30 aprile, 2007

Un intellettuale francese moderno: Jean-Noël Schifano

(da "Il Mattino" del 29.4.2007)
Napoli, i diavoli in paradiso.
Jean-Noël Schifano: La decadenza programmata della sola città capitale d’Italia. Autori principali del crimine, Garibaldi e Cavour


Se le cronache napoletane di ogni giorno - fatte di faide, di morti ammazzati, di efferatezze varie - vi angosciano; se vi indigna l'incapacità dei pubblici poteri non dico di risolvere ma di affrontare i problemi più urgenti; se vi esasperano le mille difficoltà del vivere quotidiano ingigantite da inefficienza e menefreghismo, ebbene, sappiate che c’è chi - pur non ignorando i problemi - considera Napoli non «un paradiso abitato da diavoli», come spesso si dice citando un antichissimo proverbio, ma un paradiso tout court. Molti lettori avranno già capito che si parla qui di Jean-Noël Schifano, di cui esce in Francia domani - in una fortunata collana dell’editore Plon - il Dictionnaire amoureux de Naples, il Dizionario innamorato di Napoli (pagg. 594, euro 24,50), opera originale e frutto di anni di lavoro e nello stesso tempo una sorta di summa di tutto ciò che la passione divorante dello scrittore francese per Napoli ha rappresentato per lui, per la sua poetica, per la sua impostazione di vita.
Si tratta, come è evidente, di un vero e proprio Dizionario - e dunque si parte dalla «a» di Amelio e si finisce con la «z» di zoccola - ma il libro è anche una sorta di autobiografia, a tal punto Schifano ha intrecciato la propria vita con quella della città in cui ha vissuto per anni, prima come giovane lettore di francese, poi come direttore del Grenoble, diventando anche cittadino onorario di Napoli. Nel corso degli anni, naturalmente, Schifano ha nutrito la sua passione di letture e di riflessioni (che non sono solo sue) che lo hanno portato a conclusioni destinate certo a suscitare polemiche e discussioni (come è avvenuto anche, di recente, in occasione della riedizione delle sue Cronache napoletane da parte di Marlin): i problemi di Napoli sarebbero essenzialmente il frutto dell’Unità d’Italia, concretizzatasi - per quel che ci riguarda - in un «crimine storico»: «La decadenza programmata della sola città capitale d’Italia».

Autori principali del «crimine», Garibaldi e Cavour, cui Schifano riserva parole di fuoco, proponendo cambiamenti toponomastici e rimozioni di statue. Antecedenti: i protagonisti della rivoluzione del ’99, essendo la Repubblica partenopea «un’antistorica parodia della Rivoluzione francese». La stessa camorra non sarebbe altro che il prodotto di quello stesso «crimine storico» che l’avrebbe, nel corso degli anni, continuamente rafforzata, «per paura, incomprensione, disprezzo, indifferenza o franca collusione».

Pci e Dc sono stati «alleati oggettivi» della camorra, e oggi «saggezza e realismo» vorrebbero «che ci si servisse dei più industriosi camorristi integrandoli, poiché non si può, o non si vuole, disintegrarli». E qui, paradossalmente, le idee destrorse di Schifano trovano singolari punti di contatto con quelle del comunista Brecht (ma sono davvero così rilevanti le categorie politiche in questo contesto? ndr), soprattutto quando ricorda che quasi mai le origini delle maggiori fortune italiane sono limpide, anche se oggi chi di quelle fortune dispone è lodato e rispettato e concorre magari alle più importanti cariche istituzionali.

In assoluta controtendenza, Schifano è anche quando si fa cantore ed esaltatore di quella plebe in cui moltissimi vedono il concentrato dei mali di Napoli, laddove per lui, al contrario, «la plebe è stata sempre la salvaguardia dello spirito napoletano, della lingua napoletana, dell’immaginazione napoletana, della letteratura napoletana, della filosofia napoletana, dei più realistici movimenti della sua civiltà». «La plebe è la linfa più viva di Napoli, ed è essa che ha sempre pagato con la sua carne per salvare Napoli, e continua oggi, malgrado incomprensioni e insulti». Una vita, dunque, quella che si svolge a Napoli, sotto il segno di quello che Schifano definisce «barocco esistenziale»: «Felicità di vivere, di abitare, di respirare, di godere», «in un movimento naturale, evoluzionario e mai rivoluzionario, portati dalle onde della storia ma innanzitutto dalla porosità dell’esistenza napoletana in cui alto e basso comunicano senza tregua, nobiltà e plebe, poveri e ricchi, il ricordati-di-vivere e il ricordati-di-morire, l’antico e il contemporaneo, i bracci della scultura barocca che servono per asciugare la biancheria, le formelle romane che fanno i forni delle pizzerie, le stelle e gli stronzi, gli abitanti dei bassi hanno preso posto nei palazzi».

Naturalmente, avendo posizioni così fortemente definite, Schifano ha buon gioco nell’individuare amici e nemici, scrittori, studiosi cioè che in qualche modo rientrano nella sua visione delle cose o ne sono abissalmente lontani. Si è detto di Cavour e Garibaldi, aggiungiamoci Freud e Sartre scherniti senza riguardi, mentre i personaggi positivi sono compresi in un arco che va dall’adorato Basile a Totò, da Stendhal a Domenico Rea, da Lucio Amelio a Lello Esposito. Più che in ogni altra sua opera, Schifano indulge all’autobiografia, e lo fa in pagine che sono tra le più sentite (e felici) del Dictionnaire.

Felice Piemontese

Giuseppe Galasso il Corriere della Sera e le pesanti responsabilità civili dell'intellighenzia italiota

La replica dello storico Giuseppe Galasso a Galli della Loggia, mi dà la possibilità di intervenire su un aspetto che mi preme moltissimo, almeno tanto quanto condannare la colpevole mediocrità dei "padroni" d'Italia, i tosco-padani: concentrarmi dunque sugli ascari meridionali.

Prima di entrare nel merito della breve (ma messa in grande risalto dal Corrierone) risposta di Galasso, vediamo insieme prima il curriculum di quest'influente intellettuale napoletano: nato a Napoli nel 1929, ha insegnato nelle Università di Salerno, Cagliari e Napoli. Dal 1966 è ordinario di Storia Medievale e Moderna nell'Università di Napoli. Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia della stessa Università dal 1972 al 1979. Diverse importanti cariche politiche locali e nazionali, e collaborazioni con i maggiori quotidiani del Paese; ma ecco la chiave di volta della sua carriera: dal 1980 è presidente della Società Napoletana di Storia Patria.

Un ruolo chiave, come si può ben intuire, nel "governo culturale" della colonia meridionale.

Ed ora veniamo al suo articolo, riportato sotto: fondamentalmente, si gioca alla commedia dell'arte, nella quale Galli della Loggia, con la sua "invettiva" contro la violenza innata del popolo italiano (che una volta, per bocca dell'insigne cattedrattico Lombroso, si postulava solo per i popoli delle ex Due Sicilie... mah, sarà il rimescolamento della razza), viene superato in "laicismo pragmatico" dal filo-risorgimentale napoletano.

"La violenza? - scrive il Nostro - Ma essa è stata all'origine di tutte le democrazie moderne, da quella inglese [...] a quella francese [...]"

E certo! E noi italiani potevamo essere da meno? Anzi, la NOSTRA violenza nel reprimere il "brigantaggio" e nello spogliare il Sud (e, di rimbalzo, la violenza dei mafiosi: d'altro canto, siamo o non siamo "la patria delle più importanti organizzazioni storiche della criminalità europea"?) ha orgogliosamente superato quella di tutte le altre nazioni.

E poi, smettiamola di attribuire meriti alla Chiesa (il famoso inchino bizzarro che avevamo sottolineato nel post precedente): "Ricordo solo che la cultura cattolica a livello di massa è stata per molti decenni un ostacolo all' Italia liberaldemocratica, superato solo quando in quella cultura vi fu una piena accettazione del principio liberaldemocratico, con enorme guadagno dell'Italia e della sua libertà, ma forse anche dei cattolici."

Sicuro: da cattolico non posso che ringraziare i "liberali" ottocenteschi, e lo stesso Galasso che mi aiuta a non dimenticarmi quest'imprescindibile debito storico...

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Prendo in prestito dal grande (davvero!) intellettuale campano Giacinto de' Sivo la parola TRAGICOMMEDIA per descrivere la parabola di una penisola italiana che un tempo esprimeva pensatori come Tommaso d'Aquino e Dante Alighieri, Leonardo da Vinci e Tommaso Campanella, Giambattista Vico e Gaetano Filangieri, ed oggi deve accontentarsi di Galli della Loggia e Galante Garrone, di Eugenio Scalfari e dei vari Giuseppi Galasso della meschina colonia meridionale!



(dal Corriere della Sera del 29 aprile 2007, pag.39)

DISCUSSIONI: Una risposta a Ernesto Galli della Loggia sul rapporto fra storia d' Italia e terrorismo

Non c'è solo violenza nel nostro album di famiglia
Sbaglia chi riduce Risorgimento e Resistenza a fenomeni illegali



Sotto accusa le culture «rivoluzionarie» Nelle culture di matrice rivoluzionaria che hanno dominato la scena italiana a partire dal Risorgimento Ernesto Galli della Loggia ha individuato, nel fondo del «Corriere» di ieri, le radici storiche della persistente popolarità della violenza politica in questo Paese. Un' analisi che non trova concorde Giuseppe Galasso, di cui qui accanto pubblichiamo la replica. L'articolo di Galli della Loggia prendeva spunto dall'esposizione, durante le manifestazioni per il 25 aprile, di scritte in favore dei brigatisti rossi recentemente arrestati. Ma in generale si riferiva alla grande difficoltà che s'incontra nel tentativo d'imporre in Italia una cultura della legalità che si basi sul rispetto delle regole della convivenza democratica.

C' è una «presenza storica nella società italiana di un fondo di violenza duro, tenace, che da sempre oppone un ostacolo insormontabile alla diffusione della cultura della legalità»? E davvero gli italiani, «sorti alla statualità da un moto rivoluzionario con alcuni tratti di guerra civile», quale sarebbe il Risorgimento, se ne sono portati dietro «l' idea che a certe condizioni la violenza sia ammissibile, addirittura necessaria», cioè l' idea che «ha caratterizzato in modo netto tutte le moderne culture politiche» in Italia, dal socialismo massimalista al nazionalfascismo, al comunismo gramsciano e all' azionismo? E anche della Resistenza, fonte «della stessa legittimazione della Repubblica», si deve perciò ricordare il «mito rivoluzionario»? Quel mito, con il quale, e «con la sua cultura, la democrazia da noi non ha potuto che vivere gomito a gomito, e spesso intrecciata»? Il che sarebbe tanto vero che, se non avesse fatto eccezione, «a livello di massa», la cultura politica cattolica, «è probabile che non ci sarebbe stata neppure l' Italia democratica che invece abbiamo avuto». E si spiega quindi, con questo «germe della violenza» che «l' Italia democratica porta in un certo senso (in un certo senso?, mi chiedo) dentro di sé, nella sua storia culturale e dunque nella sua antropologia accreditata», non solo il tenace allignare del terrorismo e del brigatismo evocato anche nelle recenti celebrazioni del 25 aprile, ma perfino il fatto che l' Italia sia «la patria delle più importanti organizzazioni storiche della criminalità europea».
Confesso di essere rimasto più che interdetto a queste affermazioni di Ernesto Galli della Loggia nel suo fondo di venerdì, pur letto e riletto da me con la dovuta e meritata attenzione che porto a quanto egli scrive, anche quando ne dissento. Interdetto perché vedo qui davvero maltrattate - oltre tutto quello che a me, nel mio piccolo, pare possibile - la tradizione italiana e quella della libertà italiana.
Questo mettere insieme con il terrorismo e con il brigatismo rosso, con la mafia e con la camorra, in un rapporto stretto di filiazione o di congenialità, il Risorgimento, la Resistenza, il socialismo massimalista, il nazional-fascismo, il gramscismo, l' azionismo, il liberalismo e la democrazia italiana, nel solco di un' unica vocazione configurata come un «carattere originale» (alla Marc Bloch) della storia nazionale, anzi come una sua «antropologia accreditata», mi pare inaccettabile e del tutto fuorviante. Oltre tutto, se ne potranno fare un vanto brigatisti e terroristi, mafiosi e camorristi, abilitati con ciò a presentarsi come esponenti e prosecutori di un tale «carattere originale» o «antropologia accreditata» della storia e della gente italiana. La violenza? Ma essa è stata all' origine di tutte le democrazie moderne, da quella inglese (con le sanguinosissime e lunghe guerre civili del Seicento, l' esecuzione di Carlo I, la lunga oppressione dei cattolici, il frequente rischio della guerra civile nei primi tempi della rivoluzione industriale, e come fu in particolare fra il 1830 e il 1845) a quella francese (quattro rivoluzioni in meno di un secolo, la prima sanguinosissima, e così quella del 1870-71 con la guerra civile della «Commune», e lasciamo stare i violenti fermenti «fascistici» in tutto il Novecento).
Giudicheremo con questo metro il Risorgimento, che fu molto meno sanguinoso e violento? Bisognerà allora condannare i movimenti e le rivolte di mezza Europa all' Est e all' Ovest per l' indipendenza nazionale? E la Resistenza? Solo «mito rivoluzionario»? Io non ho il «mito» della Resistenza, ma imputare a quest' ultima la violenza e la rivolta in presenza di un' occupazione militare dalla mano, diciamo così, non leggera, mi pare incredibile. E la libertà italiana dovuta alla cultura politica cattolica a livello di massa, anziché al liberalismo e alla democrazia che furono dei Cavour e degli Einaudi, dei Mazzini e degli Amendola, dei Turati e dei Saragat, tanto per fare qualche nome? Ricordo solo che la cultura cattolica a livello di massa è stata per molti decenni un ostacolo all' Italia liberaldemocratica, superato solo quando in quella cultura vi fu una piena accettazione del principio liberaldemocratico, con enorme guadagno dell' Italia e della sua libertà, ma forse anche dei cattolici. E ricordo pure che una certa sociologia cattolica è stata la matrice di un certo brigatismo (si pensi a Trento e a Renato Curcio, per un esempio).
Ma basti qui (i motivi di tristezza della nostra vita pubblica sono già tanti!), anche se non posso fare a meno di pensare a quel che avrebbero pensato di questa visione del Risorgimento e del liberalismo italiano un Mario Pannunzio, un Rosario Romeo, uno Spadolini o un Valiani o cattolici come un Arturo Carlo Jemolo. Dopo di che sono del tutto d' accordo con Galli della Loggia sui blocchi di stazioni e autostrade e su altre amenities della permissività di un conformismo populistico e demagogico (e di una certa inclinazione di larghi settori cattolici), che non ha nulla a che fare col liberalismo e con la democrazia.

Giuseppe Galasso

27 aprile, 2007

Galli della Loggia, il Corriere della Sera e le pesanti responsabilità civili dell'intellighenzia italiota

(Sèguito di questo post)

Forti con i deboli e deboli con i forti, e soprattutto dei veri maestri nel gioco dello scarica-barile.

Per la serie "Gli intellettuali italioti", siore e siori, ecco a voi uno dei migliori e dei più colti: Ernesto Galli della Loggia.

Vi prego di apprezzare nell'articolo qui riportato, la boria tutta giacobina verso il "basso popolo" (ignorante, violento e colpevole d'ogni cosa), sapientemente mescolata ad un simulato disprezzo verso le "rivoluzioni" (non è mica vero...), un bizzarro ma utile inchino verso la Chiesa (la tesi per cui la democrazia italiana è tutta merito della "cultura politica cattolica"), ed infine la stoccata finale quando dice che insegnare educazione civica ai figli del "basso popolo" è pressoché inutile.

Sorge spontanea la domanda: che cosa trattiene il nostro brillante Gallo 'ngoppa a Munnezza dall'espatriare verso terre più civili?

E' più per un granitico senso del dovere, o forse per la consapevolezza che un lavoro tanto prestigioso e ben retribuito, gli sarebbe difficile spuntarlo altrove?


(dal Corriere della Sera, 27 aprile 2007)
Brigatismo senza fine

Perché l’Italia è l’unico Paese dell’Unione Europea dove ancora alligna, sia pure in misura assai ridotta, il terrorismo rosso e da 20 anni non accenna a scomparire? E perché sempre l’Italia è l’unico Paese dove quel terrorismo sembra essere in grado di godere ancora oggi di un’area più o meno vasta di consenso? Le celebrazioni milanesi del 25 Aprile, con la loro appendice di slogan e di cartelli filo-Br, ripropongono questi imbarazzanti interrogativi che come fantasmi ci inseguono da decenni. Ai quali è impossibile rispondere senza fare i conti con una questione più generale: quella della presenza storica nella società italiana di un fondo di violenza duro, tenace, che da sempre oppone un ostacolo insormontabile alla diffusione della cultura della legalità. Non è un caso se l’Italia è la patria delle più importanti organizzazioni storiche della criminalità europea.

La sfera politica italiana è stata segnata profondamente dalla violenza. Sorti alla statualità da un moto rivoluzionario con alcuni tratti di guerra civile, come per l’appunto fu il Risorgimento, l’idea che a certe condizioni la violenza sia ammissibile (addirittura necessaria) ha caratterizzato in modo netto tutte le moderne culture politiche che hanno visto la luce nella penisola, che affondano le radici nella realtà più autentica della nostra storia: il socialismo massimalista, il nazional-fascismo, il comunismo gramsciano, l’azionismo. Tutte culture che in un modo o nell’altro si sono alimentate e hanno alimentato il mito della rivoluzione, qualunque fosse l’aggettivo che poi le veniva appiccicato.

A livello di massa, in pratica, ha fatto eccezione solo la cultura politica cattolica. Se non ci fosse stata la quale, come si sa, è probabile che non ci sarebbe stata neppure l’Italia democratica che invece abbiamo avuto.

Ma la storia non è acqua. L’Italia democratica, pure se tale, è stata pur sempre figlia di una vicenda che aveva sviluppato un’antica e lunga contiguità con la violenza, nella forma, come ho detto, del mito rivoluzionario (all’origine, non da ultimo, con la Resistenza, della stessa legittimazione della Repubblica).

La democrazia da noi non ha potuto che vivere gomito a gomito, e spesso intrecciata, con questo mito e con la sua cultura, entrambi opportunamente trasfigurati nella dimensione dell’«utopia», ancora oggi considerata dal senso comune politico italiano quanto di più nobile e degno la politica possa mettere in campo. Mentre lo Stato di diritto, da tutti a chiacchiere omaggiato e riverito, nei fatti commuove l’animo solo di sparute, sparutissime minoranze: quanti sono infatti, ancora oggi, quelli (a cominciare dal ministro degli Interni, si chiami Pisanu o Amato) che di fronte al blocco di una stazione da parte di un gruppo di scioperanti o alle truffe delle certificazioni sanitarie degli impiegati pubblici invocano il pugno della legge?

In realtà, il germe dell’illegalità e di quella sua manifestazione estrema che è la violenza l’Italia democratica lo porta in certo senso dentro di sé, nella sua storia culturale e dunque nella sua antropologia accreditata. Ed è per questo che non le è mai riuscito e non le riesce neppure oggi di estirparlo.

Può, per fare un esempio, cercare di insegnare l’educazione civica a scuola, ma nello stesso momento in cui lo fa mostra pateticamente quanto lei per prima creda poco ai suoi precetti non riuscendo a impedire in quella stessa scuola il venir meno di ogni norma di condotta, lo scatenarsi della più generale indisciplina. Non è il solo paradosso.

C’è pure quello per cui l’Italia è il Paese dove più attecchiscono le parole d’ordine del pacifismo e la predicazione della non violenza ma insieme è anche quello dove rispetto al resto d’Europa più diffusa è la pratica dell’illegalità di massa e più frequente risuona l’esaltazione della violenza o la tolleranza di fatto nei suoi confronti: con una contraddizione solo apparente, però, dal momento che all’origine di entrambi i fenomeni c’è sempre il medesimo retaggio utopico della nostra cultura, sia pure diversamente declinato. Nonché, a custodire e perpetuare quel retaggio, l’involucro di una statualità debole che di fronte alle simpatie filo-Br di Milano dice per bocca del suo ministro degli Interni che sì, in effetti «c’è di che preoccuparsi» ma non se la sente di promettere nulla di più.


Ernesto Galli della Loggia

Discarica Lo Uttaro - paradigma del Sud



Non c’è legge che tenga per i meridios
La battaglia de Lo Uttaro è persa


Lo Uttaro è stato preso da Bertolaso con una vera e propria operazione militare e con grande dispiegamento di forze. Alle cinque del mattino un contingente di carabinieri, polizia di stato e finanzieri ha conquistato manu militari l’area. Tutta la zona era circondata dagli agenti in assetto antisommossa appoggiati da defender blindati. Nulla è stato lasciato al caso sono state portate persino le autoambulanze per i feriti. Tanto spiegamento per un gruppo di venticinque uomini e donne che presidiava pacificamente di notte la discarica intorno al falò. Uomini e donne che avevano scelto di proclamare i propri diritti senza violenza.

Per giorni una coalizione di cittadini, associazioni e partiti ha difeso il sito più inquinato d’Italia dopo Seveso, stazionando tra miasmi infernali, montagne di immondizia e polvere. Il presidio eretto in origine dai giovani comunisti era diventato l’avamposto di tutti senza distinguo politici in una terra desolata. Questo spettrale non luogo è riuscito tuttavia a rendersi stranamente familiare come un cortile di casa. Tutti insieme, giovani di sinistra e vecchi di destra, ambientalisti e casalinghe, preti e laici, con tensioni e paure l’hanno difeso vegliando la notte e stendendosi per terra contro i camions in una riedizione casertana della foto di Tien A Men. Dal paradossale quartiere generale fatto di rifiuti una libera compagnia di cittadini di Caserta, S.Marco, S.Nicola e Maddaloni ha deciso di sfidare i signori dell’immondizia ed i loro sgherri.

Una speranza di libertà agitata malgrado l’isolamento che si è voluto stendere contro i dissidenti da una propaganda di regime, una verità finita sotto gli anfibi dei celerini che hanno travolto con la forza i nostri gazebo ed aperto il varco ai fetidi TIR dell’ACSA CE3. Una sequela infinita di trasporti di materiale puzzolente si è diretto nella discarica senza essere sottoposto ad alcun controllo, senza essere pesato, senza sigilli, con il percolato che colava.

Tutto questo in un cantiere ancora da mettere in sicurezza e considerando carta straccia lo stesso protocollo tanto vantato dal sindaco Petteruti.

I nostri peggiori incubi si stanno concretizzando, mentre la discarica Mastropietro si riempie di rifiuti il generale Bertolaso requisisce un'altra cava, la Mastroianni, a pochi metri per fare un altro immondezzaio. Il commissario ha parlato con lingua biforcuta e non tiene fede ad alcun patto. Caserta è una riserva indiana dove scaricare tutta la schifezza del mondo e non c’è legge che tenga per i meridios.

Pasquale Costagliola

Presidente Associazione Terra Nostra

Delegazione Neoborbonici Terra di Lavoro

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26 aprile, 2007

Il "Katechon", il risorgimento e i cristiani italioti

Tra i vari approcci revisionistici alla storia del cosiddetto risorgimento italiano, quello "cristiano tradizionalista" è indubbiamente uno dei più completi e convincenti: più di quello puramente "nazionalista duosiciliano", e anche più di quello puramente "economicista", che nella versione marxista vede il suo massimo esponente nel prof. Zitara.

Il più completo e anche il più scomodo, perché costringe a rigettare e a ripensare radicalmente la storia dell'uomo (soprattutto quella moderna), intesa secondo Vico e Hegel come conoscenza scientifica della volontà e dell'azione umane, e centrarla (di nuovo, dopo un bel po' di decenni) nell'incarnazione di Dio sulla terra, nel sommo paradosso costituito da Gesù Cristo.
Sottolineiamo polemicamente che questo approccio è ritenuto esagerato e NON indispensabile, a cominciare dalla stragrande maggioranza dei cristiani italioti moderni, i quali si arrabattano a cercare argomentazioni per "convincere le persone ad avvicinarsi alla fede" e non si accorgono di essere spesso percepiti (spiace dire: a ragione) come NON realistici e NON autorevoli.



Dunque, Katechon... sarebbe a dire?

Nel Nuovo Testamento, in particolare nel libro dell'Apocalisse, viene rivelato che alla fine dei tempi apparirà l'Anticristo sulla Terra, il quale riuscirà (quasi) a disperdere l'intera umanità.
Ad opporsi all'Anticristo, che per diversi secoli è stato tenuto "in catene" (tra l'altro, nella splendida tradizione presepistica napoletana, proprio sotto la roccia dove si allestisce la nascita del Bambiniello, in una grotta viene posto Satana, rigorosamente incatenato a due ceppi), è stato appunto il Katechon, che in greco significa "colui che lo trattiene".
Secondo il luminoso padre della teologia cristiana, il napolitano Tommaso d'Aquino, il Katechon è da intendersi in senso squisitamente politico: l'argine al potere del "principe di questo mondo" altro non è che l'Impero Romano, trasformatosi in Impero cristiano.
Mumble mumble... facciamo due conti: il Sacro Romano Impero fu definitivamente cancellato dalla faccia della terra con la Prima Guerra Mondiale e la sconfitta dell'Austria asburgica.
Stando alla deduzione-intuizione di s. Tommaso, è proprio quello il momento in cui l'Anticristo si libera definitivamente dalle catene e comincia a sgranchirsi le gambe... (e in effetti è esattamente in quegli anni che, ad esempio, "sorge" il più disumano tra i regimi politici europei: la Russia bolscevica).
Ok... ma fermiamoci ad un attimo prima della debacle finale del Katechon, e cioè all'unificazione d'Italia: possibile che i cristiani italioti non si accorgano (e non urlino la tragedia ai quattro venti!), che una delle spallate decisive al Katechon fu la conquista militare e l'annullamento del Regno delle Due Sicilie, che (non ci stancheremo mai di ripeterlo) era uno Stato plurisecolare e prestigioso, indipendente, prospero e pacifico, e costituiva la "via alternativa cristiana cattolica" al progresso civile proposto dalle due superpotenze dell'epoca (Inghilterra e Francia), e che la sua apocalisse (vera e propria, anche se in miniatura) ha generato una "questione meridionale" mai più rimarginata?
Possibile che la "salvaguardia" di quest'impresentabile e grottesco Stato italiano, risorgimentale e antifascista, costituisca un freno per dire semplicemente le cose come stanno?
Gesù aveva insegnato agli uomini di parlare solo con "sì sì no no", cioè preferendo sempre la cruda evidenza della verità ad inutili e fuorvianti "commenti personali", soprattutto quando le opinioni soggettive si sostituiscono e persino ribaltano i fatti oggettivi.
I cristiani italioti, che ignorano quest'indicazione impartita dal Verbo in persona, come si sentono con le loro coscienze?

24 aprile, 2007

Sud, Mediterraneo e blabla

(da L'ALTRA SICILIA - ANTUDO
Movimento politico dei Siciliani "al di qua e al di là del Faro")


Il professore Bertinotti e la lezione di geografia


In cosa può rendersi utile il Sud Italia e la Sicilia per un comunista italiano tutto d'un pezzo come Bertinotti?
Bel discorso quello del presidente della camera all'università Kore di Enna del 3 aprile scorso. Peccato che nessuno gli abbia allegato una cartina geografica del Mediterraneo insieme ai fogli del discorso.
Certo ci regala perle inestimabili, come ad esempio l'esaltazione della vergogna dell'emigrazione meridionale che secondo lui è da vedere positivamente perché ha favorito l'emancipazione... di cosa? Della razza terrona? Passando poi anche per il riconoscimento dei grandi meriti dell'assistenzialismo, che sempre secondo lui non ci ha ridotti ad accattoni. No: è stata una 'forma di compensazione'.
Compensazione per cosa? Ed a chi è servito questo 'riflesso di stato sociale' (parole sue), a chi ha giovato questo vivere dell'altrui riflesso splendore?
Ma poi ecco che riesce a stento a trattenersi e lascia scivolare tutto il suo menefreghismo ed il suo malcelato contegno per i buzzurri terroni. Ecco che arriva la verità: 'e il Mezzogiorno può essere una grande opportunità se l'Europa sa guardarlo come un ponte verso le culture del Mediterraneo'
Caro Bertinotti, dicevamo ripassati la geografia: noi non siamo un ponte verso le culture del Mediterraneo. Noi SIAMO il Mediterraneo. Il suo centro per l'esattezza. Ed il tuo ponte non sono altro che le zattere di quei disperati che lì a Roma voi vi giocate come lenticchie alla tombola di Natale, mentre sbavate pensando ai voti che potrebbero portarvi ed ai soldi che vi faranno guadagnare lavorando IN NERO nelle vostre fabbrichette.
Ecco a cosa ti serve il Sud: come comodo corridoio per i tuoi carri bestiame caricati a voti.
Applausi finali.



Il Consiglio dell'Abate Vella

22 aprile, 2007

Per sempre...





Publius vive con dolore l'andazzo dei nostri tempi dove il rimbellicimento è generale e solo pochi sono in grado di apprezzare il reale valore della vita


Non so se valga la pena di dirvi quello che vi dirò perchè ho la chiara coscienza di parlare a una massa di ignoranti con il cervello andato in acqua, ma parlo solo per rispetto verso quei quattro o cinque che non appartengono alla maggioranza degli imbecilli. Questa poesia e l'ultima pillola delle due precedenti ed è riferita metaforicamente al “nulla”. .......



Per Sempre

Che certe cose da altre derivano,

non abbiamo bisogno di calcolo

né di alcun genere di teorie.

Che nell'infinita rete delle modificazioni

vi sian esseri che discendono da altri esseri,

è talmente ovvio che ci si domanda:

come è possibile che vi sia sempre ancora

qualcuno che dubita dell'Immenso?

Che io provi a fantasticare dell'inizio dei tempi

oppure della fine del mondo,

le difficoltà son sempre le stesse:

la ragione non ce la fa a venirmi dietro.

Forse potrei tentar con l'intuizione,

come se la ragione fosse solo la rincorsa

e l'intuizione il balzo necessario per giungere alla verità.

A meno che, stanco, non mi riposi

Per....Sempre.

_________________publius

20 aprile, 2007

Il risorgimento, ovvero "quando l'autorevolezza sta (solo) dalla parte dei vinti"

Faccio seguito al post sulla politica diffamatoria della massoneria inglese ed internazionale verso il Regno delle Due Sicilie, pubblicando anche la replica ufficiale del Nostro Governo.

Questa lettera, pubblicata il 29/8/1851 sul Giornale Ufficiale Delle Due Sicilie, fece immediatamente il giro dell'Europa, e tutti gli Stati non palesemente manipolati dalla massoneria, parteciparono alla difesa del Nostro Stato contro le ingiurie inconcepibili di un gruppetto di "lord inglesi".
Peccato che a scuola nessuno ce ne abbia mai parlato e tuttora si sorvoli sopra eventi tanto centrali...


Vi prego di notare particolarmente lo stile dignitoso ed alto con cui è redatta questa lettera: quando nei libri di storia si studia il patriottismo ottocentesco, non si dovrebbe piuttosto fare riferimento a quello Nostro, piuttosto che ad altri?

L'ultima frase dell'epistola, che fa riferimento all'opuscolo inviato a tutte le corti europee con le smentite del nostro Governo alle accuse di Gladstone (che, ricordiamo, afferma che il nostro Regno sia nientemeno che "la negazione di Dio eretta a sistema di governo), è davvero esemplare:
"...opuscolo pel quale sono smentite, e vittoriosamente messe nel nulla, con documenti autentici e col ricordo delle prescrizioni e delle nostre leggi, le calunniose diatribe del signor Gladstone, onde, fatti essi avvertiti del vero, SI ASTENESSERO DALLE PRATICHE LE QUALI RIESCONO SEMPRE RIPRENSIBILI QUANDO AL VERO IL FALSO VUOLSI SOSTITUIRE".

Come dire: oh inglesi, imparate la civiltà da noi ;-)

















LA METAFORA DEL SAGGIO







Continuano i contributi di Publius Valerius.



C'era una volta un cinese molto ricco che aveva due nipoti avidi e cattivi. Il bravo uomo, temendo giustamente che questi suoi parenti lo volessero depredare, pensò bene una notte di seppellire tutte le sue ricchezze in giardino. Ma il giardino era vastissimo e il cinese non ebbe il buonsenso di contrassegnare il luogo dello scavo con un segnale chiaro e inamovibile. Si limitò a infilare nel terreno una canna di bambù che venne ben presto spazzata via dal vento. Figuriamoci la disperazione del ricco cinese quando non vide più il segnale: non si raccapezzò più. Né si rassegnò, perché trascorse il resto della vita a scavare il suo giardino, giorno dopo giorno, nella vana ricerca del proprio tesoro.


N.B.


Dice il saggio: coloro che hanno riconosciuto il mutamento non osservano più le singole cose, bensì l’eterna ed immutabile legge del divenire, cioè: il senso, il corso delle cose, l’uno in tutto, il Singolare nell’universale, il molteplice. Affinché si realizzi il divenire occorre una decisione fondamentale. Questa decisione è, l’inizio primordiale di tutto ciò che è, letteralmente t’ai chi.

P.S.

Dato un piano (alfa) e due rette ortogonali a e b, chiamate rispettivamente asse delle ascisse e asse delle ordinate, è sempre possibile individuare un punto P del piano come punto d'incontro di due rette parallele (Euclide).





Meditate gente meditate.....





PUBLIUS

18 aprile, 2007

La Creazione, l'essere e il nulla.

Publus Valerius Poplicola ci parla....attraverso i suoi scritti potremmo trovare la via per uscire dalla melma......



La Creazione


In principio c'era Aristotele, e i corpi in quiete tendevano a rimanere in quiete, e presto tutto era in quiete, e "Dio" vide che ciò era noioso. Poi "Dio" creò l'ateo, e ci fu il principio e il principio era il quanto e tutte le cose furono quantizzate, ma alcune cose erano ancora relative e "Dio" vide che ciò creava confusione.


L'essere


Poi si è potuto affermare che la più alta lode di "Dio" sia stata la negazione dell'ateo, che trovava la Creazione tanto perfetta da poter fare a meno d'un creatore. Ciò ha indotto a prendere seriamente in considerazione la possibilità che l'universo ha avuto inizio in un istante del passato posto ad una distanza finita del presente,


Il nulla


ossia la concezione dell'agire atea del presente. Ne deriva che, ogni azione di carattere pubblico che non sia usuale viene considerata sbagliata, oppure, se è considerata giusta, costituisce un precedente pericoloso. Ne consegue che non si dovrebbe far nulla per la prima volta.



Non temere di percorrere una lunga strada, se sei diretto verso coloro che hanno qualcosa da insegnarti. (Isocrate)
Publius Valerius Poplicola

Italia ed Europa contronatura


Dopo aver ricostruito, al di là di tutte le menzogne strumentali ed ideologiche, che il Sud borbonico era "un angolo di paradiso", è il caso di confrontare la situazione di allora con quella attuale, dopo un secolo e mezzo di "progresso".

E poi trarre con urgenza qualche conseguenza logica sulle pratiche contronatura che l'uomo compie sistematicamente da un po' di tempo in qua, e passare in fretta all'azione per salvare il salvabile!



(dal corriere.it del 17.4.2007)
Ai primi posti gli scandinavi, in coda i paesi «mediterranei»
Italia, il popolo più infelice d'Europa
Poca fiducia nelle istituzioni e nell'avvenire: uno studio della Cambridge University ribalta lo stereotipo del Belpaese

CAMBRIDGE (REGNO UNITO) - Un tempo era conosciuto come il paese della «dolce vita» dove, nonostante l'instabilità politica e sociale, si viveva bene e i suoi abitanti sapevano godersi la vita. Ma qualcosa sarà cambiato nel Belpaese visto che secondo uno studio condotto nel 2004 da scienziati della Cambridge University su un campione di 20.000 cittadini del Vecchio Continente residenti nei 15 Stati che nel 2004 facevano parte dell'Unione Europea, gli italiani sono il popolo più infelice (guarda la classifica).

STUDIO - Secondo lo studio il popolo italiano non è solo il popolo più infelice, ma si classifica al quartultimo posto in una parallela classifica che calcola il tasso di soddisfazione e di appagamento delle popolazioni europee: gli italiani infatti sono più soddisfatti solo dei francesi, dei portoghesi e dei greci. L'infelicità dei cittadini del Belpaese deriverebbe dalla mancanza di fiducia nelle istituzioni, nel sistema sociale e nell'avvenire. «L'idea che i popoli più felici siano quelli che vivono in luoghi ameni come quelli che si trovano sul Mediterraneo è falsa» commenta Luisa Corrado, la ricercatrice che ha guidato lo studio. «Italia, Portogallo e Grecia sono costantemente agli ultimi posti in questi due classifiche che segnalano il tasso di felicità e soddisfazione delle popolazioni europee».

I PIU' FELICI - La classifica ribalta un altro stereotipo: è falso che le popolazioni nordiche siano infelici, ma è vero il contrario. Il popolo più felice infatti in Europa è quello danese seguito da quello finlandese e dagli irlandesi. I danesi raggiungono un livello di felicità pari a 8,3 su un massimo di 10, mentre finlandesi e irlandesi si fermano rispettivamente a 8,1 e 7,98. Gli Italiani invece, ultimi in classifica, raggiungono un magro 6,27. I danesi si sentono felici perché hanno una grande fiducia nelle istituzioni e nel loro sistema sociale. Nonostante la politica danese sia considerata dai cittadini qualcosa di molto «noioso» essa è apprezzata perché riesce a mantenere una bassissima disoccupazione e perché al suo vertici vi è la famiglia Reale, molto amata dai sudditi danesi.

FIDUCIA - L'elemento centrale per essere felici, secondo Luisa Corrado, non è la ricchezza, ma la fiducia: «Lo studio mostra che avere fiducia nella società in cui si vive è veramente importante. I paesi che ottengono i migliori risultati in questa classifica della felicità sono anche quei paesi che credono nelle proprie istituzioni, nelle leggi e in tutto ciò che rappresenta il proprio paese». Un altro elemento interessante che si recupera da questo studio è che le donne europee si dichiarano molto più felici e soddisfatte della propria vita rispetto agli uomini che vivono nel Vecchio Continente.

Francesco Tortora

I "CARABINIERI" DEL RE DI NAPOLI


Si direbbe che questo testo provenga da ambienti meridionalisti e simili....

invece si trova sul sito della associazione nazionale Carabinieri...

sorprendente anzicheno..
ne consiglio la lettura a tutti coloro i quali celebrano la venuta di Garibaldi come unico fatto storico degno di nota nelle loro terre.
Nei secoli XVIII e XIX, in Italia,il moto migratorio non avveniva dal Sud verso il Nord, ma al contrario poiché,all’epoca, il Meridione d’Italia (in particolare la Campania e la Sicilia) per clima, bellezze naturali, fertilità della terra,stabilità politica ed abbondanza di manodopera, era diventato un angolo di paradiso per quanti desideravano una migliore qualità di vita o rendere più florida la loro posizione economica. In questa corsa verso il Sud, i più numerosi furono gli svizzeri. I primi arrivarono nella seconda metà del settecento come mercenari. L’arruolamento, detto: «Capitolazione», avveniva direttamente con i rappresentanti dei vari Cantoni. I mercenari svizzeri per capacità, disciplina ed affidabilità,erano i più richiesti dai regnanti, anche dal Papa. Il 20 agosto 1859, il Generale napoletano Alessandro Nunziante(Aiutante del Re e suo intimo consigliere) forse per togliere alla monarchia, in previsione del suo tradimento,truppe fedeli e bene addestrate convinse il Sovrano (Francesco II), a sciogliere tutti i Corpi svizzeri (quattro Reggimenti). Il Re, tuttavia, su consiglio del Generale elvetico Giovan Luca Von Mechel (un Ufficiale coraggioso ed ostinato) istituì la Brigata «Von Mechel», composta da mercenari svizzeri ed articolata su tre Battaglioni di «Carabinieri». Questi, però, avevano in comune solo il nome, con quelli di Vittorio Emanuele II. È probabile che il Sovrano li volle chiamare così, anche perché affascinato dalla già nota validità di quelli piemontesi. In ogni modo i Carabinieri del Regno di Napoli, non tradirono le aspettative di Francesco II perché si batterono come leoni, sui campi di battaglia ed in altre occasioni (evidentemente l’appellativo «Carabiniere» è ovunque e comunque sinonimo di dedizione, ardimento e forza d’animo). Il loro valore e fedeltà si manifestò,in particolare, il 28 maggio 1860quando furono impiegati nei combattimenti a Corleone (Palermo) e nel Capoluogo siciliano (a Porta Termini). Il 31 successivo, il vecchio Generale napoletano Ferdinando Lanza, nonostante una grande superiorità numerica firmò,incomprensibilmente (ma non molto, alla luce della sua minore fedeltà al Sovrano),la resa di Palermo e pochi giorni dopo quella della Sicilia. Tale capitolazione fu sfavorevolmente commentata anche all’estero ed il giornale umoristico francese:«Chiarivari», pubblicò un «cartoon»nel quale erano raffigurati un soldato, un ufficiale ed un generale dell’esercito borbonico. Il primo aveva la testa di un leone,il secondo quella di un asino ed il terzone era completamente privo. Dopo le«esperienze» siciliane, i Carabinieri napoletani fecero ritorno sul Continente combattendo, ancora una volta intrepidamente,a Caiazzo (Caserta), Dugenta (Benevento) ed a Maddaloni (Caserta). I loro ultimi scontri armati avvennero a Gaeta (Latina) dove tramontarono, definitivamente,le speranze di salvare il più antico Regno d’Italia. Anche in questa circostanza, nel caos generale, i Carabinieri del Re di Napoli agirono da protagonisti e superando numerose difficoltà scortarono, fino a Roma, personaggi di rilievo e fra questi il Generale Vial, Governatore di Gaeta e lo stesso Generale Von Mechel che, malato, aveva ceduto il comando della Brigata Carabinieri al Colonnello de Mortillet. Nel XVIII secolo, gli svizzeri giunti nel Meridione d’Italia non furono solo mercenari,ma pure imprenditori, artisti, architetti,ricercatori, tecnici, banchieri,orologiai, commercianti ed anche pasticcieri. Questo spiega perché ancora oggi,in qualche città del Sud, troviamo aziende od esercizi commerciali con nomi della svizzera tedesca. Il caso più sensazionale è certamente quello del bernese Theodor Von Vittel,venuto nel Capoluogo Campano come tecnico ferroviario. Inseguito sposò Rosetta Inserillo,una graziosa «guagliona» partenopea figlia di un «maccarunaro» (produttore di pasta alimentare).Dopo il matrimonio,il sig. Von Vittel incominciò lavorare nell’azienda artigianale del suocero, sviluppandola sotto il profilo tecnico,senza trascurare la qualità del prodotto: i maccheroni! Infatti,mise in atto l’accorgimento, dimostratosi molto valido, di trafilarli con lo scirocco ed asciugarli con la tramontana. Quando la produzione del pastificio Von Vittel incominciò a diventare ragguardevole,l’interessato intuì che nel Meridione una pasta alimentare con un nome tedesco,non poteva aveva molto futuro e di conseguenza, nel 1879, «napolitanizzò» il nome in «Voiello», facendo tanta fortuna. In conclusione, tra Carabinieri, artisti, imprenditori,pastai, ecc., gli svizzeri immigrati nell’Italia Meridionale hanno lasciato un buon ricordo, «onorato» anche dagli eredi che ancora vivono nell’«Eden»«scoperto» dai loro progenitori.
Andrea Castellano

16 aprile, 2007

Sequestrate aziende per truffa nel vibonese



Ma che belle notizie... LA Calabria è ormai una zona franca che sfugge a qualsiasi legge. Chi rispetta la legge, in Calabria, è solo un coglione che non ha capito come vanno le cose. Sono altre le vie da seguire per avere successo nella paradossale società Calabrese di inizio millennio.


Sei aziende,tra cui quella del presidente della Camera di Commercio di Vibo Valentia, sono state sequestrate dai militari della Guardia di Finanza che hanno denunciato a vario titolo sessantasette persone per truffa ed evasione fiscale. I provvedimenti di sequestro sono stati emessi dal Giudice per le indagini preliminari del tribunale di Vibo Valentia, Francesca Romano, che ha accolto la richiesta del sostituto procuratore della repubblica, Sisto Restuccia. Le indagini hanno avuto inizio nel gennaio del 2005 quando i finanzieri hanno compiuto una serie di verificale fiscali nei confronti di sei aziende del vibonese. Dagli accertamenti è emerso che queste, attraverso false fatturazioni e con finti aumenti di capitale, avevano ottenuto dei finanziamenti per un valore complessivo di diciotto milioni di euro. I finanzieri hanno scoperto l'esistenza di trentacinque aziende, sparse per tutto il territorio italiano, la cui attività esclusiva era quella di emettere fatture false per prestazioni inesistenti o fornitura di materiali mai avvenuta. Gli imprenditori delle aziende sequestrate, inoltre, con le false fatture hanno anche ottenuto dell'Iva a credito per un importo complessivo di oltre 2 milioni di euro. Con l'emissione del provvedimento di sequestro i finanzieri sono riusciti a bloccare anche una ulteriore parte di fondi, pari a 5 milioni di euro, che stava per essere accreditata agli imprenditori. Tra le 67 persone denunciate ci sono i titolari delle 35 società che emettevano le false fatture, gli imprenditori che hanno percepito illecitamente i fondi, e tre professionisti incaricati da Vibo-Sviluppo, che gestisce i finanziamenti del patto territoriale, che hanno compiuto delle false verifiche nelle sei aziende sequestrate.
fonte:

15 aprile, 2007

Preghiera per i soldati di Civitella del Tronto

Non potevo credere ai miei occhi...
Su Il Foglio di quel volpone di Ferrara, ANNO XII NUMERO 67 - PAG 2 - MARZO 2007

Tutti in piedi!



14 aprile, 2007

Panzerotti


Questa ricetta è un pò più complicata delle altre e richiede un pò di tempo, quindi vi consiglio di farli quando sarete liberi da ogni impegno.
Occorrente: 1,5 kg di massa (si compra al panificio)
2 mozzarelle
1 pelato da 300 gr.
3 euro di tritato
4 uova
sale e pepe
Premetto che i seguenti passi vanno fatti la mattina.
Per cominciare prendete la carne macinata e mettetela in una padella con un pò di olio, fatela cucinare aggiungendo sale e pepe e infine versate le uova precedentemente sbattute. Fate amalgamare tutto insieme e lasciate raffreddare. Prendete due scolapasta e due coppette. In uno tagliate la mozzarella a pezzettini e mettetela a scolare, nel secondo mettete a scolare il pelato. Ora prendete la massa e dividetela in diverse palle. Prendetene una e stendetela con il mattarello. Prendete una tazza da latte e formate delle ruote piccole. Fate lo stesso per tutta la massa. Ora prendete la carne precedentemente cotta e riempite tante ruote quata è la carne. Chiudete in due le ruote e con la forchetta sigillate i bordi. Friggete in abbondante olio bollente (friol è il più indicato).
Ora tocca a quelli di provolina. Sulle restanti ruote mettete sale (poco), qualche pezzetto di mozzarella e un pò di pelato. Aggiungete un cucchiaino di formaggio e chiudeteli come avete fatto per quelli di carne altrimenti si aprono e esce tutto il ripieno. Friggete nello stesso olio bollente.
Si consiglia di mangiarli subito appena fritti, e serviti con un bel bicchiere di birra fredda.
Buon appetito.
Questa e altre ottime ricette potete trovarle su

12 aprile, 2007

Sergio Romano, il Corriere della Sera e le pesanti responsabilità civili dell'intellighenzia italiota

"L'Italia moderna, di fatto, non è nemmeno la pallida imitazione dell'Italia che, seppure politicamente divisa, costituiva il faro di civiltà per le nazioni occidentali."

Difficile contestare quest'amara affermazione, vero?

E allora, perché non cominciamo (meglio tardi che mai) ad analizzare seriamente le ragioni di questa nostra vergognosa involuzione, piuttosto che nasconderci ancora dietro una retorica tanto stantia quanto offensiva.

Che ne dice, dott. Romano?


(dal corriere.it)
Lettere al Corriere
Caro Romano, ho letto qualche giorno fa a Parigi un'intervista al nostro ministro degli Esteri che, a proposito dei militari italiani in Afghanistan, ha fatto riferimento all'ormai stucchevole luogo comune dell'esercito di Franceschiello. Credo che l'Italia sia uno dei pochi Paesi che voglia cancellare ogni memoria storica riferita al Risorgimento. Nella guerra non di liberazione ma di conquista del Sud da parte del Regno di Sardegna, l'esercito di Franceschiello ha combattuto e resistito a oltranza soprattutto nei suoi quadri più bassi visto che gli alti ufficiali o erano incompetenti o, erano stati già comprati con la chimera dei tempi nuovi. Se la situazione di oggi è quella che è non credo che tutta la colpa sia di Franceschiello. Spero che queste «frasi fatte» escano una volta per tutte dal linguaggio comune.
Nino Alimenti , gaetano.alimenti@tiscali.it
(Movimento Neoborbonico Delegazione Romana)

Risposta
Sono pronto a darle ragione sull'uso della frase, divenuta ormai in effetti un luogo comune. Ma sono assai meno disposto a considerare il Risorgimento, al Sud, una «guerra di conquista». Non lo pensavano né gli esuli napoletani, né la migliore borghesia del Sud, né, soprattutto, Benedetto Croce. E credo che non pensi così neppure Giuseppe Galasso, oggi uno dei maggiori storici del Mezzogiorno.



Ah, se invece il mediocre Corrierone nazionale pubblicasse questa lunga lettera del prof. Falco...




(dalle lettere ai Neoborbonici: www.neoborbonici.it)
Cari Borbone,

se agli occhi dei contemporanei ci sono degli individui che meritano senz'altro l'appellativo poco lusinghiero di "cattivi", quelli siete voi.
Sì, proprio voi, intorno a cui, ancora al tempo che vedeva la vostra dinastia "folgorante in solio", un illustre politico inglese, Lord Gladstone, ebbe a pronunciare un giudizio che tuttora vi schiaccia come un macigno. Beh, a dire il vero il "buon" Lord tale giudizio l'aveva formulato sul sistema carcerario vigente nel Regno delle Due Sicilie, definito come "la negazione di Dio eretta a sistema". Tuttavia è fin troppo evidente che con esso si intendesse stigmatizzare e condannare senza appello la vostra condotta, il vostro MODUS IMPERANDI, se così posso dire.
Ma, per restare al vostro tanto vituperato e riprovevole sistema carcerario, a costo di fare torto a un così probo uomo come Lord Gladstone, debbo far notare (seppur sommessamente) che esso, invece, risultava essere, per quei tempi, tra i meno terribili e disumani del continente europeo. E non basta: da recenti studi è emerso perfino che i Borboni "progettarono, prima d'ogni altro stato europeo, una riforma in tal campo che tenesse conto delle esigenze elementari dei carcerati e della necessità di educarli, al fine di permettere loro di iniziare una nuova vita, una volta espiata la pena"[1].
Probabilmente il buon Lord - che Dio l'abbia in gloria! -, aveva presente più il sistema carcerario austriaco, di cui Silvio Pellico ha lasciato un ben noto resoconto, che il vostro. Il quale pure, naturalmente, aveva le sue pecche. Ma tra un bagno penale come quello, ad esempio, della pur famigerata e temuta piazzaforte di Pescara ne un lager ANTE LITTERAM come quello dello Spielberg ce ne correva, di differenza! Non parliamo, poi, dei bagni penali che la Francia aveva oltre oceano. Quello denominato Bagne de Cayenne, per esempio, non costituiva certamente un modello da seguire. Ma sembra che in un certo momento storico tutto ciò che riconduceva ai Borboni fosse esecrabile.
Chissà se al Gladstone, mentre formulava il suo non proprio del tutto disinteressato giudizio sul vostro modo di governare, sarà mai venuto da pensare al volto assunto dal colonialismo inglese nei domini asiatici, americani ed europei (leggasi "Irlanda") dell'Union Jack. Chissà se l'encomiabile gentiluomo ha mai scavato nel glorioso passato del suo Paese e sia stato portato a riflettere, per un solo momento, che nemmeno la dinastia dei Tudor, a essere obiettivi, aveva dato prova, nel corso della sua storia, di umanità e tolleranza. Che dire, infatti, tanto per soffermarci su due tra i personaggi più eminenti di tale Casata, del comportamento di Enrico VIII e di sua figlia Elisabetta I? (Sua Maestà "Maria la Sanguinaria" mi perdonerà se non faccio menzione né di lei né delle "imprese" che le valsero cotanto appellativo, ma i suoi cinque anni di regno - durante i quali fece "giustiziare" appena trecento dissidenti religiosi - sono poca cosa, di fronte a quelli più lunghi e incisivi dell'augusto genitore e dell'altrettanto augusta sorella).
Il sovrano, in polemica con il Papa, che indugiava a concedergli la dispensa che gli aveva chiesto per separarsi da Caterina d'Aragona, sua prima moglie (che comunque provvide a mandare via), non si fece scrupolo di fondare una Chiesa a sua immagine e somiglianza. Né ebbe problemi nel ripudiare Anna di Cleves, quarta moglie; e addirittura nel far decapitare Anna Bolena e Caterina Howard, rispettivamente la seconda e la quinta delle sei mogli che complessivamente ebbe. E senza che alla base di tali comportamenti vi fosse una sia pur labile "ragion di stato", la quale poté costituire una giustificazione solo nel caso del ripudio della prima moglie.
La regina Elisabetta I, dal canto suo, ebbe cuore (o non ne ebbe?... Dipende dai punti di vista) di far imprigionare e "giustiziare" per alto tradimento sua cugina Maria Stuart, regina di Scozia; la quale, in seguito a una sollevazione che l'aveva costretta ad abdicare, fuggì in Inghilterra (sul cui trono, disgraziatamente per lei, vantava diritti dinastici), sperando di trovarvi rifugio e protezione.
Ma tornando alla vostra "cattiveria", esecrabili Borboni, vi fu un altro illustre uomo, il narratore siciliano Giovanni Verga, che fu più brutale di Lord Gladstone nel giudicarvi. Egli, infatti, nella prefazione del suo romanzo storico I carbonari della montagna, un'opera giovanile pubblicata tra il 1861 e il 1862, in cui si stenta non poco a riconoscere il futuro maestro del Verismo, scrisse: "Quando vedete un Borbone che giura, piantategli un coltello nel cuore!". Evidente, in questa durissima frase, il riferimento alla condotta di Ferdinando I delle Due Sicilie, il quale nel 1820 prima aveva giurato di rispettare la Costituzione concessa ai liberali insorti e di lì a poco, rientrando a Napoli sotto la protezione delle armi austriache, si era affrettato a rimangiarsi tutto. E a quella, altrettanto odiosa, di Ferdinando II; quella "buona lana" che nel 1848 prima concesse la Costituzione e poi la revocò, dando perfino luogo a una feroce e cruenta repressione nel corso della quale si guadagnò il soprannome di "Re Bomba", perché ordinò il bombardamento dell'inerme città di Messina.
Non meno pesante, infine, risulta essere l'epiteto "borbonico" usato ancora oggi dalla maggioranza degli italiani, quando si intende far riferimento a una condizione o a una situazione negativa. Così, per esempio, si sente parlare spesso il "politico", l'"intellettuale" o il semplice "uomo della strada" di un sistema istituzionale, di un apparato statale, di un funzionamento del Paese "di tipo borbonico". Tutto ciò che da noi non va bene, è squinternato o è arretrato, insomma, viene bollato con l'aggettivo, infamante: "borbonico".
Come se l'inefficienza amministrativa, lo sfascio istituzionale, il degrado politico-sociale, l'incapacità o la disonestà della nostra mai lodata abbastanza Intelligencjia fossero determinati da una perenne e perniciosa emanazione ectoplasmatica riconducibile a dei "cattivi" soggetti quali siete stati e apparite tuttora voi, piuttosto che da chi, ai giorni nostri, si è accollato (con generosità e altruismo encomiabili) l'onere de "lo comune incarco". Come se a voi, pessimi soggetti, non fossero succedute, nel tempo, un'altra dinastia reale e una forma istituzionale di tipo repubblicano. La quale ultima, a dire il vero, avrebbe più motivo di gettare discredito sulla Casa regnante a cui è stata "preferita" (in seguito a un "trasparentissimo" e "ineccepibile" REFERENDUM) che su di voi.
Ma i pregiudizi, soprattutto nell'italica TERRA FELIX, sono difficili da rimuovere. E così succede che mentre fior di delinquenti del presente, o di un passato prossimo, non vengono minimamente additati alla cosiddetta "opinione pubblica", eventi e personaggi di un passato remoto, morto e sepolto, continuino a suscitare l'attenzione e lo sdegno dei nostrani "opinionisti", "tribuni" e "censori", che scrivono e parlano di tutto e di più; a proposito e a sproposito. E riguardo a voi, cari Borboni, mi sembra che i più parlino a sproposito. Ma - che volete? - ogni epoca ha la classe "intellettuale" che si merita! Perciò oggi, nella nostra "civile" e "colta" Italia, accade di sentir parlare in termini lusinghieri di qualche farabutto al cui soldo stanno masnade di legulei, Azzeccagarbugli, mezzibusti e pennivendoli che gli consentono di farsi beffe della Legge "uguale per tutti", e di udire parlare in modo a dir poco discutibile dei Borboni. I quali, per loro sfortuna, non esistendo più come incarnazione del potere, non hanno la possibilità di prezzolare le persone che contano, tra i plasmatori dell'"opinione pubblica".
A difendere quelli come voi, tutt'al più, può provare qualche "non allineato" alla "cultura" imperante; qualche poveraccio intellettualmente poco dotato; qualche trascurabile elemento ancora capace di indignarsi di fronte al sistematico procedere secondo due pesi e due misure; qualche professore di provincia, che come tale non può avere una visione allargata e aperta, all'interno del nostro vastissimo panorama culturale; qualche retrogrado, insomma, che nessuno esiterebbe a definire, come minimo, nostalgico e, peggio ancora, anacronistico prodotto di una subcultura grazie al cielo praticamente estinta.
A levare un grido (peraltro flebile) di dissenso, nell'immenso mare del conformismo dilagante, può provare soltanto un disgraziato anonimo tra gli anonimi che, in quanto tale, non avrà alcuna speranza di far udire la propria voce nel chiassoso e rissoso mondo del cosiddetto "villaggio globale"; nel quale ha più modo di farsi sentire e notare "ogne villan che parteggiando viene" che una persona fondamentalmente schietta (a cui, però, difettano parentele o amicizie che contano, nonché bècera supponenza).
Quindi, cari Borboni, dovete rassegnarvi a rimanere collocati tra i "cattivi". Mi dispiace per voi, ma in tale maniera va questo mondo che, a distanza di tanti anni, continua a vedere in voi il male per antonomàsia.

Ma è veramente così? Davvero il nome "Borboni" può essere inteso come l'equivalente della malvagità, della negatività, dell'inaffidabilità? Davvero un'intera dinastia non ha prodotto nulla di meritevole e di positivo?
Davvero tra di voi non c'è stato un solo (uno solo, chiedo!) monarca capace, umano, giusto? E davvero in altre dinastie o in altri sistemi istituzionali non sono presenti figure storicamente e umanamente discutibili? Ecco, cari "cattivi" di turno: partiamo da tali domande e proviamo a ripercorrere, per quanto possibile, i momenti più significativi e della vostra affermazione come Casa regnante e dell'affermazione di altri soggetti politici, nel complesso panorama politico che ha caratterizzato l'odierna Italia da quasi trecento anni in qua. Così, forse, avremo modo di vedere fino a che grado arrivasse la vostra "cattiveria" e fino a che punto la "bontà" degli altri.

Cominciamo dal giorno in cui, quindici giorni prima della battaglia di Bitonto (25 Maggio 1734), che lo vide trionfare sugli austriaci e conquistare anche la Sicilia, Don Carlos di Borbone entrò in Napoli (egli venne riconosciuto come Re di Napoli e Sicilia dai Trattati di Vienna del 1735). Era il 10 Maggio del 1734 e, a quel che tramandano le cronache, fu accolto da una folla festante e inneggiante, poiché dopo più di duecento anni di asservimento a Stati stranieri (alla Spagna e, dal 1707, all'Austria), nasceva un nuovo Regno indipendente e tutto italiano. Il Re, che assunse il nome di Carlo III, non perse tempo nel riorganizzare su basi moderne il nuovo Stato a cui aveva dato vita. E per far ciò si circondò dei più valenti e rinomati esperti e intellettuali dell'epoca.
Venne così avviata una politica di riforme che avrebbero dovuto portare il Regno napoletano al livello delle maggiori potenze europpee di allora.
Nel 1741 stipulò con la Santa Sede romana un concordato in seguito al quale sottopose a tassazione alcune proprietà del clero. Subito dopo mise mano al sistema fiscale, con l'intento di modernizzarlo e renderlo più rigoroso e allo stesso tempo equo. Dette così vita al cosiddetto Catasto Onciario o "Carolino", che per quei tempi costituì una rivoluzione. Infatti il calcolo dell'imponibile, che fino ad allora era stato effettuato tenendo presente il valore delle proprietà, veniva ora effettuato sulla rendita delle proprietà e sul reddito derivante dalle varie attività lavorative. Con questo nuovo strumento di esazione il Re intendeva perseguire un duplice obiettivo: dotare il Regno di un sistema fiscale non contestabile e promuovere una politica antifeudale e giurisdizionalista[2] grazie alla quale, oltre a eliminare (o per lo meno ridurre) i privilegi della nobiltà e del clero, che ancora in quel momento godevano dell'esenzione dalle imposte e di altri svariati diritti, si tendeva a rafforzare il potere centrale.
Purtroppo né i feudatari né la Chiesa, i quali avevano ancora un enorme potere, si mostrarono molto propensi a rinunciare ai loro secolari privilegi e quindi a seguire il monarca nella sua opera riformatrice.
Re Carlo, inoltre, nel 1752 varò un nuovo codice che avrebbe dovuto mettere ordine nel caotico sistema legislativo fino allora vigente, e mostrò attenzione anche nei confronti del sistema giudiziario, preoccupandosi nel contempo di non rivoluzionare l'antico assetto sociale del Regno. Egli vi stava comunque promuovendo riforme, progresso, crescita civile e culturale.
Ma proprio nel bel mezzo di tanto fervore riformistico intervenne un fatto destinato a pesare terribilmente sul futuro del Regno. Il 10 agosto del 1759, infatti, Ferdinando VI di Spagna morì senza lasciare un erede. A succedergli sul trono di Madrid fu chiamato Carlo, che lasciò lo scettro di Napoli nelle mani del figlio terzogenito Ferdinando (1759-1825). Il quale, non avendo allora più di otto anni, venne affidato a un Consiglio di Reggenza tra i cui membri spiccava l'abile Primo Ministro Bernardo Tanucci. Questi si incaricò di proseguire nella strada intrapresa da Carlo III e il Regno conobbe il giustamente famoso periodo del "riformismo borbonico". Che fino agli eventi rivoluzionari del 1799 continuò a essere favorito anche da Ferdinando (noto come Ferdinando IV prima e come Ferdinando I delle Due Sicilie dal 1814 in poi); un sovrano passato alla storia con il nomignolo di "Re lazzarone", per via della sua scarsa cultura e dei suoi costumi popolani, che lo portavano a prediligere l'uso del dialetto napoletano e ad avere un contegno affatto privo di etichetta.
Questo Re, tradizionalmente dipinto come "volgare, ignorante, fanatico e reazionario"[3], tra le altre iniziative intraprese fondò la Borsa di Cambio, promosse il commercio, diminuì consistentemente le tasse dirette e indirette, obbligò la Magistratura a motivare le proprie sentenze (il che, data l'epoca, non è poco!).
Ma questo Re, purtroppo, è anche colui che, grazie alla sua debolezza, rese possibile l'infame e orrendo eccidio dei Martiri della Repubblica Partenopea del '99. Un eccidio che peserà in perpetuo su di lui, offuscando quel po' di buono che ha fatto; sebbene i veri responsabili di quella nefanda pagina della storia dell'Italia preunitaria siano fondamentalmente da individuare nella sua perfida moglie austriaca e nel governo inglese, interessato più che mai, allora, a perseguire una politica antifrancese e a esercitare la sua nefasta influenza sulla Sicilia, considerata una piazzaforte strategicamente decisiva per il dominio del Mediterraneo. Fu per questo che il "grande" ammiraglio Horatio Nelson, venendo meno a ogni sentimento di umanità e misericordia e al codice d'onore fece impiccare come un volgare bandito (arrivando perfino a ordinare di gettarne il cadavere in mare, come estremo segno di disprezzo) l'Ammiraglio Francesco Caracciolo che, confidando nel senso dell'onore del suo non altrettanto nobile e onorevole "collega", si era spontaneamente consegnato a lui, piuttosto che accettare la via di fuga generosamente offertagli dal Cardinale Ruffo. Fu per questo, e per la crudele caparbietà della regina Carolina (la quale perseguiva una politica filoaustriaca e filoinglese, secondo quanto le veniva pressantemente sollecitato da Vienna; e la quale, soprattutto, era la sorella di Maria Antonietta, la regina decapitata dagli odiatissimi repubblicani francesi); fu per questo che 118 tra le persone più rappresentative del panorama politico, civile e culturale del Regno, vennero condotte al macello.
Ma alla fine la colpa di questa vile condotta e il sangue grondante dai corpi di quelle vittime ricaddero su Ferdinando (che pure - intendiamoci- aveva recitato la sua parte, sebbene più da gregario), e non su chi aveva abilmente manovrato affinché si compisse il massacro. E di conseguenza, a essere contrassegnata dal marchio dell'ignominia restò la Real Casa di Borbone; che comunque (e questo è necessario rimarcarlo) rappresentava pur sempre lo Stato contro il quale avevano cospirato e fatto la guerra, alleandosi con una potenza straniera, i fautori della repubblica giacobina partenopea. E, se mai ce ne fosse bisogno, vale la pena di far presente che, dal punto di vista del legittimo governo, essi si erano macchiati del reato di alto tradimento. Reato per il quale tanti altri Stati reputati più "liberali" e "civili" di quello borbonico, non hanno esitato, nel corso della penosa e contraddittoria storia umana, a mandare al patibolo tanta gente. Vale, infine, anche la pena di sottolineare, come non mancò di fare già allora in un suo lucidissimo saggio l'intellettuale napoletano Vincenzo Cuoco, che la "rivoluzione del '99" fu promossa da una ristretta cerchia di borghesi, se così vogliamo definirli, i quali non seppero né poterono farsi intendere dal popolo, quanto mai alieno dal compiere azioni "sovversive" dell'ordine costituito; e soprattutto ostile, ostilissimo, nei confronti dello straniero invasore che minacciava la sua Patria, la sua Religione, il suo Re. E ciò è tanto vero che l'esercito francese non solo incontrò una fiera e fortissima resistenza da parte dell'intera popolazione del Regno, ma anche da parte dei cosiddetti "lazzari" napoletani, che lasciarono sul campo ben diecimila di loro, prima di capitolare e quindi di consentire l'entrata in città dell'odiato aggressore.
A ciò si aggiunga che furono proprio i popolani napoletani a invocare a gran voce la pena di morte per i giacobini "traditori", una volta che la Corte, tornata da Palermo, si insediò nuovamente nella capitale. Dunque dov'era il cosiddetto malcontento dei sudditi di Sua Maestà il "Re lazzarone"?
La verità, mi sembra, è che il popolo, nella sua quasi totalità, stava con la Corona. Eccome se ci stava! Che poi, come già detto sopra, Re Ferdinando IV contasse meno del due di coppe, di fronte alla moglie austriaca e agli Inglesi; e che si sarebbe potuta usare più clemenza nei confronti degli insorti; beh, questo è un altro discorso. Ma tale considerazione si potrebbe fare a proposito di tantissimi governi di ogni epoca. E in maniera particolare intorno a quello che nel 1860, raccogliendo il "grido di dolore" delle genti meridionali e accorrendo "generosamente" a "liberarle", si sostituì ai Borboni "oppressori". Esso si rese protagonista di tante e tali azioni improntate a liberalità, umanità e clemenza, nei confronti di chi gli opponeva resistenza, che in seguito si adoperò a far sì, e con la massima cura, che i libri di storia patria non ne facessero menzione alcuna. Ciò, naturalmente, per eccessiva modestia; perché gli atti di generosità e carità verso il prossimo vanno compiuti senza menarne vanto. Un esempio per tutti è costituito da quanto avvenne nell'estate del 1861 in Basilicata, Puglia e Campania, regioni in cui tantissimi centri abitati avevano apertamente espresso la loro ostilità nei confronti dei conquistatori subalpini che imponevano tasse, balzelli e coscrizione obbligatoria a tutto spiano. Le milizie del "re galantuomo", che intanto aveva provveduto a dichiarare lo stato d'assedio da quelle parti, dettero vita a una delle più violente, orrende e sanguinose repressioni che l'Italia ricordi. Repressioni di fronte alle quali le vigliaccate rimproverate a voialtri "cattivi" di Borboni erano robetta da dilettanti del terrore. In un paese della provincia di Potenza, Ruvo del Monte, i bersaglieri savoiardi, non trovando traccia dei "briganti" che avrebbero dovuto annidàrvisi, per rappresaglia trucidarono l'inerme popolazione e, non contenti, diedero fuoco ad abitazioni e campi. E meno male che gli ex "oppressi" delle province meridionali erano diventati a tutti gli effetti "Fratelli d'Italia"!, altrimenti chissà cosa sarebbe seguito ancora.
Le truppe dei subalpini riversarono la propria insensata ferocia anche sulle pacifiche e inermi popolazioni di Puglia e Campania (in particolare nel Beneventano e in Irpinia), senza mostrare pietà nemmeno per donne, vecchi e bambini.
I paesi di Pontelandolfo (BN) e Casalduni (BN), nell'Agosto di quell'anno furono rasi al suolo e gran parte della loro popolazione venne passata per le armi per ordine dell'"eroico" generale Cialdini; quello stesso grande stratega che dimostrò tutto il suo valore e la propria capacità nel corso della cosiddetta terza guerra d'indipendenza.
Un altro esempio, stavolta inerente al civilissimo e progredito XX secolo, e più precisamente agli odierni maestri di "democrazia", che vanno sotto il nome di statunitensi, è costituito dalla pena di morte inflitta a due sfortunati coniugi[4] di quelle amene contrade negli anni '50, in pieno clima di caccia alle streghe, o maccartismo che dir si voglia.
Costoro, accusati di spionaggio a favore dei comunisti dell'allora Unione Sovietica, dopo un discutibile e sommario processo, che suscita forti dubbi ancora oggi, vennero condannati per alto tradimento e "giustiziati" senza tanti complimenti.
Nessuno, che io sappia, ha mai apertamente definito "criminale" un apparato statale come quello che rese possibile una tale esecuzione (anche se l'anno in cui i due coniugi furono giustiziati il pittore italiano Renato Guttuso ne fece un ritratto a matita che intitolò Julius ed Ethel Rosenberg, mentre il cantautore americano Bob Dylan per loro compose la canzone dal titolo: Julius and Ethel).
Ma per voialtri Borboni non c'è giustificazione che tenga. Anche se le responsabilità di certe tragedie (che in ogni caso non dovrebbero mai accadere) sono state di singoli esponenti della Casata non importa: morte e ignominia ai Borboni e gloria imperitura a quei governi che hanno salvaguardato la sicurezza nazionale "giustiziando" "briganti" e "spie".
Secondo i più, Francesco I (1825-1830), succeduto a Ferdinando, sarebbe il peggiore dei Borboni, quello che ha lasciato il più cattivo dei ricordi. Durante i suoi cinque anni di "tirannia", infatti, pare che corruzione, scandali, aggiustamenti di sentenze e vendita di impieghi pubblici fossero all'ordine del giorno. Per non parlare della severa censura imposta agli scritti dei maggiori pensatori dell'epoca; molte opere dei quali, addirittura, vennero dichiarate fuori legge. E sì che al tempo in cui era stato luogotenente in Sicilia aveva concesso all'isola, nel 1812, una Costituzione nei confronti della quale la tanto decantata Costituzione Albertina dei Savoia, promulgata trentasei anni più tardi, non era poi granché. Con essa veniva applicato il principio della divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario; il Parlamento acquisiva un ruolo di primo piano. Erano inoltre riconosciuti i diritti dell'uomo e la libertà di stampa; e si abolivano il sistema feudale e la tortura. Vabbè che egli fu indotto a tale passo dagli Inglesi, la cui influenza a Corte (attraverso l'operato di Lord Bentinck) non era trascurabile; tuttavia resta il fatto che la concesse, passando per un simpatizzante dei cosiddetti liberali. Anzi, fino al 1825, anno della sua incoronazione a Re delle Due Sicilie, non sembrò essere ostile a una possibile monarchia di tipo costituzionale. Le cose cominciarono a cambiare dopo la sua ascesa al trono, poiché l'Austria, avendo occupato lo Stato militarmente dal 1820 (in seguito ai moti carbonari di quell'anno), lo costrinse a perseguire una politica tutt'altro che liberale. Tale linea, tuttavia, servì per ottenere, nel 1827, il più volte richiesto allontanamento dell'esercito austriaco, la cui presenza si era rivelata perniciosa per l'economia del Regno. Nonostante ciò, egli nell'insediarsi volle dar prova di generosità, concedendo l'amnistia ai soldati condannati per diserzione e riducendo la maggior parte delle condanne al carcere. Nel 1827, in occasione della nascita del figlio, Re Francesco I provvide ad amnistiare anche coloro i quali erano stati condannati per reati politici.
Sotto di lui la flotta, che era una delle migliori nell'Europa del tempo, venne accresciuta e potenziata e l'industria manifatturiera si arricchì con la nascita di una fabbrica di panni in cui ebbe modo di lavorare tantissima gente (e tra questa anche i carcerati, che avevano così modo di riscattarsi ed emendarsi attraverso un'occupazione onesta).
Probabilmente sia i motivi sopra ricordati, sia alcuni moti insurrezionali, peraltro immediatamente repressi perché non avevano avuto la necessaria adesione popolare, determinarono in lui quel cambiamento che, alienandolo sempre più dalla politica attiva (la quale potrà anche essere stata gestita da alcuni elementi corrotti, incapaci e immorali - ma quale tipo di governo non annovera individui di tal fatta? -), diede luogo al periodo forse più controverso (ma non certo completamente negativo) della dominazione borbonica.
Quando nel 1830 gli successe il giovane figlio Ferdinando II (1830-1859), all'orizzonte si stava addensando un'altra tempesta rivoluzionaria; che però il nuovo monarca dimostrò di saper affrontare e controllare.
Egli dette prova di saggezza e lungimiranza, avviando un vasto programma di riforme, dando impulso a tante opere pubbliche, rimettendo ordine nell'amministrazione statale, abolendo delle tasse impopolari e, non ultimo, usando clemenza nei confronti dei cosiddetti liberali. Non si può negare che, in tale periodo, il Regno non risentisse positivamente di tale indirizzo politico.
Il progresso a Napoli si manifestò attraverso l'illuminazione a gas delle sue vie e con l'inaugurazione, nel 1839, del primo tratto ferroviario italiano, che collegava Napoli a Portici. Nel 1856, nel corso della conferenza di Parigi, il Regno delle Due Sicilie fu premiato per essere uno dei Paesi più industrializzati dell'epoca, preceduto solo da
Inghilterra e Francia.
Cominciò progressivamente a diffondersi la speranza che questo Re volesse trasformare la monarchia da assoluta in costituzionale. E questo soprattutto quando, nel 1848, concesse la Costituzione. Ma disgraziatamente fu proprio in tale anno che il sovrano si mutò da progressista e riformista quale era stato fino allora in reazionario e tirannico.
Nel gennaio del 1848, infatti, in Sicilia scoppiò una rivolta autonomista. "Ferdinando [...] volle fare un atto di coraggio e di sfida: lui che fino a quel momento era rimasto estraneo al generale movimento riformista inaugurato da Pio IX, scavalcò tutti gli altri sovrani italiani e concesse la costituzione d'un colpo solo, mettendo fra l'altro in imbarazzo il Papa, il Granduca di Toscana, i Duchi di Parma e Modena e Carlo Alberto a Torino, i quali, dopo questa mossa, furono costretti, uno dopo l'altro, a concedere anch'essi la costituzione. A questo punto era chiaro che l'equilibrio e l'ordine stabiliti a Vienna nel 1815 erano venuti meno; inoltre una rivoluzione era scoppiata anche a Vienna, e Metternich era uscito di scena; approfittando di ciò, i milanesi il 18 marzo erano insorti cacciando gli austriaci e chiedendo a tutti i sovrani italiani di combattere insieme contro gli Asburgo per l'indipendenza italiana. Per altro, dopo varie esitazioni, Carlo Alberto era effettivamente entrato con il suo esercito in Lombardia e marciava contro il "Quadrilatero" austriaco. Insomma, era giunto il momento di mettere in pratica " [5] il programma neoguelfista propugnato da Vincenzo Gioberti nel suo libro: Del primato morale, civile e politico dell'Italia, che tanto era piaciuto a Ferdinando II.
"Pio IX era pronto, ed inviò delle truppe non per attaccare ma a difesa dello Stato Pontificio, ed anche il Granduca di Toscana inviò i suoi uomini. Ferdinando, dinanzi ad una vera ed effettiva unità degli italiani per l'indipendenza non si tirò indietro, ed inviò l'esercito a combattere. È il momento magico della storia d'Italia! Tutti uniti per l'indipendenza, secondo però gli obiettivi del neoguelfismo, vale a dire un'Italia confederale e cattolica, e pertanto monarchica e legittimista. Il problema però è che non tutti la pensavano in tal maniera... Anzitutto i democratici, che ovunque, e specie a Firenze, Roma e Napoli miravano al progetto mazziniano di sovversione repubblicana dell'ordine tradizionale; e poi Carlo Alberto, che in maniera ogni giorno più evidente conduceva la guerra isolatamente ed evidenziando le sue reali intenzioni, che non erano certo quelle neoguelfe, bensì più semplicemente quelle di realizzare l'antico sogno di Casa Savoia, l'annessione della Lombardia e se possibile del Veneto. A questo punto Ferdinando, fiutato il vento, cambiò nettamente atteggiamento (nel frattempo, anche Pio IX ritirava le sue truppe, sia perché oramai era evidente che a Roma si preparava il colpo di stato mazziniano, sia perché da Vienna giungevano minacce di scisma qualora il Papa non avesse smesso di fare guerra all'Impero cattolico, e Pio IX, per quanto amasse l'Italia, era anzitutto il Pontefice di tutti i cattolici del mondo prima che il sovrano di uno Stato italico): mediante un colpo di forza, prima ritirò la costituzione, onde evitare che il governo gli sfuggisse definitivamente di mano e finisse in quelle mazziniane (come stava accadendo a Roma e Firenze), pericolo effettivo che varie rivoluzioni locali nelle provincie meridionali del Regno stavano chiaramente evidenziando; poi ritirò i suoi soldati dal fronte, visto che farli morire per dare la Lombardia a Carlo Alberto (e non per fare la Confederazione Italiana) non aveva alcun senso; infine riconquistò manu militari la Sicilia, ponendo fine ad ogni disordine e velleità rivoluzionaria e sovversiva, e dimostrandosi uomo di carattere come pochi l'Italia aveva conosciuto".[6] E nel riconquistare MANU MILITARI la Sicilia non si fece scrupolo di ordinare alla sua flotta il bombardamento di Messina, il quale gli valse il nomignolo poco onorevole di "Re Bomba". Non si ritenne, invece, di affibbiare lo stesso soprannome (chissà perché?) al "re galantuomo" dopo che la regia flotta "italiana", per domare una rivolta scoppiata a Palermo nel 1866 (a causa di una drammatica situazione economica che aveva prodotto circa quindicimila disoccupati) bombardò altrettanto ferocemente la città; nella quale, tra l'altro, dilagarono quattromila soldati, con il compito di porre fine alla "ribellione". Ma che volete: i criminali sono sempre quelli che perdono le guerre, mica chi le vince!?...
È per questo che, all'indomani del secondo conflitto mondiale ci fu (e giustamente!) un "processo di Norimberga" contro i criminali di guerra; mentre nessuno si è mai sognato neanche per scherzo di proporre la celebrazione di un eventuale "processo di Hiroshima e Nagasaki".
Comunque sia, cari Borboni, voi eravate e restate dei "cattivi"; e tutto il resto non conta. Come non conta il fatto, secondo quanto ha avuto modo di rilevare lo storico Luigi Blanch, che a Ferdinando II i suoi sudditi (ai quali egli si preoccupò sempre di alleviare sofferenze e disagi) fossero molto attacati. E come non conta il giudizio di Niccolò Tommaseo, il quale ebbe a descrivere Ferdinando II come il migliore dei Principi italiani.
Sì, tali giudizi (e il fatto che egli facesse costruire strade, ponti, porti, ospizi; o che favorisse opere di bonifica e nascita di istituti bancari) non contano granché, di fronte al fatto che questo "cattivo soggetto" si riprendesse il potere assoluto facendo reprimere i moti siciliani, bombardare Messina, affollare le carceri di "patrioti" e accrescere il numero dei profughi.
Se poi tra gli incarcerati andiamo a considerare alcuni tra i più illustri intellettuali napoletani come Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Carlo Poerio, le cui vicende umane e personali suscitarono lo sdegno generale dell'opinione pubblica italiana ed europea, si potrà ben vedere quanto sia difficile togliere dal groppone del sovrano borbonico il pesante fardello dell'ignominia di cui è stato gravato insieme alla sua dinastia. Cosa che invece non è avvenuta per i sovrani savoiardi, perché essi si sono guardati bene dall'imprigionare, "giustiziare" e perseguitare i nemici del loro Stato. Fortunatamente per loro un Santorre di Santarossa, un Giuseppe Mazzini, un Giuseppe Garibaldi, tanto per citare qualche nome, non ebbero mai a patire persecuzioni da parte dei "liberali" sovrani subalpini.
Garibaldi, per esempio, non fu mai costretto a riparare in esilio, per evitare la condanna a morte che pendeva sul suo capo. E Mazzini e i suoi amici potevano liberamente circolare nel Regno di Sardegna, per esporre tranquillamente il proprio pensiero!
Ma queste sono considerazioni oziose e di poco conto, di cui non merita nemmeno fare il benché minimo cenno.
Come non merita ricordare che il "cattivo" e "retrogrado" Ferdinando II, nel 1838, aderì agli accordi franco-britannici contro la tratta degli schiavi.
Esattamente un secolo dopo, invece, un altro re (grazie a Dio non più dell'esecranda dinastia borbonica) aderì, firmandole, alle ignobili leggi razziali con le quali l'Italia scrisse una delle pagine più sòrdide e vergognose della sua storia.
E l'Italia repubblicana, dal canto suo, non fu da meno, visto che non si fece scrupolo di vendere (e sottolineo vendere!) tanti tra i suoi "cittadini" (tutti facenti parte del cosiddetto "ceto meno abbiente", naturalmente, poiché è più facilmente riducibile in schiavitù); non si fece scrupolo di vendere, dicevo, "carne proletaria" al governo belga per una manciata di carbone! In pratica, con la scusa della "ricostruzione" del Paese, il neonato e illuminato governo repubblicano nel 1946 stipulò con il Belgio un accordo in base al quale, per ogni poveraccio che inviava a rischiare la pelle nelle miniere valloni e fiamminghe, l'Italia riceveva una certa quantità di carbone a basso costo. Nei manifesti che i governi amici del popolo facevano attaccare sui muri dei tanti miseri centri abitati, per allettare quei cittadini di nome, ma schiavi di fatto, era scritto che in Belgio li aspettavano un lavoro sicuro, un buon trattamento economico, un futuro roseo. Venivano, invece, scrupolosamente taciuti i pericoli, le malattie respiratorie, i terribili disagi che il lavoro nelle miniere comportava. Tragedie come quella di Marcinelle, nelle cui miniere l'8 Agosto del 1956 perirono 262 lavoratori, tra i quali 136 italiani, mostrarono in tutta la loro cruda evidenza cosa realmente si celasse dietro il dolce e ammaliante canto delle sirene governative.

Ma lasciamo stare le miserie del periodo repubblicano, delle quali non riesco a far menzione a causa di un violento senso di nausea che mi aggredisce brutalmente ogni volta che me ne balena in mente qualcuna, e torniamo a occuparci di quel re "soldato" che, tra le altre belle iniziative del suo regno, può vantare due assurde, anacronistiche e crudeli campagne coloniali (come quelle che già aveva tentato di fare, coprendosi di "onore", anche il padre; quello che premiò con la medaglia d'oro l'umano ed eroico generale distintosi nel 1898 per aver fatto cannoneggiare la povera e inerme gente scesa in piazza pacificamente per chiedere pane!). Torniamo a parlare, dicevo, di quel monarca che può gloriarsi di aver dato luogo all'aggressione e all'occupazione di altre Nazioni sovrane (atto, questo, di cui quei "cattivi" dei Borboni non si sono mai resi protagonisti durante la loro "tirannia"), nelle quali si ebbero feroci e spietate repressioni dei locali movimenti di Resistenza.
E i meriti di costui non si arrestano certo con tali imprese, giacché con il proprio comportamento rese possibile l'ascesa al potere di un partito antidemocratico e liberticida e, cosa ancora più degna di lode, il suo consolidamento nella scena politica italiana. Consolidamento grazie al quale il Paese conobbe prima il totalitarismo e poi la follia della guerra. È rimasta famosa la frase con cui il savoiardo liquidò i delegati dei partiti democratici che, all'indomani dell'inaudita aggressione (in pieno giorno) e uccisione di uno degli esponenti più in vista tra i difensori della democrazia, erano andati a trovarlo nella sua tenuta di caccia di San Rossore, per chiedergli ufficialmente di revocare l'incarico di Primo Ministro al responsabile di un'ondata di illegalità e intimidazione mai conosciute prima di allora, nella millenaria e civilissima storia della nostra penisola.
Questo grande sovrano, di fronte a tale richiesta, il cui accoglimento tanti lutti e rovine avrebbe potuto risparmiare al suo popolo, ebbe cuore di rispondere, secco secco, come se non avesse udito l'angosciata invocazione: "Mia figlia, stamattina, ha ucciso due quaglie!". Agli esterrefatti componenti della delegazione non restò altro che andarsene via mestamente.
L'ultimo "cattivo" dei Borboni fu Francesco II (1859-1860), chiamato irridentemente "Franceschiello". Quell'incapace che, fortunatamente per noi posteri, perse il Regno a opera di Garibaldi e Vittorio Emanuele II di Savoia.
Questo giovincello ventitreenne non fu della stessa stoffa del padre, il quale se fosse restato in vita non avrebbe certamente reso la vita facile all'esercito invasore.
Questo è poco, ma sicuro.
Ma il figlio, inesperto, debole, politicamente isolato, non potè far altro che lasciare il campo al "conquistatore"; al cui fianco, intanto, s'erano messe la mafia e la camorra. Ebbe però modo di scrivere una bella pagina militare, riscattando così il proprio operato, in occasione dell'assedio di Gaeta. Quando, l'11 Febbraio del 1860, egli si arrese, abbandonò il Regno con grande dignità, salutato dal grido di: "Viva 'o Rre!" dei suoi soldati e dalle salve di fucile del nemico, che gli riconobbe l'onore delle armi. Quanta differenza tra questa partenza e quella (se così la vogliamo definire) che ottantatré anni dopo, nel 1943, fornirà un ulteriore pretesto (abilmente
strumentalizzato) ai fautori della repubblica, per sbarazzarsi dell'istituzione monarchica!

Mi fermo qui, odiatissimi e vituperati Borboni, poiché da un lato mi pare di avervi detto (seppur in maniera essenziale) quanto mi premeva, dall'altro non mi va di parlare di ciò che è avvenuto in Italia dalla definitiva partenza (questa altrettanto dignitosa di quella di Francesco II di Borbone) dell'ultimo Savoia.
No, credetemi! Vi ho già parlato del mio violento senso di nausea. E poi, a volte è meglio non sapere. È meglio, per voi, non sapere in quale invidiabile stato oggi versano i vostri ex sudditi e le loro terre. È meglio non sapere di corruzione, scandali, stragi, piduisti; di mestieranti della politica, sprechi di pubblico denaro, intollerabile pressione fiscale, compensi miliardari e pensioni d'oro a pochi privilegiati e miseri "trattamenti di quiescenza" a persone che hanno grondato sudore e sangue per una vita; di Pil, DEFICIT, inflazione, stagflazione, costo della vita; di precariato, co.co. pro., co.co.co., coccodè, quaqquaqquà, flessibilità, cassa integrazione, mobilità, delocalizzazione; di bancarotte fraudolente, crack, bond, imbrogli, imbroglioni e furbetti del quartiere; di "questioni meridionali", surrettizie "questioni settentrionali", federalismi, devolution, secessionismi; di Pacs, Dico, laici, laidi; di partiti, movimenti, alleanze, case, poli, unioni, ulivi, querce, margherite, rose; di risse mortali negli stadi, nelle discoteche, nelle strade, nei bar, nei condomìni, nelle famiglie; di malasanità, maleducazione, malcostume; di Tangentòpoli, Vallettòpoli, Calciòpoli; di talk show, reality show, tv trash; di cialtronerie, volgarità e corbellerie di ogni tipo e natura in gran parte responsabili della forse irrefrenabile e irreversibile deriva di quella società "libera", "democratica", "giusta", "solidale" per il cui avvento Mazzini e i suoi seguaci si sono incessantemente e indefessamente adoperati; e che oggi, suppongo, sarebbero felicissimi di vedere in che modo è stata realizzata!

No, preferisco non andare oltre. Ritengo che siate stati puniti abbastanza, per la vostra "cattiveria"; e mi sembra giusto non infliggervi altri tormenti e motivi di rimpianto, nel farvi toccare con mano come hanno ben operato, dopo di voi, i saggi, onesti, capaci, giusti e lungimiranti uomini di istituzioni e governi che, fortunatamente per noi, vi hanno soppiantato; mostrando al mondo intero, sbalordendolo e suscitando in esso viva e incondizionata ammirazione (se non invidia), com'è che si guida una nazione verso destini alti, fulgidi e radiosi.

Senza rancore.
Gabriele Falco


NOTE

[1] - Giovanni Tessitore: L'utopia penitenziale borbonica. Dalle pene corporali a quelle detentive, Milano, Franco Angeli, 2002.

[2] - Con il termine giurisdizionalismo (o anche "regalismo") viene indicata una particolare linea politica, sviluppatasi prevalentemente nel XVIII secolo, tendente all'affermazione della giurisdizione statale o laica su quella ecclesiastica, che nel periodo considerato godeva di ampia autonomia.

[3] - Dal "Sito della Real Casa di Borbone", Storia e documenti (http://www.realcasadiborbone.it/ita/archiviostorico/index.htm).

[4] - Si tratta di Ethel e Julius Rosenberg, accusati di cospirazione, processati e condannati e "giustiziati" nel 1953.

[5] - Dal "Sito della Real Casa di Borbone", Storia e documenti (http://www.realcasadiborbone.it/ita/archiviostorico/index.htm).

[6] - Dal "Sito della Real Casa di Borbone", Storia e documenti (http://www.realcasadiborbone.it/ita/archiviostorico/index.htm).