedere almeno tre o quattro telegiornali, se proprio non si vuole leggere è fondamentale per la formazione della coscienza critica dei tanti giovani forumisti che saranno gli uomini e le donne di domani.

http://http://www.lagurfata.altervista.org/forum/index.php?act=ST&f=2&t=411&st=0#entry7065

18 gennaio, 2007

Questo Bicentenario garibaldino non passerà liscio...

(da www.ilvelino.it del 18.1.07)
I neoborbonici contro la Rai per la fiction sui "Mille"

Roma, 18 gen (Velino) - "Una fiction grottesca, falsa e soprattutto offensiva nei riguardi del Meridione". Così tuona, intervistato dal VELINO il professore Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento neoborbonico che dall’inizio della settimana sta promuovendo una protesta nei confronti della Rai. A finire sul banco degli accusati è la fiction Eravamo solo Mille, andata in onda domenica e lunedì scorsi su RaiUno nell’ambito delle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi. I neoborbonici hanno raccolto e girato a Viale Mazzini numerosi fax, mail e lettere di protesta, di "semplici" meridionali senza alcuna nostalgia per il Regno delle Due Sicilie, i quali accusano la televisione di Stato di aver sperperato denaro pubblico per uno sceneggiato falso dal punto di vista storiografico e lesivo per la dignità del Mezzogiorno. "Macché mille e mille! Basta con questa retorica romantica. La conquista del Mezzogiorno da parte di Garibaldi venne realizzata da cinquantamila uomini". È un fiume in piena il professor De Crescenzo che spiega: "Basti pensare che già pochi giorni dopo lo sbarco in Sicilia le truppe garibaldine raggiunsero le quindicimila unità. La spedizione, infatti, vide la massiccia partecipazione di soldati piemontesi "casualmente" disertori o congedati dal loro esercito. Ma notevole fu anche il contributo non solo economico ma anche di uomini e mezzi fornito a Garibaldi dall’Inghilterra e dalla massoneria britannica".

Le camicie rosse ricevettero anche l'appoggio della malavita organizzata. "Garibaldi fece accordi consistenti con la mafia in Sicilia e con la camorra a Napoli – dichiara De Crescenzo -. E non si tratta di illazioni, ma di dati riferiti da Gigi Di Fiore, esperto di cronaca giudiziaria del Mattino, che ha recentemente scritto un libro sulla storia della camorra. Anzi la prima collusione vera tra potere politico pubblico e malavita organizzata avvenne proprio durante lo sbarco dei garibaldini". Quella sul numero effettivo dei partecipanti alla spedizione non è stata la sola inesattezza storica della fiction. "Un passaggio dello sceneggiato molto triste e squallido – si lamenta De Crescenzo - è stato quello riguardante le torture inflitte dalla polizia borbonica ai prigionieri. Addirittura nella prima puntata si è fatto riferimento al fatto che venissero tagliati piedi e mani. Tutto si può dire sulla polizia napoletana, ma è assurdo che i borbonici siano stati dipinti come dei barbari che praticavano le mutilazioni nei confronti dei nemici". A uscire male dalla fiction è il meridione in generale. “Più che per le offese e le accuse ai sovrani del Regno delle Due Sicilie – conclude il presidente del Movimento neoborbonico -, accuse che tra l’altro oggi gran parte della storiografia ritiene assolutamente esagerate e fuori luogo, quello che duole maggiormente è l’immagine offerta dallo sceneggiato di un Mezzogiorno cattivo, vigliacco e sadico".

17 gennaio, 2007

Papa Benedetto scrive a Beppe Grillo

Questa notizia mi era proprio sfuggita (era qualche giorno che non leggevo il blog di Grillo :-P)
Antefatto: Grillo incontra l'anno scorso il card. Bertone, e parla con lui di energie rinnovabili.
Tra parentesi: Grillo non è esattamente un cattolico praticante, ma non ha mai nascosto il suo esplicito apprezzamento a diversi "chierici"; nel suo post dell'agosto 2006 "Tarcisio Bertone e l'aldiqua", aveva scritto: "La Chiesa, pur con i suoi limiti, i suoi dogmi sembra più avanti della società italiana.".
Il 13 gennaio pubblica questa "Lettera dal Vaticano":

15 gennaio, 2007

I Meuricroffe a Napoli: un esempio di quanto il Regno nel '700/'800 stesse velocemente prosperando

Una piccola postilla a questa notizia di swissinfo.org, vecchia ormai di quasi due anni: spesso si accusano i "tiranni Borboni" di essere stati dei rancorosi reazionari cattolici.

Ecco un esempio (ma altri mille se ne potrebbero fare) di quanto ingiurioso ed infondato sia questo giudizio. Sicuramente nessun Borbone ha ma dubitato di essere monarca "per diritto divino", e di essere custode dei principi cristiani suggeriti dalla Chiesa cattolica.

Ma... la lettura di questo articolo, a proposito di una famiglia di imprenditori e diplomatici svizzeri di confessione calvinista attiva nel Regno, credo che sia molto più esplicita di qualsiasi romanticismo o fiction risorgimentalista.




(da swissinfo.org del 12 aprile 2004)


Ritratto di famiglia: i Meuricoffre di Napoli

(La foto tratta dal libro: Villa Fiorita, sulle alture di Napoli)


Solo due busti marmorei nascosti dalla vegetazione della splendida Villa Fiorita (oggi Villa Domi) allo Scudillo di Capodimonte, a Napoli, rivelano che quella magnifica residenza napoletana appartenne alla famiglia svizzera dei Meuricoffre, cognome mutato dal tedesco Moerikhofer.
Un libro ripercorre la storia di questa famiglia originaria di Frauenfeld, nel Canton Turgovia.

Il libro di Elio Capriati, “Ritratto di famiglia. I Meuricoffre”, appena pubblicato, ritraccia la storia di questa famiglia, dapprima emigrata a Lione per poi approdare a Napoli.


Imprenditori nel Regno delle due Sicilie

Il capostipite, Frederic-Robert si trasferì, nel 1760, nella città partenopea. Dinastia di imprenditori, i Meuricoffre andarono a ingrossare quella folta schiera di industriali, ingegneri, commercianti, militari e banchieri svizzeri che fra ‘700 e ‘800, scesero nel Regno delle due Sicilie per cercare fortuna o semplicemente per ampliare le loro attività commerciali.
L’autore del libro, Elio Capriati, dirigente per 30 anni al Banco di Napoli, arriva per caso alla famiglia Meuricoffre. Appassionato di storia, 5 anni fa, durante le sue ricerche nell’archivio dell’ antico istituto bancario, si imbatte nel nome di Tell Meuricoffre, nipote di Friedrich-Robert.
Tell sedette per diversi anni nel consiglio di amministrazione dell’antica banca partenopea, ma di lui e di tutta la famiglia -ormai estinta- non c’era quasi più memoria a Napoli.


Frauenfeld-Lione-Napoli

Capriati comincia così a scavare nella storia di questa dinastia. Una vera saga che parte da Frauenfeld, dove Capriati comincia a svolgere minuziose ricerche negli arichivi cittadini, passando per Lione, per concludersi nelle biblioteche e negli archivi napoletani.
“Frederic-Robert Meuricoffre, il capostipite” -dice a swissinfo Elio Capriati- “fu inviato dalla famiglia, residente a Lione (da qui la francesizzazione del nome) a Napoli, per procurarsi la seta grezza da inviare in Francia alla casa madre, dove veniva lavorata e commercializzata”.
La carriera del giovane Frederic-Robert, è rapidissima. In pochi anni si inserisce nel contesto economico ma anche politico e culturale della capitale del regno. Fonda addirittura una banca che diventerà uno degli snodi fondamentali per economia del regno.


Stranieri e calvinisti

“I Meuricoffre, segnarono profondamente la vita di Napoli fra ‘700 e ‘800” ci dice ancora l’autore del libro. “Pur essendo una famiglia straniera e oltretutto calvinista, i cattolicissimi Borbone, si appoggiarono spesso e volentieri alla loro competenza e soprattutto al loro cosmopolitismo, nel tentativo di modernizzare il regno.
I Meuricoffre, avevano contatti in tutta Europa, Frederic-Robert sposò Henriette, figlia del medico di Federico di Prussia. Durante il suo soggiorno in Italia la Banca Meuricoffre curò addirittura gli interessi finanziari del poeta tedesco Goethe.
Con Frederic-Robert e il nipote Jean-George che lo seguì qualche anno dopo a Napoli, la famiglia allargò via via le sue attività, dalla seta al settore finanziario ma poi anche a quello industriale-siderurgico, alla costruzione delle ferrovie, alla modernizzazione dell’agricoltura.
I Meuricoffre si inserirono al pari e forse meglio di molte altre famiglie straniere (parecchie svizzere) come i Willer, i Wenner, gli Schoepfer, i ticinesi Corradini. Per loro Napoli divenne veramente una seconda patria.
“Furono anche filantropi, costruirono l’ospedale internazionale molto apprezzato ancora oggi” ci dice Capriati. “La loro attività si sviluppò anche in campo artistico. Furono grandi mecenati, fecero costruire ville stupende, accolsero nei loro salotti anche personaggi che hanno fatto la storia”.
Leggendaria, nel 1770, l’ esibizione del giovane W.A. Mozart.


Consoli svizzeri

I Meuricoffre, ricoprirono per 150 anni, anche il ruolo di Consoli svizzeri presso il regno di Napoli. Un compito tutt’altro che simbolico. Tutto l’800 fu segnato da grandi crisi politiche e economiche.
Presso l’esercito reale erano impiegati cira 8.000 mercenari svizzeri. Furono proprio loro che durante i moti liberali del 1848 colpirono duramente i manifestanti in piazza tanto da costringere Berna a intervenire per far richiamare in patria i 4 reggimenti contro la volontà dei Borbone. Solo l’intervento diplomatico dei Meuricoffre, riuscì a salvare una situazione che si stava deteriorando fra il Regno e la capitale federale.


Il declino

La saga dei Meuricoffre comincia a scricchiolare agli inizi del 1900. La crisi economica mondiale, alcune malversazioni che costringono la famiglia a cedere la banca al Credito Italiano, un clima sempre più ostile verso gli stranieri conseguente probabilmente alla fine della monarchia e all’avvento dello stato unitario, segnano il declino di questa grande famiglia.
La dinastia dei Meuricoffre si chiude con la morte di Jhon, nel 1931, senza eredi maschi. L’ultimo discendente, Piero Gruber, si spegne a Ponte Capriasca (TI) nel 1998.

swissinfo, Paolo Bertossa, Roma