30 luglio, 2007

TRENITALIA STA LAVORANDO PER NOI!



















Bello il nuovo sito!
Se facessero un minimo di lavoro per i passeggeri. Ma una cosa la fanno.
Aumentare il costo dei biglietti!


L'odissea del treno guasto

ore 20.59

lunedì 30 luglio 2007

E' arrivato alle 19.30 nella stazione di Villa San Giovanni, il treno proveniente da Torino rimasto fermo per circa quattro ore nella stazione di Vibo Pizzo per un guasto ai freni di un carro adibito al trasporto delle auto al seguito. L' arrivo era previsto per le 11 di stamani. Trenitalia, per poter aumentare la velocita' del convoglio, ridotta a causa del problema al vagone, ha fatto staccare il carro nella stazione di Rosarno. Alcuni viaggiatori, come confermato da uno di loro, sono quindi in attesa della propria vettura nella stazione di Villa San Giovanni. Il carro mancante del convoglio sta procedendo a velocita' ridotta e, secondo quanto riferito da Trenitalia, giungera' a destinazione intorno alle 22.(ANSA).



Si guasta treno; fermo per 4 ore a Vibo!



lunedì 30 luglio 2007
Un treno espresso Torino-Villa San Giovanni, e' rimasto bloccato per quasi quattro ore nella stazione di Vibo Pizzo per un guasto ad uno dei carri adibiti al trasporto delle auto al seguito. Secondo quanto riferito da Trenitalia, la maggior parte dei viaggiatori ha proseguito su un intercity diretto a Villa San Giovanni, mentre un centinaio di passeggeri, quelli che avevano l'auto al seguito, ha atteso la riparazione del carro per continuare il viaggio. Il convoglio e' ripartito dalla stazione Vibo Pizzo poco dopo le 16, ma si e' nuovamente fermato dopo pochi chilometri, nella stazione di Mileto, sempre nel vibonese. Quindi ha ripreso definitivamente il viaggio. Il convoglio, che aveva gia' accumulato ritardo, sarebbe dovuto arrivare a Villa San Giovanni stamani alle 11. Alcuni viaggiatori hanno riferito ai giornalisti di essere stati assistiti da un addetto solo dopo tre ore di fermo e di avere ricevuto bottigliette d'acqua ed alcuni gelati. Da Trenitalia hanno reso noto che e' stato comunicato ai passeggeri del treno che una volta giunti nella stazione di Villa San Giovanni saranno rimborsati delle spese effettuate nel bar della stazione di Vibo Pizzo mostrando lo scontrino.

NICOLA ZITARA - IL CROLLO

Nicola Zitara regala momenti di riflessione importanti traendo spunti dalla recente emergenza incendi che ha devastato vasti territori dell' Italia meridionale.

tratto da

http://www.eleaml.altervista.org/

Gli incendi? E’ ridicolo girarla a questione morale, come hanno fatto in questa settimana gli editorialisti di quotidiani grandi e piccoli. Negli Stati occidentali la morale nazionale è dettata dalle classi dirigenti del capitalismo ‘nazionale’.

Di regola essa è trascritta nel codice civile e nel codice penale (o simili). La particolarità nata con la Rivoluzione francese è che anche i componenti della classe dirigente sono tenuti a osservare le norme giuridiche. “La legge è uguale per tutti”, si dice. Ma mentre la legge vige, il capitalismo cambia.

In Italia e in quasi tutti i paesi dell’Occidente la legislazione è in ritardo rispetto all’evoluzione del sistema capitalistico, che si è spinto e si spinge avanti, trascinato dalla sua stessa potenza. Nessuno aveva concepito progetti organici a proposito.

Il cambiamento è arrivato con le gambe della caduta o dell’abbassamento delle barriere doganali, delle scoperte scientifiche e dell’innovazione tecnologica. La produzione, il commercio e i consumi mondiali sono esplosi.

Su un simile fenomeno, gli antichi greci favoleggiavano dicendo che era stato scoperchiato il Vaso di Pandora, Goethe l’ha metaforizzato nel Faust, i giuristi parlerebbero d’aberratio ictus.

Quel che si vede è che il capitalismo, da nazionale qual era prevalentemente fino al 1970, va rapidamente assumendo dimensioni supernazionali. E lo fa innescando duri conflitti tra produzioni mature e prodotti nuovi, scassando i confini politici, travolgendo le socialdemocrazie postbelliche e le classi del lavoro dipendente, mandando in malora l’interclassismo dei grandi paesi europei e gli stessi Stati nazionali.

In Italia, Burlusconi ha cercato di cambiare le regole antiche a favore di un capitalismo nuovo, in cui la legge non fosse uguale per tutti, ma si è impigliato in beceri personalismi. Gli unici risultati raggiunti sono stati quello di dilatare l’esentasse a favore del lavoro autonomo e quello di favorire gli imbroglioni a cui vengono appaltati i servizi pubblici.

In realtà, come capitalista, Berlusca è nazionale e non internazionale, produce per l’Italia e non per il mondo. Resta nazionale, paesano, milanese del contado, anche se viaggia fisicamente in jet supersonici e anche se sposta fuori del paese le sue risorse finanziarie con procedure virtuali.

Molto più mondialisti e brache calate risultano ai fatti Prodi e, anche se non si capisce perché, D’Alema, Veltroni e Frafessino, con il seguito di qualche scendiletto e quel sinistrorso amante perduto del proletariato nordista, che si chiama Bertinotti. Merito (o forse demerito) di Ciampi, di Amato, di Dini, di Prodi, di Tremonti, dei grandi banchieri che hanno vinto il Superenalotto delle privatizzazioni, la nuova morale capitalistica è andata oltre. Di conseguenza è cambiata la morale di ciascun italiano.

Adesso, i codici contano solo per i fessi, il furto dilaga, il ricatto del privato verso il pubblico è divenuta una regola generale. Vi si esercitano persino i sacerdoti di Cristo e i vecchi adepti di Marx. Al tempo in cui il capitalismo ‘nazionale’ italiano era nelle mani di Enrico Cuccia, il diritto di rubare impunemente l’avevano soltanto gli Agnelli, i Pirelli, i padroni della Montecatini, dell’Edison, e pochi altri. Il ladro che non apparteneva alla parrocchia veniva suicidato.

Oggi tutti i capitalisti rubano a man bassa, ma non ci sono suicidi. Rubano non solo le imprese monopolistiche, ma lo fanno anche i piccoli importatori di derrate e i grandi raffinatori di petrolio che non avrebbero alcun bisogno di farlo in barba al codice penale, perché la loro attività è già un furto di per sé. Rubano coloro che ricevono un finanziamento pubblico e persino i rivenditori di prezzemolo.

Rubano i ragazzi del prestito d’onore, gli idraulici, i riparatori di biciclette, ma più di tutti i politici, e fra loro, e con gran distacco su tutti gli altri, i consiglieri regionali. Quanto alla sanità, il 50 per cento della spesa è un furto. Rubano i cittadini che, pur non avendo un diritto, affermano d’averlo, complici professionisti e burocrati.

Caso esemplare, in Calabria, i danni dell’alluvione del 2000. I vecchi del mio natio borgo selvaggio direbbero che, in materia di furto, vige la democrazia. Chi perde finisce in galera per quindici giorni. Rimane poi nelle matasse di un interminabile giudizio per il resto dei suoi giorni, ma, se è ricco, salva quanto basta per passare il resto dei suoi anni tra la Svizzera e Montecarlo, e se tanto ricco non è, avrà comunque quanto basta per comprare un appartamento a Bologna per il figlio che va all’università..

Gli incendi dei giorni scorsi s’inquadrano nella stessa morale in forza della quale un chilo di pomodori sta 20 centesimi alla produzione e due euro al consumatore, o per cui le banche trattengono in cassaforte i titoli che salgono in borsa e fanno fessi i clienti appioppando loro i titoli che viaggiano al ribasso.

Non sto certamente dalla parte degli incendiari. Dico soltanto che i pontificali dei politici, della tv e dei giornalisti non sono credibili. I vigili del fuoco faranno ancora il loro dovere e continueranno a essere l’unico settore del pubblico impiego a funzionare e a sacrificarsi; il bravo, rispettabile e lodevole ingegner Bertolaso continuerà a offrire efficienza, competenza e intelligenza.

Lo faranno perché gli incendi continueranno finché la la morale della nuova classe capitalistica non troverà un inquadramento (un codice civile e un codice penale globali, un ordinamento giuridico) mondiale, salvo che non crolli prima e finalmente il malefico capitalismo sotto i cocci del coperchio del Vaso di Pandora andato in frantumi nel corso dell’operazione di scoperchiamento.

Il disfacimento del capitalismo ‘nazionale’ all’Enrico Cuccia ha portato con sé il naturale e inevitabile crollo dell’unità italiana. L’ufficio studi degli Artigiani di Mestre, che è una specie di contraltare dell’Istat in versione Triveneto, e gli economisti che lo supportano, parlano di “Tre Società” italiane: quella del “qui si lavora e si produce”, quella dell’industria apertamente o sotterraneamente protetta da destra e da sinistra (Piemonte, Liguria, Emilia, Toscana), quella del capitalismo a mano armata (il Meridione e la Sicilia). Nordest e Nordovest non s’intendono.

Il conflitto allarga gli spazi del capitalismo a mano armata, sia perché la politica, preoccupata d’arraffare voti, allenta l’attenzione e diluisce gli investimenti pubblici al Sud, sia perché le mafie possono diventare alleate preziose sia per l’Est che per l’Ovest.

Nel caso che sia l’Est a vincere il braccio di ferro con l’Ovest, l’ignominiosa cacciata del Sud dallo Stato italiano è un dato su cui è inutile farsi pietose illusioni. Gli esperti del Pentagono prevedono la separazione per il 2012, qui in Italia la si prospetta per una data più vicina.

Quando uno Stato crolla, lo si sente nell’aria. Personalmente ricordo i mesi che precedettero lo sbarco degli angloamericani in Sicilia e la caduta di Mussolini, e quelli che li seguirono: il governo Badoglio, l’armistizio e lo sbandamento dell’esercito. In quei mesi, se volevi comprare un fucile militare, bastava che avessi 100 lire da spendere.

Se ti veniva il gusto di suonare le campane a morto, potevi provarci impunemente, se volevi ammazzare un rivale in amore, sicuramente non sarebbero arrivati i carabinieri. Qualcosa di nuovo c’è oggi nell’aria, forse d’antico. Personalmente il vizio delle sigarette mi ha indebolito l’olfatto, ma quella puzza la risento.

Oggi, la gestione dell’arretratezza e del sottosviluppo meridionali appartiene in parte al vecchio Stato di diritto impersonato dai carabinieri; in parte alla classe elettiva notabilare e clientelare che, nel dopoguerra, ha associato a sé la mafia. In apparenza il potere è contorto. E tuttavia dà luogo a una gestione scorrevole ai fini del colonialismo interno italiano, perché riesce a tenere i sudditi meridionali incatenati alla cuccia.

Per tal motivo, il tipo di gestione in atto (incendi compresi) si profila come duraturo anche per il momento in cui il Sud si ritroverà scacciato dallo Stato italiano e in mano ai corsari che hanno abbordato la nave indifesa. Non ci sono altre forze in campo.

C’è solo una speranza: che fra le generazioni più giovani maturi un personale politico dotato di patriottismo italiota e di un alto senso della collettività, in modo che l’Ytalìa (sgradevolmente detta Sud) si liberi da sé dalla condizione coloniale e, divenuto un paese civile, entri con la sua autonomia e con il suo nome e cognome nell’ordinamento giuridico globale.

28 luglio, 2007

IL MISTERO DEL SAURO DI GIRIFALCO


























di
Domenico Canino
dal sito

http://www.edicolaweb.net/

Anno 1971. A Girifalco, paesino collinare della Calabria a metà tra Jonio e Tirreno, una incredibile alluvione dovuta a più di 20 ore di pioggia ininterrotta e copiosa, provoca forti smottamenti nei terreni limitrofi al centro abitato.
Cessato il diluvio, l'avvocato Mario Tolone Azzariti, per conto di alcuni proprietari terrieri, viene incaricato dei sopralluoghi per la stima dei danni ai terreni. Nel corso di queste visite, nella zona di Caria, dove si sono verificate grandi frane e si sono create ampie fratture nel terreno, il nostro avvocato rinviene una testa di terracotta antropomorfa che reca alcune iscrizioni incise in caratteri indecifrabili.
L'avvocato Tolone Azzariti ha una solida cultura classica, sviluppatasi in anni di studio nelle biblioteche storiche e nel Museo archeologico Nazionale di Napoli, ma non ha mai visto oggetti di tale fattura, non sono di epoca magno-greca, ma neppure fenici o romani...
Fortemente incuriosito dal misterioso oggetto, allarga il raggio della ricerca a tutte le aree del circondario a caccia di altri reperti poiché, se di una nuova civiltà vera e propria si tratta, ci devono essere molti altri segni di presenza.
Per i successivi 20 anni, l'avvocato non avrà pace, dedicherà tutto il suo tempo libero e molte risorse economiche, allo scavo ed alla ricerca di altri reperti di questo antico popolo italiota.
La ricerca si rivela fruttuosa, i ritrovamenti sono copiosi, alcune centinaia addirittura.
Quella frana ha fatto riemergere dal passato una civiltà sconosciuta; ciotoli incisi con strani caratteri (petroglifi), splendide sculture in pietra calcarea rappresentanti donne con pettinature raffinatissime e con incisioni rappresentanti il culto del sole ed il culto dell'albero ed una splendida statua di pietra calcarea rappresentante una donna che è trascinata da un enorme toro che volge la testa all'indietro, molto simile a quello presente sulle monete dell'antica Sibari. E poi ancora, statue di terracotta con uomini a cavallo, steli di terracotta con strani simboli religiosi, una sfinge di terracotta di fattura particolarissima, bassorilievi di terracotta rappresentanti uomini con in risalto grandi attributi fallici, simbolo evidente di primordiale fertilità, e poi ancora meridiane solari, dischi con incisioni di particolari caratteri e simboli rappresentanti animali, come il cervo ed il serpente.
Ed ancora, armi, quali punte di lancia in pietra, asce e punteruoli per la scultura della pietra, anch'esse recanti incisioni indecifrate; alcune armi non sono di pietra del luogo ma di ossidiana, proveniente dalle isole Eolie; una in particolare è bellissima, ed ha la parte alta a coppa per un manico ad incastro molto simile a quella di Oetzi, la mummia dell'età del rame.
E poi urne cinerarie di pietra e di terracotta e molti scheletri umani, addirittura un ossario con tonnellate di ossa.
Di questo immenso tesoro l'avvocato Tolone Azzariti informò prontamente la soprintendenza archeologica della Calabria, sin dalla prima fase di scavo, per ottenere aiuti nella ricerca e soprattutto ausilio nella decifrazione e datazione dei reperti. Ma la soprintendenza, nonostante abbia nel tempo effettuato numerose ispezioni, si è sempre astenuta da pareri ufficiali per quanto riguarda le datazioni, non fornendo così alcun sostegno né economico né di ausilio agli studi per la ricerca storica sui reperti.

Ma veniamo al pezzo forte della collezione dell'avvocato Tolone Azzariti, quello su cui si puntano tutti gli interrogativi degli studiosi, e per cui il collezionista è stato addirittura tacciato di falso. Si tratta di una statua di terracotta di circa 18 cm di lunghezza raffigurante uno strano sauro con delle placche sulla schiena. Le placche sono triangolari e scorrono lungo il dorso sino alla coda. La vista dall'alto dell'oggetto rivela una strana piegatura delle placche, come se l'animale fosse stato raffigurato in movimento sul terreno.
Le zampe sono grosse e goffe, come di un animale di grande stazza, e non simili a quelle di una lucertola o di altro sauro moderno, come il tritone crestato o altri tipi di salamandra cui la scultura è stata accostata.
Non esiste alcun tipo di salamandra o sauro tipo iguana tra le specie attualmente conosciute, che abbia delle placche simili, ed allora basta prendere un qualunque manuale di paleontologia e ci si rende conto che l'animale raffigurato nella scultura appartiene alla specie degli stegosauri, una specie di dinosauri con le placche che gli scienziati affermano essersi estinta circa 65 milioni di anni fa.
Non è possibile, non può essere - affermano i paleontologi e gli storici, ma intanto la scultura esiste e l'avvocato Tolone Azzariti afferma di averla trovata nelle terre di Caria insieme a centinaia di altri reperti di età antica, di una civiltà pre-greca della Calabria, cioè di almeno 3000 anni fa.
La statua è stata ritrovata in due frammenti e poi ricomposta con un po' di adesivo.
Nella collezione è presente un'altra raffigurazione dello strano sauro in bassorilievo su lastra di marmo grezzo, con le stesse identiche caratteristiche fisiche, e nella stessa teca c'è anche un grande osso fossile di un animale sconosciuto, ed una mandibola con grandi denti, anch'essa fossile.
"Se la statua di terracotta rappresentante il terribile sauro fosse un falso, non dovrebbe essere affatto difficile provarlo sottoponendola a datazione radiocarbonio 14 - afferma l'avvocato Tolone Azzariti - ma se il reperto è autentico ed antico almeno di qualche migliaio di anni, saremmo di fronte ad un incredibile enigma archeologico".

27 luglio, 2007

VIA VILLINI SVIZZERI, REGGIO CALABRIA
















Domenica scorsa sul sito http://www.strill.it/ una gustosa pagina di storia che dà spiegazione di una curiosità relativa alla città dello Stretto.


Per capire perché, a Reggio Calabria, due strade siano denominate una ‘Via dei Villini Svizzeri’ e l’altra ‘Via dei Villini Norvegesi’, bisogna fare un passo indietro. ...

Un passo lungo ormai quasi cento anni; per come racconto nella miniserie, di eventi storici che riguardano Reggio, da me curata: “noterelle di storia reggina”.
Com’è tristemente noto, il 28 dicembre del 1908, a seguito di una serie di fortissime scosse sismiche, le città di Reggio e Messina restarono totalmente distrutte.
A Reggio e provincia si hanno 25 mila morti, di cui 12 mila nella sola città; migliaia sono i feriti, decine di migliaia i senzatetto, perché il 90 % degli edifici privati e pubblici risulta demolito o impraticabile.
I soccorsi ai Reggini e ai Messinesi arrivarono da tutte le parti del mondo; in una prima fase furono viveri e beni di prima necessità; subito dopo furono baracche per ospitare i sopravvissuti.
E qui si originano le motivazioni dei due toponimi stradali che ci interessano.
Nel febbraio del successivo 1909, le Prefetture di Reggio e Messina vengono informate dell’intenzione della Croce Rossa Svizzera di offrire, ai terremotati, degli chalets: case di legno, piccole, semplici, ma dotate di tutti i conforti. Con la sola, significativa, condizione
che “le case non diventino oggetto di traffico, ma siano proprietà gratuita di quelli che hanno perduto la loro casa nella catastrofe”.
Così, espletate le necessarie procedure, quella benefica Istituzione costruì sedici chalets a Reggio e ventuno a Messina.
Per quelli di Reggio, l’Amministrazione Comunale indicò un suolo nella contrada Trabocchetto, a mezza costa, in posizione eccezionale, aperta al panorama dello Stretto.
Lo Stato provvide agli espropri e alle infrastrutture civili, nonchè all’apertura di una strada per allacciare il centro urbano con quello che venne chiamato: ‘Villaggio Svizzero’; e la strada fu subito denominata ‘Via dei Villini Svizzeri’.
Ogni casetta occupava un’area di quattrocento metri quadrati, con un terreno attorno destinato a giardinetto; era bifamiliare, a due piani, con graziosa scaletta esterna e con le ante delle finestre decorate col classico cuoricino.
A ciascun chalet, i donatori svizzeri assegnarono anche un nome: Guglielmo Tell, Altdorf, Jungfrau, Sempione, San Gottardo, Cervino, Spluga, Sentis, Reno, Rodano, Keller, Pestalozzi, Haller.
Medesime procedure furono contemporaneamente seguite dalla Croce Rossa Norvegese, che inviò altre sedici strutture abitative, anch’esse bifamiliari.
Erano, naturalmente, in legno, con veranda antistante la facciata; vennero impiantate su un terreno contiguo ai primi, e il complesso si chiamò a sua volta: ‘Villaggio Norvegese’; da dove “Via dei Villini Norvegesi”.
Nella nostra toponomastica si trovano anche: via Pensilvania, via Georgia, via Friuli, via Trento e via Roma, a ricordo dei Comitati di Soccorso americano, romano, friulano e veneto-trentino, che si distinsero per tempestività e generosità.
Il fatto che ancora oggi, a distanza di un secolo, questi toponimi siano stati mantenuti, sta a testimoniare che Reggio non ha dimenticato chi La soccorse nel momento della grande tragedia.
Questo dei rapporti fra Reggio e il resto del mondo che venne in suo aiuto nel 1908 è, comunque, un argomento di grande interesse storico oltre che socio-culturale, che merita di essere ripreso e approfondito, soprattutto tenendo conto proprio della prossima ricorrenza del centenario del catastrofico sisma.

Franco Arillotta

26 luglio, 2007

LODOVICO BIANCHINI- "PRINCIPI DELLA SCIENZA DEL BEN VIVERE"

Ho ricevuto una email da Gaetano "Mario" Filangieri, la quale mi ha offerto una occasione di arricchimento culturale importante. Pubblico questa email nel blog per offrire a tutti qualcosa di analogo

Invece di perdere così tanto tempo a studiare la "storia politica" degli staterelli del nord Italia, che spesso si riduce a puro pettegolezzo di corte e non è in alcun modo paragonabile a quella dei grandi Stati europei, le scuole italiane dovrebbero piuttosto approfondire quella del Regno delle Due Sicilie, soprattutto nel suo periodo d'indipendenza politica che ha avuto con i Borbone. Lodovico Bianchini è uno dei numerosi (e ahimé praticamente sconosciuti) importanti economisti e studiosi politici ottocenteschi del Regno, "figlio" dei maestri Vico, Giannone, Filangieri, Genovesi, Muratori, Galiani e degli altri autentici padri della patria del Settecento.Bianchini è stato un pubblicista molto fertile, e questo suo "Principi della scienza del ben vivere" che ho trovato è solo uno dei diversi libri che ha scritto tra il 1820 e il 1865.Mi pare estremamente interessante, e sicuramente richiede una solida preparazione di base in economia che non ho (oltre ad un notevole impegno: sono più di 400 pagine scritte fitte fitte!...)Questa impostazione "napolitana" in politica economica, fu sicuramente originale e orgogliosamente autonoma da quella delle due superpotenze dell'epoca (almeno fino all'invasione dello "Stato vassallo di Sardegna", debitamente favorita dalle superpotenze di cui sopra, e la fondazione di un "grande Stato vassallo italiano"...): e ho la sensazione che ripercorrere questi studi, approfondire questi principi e studiarne le applicazioni in quel troppo breve periodo di progresso economico dal 1830 al 1860, sia di una rilevanza che va ben oltre ogni "rivendicazione localistica", oltre ogni meridionalismo e terzomondismo. Credo insomma che abbia piuttosto un carattere e un interesse universali.

24 luglio, 2007

"BASTA LACRIME: VENDICHIAMO PAOLO!"



Sottoscrivo le parole del fratello del giudice Borsellino


da www.corriere.it


«È ora di smettere di piangere per Paolo, è ora di finirla con le commemorazioni, fatte spesso da chi ha contribuito a farlo morire». È una lettera durissima quella scritta da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il giudice morto 15 anni fa nella strage di via D'Amelio a Palermo. L'ingegnere Borsellino, che vive a Milano, ha voluto replicare al documentario sulla mafia a Palermo andato in onda lunedì sera su rai3 e condotto da Alexander Stille. Si tratta della seconda lettera che il fratello del magistrato ammazzato dalla mafia con quattro agenti della scorta, scrive. La prima lettera era stata scritta pochi giorni fa alla vigilia delle commemorazioni per il 15esimo anniversario delle stragi di Capaci e via D'Amelio.
VENDICARE - «È l'ora invece di dimenticare le lacrime, è l'ora di lottare per Paolo, lottare fino alla fine delle nostre forze, fino a che Paolo e i suoi ragazzi non saranno vendicati e gridare, gridare, gridare finchè avremo voce per pretendere la verità, costringere a ricordare chi non ricorda», prosegue Salvatore Borsellino.
POLITICI - Borsellino si chiede «dove sono le migliaia di persone che
Una foto di archivio di via D'Amelio dove il giudice Paolo Borsellino fu ucciso dalla mafia (Ansa)cacciarono e presero a schiaffi i politici che, scacciati dai funerali di Paolo, avevano osato andare nella Cattedrale di Palermo, davanti alle bare dei ragazzi morti insieme a lui, a fingere cordoglio e disputarsi i posti più in vista nei banchi della chiesa?». E ancora: «Dove sono le migliaia di giovani, di gente di tutte le età, che ai funerali di Paolo continuavano a gridare il suo nome, Paolo, Paolo, Paolo?». «Ricordi il presidente del Consiglio e ricordino tutti i politici - prosegue Salvatore Borsellino - che guidare l'Italia non è gestire un tesoretto, disquisire su scalini e scaloni, o azzuffarsi sugli interventi nelle missioni all'estero, e dimenticare che i veri problemi sono nel nostro stesso paese, in un Sud abbandonato alla mafia, alla camorra, alla ndrangheta».
GIOVANI - Quindi l'appello ai giovani: «Ricordate che non ci può essere una repubblica, non ci può essere una democrazia fondata sul sangue, fondata sui ricatti incrociati legati alla sparizione di un'agenda rossa e delle memorie di un computer e a quello che può esserci scritto o registrato. Ricordate che non basta cambiare nome ad un partito e poi, nel discorso programmatico del suo capo in pectore non sentire neanche pronunciare la parola mafia. Ricordate che il futuro è vostro e che ve lo stanno rubando».
L'AGENDA ROSSA - Torna in primo piano intanto la vicenda della scomparsa dell'agenda rossa del giudice ucciso in via D'Amelio. In merito, il gip di Caltanissetta Ottavio Sferlazza ha infatti indicato alla procura nuovi spunti di indagine. Nelle scorse settimane i pm avevano chiesto l'archiviazione del fascicolo iscritto a carico di ignoti per il reato di furto. Il giudice, però, si era opposto riservandosi ulteriori decisioni. Ora, con una ordinanza, il gip ha chiesto alla Procura di ricostruire cronologicamente le fasi successive all’esplosione dell’autobomba e di interrogare i due carabinieri ritratti in alcune foto in via D’Amelio il 19 luglio del 1992 accanto all’allora capitano, Giovanni Arcangioli che teneva in mano la borsa che avrebbe dovuto contenere l’agenda scomparsa e sulla quale, come abitudine, Borsellino segnava ogni cosa riguardasse appuntamenti, indagini e sue riflessioni. Arcagioli, che nel frattempo è diventato colonnello, è iscritto nel registro degli indagati a Caltanissetta per false dichiarazioni al Pm. Il Gip Sferlazza chiede anche ai Pm di Caltanissetta, inoltre, di accertare perché la relazione sulla scomparsa dell’agenda venne redatta solo a dicembre del 1992.

LA NOTTE BIANCA CONTRO LA NDRANGHETA


23 luglio, 2007

PER METTERE UNA PIETRA TOMBALE SUL MITO "GARIBALDI"



Una uscita inaspettata ed importantissima segnalata dall' amico Gaetano Filangieri il quale ha espresso questo pensiero

"Si va addirittura oltre la visione tutto sommato limitata di Gramsci, anche se il punto di vista dell'articolista sembra essere prettamente "siciliano" e non "duosiciliano" (in tutto il profluvio descrittivo della tutt'altro che arretrata economia borbonica, dimentica persino di citare il polo siderurgico calabrese!).Ma comunque, mi pare in ogni caso un'uscita inaspettata ed importantissima".




I festeggiamenti per il 200° anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi, con tutto lo stantio corteo di corifei e laudatori, non ha suscitato dibattiti né analisi sul processo di 'unificazione' dell'Italia. Questo evento non è diventato occasione per affrontare i nodi della storia italiana, o meglio italiane. Niente di niente.Neanche gli atenei o le accademie, né ricercatori e né docenti, hanno avuto il coraggio di affrontare, in modo serio e complessivo, la natura del processo storico italiano che va dall'Unità ad oggi.
Anzi, il 'General intellect' italiano, a ennesima dimostrazione della sua subalternità e del suo provincialismo, ha solo prodotto qualche raccolta di 'memorie' dei garibaldini, veri o presunti poco importa, spacciandola come lavoro storico e di analisi storica.
Nulla di più falso, poiché ogni vero storico sa che la memorialistica è altamente inaffidabile; e l'Italia è la patria delle 'memorie' scritte per secondi fini politico-personalistici. Inoltre, 'voler costruire' la storia patria raccogliendo le memorie di una parte sola, che ha una memoria... appunto 'parziale', ha più il sapore dell'opera di indottrinamento e della retorica, piuttosto che della onesta e disinteressata ricerca storica.
Capisco che in questi anni di disfacimento nazionale, di contestazione dell'Italia quale nazione unica, e dell'italianità quale sentimento 'patriottico', alcuni settori ideologicamente e strumentalmente legati al cosiddetto 'risorgimento' sentano il bisogno di ravvivare un 'patriottismo nazionale' che almeno salvaguardi la concezione, attualmente propagandata nelle scuole e nei media, che si ha della storia italiana. Soprattutto proprio quella riguardante il periodo della costituzione della sua statualità unitaria. Ma il fatto è che, con il riproporsi di schemi patriottardi e di affabulazioni devianti, non si renda proprio un buon servizio neanche alla storia dell'Italia.La figura di Giuseppe Garibaldi, in tal caso, è centrale; non in quanto super-uomo o eroe di uno o più mondi. Ma in quanto strumento di 'forze superiori', ma non sto parlando della Storia con la 'S maiuscola', ma più prosaicamente di mercati, risorse, capitali, commerci, banche e finanza, ecc. Insomma, delle regole e dinamiche dettate dai rapporti di forza tra potenze coloniali, tra i nascenti imperialismi, l'equilibrio tra potenze regionali e mondiali. E in questo contesto deve essere inserita, appunto, la figura di Garibaldi. Lasciamo agli affabulatori e agli annebbianti i raccontini sull''eroe dei due mondi' e sul 'Cincinnato di Caprera'.Partiamo, quindi, dall'analizzare il ruolo e la posizione dell'obiettivo principe della più notoria spedizione dell'avventuriero nizzardo: la Sicilia.
La Sicilia, granaio e giardino del Regno di Napoli (o delle Due Sicilie), oltre ad avere una economia agricola abbastanza sviluppata, almeno nella sua parte orientale, ovvero una agrumicoltura sostenuta e avanzata, necessaria ad affrontare il mercato internazionale, sbocco principale di tale tipo di coltura; possedeva una forte marineria, assieme a quella di Napoli, tanto da essere stata una nave siciliana, la prima ad inaugurare una linea diretta con New York e gli Stati Uniti d'America. Marineria avanzata per sostenere una avanzata produzione agrumicola destinata al commercio estero, come si è appena detto. Capitalismo, altro che gramsciana 'arretratezza feudale'. Ma il fiore all'occhiello dell'economia siciliana era rappresentata da una risorsa strategica, all'epoca, ovvero lo zolfo. Lo zolfo e i prodotti solfiferi, erano estremamente necessari per il nascente processo di industrializzazione. Lo zolfo veniva utilizzato per la produzione dell'acciaio, per la preparazione di sostanze chimiche, come conservanti, esplosivi, fertilizzanti; era insomma il ubrificante del motore dell'imperialismo, soprattutto di quello inglese. Con la rivoluzione nella tecnologia navale, ovvero la nascita della corazzata, e la diffusione delle ferrovie in Europa, e non solo; ne fanno montare la domanda e, quindi, la necessità di sempre maggiori quantità di acciaio, ferro e ghisa. Quindi i processi produttivi connessi, richiedono sempre più ampie quantità di zolfo; cosi come la richiedono l'economia moderna tutta, industriale e commerciale. Tipo quella dell'Impero Britannico. La Sicilia, alla luce dei mutamenti epocali che si vivevano alla metà dell'800, diventa un importante obiettivo strategico, un asset geo-politicamente e geo-economicamente cruciale. Difatti l'Isola possedeva 400 miniere di zolfo che, all'epoca, coprivano circa il 90% della produzione mondiale di zolfo e prodotti affini.Come poteva, l'Isola, essere ignorata dai centri strategici dell''Impero di Sua Maestà'? Come potevano l'Ammiragliato e la City trascurare la posizione della Sicilia, al centro geografico del Mediterraneo, proprio mentre si stava lavorando per realizzare il Canale di Suez? La nuova via sarebbe divenuta l'arteria principale dei traffici commerciali e marittimi dell'Impero Britannico.
Come potevano ignorare tutto ciò i Premier e i Lord, gli imperialisti conservatori e gli imperialisti liberali, i massoni e i missionari d'Albione? Come? E come potevano dimenticare che, all'epoca, il Regno di Napoli e le marinerie di Sicilia e della Campania, marinerie mediterranee, fossero dei temibili concorrenti per la flotta commerciale inglese? Come potevano? Il 'General Intellect' dell'imperialismo inglese, il maggiore dell'epoca, non poteva certo ignorare e trascurare simili fattori strategici. Loro no. Semmai a ignorarlo è stato tutto il circo italidiota dei laudatori del Peppino longochiomato e barbuto. Tutti i raccoglitori di cimeli garibaldineschi, più o meno genuini, non hanno mai avuto il cervello (il cervello appunto!) di capire e studiare questi 'trascurabili' elementi. La Sicilia è terra di schiavi e di africani, barbara e senza storia, non vale certo un libro che ne spieghi anche solo il valore materiale. Così vuole la vulgata dei nostrani storici accademici; o di venete 'storiche' contemporanee che, invece delle vicende dell'assolata terra triangolata, preferiscono dedicarsi alle memorie della masnada di mercenari vestiti delle rosse divise destinate, non a caso, agli operai del mattatoio di Montevideo. Tralasciando la biografia e gli interessi dei fratelli Rubattino, che attuarono quella vera e propria 'False Flag Operation' detta 'Spedizione dei Mille', giova ricordare che Garibaldi, prima di partire da Quarto, era stato convocato presso la Loggia 'Alma Mater' di Londra. Vi fu una festa pubblica, di massa, che lo accolse a Londra e lo accompagnò fino alla sede centrale della massoneria anglo-scozzese. 'La più grande pagliacciata a cui abbia mai assistito' scrisse un testimone diretto dell'evento. Un tal Karl Marx. Giuseppe Garibaldi venne scelto da Londra, poiché si era già reso utile alla causa dell'impero britannico. In America Latina, quando gli inglesi favorirono la secessione di Montevideo dall'impero brasiliano, e la conseguente guerra tra Brasile e Uruguay, Garibaldi venne assoldato per svolgere il ruolo di 'raider', ovvero incursore nelle retrovie dell'esercito brasiliano. Il suo compito fu di sconvolgere l'economia dei territori nemici devastando i villaggi, bruciando i raccolti e razziando il bestiame. Morti e mutilati tra donne e bambini abbondarono, sotto i colpi dei fucili e dei machete dei suoi uomini. Il compito svolto da Garibaldi rientrava nella politica di intervento coloniale inglese nel continente Latinoamericano; la nascita dell'Uruguay rientrava nel processo di controllo e consolidamento del flusso commerciale e finanziario di Londra verso e da il bacino del Rio de la Plata; la regione economicamente piùinteressante per la City. Escludere l'impero brasiliano dalla regione, era una carta strategica da giocare, perciò Londra, tramite anche Garibaldi, favorì la nascita dell'Uruguay. La borghesia compradora di Montevideo era legata da mille vincoli con l'impero inglese. Ivi Garibaldi svolse sufficientemente bene il suo compito. Divenne un 'bravo' comandante militare, solo perché si trovò di fronte i battaglioni brasiliani costituiti, per lo più, da schiavi neri armati di picche. Facile averne ragione, se si disponeva della potenza di fuoco necessaria, che fu graziosamente concessa dalla regina Vittoria.*L'eroe dei due mondi era stato richiamato a Londra, distogliendolo dal suo ameno lavoro: il trasporto di coolies cinesi, ovvero operai non salariati, da Hong Kong alla California. La carne cinese era richiesta dal capitale statunitense per costruire, a buon prezzo, le ferrovie della West Coast. Garibaldi si prodigava nel fornire l''emancipazione' semischiavista agli infelici cinesi, in cambio di congrua remunerazione dai suoi presunti ammiratori yankee.**
Colui che richiese l'intervento di Garibaldi, in Sicilia, effettivamente fu un siciliano, Francesco Crispi. Egli venne inviato a Londra, presso i suoi fratelli di loggia, per dare l'allarme al gran capitale inglese: Napoli stava trattando con una azienda francese per avviare un programma per meccanizzare, almeno in parte, le miniere e la produzione dello zolfo. Il progettato processo di modernizzazione della produzione mineraria siciliana, avrebbe alleviato il popolo siciliano dalla piaga del lavoro minorile semischiavistico delle miniere di zolfo. Ma i baroni proprietari delle miniere, stante l'alto margine di profitto ricavato dal lavoro non retribuito, e timorosi che l'interventismo economico della 'arretrata amministrazione borbonica', potesse sottrarre loro il controllo dell'oro rosso, decisero di chiedere l'intervento britannico, allarmando Londra sul destino delle miniere di zolfo. Non fosse mai che lo stolto Luigi Napoleone potesse controllare il 90% di una materia prima necessaria alle macchine e alle fornaci del capitale imperiale inglese. Tutto ciò portò alla chiamata alle armi del loro 'eroe dei due mondi'. E i 'carusi' delle miniere solfifere devono ringraziare Garibaldi, e i suoi amici anglo-piemontesi, se la loro condizione semischiavista si è protratta fino agli anni '50 del secolo scorso. Le due navi della Rubattino, della 'Spedizione dei Mille', arrivarono a Marsala l'11 maggio 1860. Ad attenderli non vi erano unità della marina napoletana o una compagnia del corpo d'armata borbonico, forte di 10000 uomini, stanziata in Sicilia e comandata dal Generale Lanti. No.
In compenso era presente una squadra della Royal Navy, posta nella rada di Marsala, a vigilare affinché tutto andasse come previsto. I 1089 garibaldini, in realtà, erano solo l'avanguardia del vero corpo d'invasione, una armata anglo-piemontese di 20000 soldati, per lo più mercenari, che attuarono, già allora, la tattica di eliminare qualsiasi segno di riconoscimento delle proprie forze armate. Infatti il corpo era costituito, in maggioranza, da ex zuavi francesi che avevano appena 'esportato' la civiltà nei villaggi dell'Algeria e sui monti della Kabilya. Inoltre, erano presenti alcune migliaia di soldati e carabinieri piemontesi, momentaneamente posti in 'congedo', e riarruolati come 'volontari' nella missione d'invasione. Eppoi c'erano i veri e propri volontari/mercenari, finanziati per lo più dall'aristocrazia e dalla massoneria inglesi.Il primo scontro a fuoco, tra garibaldini e guarnigione borbonica, si risolse ufficialmente nella sconfitta di quest'ultima. Fatto sta che nella breve battaglia di Calatafimi, a fronte delle perdite dell'esercito napoletano, che ebbe una mezza dozzina di caduti, i garibaldini vengono letteralmente sbaragliati, subendo circa 100 tra morti e feriti. In realtà, nella mitizzata battaglia di Calatafimi, i soldati napoletani che cozzarono con l'avventuriero Garibaldi dovettero abbandonare il campo, poiché il comando di Palermo aveva loro negato l'invio di rifornimenti, soprattutto di munizioni, costringendo la guarnigione borbonica non solo a smorzare l'impeto con cui affrontarono i garibaldini, ma anche ad abbandonare il terreno, quindi, lasciando libero Garibaldi nel proseguire l'avanzata su Palermo.A Palermo, dopo la scaramuccia presso 'Ponte Ammiraglio', nell'allora periferia della capitale siciliana, il comandante della guarnigione borbonica decise di consegnare la città. Contribuì alla decisione, probabilmente, la consegna da parte inglese di un forziere carico di piastre d'oro turche. La moneta franca del Mediterraneo.L'avanzata dei garibaldini, rincalzati dal corpo d'invasione che li seguiva, incontrò un ostacolo quasi insormontabile presso Milazzo. Qui la guarnigione napoletana impose un pesante pedaggio ai volontari di Garibaldi. Infatti la battaglia di Milazzo ebbe un risultato, per Garibaldi, peggiore di quella di Calatafimi. A fronte dei 150 morti tra i napoletani, le 'camicie rosse' subirono ben 800 caduti in azione. La guarnigione napoletana si ritirò, in buon ordine e con l'onore delle armi da parte garibaldina! Ma solo quando, all'orizzonte sul mare, si profilò una squadra navale anglo-statunitense, con a bordo una parte del vero e proprio corpo d'invasione mercenario. Corpo che fu fatto sbarcare alle spalle della guarnigione nemica di Milazzo.Va sottolineato che i vertici della marina borbonica, come quelli dell'esercito napoletano, erano stati corrotti con abbondanti quantità di oro turco e di prebende promesse nel futuro regno unito sabaudo.
Così si spiega il comportamento della marina napoletana, che alla vigilia dello sbarco di Garibaldi, sequestrò una nave statunitense carica di non meglio identificati 'soldati' (i notori mercenari), ma che subito dopo la rilasciò. Così come, nello stretto di Messina, la squadra napoletana evitò di ostacolare, ai garibaldini, il passaggio del braccio di mare, permettendo a Garibaldi e a Bixio di sbarcare sulla penisola italiana. Da lì fu una corsa fino all'entrata 'trionfale' a Napoli, dove Garibaldi fece subito assaggiare il nuovo ordine savoiardo: fece sparare sugli operai di Pietrarsa, poiché si opposero allo smantellamento delle officine metalmeccaniche e siderurgiche fatte costruire dall''arretrata' amministrazione borbonica. Certo, il regno delle Due Sicilie era fu reame particolarmente limitato, almeno sul piano della politica civica, ma nulla di eccezionale riguardo al resto dei regni italiani. Di certo fu che la monarchia borbonica, dopo il disastro della repressione antiborghese della rivoluzione partenopea del 1799, avviò una politica che permise il prosperare, nell'ambito della proprio apparato amministrativo e di governo, degli elementi ottusi, malfidati e corrotti. Condizione necessaria per poter perdere, in modo catastrofico, la più piccola delle guerre.In seguito ci fu la battaglia del Volturno, già perduta dai borbonici, poiché presi tra due fuochi: i mercenari di Garibaldi a sud e l'esercito piemontese a nord. E quindi l'assedio di Gaeta e Ancona, e poi la guerra civile nota come 'Guerra al Brigantaggio'. Una guerra che costò, forse, 100000 vittime. Prezzo da mettere in relazione con i 4000 morti, in totale, delle tre Guerre d'Indipendenza italiane. Solo tale cifra descrive la natura reale del processo di unificazione italiana.La Sicilia, in seguito, venne annessa con un plebiscito farsa***; poi nel 1866 scoppiò, a Palermo, la cosiddetta 'Rivolta del Sette e mezzo', che fu domata tramite il bombardamento dal mare della capitale siciliana. Bombardamento effettuato dalla Regia Marina che così, uccidendo qualche migliaio di palermitani in rivolta o innocenti, si 'riscattò' dalla sconfitta di Lissa, subìta qualche settimana prima e da cui stava ritornando. Subito dopo esplose, a Messina, una catastrofica epidemia di colera, la cui dinamica stranamente assomigliava alla guerra batteriologica condotta dagli yankees contro gli indiani nativi d'America.
Migliaia e migliaia di morti in Sicilia.Tralasciamo di spiegare il saccheggio delle banche siciliane, che assieme a quelle di Napoli, rimpinguarono le tasche di Bomprini e di altri speculatori tosco-padani, ammanicati con le camarille di Rattazzi e Sella; la distruzione delle marineria siciliana; lo stato di abbandono della Sicilia per almeno i successivi 40 anni****; la feroce repressione dei Fasci dei Lavoratori siciliani; l'emigrazione epocale che ne scaturì. Infine un novecento siciliano tutto da riscrivere, dall'ammutinamento dei battaglioni siciliani a Caporetto alle vicende del bandito Giuliano, uomo del battaglione Vega della X.ma Mas, che fu al servizio degli USA e del sionismo; per arrivare alla vicenda del cosiddetto 'Milazzismo' e a una certa professionalizzazione dell''antimafia' (che va a braccetto con quella di certo 'antifascismo') dei giorni nostri.Garibaldi, una volta sistematosi a Caprera, aveva capito che la Sicilia e il Mezzogiorno d'Italia, non gli avrebbero perdonato ciò che gli aveva fatto.
Note:
*Giova ricordare che l'impero inglese, alla metà del XIX.mo secolo, fu impegnato in una serie di guerre contro determinati stati (Regno delle Due Sicilie, Paraguay e gli stessi USA), che avevano deciso di seguire uno sviluppo autocentrato, sviluppando l'industria locale e rafforzando la propria agricoltura e il proprio commercio tramite l'applicazione dei dazi. Ciò avrebbe permesso lo sviluppo economico, pur restando al di fuori dell'influenza bancario-finanziaria e, quindi, politica di Londra. L'impero britannico reagì, a tali comportamenti, creando operazioni tipo 'Falsa Bandiera'. In Italia meridionale con Garibaldi e la sua 'spedizione'. Negli USA reclutando gli 'abolizionisti' estremisti di John Walker, i quali, nel 1858, prima di iniziare una loro propria 'spedizione' su Harper's Ferry, dove vi era il maggiore arsenale statunitense, vennero addestrati da un misterioso ufficiale inglese che si faceva chiamare Forbes. Egli, poco prima della fallimentare 'spedizione', scomparve nel nulla. Il Paraguay, durante gli anni della guerra civile statunitense, venne a sua volta aggredito da una coalizione di stati latinoamericani chiaramente legati agli interessi britannici: Uruguay, Argentina e un Brasile addomesticato. Questa guerra si risolse con la distruzione, fisica, del Paraguay e della sua popolazione maschile. Alla fine si ebbe un rapporto di otto donne per ogni uomo.
**C'è chi va blaterando di un Garibaldi bramato da Abramo Lincoln, presidente degli USA, durante la Guerra Civile statunitense. Secondo la leggenda, Washington cercava un abile condottiero, un Garibaldi appunto, che dirigesse l'Armata del Potomac che si trovava in serie difficoltà nell'affrontare la ben più smilza 'Armata della Virginia' guidata dal grande Generale Robert E. Lee. Della presunta richiesta non ci sono in giro che voci e illazioni, nulla di più. Eppoi, perché mai Lincoln doveva affidare il suo esercito ad un avventuriero che non ha mai diretto che qualche centinaio di sbandati? I bravi generali nordisti non scarseggiavano: Halleck, Sherman, Grant, Sheridan, ecc. Insomma, il solito provincialismo incolto e fanfarone italico con cui s'insegna la storia nelle nostre università!
***Si trattò della massima dimostrazione di malafede e inganno nei confronti dei contemporanei e dei posteri. Il plebiscito di svolse nelle seguente modalità: due schede, una con un NO e l'altra con un SI stampati sopra; chi votava NO doveva mettere la relativa scheda in una determinata urna, chi votava per il SI, doveva mettere, a sua volta, la relativa scheda su un'altra urna. Potete capire come venisse 'tutelata', in quel modo, il diritto alla libera espressione del voto. E con tanto di soldati piemontesi presenti nei seggi elettorali! 667 furono i siciliani che votarono NO al plebiscito. Non c'è bisogno di dire che, subito dopo la 'consultazione', tutti costoro dovettero abbandonare la loro terra.

****Il primo traghetto sullo stretto di Messina venne inaugurato nel 1899!
da www.taxcala.es

22 luglio, 2007

LOCRI: LA PIAZZA E' VUOTA


A proposito della piazza vuota di Locri inoccasione della diretta della trasmissione "W l' Italia diretta" ho letto delle emerite sciocchezze (presenza di transenne). E' d'uopo calare un velo pietoso sulla povertà intellettuale che siffatte dichiarazioni lasciano trasparire.
Tornando alla piazza vuota di Locri, le riflessioni di NIcola Zitara sono di ben altro spessore o livello

Mentre la vedova dell’on. Fortugno riassumeva le questioni che erano state oggetto di precise denunce da parte del marito, prima che lo ammazzassero, Riccardo Jacona, continuava a farle osservare che la piazza di fronte al tribunale e (se le cose non sono cambiate negli anni e nei decenni) sottostante anche all’abitazione della Vedova e al palazzo Laganà, era vuota.
I ragazzi di Locri tradivano la democrazia o la democrazia aveva tradito i ragazzi di Locri?
Milioni di democratici e di sinistrorsi telespettatori, in ogni parte d’Italia, si aspettavano che Locri attestasse che in Calabria quel bagliore espresso nello slogan “Ammazzateci tutti” continuava a splendere, magari ravvivato dall’ardore di nuove coscienze coinvolte.
Ma la piazza era vuota. Quel vuoto è un preciso messaggio che Locri spedisce al governo.
“Ti sei sbracato a promettere un cambiamento, e io ti ho fatto credito. Ma qui non è cambiato niente, quindi non ti faccio altro credito”.
L’arringa contro Jacona e contro il sistema italiano potrebbe essere lunga. Cercherò di contenerla in poche frasi. In primo luogo il messaggio che i ragazzi di Locri spediscono a suocera perché nuora intenda non attiene alla democrazia formale, ma a quella sostanziale. Riguarda il lavoro, per una generazione pietosamente aggrappata ai sussidi familiari, e riguarda anche la vita civile: un’aspirazione del giovane che si affaccia al mondo, calpestata non solo dall’arroganza della mafia a mano armata, ma anche dall’arroganza della mafia bianca, che include i politici nazionali e regionali, in tutte le gradazioni di colore, nonché gli amministratori locali, che giungono al potere attraverso il voto di scambio e ci restano se consenzienti con il degrado generale della società, sia nella sua parte mafiosa sia nella sua parte apparentemente virtuosa.
Oggettivamente i ragazzi di Locri hanno chiesto, e forse chiedono ancora, delle cose che lo Stato italiano non può dare in alcun modo. L’Italia-una penetra la nostra società attraverso alcuni vettori di consenso. Il più appariscente è la spesa pubblica, che viene erogata da organi dello Stato, sia elettivi sia burocratici. Chi la eroga in loco, anche se fosse l’uomo più giusto al mondo, non potrebbe che contentare alcuni e scontentare altri, perché i fondi sono limitati rispetto all’immensa domanda. La spesa pubblica è l’interfaccia dello Stato centrale nelle province, cosicché, da che l’Italia è anche lo Stato italiano, nelle province in cui la domanda di spesa pubblica non può essere soddisfatta che in parte, questa parte serve anche a tenere in piedi il sistema nazionale italiano, e lo fa attraverso una selezione di tipo clientelare. “Vuoi soldi da me? Te li do, ma tu sostieni lo Stato Italiano”.
Anche l’intervento europeo nelle regioni deboli del Meridione è stato agganciato al sistema clientelare selettivo. Non c’è stata cattiveria, non era possibile fare altrimenti.
E’ senz’altro vero che il sistema politico-clientelare, nato nel Sud recalcitrante verso l’unità sin dalle prime elezioni politiche nel 1861, strada facendo si è corrotto. Quando gli eletti non ricevevano una remunerazione, il clientelismo era esercitato nell’interesse del sistema. A margine si manifestavano dei fenomeni familistici a favore dei figli, dei nipoti, dei figli dell’amico. Poi, con l’introduzione dell’indennità agli eletti, il clientelismo ha assunto vistose forme di corruzione. Il fenomeno è più visibile al Sud in quanto quasi tutte le carriere cominciano con le pezze al culo e quando arrivano al traguardo c’è una villa alle Hawai. Nel Centrosettentrione il clientelismo si realizza in forme sociali, tipo Cassa integrazione, aiuti sottobanco alle imprese, commesse a prezzi d’affezione e simili, tutte cose a favore d’una intera collettività.
Neanche a questo c’è rimedio. La nostra società non è sufficientemente feconda di libere imprese. L’altra illusione in cui sono caduti i ragazzi di Locri riguarda la mafia. Tutti sappiamo cos’è perché ognuno di noi l’incontra mille volte al giorno. Non è neppure necessario che esca di casa, basta che si guasti lo scarico del lavandino e l’incontra. Quando la mafia era cosa piccola, gli studiosi s’ingegnavano a capirne le origini e le motivazioni sociali, oggi ogni elucubrazione sociologica o storica è superflua. La mafia è un affare per il capitalismo di tutti i grandi paesi, anche per quelli che hanno la fortuna di saperla forestiera, come la Svizzera e il Regno Unito. La mafia produce masse di ricchezza che al confronto quelle provenienti dal petrolio arabo o russo impallidiscono. Né Stati Uniti, né Canada, né Cina, né Giappone osano toccarla, figuriamoci l’Italia, la cui bilancia dei pagamenti tornerebbe allo stato in cui si trovava nel 1861, allorché i veri padroni del Paese erano i Rothschil, o nel 1919, allorché la guerra s’era mangiate le ricchezze spedite da 16 milioni di emigrati, o nel 1945, quando, se gli USA non ci avessero regalato farina e scatolette, chi scrive e i suoi contemporanei si sarebbe azzannati per un tozzo di pane.
Non c’è niente da fare, giovani amici di Locri, ma solo se restiamo nel sistema Jacona, che ributta sulle “piazze” e sulle popolazioni meridionali le inefficienze di uno Stato ambivalente e pregno d’ingordigie padane mai soddisfatte, fino all’invenzione di una ‘questione settentrionale’ per attrarre a sé risorse che spetterebbero al Sud. Cioè incipriando di putridi colori guance rubiconde. Ma ci sono altre strade. Forse dolorose, ma ci sono.

19 luglio, 2007

CONDOFURI (RC) - ALLARME TORRENTE



















Quello che considero il mio migliore articolo pubblicato su Calabria Ora
di oggi 19/07/2007

Situazione di potenziale pericolo a Condofuri Marina.
Il ponte della linea ferroviaria costruito sul torrente Arangea è stato quasi raggiunto dall’ alveo per il deposito di materiale alluvionale che, nel corso del tempo, si è depositato fino a raggiungere una altezza di quattro metri.


















A segnalare la situazione di pericolo è il consigliere comunale con delega al turismo Massimo Nucera il quale afferma “che già nel novembre del 2005 l’ amministrazione comunale di Condofuri ha provveduto a segnalare questa situazione all’Assessorato ai lavori pubblici e al settore Protezione Civile della Regione Calabria, nonché alla direzione compartimentale della RFI S.p.A. Ad oggi non abbiamo ottenuto alcuna risposta. Inutile sottolineare la situazione di pericolo che si potrebbe determinare in caso di forti piogge , sia per la stabilità del ponte della ferrovia, sia per la possibilità che si possa formare un tappo di materiale naturale in corrispondenza dell’ angusta apertura rimasta e determinare ‘l allagamento di importanti porzioni di centro abitato”
Ad aggravare la situazione continua Massimo Nucera vi è il “fatto che sono stati stanziati 85000 euro negli anni precedenti per realizzare l’ intervento di drenaggio del materiale posto al di sotto del ponte in questione, ma ad oggi non abbiamo nessuna notizia in proposito


















E’ alquanto sconcertante il fatto che nemmeno le segnalazioni di una amministrazione comunale siano ritenuti degni di risposta da parte di soggetti che avrebbero tutto l’ interesse a monitorare costantemente la situazione sul territorio, nell’ interesse primario della salute pubblica al fine di prevenire eventuali sciagure.
A confermare che il potenziale pericolo non sia così remoto interviene Il Dott. Francesco Nucera, meteorologo, profondo conoscitore delle dinamiche ambientali della Vallata dell’ Amendolea



















“Il clima sta progredendo”- afferma il Dott. Nucera”- verso una estremizzazione, come conseguenza di un aumento dell’energia a disposizione in atmosfera e che può essere “liberata” anche attraverso situazioni temporalesche violente. Tanta pioggia concentrata in poco tempo. Ma non è solo colpa della natura... Volendo fare un discorso in generale, si può immaginare cosa possa accadere se l’acqua di un torrente o di un canale, causa impedimenti, non defluisca bene. Nel nostro piccolo, possiamo contribuire alla salvaguardia dell'ambiente, segnalando quelle situazioni che sospettiamo essere potenzialmente pericolose”

18 luglio, 2007

CONDOFURI NELLA VALLATA DELL'AMENDOLEA



















Nella sezione BLOG ALLA DERIVA- VIDEO Il video di uno studioso, un amico che ha qualcosa da dire e raccontare: Francesco Nucera, grande esperto di meteorologia.

Il 18 NOvembre scrissi un articolo su "Calabria Ora" dedicato al progetto "Meteocondofuri".

Altro progetto molto importante di Francesco Nucera è Calabriameteo.

Calabriameteo.it è leader di informazioni meteo in Calabria dal 2000. I suoi servizi rappresentano un prodotto ad alto valore aggiunto nel territorio calabrese tanto da essere utilizzati anche da importanti portali. Daltronde, le migliaia di pagine viste al giorno sono un segno inequivocabile della stima e fiducia verso questa realtà. Il sito, primo ad occuparsi di informazioni meteo in Calabria, è stato recensito in alcuni quotidiani calabresi (Il Quotidiano di Calabria, Calabria Ora), in riviste nazionali (In Viaggio - Mondadori) ed in alcune televisioni locali ("Prego si accomodi"-Reggio TV). Prestigioso è il servizio televisivo su "Il settimanale" a cura di TG3 Calabria andato in onda nel rotocalco del sabato mattina.


articolo pubblicato su Calabria ora del 19/11/2006


Un sistema d’avanguardia per scopi di monitoraggio e protezione civile. E’ questo il progetto che verte intorno al sito http://www.meteocondofuri.it/. Nato dalla professionalità e passione del Dott. Francesco Nucera di Condofuri, laureato in Fisica dell’Atmosfera, il servizio, completamente gratuito, facilita la prevenzione del rischio di fenomeni naturali per mitigarne le conseguenze, e si rivolge a tutti coloro i quali operano a stretto contatto con le condizioni del tempo (manifestazioni all'aperto, aziende agricole, imprese di costruzioni, marittimi e pescatori, escursionisti ecc).
L’ idea è la“prevenzione e comunicazione del rischio”, il quale, fornendo un’accurata e tempestiva comunicazione delle condizioni meteo previste, riduce l’impatto di eventi meteorologici estremi sui cittadini. Spesso capita che fenomeni molto intensi a livello locale non vengano previsti dai vari enti meteorologici. Nasce da qui l'esigenza di creare un servizio di NowCasting per la previsione a brevissima scadenza (6-8 ore) per l'area in esame tenendo conto del particolare microclima e della sua orografia.
Il sistema emette un allerta ogni qualvolta previsto un evento pericoloso e rilevante per il comune (nubifragi, grandine, vento forte, ondate di calore ecc), al superamento di determinate soglie di attenzione. A tal proposito si applica con adattamento per l'area in oggetto, un software per le previsioni numeriche a scala limitata, configurato sul modello fisico matematico non idrostatico MM5 . Durante le condizioni meteorologiche avverse, il team di gestione segue di continuo l'evolversi della situazione comunicando, se necessario e attraverso mezzi di comunicazione, gli avvisi con cadenza oraria.
Il dott Nucera auspica un interessamento delle pubbliche autorità intorno al suo progetto considerato la rilevanza sociale del servizio offerto e al fine di innestarlo in una ottica di servizio di una programmazione turistica di qualità che preveda l’ estensione a tutta l’area grecanica di un servizio di qualità già esistente, il quale necessiterebbe di un potenziamento e sviluppo per diventare valore aggiunto nella ottimizzazione dei flussi turistici sul territorio, realizzando, per ogni comune, una rete di rilevamento da realizzare attraverso una serie di stazioni meteorologiche dotate di webcam installate sul territorio allo scopo di realizzare un monitoraggio ambientale e climatico su scala locale, la realizzazione di un archivio dati integrato, e, soprattutto, un'informazione meteorologica in tempo reale via internet, sulle condizioni atmosferiche in atto.

SEMPRE LE SOLITE FACCE!

L'amara constatazione di un magistrato.
da www.strill.it



Se dopo 30 anni ancora lo stato si ritrova a dovere mettere le manette ai soliti noti, ciò attesta il fallimento del sistema".
Lo sfogo del Procuratore Franco Scuderi fa da cornice all'ennesima conferenza stampa che presenta l'ennesima operazione antimafia conclusa alle prime luci dell'alba.
"Il nome di Teodoro Crea" - ha ricordato Scuderi- "figurava addirittura nel processo del Stefano + 59 del 1979. Se oggi lo arrestiamo ancora qualcosa non funziona".
Nelle parole di Scuderi, nella loro semplicità, è racchiuso un mondo.
Un mondo che vede i soliti noti sui fascicoli ma, quel che più conta, i soliti noti nel malaffare, nella gestione degli appalti, delle estorsioni.
Un mondo che dilaga e che lascia l'impressione a chi lavora per arginarne l'espansione di provare a fermare il mare con le mani

VITA BUTTATA



Una grossa delusione. Una persona che non ha saputo gestire il successo.
PECCATO!

da www.corriere.it


Due anni di squalifica per doping. E' questa la pesante sanzione comminata dalla commissione giudicante della Federazione italiana di atletica leggera ( Fidal) all'ex campione del mondo di salto con l'asta Giuseppe Gibilisco, coinvolto nell'inchesta «Oil for drug» insieme ad atleti di altre discipline. Gibilisco aveva annunciato il ritiro in caso di squalifica. «La condanna di due anni di squalifica ha effetto immediato dalla data odierna», ha detto un portavoce della Fidal. Gibilisco è stato coinvolto nell'inchiesta antidoping denominata «Oil for drug», condotta dai carabinieri fin dal 2004, anno in cui i militari dell'Arma perquisirono a sorpresa la casa del saltatore insieme a quella di altri atleti fra cui il vincitore del Giro d'Italia di quest'anno Danilo Di Luca. Secondo il portavoce Fidal, Gibilisco non è mai risultato positivo ad alcun controllo antidoping e per questo è stato ritenuto innocente dalla giustizia ordinaria. Con la condanna inflitta oggi, invece, gli organi giudicanti della Federazione sembrerebbero aver voluto sanzionare il solo tentativo del saltatore di fare uso di doping. La questione sarà più chiara quando, entro sette giorni, i giudici sportivi depositeranno le motivazioni della sentenza.

LA CARRIERA - Da quando è scoppiato lo scandalo, legato alla sua frequentazione con il medico abruzzese Carlo Santuccione a sua volta squalificato dalla giustizia sportiva e indagato dalla procura di Padova sempre per fatti di doping, la carriera di Giuseppe Gibilisco sembra essersi ricoperta di numerose ombre. Il ventottenne atleta di Siracusa, squalificato per due anni dalla commissione giudicante della Fidal, ha cominciato a praticare il salto con l'asta a 13 anni ed è stato allenato dallo stesso tecnico del grande Sergei Bubka, Vitaliy Petrov. Gibilisco vanta nel suo palmares come risultato più prestigioso il titolo di campione del mondo conquistato a Parigi nel 2003. In quella gara mozzafiato Gibilisco migliorò per ben due volte il record personale e italiano aggiudicandosi il gradino più alto del podio con la misura di 5.90 m. L'anno successivo, alle Olimpiadi di Atene, è arrivato poi un altro risultato eccellente: bronzo con la misura di 5.85m. Proprio grazie a questa brillante prestazione il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, gli ha conferito l'onorificenza di «Cavaliere della Repubblica» per meriti sportivi. Per Gibilisco gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da alti e bassi. Nel 2005, a Firenze, ha vinto la sua prova in Coppa Europa contribuendo in modo decisivo al terzo posto finale dell'Italia. Nello stesso anno, invece, non è riuscito a confermarsi ai vertici arrivando solo quinto (con un salto da 5.50 m) ai campionati mondiali di atletica leggera di Helsinki. Nel 2006 ennesima delusione con il settimo posto agli Europei di Goteborg. Di recente, visto il suo coinvolgimento nell'indagine «Oil for Drug», Gibilisco si è visto rifiutare l'iscrizione a numerosi meeting estivi.

RAGAZZI GENIALI


Le idee sono il motore della vita, guai a non averne!.
Ecco un bell' esempio di idea intelligente
Design4Food nasce da un’idea di tre ragazzi con la passione per l’informatica, e si propone di fare, a modici prezzi, siti personali o per le piccole e medie imprese.Pur vivendo in tre posti diversi d’italia, grazie alle possibilità di internet cooperiamo come se fossimo in una sola stanza. Abbiamo prezzi contenuti e tanta voglia di metterci alla prova… perchè se non ci si diverte che gusto c’è?
"Beh, Siamo 3 ragazzi da diverse parti d'italia"- spiega Salvatore D'Agostino -":1 è tra i migliori grafici in circolazione,l'altro impagina giornali e riviste da quando aveva 16 anni,e poi ci sono ioche me la cavicchio nel campo dell' informatica.insieme abbiamo messo su "una catena di montaggio" per i siti:...la "catena" ci consente di fare siti in poco tempo.. e quindi di avere prezzi economici"

La piazza vuota di Locri

Ho visto anch'io la puntata di Wlitalia di ieri sera.

Che cosa ha capito un italiota medio che come me ha la "fortuna" di vivere al Nord?

"Ecco, lo vedi che non serve a niente aiutarli quelli lì, che poi non vanno neanche in piazza a protestare, che fanno gli omertosi come quegli infermieri intervistati nell'ospedale di Locri, che sanno solo lagnarsi dello "Stato traditore", ecc. ecc. ecc."

Come al solito ha capito poco e niente.


Una cosa mi ha spaventato, di me stesso, assistendo alla trasmissione: che le uniche figure istituzionali che ho apprezzato, perché sapevano leggere abbastanza correttamente la situazione e interpretarla politicamente, erano due magistrati.
Sembra un dettaglio insignificante, immerso in un immenso quadro sconfortante, eppure sono convinto che sia invece l'aspetto più grave emerso ieri.

Comunque sia, tra preti indagati per illeciti amministrativi, politici sempre più dannosi per i loro cittadini-datori di lavoro e chiusi nella loro casta dorata, imprenditori che per rilanciare industrie decotte simbolo dello scandalo italiota sfornano idee nuovissime e brillanti, banchieri che in questo manicomio sono sempre più i padroni incontrastati del nostro futuro, e poi il chiasso molesto del calciomercato, delle puttanelle sulle copertine dei settimanali, delle opinioni espresse da chiunque sia disposto a vendersi l'anima per far parte del sistema globalizzato... in tutto questo, io partecipo al sentimento dei locresi di ieri sera.
E cioè NON prenderò più parte (almeno per un po') alla rappresentazione della realtà.
Non perché sia rassegnato o confuso o abbia deciso di lasciar perdere.
Tutt'altro.

Mi prendo solo una pausa di riflessione. Sperando in cuor mio che un po' di sano silenzio faccia più rumore degli schiamazzi. Almeno tra le persone di valore, sono sicuro che è già così.


Buona estate 2007!

LAVORATORI "USURATI"






Alcuni dei soggetti rappresentati e coccolati da Angeletti e soci che davano il loro contributo alla crescita del PIL nazionale.-



da www.corriere.com


Dodici arresti - due in carcere e dieci ai domiciliari - sono state eseguiti dai carabinieri del Nas nell'ambito di un'indagine per assenteismo nei confronti di personale dell'ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. Hanno riguardato medici, docenti, infermieri e personale tecnico amministrativo. L'accusa è di falso in atto pubblico e truffa aggravata. Secondo quanto si legge in una nota della procura di Perugia gli arrestati si sarebbero allontanati dal luogo di lavoro mediante l'illecito utilizzo del badge marcatempo che sarebbe stato timbrato da terzi.
INCHIESTA COMINCIATA A SETTEMBRE - Nello scorso autunno in un'analoga operazione erano finite in manette quattro persone. Anche in quel caso si trattava di assenteismo e l’accusa era stata di falso in atto pubblico e truffa aggravata. Da quel momento, erano iniziati i pedinamenti e le riprese nascoste filmate con telecamere a circuito chiuso dentro i locali dell’ospedale. Riscontri che hanno portato agli arresti di oggi.
USCITE IN ANTICIPO - Le assenze riguardavano in alcuni casi uscite in anticipo rispetto al proprio orario di lavoro, in altre si trattava invece di assenze totali. Si registravano tra l'altro anche casi di persone in permesso per malattia che ne approfittavano per svolgere piccole mansioni di casa o per arrotondare lo stipendio pubblico lavorando come impiegati in alcuni negozi. La procura di Perugia, in un comunicato, parla di pratica molto diffusa già ai tempi della prima tranche delle indagini. Le persone in qualche modo coinvolte, attualmente solo come indagate sarebbero altre 60.
«L'OSPEDALE È PARTE LESA» - Immediata la reazione agli arresti da parte dell'azienda ospedaliera di Perugia e della Regione: «Noi siamo parte lesa, insieme all'azienda ospedaliera - hanno detto la presidente della Regione Umbria Maria Rita Lorenzetti e l'assessore regionale alla Sanità Maurizio Rosi annunciando un'inchiesta interna - perché rappresentiamo i legittimi interessi del cittadino sul quale ricadono poi le negative conseguenze di tali comportamenti. E, nel caso di conferma dei reati ipotizzati, garantiremo la massima inflessibilità. Adotteremo i provvedimenti di nostra competenza e ci costituiremo parte civile per il conseguente risarcimento del danno materiale e dell'immagine derivante da siffatti comportamenti. In una fase di grande cambiamento e innovazione del sistema sanitario umbro ed alla luce del completamento del trasferimento del 'polo unicò Santa Maria della Misericordia, siamo vicini a tutti gli operatori che lavorano con impegno e abnegazione - hanno concluso Lorenzetti e Rosi - per continuare ad elevare la già riconosciuta qualità del sistema sanitario umbro».

PAZZI FURIOSI

Al governo attualmente ci sono dei pazzi!
Mi chiedo :parlerebbero cosi se qualche loro conngiunto cadesse vittima degli attacchi terroristici delle organizzazioni criminali che difenono cosi appassionatamente?

da http://www.corriere.com/

Hamas è una forza reale che rappresenta tanta parte del popolo palestinese», ha detto ieri pomeriggio Massimo D'Alema. «È sbagliato regalare ad Al Qaeda movimenti come Hamas e Hezbollah. Hamas si è reso protagonista di atti terroristici, ma è anche un movimento popolare: per l'Occidente non riconoscere un governo eletto democraticamente, magari mentre andiamo a braccetto con qualche dittatore, non è una straordinaria lezione di democrazia», ha sostenuto il ministro degli Esteri. A suo avviso, «è interesse della comunità internazionale evitare di spingere questi movimenti nelle braccia di Al Qaeda».

Plaude il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto. «Ero e sono molto vicino ad Al Fatah, tuttavia Hamas ha vinto le elezioni ed è bizzarra concezione quella secondo cui i risultati del voto esistono soltanto quando vince chi vuoi tu. Questo vale pure per Hezbollah, appoggiata da un terzo dei libanesi », aggiunge Diliberto.

...MI RITROVAI IN UNA SELVA OSCURA...




Grottesco e patetica caso di demenza senile, il guaio è che siede in Parlamento!

ROMA - Gustavo Selva ritira le dimissioni che aveva presentato in Senato l'11 giugno dopo lo scandalo che aveva creato fingendo un malore per farsi accompagnare in uno studio televisivo con un'ambulanza e arrivare in tempo, e soprattutto vantandose in trasmissione. «Assumo su di me la responsabilità politica di ritirare le dimissioni. Lo faccio per rispetto vostro, perché se mi assolvete potrebbe sembrare la casta che si autodifende», ha detto il senatore di Alleanza nazionale. «Nella storia di questa città, 64 anni fa, un'altra ambulanza fece storia. Mi auguro di non fare la fine dell'ospite di quell'ambulanza di allora», ha detto Selva riferendosi all'arresto di Benito Mussolini, dopo il voto del Gran consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. «Un voto in meno del centrodestra al Senato è un giorno in più per il governo Prodi», ha aggiunto Selva.

RINCHIUDETELO!



Questo è uno da rinchiudere in un manicomio.
Mai lette tante cazzate in un unica intervista. Una accozzaglia di scemenze tali da fare di costui il più grande barzellettiere dell'anno.
Purtroppo ci saranno degli idioti che gli daran ragione. In particolare i comunisti d'accatto che ancora ammorbano l'aria del nostro Paese e che disquisiscono su scalini e scaloni, quando si corre il serio pericoli di finire in bancarotta e non pagare più alcuna pensione!
Ma è usurato chi, come me, si è dovuto creare un lavoro, paga le tasse e mantiene almeno 10
nullafacenti che passano il tempo a lamentarsi!
Settant'anni dopo Cesare Pavese, tocca a Luigi Angeletti. «Lavorare stanca », proclama infatti. Anche se ora sarebbe forse meglio dire che lavorare «usura». Ma non «usura» soltanto gli operai che fanno turni massacranti o i minatori. Per intenderci, quelle 350 mila persone circa che erano nell'elenco dei cosiddetti lavori usuranti stilato oltre dieci anni fa. Il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, per esempio, ci metterebbe anche le maestre d'asilo. E il segretario della Uil è d'accordo con lui.
Dove vuole arrivare, Angeletti?
«Dipende dal governo. Se pensano di discutere di lavori usuranti per risparmiare, hanno sbagliato strada».
Perché mai?
«Gli usurati sono milioni».Per forza, se ci si mettono anche le maestre. «Vorrei vedere lei tenere a bada 25 ragazzini scatenati. Ma lo sa che razza di stress?».
Pensi allo stress di chi dovrà fare l'elenco dei lavori usuranti.
«Non lo invidio. Non ci saranno soltanto gli insegnanti, stia pur certo. Sarà una cosa molto complicata».
Ho sentito parlare dei vigili del fuoco, possibile?
«Sicuro. I vigili del fuoco fanno i turni».
Come sarebbe a dire fanno i turni?
Vuol dire che l'usura dei pompieri non dipende dal rischio che corrono tutti i giorni?
«Sono nella categoria dei turnisti. Usurati doc».
Con questa logica pure il portiere d'albergo è usurato.
«E secondo lei chi fa il portiere d'albergo per 36 o 37 anni, magari di notte, non è usurato? Non ha il diritto di andare in pensione a 57 anni?».
Altri usurati doc? «Gli infermieri. Un caso tipico di turnisti particolarmente disagiati».
Lo sa che ci sono anche giornalisti che fanno i turni?
«La Uil non rappresenta i giornalisti. Fermo restando che qualunque lavoratore dovrebbe poter restare con gli incentivi, li manderei comunque in pensione a 57 anni».I giornalisti come i pompieri e gli infermieri. «Non dimentichiamoci i poliziotti, i carabinieri, i lavoratori delle dogane. Fanno i turni, si alzano presto la mattina, vanno a dormire tardi la sera. Lavorano la notte».
Insomma, il lavoro usura anche nel pubblico impiego.
«Usura eccome. Il caso delle maestre elementari e degli insegnanti è semplicemente esemplificativo: non esiste solo il problema degli operai. E qualche volta anche fra gli operai bisognerebbe distinguere».
In che senso? «Magari c'è quello che sta nel magazzino che non ha mansioni particolarmente usuranti. Nel settore privato in alcuni casi c'è chi sta peggio dei magazzinieri».
Un esempio. «I baristi».Davvero? «I bar aprono presto la mattina, dopo 35 anni deve avere il diritto di decidere se mollare o meno. Questo diritto bisogna riconoscerglielo».
Alla fine si scoprirà che i lavoratori usurati sono molti di più di quelli non usurati.
«Quando dico milioni... Ma il calcolo preciso è impossibile, anche se una cosa è certa. Ci devono essere almeno dei criteri generali, molto più larghi di quelli che vogliono i nostri amici al governo».
Si sbilanci un po'.
«Il criterio non può essere soltanto quello della fatica fisica».
E che cosa, allora?
«La fatica fisica ormai è limitata, se si esclude l'edilizia. Nell'industria la tecnologia e l'ergonomia hanno fatto passi da gigante. Ci sono altri stress, quelli degli orari e dei turni».
Ma come si misurano? Esiste uno stressometro?
«Purtroppo no. Ma se lo chiediamo ai lavoratori dei call center ce lo spiegheranno molto bene».
Perché proprio loro?
«Perché sono fra quelli che più patiscono il peso degli orari, visto che ci sono call center aperti 24 ore al giorno, il ritmo di lavoro e l'assenza di autonomia decisionale. Peggio di così».
Peggio dei baristi?
«Nemmeno il barista può scegliere. Se ha davanti dieci persone che chiedono il caffé non può andare a fumarsi una sigaretta. Può soltanto accelerare il ritmo di lavoro. La discriminante è il lavoro condizionato e gli orari».
C'è pure chi non è stressato come i baristi ma secondo gli esperti si usura molto più in fretta. Qualcuno aveva proposto di mandare i ballerini degli enti lirici in pensione a 45 anni.
«Sono d'accordo con chi l'ha proposto. Questo è un problema serio, anche se, bisogna riconoscerlo, sono pochissimi ».
Trecento o giù di lì.
«Appunto. Ma bisognerebbe offrire a chi svolge questa attività la possibilità di cambiare mestiere una volta arrivati a una certa età. Diversamente non c'è altra strada se non la pensione».
E pensare che c'è pure chi in pensione non ci vorrebbe andare mai.
«Ecco, i non usurati per definizione ».
La butto lì: i piloti d'aereo? «Ha fatto centro. La maggioranza dei piloti vuole lasciare il lavoro il più tardi possibile.
Non sono gli unici.
«Ci sono anche i magistrati e i professori universitari. Dire che facciano un lavoro usurante sarebbe un grave azzardo ».
I meno usurati in assoluto?
«I professori universitari. Ci sono magistrati che lavorano molto e altri che lavorano meno. I professori universitari... »
.Che cosa?
«Mi devono ancora convincere che si ammazzano di lavoro »
.Per quelli che si fa?
«Il principio base dovrebbe essere generale: la libertà di scelta se andare in pensione o restare al lavoro. Come vede caldeggio sempre la soluzione più intelligente. Se poi mi costringono...».
Chi la costringe? «Ma la politica, il governo».
A proposito, anche quello del politico è un lavoro usurante?
«Da quello che vedo non mi sembra davvero. Hanno la piena disponibilità del proprio tempo, fanno una cosa che hanno scelto di fare, si autogestiscono e lo stipendio glielo danno comunque ».Un po' come i sindacalisti... «Un po' come i sindacalisti. Fino alla fine degli anni Settanta il mestiere del sindacalista era uno stress psicofisico notevole. Ma pure il sindacalista ha la possibilità di scegliere. Non ci sono cartellini da timbrare».
E lei, Angeletti, è arrivato all'età della pensione?
«Ho appena compiuto 58 anni».
Si deve sbrigare. Se non riescono a togliere di mezzo lo scalone? «Aspetto di avere 40 anni di contributi. Se poi, come abbiamo chiesto, aumenteranno la pensione anche per chi supera quel tetto, vedrò».«Faccio un lavoro che mi piace».
Sergio Rizzo

17 luglio, 2007

UN ATTIMO PER RIFLETTERE




Ho appena visto la trasmissione di Riccardo Iacona "W l'Italia in diretta". Poichè ha toccato argomenti che hanno strettissima attinenza al percorso umano che ha portato a questo blog, sento il bisogno di fermarmi e riflettere un attimo sul significato recondito di ogni gesto, parola, pensiero.

Ciò che scrivevo il 5 Novembre 2005 non l' ho certo dimenticato! E quel fervore che ha animato il mio vivere dopo la barbara uccisione di Francesco Fortugno non si è certo sopito.

Ciò che mi ha sempre rammaricato è non avere mai potuto parlare con i suoi congiunti , a parte brevi scambi di saluti in occasioni pubbliche.

Una cosa a cui ci tengo è dire che umanamente io seguo sempre da vicino le loro vicende.

Devo dire che tutto quello che si è scatenato dopo l'efferato omicidio, mi ha fatto dare alquanto di stomaco, con tutta quella gentaglia che ha sfruttato l'omicidio per lanciare la propria immagine, o , coloro, alquanto squallidi, che, non avendo ottenuto quello in cui speravano, hanno abbracciato coloro che quando era in vita avevano combattuto Francesco Fortugno.


Per quanto riguarda gli avvoltoi li ho combattuti e li combatterò sempre , poichè sono solo dei parassiti che non meritano in alcun modo di vivere, per quanto riguarda gli altri, vi sono i personaggi che in quel Febbraio del 2005 avevano proposto al sottoscritto un certo percorso. E' chiaro che quando hanno preso le loro decisioni senza consultare nessuno(costume comune nel partito "Margherita" in queste latitudini) io non ho avuto più niente a che fare con loro! ( E LO SOTTOLINEO ORGOGLIOSO!).

Ora che ho abbracciato una nuova battaglia politica, aderendo convitamente ad un partito nuovo con tanta voglia di fare, voglio esprimere, dato che non mi si può accusare di mettermi in mostra per cercare poltrone o incarichi (come hanno fatto gran parte di quelli che con i loro brutti musi hanno riempito le tv, per pubblicizzare le proprie falsità!) che i miei sentimeni nei confronti della famiglia di Francesco Fortugno restano immutati per sempre, e che pur se in gruppi diversi la battaglia sarà sempre la stessa: contro il malaffare e le mafie!

CALABRIA: ORA ARRESTANO PURE I PRETI!


Dire Vergognoso è poco!

da
http://www.nuovacosenza.com/

L'ex presidente dell'Istituto di Assistenza Sociosanitaria Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello, il sacerdote Alfredo Luberto, di 49 anni, è stato arrestato dalla Guardia di Finanza con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa. Insieme a Luberto è stato arrestato un ex componente del Consiglio di amministrazione dell'Istituto, Fausto Arcuri, di 40 anni. I due arresti sono stati fatti in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Paola Alfredo Cosenza, su richiesta del sostituto procuratore della Repubblica Eugenio Facciolla, che da tempo conduce un'inchiesta sui presunti illeciti che sarebbero stati commessi nella gestione dell'Istituto Giovanni XXIII. L'istituto Papa Giovanni è gestito da una Fondazione di proprietà della Curia Arcivescovile di Cosenza. Don Alfredo Luberto, Arcuri ed altri indagati, che nell'inchiesta condotta dal sostituto procuratore Facciolla sono complessivamente 24, avrebbero costituito un comitato d'affari che si sarebbe appropriato di parte dei fondi destinati dalla Regione all' Istituto Papa Giovanni, determinando una grave situazione di dissesto finanziario nella gestione dell'ente. Agli arrestati viene contestata anche l'appropriazione indebita. Gli illeciti nella gestione dell'istituto sarebbero andati avanti per anni consentendo, secondo quanto hanno riferito investigatori ed inquirenti, alle persone coinvolte nell'inchiesta e in particolare, a Don Alfredo Luberto ed Arcuri, di accumulare consistenti capitali.





Occultati ricavi per 13 mln di euro. L'occultamento di ricavi per 13 milioni di euro; il mancato versamento di contributi previdenziali per 15 milioni ed una cessione di crediti per tre milioni e mezzo di euro ad un corrispettivo di 500 mila euro. Sono questi alcuni degli illeciti contabili emersi dall'indagine svolta dalla Compagnia di Paola della Guardia di Finanza, su delega della Procura della Repubblica, che ha portato all'arresto del sacerdote Alfredo Luberto, ex amministratore dell'istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII, e del suo braccio destro, il commercialista Fausto Arcuri. Dagli accertamenti della Guardia di Finanza è emerso, tra l'altro, che l'operazione di cessione dei crediti, apparsa in un primo momento poco chiara, ha svelato in realtà delle vere e proprie fattispecie di reato a danno dell'istituto, con l'utilizzo di fatture false, appropriazione indebita e truffa. In realtà i fondi destinati alle esigenze della casa di cura, sostengono gli investigatori, venivano costantemente distratti ed utilizzati per gli scopi personali degli amministratori. Si é scoperto così che nel corso degli anni l'istituto Papa Giovanni XXIII, sostiene ancora la Guardia di Finanza, era stato sottoposto ad una "sistematica spoliazione". e che i fondi destinati ai degenti erano stati utilizzati per le esigenze personali di Luberto e del suo entourage. Ne derivavano il mancato o parziale pagamento degli stipendi ai dipendenti ed una serie di gravi violazioni fiscali.



L’IPG in crisi finanziaria.


La crisi dell' istituto Papa Giovanni XXIII di Serra d' Aiello va avanti da anni e si è aggravata sempre più col passare del tempo, tanto che, il 23 giugno scorso, l' arcivescovo di Cosenza, mons. Salvatore Nunnari, ha scritto al presidente della Regione, Agazio Loiero, e all' assessore regionale alla Salute, Doris Lo Moro, annunciando l' intenzione di arrivare "all' immediata sospensione dell' attività dell' Istituto in attesa di verificare la praticabilità delle procedure estintive della Fondazione". L' istituto di ricovero per anziani e disabili ospita attualmente 363 degenti, mentre i dipendenti sono centinaia, ma in alcuni periodi sono arrivati ad essere anche 2.000. Da mesi non percepiscono lo stipendio e in più occasioni sono scesi in piazza per reclamare quanto gli è dovuto. In passato la struttura è stato un sicuro punto di riferimento per tutti coloro che hanno avuto bisogno di assistenza, ma da anni, ormai, è in preda ad una crisi finanziaria alla quale ancora non è stato fatto fronte. Il Papa Giovanni è gestito da una Fondazione che fa capo alla Diocesi di Cosenza e da anni è al centro delle polemiche per le sue condizioni strutturali e igieniche. Nell' ottobre scorso, proprio per questi motivi, era stato anche sequestrato dalla guardia di finanza. Da tempo la Regione Calabria sta cercando una soluzione alla vicenda per arrivare alla costituzione di un nuovo soggetto giuridico che si faccia carico della gestione della struttura, ma al momento una scelta definitiva non è stata ancora compiuta. Al riguardo, nelle scorse settimane, era stato riferito che c' erano degli interlocutori romani disposti a partecipare all' operazione.



Indagato Mons. Agostino. La Procura della Repubblica di Paola sta svolgendo indagini sull'ex arcivescovo di Cosenza, mons. Giuseppe Agostino, nell'ambito dell'inchiesta sui presunti illeciti nella gestione dell'Istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello. E' quanto si è appreso da fonti giudiziarie. In particolare la Procura di Paola e la Guardia di finanza stanno verificando l'operato di mons. Agostino in relazione alla mancata rilevazione degli illeciti che sarebbero stati commessi nella gestione dell'istituto, con particolare riferimento all'appropriazione di fondi e di beni di proprietà dell'istituto. Situazione che ha determinato il dissesto finanziario dell'ente, con conseguente degrado strutturale ed igienico dell'Istituto.
Sequestrato l’Istituto Papa Giovanni. La Guardia di finanza sta eseguendo il sequestro preventivo dell'Istituto di assistenza socio-sanitaria Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello nell' ambito dell' inchiesta che ha portato all'arresto dell'ex presidente dell'istituto, il sacerdote don Alfredo Luberto, e di un ex componente del consiglio d'amministrazione, Fausto Arcuri. I finanzieri stanno anche eseguendo il sequestro di un appartamento, definito "di lusso" da inquirenti ed investigatori, di proprietà di don Alfredo Luberto e ritenuto provento della presunta attività illecita svolta dal sacerdote nella gestione dell'istituto di assistenza. Agli arrestati viene anche contestato il reato di abbandono di incapace in relazione alle condizioni di degrado in cui sono stati costretti a vivere le persone ospitate nell'Istituto di assistenza.I degenti restarono nell’Istituto. Restano nell'istituto i 363 degenti del Papa Giovanni XXIII, la struttura di assistenza socio-sanitaria di Serra d'Aiello sequestrata stamattina dalla Procura della Repubblica di Paola. Il sostituto procuratore della Repubblica Eugenio Facciolla, titolare dell'inchiesta che ha portato al sequestro dell'istituto ed all'arresto dell'ex presidente e di un ex componente del Cda del Papa Giovanni XXIII, ha infatti disposto l'affidamento in custodia giudiziale delle struttura, che continuerà così a svolgere la propria attività. "Sperando - ha detto Facciolla all'Ansa - che nel frattempo Regione Calabria, Azienda sanitaria e Curia arcivescovile di Cosenza si mettano finalmente d'accordo su chi deve mettere in atto gli interventi per migliorare le condizioni strutturali dell'istituto, risolvendo una grave questione che si trascina da anni a discapito dei degenti. Interventi che sono, tra l'altro, estremamente urgenti".



Casi di scabbia tra i degenti. Sono molti i casi di scabbia tra i 363 degenti dell'istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello, sequestrato stamattina dalla Guardia di finanza nel corso di un'operazione che ha portato anche all'arresto dell'ex presidente, il sacerdote Alfredo Luberto, e di un ex componente del Cda della struttura, Fausto Arcuri. La scabbia, secondo quanto è emerso dalle indagini, è stata provocata dalle condizioni di abbandono igienico e strutturale in cui si trova l'istituto malgrado la presenza di 900 dipendenti. La struttura versava da anni in una situazione di caos gestionale che rendeva molto precaria anche l'assistenza ai degenti, molti dei quali ospitati nell'istituto da anni.



Facciola “Nell’Istituto situazione pazzesca”. "Una situazione pazzesca". Così il sostituto procuratore della Repubblica di Paola Eugenio Facciolla, parlando con l'Ansa, ha definito la condizione in cui versava da anni l'istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII di Serra d' Aiello, sequestrato stamattina in coincidenza con l' arresto dell'ex presidente e di un ex componente del Cda. "L'istituto - ha aggiunto Facciolla - versava ormai da anni in una situazione di abbandono sul piano strutturale ed igienico. Tra i degenti sono molti i casi di scabbia. A questo si aggiunge la grave situazione sul piano finanziario della struttura, che determinava, tra l'altro, la mancata attuazione degli indispensabili interventi di manutenzione. Al Papa Giovanni XXIII, tra l' altro, non si poteva fare nulla per migliorare la struttura perché le somme che arrivavano dalla Regione Calabria, con cui l'istituto è convenzionato, finivano direttamente nelle tasche dei dipendenti, che avevano ottenuto l'emissione di decreti ingiuntivi in loro favore per garantirsi il pagamento degli stipendi". "La fornitura di medicine - ha detto ancora Facciolla - era garantita da una farmacia della zona che era l'unica disponibile a fornirle malgrado la mancanza di garanzie nei pagamenti. Le altre farmacie che in passato avevano avuto rapporti con l'istituto si rifiutano da tempo di fornire le medicine in considerazione delle ingenti somme che accreditano. Da qui i problemi che abbiamo rilevato nell'assistenza sanitaria ai dipendenti".