03 ottobre, 2007

GARIBALDI A SERVIZIO DI SUA MAESTA' (4)

Francesco Mario AGNOLI

tratto da: Studi cattolici, n. 560, ottobre 2007, p. 702-705.





Il sodalizio con Rossetti

Ora questo Luigi Rossetti non era nel mondo dell’emigrazione «patriottica» uno qualunque, ma il nipote del giacobino napoletano Gabriele Pasquale Rossetti, che, troppo giovane per avere avuto un ruolo nell’effimera Repubblica del ‘99 (era nato a Vasto nel 1783), aveva fatto una modesta carriera da intellettuale sotto il regno di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat, dapprima come librettista del teatro San Carlo di Napoli, poi nel ruolo di conservatore dei bronzi e marmi antichi del Museo napoletano. Pur avendo mantenuto l’incarico anche con la Restaurazione, aveva preso parte ai moti del 1820, riuscendo poi, durante la repressione, a sottrarsi alla cattura riparando a Malta grazie all’aiuto dell’ammiraglio inglese Sir Graham Moore. Nell’isola era rimasto, sotto la protezione di un altro inglese, il diplomatico (nonché poeta) John Hookham Frese, fino al 1824, quando, sempre con il consiglio e l’aiuto dei suoi potenti amici britannici, aveva optato per una definitiva sistemazione a Londra. Qui si era sposato con Francesca Polidori, figlia di un altro rifugiato, Gaetano Polidori, per qualche tempo segretario dell’Alfieri, e nel 1831 era stato nominato professore d’italiano al King’s College.

È fin troppo naturale che un uomo così strettamente legato da vincoli di gratitudine e da comuni simpatie politiche a personaggi con posizioni di assoluto rilievo nell’establishment inglese non esitasse a suggerire il nome del nipote, a lui caro, oltre che per i vincoli di sangue, per le comuni idee liberali, che lo avevano costretto a trovare rifugio nel continente americano, in occasione di richieste o anche di semplici confidenze di qualche diplomatico o militare a proposito degli interessi di Albione in quelle remote, ma ricche regioni, divenute ancor più allettanti dopo che gli ex sudditi dell’America settentrionale avevano portato a compimento un violento e irreversibile distacco dalla Corona britannica.

Il conseguente rapporto di Luigi Rossetti con la potente e ricca Inghilterra fornisce una ragionevole spiegazione dell’autorità riconosciutagli, nonostante la giovane età, dai suoi colleghi dell’emigrazione, alcuni dei quali o di grado assai più elevato nelle locali logge massoniche o, come l’ingegnere veronese Luigi Delecazi, proprietario di una piccola flotta commerciale, di lui ben più ricchi e, in apparenza, più autorevoli.

L’ipotesi di un legame favorito dallo zio anche se non necessariamente finalizzato alla effettuazione di scorrerie paramilitari, fra Rossetti e, successivamente (su indicazione di questi), Garibaldi e i locali rappresentanti dell’Inghilterra è assistita da un elevato indice di probabilità e fornisce una spiegazione della disponibilità del denaro col quale Luigi e il suo nuovo amico furono subito in grado di mettere in piedi un’attività di commercio marittimo più verosimile di quella che attribuisce il denaro a versamenti fatti dalla Giovane Italia a Garibaldi.

Se è vero che nel periodo in cui, col soprannome di Cleombroto, era marinaio della flotta sarda il nizzardo aveva ricevuto dall’organizzazione mazziniana denaro per convertire i suoi colleghi, questa ipotesi presupporrebbe che il suo passaggio in America fosse stato suggerito dalla Giovane Italia, mentre, come si è visto, tutto lascia credere a una sua autonoma decisione dopo una serie di insoddisfacenti ingaggi marittimi e falliti tentativi di trovare una collocazione, incluso un arruolamento di qualche mese nella piratesca flotta di Hossein Bey, signore di Tunisi.

Non va, in aggiunta, dimenticato che sulla metà degli anni Trenta, Mazzini, esule a Londra, attraversava uno dei peggiori periodi della sua vita quanto a disponibilità di denaro. D’altra parte, fra le varianti non in contraddizione con l’ipotesi formulata vi è la possibilità che Mazzini sia stato interpellato per conto dell’amministrazione di Sua Maestà britannica sull’effettiva affidabilità di quel Garibaldi così ben presentato dal giovane nipote di Pasquale Rossetti o che, per non coinvolgere direttamente il governo, gli sia stato addirittura conferito l’incarico di rimettere all’uno o all’altro o a entrambi le somme loro destinate.

Certo è che Giuseppe Garibaldi e Luigi Rossetti, dopo che i loro traffici non troppo trasparenti (qualche storico parla di veri e propri atti di pirateria) gli avevano procurato un ordine di espulsione da parte del governo brasiliano, nel maggio del 1837 diedero inizio a una vera e propria guerra da corsa legittimata alla meglio da una «lettera patente» della sedicente Repubblica di Rio Grande do Sul (nessuna meraviglia che l’Inghilterra, ufficialmente in pace col Brasile, non volesse figurare) rilasciata non a nome di Rossetti o Garibaldi, che a quel momento non avevano ancora apertamente preso partito per i riograndini (lo faranno nel 1838), ma di un loro sodale anch’egli italiano, Giovanni Gavazzoni, trasformato nel portoghese Joao Gavazzon. Altrettanto certo che durante entrambe le fasi della loro attività, quella in proprio e quella per conto dei latifondisti ribelli, i due amici, nonostante la «patente» menzioni unicamente le «navi da guerra e mercantili del governo del Brasile e dei suoi sudditi», assaltano e depredano senza scrupoli navigli di ogni nazionalità, senza troppo distinguere fra amici, nemici e neutrali, con un’unica, significativa eccezione: le navi battenti bandiera britannica.

Naturalmente la morte dell’amico Rossetti non fece venire meno i rapporti stabiliti con Londra, dove Garibaldi godeva ormai di un rapporto diretto forse grazie anche a qualche favorevole intervento di Mazzini, che considerava lui e le sue imprese americane – delle quali fece diffondere versioni molto aggiustate e ingigantite – utili strumenti per il successo della causa repubblicana.

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