28 febbraio, 2007

Domanda.

Vorrei domandare ad una persona
che l' anno scorso proponevo come donna dell'anno....
ma per chi mi sarei esposto?...
e poi perchè certe scelte politiche?...
non mi aspetto risposte....
ma solo sottolineare che non sono un povero ingenuo,
ma sull' onda di una emozione
si può perdere la propria capacità di discernimento..
e allora ribadisco.....
e ho una personalissima opinione
chi non c'è più
è stato onorato
molto meglio

da chi lo ha conosciuto poco
PER LORO SOMMA SFORTUNA!!!

Classe dirigente italiota

Articolo di Repubblica, questo qui in fondo, altamente ipocrita e pericolosamente "viscido".
Pur affrontando il vero disastroso problema del nostro Paese, la classe dirigente, il taglio dell'articolo è vagamente psicanalitico (bisognerebbe far sapere all'articolista che è fresco di pubblicazione ed in tutte le librerie il "Libro nero della psicanalisi", in cui diversi psicanalisti esperti mostrano con sincerità i limiti della loro "scienza") e con un'interpretazione sociologica assai subdola (sembra che i "dirigenti economici", i bocconiani diciamo, o anche degli stranieri purché la loro autorevolezza sia di natura puramente e squisitamente economica, abbiano ormai ogni diritto a sostituire i loro fiacchi colleghi della politica).


L'agonia dell'Italia è davvero drammatica, il fieto di cadavere si fa intenso e nauseante...


Quando l'anno scorso mi avvicinai ai "giovani di Locri", ero convinto (e lo sono ancora!) che fosse da QUELLE LORO ENERGIE e da QUEI LORO VALORI che dovesse nascere la nuova classe dirigente del mio Paese, oltre che locale.
Pur conscio che le manovre dei poteri forti per incanalare in un vicolo cieco e poi affossare DALL'INTERNO questo movimento vitale sarebbero state fortissime e seducenti, ero certo che avrei comunque trovato un gruppetto che avrebbe resistito ad entrare in certe logiche di potere.

Sebbene sembra che oggi tutto sia perduto, e che quelle logiche abbiano vinto di nuovo (anche per le responsabilità di "leader giovanili" colpevoli di narcisismo, cecità e presunzione) io continuo a credere di no; e questa "fede" non è qualcosa di irrazionale e bambinesco, ma si fonda sulla lucida osservazione che l'Italia non abbia altre alternative che questa.




(da www.repubblica.it del 27.2.2007)
Presentato a Roma il I Rapporto Luiss sui vertici della società italiana
Confermati molti stereotipi negativi, soprattutto per i politici. Maggiore fiducia nei dirigenti economici
Autoreferenziale, utilitarista e in crisi

La classe dirigente non piace e fa autocritica
I criteri di accesso si basano sulla cooptazione, e non sul merito. I giovani profondamente sfiduciati
Due su tre pensano che avranno una posizione sociale simile o inferiore a quella dei genitori

di ROSARIA AMATO



ROMA - Una classe dirigente che non piace e che soprattutto non si piace, incapace di identificarsi nel ruolo guida e di rappresentanza dell'interesse generale che il Paese richiede. Dopo le molte analisi sulla crisi del ceto medio, la Luiss ha pubblicato oggi il primo Rapporto 'Generare classe dirigente - Un percorso da costruire', un censimento dei vertici della società che si propone anche di esaminarne valori, modelli e obiettivi.

Per scoprire che, come ha spiegato uno degli autori del Rapporto, Massimo Bergami, della Alma Mater Studiorum e Alma Graduate School Università di Bologna, "I dirigenti italiani non si sentono classe dirigente". Nel senso che descrivono la classe dirigente con "stereotipi negativi" analoghi a quelli utilizzati dal resto della popolazione, a cominciare dall'orientamento all'utilitarismo e dalla scarsa predisposizione verso le competenze e i valori.

Ragion per cui, rileva il Rapporto, "i dirigenti non ritengono l'attuale classe dirigente un gruppo attrattivo, nel quale riconoscersi e identificarsi". E la mancanza di identificazione porta a una conseguenza ovvia: "Se io non mi riconosco in quel gruppo - spiega Bergami - non agisco come membro di quel gruppo. Per cui una cosa è fare l'imprenditore, o l'ambasciatore, e un'altra è riconoscere la responsabilità che questo comporta. Non riconoscersi come classe dirigente diventa quindi un modo per dire che è sempre colpa degli altri. E per non sentire come propri gli interessi della collettività, ripiegando su quelli di parte".

La classe dirigente specchio dunque di un Paese disgregato, che non riesce a identificarsi nell'interesse generale. Come invece dovrebbe fare, a detta degli stessi dirigenti, che alla richiesta di tracciare un "profilo ideale della classe dirigente italiana" hanno indicato come competenze maggiormente rilevanti la "visione strategica", "senso morale, legalità, etica", "capacità d'innovazione e creatività", "capacità di attuare le decisioni" e "credibilità internazionale".

Qualità non troppo diverse da quelle che il resto della popolazione vorrebbe riscontrare nella propria classe dirigente: "La popolazione vorrebbe una classe dirigente con maggiori competenze specifiche - spiega un altro degli autori del Rapporto, Carlo Carboni, dell'Università Politecnica delle Marche - e maggiore assunzione di responsabilità, vorrebbe che fosse meno un'elite autoreferenziale. Il leader ideale del futuro deve comportarsi come un buon padre di famiglia, avendo come registro fondamentale il buon senso".

Se da un lato le attuali carenze della classe dirigente sono da attribuirsi, rileva il Rapporto, a un eccessivo ricambio operato negli ultimi anni, anche in modo piuttosto traumatico (si citano Mani Pulite, ma anche uno spoil system 'selvaggio'), dall'altro sono messi sotto accusa i 'meccanismi di reclutamento', tutt'altro che meritocratici. Per arrivare ai vertici infatti più che "la conoscenza" contano "le conoscenze", si arriva per "cooptazione", non certo per "merito": infatti ricchezza e relazioni importanti sembrano le due risorse che maggiormente caratterizzano, secondo il giudizio generale, le classi dirigenti italiane.

Che, secondo la popolazione, sono carenti di visioni strategica (per il 42,7% degli intervistati), di capacità decisionale (44,7%), innovazione e creatività (46,3%) e, soprattutto, di senso della moralità e della legalità (58%) e di responsabilità pubblica e sociale (50,9%). Insomma, si legge nel rapporto, "la banalizzazione di questa percezione popolare è che comandano "i ricchi e i raccomandati" e non i migliori.

Il giudizio negativo investe soprattutto la classe politica, e in minor misura gli altri settori dirigenti. Nella percezione generale si riconosce anzi un rafforzamento, un maggiore prestigio alle professionalità economiche (imprenditori, vertici bancari, finanziari e assicurativi). Tra i politici mantengono un certo prestigio le principali cariche istituzionali dello Stato: sono loro, nell'opinione comune, e in minor misura i politici nazionali ed europei, che potrebbero "portare il Paese fuori dalle secche della crisi".

Il Rapporto della Luiss si è anche preoccupato di effettuare un 'censimento' delle classi dirigenti, individuando tre gruppi: una prima mappa ristretta che comprende circa 2000 unità, una intermedia di 6.000 unità, e una 'allargata' di 17.000 unità. L'elite è sostanzialmente anziana: l'età media è passata da 56,8 a 61,8 anni tra il '90 e il 2004.

Nell'opinione degli intervistati nei primi quattro posti si trovano i magistrati, gli esponenti dei mass-media, i vertici sindacali e i vertici di banche e di istituzioni finanziarie, seguite dai vertici istituzionali e politici. Gli esponenti dei mass media hanno però un ruolo rilevante solo nella percezione della classe dirigente, ma non in quella del resto della popolazione, che manifesta anzi una certa insofferenza per il ruolo dei mass media, soprattutto di quelli tradizionali.

L'elite appare chiusa, soprattutto ai giovani: i due terzi degli intervistati tra i 20 e i 30 anni sono convinti che "avranno un lavoro e una posizione sociale sostanzialmente simile oppure tendenzialmente inferiore a quella dei genitori".

27 febbraio, 2007

Avviso di garanzia alla vedova Fortugno


Una notizia che non si sarebbe mai voluto leggere!!!.


"Truffa negli appalti della sanità"




REGGIO CALABRIA - Un avviso di garanzia è stato notificato a Maria Grazia Laganà, vedova del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno, ucciso a Locri nell'ottobre del 2005. La donna è attualmente parlamentare dell'Ulivo. Non si conosce l'ordine di imputazione, secondo indiscrezioni sarebbe "truffa aggravata ai danni dello Stato" in relazione ad appalti nella sanità. L'onorevole Laganà ha annunciato una conferenza stampa e ha detto che la notizia "potrebbe essere veritiera". L''indagine si riferisce ad una fornitura di farmaci all' azienda ospedaliera di Locri, di cui Maria Grazia Laganà è stata vicedirettrice sanitaria, che non avrebbe prodotto alcun esborso finanziario da parte dell' azienda ospedaliera di Locri, che non avrebbe prima accettato i farmaci e quindi non li avrebbe di conseguenza pagati. Maria Grazia Laganà, che in auto sta tornando a Locri, non ha voluto fare alcun commento, non avendo tra l'altro ancora letto il testo inviatole dalla Dda reggina. Nei giorni scorsi la vedova di Fortugno ha criticato duramente la conduzione dell' inchiesta sull' omicidio del marito, condotta sempre dalla Dda di Reggio, arrivando a chiedere più volte l'intervento del procuratore nazionale antimafia Grasso. Solidarietà alla vedova è stata espressa dal vicepresidente della Commissione Antimafia, Lumia. "Sono esterrefatto. Qualcosa non sta funzionando in tutta la vicenda che riguarda le indagini sul delitto Fortugno e sulla sanità calabrese. Ora si tratta di capire che cosa".

http://www.repubblica.it

26 febbraio, 2007

Come e quando nasce la questione meridionale



Che i meridionali siano culturalmente e caratterialmente generosi e patriottici é cosa abbastanza inconfutabile: abituati ad essere parte di una grande nazione dal XII secolo, in poco tempo e nonostante condizioni avverse si sono abituati a sentirsi parte dell'ancora più grande nazione italiana.
Mentre i settentrionali, se da un lato ben più abituati ed abili a districarsi nelle dure leggi del libero mercato, dall'altro lato non hanno mai maturato un senso di appartenenza ad una grande nazione, divisi come sono stati tra piccole signorie spesso in disaccordo tra loro. Per capire bisogna guardare oltre la siepe, risalire a prima della creazione della famigerata questione meridionale in Italia, e cambiare drasticamente mentalità e cultura, a Sud come a Nord, per rifondare da Sud la nuova Italia prima che le spinte centrifughe ed egoistiche diventino prevalenti nei settentrionali.
Dopo la conquista del Regno delle due Sicilie, ad opera dei piemontesi, cominciò in nome dell'Unità d'Italia, il pesante saccheggio del più vasto, più potente e più ricco Stato della Penisola; di quello Stato che poteva vantarsi di un'amministrazione pubblica modello e di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire, allora coniate in oro, più che doppio di quello complessivo degli altri Stati d'Italia. Stato pacifico che, tra l'altro, non conosceva la coscrizione obbligatoria e la leva in massa, e che si era posto all'avanguardia del progresso tecnico; a esso i Borboni avevano dato la prima ferrovia in Italia, la prima nave a vapore, il primo telegrafo elettrico (sia pure sperimentale) e, alla sua capitale, l'illuminazione a gas, con 10 anni d'anticipo sulle altre città della Penisola.
Stato dove non attecchì la grande usura, che vide anzi fallire il ramo dei Rothschild che si era stabilito a Napoli. L'Unità d'Italia, per il Meridione, significò il crollo della sua agricoltura e quello delle sue industrie -già più sviluppate e floride di quelle del Nord - con conseguenze che si fecero sempre più gravi e tragiche per le popolazioni.
L'Unità d’Italia, portò anzitutto alla completa rovina dei contadini, considerati sino ad allora, legalmente inamovibili dalle terre feudali, ecclesiastiche e comunali da loro coltivate, nonché proprietari di quelle coloniche; contadini praticamente esenti da doppie imposizioni e tributi, e da qualsiasi servitù militare. L'incameramento di queste terre, in ossequio ai nuovi principi, da parte del demanio piemontese, la loro messa in vendita, il loro acquisto, furono il trionfo degli speculatori, degli usurai, dei manipolatori di ogni specie, locali e piovuti dal Nord, i quali - sotto la protezione di un esercito di occupazione forte di 120 mila uomini e che, in 10 anni, bruciando paesi e paesani, massacrò 20 mila contadini (e forse molti di più) in lotta per il pane, gabbandoli per briganti -diventarono, con l'ausilio di leggi non meno infami di coloro che le applicavano, i padroni inesorabili del contadino. Questi, messo nell'impossibilità materiale di pagare le tasse e i balzelli imposti da un Piemonte in eterno disavanzo finanziario, si vide portare via le scorte, gli attrezzi, la capanna, il campo; e ciò non da un feudatario "spietato", ma dal borghese "liberale".
Così il contadino dell'ex reame delle Due Sicilie, il quale dal 1830 al 1860 aveva fruito di una condizione economica assai migliore di quella dei lavoratori della terra del resto della Penisola, si vide con l'Unità depredato addirittura anche del lavoro. E questo in quanto i nuovi proprietari della terra - introducendo colture industriali (agrumi e ulivo) in sostituzione di quelle che coprivano il fabbisogno alimentare e tessile delle popolazioni locali, contadine e cittadine - non ebbero che una preoccupazione: quella di realizzare sempre maggiori profitti finanziari, pure a totale scapito del lavoro (l'industrializzazione di quei tempi!). Così le campagne del Mezzogiorno, sacrificate all'industrializzazione agricola locale e tradite dalla politica per lo sviluppo delle manifatture del Nord, non furono più nella possibilità materiale, come lo erano state nei secoli, di assicurare alla popolazione del Sud, anche delle città, neppure la propria alimentazione. E fu lo sfacelo.
Si interruppe in conseguenza - tra l'altro - la corrente migratoria della mano d'opera, che sino allora si era spostata dal Nord al Sud, mentre i contadini meridionali, cacciati per fame dalle loro terre, furono costretti alla fuga verso il Nord e l'estero. Fenomeno che non tardò a trasformare l'intera Penisola in una immane colonia di sfruttamento umano, dove nuovi negrieri razziavano ogni anno, non più africani, ma un crescente contingente di disperati bianchi, il cui numero salì progressivamente da 107 mila - media annua del periodo 1876 -1880 - a 310 mila, media annua del periodo 1896 -1900, a 554 mila, media annua del periodo 1901-1905, a 651 mila, media annua del periodo 1906-1910, a 711 mila nell'anno 1912, a 872 mila nell'anno 1913, anno di vigilia della prima guerra mondiale, che troncò questa tratta, sino alla fine delle ostilità, per fornire carne da cannone, in abbondanza, alle offensive, negazione della strategia, di un altro piemontese.
Nessun documento meglio di queste cifre potrebbe illustrare i risultati economici, sociali e umani della politica della borghesia italiana "liberale" di quegli anni. Borghesia che doveva trovare in Giovanni Giolitti il suo personaggio più rappresentativo, diventato direttamente o - per pochi mesi - tramite i suoi luogotenenti Fortis e Luzzato, dal 1903 al marzo 1914 capo del governo e, attraverso la burocrazia e la corruzione, padrone assoluto del Paese. Politica che costrinse, nell'ultimo biennio dell'era giolittiana, oltre un milione e mezzo di italiani a emigrare; più della metà dei quali oltre Atlantico, verso l'inferno delle fazende brasiliane, delle miniere e ferriere della Pennsylvania, dei mattatoi di Chicago, degli angiporti e dei bassifondi di Buenos Aires e di New York; caricata per maggior utile degli armatori del Nord, in condizioni di poco meno disumane di quelle fatte all'inizio del secolo scorso dai negrieri agli schiavi portati sui mercati delle due Americhe.
Nel 1920, sul n° 3 del giornale “Ordine Nuovo”, Antonio Gramsci dava questa definizione della questione meridionale: La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale, riducendola a colonia di sfruttamento; ha ridotto le masse contadine asservite alle banche e all’industrialismo parassitario del settentrione.
Se si guarda l’oggi, tutte le banche sono del nord, ed è al nord che i soldi vengono investiti, e mentre noi passiamo per “mali pavaturi”, facendoci pagare il costo del denaro più alto di tre punti rispetto al nord, con i nostri risparmi, loro speculano; vedi Parmalt, Cirio etc. Cari amici, è dal Sud che bisogna incominciare la rinascita.

24 febbraio, 2007

Storiella

Un giorno, un uomo non vedente stava seduto sui gradini di un edificio con un cappello ai suoi piedi ed un cartello recante la scritta: "Sono cieco, aiutatemi per favore". Un pubblicitario che passeggiava li vicino si fermo' e noto' che aveva solo pochi centesimi nel suo cappello, si chino' e verso' altre monete, poi, senza chiedere il permesso dell'uomo, prese il cartello, lo giro' e scrisse un'altra frase. Quello stesso pomeriggio il pubblicitraio torno dal non vedente e noto' che il suo cappello era pieno di monete e banconote. Il non vedente riconobbe il passo dell'uomo: chiese se non fosse stato lui ad aver riscritto il suo cartello e cosa avesse scritto. Il pubblicitario rispose "Niente che non fosse vero - ho solo riscritto il tuo in maniera diversa", sorrise e ando' via. Il non vedente non seppe mai che ora sul suo cartello c'e' scritto: "Oggi e' primavera...ed io non la posso vedere". Cambia la tua strategia quando le cose non vanno bene e vedrai che sara' per il meglio. Abbi fede: ogni cambiamento e' il meglio per la nostra vita.

23 febbraio, 2007

Il gigante Riccardo Muti porta le Due Sicilie a Salisburgo



Forse il più grande direttore d'orchestra italiano di sempre, il maestro Muti, pugliese d'origine e formato al prestigioso Conservatorio di S.Pietro a Majella di Napoli, ha già in passato dato lustro alla straordinaria tradizione musicale napolitana dal Seicento all'Ottocento.


Laddove l'Italia era latitante, pigra e convenzionale nella sua politica culturale, l'autorevolezza di personaggi come il maestro Muti, il maestro De Simone ed altri hanno recuperato, hanno messo una pezza, diciamo così.


Ed in quest'intervista, il maestro spiega che il fatto che sia stata l'Austria stessa a domandare di recuperare lo straordinario tesoro musicale del Settecento napolitano, debba farci inorgoglire e allo stesso tempo vergognare in quanto italiani!



Cliccare sull'immagine per vedere l'intervista.

Achtung: La Pianura Padana sta per succhiare altri soldi e altre energie! E sarebbe la fine...

Lo so che suona stronzo e "leghista al contrario" (e quindi innaturale, perché i meridionali sono di indole generosa e compassionevole, fino a passare sopra le proprie legittime esigenze), ma oggi bisogna pretendere che lo Stato italiano abbia la lungimiranza e il coraggio di lasciare la "Bombay padana" al suo destino, e credere che il futuro di tutto il Paese si costruisce al Sud.
Quindi, per chiarire meglio il concetto: nessun supporto più all'economia padana, che è come un organismo obeso che ha bisogno di dimagrire e fare ginnastica rieducativa, e costruire il futuro a medio e lungo termine del Paese al Sud, facendolo intanto tornare ad essere autosufficiente in agricoltura, come è sempre stato nella sua storia, contemporaneamente costruire un solido sistema industriale fondato sull'innovazione e sulla creatività e poi in un primo tempo aiutarlo ad espandere sul mercato interno ed estero, come nell'ultimo trentennio del periodo borbonico.

Programmi validi già ne esistono: quello dell'Ulivo alle ultime elezioni, per esempio, non era poi male. Ma come tutti i programmi elettorali di sviluppo per il Sud della storia repubblicana, rischia di ridursi (se va bene! i soldi cominciano a scarseggiare anche per quello) al solito assistenzialismo cancerogeno, che in definitiva serve al foraggiamento degli ascari locali, che poi a loro discrezione fanno cadere dalla loro tavola qualche briciola da distribuire "alla loro gente".


Ma la prospettiva va cambiata, la cartina geografica dell'Italia va capovolta, e al più presto. Altrimenti dopo il prossimo prevedibile tracollo, non si salverà proprio niente.




(da corriere online del 23.2.2007)
Dossier del Wwf in vista del blocco totale del traffico nel Nord Italia
Pianura Padana, megalopoli come Bombay
Il traffico ha cancellato i confini: 20 milioni di persone si spostano in auto di 20 km ogni giorno. Tagli agli investimenti sui treni


ROMA - Il Nord Italia ha un traffico equivalente a quello di una megalopoli, una Bombay in movimento su quattro ruote. In 20 anni sono raddoppiati i chilometri di percorrenza e la Pianura Padana è diventata un'unica gigantesca città. E' questa la fotografia scattata da un dossier del Wwf intitolato "Nord Italia", in vista della domenica di stop del traffico, domenica 25 febbraio, dell'intero nord Italia. Stop che, secondo un sondaggio svolto da Legambiente, è visto con favore dalla stragrande maggioranza degli italiani: ben l’83% è convinto che il blocco sia una decisione giusta in una situazione di emergenza smog ormai cronica, anche se il 62% non pensa che sia una misura sufficiente per risolvere il problema.

LA CITTA' DIFFUSA - Il traffico ha cancellato i confini regionali. Nella Pianura Padana è nata infatti la "città diffusa" con 20 milioni di persone, tanti quanti sono gli abitanti di Bombay, che percorrono 20 km in media al giorno (nel 1980 erano 10) e 16.000 km all'anno (il doppio rispetto al 1980) su un'area urbana e sub-urbana di 30 mila kmq (con una densità di 650 abitanti a km) pari ad un quarto del Nord Italia.

TAGLI ALLE FERROVIE - Il problema è che mentre gli investimenti su strade e autostrade continuano a crescere (con un + 25% in dieci anni) quelli nella ferrovia subivano un taglio progressivo (-2% in dieci anni) provocando ingorghi e code sulle strade, inquinamento e conseguenti malattie respiratorie. Il tasso medio di motorizzazione nell'Italia settentrionale è cresciuto di oltre il 50% (da 380 a 585 autovetture ogni 1000 abitanti), ma contemporaneamente i passeggeri sulla ferrovia sono aumentati solo del 13%.

INQUINAMENTO: + 71% RISPETTO AL 1980 - Le emissioni di CO2 - il
principale gas serra - dovute al traffico autostradale ammontano a 66 milioni di tonnellate l'anno con un incremento nel 2000, rispetto al 1980, del 71%. La megalopoli padana include il Piemonte centrale intorno a Torino, l'area metropolitana milanese e il Pedemonte lombardo, l'area veronese e il fondovalle dell'Adige tra Trento e Bolzano, l'area centrale veneta (intorno a Vicenza, Padova, Venezia-Mestre e Treviso) l'area triestina e udinese, l'intero asse della via Emilia da Piacenza a Rimini, il litorale ligure. Nel 1951 i 21 milioni di abitanti del Nord Italia vivevano ancora in prevalenza all'esterno delle aree urbane, mentre gli attuali 25,3 milioni di abitanti si sono sempre più concentrati in aree urbane e sub-urbane, alimentando la città diffusa sino alle zone pedemontane consumando paesaggio e territorio.

LE PROPOSTE DEL WWF - Contro questa emergenza e in occasione del blocco auto del 25 febbraio, il presidente del Wwf Fulco Pratesi ho scritto ai Presidenti delle Regioni del Nord proponendo 10 interventi strutturali e 20 azioni concrete per governare la mobilità nella megalopoli padana. Tra queste compaiono l'uso dei motori a metano e ibridi, l'incentivo dell'efficienza con veicoli più piccoli e leggeri, la pianificazione territoriale, la riorganizzazione radicale della rete del trasporto pubblico passeggeri, il ripensamento dell' assetto dei servizi logistici, il potenziamento dei nodi di interscambio, il rafforzamento dell'innovazione logistica e ilpotenziamento della rete ferroviaria.

22 febbraio, 2007

Loiero: "Sciogliere il Senato!"

Di tutte le puttanate che ho sentito in vita mia, questa è la più grossa. Ora capisco perchè la Calabria è nella situazione peggiore della sua storia.


Sciogliere subito il Senato e andare a votare per una delle due camere del Parlamento. Questa la soluzione proposta dal presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, che questa mattina intervenendo ad un dibattito sulla 'ndrangheta organizzato dagli studenti della facolta' di giurisprudenza della Sapienza di Roma, si e' detto convinto che ''il Senato doveva essere sciolto subito, nel momento stesso in cui i numeri hanno garantito una maggioranza solida soltanto alla Camera. Occorreva allora un atto di coraggio - ha aggiunto Loiero - rimettendosi alla volonta' degli elettori alla luce del risultato elettorale. Oggi piu' di allora e' necessario quel coraggio - ha concluso Loiero - occorre tornare a votare sciogliendo Palazzo Madama per ricostruire una maggioranza che non c'e' mai stata''. (ANSA).

ed ecco la lucida analisi apparsa sul sito http://www.strill.it
che io condivido appieno e colgo l' occasione per rispondere al gradito commento di Bernardino Cardenas, occorre mettere in atto una strategia di governo che dia seguito al consenso acquisito nel momento elettorale. Esiste una larga schiera di elettorato che è rappresentato dalla cosiddetta sinistra antagonista, ma è vero che molto spesso DS e Margherita strizzino l' occhiolino a queste aree per prenderne i voti, per poi fare in modo del tutto opposto a quello promesso, per cui l?Unione per come è strutturata fino ad adesso è soltanto una accozzaglia di sigle e persone, meglio sarebbe che DS e Margherita si stacchino e vadano ad elezioni in contrapposizione alla sinistra antagonista, ci sarebeb più coerenza e verità.
INFINE TROVO VERGOGNOSO CHE L' UNIONE ACCETTI SINGOLE ADESIONI DI ESPONENNTI DELLA CDL.
Dopo le tante elzioni di moralità date a Berlusconi durante gli anni del suo governo, costoro ce lo stanno facendo rimpiangere.
Segno questo di una distruzione di ogni minimo di etica morale nel nostro paese.

Crediamo che – con serenità- sia giunto il momento di interrogarsi sul senso di alcune cose.
Perché se addirittura Agazio Loiero chiede a gran voce lo scioglimento del Senato qualcosa non torna.
O forse si, alla fine torna tutto.
Torna tutto perché crediamo che il Paese non possa più fare a meno di una sinistra vera, fiera e coerente.
I valori, le idee, prima ancora degli ideali della sinistra del Paese, quella sinistra che – piaccia o no- ha sempre rappresentato il contrappeso del Paese, sono stati venduti, meglio svenduti rispetto al concetto del “purchèssia”.
In nome del governare a tutti i costi a Roma si è accettato di presentare un’accozzaglia di modi di vedere, di “sentire” la politica che va da Mastella a Giordano.
E nelle parole del senatore di Rifondazione dimissionario che ha affermato di “non poterne più di votare contro le proprie idee” è racchiuso un mondo.
Ma la sinistra si guarda allo specchio e non si riconosce più, per motivi diversi, a volte opposti, ma sempre sul binario del “governare purchèssia” dalle Alpi alle Piramidi. E se allora a Roma è esercizio sterile e forse anche un po’ meschino interrogarsi se sarebbe bastato un voto in più o un Giulio Andreotti più malleabile, in Calabria il centrosinistra ha dimostrato di avere problemi a causa della sua schiacciante supremazia in termini di voti, ed allora per mesi, una terra che ha arsura desertica di essere gestita è rimasta ingessata da una crisi politica tutta interna alla sinistra, ad una sinistra che opera continuamente dei “distinguo” insopportabili rispetto al compagno di banco.
Il gioco “scopri il vero comunista” è ormai diffusissimo ed anche nella vicenda delle primarie comunali è emersa chiaramente la sensazione che in questa coalizione, a Roma, come a Catanzaro, come a Reggio, in troppi stiano assieme turandosi il naso per l’insopportabile vicinanza di colleghi di coalizione che non stimano - né sul piano personale, né sotto il profilo delle idee delle quali sono portatori- soltanto per governare “purchessia”.
Questo gioco al massacro se per la gente poteva essere accettabile quando il centrosinistra era all’opposizione, non può coniugarsi in nessun modo con il concetto di governo, di amministrazione.
Un Paese che riduce il proprio Ministro degli esteri ad elemosinare uno o due voti su ogni scelta di politica internazionale sceglie di esporre il proprio volto alle peggiori valutazioni da parte della comunità mondiale. Una Regione intera che non governa perché per mesi attorno ad una poltrona si sprecano balletti e – ancora- “distinguo” sul “chi è il vero uomo di sinistra”, decide quasi deliberatamente di decretare la propria sconfitta finale.
Il Paese tutto ha bisogno di una sinistra che torni autorevole e credibile e che, soprattutto, la smetta di raccontarsi pietose bugie per governare “purchèssia”, minimizzando ogni cosa, anche una bocciatura del Senato sulla politica estera, magari – per dirla con Caiminiti sulle esternazione di Pensabene- addebitando tutto ad un improvviso appannamento di lucidità…

Perché l'Italia non ha nessuna speranza: Ernesto Galli della Loggia

Sono ancora più drastico di quel buontempone fascista-poi-antifascista-poi-quasicomunista-poi-leghista di Giorgio Bocca: non è il Sud, una parte dell'Italia, ad essere irrecuperabile, ma proprio l'Italia intera.
E la maggior parte di responsabilità è sicuramente attribuibile al Nord, ovvero alla classe dirigente di questo Stato, ai potenti, agli "intellettuali" (qui in fondo c'è un "saggio" del nostro brillante Galli della Loggia), ai "grandi imprenditori" che non sanno rischiare e hanno sempre fatto i conti da bottegai alle spalle degli altri, e hanno sempre frignato per evitare qualsiasi tipo di competizione seria, che li avrebbe costretti a lavorare bene e a produrre qualità e non marketing e cassa integrazione.


Fondamentalmente e molto semplicemente, la responsabilità è di chi, da 147 anni e oltre a questa parte, ABUSA DELLE PAROLE.

Chi ha parlato di giustizia e poi rubava e intrallazzava, e lo hanno sempre saputo tutti che rubava e intrallazzava, eppure lui continuava a parlare di cosa è giusto e cosa no.
A chi parlava di bene comune, e poi non gli è mai interessato altro che il suo orticello, curando magari di allargarlo pure un po', ma senza mai pensare che oltre le sue proprietà esiste - appunto - il bene comune.
A chi si è riempito la bocca di diritti, chi giurava di avere a cuore i deboli, e poi trafficava per essere potente, e tutti sapevano che trafficava per essere potente, e una volta diventato potente poi, dei deboli non glien'è più interessato così tanto. Perché in fondo, se uno nella vita non si dà da fare, è giusto che ne paghi le conseguenze...
A chi commercia la parola serietà e le attribuisce un giorno un valore, legato ad una scelta politica conveniente, un altro giorno un altro valore, perché la scelta politica conveniente è cambiata. E comunque, la scelta politica conveniente è sempre legata alla convenienza del potente (manco a dirlo!), e non del debole, di cui comunque ci si riempie la bocca, perché oggettivamente chi parla di deboli ed indifesi riesce sempre ad essere convincente e ad ottenere quello che vuole.
.
Questa, forse con un po' di enfasi che però non distorce, è la nostra storia nazionale: ecco perché l'Italia, il tricolore, l'inno di Mameli e tutto il resto appresso non hanno NESSUNA SPERANZA.

E si badi bene, che io non sono e non mi sento affatto disfattista.
Anzi, qualche idea ben chiara per la ricostruzione, dopo che una provvidenziale apocalisse avrà fatto pulizia in questo vergognoso Paese, già ce l'avrei. E non si tratta di un regime dittatoriale e fascistoide (l'idea forte e "facile" a cui ancora in troppi pensano come soluzione radicale e vincente), e che giusto per sottolineare e per ribadire il concetto, fu PURE QUELLO una responsabilità del Nord.

Per intenderci: il furbo e mediocre Nord ha guidato, e il Sud con la sua pessima, corrotta e traditrice classe dirigente gli è andato appresso, rinnegando e dimenticandosi del suo plurisecolare passato di grande nazione europea, che probabilmente sarebbe potuto tornare utile per costruire un dignitoso Paese italiano.


(da corriere online del 22.2.2007)
Lezione di serietà
di Ernesto Galli della Loggia


Nel confuso dibattito sulla politica estera delle ultime settimane, Massimo D'Alema ha mostrato la stoffa politica che anche gli avversari gli riconoscono. Non ha mai mancato di rivendicare il significato e la coerenza della sua azione alla Farnesina, ha sottolineato la svolta che a suo giudizio quell'azione manifestava rispetto al governo precedente, ha sempre cercato di difenderla dalle pressioni che miravano a spostarla su un terreno più radicale, di rottura più o meno palese con il quadro tradizionale delle nostre alleanze.

In questo sforzo quotidiano il nostro ministro degli Esteri ha fatto qualcosa che in Italia non è certo usuale: ha parlato con nettezza, e lo ha fatto ripetutamente. Ha detto fuori dai denti, rivolto ai turbolenti soci della sua coalizione militanti nella sinistra radicale, che un governo che si rispetti deve potersi reggere su una propria maggioranza in politica estera; che su un tema così decisivo non sono ammissibili apporti dell'opposizione; che se non si sta su questa strada allora l'unica alternativa è quella di abbandonare la partita. Non solo. D'Alema ha fatto di più: su ciò che andava dicendo ha deciso di impegnare la propria personale immagine di uomo di Stato. Dando una lezione di quella che si chiama «responsabilità politica», e insieme una lezione altrettanto importante di moralità politica, ha fatto chiaramente capire che in caso di sfiducia al suo operato di sicuro egli non avrebbe potuto restare al suo posto.

Ma naturalmente, ascoltando il D'Alema dei giorni passati, nessuno poteva dimenticare l'esistenza, accanto al D'Alema statista, di un altro D'Alema: del D'Alema tattico consumato, esperto di assemblee e di giochi d'aula, dell'oratore abile a radunare consensi. E' stato questo il D'Alema che ha parlato ieri a Palazzo Madama. Alternando con avvedutezza impegni e disimpegni, cautele e toni morbidi da un lato e affermazioni recise dall'altro, usando insomma tutti gli strumenti offertigli dal lessico e dalla dialettica, il ministro si è impegnato nel tentativo di convincere i recalcitranti della maggioranza a non fargli mancare l’appoggio. Sfortunatamente, il suo si è rivelato un tentativo disperato. Ha prevalso la coerenza ideologica di un pugno di massimalisti, cocciuta sino all'accecamento, e l'appoggio richiesto è mancato: il Senato non ha approvato la politica estera del governo.

Adesso sappiamo che Prodi, dopo aver incontrato il presidente Napolitano e averne ascoltato il consiglio, ha deciso saggiamente di dimettersi. Ma al di là di questa decisione si può pensare — e siamo sicuri che egli per primo in queste ore lo sta pensando — che esista uno specifico caso D'Alema. Chiedergli perentoriamente di non partecipare al prossimo governo ha un sapore maramaldesco che non ci piace; sarebbe quasi rivestire i panni di Shylock. Una cosa sola pensiamo che l'opinione pubblica possa chiedere in questo momento a Massimo D'Alema: una parola, un gesto, veda lui quale, che comunque non dissipi la lezione di serietà, di impegno e di coerenza, che le sue parole hanno offerto al Paese nelle settimane passate.

21 febbraio, 2007

Prodi:"Governeremo per cinque anni"










due turisti per caso....in giro per il mondo..



Il 23/4/2006 sul TGCOM





http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/articolo306542.shtml



si leggeva





Prodi:"Governeremo per cinque anni"



In fondo le vicende del Professore suscitano umana partecipazione e compassione. O è il più grande ingenuo della storia di Italia o è uno che non ha la misura di quello che dice, poichè ancora una volta dopo il 1996 si impegna tanto, ma dopo lo disarcionano sul più bello.


Probabilmente farà un altro governo, ma con quale faccia si ripresenterà al Paese? Sarebbe più dignitoso uscire di scena e dedicarsi ad altro. E Massimo D'alema? Altro caso in cui un uomo si crede statista e poi non sa nemmeno contare i voti su cui fare affidamento prima di lasciarsi andare a temerarie affermazioni del tipo "o si ha la maggioranza o si va a casa".


Questa volta l' opposizione non ha attribuito alla maggioranza una ancora di salvataggio, per cui il governo ha vissuto la sua Caporetto sulla politica estera.


La classe politica italiana è ridicola nella propria inadeguatezza e non è capace di produre niente di positivo, solo parole inutili e prive di senso.


Ora è auspicabile un governo che faccia una legge elettorale che tagli le "ali" estreme e garantisca governi stabili, omogenei, seri e non coalizioni dove l' unico colante è la poltrona e la prebenda..


Prodi , D'alema escono con le ossa rotte da questa giornata da tregenda. NOn sono nemmeno capaci di garantire una linea nella politica estera, mi dimando con quale autorevolezza si dovessero riproporre in futuro.

19 febbraio, 2007

Discariche


Anche il web ha le sue discariche che riflettono le "qualità" degli autori.
Il Pataccaro si bea nel sudiciume dei luoghi in cui consuma la sua inutile esistenza a rimirarsi i capelli che sono forse l' unica cosa che riesce a produrre il suo capo vuoto come una zucca in avanzato stato di decomposizione
Il vero Publius ha detto "non nominare il nome di Dio invano".
Cosa dirti , Pataccaro?...
ma fammi il piacere!!

18 febbraio, 2007

Largo alla qualità




Le arance non saranno più indispensabili
per la produzione di aranciate.
Cosa si userà? La fantasia!!.
E' normale in un mondo ove la logica è solo un inutile orpello leggere notizie come queste.

Ogni commento è superfluo. Ci aspetta sempre più un simulacro di mondo, una realtà virtuale in cui vivere alle condizione imposte da altri che , magari, per questo hanno intascato una congrua mazzetta. E' il popolo? Colpevolemte si ingrassa e si lobotomizza al seguito della televisione di massa diventata ormai strumento di marketing per le imprese che investono nella pubblicità


Via libera alla vendita di "bibite spazzatura, colorate d'arancia senza contenere neanche l'ombra del succo di agrume naturale". Lo denuncia la Coldiretti nel riferire la "spiacevole novità" prevista nel disegno di legge comunitaria 2007 che, con l'articolo 9, modifica la legge 286/1961 sulla 'Disciplina delle bevande analcoliche vendute con denominazioni di fantasia'. "Di fatto - afferma la Coldiretti - con l'approvazione del provvedimento diventa possibile produrre e vendere bibite di fantasia con l'aroma e il colore delle arance, ma senza alcuna garanzia sulla reale loro presenza nella bottiglia". Si tratta di un via libera a bibite che contengono sopratutto zucchero, aromi e coloranti invece della frutta vera, "con un inganno all'insaputa dei consumatori grandi e piccini". Per l' organizzazione, "si rischia così di favorire l'aumento dei casi di obesità nelle nuove generazioni anche in Italia dove la radicata cultura alimentare, fondata sulla dieta mediterranea, non ha 'salvato' i giovani". Lo confermano i dati sull'aumento dei casi di obesità o soprappeso, dovuti a una non corretta alimentazione, che riguardano il 36% dei ragazzi attorno ai dieci anni, il valore più alto tra i Paesi Europei, secondo una indagine Merrill Lynch. Ma la vendita di bibite che richiamano con aroma e colori alla frutta, senza però contenerla, oltre a ingannare i consumatori si traduce anche - continua la Coldiretti - in un grave danno economico per i produttori di agrumi, in quanto il colorante si sostituisce al succo naturale". Si stima che per ogni punto percentuale di frutta in meno nelle bibite si registra una riduzione di circa 7 milioni di litri di succo destinato ai consumatori, pari a 235 mila quintali di prodotto.


Fonte:

15 febbraio, 2007

"Pasque di sangue": pubblicazione sospesa

Notizia
La decisione è data dello stesso autore, Ariel Toaff, giustificandola fondamentalmente con ragioni di opportunismo politico, perché il libro "avrebbe fomentato sentimenti anti-semiti".

Le comunità ebraiche italiane ed internazionali, che in questi giorni hanno spinto ed insistito in ogni modo in questa direzione, sicuramente tireranno un sospiro di sollievo.

Il padre di Ariel Toaff, l'ex rabbino capo di Roma Elio, spiega oggi su La Repubblica che è impensabile che ebrei abbiano mai potuto utilizzare sangue umano per condire il pane azzimo, perché ciò è assolutamente vietato nella Torah, nell'Antico Testamento. E i seguaci di una "religione" (*) come quella giudaica, fondata sul più puro ed assoluto formalismo, non possono certo infrangere una regola esplicita come questa.
E per questo motivo, bene ha fatto suo figlio a ravvedersi e a fermare la pubblicazione della sua opera.

Ariel Toaff, di cui comunque nessuno mette in dubbio la chiara fama di illustre studioso, aveva lavorato 7 (sette!) anni per scrivere questo saggio, in cui invece non escludeva l'ipotesi che alcuni ebrei ashkenaziti (di origine germanica) avessero compiuto macabri rituali con fanciulli cristiani.
Giustificando in questo modo, ad esempio, la secolare adorazione cristiana per San Simonino di Trento, interrotta ufficialmente dal Vaticano negli anni Sessanta.


Riflessione
Credo di non commettere peccato affermando che, da più di due millenni, gli ebrei hanno vergogna, paura, quasi spavento della verità, di ogni forma di verità. E per questo motivo tendono sempre a manipolarla e a nasconderla, a se stessi e agli altri.
Questo giudizio già duro si rafforza quando applicato ai capi ebraici, e nello stesso tempo non rappresenta però una regola da applicare necessariamente ad ogni singolo ebreo, che come ogni persona è libero di scegliere la propria vita.
E' infine scontato aggiungere che comunque condanno e condannerei ogni persecuzione fisica e morale verso gli ebrei, come verso qualsiasi altra popolazione.

Non commetto peccato cristiano esprimendo un fermo anti-giudaismo, mentre quasi certamente offendo la "religione" formale che oggi tutta l'umanità è tenuta quantomeno ad omaggiare esteriormente, commettendo quindi il "peccato" formale dell'antisemitismo (notare anche qui la sottile manipolazione della verità: da anti-giudaico sarei fatto passare per anti-semita).
E per questo peccato, magari aggravato dal fatto di "infettare" molte altre persone, non escludo di venire prima o poi giudicato e condannato dal (o per conto del) "messia" di questa "religione" globale ed immanentista: il popolo ebraico, il "messia collettivo".


(*) Le virgolette alla parola religione sono una mia libertà intellettuale (cioè l'espressione del mio convincimento che il giudaismo NON sia una religione, ma piuttosto una superstizione), libertà che però non ha nulla a che fare con la notizia, che infatti cerco di esporre solo coi fatti, evitando giudizi personali.

14 febbraio, 2007

Torino teme di non essere più "capitale" (e di non godere più della sua posizione parassitaria)

Nel 2011 si celebrerà il 150esimo anniversario della fondazione del nostro entusiasmante Paese. E Torino non aspetta altro, a quanto pare... Chissà come mai? Forse per incrollabile spirito patriottico?

Torino ha senz'altro guadagnato molto dall'unificazione dell'Italia, questi ultimi 150 anni le hanno fatto proprio comodo: da piccolo capoluogo di una regione di montagna, d'influenza culturale francese e storicamente di secondo o terzo rilievo rispetto ad altre regioni italiane, a vera CAPITALE. Con tutte le piacevoli e lucrose conseguenze che questa posizione comporta.

Dunque Torino ci ha guadagnato, e con Torino anche qualche altra città "risorgimentale", vincitrice della guerra di annessione, che si è ridata nuovo smalto e si è ripresa dal declino e/o è uscita dalla marginalità.
E il resto d'Italia? E i "vinti" del Sud, che da grande, antica e rispettata Nazione europea, ben avviata sulla strada del progresso economico, che si sono ritrovati d'un colpo ad essere una colonia, per di più fetente, e che d'allora non si sono più ripresi?

"Che irriconoscenti sti terun: con tutto l'affetto che hanno ricevuto dai fratelli d'Italia, ancora si lamentano... El g'ha proprio ragione el Bossi!" (Perdonatemi: l'imitazione mi è venuta in dialetto lombardo invece che piemontese)

Cari torinesi, abbiate pazienza e fingete d'essere magnanimi per questa volta: se i nostri scaltri politici romani distribuiranno a pioggia i finanziamenti che giustamente spetterebbero solo alla vostra bella città, lo fanno anche per il vostro bene, perché senza periodiche ed abbondanti dosi di squallida retorica risorgimentale spruzzate su tutto lo stivale, lo Stato italiano (fondato su quella retorica, è convinto che) rimarrebbero solo il calcio, Mike Bongiorno e poco altro per difendere la propria "unità".
E senza unità filo-risorgimentale, si esauriscono le rendite parassitarie, e Torino rischierebbe di tornare ad essere quella che era prima del 1860, se non comincia a fare davvero qualcosa di utile per la Nazione italiana prima che per se stessa...


(da www.lastampa.it del 13.2.2007)
Tante "capitali" per le celebrazioni (e i finanziamenti)

2011: Torino, ma non solo. Le celebrazioni per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia, si sa, riguarderanno anche Roma e Firenze. Quel che non si sapeva è che il Governo vuole coinvolgere almeno altre dieci città. Il nuovo orizzonte è stato prefigurato ieri da Andrea Marcucci, sottosegretario per i Beni e le Attività culturali, a Torino per presentare con Giuliano Soria la sede romana dell’Antenna Culturale Europea: «Mi piacerebbe coinvolgere le capitali pre-unitarie, anche se minori. Comprese quelle della Padania». Musica per le orecchie dell’eurodeputato leghista Mario Borghezio che però, essendo seduto qualche fila più in là, non ha potuto applaudire il proposito.

«Parliamo di un altro livello di iniziative rispetto a quelle organizzate a Torino - s’è affrettato a precisare Marcucci, ribadendo la centralità della città anche sotto il profilo economico -. Ma in quell’occasione servirà un network per promuovere la cultura sul territorio nazionale. Penso a un sistema integrato di poli culturali che rispondano alla stessa logica».

Restano i complimenti a Torino. Non solo la città sta rispettando i tempi, ha commentato il sottosegretario dopo aver ricevuto dal vicesindaco Tom Dealessandri il pre-elenco delle zone candidate ad ospitare le manifestazioni, ma «lavora bene»: «Il Governo apprezza come si muove. La falsariga delle celebrazioni deve essere la creazione di infrastrutture culturali che rimarranno in dote al territorio».

Il dossier di Torino è atteso a Roma per la fine del mese. La legge per le celebrazioni è data per certa entro fine anno. Allora ne sapremo di più. Certo è che allargare il tiro alle capitali pre-unitarie significa riesumare dagli archivi la carta geopolitica dell’Italia dopo il Congresso di Vienna ripercorrendo un viaggio impegnativo. Fatte salve Torino, Firenze e Roma, partendo da Nord si incontra il Regno del Lombardo-Veneto con Milano, e magari pure Venezia. Seguono il Ducato di Parma e Piacenza e quello di Modena e Reggio. Per tacere di Lucca. A sud il Regno delle Due Sicilie con Napoli (e Palermo, per carità!). Cagliari, dove è già sorto un comitato per il 2011, rivendica già la sua parte non foss’altro che per aver ospitato Carlo Emanuele IV dopo l’abdicazione imposta dai francesi. E come disconoscere un ruolo a Genova, patria di Mazzini, o a Brescia «Leonessa d’Italia» per il coraggio mostrato durante l’insurrezione del 1849?

Insomma: c’è gloria per tutti. Il rischio è che dalla gloria si passi ai finanziamenti a pioggia: che in ultima analisi si risolverebbero, c’è da scommetterci, in un impoverimento del progetto torinese.

12 febbraio, 2007

BICENTENARIO NASCITA GARIBALDI: PRONTI A BOICOTTARE ATTIVAMENTE OGNI CELEBRAZIONE

da www.neoborbonici.it

Ricorre quest’anno il bicentenario della nascita del criminale Giuseppe Garibaldi e lo stato italiano ha ben pensato di investire i nostri soldi programmando una serie di pubbliche iniziative per riproporre il sistema menzognero della retorica risorgimentale. Il Movimento Neoborbonico è naturalmente in azione per la difesa della verità storica e della dignità del Sud. Il 24 c.m. si insedierà un Comitato Antigaribaldi nell’ambito della presentazione di un testo del presidente Gennaro De Crescenzo sul nizzardo. Per far crollare l’apparato risorgimentale che opprime da 146 anni il Meridione d’Italia è necessario minare le sue colonne portanti come i falsi miti di personaggi tipo Garibaldi. Invitiamo coloro che ci seguono a segnalare ogni iniziativa, dal più piccolo paese alle grandi città, prevista per celebrazioni garibaldine in modo che sia possibile intervenire tempestivamente per far sentire la nostra voce di documentato dissenso.
Ogni neoborbonico ed ogni simpatizzante deve diventare una vigile e scaltra sentinella per dare filo da torcere a questi bambini cresciuti (come sono gli intellettuali che si ostinano a raccontare balle per incensare Garibaldi nel ricordo di fiabe sentite da piccini) che si illudono di utilizzare tranquillamente le pubbliche risorse per le preventivate celebrazioni.

Il sistema di bugie che ci opprime da 146 anni, inventate e salvaguardate dai governi italiani monarchico-sabaudi e repubblicani, deve essere distrutto. La riverniciatura che si vuole dare al risorgimento riuscirà totalmente irrealizzabile per il marcio che emerge continuamente man mano che avanzano le ricerche storiografiche non conformiste. Ogni passo fatto per riproporre le fandonie garibaldine deve essere seguito da un’immediata risposta di contestazione, come è recentemente avvenuto con la fiction di Rai 1. (a cura di Vincenzo Gulì)

Il libro di De Crescenzo è un colpo sparato contro la colonna portante garibaldina e sarà presentato secondo il seguente programma:

sabato 24 febbraio 2007
ore 18.30 Hotel Majestic
(largo Vasto a Chia, Napoli)
presentazione del libro, alla presenza dell'autore,
CONTRO GARIBALDI
APPUNTI PER DEMOLIRE IL MITO DI UN NEMICO DEL SUD

di Gennaro De Crescenzo
Editoriale Il Giglio

presentazione di:
dott. Lorenzo Del Boca
storico, presidente nazionale ordine giornalisti
prof. Vincenzo Gulì
storico, vicepresidente Movimento Neoborbonico
dott. Marina Carrese
editoriale il Giglio

Resoconto delle Giornate della Memoria delle Due Sicilie

domenica 11 febbraio 2007

Omaggio all’ultima sovrana delle due Sicilie
Maria Sofia, l’orgoglio della regina guerriera
di ANTONIO ANGELI

A DICIANNOVE anni era già un’eroina, coraggiosa, ma senza mai peccare di femminilità: a lei, Maria Sofia di Borbone, ultima regina delle Due Sicilie, è dedicato il «XV Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta». L’evento storico-spettacolare è in corso in questo fine settimana, il più prossimo alla ricorrenza del 13 febbraio, giorno finale dell'assedio di Gaeta che, nel 1861, segnò la fine del glorioso e centenario Regno di Napoli e la nascita dell'Italia unita. «Maria Sofia è stata una vera eroina - commenta Sevi Scafetta, uno dei principali organizzatori della manifestazione - lei, sorella della principessa Sissi, è stata in prima linea in quei giorni, sulle mura, a fianco del marito Francesco II e dei suoi soldati». Una figura storica, quella di Maria Sofia di Borbone, che ancora oggi accende moltissimo interesse. «Parlare di quegli anni e del Regno delle due Sicilie - aggiunge l’avvocato Scafetta - è un modo per superare la Shoah culturale che vede il Sud relegato, da anni, a un ruolo di secondo piano che, ormai tutti gli storici lo riconoscono, deve essere riconsiderato». Le migliaia di persone, arrivate da tutta Italia, riunite a Gaeta da venerdì fino a tutta la giornata di oggi, intendono ricordare quel Regno che fu faro di cultura, non con nostalgia, ma certamente con orgoglio. L’orgoglio di una terra che per anni è stata al centro dell’Europa e del Mondo e che, oggi, torna a riappropiarsi dei suoi primati. L’evento, arricchito da dibattiti, ricostruzioni in costume e convegni, è promosso dal Comune di Gaeta, dalla Camera di Commercio di Latina con il presidente Vincenzo Zottola, e dalla Regione Lazio. Tra i promotori anche la rivista storica «L’Alfiere», diretta da Edoardo Vitale. In questa «tre giorni» dedicata al ricordo dell’assedio di Gaeta del 1860-1861 l’appuntamento centrale è stato certamente quello di ieri mattina, intitolato «La vita quotidiana ai tempi dell’assedio di Gaeta, quando la regina Maria Sofia incitava i soldati, assisteva i feriti e condivideva i sacrifici del popolo», un percorso rievocativo di sapori, colori, musiche e tradizioni del popolo gaetano, con corteo storico e sfilata in costumi militari e civili. La manifestazione, attivando la collaborazione delle Camere di Commercio meridionali, vuole essere un decisivo contributo al rilancio economico e culturale dell’area di Gaeta e di tutto il Sud e, con questi intenti e nel nome di gusto e tradizione, dà appuntamento al prossimo anno.

10 febbraio, 2007

Presidente, quando cadrà il velo della "cieca ideologia" anche da questo?

La guerra civile (per non dire colonialista) tra esercito sabaudo e gruppi di "briganti" formati in ogni angolo del Sud da soldati fedeli al proprio legittimo Re, da tanta gente comune patriota e disperata e da lealisti accorsi da tutta Europa per porre riparo alla situazione di incredibile ingiustizia che si stava perpetrando nella penisola italiana, è ancora completamente avvolta da 146 anni di aberrante censura di Stato.

Se oggi le foibe meritano giustamente memoria storica dopo ben sei decenni di ideologico oblio, perché non ricordare allora le centinaia di migliaia di morti, paesi devastati e cancellati dalla carta geografica, teorie "scientifiche" sull'innata criminalità di una razza umana (teorie che affondavano le radici nello schiavismo di stampo anglosassone, e che poi ebbero seguiti devastanti, fino alle persecuzioni contro gli ebrei della Seconda Guerra Mondiale, e che sono tutt'altro che debellate dalla faccia della terra. Nella foto a fianco, il monumento a Verona in onore dello "scienziato" Cesare Lombroso con una mano sul teschio di un "brigante", materiale per i suoi diabolici studi. La vergognosa ed offensiva epigrafe recita: «A CESARE LOMBROSO CHE GETTANDO LO SCANDAGLIO SCIENTIFICO SUL FLAGELLO DELLA PELLAGRA E NEGLI ABISSI DI OGNI MISERIA MORALE IRRADIÒ DI VERITÀ L'UMANA GIUSTIZIA»), stupri, furti e successive emigrazioni di massa.


Signor Presidente, quando verrà ad inchinarsi a nome di tutti gli italiani di fronte ad un monumento in memoria degli eroici caduti delle Due Sicilie?

"Briganti" già giustiziati ed esibiti per la foto da un manipolo di soldati piemontesi

"Briganti" lucani esibiti in catene

Esibizione del cadavere del "brigante" Giuseppe Leone
La bella e audace "brigantessa" Michelina De Cesare, prima e dopo la cura

Un aguzzino piemontese mostra il cadavere di Nicola Napolitano
Cadavere del "capobrigante" Papa legato ad una scala

Cadaveri di Vincenzo Palmieri e dei suoi compagni

09 febbraio, 2007

Anna Tringali, campionessa da ricordare







Sabato 10 Febbraio 2007 alle 17.30 a Melito Porto Salvo in occasione dell’incontro di campionato della APS Melitese sarà ricordata una campionessa della pallavolo femminile Calabrese nata e cresciuta Melito di Porto Salvo, Anna Tringali.
“Anna iniziò a 6 anni l’ attività sportiva”- ricorda il fratello Raffaele Tringali- “ Dopo sei mesi si scopri il suo talento ed entrò nella squadra delle suore di Melito,la mitica “Capitanio” fondata da suor Lucilla .Cominciò a partecipare ai tornei di pallavolo. Vincendo già a 8 anni la coppa come miglior giocatrice. Nel frattempo praticò altri sport :salto in lungo,corsa..e.nel 1986...arrivò seconda ai giochi della gioventù a roma nei..110 metri ostacoli,in cui gareggiò a freddo senza alcun preparazione specifica. I risultati di Anna erano solo frutto della sua passione e del suo talento”.
“Ella passava ore e ore”- continua il suo racconto il signor Tringali- “ ad allenarsi un campetto dietro casa. che avevamo predisposto con una rete di pescatori. La famiglia è stata vicina ad Anna avallando tutte le sue scelte dimostrando in questo una lungimiranza ed una apertura davvero notevoli.
“Nel 1986 approdò in serie C giocando nella Mangiatorella e cominciò ad affinarsi da un punto di vista tecnico e tattico. Fu notata dalla Venkova allenatrice di pallavolo che la segnalo al Potenza ove giocò l’ anno successivo in serie B”
.
“Il suo talento era davvero prodigioso e fu notata dal Milano, il quale la mise sotto contratto giocando in serie A dall’ anno successivo. Il destino purtroppo aveva disposto diversamente e il volo di Anna fu stroncato da una malattia sul più bello, e la gazzetta dello sport con un trafiletto dette notizia della morte di un atro nascente della pallavolo femminile.
“Potenza ha sin da subito onorato”- conclude Raffaele Tringali- “ la memoria di Anna organizzando tornei e intitolandole il campetto ove gareggiava, lo stesso non posso dire che abbia fatto la sua terra, che ella amava in modo profondo. L’ auspicio è che da oggi si possa far rivivere Anna nella memoria dei suoi cittadini, e nella pallavolo che la vide nascere e crescere. Con la Aps Melitese si sono messi in cantiere l’ organizzazione di tornei e l’ obiettivo e riportare la pallavolo femminile a Melito, magari con una squadra a cui dare il nome di Anna.”

08 febbraio, 2007

Ovunque tu sia

BELLISSIMO ARTICOLO COMPARSO IERI SU CALABRIA ORA DEDICATO A FEDERICA MONTELEONE. IL GIORNALE HA RIEMPITO UNA PAGINA CON GLI ARTICOLI CHE FEDERICA AVEVA SCRITTO PER IL GIORNALINO DELLA SUA SCUOLA. AVEVA STOFFA LA RAGAZZA. MI RIPROMETTO DI COPIARLI NEI PROSSIMI GIORNI.


Oggi Federica Monteleone avrebbe compiuto sedici anni. Li avrebbe compiuti se le avessero permesso di continuare a vivere. Vivere, a sedici anni, vuol dire sorridere. Scherzare. Sognare. Progettare il futuro.
Tutto questo a Federica non sarà più consentito. Il suo futuro è stato cancellato di colpo durante una banale operazione di appendicectomia nell’ospedale di Vibo. Una banale interruzione di corrente ha provocato l’interruzione di quel meraviglioso circuito elettrico che è la vita come appare a sedici anni.Federica, col suo grande cuore, è andata via per sempre, lasciando di sé un ricordo meraviglioso. Nei compagni di classe, che abbiamo visto in lacrime davanti al reparto di rianimazione dell’Annunziata di Cosenza quando hanno appreso che il loro “angelo” era volato in cielo. Nei professori del liceo Berto di Vibo, chiamati a tenere la lezione più difficile della loro vita: spiegare perché si può morire a quindici anni. Nei genitori di Federica e in tutti i parenti che per una settimana hanno stazionato, sperando nel miracolo, dietro una vetrata, quella della rianimazione, che spesso rappresenta la sottile linea di confine tra la vita e la morte.Nel caso di Federica ha vinto la morte. Forse. Perché siamo sicuri che la ragazza di Vibo ci sarà, come diceva una bellissima canzone di Paoli, negli occhi di tutti coloro che saranno capaci di donare un sorriso a quanti le hanno voluto bene. E continuerà, Federica, ad essere nel cuore di tutti coloro che hanno amato la sua gioia di vivere, e che ne hanno condiviso le sue due grandi passioni: la danza e il giornalismo.Questo “Quaderno” pubblica alcuni degli articoli che Federica ha scritto per il giornale del suo liceo.E’ un omaggio a una ragazza che un giorno forse avrebbe bussato, come abbiamo fatto tutti agli inizi della carriera, alla porta di una redazione per chiedere di intraprendere l’attività giornalistica. Quella porta sarebbe potuta essere la nostra, quella di Calabria Ora. O di un altro giornale, non importa. Federica avrebbe avuto la sua chance e, a giudicare dalla sua scrittura, forse un giorno avrebbe potuto essere la collega della scrivania a fianco e nel suo entusiasmo contagioso rinnovare in noi ogni giorno l’amore per questo mestiere. Anche questa chanche, come i suoi sedici anni, a Federica è stata negata. Dargliela postuma ha un sapore amaro. Ma è il nostro modo di dire: «Buon compleanno Federica». Ovunque tu sia.

http://www.calabriaora.it/content/view/3073/281/

07 febbraio, 2007

Giornate della Memoria a Gaeta

Il prossimo fine settimana si svolge a Gaeta la consueta rievocazione storica della fine del Regno delle Due Sicilie; il XV Convegno Tradizionalista si annuncia poi estremamente interessante, con la partecipazione di personalità importanti come Martucci, la Pellicciari e Fulvio Izzo.


PROGRAMMA

Venerdì 9 febbraio 2007

Ore 18.00
Inaugurazione della mostra filatelica "La storia postale della Terra di Lavoro dalle origini al 1861" a cura del Circolo Filatelico Numismatico Italia '85 di Gaeta. Inaugurazione della mostra delle medaglie del Regno delle Due Sicilie.

Sabato, 10 febbraio 2007
Ore 11.00
"La vita quotidiana ai tempi dell'assedio di Gaeta, quando la regina Maria Sofia incitava i soldati, assisteva i feriti e condivideva i sacrifici del popolo". Percorso rievocativo di sapori, colori, musiche e tradizioni del popolo gaetano, con corteo storico e sfilata in costumi militari e civili, a cura di: CAT Confcommercio della Provincia di Latina, Associazione Commercianti Gaeta, con partenza da Piazza della Libertà Via Indipendenza: Musiche e canti briganteschi ad opera dei "Briganti di Frontiera".

Ore 15.15
HOTEL SERAPO, Sala di Ponente
Presidenza del Convegno: Edoardo Vitale, Sevi Scafetta, Vincenzo Zottola, Maurizio Maddaloni, Ulderico Nisticò, Pietro Golia.
Ore 15.30 - Saluti Giuseppe Catenacci
Presentazione del volume "Cronaca di artiglieria per la difesa della piazza di Gaeta del 1860-1861 di Giovanni Delli Franci".

Ore 16.00 - Apertura dei lavori Sevi Scafetta, avvocato
Il XV Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta

Edoardo Vitale, magistrato - direttore de L'Alfiere
Maria Sofia simbolo della dignità meridionale

Ulderico Nisticò, scrittore-giornalista
Dal sole delle Alpi al sole di Napoli

Fulvio Izzo, scrittore
La Regina ribelle

Adolfo Morganti, direttore de Il Cerchio
Il mito letterario dell'Eroina di Gaeta

Roberto Martucci, docente universitario
Politiche matrimoniali e isolamento internazionale del Regno

Angela Pellicciari, scrittrice
I panni sporchi dei Mille

Ore 19.00
Concerto del Coro dell'Accademia Ercolanese, direttore Massimo Spinosa, coreografo Alfredo Mariani

Ore 21.00
Cena con menù storico nei ristoranti di Gaeta medievale.

Domenica, 11 febbraio 2007
CHIESA DELL'ANNUNZIATA
Ore 10.00
Santa Messa in suffragio dei Caduti delle Due Sicilie del 1860-61.
SANTUARIO DELLA SS.TRINITA' ALLA MONTAGNA SPACCATA
Batteria Transilvania

Ore 12.00
Cerimonia del lancio a mare della corona di fiori offerta dalla Nunziatella in memoria dei
Caduti delle Due Sicilie del 1860-1861. Rievocazione storica con alzabandiera salutato a salve di cannone lungo gli spalti ove esisteva la Batteria Transilvania, a cura dei Raggruppamenti storico-militari delle Armate di Terra e di Mare del Regno delle Due Sicilie diretti dal Cap. Alessandro Romano. Saluto dal mare delle imbarcazioni capitanate dalla barca a vela "Fra Diavolo".




Gli itinerari dell'Evento Gaeta

1- Sfilata da Porta Carlo di Borbone attraverso Via indipendenza: percorso rievocativo
2 - Convegno presso la sala Congressi dell'Hotel Serapo
3 - S. Messa presso la Chiesa dell'Annunziata
4 - Cerimonia dell'Alzabandiera preso la Batteria Transilvania alla Montagna Spaccata

06 febbraio, 2007

Sul nome Calabria




La Calabria è stata sempre una terra abitata da i popoli più vari. Lo testimonia anche la pletora di nomi con i quale essa è stata definita nel corso dei secoli. E' significativo che il primo nome della Calabria deriva dal nipote di Jafet, figlio di NOE



Si vuole che il primo nome della Calabria fosse stato "Aschenazia" dal suo primo abitatore "Aschenez", nipote di Jafet, figlio di Noe'. Egli sarebbe approdato sulla costa dove ora sorge Reggio Calabria, che, a perenne memoria dell'ipotetico avvenimento, ha intitolato a lui una strada: "via Aschenez ". Circa 850 anni prima della guerra di Troia, Enotrio e Paucezio avrebbero sconfitto gli Aschenazi e scacciati dalla Calabria. Gli Enotri-Pelasgi, originari della Siria, per aver trovato questo suolo molto fertile, chiamarono la regione "Ausonia" dal nome Ausonide con cui essi denominavano una regione fertilissima della Siria. Enotrio avrebbe regnato 71 anni lasciando come erede il figlio Enotrio-Italo, uomo forte e savio, dice Dionigi Alicarnasso, e da lui l'Ausonia avrebbe assunto il nuovo nome di "Italia" o "Vitalia" come lo stesso Virgilio canto' nel libro terzo dell'Eneide, e Tucidice ci conferma con la sua espressione: "quella regione fu chiamata Italia da Italo, re arcade". A questi, come alla sua nuova terra, tale nome sarebbe derivato dalla divinitia' totemica identificata nel "Toro", donde il nome di Vitulus-Vitello-Italo-Italia. Enotrio-Italo, avrebbe regnato 50 anni, scrive fra Girolamo da Firenze, ed ebbe come successore "Morgete", il quale, per la consuetudine dei suoi predecessori, avrebbe cambiato il nome di Italia in quello di "Morgezia". Il Barrio scrive (Lib. I fol. 9) che a Morgete sarebbe successo "Japigio", il quale con numerosa flotta sarebbe approdato nel Golfo di Squillace, ne avrebbe occupato il territorio e lo avrebbe chiamato "Japigia". Aristotile pero' nell'orazione d'Ercole, precisa che non tutta la regione abbandono' il nome di Italia e aggiunge che Brettio, figlio di Ercole, giunto nella nostra regione, l'avrebbe occupata controi Morgezi e i Japigi e l'avrebbe chiamata "Bruzia". La tesi aristotelica fu accettata da Stefano di Bisanzio e dal Guarnacci, il quale scrive: "Bruzia venne chiamata quella terra, che ebbe il nome di Morgezia, Japigia e Italia. Pero' secondo gli scrittori romani, il nome di Bruzia segui' a quello di "Magna Grecia" tra il sec. V e IV a.C. Infatti Ovidio nei "Fasti lib. IV" canto' "Itala nam tellus, Graecia major erat". Anche Strabone, Plinio e Cicerone scrivono che la regione Italia fu chiamata Grecia per i nuovi numerosi suoi abitatori greci. Lo stesso Diodoro Siculo (XVI, 15) con Tito Livio (XXX, 19) scrive che il nome di Bruzium la nostra regione lo avrebbe preso dopo quello di Magna Grecia, quando nel sec. IV a.C. i Bruzi o Bretti, scesi dalla Lucania, presero a scorazzare per tutto il territorio dopo aver, secondo il Barrio, espugnato Cerchiara, prima fortezza incontrata sul confine calabro-lucano. Distrussero Terina, Ipponio e Thurii e fondarono una loro federazione, che si estendeva dal Laos della Lucania all'Aspromonte. Dalle vicende ricordate si deve desumere che la storia dei Bruzi in Calabria comincio' con l'occupazione di Cerchiara. Tra tutti i nomi con cui i vari occupanti hanno voluto chiamare la nostra regione il piu' affermato rimase quello di Italia, usato anche da Erodoto (V sec. a.C.), che di persona aveva visitato la Magna Grecia. Con lo stesso nome spesso si indico' tutta la costa jonica, fino a Taranto, per la sua comunanza di vita storico-culturale con la Magna Grecia (sec. IV a.C.). Nel sec. III a.C. il nome passo' all'Italia centrale e, poi, a quella settentrionale, dall'Arno al Rubicone, fino ad indicare tutto il territorio della penisola con la riforma amministrativa ordinata da Augusto nel 24 a.C. quando Plinio gia' poteva dire: "questa e' l'Italia sacra agli dei" (nat. hist. III 5,46). La provenienza del nome Italia e della sua radice da vitello-toro e' confermata dal fatto che allo scoppio della guerra sociale (90-87 a.C.), provocata dagli alleati italici: Marsi, Sanniti e Lucani contro Roma, per la parificazione dei diritti, fu dai ribelli vittoriosi scelto il Toro come simbolo monetale e a Corfino, centro del moto insurrezionale, fu dato il nome di "Italica". Quando da Augusto il nome Italia fu trasferito a tutto il territorio della penisola, la nostra regione rimase col nome di "Brutium" e, nella divisione amministrativa, con la Lucania formo' la terza regione. Alla fine del sec. VII d.C., i Bizantini, perdendo il dominio della penisola salentina, trasferirono alla nostra regione, dove si erano ritirati, il nome di Calabria, che i Greci avevano attribuito al Salento, fin da quando li avevano fissato la loro prima dimora. All'inizio del sec. IX la Calabria bizantina comprendeva il territorio, che va da Reggio Calabria a Rossano, col nome di "Ducato di Calabria", di cui capitale fu, prima, Reggio Calabria e poi Rossano; mentre il resto, quello settentrionale, dove e' sita Cerchiara, faceva parte del Ducato di Benevento, appartenente al regno Longobardo d'Italia fin dalla fine del '500, e si estendeva da Cosenza a Chieti. Col regno di Napoli la Calabria ha avuto i confini attuali da Reggio al Pollino. Il nome di Calabria deriverebbe da "Kalon-brion - Faccio sorgere il bene", per la fertilita' del suo territorio, e puo' considerarsi sinonimo di "Ausonia" dal verbo "auxo - abbondo". Difatti ancora oggi tutta la costiera, sempre contesa dagli occupanti, e' vestita di estesi oliveti, agrumeti e frutteti con produzioni tipiche, quali il bergamotto ed il cedro. Sempre abbondante e' stata la produzione di ortaggi e di frutta, che anche oggi vengono esportati.


Estratto dal Libro del sacerdote Vincenzo Barone: "Storia, Societa' e cultura di Calabria - Cerchiara" Stampato da "Grafiche Abramo S p A" - Catanzaro. Il libro puo' essere richiesto presso tutte le librerie o all'autore : Don Vincenzo Barone Via Roma 47 - 87070 Cerchiara Calabra (CS) - Italy

La forma più alta di Carità cristiana: la Verità

Dire la verità, senza mai stancarsi, cercando sempre modi innovativi e convincenti, taglienti e provocatori, o lirici e seducenti.
Dire la verità anche a costo di offendere, di fare piangere se è il caso, a costo persino di farsi odiare, di farsi giurare vendetta.
E poi, DOPO aver detto la verità, amare con gesti concreti, con la carità più dolce e disinteressata. Ma questo, ribadisco, solo DOPO aver detto la verità.
Altrimenti quella carità diventa sterile buonismo ed inutile filantropia, per giunta facilmente manipolabile, sporcabile e all'occorrenza cancellabile con un colpo di spugna. *
Ovviamente, prima di poter difendere la verità bisogna conoscerla, e la tensione verso la verità, verso ogni più piccola faccia del Diamante, presuppone una pacata e attenta meditazione, una ricerca sia solitaria sia dialettica, con abbondanti dosi di umiltà, coraggio e vera e propria "igiene mentale", per non scambiare dei mulini a vento per nemici a cavallo.

Sono solo due anni che ho capito che la mia vita, anzi che LA vita ha senso solo in Cristo (e per capirlo ho dovuto prima cadere giù da un precipizio e precipitare per anni senza mai toccare il fondo, e alla fine guardare in faccia la morte desiderando di annientarmi in essa... tranquilli, so per certo che esistono anche modi più lineari e soft per arrivare a capire che il senso di tutto sta nella croce di Cristo).
E in questi due anni brevi ma intensi ho capito che il mio ruolo nel mondo è e sarà quello del Guerriero, con corazza e spada e elmo e scudo.
E con tutta la rabbia e l'orgoglio di cui sono capace, mi lancerò tutta la vita a testa bassa contro la menzogna, contro chi la diffonde per il proprio interesse, contro chi si piega ad essa per paura o per viltà, o anche soltanto per pigrizia mentale.
Ma in particolare, i miei nemici giurati e odiatissimi contro i quali non avrò mai nessuna pietà, sono tutti quelli che si fanno strada grazie alla menzogna, quelli che hanno molte persone che dipendono dalla loro autorità vigliacca e usurpata, insomma quelli che brandiscono la menzogna come arma per conquistare il mondo, tutti quelli che sono deboli con i forti e forti con i deboli.

Per essere un guerriero vincente, so che dovrò mantenermi costantemente allenato, preparato, che non dovrò mai farmi trovare né stanco né ricattabile. E so anche che la mia è una guerra apparentemente disperata, combattuta su moltissimi fronti, e che i nemici sono enormemente più numerosi e meglio equipaggiati dell'esercito di cui faccio parte io. **
Enormemente, ma non infinitamente: l'infinito, infatti, è solo dalla mia parte.
E beato chi si arrenderà subito di fronte a questo piccolo esercito e, se proprio non vorrà o non potrà unirsi a noi nella battaglia, almeno non ostacolerà la nostra azione.

Che cosa ci guadagno a combattere tutta la vita per la Verità?
A parte la scontata ambizione del "premio post-mortem", ma la vera e profonda soddisfazione si trova già in questa vita, nell'onore di combattere con leali compagni di ventura, nella riconoscenza di ogni persona indifesa che mi ringrazierà privatamente dell'aiuto, nella sincera ed umiliata richiesta di perdono di qualche nemico pentito, nella stima dei veri amici, nell'amore della mia compagna che ha fiducia in me e che ha sempre creduto che avrei conquistato il mondo, e ne era convinta persino nei momenti più tragici e bui della depressione.



* Ho fatto recentemente un incontro letterario ed umano molto importante: il prof. Enrico Maria Radaelli, allievo del grande filosofo luganese Romano Amerio, il quale mi sta insegnando che il FUOCO DI VERITA' che sento dentro è precisamente l'espressione dell'Amore trinitario, spiegato dalla perfetta dottrina cattolica con la "processione delle essenze": lo Spirito Santo (la Carità) procede dal Padre (il Creatore) e dal Figlio (il Verbo, la Verità appunto).
L'inversione non è data: mai, infatti, il Figlio potrebbe procedere dallo Spirito Santo. Mai la Carità può stare davanti, e neanche solo sullo stesso livello teologico della Verità.

** L'esercito della Verità ha per condottiero il papa, l'unico uomo ad avere la misteriosa dote sovrumana di indicare infallibilmente la rotta giusta all'umanità.

05 febbraio, 2007

Matarrese, il patriota del calcio


Matarrese Antonio é un rinomato furbone.
E ieri a Radio Capital ha dichiarato che "il calcio non può certo fermarsi" e che "i morti sono parte del sistema".

Reazioni scandalizzate arrivano oggi da Prodi, dal Coni ecc.
Matarrese, probabilmente, verrà licenziato in fretta dalla FIGC.
E da quel momento, come Moggi da quando non è più DG della Juve, potrà cominciare a pontificare da ogni giornale o talk show televisivo, dove non gli negheranno ospitalità in nome della "democrazia" e della libertà d'opinione.
Matarrese potrà dunque fare bene il suo lavoro di perorazione affinché il calcio (leggi: il BUSINESS del calcio) non riceva scossoni a causa di "episodi tutto sommato normali", come l'assassinio di Raciti.
D'altra parte, poi, non è giusto che Murdoch, o gli Agnellini-Elkanini, o Berlusconi, o Moratti, o le altre luminosissime personalità che dànno prestigio al calcio italiota, altrimenti ignobile e anonimo, vengano penalizzati da un branco di violenti (e per di più terroni).

Se proprio i tifosi non sanno comportarsi civilmente, facciamo così: le partite non si interrompono e si fanno lo stesso, ma a porte chiuse; tutti si devono comprare il decoder per vederle, e poi in un futuro prossimo si capirà come incrementare ancora il mercato attorno al football, in modo da continuare a far salire gli stipendi dei calciatori e da mantenere gli italioti paganti felici ed ipnotizzati.
.
Se fosse vissuto nell'Ottocento, don Antonio da Bari sarebbe stato un perfetto patriota del Sud: condividendo pienamente e profondamente gli ideali e i valori risorgimentali che muovono i fratelli dell'Italia del Nord all'unificazione politica dell'amata penisola, avrebbe combattuto dall'interno il "brutale regime borbonico" (leggi: avrebbe ricevuto mazzette per aggiustare la situazione locale, anche grazie al supporto della criminalità, in modo da far trovare al Garibaldi di turno il campo spianato. Anzi, avrebbe insistito perché sbarcasse a Barletta anziché a Marsala...), e avrebbe infine festeggiato insieme con gli altri deputati eletti (con voto di scambio) del nuovo democratico Parlamento italiano.

CATANIA NON E' L'AGNELLO PASQUALE



Credo che in questi casi non bisogna farsi prendere dalla foga mediatica.La situazione delicata merita attente e pacate riflessioni.

A scanso di equivoci sono un tifoso del Catania e non ci sto a vedere buttare fango sulla mia città.

Proprio perchè si doveva agire prima non si può chiedere la cancellazione del Catania Calcio e prendere questa società come capro espiatorio per tutti i peccati della Società.
Sarebbe troppo comodo, oltretutto il Catania ha gia pagato immeritatamente in passato mentre le altre squadre, soprattutto quelle del nord la passavano sempre liscia.

La vera colpa se la dovrebbe prendere chi con la truffa e la corruzione ha falsato i campionati innescando un clima di esasperazione, accentuato all'inverosimile da quel giornalismo terrorista ed accattone che ad ogni errore arbitrale agita il bastone del complotto per aumentare le vendite.

Dalle ultime notizie apprendo che il resto delle partite in Italia si giocherà a porte chiuse e qui si scoprono gli altarini per quella che sempre più un operazione di marketing che non una notizia di cronaca.
I proprietari di SKY non aspettavano altro, chiudere gli stadi e vendere smartcard a più non posso, che sia una coincidenza la presenza di nemmeno 50 poliziotti a presidiare l'esterno di uno stadio in una partita così critica?
Non si facciano troppe illusioni quelli di SKY, lo Stato Italiano non chiuderà mai gli stadi.
E' dai tempi dei romani che questi impianti sportivi vengono utilizzati come valvola di sfogo della popolazione.

Ma forse si, chiudiamoli questi stadi, cosi' almeno la gente invece di protestare per un rigore non concesso lo farà(finalmente) per il modo in cui Prodi e Berlusconi hanno ridotto l'Italia...

Sono rimasto scandalizzato dal modo in cui i media, SKY, soprattutto hanno trattato la città, arrivando a definire il campo di Catania "sterrato della patagonia" o della CNN che titolava "vergogna siciliana"
Ipocrisia allo stato puro che non merita commenti.

Mi dispiace, ma questa volta il fango della pianura padana lo respingo al mittente, in quanto a civiltà noi siciliani possiamo fare scuola e le testimonianze storiche lo provano e lo dimostrano.

Concludo con le mie contoglianze alla famiglia di Filippo Raciti che oltretutto era Catanese....

saluti

03 febbraio, 2007

Festa di S. Agata in tono strettamente religioso

La vedova del poliziotto Raciti, rimasto ucciso ieri per le intemperanze degli ultras, ha chiesto e immediatamente ottenuto che la grande festa per Sant'Agata patrona di Catania, che si tiene proprio in questi giorni, venga depurata di ogni aspetto folcloristico (tra l'altro con intuibili grosse perdite economiche) e si limiti alle celebrazioni religiose, come le processioni dei giorni 4 e 5 febbraio per le vie della città recitando il rosario.

Catania fà subito un bagno di umiliazione dopo gli assurdi eventi di ieri sera.

In che modo si umilieranno tutte le altre città d'Italia, da Torino a Milano a Bergamo a Verona a Firenze a Roma a Napoli a Reggio Calabria a Palermo, sedi di squadre-aziende calcistiche con immancabili branchi di ultras al seguito, più o meno tollerati e/o addirittura finanziati, che nel corso degli anni hanno ognuna contribuito a corrompere il concetto di sport come strumento per costruire una MENS SANA IN CORPORE SANO?

02 febbraio, 2007

BASTA!!!

E' ora di finirla con questi BASTARDI! che insanguinano le domenica italiane .
Che si abbia il coraggio di fermare i campionati a tempo indeterminato e che le spese per la sicurezza siano poste a carico di questi milionari pallatori che FAREBBERO UN FAVORE A TUTTI SE SCOMPARISSERO TRA I FLUTTI DELL' OBLIO
BASTA CALCIO...
HANNO DAVVERO ROTTO CO....!!!

Catania, agente ucciso negli scontri
Un poliziotto del reparto mobile della Questura di Catania è morto colpito al volto da una bomba carta, negli scontri tra tifosi che si sono verificati durante il derby tra Catania e Palermo. Lo hanno confermato le forze dell'ordine.

Pure i viaggiatori stranieri scrivevano di mafia



Il Brigante Siciliano Pasquale Carini




Nel secondo Ottocento, sotto il peso dei fatti, pure i viaggiatori stranieri in Sicilia scoprono la mafia: via via che si dipanano la cronaca giudiziaria, la discussione politica, la letteratura specialistica sul tema. In particolare, di là da una esplicita identificazione, che viene dopo, cominciano ad avvertirne il piglio e a interloquire con le fonti nei primi anni sessanta, quando nella vita siciliana appaiono dei grovigli delittuosi che non sono conducibili al brigantaggio, pur crescente e all'offensiva in tutto il centro-sud, né ai malandrini della tradizione.
Nei modi di un incipit, in quella stagione fa rumore in particolare la vicenda dei pugnalatori, che cade l'uno ottobre 1862, quando in diversi punti di Palermo, alla medesima ora, vengono uccise quattordici persone. Il processo, l'anno che segue, richiama in effetti osservatori e giornalisti da vari paesi europei, come il politico francese Jules Logerotte, che nelle vesti di cronista spedisce dall'isola varie lettere, rimarcando le lesioni del sud dopo l'unità, il tradimento delle aspettative, le movenze politiche del brigantaggio siciliano. L'assassinio del generale garibaldino Giovanni Corrao, proprio nel 1863, aggiorna peraltro i clamori, pure all'estero, mentre si divide l'opinione nel paese: fra chi insinua dubbi di mafia sull'ucciso e gli oppositori ai Savoia che dicono veementi di correità di stato.
In quel decennio, innumerevoli fatti di cronaca, pure minuta, concorrono comunque nella definizione di una data immagine: con la condivisione di fondo della maggiore stampa europea. D'altra parte, quella d'Oltremanica ha motivo per rilanciare il tema dei briganti al Sud italiano e in Sicilia, dopo le disavventure di William Moens che, sfuggito ai banditi presso Randazzo, curiosamente viene rapito a Paestum, per essere rilasciato dopo lo sborso del riscatto: come egli medesimo racconta nel libro English travellers and italian brigands, stampato a Londra nel 1866. E non si tratta di novità, se già nel '48 John Barlow, ex direttore della ditta Woodhouse, e il contabile Alison sono stati rapiti e liberati dietro il pagamento di cinquecento onze. Come referente di prim'ordine degli inglesi facoltosi che dimorano nell'isola, è in realtà nelle cose che il Times di Londra s'interessi dei bubboni siciliani, dando risonanza a reclami, esposti, perfino a lettere, come quella che, proprio su banditismo e mafia, il parlamentare della destra Corrado Tommasi-Crudeli destina nell'aprile 1870 al vescovo di Argyll.
In definitiva, in parte dei resoconti di viaggio degli anni sessanta viene rappresentato un humus. Come testimonia il geografo francese Eliseo Reclus, in Sicilia nel 1865, quando dice di avversione dei siciliani verso le leggi e del conforto sociale di cui godono i malandrini, con il beneficio dell'impunità. Ma solo nel decennio successivo il tema della mafia s'insinua dichiaratamente in alcuni diari, aprendo per certi versi una lesione, che riproduce poi quella reale, nell'intimo dell'isola. Tutto questo ovviamente non a caso.
Nel 1871, dopo anni d'inchiesta sugli Stoppaglieri, il procuratore Diego Tajani fa arrestare Giuseppe Albanese, questore di Palermo, con risvolti non da poco pure in parlamento, mentre le statistiche uscite dalla commissione De Pretis, nel 1875, confermano il primato dei delitti alla Sicilia. Nel '76 esce il rapporto della commissione Bonfadini, che delude. Ma nel medesimo anno viene stampata l'inchiesta di Raimondo Franchetti e Sidney Sonnino, ed è ancora rumore, nel paese e fuori. Ampi estratti, variamente condivisi, appaiono sui giornali francesi e d'Oltremanica. Lo storico tedesco Otto Hartwig, che è stato nell'isola nel '60, a seguito degli eventi garibaldini, con risalto ne annota i contenuti sulla "Preussische Jahrbücher" di Berlino.
E non basta. Nel '76 ancora gl'inglesi, il Times in testa, hanno motivo di rilanciare sul binomio banditismo-mafia, quando viene rapito dal bandito Antonino Leone, operante fra Villalba e Lercara Friddi, l'industriale John Forester Rose, titolare, come già il padre James, di alcune miniere siciliane. Auspice un capomafia, la vicenda si chiude con la liberazione, dietro pagamento di diecimila onze. Ma è lite fra il governo italiano e quello inglese quando, confortata dal Times, giunge la voce al capo del Foreign Office lord Derby che il brigante viene osannato nell'isola come un Robin Hood.
In senso lato, va intricandosi poi la questione siciliana, entro cui s'incasella il bubbone della mafia. È lo sconcio dei carusi nelle solfare, denunziato da Sonnino. È il feudo che tiene a onta della storia, coi modi spicci dei campieri e dei militi a cavallo. Sono le repliche di Crispi alle rimostranze dei fasci. In sostanza, la Sicilia fa notizia. E sempre più ne fanno i processi di mafia, dopo quelli memorabili agli Stoppaglieri di Monreale e ai Fratuzzi di Bagheria. Il dibattimento che si tiene a Palermo fra il 28 agosto e il 18 ottobre 1883 contro gli Amoroso e i loro sicari, accusati di nove omicidi, è seguito da decine d'inviati, italiani ed esteri.
In definitiva, è nelle cose che dei viaggiatori avvertiti, pur fedeli agli usi del Grand Tour, si esprimano sul tema. Chi per spiegare a sé medesimo la lesione; chi per aggiungere argomenti al proprio malanimo verso le società del sud, chiamando magari in causa le scienze positive; chi per condiscendere ai gusti dei lettori, mentre nell'isola e altrove la cronaca si riversa in una letteratura di genere che arieggia il feuilleton. È comune in ogni caso l'attenzione ai fatti, all'aneddotica, al dibattito italiano, che dopo Franchetti vede tra i partecipi Pasquale Villari, Giuseppe Alongi, Gaetano Mosca, Napoleone Colajanni, Giuseppe De Felice.
Il quadro delle opinioni si presenta quindi mosso, a partire da quelle radicali, che evocano un iter altalenante di censure, variamente motivate. Per la milady vittoriana Frances Elliot, nell'isola nel 1879, la mafia è il segno di un insuperabile distacco dei siciliani dai popoli civili. E sembra fargli eco, anni dopo, l'abate francese Charles De Vitis, quando raffigura gli abitanti dell'isola come vendicativi e dediti al delitto. Mentre lo svizzero Joseph Widmann, ugualmente perentorio sulle cose siciliane, punta la sua invettiva sulle donne, dicendole megere e scimmiesche. Si tratta beninteso d'un pensare sintomatico, e nient'affatto peregrino nel secondo Ottocento: non privo comunque di corrispondenze in Italia, dove sin dagli anni di Bixio, reca un peso non indifferente l'opinione piemontese. Il generale Giuseppe Govone, autore nell'isola di numerose esecuzioni, è categorico nel dire in parlamento di una Sicilia impigliata nella barbarie. E lo scandalo che ne segue è in fondo contenuto.
In altri viaggiatori la resa dei mali siciliani si presenta invece compassata, sebbene non manchino le iperboli e il colore. Nell'approccio al tema, il francese Gaston Vuillier trae certo profitto dalla frequentazione con il repubblicano Napoleone Colajanni, assertore delle origini sociali della mafia. Come altri visitatori dell'epoca, tiene nondimeno conto delle chiose del Pitré, mentre attinge alla letteratura locale, in particolare ai Profili e fotografie per collezione di un anonimo, pubblicato nel 1878 presso la tipografia del Giornale di Sicilia. L'esito, come avviene in René Bazin, che segue il medesimo iter, è quello d'una figurazione binaria fra l'aneddotica e la sociologia, il dramma della cronaca e il dettaglio etimologico, non privo di forzata amenità.

http://www.leinchieste.com/viaggiatori_e_mafia.htm