31 maggio, 2007

CENTRALISMO


da

www.effedieffe.com/lettere.htp




Nella rubrica “L'opinione dei lettori” pubblichiamo, in un apposito spazio, i contributi del lettore, se lo stesso è d’accordo, firmati o non firmati e se sono da noi ritenuti di interesse generale.
I contributi possono anche ricevere la risposta del direttore Maurizio Blondet.
Gaetano "Mario" Filangieri ha inviato una pregevole

lettera che pubblico, onorandomi di condividere con lui il percorso rappresentato da questo blog.




Caro Direttore,

Lei non perde occasione per denunciare i particolarismi italioti, gli interessi di quartiere e di pollaio che sbrandellano la società e che frantumano l’economia, ed esprime spesso la sua posizione centralista nell’amministrazione pubblica, come soluzione per i nostri mali.Poi, al contempo (e stavolta in modo sacrosanto!) irride (perché è meglio e più efficace ridere che piangere e strillare sguaiatamente) ai figuri che compongono la triste classe dirigente italiota, dai politicanti-burocrati agli industriali ai magistrati.Parassiti li chiama giustamente; e osserva che non si è mai visto in natura che un organismo parassita si auto-riduca. E infatti, è del tutto improbabile che l’Italia migliori, facendo tutto da sola e senza prendersi nemmeno il fastidio di un pizzico di seria autocritica. Centralismo o non centralismo.Non voglio sembrarle pessimista, perché in realtà non lo sono, anzi posseggo quella naturale predisposizione italiana, ancora più spiccata nei napoletani, all’ottimismo e alla fiducia nel futuro.E poi con mia moglie incinta, non potrei nemmeno permettermelo, il pessimismo. Però il mio non è un ottimismo sciocco, irresponsabile e sognatore, o peggio ancora nostalgico di qualche autoritarismo che rimetta a posto le cose.Peraltro, pur non essendo un fanatico delle idee nazionalistiche, concordo sul fatto che il concetto di “patria” aiuti molto, almeno in termini emotivo-sentimentali, a sbrogliare alcuni nodi apparentemente insolubili. Sì, ma quale patria? Quella voluta e fondata dall’eroico Garibaldi, di cui celebriamo proprio quest’anno il bicentenario della nascita (spendendo una marea di soldi pubblici)?O quella del fine intrallazzatore Cavour?O magari del repubblicano Mazzini, che aveva capito in anticipo, lui sì, che i Savoia ci avrebbero rovinato? Questo qua, mi spiace dirglielo, è uno di quei nodi che non si sciolgono invocando il concetto di patria sic et simpliciter.La mala-unità fatta dai nostri “padri” non è (più) giustificabile dicendo “beh, intanto è stata fatta, non stiamo a sottilizzare”.Anche perché, ad una persona mediamente sensibile e casualmente ben informata, appare lampante che i maggiori problemi che sperimentiamo oggi (il parassitismo statale, la debolezza imprenditoriale, la divisione nord-sud, le mafie, la pressoché irrilevanza internazionale) hanno un seme comune, che si chiama Risorgimento.Risorgimento che nessuno si è mai azzardato a “revisionare”: piuttosto la resistenza... Caro Direttore, con tutta la stima che ogni volta Le esprimo, oso chiederLe: quale patria italiana?E sono certo che non mi prenderà per secessionista (non lo sono) quando ricordo, con il mio amato Franceschiello, che “le offese subite non dureranno in eterno”.Che ne dice, è ora che noi italioti diventiamo adulti e riscriviamo i libri di storia dell’Ottocento? Almeno per i nostri figli e nipoti...

Con stima,

Mario Bellotti

Comitato Neoborbonico della Lombardia

RISPOSTA

Il mio “centralismo”, anzitutto, nasce dall’esperienza vissuta delle Regioni, una falla morale e materiale astronomica (e la Lombardia non è meno un covo di favoritismi della Campania).

Maurizio Blondet

30 maggio, 2007

INFERNO!


Stiamo arrivando al punto di non ritorno! Una umanità priva di valori e di identità continua fa scempio di tutto, calpesta ogni dignità, rifiuta ogni morale, ogni valore.
Il risultato è un inferno in cui ognuno riduce la propria identità e la propria esisntenza ad adorare un unico "DIO". Il proprio Ego!

Polemiche per l'iniziativa dell'emittente: «Moralmente sbagliato»
Olanda, un rene al vincitore del reality

La tv BNN lancia "Il grande donatore-show": «Una malata terminale deciderà a chi dare il suo organo».
AMSTERDAM (Olanda) - Migliaia di persone in attesa di un trapianto renale? Endemol (la casa di produzione famosa soprattutto per il suo "Grande Fratello") e una tv olandese regalano un rene. Succederà nel corso del "De Grote Donorshow" ("Il grande donatore-show") il prossimo venerdì (1 giugno): «La 37enne Lisa dovrà decidere a chi dei tre candidati dare il suo organo», ha comunicato sabato mattina l'emittente BNN.
In pratica, il pubblico da casa indicherà alla malata terminale quale candidato potrà beneficiare del suo rene. L'annuncio ha suscitato un vespaio di polemiche, tanto da spostarsi la settimana prossima anche al Parlamento dei Paesi Bassi che discuterà del macabro quanto bizzarro show. «È l'ultima frontiera del reality?», si chiede il quotidiano di Rotterdam «Algemeen Dagblad», che riporta la notizia. Secondo la responsabile per i media dei cristianodemocratici (CDA), Joop Atsma, è «moralmente sbagliato e da condannare».
L'emittente «Barts Neverending Network» (BNN), fondata 10 anni fa, è prevalentemente seguita dal pubblico più giovane. È già balzata alla ribalta delle cronache dopo aver trasmesso il provocante programma «Neuken doe je zo!» («This is how you fuck!»); sette puntate nelle quali venivano date lezioni molto esplicite sul sesso. Lo scorso anno è partito invece il seguitissimo «Spuiten Slikken», dove da studio diversi giovani raccontano le loro esperienze sessuali ed elencano le varie droghe assunte.
Laurens Drillich, il 40enne proprietario della rete, difende il suo concetto ribadendo che lo show, come programmato, andrà in onda. «I candidati hanno il 33 per cento di probabilità di ricevere un rene. È sicuramente meglio che essere una delle tantissime persone in lista d'attesa», ha detto. «Spesso i cittadini pensano che a differenza di qualche anno fa, ora gli organi per i trapianti siano sempre disponibili. Invece è il contrario», ha puntualizzato Drillich. Il fondatore della rete, Bart de Graaf, è morto cinque anni fa; anche lui si trovava su quella lunghissima lista per un trapianto di reni, ha riferito BNN.
Qualche mese fa il governo guidato dal cristiano-democratico Jan Peter Balkenende ha promosso una vasta campagna di sensibilizzazione, tesa a motivare l'opinione pubblica sulla necessità di registrarsi come potenziale donatore. Riscontri positivi sono giunti dalla Fondazione olandese del rene: «Mi fa piacere che BNN dia spazio anche a questo problema ma non sopporto i loro metodi», ha detto il direttore Paul Beerkens.

29 maggio, 2007

La perfida Albione - Nicola Zitara

Il liberismo e le dottrine individualiste di stampo anglosassone, visti con gli occhi di un grande Calabrese (e di un socialista convinto).

(dall'e-journal Fora! del 23/5/2007)

La perfida Albione
Sarebbe presuntuoso supporre che l’esperienza personale possa costituire la base analitica per studiare e definire il rapporto tra il sé stesso e la fede professata dalla comunità di appartenenza - nel mio caso la religione Cattolica Apostolica Romana. Personalmente, superata l’adolescenza non mi sono occupato più di religione. In sessant’anni e passa non sono andato oltre la lettura dei Vangeli, per un versante, e di qualche saggio di Feuerbach e di Bruno Bauer sul versante opposto (ma forse non tanto opposto). Cosicché in materia di fede religiosa non ho altra nozione che quel che vedo intorno. Certo ciò non basta a parlarne seriamente, ma un’osservazione la faccio comunque.

Come tutti, qui da noi, sono nato in una famiglia cattolica. La paura di Dio, che avevo da ragazzino, era collegata alla morale sociale e all’idea della morte. Dio mi avrebbe punito qualora avessi violato i Comandamenti e avessi peccato. Nonostante l’immaturità, che si dice accompagni l’infanzia, dei Comandamenti avevo capito anche quel che gli immaturi non dovrebbero capire. C’era il catechismo, ma la scuola principale era la famiglia. Da parte di mia madre e dell’unica nonna che ho conosciuto, il comandamento di amare il prossimo mio come me stesso era particolarmente vigoroso. Mio padre, parecchio tiepido nell’imporre precetti di carattere religioso, ma che nel suo operare quotidiano s’ispirava alla regola di dare una mano a chi poteva, costituiva un esempio. La famiglia era agiata e credo che nonna, madre e padre, segretamente, si sentissero in colpa

E’ questa la parte della fede infantile che mi è rimasta incollata nella coscienza, e tutte le volte che la violo mi sento in peccato con me stesso. Anzi, se capita che mi venga in mente qualcuna delle innumerevoli cattive azioni compiute nella vita, mi vergogno di me stesso; avverto fisicamente un brivido e mi sforzo di rimuovere il ricordo.
Ma forse, a proposito dell’amore cristiano per il prossimo, e della connessa trasgressione, posso allargare il discorso ai miei coetanei e amici della lontana infanzia. Parecchi di loro non erano propriamente degli stinchi di santo. Rubacchiavano volentieri e senza farsene motivo di scrupoli, erano egoisti e arroganti, anticipavano gli anni rispetto alle segrete cose del proprio e dell’altro sesso e non disdegnavano di appostarsi per adocchiare nudità e amplessi. Però su una cosa avevano un sacro timore di Dio: mancare di carità per il cristiano provato dalla povertà, dalla malattia, afflitto dal dolore.

Solidarietà di classe? Forse. E’ un fatto, però, che a quel tempo la fede conteneva un messaggio morale molto più marcato che oggi. Pur essendo un ateo convinto, avverto (proprio fisicamente) la perdita di quel clima.
Ripeto: invado un campo che conosco solo superficialmente. Tutta la mia esperienza in materia religiosa non va oltre la presenza in chiesa per il funerale di un parente, di un amico, del congiunto di un amico. E tuttavia i confronti con un passato lontano tre generazioni vengono spontaneamente in superficie. Mi pare che oggi ci sia molta più compunzione, ma anche parecchia più disinvoltura quanto alla pratica. Come se l’essere cristiano comporti, contemporaneamente, una devozione liturgica e un gran pragmatismo in materia di Peccato, quasi che l’ipocrisia religiosa della nobiltà feudale, messa in scena da Manzoni, De Roberto, Tomasi di Lampedusa, si sia propagata democraticamente fra il popolo dei fedeli.

Dalla mia fanciullezza a oggi sono passati settant’anni, nel frattempo il mondo è cambiato da così a così. A quel tempo c’era il problema del pane (proprio in senso fisico). Oggi può affliggerci la mancanza di danaro da sciupare in benzina, o per pagare la bolletta del gas e della luce scaduta, o per far fronte all’ingiunzione di un creditore, o alla notifica di uno sfratto. Ma non si tratta della stessa cosa. Non ci sono più gli occhi che raccontano la sofferenza della carne per la mancanza di pane.

Questo il cambiamento sul piano umano, tecnicamente, invece, è cambiato un rapporto che non riguarda la morale (o anche la fede evangelica) ma che influenza fortemente l’esistenza personale, specialmente qui da noi, dove la popolazione non è irreggimentata in forti e definiti settori della produzione, e retribuita regolarmente. Da noi, l’individuo e la famiglia sono esposti più che altrove al ricatto del denaro, proprio perché sono deboli e aleatori gli incassi. Tecnicamente parlando la divisione del lavoro – un percorso di diecimila anni - è arrivata al capolinea. Lo scambio trionfa. Nessuno di noi vive più di quel che produce. Si vive vendendo agli altri il proprio tempo di lavoro o i propri prodotti, e comprando dagli altri i beni di consumo. La divisione del lavoro e lo scambio sono acquisizioni sociali positive, però è ancora vecchio, anacronistico, puzza di sistema schiavistico il principio che li regge. Il dio danaro è passato a essere più dio di quanto fosse prima. Un tempo, il pezzo di pane che si offriva al mendicante poteva essere un di più rispetto al bisogno familiare, invece la fame di danaro non ha misura e limite, non c’è mai un di più, il danaro non diventa raffermo. La difesa del danaro guadagnato indurisce il cuore e mortifica la legge morale. Questo non è un accidente della storia come una carestia, o della natura come l’eruzione di un vulcano. E’ una filosofia sociale, forse una religione. Se non fosse simile a una religione, la carneficina che la fame, la sete, la malattia, il colonialismo stanno compiendo nel mondo sarebbe respinta. Non resteremmo così indifferenti come restiamo in effetti. La legge o quasi-religione del danaro è l’opposto della morale evangelica.

La parola ‘Albione’ usata degli antichi popoli mediterranei (fenici, greci, italici), corrisponde all’attuale Inghilterra. Più genericamente designava un’inospitale e poco soleggiata terra del Nord. Già al tempo dei romani venne sostituita con la parola Britannia, che era quella usata dai clan del luogo. Caduta in disuso, essa venne rispolverata in età proto-romantica, credo da Ugo Foscolo. Il povero poeta aveva dovuto rifugiarsi in Inghilterra per motivi politici e per sottrarsi alle ingiunzioni dei creditori. Nato a Zante, un’assolata isola del Mar Jonio, soffriva il freddo e le nebbie di Londra. Ma perché perfida l’Inghilterra? Avrebbe potuto dire fredda, inospitale, ipocrita, individualista, e mille altre cose. Disse invece perfida.

La perfidia inglese, come la leggo nell’espressione di Foscolo, potrei descriverla con l’adagio: “Ognun per sé, e Dio per tutti”. O anche con quest’altra: “Aiutati, ché Dio ti aiuta”. Foscolo o non Foscolo, l’espressione fu parecchio in uso quand’ero ragazzo, al tempo della guerra d’Etiopia, allorché l’onnipossente Inghilterra e la Francia imposero all’Italia mussoliniana le cosiddette “sanzioni”, cioè il divieto per i paesi membri della Società delle Nazioni di effettuare forniture alimentari, di minerali e di petrolio all’Italia. L’Impero inglese, che nel 1935 si estendeva su tutti i continenti del Globo – l’Inghilterra, un paese i cui abitanti godevano di “cinque pasti al giorno”, una nazione ricchissima - aveva la sfrontatezza di sanzionare i comportamenti della Grande proletaria, dell’Italia proletaria e fascista, che esportava milioni di emigrati, per una colpa che per sé stessa non avvertiva. Quindi era “perfida”.

La filosofia dell’egoismo è nata in Inghilterra, sul finire del XVII secolo, sulla spinta dello sviluppo dei traffici commerciali con l’America. Anche se il Paese si era arricchito in precedenza saccheggiando l’oro, l’argento e le altre merci che venivano trasportate in Europa dai galeoni spagnoli, in appresso la ricchezza parve fiorire dalle viscere della società. Imprese coloniali, piccoli armatori, importatori, esportatori, manifattori d’ogni genere, piccoli industriali del cotone, del cuoio, della lana, del ferro, bottegai, proprietari di miniere, banchieri, agricoltori, allevatori etc. s’arricchivano in virtù di un meccanismo automatico. Sembrò ai filosofi (illuministi) che ciò fosse un’espansione della natura umana, in precedenza sacrificata e tenuta in legacci dalla religione cattolica. “Se vuoi giovare agli altri, se vuoi il bene della Nazione, non devi fare altro che il tuo tornaconto. Chi arricchisce se stesso, arricchisce tutti. I capaci vanno avanti, e se i deboli cadono per strada è colpa loro. Si aggiornino, rischino anch’essi, lavorino, si diano da fare.”

Quando ero ragazzo, la filosofia dell’interesse privato era già largamente impiantata in paese, anzi era antica quanto era antica la Calabria; era la legge della vita e della sopravvivenza, ma anche un banco di prova per stabilire se si stava con Dio o con il Diavolo. Infatti la morale evangelica vietava di cedere all’avarizia, di superare la misura nella ricerca del tornaconto. Le necessità della vita (il peccato originario) imponevano all’uomo a procurasi il cibo con il sudore della fronte, a relegarlo nello stretto recinto della fatica e del dolore, ma era proprio lì che l’uomo doveva manifestare l’amore per Dio improntando il proprio agire al principio della carità cristiana: questa era l’idea comune.

La filosofia del liberismo economico ha piegato, forse distrutto già il mondo. Dopo tre secoli di libero commercio le persone che muoiono di fame, di sete, di malanni - perché l’economia mondiale deve comunque funzionare – sono centinaia di milioni ogni anno. Se l’economia non funzionasse – e i diseredati non morissero - sarebbe il crollo. Ironia delle cose, ciò che si asseriva di voler mettere in piedi – la libertà - sta crollando proprio a causa della libertà.

Il socialismo non è una religione, né una legge morale. E’ solo un atteggiamento dello Stato, una regola giuridica che dovrebbe offrire una disciplina, nei rapporti economici, diversa da quella sopra accennata. Stupidamente, ingannando sé e gli altri, il vecchio socialismo ha accolto il principio antropologico secondo cui l’agire umano trova la sua ratio nella libertà economica. Non hanno voluto riconoscere, i vecchi socialisti, che invece le loro motivazioni politiche affondavano le radici nella morale evangelica.

Forse l’ambiente si vendicherà con l’uomo delle malefatte liberiste. Forse al pentimento non seguirà il perdono della natura (o di Dio per i credenti), ma se a questo pentimento vogliamo dare oggi un senso, esso sta nell’agire rispettosamente e lealmente, invece che perfidamente. Siamo al dies irae? Non lo so, nessuno lo sa. Ma è certo che la filosofia a-morale ha prodotto più danni che benefici e che è ora d’abbandonarla..


Nicola Zitara

REGGIO CALABRIA - ELEZIONI COMUNALI 2007 - FINALMENTE E' FINITA!





Uno dei periodi più stressanti della mia ancor giovane vita è fiinto.


La campagna elettorale per le comunali 2007 a Reggio calabria è stata estenuante nel roboante giro di facce, segreterie, santini e facs simile cui essa ha dato luogo.


Amici, conoscenti, parenti si sono candidati e tutti mi hanno chiesto il voto non spiegandomi le loro intenzioni programmatiche, ma con il fatto che così avrei avuto un amico nelle istituzioni cosi qualunque mia necessità burocratica avrebbe avuto una rapida e sollecita esecuzione.


In effetti negli ultimi 20 anni le campagne elettorali hanno visto l' assenza delle idee e delle proposte e il proliferare di liste e candidati, i quali propongono le loro facce e i loro "presunti"futuri favori.


Se tutti coloro i quali hanno dato la vita nei secoli passati per arrivare a dare il diritto di voto al popolo tutto, vedessero a cosa si è ridotto il suffragio universale, penserebbero di avere fatto una grande cazzata e avrebbero fatto meglio a godersi la vita.
Ormai è solo un mercimonio.
Ci sarebbero le eccezioni di chi ha idee e progetti, ma , forse, è troppo elegante per la politica di oggi.
Circa l'esito delle elezioni reggine non c'erano dubbi , anche perchè il competitor del sindaco uscente è stata una delusione completa in termini di idee, argomenti.
Resterà , indelebile, il numero di liste a sostegno di Giuseppe Scopelliti. Fiutato l'esito scontato del risultato delle elezioni a sindaco tutti si sono costruiti una macchina per competere e cercare di arrivare ad un posto al sole. Ci sono state sorprese, ci sono state clamorose bocciature.
E le idee? e i progetti?...ah beh quelli...possono aspettare!

28 maggio, 2007

INDIMENTICABILE!



da








Il miracolo è avvenuto. Lo ha fatto la Reggina che, partendo da meno 11, ha ottenuto la salvezza e giocherà in serie A l'ottavo campionato delle ultime nove stagioni. Il Milan ha fatto da vittima predestinata, anche se ha tentato di andare in gol senza fortuna (ma anche senza rabbia), intendiamoci, quando il risultato era deciso. La squadra campione d'Europa ha subito un gol dopo otto minuti da Amoruso (solissimo) e il raddoppio nella ripresa da Amerini, appena entrato in campo. Il fatto che Ancelotti abbia lasciato a casa, oltre gli squalificati Gourcuff e Oliveira e l'infortunato Ambrosini, Dida, Maldini, Costacurta, Kakà e Seedorf, certamente farà discutere, anche se non si può dire quanto i "titolari" sarebbero stati più motivati delle "riserve" , dopo i festeggiamenti di Champions. Mazzarri ha dovuto rimpiazzare gli squalificati Lucarelli e Foggia con Di Dio (maluccio) e Vigiani, mentre Tognozzi e Giosa non erano disponibili per infortuni vari e in extremis Gazzi è stato preferito ad Amerini. Quando all'8' Mesto da destra ha messo al centro per Amoruso che, solissimo per la latitanza di Simic e Bonera, ha palleggiato due volte, si è girato e di sinistro ha messo la palla sulla sinistra di Kalac che si è disteso per tutti i suoi m.2,02 senza arrivare a prendere la palla, i malpensanti hanno pensato: ecco servito il biscotto. Bisogna invece dire che dopo due altri due tiri di Amoruso (fuori), il Milan si è svegliato ed ha avuto almeno due occasioni importanti, nel primo tempo.
Al 17' su angolo da sinistra, Kaladze in tuffo di testa ha colpito verso la porta e Mesto ha fortunosamente respinto di spalle; al 28' un veloce scambio Brocchi-Borriello-Brocchi e tiro deviato da Campagnolo. A questo punto è calato il sipario per il primo tempo: il Milan non ha fatto figuracce, salvo sul gol, ma la Reggina inizialmente è sembrata più determinata e poi è calata, ma i rossoneri (vivace Borriello, un pò assopito Ronaldo) non sono riusciti a segnare. A centrocampo, l'affollamento proposto da Mazzarri ha messo in difficoltà il Milan e la fonte del gioco rossonera (Pirlo) è stata inaridita. In ogni caso, nessuno in casa milanista si è strappato i capelli. Nella ripresa il Milan ha tentato di andare in gol con Cafu, ma dell'incredibile è stato quello che è successo al 22', quando Amerini, appena entrato, ha insaccato di esterno destro su un cross di Modesto da sinistra. Ripetiamo, il Milan ha tentato di portare a casa il gol della bandiera, anche con Gattuso, ma l'azione più bella è sta di Ronaldo che, al 37' da fermo ha "alzato" la palla per Brocchi che ha tirato da sinistra: nella porta vuota ha salvato Lanzaro. Ma il risultato era già deciso e il pubblico ha tributato grandi feste agli amaranto che hanno indossato una maglia con lo scudetto: lo scudetto della Reggina, una salvezza ottenuta nonostante gli 11 punti di penalizzazione. Mazzarri andrà via, con lui sicuramente Rolando Bianchi. Per il Milan, un'altra gita sullo Stretto per fare da comparsa, dopo un mercoledì da leoni ad Atene. REGGINA-MILAN 2-0 REGGINA (3-5-2): Campagnolo; Lanzaro, Aronica, Di Dio (32'st Nardini); Mesto, Vigiani, Gazzi, Tedesco, Modesto; Amoruso (21'st Amerini), Bianchi (40'st Nielsen). In panchina: Puggioni, Esteves, Missiroli, Barillà. Allenatore: Mazzarri. MILAN (4-4-2): Kalac; Cafu, Bonera, Simic (18'st Oddo), Favalli; Kaladze (24'st Grimi), Brocchi, Pirlo (23'st Gattuso), Serginho; Ronaldo, Borriello. In panchina: Storari, Nesta, Inzaghi, Gilardino. Allenatore: Ancelotti. ARBITRO: Rocchi di Firenze. RETI: 8'pt Amoruso, 22'st Amerini. NOTE: giornata calda e ventosa, terreno in buone condizioni. Spettatori 25.000. Ammoniti: Di Dio, Gattuso. Angoli: 4-3 per la Reggina. Recupero: 0', 3'.


da





"Se Lillo Foti si salva pure quest'anno è il diavolo!" - mi disse Alfredo Auspici alla seconda di campionato.
Ora, senza scomodare immagini dantesche, la Reggina di Lillo Foti, Riccardo Bigon, Walter Mazzarri e, soprattutto, di tutti i giocatori è entrata nella storia.
Un'impresa senza precedenti.
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Ancora, dopo quasi 20 anni, ci si ricorda di una Lazio salva partendo dal -9.
Ma era la Lazio.
Su questa Reggina in tanti (dopo la conclusione del calciomercato) non avrebbero scommesso un centesimo e noi siamo tra questi.
Oggi, allora, è tempo di ringraziare i protagonisti di questa impresa ed anche - perchè no- di chiedere scusa se nove mesi fa non sono stati accreditati di quella fiducia che poi hanno dimostrato di meritare ampiamente sul campo.
L'anno prossimo, contro tutto e tutti, la Reggina disputerà l'ottavo campionato di serie A, diventando, così, la prima in assoluto nella storia della Calabria (il Catanzaro degli anni '70 ed '80 ne giocò 7).
Ma, soprattutto, la Reggina di Foti, su 22 campionati,ne avrà disputati 8 in A, 8 in B e 6 in C.
E per chi era abituato al match dell'anno contro la Nocerina non è affatto male.
GIUSVA BRANCA

26 maggio, 2007

Evento a Locri

Riporto di seguito il resoconto del cav. Salemi, celebre lealista borbonico, sulla presentazione del busto di Ferdinando II nel municipio di Locri.
L'evento, in effetti, ha abbastanza del... miracoloso.

Coraggio e avanti così!



(da Rete di Informazione delle Due Sicilie del 25/5/07)
L'ottimo capo del nostro servizio informazione, Alessandro Romano, dando comunicazione della cerimonia che si era svolta a Bitonto, intitolava il suo messaggio: "Miracolo a Bitonto".
Io reduce da una visita nelle Calabrie, replico intitolando questo mio messaggio: "Miracolo a Locri".
Ed è vero: a Locri la sera del giorno 24 u.s., io stesso ed altri amici e compatrioti abbiamo presenziato a un avvenimento che ha del miracoloso, considerando il modo con il quale da 150 anni si racconta la storia: è stato sistemato nel palazzo municipale di Locri, in luogo degno e a vista di chiunque acceda agli uffici municipali, il busto di Re Ferdinando II che fu ritrovato, qualche anno addietro, murato in uno scantinato del palazzo stesso .

Lo scoprimento del busto è avvenuto al termine di un magnifico convegno organizzato dal Circolo di Studi Storici Le Calabrie e dalla Associazione Culturale Due Sicilie sotto la guida della Prof. Avv. Carmela Maria Spadaro e dell'Avv. Pasquale Zavaglia, oltre che con il patrocinio della Delegazione della Locride del FAI e delle città di Locri e Gerace i cui Sindaci Arch. Francesco Macrì e Dott.Salvatore Galluzzo hanno mostrato tutta la loro intelligente sensibilità nel patrocinare una manifestazione di così intenso contenuto storico.
Il convegno vero e proprio, moderato ottimamente dal compatriota prof. Carmelo Carabetta, è stato preceduto da veloci interventi introduttivi della prof.ssa Annalia Paravati Capogreco che ha ricordato con rimpianto il periodo in cui ha tenuto in custodia nella sua casa il busto del Re, della prof.ssa Marilisa Morrone per il Circolo Sudi Storici Le Calabrie e dal vecchio "leone" prof. Nicola Zitara (nella foto) per conto dell'Associazione Culturale Due Sicilie di Gioiosa Ionica.


I relatori hanno brillantemente esposto le loro relazioni: il prof. Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico di Napoli, ha trattato "L'Età di Ferdinando II", evidenziando le tante cose positive che sotto quel Sovrano si realizzarono nel Regno tutto e con particolare riguardo per le Calabrie, alla estrazione del materiale ferroso ed alla sua lavorazione che iniziava con le Fonderia di Mongiana per terminare nello stabilimento siderurgico di Pietrarsa; la prof.ssa Spadaro ha raccontato la storia delle regie ferriere di Mongiana, modello oltretutto di organizzazione industriale operante nel rispetto della dignità degli operai a cui veniva garantito, cosa rarissima per l'epoca, anche l'assistenza di malattia, così come accadeva, d'altra parte, nella Colonia di S. Leucio di Caserta ed ancora la prof.ssa Spadaro ha ricordato che quando il Re nel 1852 si recò nelle Calabrie (e lo fece anche per rinverdire un rapporto diretto con quelle popolazioni dopo i fatti del 1847 a Gerace e del 1848 a Napoli) usufruì solo in parte del viaggio del controllo che reparti di truppa svolgevano a fine di precauzione per la sua sicurezza, mentre proprio nella parte più interessata ai sommovimenti sopraccitati, si mosse senza alcuna particolare misura di prevenzione e ciò a dimostrazione della popolarità di quel Sovrano; infine l'arch. Vincenzo de Nittis ha bene illustrato le caratteristiche tecniche del busto avanzando delle ipotesi sul nome dell'autore che resta sconosciuto e rilevando la quasi completa identità con altro busto esistente a S. Andrea dello Ionio, altro esistente a Ferdinandea e altro ligneo di collezione privata.
In buona sostanza si è trattato di un convegno superbo poiché oltre ad avere le caratteristiche qualità informative e celebrative è terminato con il grido "Viva 'o Rre" lanciato dai partecipanti davanti al busto del Sovrano.

Infine una curiosità, anzi più di una: il sindaco di Locri ha esposto un decreto reale con il quale un suo antenato era stato nominato sindaco di Gerace (al tempo non esisteva Locri come città autonoma) e il signor Tomaioli di Laureana di Borrello ha esposto un paio di guanti bianchi di pelle di daino che furono di Re Ferdinando e da questo lasciati come pegno di ricordo in quella famiglia, sempre nel corso della visita precedentemente citata.
Un ricco e signorile "vino d'onore", offerto ai partecipanti nel cortile del bellissimo palazzo municipale di Locri, ha concluso la serata.

Giovanni Salemi

ANOTHER TIME, THE SAME PLACE!




La zona delle Serre Calabresi e alta Valle dello Stilaro oggi sono moribonde da un punto di vista economico. A parte l' indotto pubblico l' economia privata vive di piccole imprese boschive, sprazzi di turismo, attività edile. Una miseria in un sola parola.

Eppure "another time, in the same place" fioriva una attività industriale di primAria importanza, con un polo industriale che dava lavoro nelle sole fonderie di Mongiana a 2000 operai agli inizi del 1800.
Se si pensa che oggi quel paese ha 800 abitanti si capisce che unp "tsunami" storico ha spazzato via la storia di una comunità per sostituire una realtà alternativa fatta di miseria e stenti.

Le acque delle fiumare della zona erano utilizzate per alimentare turbine e impianti di quello che fu il più importante polo industriale nel meridione borbonico, che dava lavoro a circa 2.500 persone. Nel 1742, a Pazzano, fu costruita la prima fabbrica d'armi, nelle ferriere dell'Assi e in quelle «Vecchie di Stilo» si realizzarono, su progetto del Vanvitelli, i tubi per l'acquedotto «Carolino» della Reggia di Caserta, mentre dalle fonderie di Ferdinandea e Mongiana l'esercito borbonico riceveva gran parte dei propri armamenti.

Non a caso sul territorio è nato un ecomuseo che protegge e valorizza cinque aree: Monasterace, nei dintorni dell'antica Kaulon, la media e la bassa valle dello Stilaro, il bosco di Stilo e l'altopiano delle Serre calabre. Ecco quindi recuperati una miniera, una centrale idroelettrica, due mulini idraulici, un'antica conceria, già ferriera Fieramosca, una casa albergo, annessa a uno stabilimento termale. Quest'ultimo resta ancora inagibile, ma affidandosi alle guide dell'Associazione Calabrese Archeologia Industriale, cui si deve il progetto di tutela, si può raggiungere un rivolo delle acque alcalino-solforose e provarne gli effetti, talmente prodigiosi da far chiamare la zona «Acque sante». Tutti i possibili itinerari e mostra permanente nel «Museo di Archeologia industriale e della cultura materiale», che si trova nell'ex convento Basiliano a Stilo.


24 maggio, 2007

Precisazione




La frase

Frequentadoli notai la loro provenienza (tutta più o meno parasinistroide) e la povertà del loro background culturale. Non capaci di ragionamenti strutturati o analisi accurate, ma solo propositori di slogan, in un grottesco taglia e incolla tra pensieri di vari personaggi assunti, più o meno, ad icona per la conduzione delle proprie battaglie.

si riferisce al periodo in cui ero moderatore di un sito spazzatura, IL PIU' GRAVE ERRORE DELLA MIA VITA, poichè ho portato acqua al mulino di persone senza scrupoli.

FALCONE HA ANCORA NEMICI

da www.giornale.it

«Sono responsabile della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, ho commesso e ordinato oltre 150 delitti, ho strangolato parecchie persone, ho sciolto i cadaveri nell’acido muriatico, e, prima di farlo, molti li ho carbonizzati su graticole costruite apposta».

Parole di Giovanni Brusca, il mafioso che esattamente 15 anni fa, il 23 maggio 1992, fece saltare in aria Giovanni Falcone e tutta la sua scorta. Brusca ha messo queste cose a verbale e nel 1999 le ha pure raccontate al collega Saverio Lodato.

«Il mio risentimento nei confronti di Falcone era identico a quello di tutti gli affiliati a Cosa nostra: era il primo magistrato, dopo Chinnici, che era riuscito a metterci seriamente in difficoltà. Era riuscito a entrare dentro Cosa nostra, sia perché ne capiva le logiche, sia perché aveva trovato le chiavi giuste. Lo odiavamo, lo abbiamo sempre odiato».

Non erano i soli. Sin da quando giunse a Palermo nel 1978, chiamato dal consigliere istruttore Rocco Chinnici, Falcone fece poco per rendersi simpatico. A Palermo era stato appena assassinato il giudice Cesare Terranova, e «mafia» era una parola che si pronunciava ancora malvolentieri. «Prendemmo la decisione iniziale di ucciderlo, per la prima volta, alla fine del 1982» racconta Brusca. «Non tramontò mai il progetto di uccidere Falcone, di eliminare lui e tutti i nostri avversari: quelli che ci avevano tradito, quelli che erano stati amici e ci erano diventati nemici, e mi riferisco agli uomini politici che spesso si trinceravano dietro lo scudo dell’antimafia per rifarsi una verginità. Per esempio quelli che ormai realizzavano tutto ciò che chiedeva Falcone: le sue leggi, i suoi provvedimenti, le sue misure restrittive. Giulio Andreotti per ripulire la sua immagine ci provocò danni immensi: Salvo Lima e Ignazio Salvo sono stati uccisi per questo».

Falcone non era simpatico neppure ai vicini di casa. Alcuni condòmini del giudice, in via Notarbartolo, stesso stabile dove ora c’è «l'albero Falcone», scrissero al Giornale di Sicilia nel timore che un attentato potesse tirarli in mezzo. Dopo l'apertura del maxiprocesso nell'aula bunker, nel febbraio 1986, Ombretta Fumagalli Carulli, purtroppo sul Giornale, giunse a scrivere così: «Il vero nodo del contrasto sta in un fenomeno allarmante che solo ora, dopo le notizie intorno alle coperture date da Falcone al costruttore Costanzo, comincia a essere percepito». Così, quando il 16 dicembre 1987 la Corte d’assise di Palermo comminò 19 ergastoli, le polemiche non calarono: tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell’anzianità. Cominciarono a voltargli le spalle in tanti. Leoluca Orlando, tuonando contro gli andreottiani, era diventato sindaco e aveva inaugurato una cosiddetta «primavera di Palermo» che auspicava un certo gioco di sponda tra procura e istituzioni, anzi «una sinergia» come aveva detto Falcone stesso. Durerà fino all’estate del 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani, ma Falcone fiutò subito la calunnia: Orlando si convinse che il giudice volesse proteggere Andreotti. Fu durante una puntata di Samarcanda che Orlando scagliò l'accusa: Falcone ha una serie di documenti sui delitti eccellenti, disse, ma li tiene chiusi nei cassetti. Accusa che verrà ripetuta a ritornello da molti uomini del movimento di Orlando: Carmine Mancuso, Nando Dalla Chiesa e Alfredo Galasso. È di quel periodo, peraltro, un primo e sottovalutato attentato a Falcone: il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia, circa la bomba ritrovata nella casa al mare di Falcone, all'Addaura, scriverà così: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». E la voce circolò.
Così, quando Falcone accettò l’invito del ministro della Giustizia Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, la gragnuola delle accuse non poté che aumentare. L'obiettivo di Falcone era creare strumenti come la procura nazionale antimafia, ma in sostanza fu accusato di tradimento. Si scagliò contro di lui il Giornale di Napoli: «Dovremo guardarci da due “Cosa nostra”, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma». Così Sandro Viola su Repubblica: «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura... s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi». L'Unità, due mesi prima che Falcone saltasse in aria, fece scrivere un corsivo al membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso: «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché». È la stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato così: «Falcone preferì insabbiare tutto».Cosa nostra aveva già deciso di saldare il conto: la Cassazione, infatti, il 30 gennaio aveva confermato gli ergastoli del maxiprocesso. Mentre Roma discuteva su come impedire la nomina di Falcone, Giovanni Brusca stava facendo dei sopralluoghi sull’autostrada Palermo-Punta Raisi. Poi, a macerie fumanti, il tentativo di sfruttare la morte di Falcone per portare acqua all'inchiesta Mani pulite resterà uno degli episodi più disgustosi della storia del giornalismo italiano. Piero Colaprico, su Repubblica, definì Antonio Di Pietro «il Falcone del Nord», e inventò che «si è saputo solo ieri che Falcone seguiva da vicino l’inchiesta sulle tangenti, ma adesso una tonnellata di tritolo ha spezzato per sempre il suo contributo all’indagine milanese». L’Unità scrisse: «A Milano i magistrati hanno considerato la strage anche un avvertimento per quanti vogliono smascherare i signori di Tangentopoli». Solo Ilda Boccassini, e gliene si faccia onore, ebbe la forza di urlare nella aula magna del Tribunale di Milano, rivolta ai colleghi di Magistratura democratica: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali».

23 maggio, 2007

Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Capaci, 23 maggio 1992)




Il 16 Ottobre 2005 un tragico evento svegliò la coscienza del ventenne che voleva cambiare il mondo e il cui slanciò finì alle ore 18.00 del 23 Maggio 1992, quando dai canali di Video Tre seppi della tragica notizia della Strage di Capaci. Lì finì il mio slancio ed impegno civile e cominciai ad occuparmi solo della mia sfera personale.

Il 16 Ottobre 2005 mi rivenne la voglia di lottare per qualcosa di diverso dalla costruzione del mio mondo personale, quando vidi ragazzi scendere in piazza dopo l' omicidio Fortugno.

Frequentadoli notai la loro provenienza (tutta più o meno parasinistroide) e la povertà del loro background culturale. Non capaci di ragionamenti strutturati o analisi accurate, ma solo propositori di slogan, in un grottesco taglia e incolla tra pensieri di vari personaggi assunti, più o meno, ad icona per la conduzione delle proprie battaglie.

Per quanto riguarda Giovanni Falcone costoro che affermano che "le sue idee camminano sulel loro gambe" dovrebbero leggere il suo libro "Cose di Cosa Nostra" e considerare gli attacchi vergognosi che subì da certa parasinistra negli ultimi anni della sua vita.

L' Antimafia in Italia , così come è stata negli ultimi anni, è solo un folklore inutile e mangiasoldi sfruttato da chi cerca l' incipit per una carriera politica oppure per chi ha voglia di riciclarsi.

Le varie associazioni antimafia, dovrebbero, in un moto di dignità ,( che non hanno mai avuto!) sciogliersi e evitare spreco di denaro pubblico, il quale potrebbe essere più utilmente indirizzato per dotare le forze dell' ordine di strumenti migliori per il contrasto delle Mafie.

22 maggio, 2007

Giacomo Savarese, grande economista liberale che non tradì

Le persone di grande valore come Savarese, che nei drammatici momenti dell'invasione garibaldina e piemontese rimasero fedeli al Regno (pur avendo dissentito in passato sulla politica interna), forse furono poche ma grazie a Dio CI FURONO.
Non erano parrucconi reazionari, né stupidi parassiti, né baroni schiavisti e padroni di picciotti mafiosi. Peraltro, statisticamente di quelli che cadevano in queste categorie furono in molti coloro che fiutarono l'aria e "cambiarono tutto per non cambiare niente".


Ed è infatti più sull'atto finale di fedeltà e di correttezza, che sulle pur giuste ed apprezzabili idee liberali, che possiamo oggi giudicare questi personaggi storici.

Giudicare la pianta dai frutti, come diceva qualcuno di famoso: se una pianta è buona darà solo frutti buoni, viceversa solo frutti cattivi.
E la pianta dell'Italia unita post-risorgimentale ha espresso in generale, e specialmente nel Sud una messe che possiamo senza tema di smentite definire DISASTROSA.





da “Il SUD Quotidiano” del 26/4/97
di Roberto Maria Selvaggi

La storiografia risorgimentale non si è limitata nel tempo a cancellare la memoria storica meridionale ma, per il timore di lasciare dello spazio e delle radici su cui potesse riprendere vita il ricordo di un tempo in cui la metà del nostro paese fu autonoma e prospera, ha dimenticato anche quei personaggi che, pur critici del centralismo borbonico e della mancanza di autonomia amministrativa e rappresentativa, di fronte alla rozza e violenta unificazione ed alla sistematica denigrazione delle istituzioni preesistenti, si ribellarono e levarono alta la protesta, per quanto fu loro possibile, contro lo stato di cose in cui versò il sud dopo il 1861.

Uno di loro fu Giacomo Savarese. Insigne economista, spirito libero e autenticamente legato alle tradizioni della sua terra, fu osteggiato e posto nel dimenticatoio della storia dalla massa servile degli inneggianti al vincitore. Figlio di Luigi Savarese, magistrato della corte dei conti, e di Marianna Winspeare, era nato a Napoli il 25 gennaio 1808. Cresciuto in un ambiente imbevuto degli insegnamenti del Vico, del Genovesi, del Filangieri e del Pagano, era nipote di Davide Winspeare, insigne giureconsulto, e padre di tutta la legislazione che portò all’abolizione della feudalità.
Discepolo di Giuseppe Zurlo, celebre ministro nel 1798 e nel decennio francese, fu ammesso nel 1826 nelle “Guardie del Corpo”, compagnia scelta tra i cadetti delle famiglie nobili per il servizio presso il sovrano. Dopo due anni di servizio preferì ritornare agli amati studi di economia e di storia, dedicandosi anche al problema che più lo appassionò nella sua vita: quello dell’istruzione pubblica infantile.

In contatto epistolare con gli intelletti più vivi del tempo, viaggiò in Toscana per documentarsi sulle condizioni degli asili pubblici e privati, per importare un sistema analogo a Napoli.
Non senza difficoltà, ma comunque con l’appoggio del sovrano, riuscì ad aprire diversi asili infantili nella capitale, divenendo il precursore dell’istruzione pubblica e privata ai bambini sotto i sei anni.

L’altra sua grande passione fu l’economia, e le sue lezioni all’università videro un concorso di studenti impensabile per l’epoca. Si affacciò poi alla vita pubblica nel 1843, quando fu eletto nel decurionato di Napoli, una sorta di moderna giunta comunale.
Nel primo tentativo riformatore di Ferdinando II con l’istituzione di un Consiglio di Stato, nel 1847, Savarese venne subito chiamato a farne parte. Nel 1848 gli fu affidato dal Presidente del Consiglio del primo ministero costituzionale, Duca di Serracapriola, l’importante ministero dei Lavori Pubblici.
Dopo pochi mesi il gabinetto cadde per far posto al ministero radicale presieduto da Troja, che portò alla sanguinosa giornata del 15 maggio.

Il fratello Roberto, che aveva partecipato attivamente ai moti, fu esiliato in Toscana mentre Giacomo, nominato Pari del Regno, si ritirò dalla vita pubblica.
Ferdinando II, che seppe riconoscere gli avversari dai nemici, lo chiamò nel 1854 a ricoprire l’incarico di Amministratore Generale delle Bonifiche: molte parti del Regno erano ancora paludose, ed il re volle che le opere, che fino ad allora erano state concepite e realizzate come atti isolati, fossero oggetto di una legge dello Stato che organizzava la bonifica dell’intero Regno.
La prima gigantesca opera fu la bonifica del Volturno, che il valente amministratore portò a termine e che la storia non ha mai voluto riconoscere tra le realizzazioni del periodo borbonico, e paragonabile a quella avvenuta negli anni 30 nelle paludi pontine. Il governo distribuì gratuitamente 50000 moggia di terra bonificata.

L’altra grande impresa portata a termine da Savarese fu la rettifica del corso del Sarno ridotto ora, come titolato in passato da “Repubblica”, ad una fogna a cielo aperto.

Caduto il Regno, Savarese, dopo un anno di esame di quello che stava accadendo, dalla piemontizzazione forzata di tutto alla progressiva e poi totale perdita di autonomia del meridione, pubblicò un libro dal titolo “Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860” nel quale, con scientifica serietà ma anche con appassionati sentimenti di meridionale fiero della sua cultura e della sua storia, confutò l’opera scellerata di disfacimento delle finanze dell’ex Regno ad opera dei piemontesi, mettendo in forte risalto l’onestà e la capacità degli amministratori di tutto il periodo borbonico.

Nel suo lavoro Savarese mette in luce la modernità dei princìpi governativi del tempo in fatto di finanza pubblica: “Il principio che ha regolato tutto l’andamento delle nostre finanze della restaurazione della monarchia napoletana dal 1733 al 1860, è stato costantemente quello di non gravare i popoli di nuovi tributi, ma al contrario di scemare gli antichi. Pareva a quegli antichi uomini, i governanti che si succedettero da Tanucci in poi, che la stabilità dei governi riposasse principalmente sul rispetto della proprietà privata e che la morale e la politica si accordassero per domandare ai cittadini i minori sacrifizii possibili a nome dello Stato”.

Ci ricorda ancora Savarese che nel Regno si pagavano solo 5 imposte, gravanti tutte sui ceti abbienti: gli altri le tasse semplicemente non le pagavano. Ma in un solo anno, il 1861, esse aumentarono fino a 36 oltre le 5 antiche, e fu molto complicato spiegare ai più poveri il solo significato di una parola, “le tasse”, fino ad allora sconosciuta. All’inizio del 1860 il debito pubblico del Regno era di 5210000 lire di allora. Con la guerra provocata dall’invasione garibaldina questo raggiunse la quota di 55 milioni, ma il peggio fu compiuto con le folli spese del governo dittatoriale e di quello piemontese, raggiungendo alla fine del 1860 la somma di 182 milioni, avendo tra l’altro del tutto prosciugato le casse statali: la nostra avventura unitaria cominciava col peso di troppi zeri, peso che non ci avrebbe più fatto risollevare.

Da quel momento Savarese passò fra gli oppositori, fermi ma legalitari, del nuovo stato di cose. Significativi alcuni brani tratti da una lettera indirizzata al Viesseux, datata 15 luglio 1861: “Da Garibaldi in poi si è pensato a distruggere e non già ad edificare. Sdegnano di restaurare e migliorare il vecchio, e volendo rifare a nuovo ogni cosa, riescono sempre a distruggere. Abbiamo destituito a capriccio e per odio di parte e spesso, cosa vergognosa, per far posto agli amici.
E’ meraviglia se i destituiti e le loro famiglie ci si sono fatti nemici? E con tutto questo gli impiegati nuovi non sono pienamente nostri. Sono tiepidi, e sapete perché? Perché sono ammoniti dalla sorte dei vecchi, temono per sé, e non hanno fede nella stabilità dell’impiego che si sono procacciati senza titoli e meriti.
Ogni popolo ha il suo amor proprio, e noi abbiamo il nostro: abbiamo la terza città d’Europa, una mobilissima storia civile e leggi ed istituzioni che crediamo migliori di quelle delle altre province italiane.
Tra Portici e San Giovanni a Peduccio è una fonderia bellissima del governo. Vi si fanno macchine, cannoni e mille altre cose (Pietrarsa). Il credereste? La vogliono vendere.
Se il governo ha simili stabilimenti in Piemonte, perché non averne a Napoli? Molti concludono: ci trattano come paese conquistato”.


Giacomo Savarese si spense in Napoli nel 1884: aveva vissuto in libertà sotto il tanto feroce Ferdinando II, e con lui se ne andava una delle ultime voci libere del Sud.

21 maggio, 2007

VINCENZO NIUTTA:IL MINISTRO CALABRESE DEL GOVERNO CAVOUR.




Egli nacque il 20 maggio 1802, quando questa cittadina portava ancora il nome di Castelvetere che lasciò nel 1863 per prendere quello attuale.
Quello del Niutta fu uno dei pochissimi casati della borghesia cauloniese che si distinse per signorilità e senso umano, qualità sconosciute al resto della stessa classe locale vissuta all'insegna della superbia, dell'arro­ganza e dello sfruttamento della povera gente. Ed il piccolo Niutta ereditò in pieno i pregi della sua famiglia migliorandoli.


Frequentò con profitto le scuole elementari di Castelvetere e poi quelle medie di Catanzaro. Concluse queste, passò all'università di Napoli dove, sentendo il fascino della professione del nonno materno, Ilariantonio Deblasio, un giureconsulto che raggiunse la presidenza della corte napo­letana (fu anche deputato in quella larva di Costituzione concessa da Francesco I di Borbone nel 1821), volendo seguire le orme di cotanto nonno, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, laureandosi ad appena ventidue anni.
lI brillante corso degli studi universitari lo segnalò come uno tra i più promettenti di legge del suo tempo, cosa che gli fece ottenere subito la nomina ad uditore giudiziario. Fu l'inizio di una rapida ascesa che lo portò a giudice di tribunale civile, quindi a giudice criminale e via via a presidente di tribunale civile, procuratore regio, giudice di corte civile, consi­gliere della corte suprema, presidente della gran corte fino all'apice dell'ordinamento giudiziario: la presidenza della Corte Suprema del Regno.
La sua folgorante carriera fu consentita e favorita da qualità professionali e cultura non comuni. Le sue sentenze facevano da testi di giurisprudenza ed era notissimo all'estero, soprattutto in Francia da dove veniva spesso consultato allorché quella magistratura aveva da risolvere casi difficili e complicati.
Vincenzo Niutta, dunque, ripercosse per intero la strada del nonno, andando oltre. Ciò che lo distinse da cotanto antenato fu il liberalismo deciso e convinto contro l'integralismo borbonico dell'avo, e non era poco. E di questo suo convincimento diede prova quando, nel 1848, la lotta contro l'assolutismo si fece sentire in tutta la Penisola, non avendo alcuna esitazione ad esprimere la sua condanna alla tirannia, cosa che gli costò la destituzione dalla magistratura, me che non divenne mai operativa perché i giudici che furono chiamati a darne corso, si rifiutarono di farlo, minacciando dimissioni in massa, per cui il provvedimento dovette essere revocato.
Basta questo per avere il quadro del suo carattere, del suo valore, del suo prestigio, della stima di cui godeva.



lI Landolfi, che fu il suo biografo, ebbe a scrivere che «mai ingegno fu più rapido del suo, sapere più vasto, cuore più nobile», e i fatti, il costume di vita, l'esercizio onesto e corretto delle sue funzioni di giudice, lo provano. Infatti, a fare di Niutta il Presidente della Suprema Corte del Regno di Napoli, fu un episodio eclatante e che evidenziò, se ce ne fosse stato bisogno, la serietà e la dirittura morale dell'alto magistrato.


Una lite tra un esponente dell'aristocrazia borbonica, il principe d'Ischitella, cugino del re, e un povero uomo, trascinato da un tribunale all'altro e sempre condannato, finita tra le mani di Niutta, ebbe un giudizio sgradito il principe. Convinto delle buone ragioni del povero diavolo, il magistrato cauloniese diede il torto al cugino del re.
lI principe d'Ischitella che era prepotente, svillaneggiò il magistrato che si era permesso di emettere una sentenza a lui contraria. All'insulto del titolato borbonico, Niutta presentò le dimissioni al Re dicendo: «Sono vecchio e ministro del diritto e non posso riparare l'of­fesa con la forza: mi dimetto». Ferdinando Il, pur non nutrendo simpatia per l'alto magistrato, per via delle sue idee liberali, non potendo non avere ri­spetto e ammirazione per la sua inte­grità morale, respinse le dimissioni nominandolo alla più alta carica della magistratura dello Stato, chiudendo per alcuni giorni il cugino nella fortezza di S. Elmo.
Che Vincenzo Niutta fosse stato un massone, come qualcuno sostiene, è molto improbabile, per non dire impossibile, e non per i principi che stanno a base della Libera Muratoria.
Anzi, si può dire che questi si trovavano in parallelo con la sua indole e con la sua formazione etica, per cui, la sua eventuale appartenenza a questa istituzione, non avrebbe minimamente sminuito la sua prestigiosa personalità.
Per non avere molte riserve su questa sua appartenenza alla Massoneria, bisognerebbe avere prove documentali che nessuno ha portato fuori, riserve che nascono anche o soprattutto dal fatto che i Borboni furono nemici della Massoneria.
Carlo VII di Borbone, futuro Car­lo III di Spagna, nel 1751, la mise al bando. Vi fu poi una certa tolleranza con Ferdinando IV, auspice la moglie Maria Carolina, ma con lo scoppio della rivoluzione francese che portò sul patibolo Luigi XVI e la moglie, Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina, questa non solo tramutò la sua simpatia in odio, si prodigò anche a spingere il marito ad avversarla. Quando poi, Ferdinando IV, cacciato dai napoleonidi, ritornò sul trono di Napoli (1815), questa volta come Ferdinando I, non più IV, non poteva che osteggiarla maggiormente così come fece, considerato che a ramifi­carla e potenziarla, era stato Murat che aveva assunto la massima carica sia dell'Ordine che del Rito massonico.
Il periodo di Vincenzo Niutta, quindi, coincise con un periodo in cui la presenza massonica nel Regno delle due Sicilie era pressoché inesi­stente, o quantomeno poco allettante e che proprio un alto magistrato andasse a affiliarsi pare poco possibile.L'annessione del Regno delle due Sicilie al resto d'Italia, conseguente alla spedizione dei Mille, fu consacrata da un plebiscito e fu proprio Vincenzo Niutta, confermato nella carica, a proclamarlo e a presentarlo a Vittorio Emanuele Il, che lo nominò senatore del Regno d'Italia, unitamente ad Alessandro Manzoni, Massimo d'Azeglio e Gino Capponi.

22 marzo 1861La prima amministrazione del Regno d'Italiaa Torino, Vincenzo Niutta è il primo in piedi a sinistra

Nel primo governo dell'unità d'Italia, Cavour voleva Niutta ministro di grazia e giustizia, ma questi preferì la carica di ministro senza portafoglio, l'unica del genere in quel governo, che lasciò alla morte di Cavour, per assumere la presidenza della Corte di Cassazione di Napoli, città in cui mori il l° settembre 1867.
Le leggi fondamentali dello stato italiano e in particolare del codice civile e di procedura civile, ebbero il contributo della sua dottrina.
Lasciò una ventina di manoscritti, in prevalenza di natura giuridica, rimasti tutti inediti. Peccato.


«Non parlava bene - dice il suo biografo -,per cui al senato, un uomo di tanto valore non si è veduto quasi mai aprir bocca. Di modestia eccessiva, smilzo, pallido, poco avvenente, di fisionomia poco espressiva; e vedendolo nessuno avrebbe detto: questo è il grande Niutta.».
Vincenzo Niutta, dunque, fu un grande. Un grande della cultura giuridica, un grande della rettitudine, un grande della coerenza. Un esempio da imitare; una figura che fa onore alla giustizia, alla cultura, a Caulonia, alla Calabria tutta, all'Italia.
fonte:

20 maggio, 2007

Alfonso Splendore microbiologo calabrese




Alfonso Splendore nacque a Fagnano Castello (CS) il 25 aprile 1871 da Luigi e da Gaetana Gallo, fratello di Achille, ricercatore fra i più autorevoli nel campo della tabacchicoltura. Studiò a Fagnano, Cosenza, Napoli e Roma ove si laureò con lode in Medicina e Chirurgia il 24 luglio 1897, discutendo una tesi, su Come si difendono gli organismi mono e plaricellalari (animali e vegetali) dagli agenti deleteri, oggetto in seguito di pubblicazione.Rimase come coadiutore nell'lstituto di Igiene apprendendo dai maestri Celli, Fermi e Grassi le tecniche batteriologiche e parassitologiche dandosi così la 'forma mentis' del ricercatore.Nel 1899, attratto dalla patologia tropicale, si trasferì in Brasile iniziando subito i suoi studi sulla patologia locale, allora poco nota, ed esercitando anche la professione medica. Per l'esercizio di questa attività, aveva ottenuto una abilitazione dalla Facoltà di Medicina di Rio de Janeiro solo in virtù delle sue opere e quindi senza la necessità di sottoporsi a nuovi esami, come invece l'ordinamento esigeva.Fu coadiutore del Prof. A. Lutz nell'Istituto Batteriologico di San Paolo e con lui pubblicò diversi lavori. Fondò il Laboratorio dell'Ospedale Umberto I e divenne Direttore del Laboratorio dell'Ospedale di Beneficenza Portoghese. Di questo periodo sono numerosi i suoi lavori, molti dei quali presentati successivamente in Congressi internazionali europei. Appartengono a questa produzione scientifica importanti studi che riguardano le Pebrine, le Sporotricosi, la Toxoplasmosi, le Blastomicosi, oltre ad altri sulla Buba, Miasi e Leishmaniosi.Nel 1907 presentò, al Congresso Medico Brasiliano di S. Paolo, il primo caso umano di Sporotricosi in Brasile, che aveva già osservato nel 1902 insieme a Lutz e successivamente descrisse un altro agente eziologico di questa malattia classificandolo come Sporotricum Asteroides.Nel 1908 scoprì che un'altra mosca dell'America del Sud, con proprietà antropofaghe, e precisamente la Sarcophaga lambens, era anche responsabile della trasmissione delle Miasi.Nello stesso anno constatò una strana epizoozia fra i conigli del suo laboratorio, nell'Ospedale Portoghese di S. Paolo, riuscendo in breve tempo ad individuare e descrivere l'agente patogeno in corpascoli reniformi. In seguito, in una comunicazione alla Società Scientifica di S. Paolo nel luglio 1908, segnalò al mondo scientifico la sua scoperta, descrivendola come 'Un nuovo protozoo parassita de' conigli incontrato nelle lesioni anatomiche d'una malattia che ricorda in molti punti il Kalaazar dell'uomo". Era la Toxoplasmosi e questa scoperta si sarebbe dimostrata importante, anche per la patologia umana in futuro.Ma già da allora Alfonso Splendore aveva intuito tale importanza, infatti, al I Congresso Internazionale di Patologia Comparata tenutosi a Parigi nel 1912 affermò: "... non dovremmo meravigliarci se questa malattia in un avvenire più o meno prossimo f'osse riscontrata anche nell'uomo ... é dimostrato dalle nostre ricerche e dalle nostre considerazioni". Molti anni dopo, secondo le sue previsioni la Toxoplasmosi veniva riscontrata nell'uomo e si giungeva poi a constatare che una altissima percentuale del genere umano era affetta da infezione toxoplasmica e che l'infezione contratta dalla donna durante la gravidanza poteva determinare la morte del feto, aborto e malformazioni.Dopo questi lavori ne realizzò altri sulla Blastomicosi sud­americana. Egli, infatti, descrisse questo tipo speciale di micosi osservata in Brasile, caratterizzando la sua localizzazione prevalentemente nella cavità orale e mostrando che l'agente eziologico era un fungo, lo Zimonema brasiliense. Le ricerche realizzate da Lutz e successivamente da Almeida hanno riconfermato la validità dei lavori di Splendore mantenendo la denominazione della specie dell'agente eziologico proprio in omaggio a quel suo lavoro precedente. Oggi l'agente eziologico della Blastomicosi sud­americana conosciuta anche come "Malattia di Lutz­Splendore­Almeida" é denominata Paracoccidioides brasiliense.Con i suoi lavori partecipò al VI Congresso brasiliano di medicina tenutosi a S. Paolo nel 1907 e al IV Congresso Medico Latino­Americano del 1909 a Rio de Janeiro.Nel 1911, per la prima volta, descrisse una nuova forma clinica di leishmaniosi riscontrata un anno prima in alcuni pazienti provenienti da una zona compresa fra lo stato di San Paolo e il Mato Grosso. Questa particolare forma di leishmaniosi, oltre a localizzarsi sulla cute con le tipiche lesioni del "bottone d'oriente", presentava una localizzazione sulle mucose della bocca e del naso prendendo forma di vegetazioni granulo-ulcerative.Nel 1912 ritornò in Italia. Da quell'anno e per tutta la sua permanenza in Italia fu docente di Batteriologia nell'Università di Roma e di Parma insegnando nella facoltà di Medicina Protozoologia e Microbiologia Tropicale.Pubblicò in questo periodo altri importanti lavori e partecipò a vari congressi europei fra i quali il VII Congresso Internazionale di Dermatologia e Sifilografia tenutosi a Roma nel 1912 e nello stesso anno al I Congresso Internazionale di Patologia Comparata di Parigi e al Congresso Internazionale di Medicina svoltosi a Londra nel 1913.Durante la I Guerra Mondiale una invasione di roditori in Puglia aveva quasi completamente distrutto il raccolto di cereali. I1 Ministero dell'Agricoltura affidò le ricerche al Prof. Splendore già ben noto per i suoi studi di zoopatologia, sulle arvicole responsabili di tanto danno. Anche questa volta le geniali doti del ricercatore ebbero completamente e rapidamente ragione della grave situazione. Splendore notò che vi erano numerose arvicole morte, sparse nei campi, e che le superstiti si cibavano dei corpi delle compagne morte. Un accurato esame, le esperienze e le ricerche di laboratorio permisero a Splendore di scoprire che la mortalità era dovuta ad una malattia provocata da un germe che individuò e denominò Bacterium Pitymysi; fu possibile così organizzare una efficacissima lotta biologica contro tali roditori. Fece catturare centinaia di arvicole, che portate in laboratorio, vennero inoculate con colture di Bacterium Pitymysi e successivamente liberate nei campi infestati. In tal modo la malattia, anche a causa del cannibalismo già constatato fra i roditori, si propagò rapidamente provocando una epizoozia mortale. Dopo alcuni anni le arvicole erano praticamente scomparse dalla Capitanata ed il raccolto cerealicolo degli anni successivi fu salvo.I lavori relativi a queste esperienze furono pubblicati a Roma dalla gloriosa Accademia dei Lincei.Nel 1920 pubblicò sugli "Annali d'Igiene" un altro lavoro Sui parassiti delle arvicole, nel quale si evidenzia il suo estro artistico nella perfezione dei disegni realizzati sui vari parassiti.Nello stesso anno ritornò in Brasile dove si stabilì definitivamente a S. Paolo.Nel 1925 ripetutamente invitato a reggere la cattedra di Microbiologia presso la facoltà di Medicina dell'Università di Bologna, rifiutò preferendo rimanere in Brasile.La scomparsa improvvisa e dolorosa del figlio Eduardo, le vicende politiche e sociali del Brasile, la morte del fratello Achille rallentarono il .suo ritmo di lavoro. Ma Egli si prodigò sempre per la comunità italiana di S. Paolo che lo onorava e lo stimava come uno degli italiani più rappresentativi del Brasile. Era, intanto, divenuto socio delle principali accademie d'Europa e d'America, e onori e riconoscimenti gli venivano tributati in Italia e in Brasile, riconoscimenti ed onori che andavano all'uomo, allo scienziato al benefattore. In lui rimaneva forte il desiderio, che col passare degli anni diveniva sempre più vano, di rivedere la sua Patria, la sua terra di Calabria. Il protrarsi della seconda guerra mondiale, i suoi acciacchi, dovuti alla tarda età, resero irrealizzabile tale desiderio. Così si spegneva nella sua casa di S. Paolo, che aveva costruito con tanto amore ornandola di marmi, di mobili, di oggetti d'arte fatti giungere dall'Italia per vivere materialmente in mezzo a cose che parlavano della Patria lontana: era il 30 aprile 1953. Italiano, aveva onorato l'Italia; calabrese, aveva onorato la Calabria con le sue opere. Merita perciò che di lui perenne sia il ricordo nella terra natale, come un figlio fra i più illustri da additare alle generazioni che verranno. A S. Paolo una via porta il suo nome "Rua Dr. Afonso Splendore ­ Medico".

Curriculum Vitue
- Nato a Fagnano Castello provincia di Cosenza il 25 aprile 1871.


- Studi secondari a Napoli (Liceo Umberto I).


- Studi universitari a Roma Facoltà di Medicina e Chirurgia.


- Laureato con lode in Medicina e Chirurgia il 24 luglio 1897.


- Assistente volontario nell'Istituto d'Igiene di Roma diretto dal Prof. Angelo Celli, per tre anni (Coadiutore del Prof. Claudio Fermi).


- Diploma di Ufficiale Sanitario.


- Diploma di Medico di Bordo (iscritto nella Prefettura di Napoli) e viaggio al Brasile.


- Laurea di medico riconosciuta, per titoli, dal Governo del Brasile.


- Assistente coadiutore del Prof. Adolfo Lutz, nell'Istituto Batteriologico dello Stato di San Paolo. - Medico primario e direttore fondatore del Laboratorio di Batteriologia dell'Ospedale Italiano di San Paolo.


- Direttore del Gabinetto di Batteriologia dell'Ospedale Portoghese (S. Joaquim) di San Paolo.


- Libero docente in batteriologia per l'Università di Parma. Libero docente in batteriologia per l'Università di Roma. Volontario nella prima guerra mondiale Tenente Colonnello medico di complemento (terzo corpo d'armata, Roma).


- Incaricato per la lotta Biologica contro le arvicole nella Capitanata, per il Ministero dell'Agricoltura.


- Incaricato per vari anni al corso di Protozoologia e Microbiologia Tropicale, nell'Istituto di Anatomia Comparata dell'Università di Roma.


- Congressista e relatore ufficiale in vari congressi internazionaln Sesto Congresso Brasiliano di Medicina e Chirurgia S. Paolo 1907. Relatore Ufficiale al IV Congresso Medico Latino Americano in Rio de Janeiro 1909. Relatore Ufficiale al VII Congresso Internazionale di Dermatologia e Sifilografia a Roma 1912. I Congresso Internazionale di Patologia Comparata a Parigi 1912. Congresso Internazionale di Medicina a Londra 1913.


- Socio fondatore della Società Scientifica di S. Paolo. - Socio fondatore della Società Italiana di Medicina e Igiene Coloniale di Roma.


- Socio corrispondente della Societé di Pathologie exotique di Parigi.


- Socio corrispondente della Società Dermatologica Argentina di Buenos Aires.


- Socio corrispondente della Società di Medicina di Rio de Janero.­ Socio corrispondente dell'Istituto di Scienze e Lettere di Campinas. ­


Socio corrispondente della Società di Dermatologia e Sifilografia di Bologna. ­ Socio corrispondente della Società di Medicina e Chirurgia di Roma. ­ Socio fondatore dell'Ars Medica di S. Paolo. ­ Membro onorario della Sociedade Scientifica di S. Paulo. ­ Premiato con diploma d'onore nell'Esposizione Internazionale d'Igiene di Roma (1912) per i lavori di Patologia Tropicale.


- Premiato con gran premio di benemerenza, come organizzatore della stessa.


- Idem con medaglia della Direzione Generale di Sanità Pubblica del Regno d'Italia, per collaborazione.


- Socio perpetuo della Società Dante Alighieri.


- Socio benefattore dell'Ospedale Portoghese S. Joaquim di S. Paolo.


- Socio benemerito dell'Ospedale Umberto I di S. Paolo.


- Presidente e Vice Presidente onorario di varie Società Italiane del Brasile (Bella Vista ­ Mafalda di Savoia ­ Democrazia Internazionale ­ Ettore Fieramosca ­ Fiore della Gioventù).


- Medaglia d'oro e diploma di Benemerenza della Società Galileo Galilei di S. Paolo. per servizi prestati al Patronato degli Emigranti.


- Socio protettore del Circolo Umanitario "Croce Verde" (Soccorso ai colpiti della sventura).


- Commendatore della Corona d'Italia (Motu Proprio), per meriti scientifici.


- Insegna dell'onorificenza offerta dai Consorzi AntiFillosserici della Provincia di Foggia, in segno di riconoscenza e gratitudine per gli studi sulle Arvicole.


fonte


18 maggio, 2007

William Shakespeare era siciliano?



Romanzieri come Sir William in Inghilterra non ne sono più nati.
Il suo stile è unico da quelle parti.
Le sue tragedie ricordano più quelle greche e latine in cui le passioni sono l'elemento dominante.

Ecco due interessanti articoli che mettono un legittimo dubbio sulle vere origini del personaggio che ricordiamo ad oggi, non ha una biografia.

Tratto da La Stampa
Shakespeare picciotto di Canicatti`
di Andrea Camilleri

La Fiera del libro di Torino di quest'anno dedicata a due importanti e attualissime questioni: il meticciato della cultura e le potenzialita` offerte al libro dalle nuove tecnologie. Bene, ma al gia` ricco programma, va aggiunta almeno una tavola rotonda che dibatta l'ipotesi avanzata dallo studioso ragusano Martino Juvara secondo il quale William Shakespeare non si chiamava ne' William ne' Shakespeare e non era manco nato in Inghilterra, bensi` a Palermo e il suo vero nome era Giovanni Florio. Ah, questi Florio! Non finiranno mai di stupirci. Possedevano flotte, industrie, vivevano una vita sfarzosa, ci lasciarono il marsala e la Targa, ma non ci fecero mai sapere che il Bardo apparteneva alla loro famiglia! Dunque. Questo Giovanni Florio, in quanto autore di un libello che venne giudicato eretico, abbandona la Sicilia e ando' a vivere a Venezia in un palazzo che, manco a dirlo, era stato costruito da un tale ser Otello che aveva in una botta di gelosia strangolato la moglie (manco a dirlo, si chiamava Desdemona). Qui Giovanni s'innamora della figlia di un nobile milanese (manco a dirlo si chiamava Giulietta) la quale, visti gli ostacoli che si frapponevano al suo amore, manco a dirlo, si suicido`. Allora Giovanni se ne scappo` in Inghilterra e prese il cognome della madre (Crollalanza) traducendolo in inglese. E qui c' una prima difficolta`. Sino a prova contraria, scrollare non lo stesso che crollare e quindi avrebbe dovuto tradurre il cognome con qualcosa di simile a Collapsespeare o equivalente. Andiamo avanti. Altra prova: su 37 drammi, 15 sono ambientati in Italia e, di questi, 4 tra Venezia e Verona. Mi permetto di dire che questa non e` una prova valida. Tanto per fare un esempio, al tempo del fascismo molte commedie erano ambientate in Ungheria, dove gli adulteri potevano accadere in liberta`, mentre in Italia il regime ci voleva tutti di assoluta fedelta`. Uno studioso del tremila potrebbe facilmente dedurne che gli autori non erano italiani, ma ungheresi che avevano tradotto il loro cognome. E poi: uno scrittore nato in Sicilia non puo` fare a meno di parlare e scrivere della sua terra. Quanti sono i drammi di Florio-Shakespeare che si svolgono, che so, a Canicatti`? E come mai tra tanti sicari non c'e` manco l'ombra di un mafioso? Come mai, tra tante efferatezze, non c'e` un incaprettamento? C'e` bisogno di una tavola rotonda. Lo confesso: sapere che Shakespeare e` un mio conterraneo, mi piacerebbe assai.



Articolo da cui Camilleri ha tratto lo spunto:

Tratto da LA SICILIA (15-04-2000)
Dottor Crollalanza e mister Shakespeare
di Antonio Casa


ISPICA - La notizia sta facendo il giro del mondo, suscitando, specialmente in Inghilterra, quella stessa indignazione che da noi provocherebbe se qualcuno ci dicesse che Dante era uno straniero trapiantato a Firenze. L'ardita tesi di uno studioso di Ispica (Rg), Martino Iuvara, 71enne docente in pensione, che ha trascorso gli ultimi dieci anni alternando la sua attivit pubblicistica (dirige un foglio locale) alla "scoperta" della vita, destinata quantomeno a mettere in dubbio la biografia ufficiale del piu' grande poeta britannico. Secondo Iuvara, mister William Shakespeare era in realta' il signor Michelangelo Florio Crollalanza, giunto da Messina , dopo tanto peregrinaggio, a Stratford-on-Avon, il borgo sul fume Avon dove la storia vuole che fosse nato l'autore di Romeo e Giulietta. Per spiegare la sua teoria, Iuvara fa ricorso a una dettagliata quanto rivoluzionaria argomentazione. I primi dubbi vennero colti proprio in Italia, nei primi anni venti, quando venne ritrovato un volume di proverbi, I secondi frutti, scritto nel XVI secolo da uno scrittore calvinista del Nord Italia, tale Michelangelo Crollalanza. Molti di questi detti erano gli stessi utilizzati da William Shakespeare ne l'Amleto. Qualche anno piu' tardi fu il professor Besta, dell'Universita' di Palermo, a riesumare le perplessita' che provenivano anche da alcuni biografi del sommo poeta, simbolo della letteratura inglese. Il quesito, sempre quello, : William Shakespeare era veramente inglese? O, come oggi sostiene Iuvara, era originario di Messina, vissuto per qualche tempo tra il Veneto, la Lombardia e alcuni Paesi europei, fino ad emigrare forzatamente a Stratford-on-Avon, il borgo che, secondo la storia, dette i natali all'autore di Romeo e Giulietta. La Sicilia.it ha incontrato il professor Iuvara nella sua casa ispicese, a due passi dalla Chiesa della SS. Annunziata, meta in questi giorni del pellegrinaggio di numerosi fedeli in occasione delle festivita' pasquali che frappongono queste celebrazioni a quelle dell'altra Chiesa cittadina per eccellenza, S. Maria Maggiore. Ci siamo trovati di fronte a un lucido 71enne, un ex docente e giornalista pubblicista che riesce a sovvertire (come vedremo in seguito) alcuni episodi che la storia tramanda. Professor Iuvara, come le venuto in mente di affermare che mister Shakespeare era in realta' il dottor Crollalanza? A parte l'evidenza della traduzione della parola Shakespeare, da Shake (Crolla) e Speare (Lancia), mi sono limitato a riprendere gli studi che altri, in precedenza, avevano aperto. Cosi', ho trascorso parte degli ultimi dieci anni a raccogliere documenti che confermano la mia idea. Perche`, veda, io pongo delle domande a cui nessuno ha mai saputo rispondere. E cioe': come faceva il figlio di un guantaio, come la storia ci vuol fare credere, a possedere l'immensa cultura che Shakespeare dimostro` nelle materie classiche? Come poteva, un poeta inglese, e per di piu` a quei tempi, descrivere fedelmente luoghi, paesaggi e persone italiani, cosi' come li ritroviamo in ben 15 delle 37 opere del sommo William? E perche` la biblioteca non e' mai stata messa a disposizione dei biografi? Gia'. E Lei, come risponde? Esistono i documenti che provano che Michelangelo Crollalanza era figlio di Giovanni Florio e Guglielma Crollalanza, nato a Messina nel 1564. Studio` latino, greco e storia presso i francescani, prendendone il saio. Ma all'eta` di 15 anni fu costretto a fuggire con la famiglia in Veneto, a causa delle idee calviniste del padre, condannato al rogo dal Sant'Uffizio per aver pubblicato le sue accuse alla Chiesa cattolica. Michelangelo abito` nel palazzo di Otello, un nobile veneziano che, accecato dalla gelosia, aveva ucciso anni prima la moglie Desdemona. Dopo aver frequentato il frate dominicano Giovanni Bruno, s'innamoro' a Milano di una contessina, Giulietta, che venne rapita dal governatore spagnolo il quale accuso` del sequestro il giovane Crollalanza perche` convinto anticalvinista. Giulietta si suicida e fu allora che Michelangelo fuggi` in Inghilterra, assumendo l'identikit di un cugino morto prematuramente: il suo nome era William Shakespeare. E come la mettiamo con la lingua? Le sue prime opere le fa tradurre e le mette in scena al teatro in legno "The Globe". Poi quando sposa la moglie inglese, questa gli traduce i versi piu` famosi. D'altronde, anche per i biografi di allora, Shakespeare mostrava di avere un accento decisamente straniero. Ho quindi l'impressione che nessuno, in Inghilterra, abbia mai avuto il coraggio di tirare fuori la sua biblioteca lasciata in eredita`. Salterebbe fuori la sua vera identita`. Capisco la reazione degli inglesi. Sarebbe come se ci dicessero, all'improvviso, che Dante in realta' era, faccio un esempio, uno spagnolo. Cosa spera di ricavare da questa storia? Lo faccio per passione. Mi diverto a spulciare antichi documenti e a rivedere la storia ufficiale, quando questa difforme dalla realta` dei fatti. L'identita` di Shakespeare non e` l'unico scoop della mia vita. Prego? La data dell'armistizio fra le truppe alleate e gli italiani, nel '43, dopo lo sbarco in Sicilia. Non fu l'otto settembre, ma cinque giorni prima, il 3. Venne ufficializzato l'otto per permettere a Badoglio di organizzare meglio, di salvare il salvabile fra le nostre truppe. Ho le foto che testimoniano il tutto. E lo hanno confermato sia Churchill che Castellano, il generale italiano che pose la firma a quel pezzo di carta. Anche la localita` indicata sbagliata. Non fu al ponte di Cassibile, ma qualche chilometro piu` avanti, sotto un albero nella campagna di S. Teresa Longarini. Esisteva pure una lapide, scolpita da un soldato americano, fatta sparire appositamente.
Signore e Signori, le nuove discussioni sono aperte.

AMICIZIA




Giorni ruvidi questi, per la mancanza di un AMICO, UN UOMO VERO. Merce rara e presiosa di questi tempi, e tante parole più dettate dal vento della passione che da altro. Ciò che differenzia un uomo del SUD dagli altri vegetali. VIVERE CON PASSIONE ogni attimo per avere momenti indimenticabili e qualcosa da raccontare alla fine.

BENTROVATO AMICO!!
p.s.
UN SENTITO GRAZIE AD ALTRI AMICI VERI..
PUBLIUS VALERIUS & GONZALO


L'amicizia è una virtù o s'accompagna alla virtù; inoltre essa è cosa necessarissima per la vita. Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni (e infatti sembra che proprio i ricchi e coloro che posseggono cariche e poteri abbiano soprattutto bisogno di amici; infatti quale utilità vi è in questa prosperità, se è tolta la possibilità di beneficare, la quale sorge ed è lodata soprattutto verso gli amici? O come essa potrebbe esser salvaguardata e conservata senza amici? Infatti quanto più essa è grande, tanto più è malsicura). E si ritiene che gli amici siano il solo rifugio nella povertà e nelle altre disgrazie; e ai giovani l'amicizia è d'aiuto per non errare, ai vecchi per assistenza e per la loro insufficienza ad agire a causa della loro debolezza, a quelli che sono nel pieno delle forze per le belle azioni. [...]

Aristotele, Etica Nicomachea

Libertà

DEDICATO A DUE AMICI.

I “credi metafisici” sono i presupposti filosofici propri di ogni individuo.

Accade che, le questioni sollevate dalle speculazioni interiori creino nella memoria curiose sedimentazioni, visioni o concezioni della realtà che poi si trasformano in convinzioni profonde, alle quali un soggetto si attiene consapevolmente o inconsapevolmente, senza mai porle in discussione.

Questo tipo di conoscenza ha le sue radici nella cultura e nella tradizione, il cui rigetto indiscriminato e totale non solo non permette di porre in luce la natura e i caratteri dell'individuo, ma neppure può aiutare a cogliere la genesi stessa del suo pensiero.

In filosofia il relativismo è la nostra rappresentazione del mondo da punti differenti, cioè, visioni prospettiche ciascuna delle quali contiene un germe di verità.

Kant diceva: ciò che conosciamo è relativo al mondo in cui il soggetto si muove.

Nietzsche sosteneva: non ci sono fatti ma solo interpretazioni.

Morale della favola, per poter sapere quale strada prendere per arrivare alla meta, bisogna prima conoscere la strada, ossia la consapevolezza delle cose.


Diceva Zenone: ciò che appare non ha alcuna importanza, perché la verità è comunque quella alla quale si arriva logicamente per mezzo della ragione e delle sue regole.

Parmenide a sua volta affermava: l'essere è, il non-essere non è, ovvero l'essere non può non essere, in quanto il non essere non è e non sarà mai.

Meditate e riflettete. PUBLIUS VALERIUS

Sacal: decollato il primo volo Lamezia-New York - Lamezia di Eurofly

Notizie di Calabria positiva, molto spesso assenti dai media poichè non fanno audience.Lo stereotipo vuole Calabria terra criminale e ci si guarda bene dal diffondere le notizie che smentiscono i luoghi comuni.
Un modo utile, a mio giudizio, per fare qualcosa di utile per la mia terra nella quale vivo e lavoro.

Al via il volo Lamezia-New York-Lamzia di Eurofly, compagnia aerea leader nel settore “leisure” in Italia per numero di collegamenti diretti verso gli Stati Uniti, in collaborazione con Regione Calabria, Sacal e “Promuovi Italia”.Partito il 13 maggio scorso, sarà operativo fino a fine novembre, con frequenza settimanale. Il volo è confermato anche per il prossimo anno. Il collegamento, via Bologna, parte ogni domenica alle 13.45, e ritorna il sabato, con volo notturno dall’aeroporto JFK Terminal 4 (partenza alle 20.05 locali e arrivo alle 12.45 del giorno successivo). Si propone di soddisfare la richiesta di collegamenti diretti proveniente in particolare dalla comunità italo-americana di origine calabrese e quindi di incentivare il flusso turistico dal nord america verso il Sud Italia, che negli ultimi anni sta riscuotendo ottimo interesse. “Il nuovo volo Lamezia-New York - ha avuto modo di spiegare Armando Brunini, Executive Vice President Commercial di Eurofly - è nato per soddisfare le esigenze di un ampio bacino di utenza, in Calabria e negli Stati Uniti , e punta a incrementare soprattutto il flusso dei turisti nella Regione provenienti dal Nord America, fornendo al tempo stesso un’opportunità interessante per la comunità italo-americana di origine calabrese”. “Siamo ad un importante punto di svolta per il turismo della Regione Calabria - conferma Mario Ceccarelli, Amministratore Delegato di Promuovi Italia – per incentivare ed incrementare le presenze turistiche in questo territori, con l’apertura di nuovi varchi d’accesso per l’incoming turistico proveniente dal Nord-America e l’opportunità di promozione e di sviluppo a livello internazionale delle risorse turistiche calabresi”.Particolare entusiasmo per l’avvio del collegamento aereo, che è il primo di linea transoceanica in partenza da Lamezia Terme, viene dal vicepresidente della Giunta regionale calabrese, Nicola Adamo, dal responsabile del Dipartimento Turismo della Regione Calabria, Pasquale Anastasi, e naturalmente dal presidente pro tempore di Sacal Eugenio Ripepe, che ne sottolinea l’evidente importanza e la sostanziale novità, precisando la necessità di far conoscere questa occasione, inedita, quanto evidentemente strategica, per raggiungere direttamente la Calabria dall’America, con un’azione di promozione nella Grande Mela e nel Nord America in fase di organizzazione, con il progetto di una settimana di lavoro negli Usa e in Canada, per incontrare le comunità calabresi, i media e gli operatori aeroportuali e turistici.Sul primo volo partito sabato 12 maggio da New York si sono imbarcati circa 50 passeggeri con destinazione finale Lamezia; altrettanti sono quelli già prenotati sui voli immediatamente successivi. L’imbarco di passeggeri diretti da Lamezia verso New York si muove con numeri pressoché analoghi e con un trend che lascia ottimisticamente presagire un consistente incremento nei prossimi voli della stagione estiva. I voli di Eurofly verso la Grande Mela sono operati a bordo di Airbus A330, configurati con 26 poltrone di business class e 256 di turistica. Eurofly ha predisposto una tariffa inaugurale a 479 € (tasse e supplementi esclusi). I biglietti per New York, come per tutte le altre destinazioni Eurofly, sono acquistabili sul circuito nazionale ed internazionale delle agenzie di viaggio, tramite il sito internet (www.eurofly.it) o il call center della compagnia (199.509.960).

11 maggio, 2007

La pilatesca intellighenzia italiana e la sepoltura di Passannante

Sono stati finalmente sepolti i resti di Giovanni Passannante, il “repubblicano anarchico” (qualcuno dei nostri finissimi intellettuali italioti si è accorto della contraddizione in termini? Non sarebbe meno scorretto chiamarlo “brigante tardivo”?) regicida mancato nel 1878, i cui resti (il cervello e il cranio) sono stati tenuti in formalina ed esposti per 71 anni in un museo, in onore a quella “scienza criminologica” di cui l’Italia moderna è orgoglioso precursore nel mondo, grazie all’opera fondamentale del celebratissimo scienziato ebreo-veronese Cesare Lombroso.

I resti del disgraziato, che fu sepolto vivo in una cella, che conseguentemente impazzì e trovò la morte in un manicomio, sono stati ora cristianamente tumulati, e la sua anima può infine trovare pace.


In tutto questo, qual’è la posizione della nostra infima classe dirigente?
Questa: si sente sgravata da un peso, e probabilmente pensa: “…e che ora i terroni la smettano per un po’ di seccarci!”.


L’attore Ulderico Pesce, colui che ha portato la scandalosa questione all’attenzione pubblica e che ha curato la vicenda fino alla recente felice conclusione, non è però ancora soddisfatto.
Peraltro, chi potrebbe esserlo avendo un minimo di onestà intellettuale? Si attende ancora, ad esempio, che il paese natale di Passannante, che dovette scontare per l’ “errore” del suo figlio l’ulteriore umiliazione di cambiare nome in Savoia di Lucania, ritorni al suo antico e profumato nome di Salvia.

E poi si attende che l’Italia moderna confessi il proprio “peccato originale”, l’olocausto fisico e morale delle Due Sicilie, NE CHIEDA PERDONO, e si tiri su le maniche per costituire una nazione quantomeno dignitosa, che non provochi reazioni di ilarità mista a indignazione nei turisti stranieri che giungono nel nostro Paese attirati dalla nostra importantissima Storia, trovandone solo qualche traccia nelle opere d’arte e nei monumenti (i quali, per giunta, non sono nemmeno conservati e gestiti come si deve).
Come se un extraterrestre li avesse trasportati qui da chissà quale altra galassia, costituendo un corpo estraneo nell’attuale società italiota, buono tutt’al più per lucrarci qualcosa sopra.

Si attende ancora che l’Italia comprenda profondamente (senza fermarsi alla superficie e alla retorica) che cosa sono state Venezia, Firenze e Genova, che si accorga finalmente dell’eccezionale patrimonio che ha immeritatamente ereditato da Napoli e Palermo (al di là del folklore…), e che guardi a Roma col rispetto che si deve ad una CAPITALE SOVRANAZIONALE, e consegni all’oblio l’orrenda marcetta che fa: “…che schiava di Roma Iddio la creò”!


L’Italia non è né deve diventare terra di conquista, quindi solo riconciliandosi col proprio passato può tornare ad essere artefice consapevole del proprio destino. O almeno tentarci...
Questa banale osservazione anti- e post-freudiana, chissà perché, all’elite italiota risulta ancora terribilmente oscura.
E invece di mostrare coraggio e ambizione ed approfittare della felice conclusione della vicenda Passannante, è di nuovo pronta a lavarsene le mani e a tirare a campare.
(E a sdegnarsi per la “violenza innata” degli italiani!).