30 novembre, 2007

PENNE RIGATE AL GORGONZOLA






E basta parlare sempre delle solite cose, oggi gustatevi un piatto prelibato, le pennette al gorgonzola.
Occorrente:
320 gr. di penne rigate
120 gr. di gorgonzola
50 gr. di mascarpone
50 gr. di panna da cucina
20 gr. di burro
1 cucchiaio di vodka
sale e pepe

Mettete a bollire l'acqua per la pasta. Tagliate il burro a tocchetti e lasciatelo a temperatura ambiente. Eliminate la crosta al gorgonzola, tagliatelo a dadini e metteteli in una coppetta con i bordi alti. Aggiungete la panna e frullateli con un frullatore ad immersione. Aggiungete il mascarpone, la vodka, il sale e un pizzico di pepe. Lavorate gli ingredienti per 2 minuti. Bollite la pasta, scolatele e rimettetele nella pentola di cottura e conditela con la salsa. Spolverizzate il tutto con un pò di pepe e servite. Si consiglia di mangiarli caldi.
Buon appetito.

Se la fame non vi è passata, potete consultare altre ricette su http://www.blubloglamiavita.blogspot.com/

Chi, in Italia, può permettersi di parlare?

(da Il Calendario di Galli della Loggia del 1/11/2007)

I RITARDATARI DELLA VERITÀ
E così, poiché finalmente lo scopre la sinistra, si scopre che l'acqua calda era davvero calda: cioè che tutto ciò che per decenni gli anticomunisti pensarono e dissero del comunismo era assolutamente vero. Restano aperte ancora un paio di questioni però: fecero bene gli anticomunisti a essere anticomunisti? O avrebbero fatto meglio a stare zitti, se non altro per non beccarsi gli epiteti e le insinuazioni che gli toccò beccarsi per tanto tempo? E ancora: chi è più degno di restare nella memoria civile del Paese? Chi, su una realtà storica centrale e su un punto decisivo di morale politica del XX secolo, disse la verità, o chi (qualunque fosse il motivo) non la disse? E dunque è più degno di restare nel nostro ricordo come testimone di verità Amintore Fanfani o Giorgio Amendola? Panfilo Gentile o Luigi Pintor? Lo so che a tanti piacerebbe promuovere tutti in nome dello storicismo o di che so altro. Ma è giusto? Le vittime, i milioni di vittime, sarebbero d'accordo?


D'accordo.
E chi cerca invece, pacificamente e con metodo squisitamente scientifico, di distruggere la mitologia risorgimentale e di liberare l'Italia dalla vergognosa ignoranza e dall'insopportabile arroganza dei suoi intellettuali moderni?
Eh, che ne dice, caro ultra-risorgimentalista liberale Galli della Loggia?

29 novembre, 2007

GIACOMO CASANOVA



di Roberto Musì

Dalla “Storia della mia vita”, di Giacomo Casanova,scritta nella lingua francese (che era la più diffusa nel mondo), conosciuta anche con il titolo di “Mémoires”, l’incontro con Bernardo De Bernardis è fissato, sul filo della memoria, al settembre 1743.
Bernardo De Bernardis nacque a Fuscaldo (CS) il 27 maggio 1699. Entrò nell’ordine dei Minimi di S. Francesco di Paola e si segnalò, in Venezia, come applaudito oratore. Giacomo Casanova, ingegno vivo e versatile, fu avviato dalla madre agli studi ecclesiastici, ma fu cacciato dal seminario di Venezia.

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28 novembre, 2007

Israeliani, ma che cosa state facendo?

Si sta svolgendo in questi giorni ad Annapolis l'ennesimo summit sulla questione Israele-Palestina, al quale non è stato invitato il legittimo governo palestinese democraticamente eletto (e per quanto sgradevole sia Hamas, è un atto dettato dalla consueta arroganza abissale).
Io sono sempre più sgomento per il periodo storico che ci tocca di vivere...


dal sito http://www.jerusalem-holy-land.org/

RESTRIZIONI DI ISRAELE AI CRISTIANI. MINACCIANDO IL FUTURO DELLA CHIESA



(dichiarazione dei sacerdoti di Terra Santa, inviataci da don Mario Cornioli)

Ciao a tutti. Forse vi sarà arrivato l'eco di quello che sta succedendo in questi giorni in TerraSanta. Avrete letto quello che Mons. Sambi, già nunzio a Gerusalemme ora nunzio negli Stati Uniti d'America, ha detto (mi domando : è così grave la sua dichiarazione??? Non dice nulla più che la verità...) di come l'ambasciatore in vaticano Ben Hur si sia scaldato chiedendo urgenti chiarimenti ( ma mi domando : forse non li dovevamo e li dobbiamo chiedere noi i chiarimenti e con urgenza dato che siamo bloccati dal 1993???) di come Padre Lombardi abbia subito risposto (mi domando : poteva essere più coraggioso e meno pauroso??? Non è forse arrivato il momento di essere più decisi e chiari e meno intimiditi???). Per chi non ha seguito la vicenda vi allego la situazione dei nostri preti della TerraSanta...bastano pochi minuti per leggerle!!!
Dopo averle lette una domanda anche per voi :
MA NON VI SEMBRA CHE CI SIA UNO SCOPO CHIARO DIETRO TUTTO QUELLO CHE STA SUCCEDENDO?????? O SEMBRA SOLO A ME????
Vi chiedo un gesto di carità...aiutatemi a capire meglio la storia, quello che sta succedendo perché a me sembra molto poco chiaro....e la nostra gerarchia "locale" (quella di TerraSanta ha fatto questo documento...) non ha forse il dovere di darci qualche risposta in più....di dirci se è evangelico o meno questo silenzio intorno a quella che sta diventando una delle più grandi ingiustizie viventi???Gesù cosa avrebbe fatto?????????
Scrivetemi qualcosa vi prego!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
E preghiamoci sopra ma proviamo però anche ad uscire da questo imbarazzante silenzio....... con affetto un povero prete che si sente solo come i suoi confratelli della chiesa madre di Gerusalemme che diversi di voi hanno conosciuto e che ogni giorno sono umiliati e impediti nello svolgimento normale della propria missione e che rischiano di essere sbattuti fuori dalle proprie parrocchie senza motivo.

don Mario Cornioli
donmario.c@tiscali.it


Dichiarazione dei sacerdoti di Terra Santa

Il Ministero degli Interni Israeliano ha deciso di limitare l’entrata dei possessori di visti validi per “una sola entrata” oppure “nessuna entrata”. Inizialmente questo provvedimento era intenzionato a proibire l’ingresso a coloro che provenivano da “paesi nemici”. Malgrado ciò adesso comprende anche GIORDANI ed EGIZIANI , gli unici due Paesi Arabi che avevano firmato il trattato di pace con Israele; tra i possessori di “visto” che hanno queste restrizioni sono sacerdoti,uomini e donne religiosi, seminaristi ed altre persone della Chiesa.

QUELLO CHE PUO’ SEMBRARE UNA RESTRIZIONE NORMALE IMPONE INVECE DELLE GRAVI CONSEGUENZE.

Il Patriarcato di Gerusalemme, che include PALESTINA,ISRAELE e GIORDANIA, sarà diviso in quanto ai sacerdoti Giordani e al personale delle Chiese non sarà permesso loro di spostarsi fra GIORDANIA,ISRAELE e PALESTINA.Le stesse restrizioni saranno applicate alla CUSTODIA DELLA TERRASANTA, la CHIESA MELCHITA e LE CONGREGAZIONI RELIGIOSE.

Ai SEMINARISTI del Seminario del Patriarcato Latino in BEIT JALA, la maggior parte dei quali sono Giordani, non sarà permesso loro di visitare le loro famiglie a Natale, Pasqua oppure altre occasioni, comprese eventuali emergenze che si possano verificare: queste visite comporterebbero la perdita del “visto di residenza”. Le richieste di un nuovo “visto” mentre sono fuori del Paese, in base alle nuove regolamentazioni Israeliane,può richiedere 3-4 mesi. I Giordani possano lasciare il Paese (Israele,Palestina) ma il reingresso non è garantito. Giordani ed altri Sacerdoti arabi devono rimanere nel paese (Israele,Palestina) senza uscirne e quando il “visto di residenza” scade, devono lasciare il Paese, richiedere un nuovo visto prima che possano ritornare alle loro parrocchie e ministeri;il periodo di attesa può essere 3-4 mesi senza garanzie di poterlo avere.

Tutto l’operato della Chiesa sarà messo a repentaglio da questa procedura.
Se ISRAELE continua con le nuove regolamentazioni, le conseguenze saranno pessime:
1 - entro giugno 2008 la CHIESA CATTOLICA perderà molto del suo Clero in prevalenza della GIORDANIA
2 - il SEMINARIO, fondato nel 1852 e che ha formato e forma tutto il Clero e i Vescovi del PATRIARCATO LATINO (256 vescovi dal 1852) sarà CHIUSO.
3 - tante Parrocchie saranno lasciate senza Preti..
QUESTE NUOVE RESTRIZIONI SONO AGGIUNTE A QUELLE GIA’ ESISTENTI.
Assistiamo a innumerevoli ritardi e complicate procedure burocratiche per ottenere i “visti” per il personale di cui la Chiesa ha bisogno per il Suo lavoro; il rifiuto di emettere o rinnovare visti senza nessuna spiegazione.
La libertà della Chiesa nella gestione ordinaria è dichiarata nell’ ACCORDO FONDAMENTALE fra la SANTA SEDE e lo STATO DI ISRAELE NEL 1993 ma MAI RATIFICATO dal Parlamento Israeliano ( La Knesset).

Ai preti palestinesi non è permesso di entrare in ISRAELE o GERUSALEMME.possono avere il rilascio dei “permessi”dalle autorità militari Israeliane,limitando i punti di entrata, la durata del soggiorno, restrizione degli orari , vietato l’uso delle auto, dovendosi sottoporre a controlli umilianti ai checkpoint e annullando i permessi in qualsiasi momento o ancora di più con la frequente chiusura “dei Territori”. Queste restrizioni non permettono qualsiasi tipo di normale lavoro pastorale o qualsiasi partecipazione alle cerimonie religiose nella Terra Santa o gli incontri mensili-ritiri al Patriarcato Latino. Ai CRISTIANI PALESTINESI oppure come è nel caso di tutti i PALESTINESI non è permesso di andare a GERUSALEMME e/o visitare i Luoghi Santi.

Con l’applicazione delle nuove restrizioni imposte ai pastori, seminaristi e personale della Chiesa, la vita stessa della Chiesa sarà gravemente toccata.
CIO’ CHE E’ RICHIESTO ADESSO AD ISRAELE:
- rispettare la libertà religiosa;
- rispettare la realtà che la Terra Santa è il centro della vita della Chiesa;
- rispettare la libertà della Chiesa per esercitare il suo lavoro pastorale;
- rispettare l’accordo preso nel “TRATTATO FONDAMENTALE” con la SANTA SEDE;
- consentire al personale della Chiesa di spostarsi liberamente, semplicemente dando l’opzione “INGRESSI-MULTIPLI” e i loro visti di residenza.
SE LE RESTRIZIONI CONTINUANO, IL FUTURO DELLA CHIESA IN TERRA SANTA SARA’ GRAVEMENTE MINACCIATO.

L'UNITA' TRUFFALDINA



di

NICOLA ZITARA

1.1 Chi, con animo onesto, cerca le origini del disastro meridionale, sbaglia se crede di trovarle nell'assetto, tutt'altro che speciale, del governo borbonico, o nel carattere, anche questo nient'affatto speciale, della società meridionale. Si tratta soltanto di alibi messi in piedi dalla storiografia patria per assolvere la classe dei capitalisti padani per la sua ingordigia e le sue storiche malefatte. La iattura di dovere ottemperare ai precetti di uno Stato edificato a immagine e simiglianza della collettività toscopadana, alla quale ci legano soltanto la lingua, i poeti e i romanzieri, ma non anche i santi e gli eroi; la sventura di essere, da oltre cent'anni, un popolo senza lavoro e senza produzione deriva da un solo fatto, che è questo: la formazione della cosiddetta borghesia attiva del Nord si è realizzata con il viatico di squallide operazioni orchestrate non da un qualche privato con le mani lunghe e scarso senso morale, ma propriamente dai governi nazionali, i quali hanno programmaticamente saccheggiato – e fatto in modo che malfattori indigeni e forestieri saccheggiassero - risorse al Sud per destinarle al Nord. Non solo, essi hanno anche deliberatamente fatto in modo che fossero cancellate le attività esistenti e quelle nascenti, stroncando la naturale spinta del Sud a crescere, affinché le aziende del Nord non avessero concorrenti. L'accumulazione preliminare, necessaria al concepimento del capitalismo padano, non è stata (né avrebbe potuto essere) il prodotto di un movimento di libere forze di mercato, ma è stata realizzata con una serie di violenze. Contemporaneamente i processi di appropriazione coloniale sono stati abilmente mascherati, così che apparissero il frutto del naturale evolversi delle cose e dell'egalitaria applicazione delle leggi.

La trattazione di questi argomenti non presenterebbe difficoltà di natura oggettiva. Si tratterebbe, infatti, di ricordare eventi politici e di presentare situazioni effettive e dati incontrovertibili nella loro giusta luce. Solo che questi sono tenuti nascosti e si fa fatica a trovarli. Dopo l’ultimo, stravagante passaggio della morale padana dall’unità alla disunità, o se più piace al federalismo, l’idea di un Meridione usato dalle regioni toscopadane – capitalisti e proletari uniti in un blocco colonialista – trova finalmente ascolto fra i meridionali, nonostante il secolare e devastante impegno delle scuole e dei mass media volto a far loro introiettare l’idea d’essere loro stessi i responsabili delle proprie disgrazie, oltre che brutti e cretini.

Spesso si sente ripetere che la storia è scritta dal vincitore. Sicuramente l’osservazione coglie con le mani nel sacco quasi tutti gli storici patrii, i quali, a proposito del Sud vecchio e nuovo, mentono programmaticamente. L’esempio più sfacciato, ma anche il più mortificante è quello di Benedetto Croce, il quale in due libri celebri, quali la Storia del Regno di Napoli e la Storia d’Italia, addita ai meridionali – proprio lui che uno più napoletano di lui non c’è mai stato - l’integrazione nell’Italia restante come la via da percorrere per portare il loro paese fuori dalle secche del sottosviluppo; un concetto non solo ridicolo, in quanto il suggerimento andava a un’area sociale che dopo l’unità, per sopravvivere, aveva dovuto spedire all’estero un terzo della sua popolazione, ma anche immorale, in quanto riferito a un popolo la cui storia civile e culturale è descritta, meglio che altrove, proprio nei suoi libri.

Però, le falsità degli accademici non avrebbero fatto un gran male ai meridionali. L’opinione della gente non si forma sulla base delle idee dei filosofi e sulla scia di ciò che viene insegnato negli atenei. Il guaio lo hanno fatto i musicisti, i poeti, i narratori – non sempre in buona fede – e sulla loro scia i maestri di scuola. Delle anime perse, come Edmondo De Amicis, Giosué Carducci, Giovanni Verga, Gabriele D’Annunzio, Renato Fucini e un’intera schiera di loro epigoni hanno infettato l’aria di una surrettizia africanità meridionale e di una abusiva grandezza degli eventi e degli uomini dell’unità: di Garibaldi, delle camicie rosse, dei Mille, dei Conti di Cavour, degli eroici generali Lamarmora e Cadorna, dei Quintino Sella, dei Marco Minghetti, dei Giovanni Giolitti, dei Filippo Turati, dei Vittorii Emanueli, degli Inni di Mameli. Qualunque carusu o scugnizzo o figghiolu si sia seduto su un rozzo banco di scuola è stato costretto a bere la bugia patriottica, insieme alle lettere dell’alfabeto e alla tabellina del tre.

In questo ethos da provincia emarginata, dire la verità sull’Italia-una era un andare controcorrente. Per fortuna molte mitologie sono crollate dopo l’apparizione sulla scena politica dello stronzobossismo1 Non che i rapporti tra meridionali e settentrionali siano avvelenati. Sia al Sud sia al Nord, la gente è fatta di boni taliani, di italiani brava gente, incline al quieto vivere, a lasciar correre, alla tolleranza e anche al cinismo, ma la deriva stronzobossista disancorerà le due barche e rinverdirà la storica inimicizia che risale alle Guerre Pirriche e alla distruzione della Magna Grecia per mano romana.

fonte

http://www.eleaml.org/nicola/economia/unita1truffaldina.html

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Due raccomandate spedite allo stesso indirizzo, lo stesso giorno dall’ Ufficio postale di Melito Porto Salvo:una arriva a destinazione, l’altra ritorna al mittente dopo tre settimane con la dicitura indirizzo inesistente.

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26 novembre, 2007

NON CAMBIERA' MAI NIENTE!




Il 16 Ottobre 2005 ha segnato, per me, uno spartiacque. Prima pensavo solo ai fatti miei, dopo ho cercato di fare qualcosa per cercare di migliorare, nella modesta portata dei miei mezzi, la realtà sociale in cui opero.
Dopo avere seguito le orme di quel movimento chiamato “ragazzi di Locri”, sul quale non voglio più esprimere giudizi, ho pensato di incanalare quell’impegno sociale con il mio ruolo di corrispondente di una comunità di 7mila abitanti, MAI, coperta a livello mediatico.
L’epilogo è stato il vergognoso attacco alla mia persona del sindaco di quella realtà.

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L'UNITA' TRUFFALDINA




L'Italia non ha futuro. Come Stato, forse , non è mai nata! Una feroce guerrà di conquista è stata fatta passare per il momento più alto della storia di un popolo, che invece è da essa stata scacciata nel modo più tragico. La storia del popolo meridionale è finità nel 1860. Nicola Zitara ha scritto un libro "L'unità truffaldina", per cercare di accendere la luce su una serie di eventi, che molti hanno interesse a lasciare nell'oblio.

Ecco la premessa

fonte

FORA - rivista elettronica diretta da Nicola Zitara




Il testo che segue non è destinato ai professori di storia patria. Questi signori non ignorano i fatti che vi sono raccontati. Preferiscono, però, tacerli per non dispiacere al Principe. Nel nostro caso e nell’attuale momento storico per assecondare i vaniloqui della partitocrazia, resistenziale e non.

Pur non essendo destinato agli accademici, il libro è corredato del bagaglio documentario con cui gli storici di professione sogliono arredare i loro testi. L’avvocatesca elencazione delle prove persegue un preciso scopo, quello di mettere in difficoltà i titolari del patrio sapere, in modo che, contestata dall’eloquenza dei fatti la loro tesi, non se la possano cavare con una boriosa alzata di spalle.

Le menzogne sull’unità italiana riempiono non soltanto i libri e le biblioteche, ma anche le nostre teste. Ma l’Italia non è solo una menzogna. Purtroppo introno all’idea d’Italia ci sono fatti e sentimenti veri, autentici: c’è amore e dolore, ci sono milioni di morti, decine di milioni di uomini e di donne che amavano la loro terra i loro cari e li hanno dovuti lasciare alla ricerca di un pezzo di pane in altri luoghi del mondo. E ci sono anche speranze. Ma solo per una parte degli italiani. Per gli altri c’è la disperazione, la fine di ogni speranza di onesto vivere e di dignità umana e sociale.

Al momento dell’unità italiana il meridione era già perduto? Il settentrione era già proteso verso un trionfale avvenire?

Il libro è pieno di cifre e tratta di un argomento difficile per la persona mediamente istruita. Ho cercato di fornire gli elementi utili affinché anche questo tipo di persona possa affrontarne la lettura. Spero ardentemente di esserci riuscito, perché è il meridionale qualunque che vorrei raggiungere.

Il libro non è finito. Manca ancora dei due capitoli finali. Si tratta di parecchio lavoro, ed io sono vecchio. Siccome, però, la parte portata a termine dice molte cose non note ai non addetti ai lavori, la rendo subito pubblica.

23 novembre, 2007

Roberto Saviano premiato in America

Leggo su Repubblica che il New York Times incorona "Gomorra" tra i migliori cento libri del 2007.

È una notizia bellissima, che ci fà arrivare una boccata di aria pura, e credo che Saviano meriti proprio quest'onore.

Gli auguro che questa prestigiosa "patente letteraria" lo aiuti a sfuggire sempre ad ogni incasellatura politica italiota, perché ormai, anche se giovanissimo, non ne ha più bisogno per affermarsi nel suo (grottesco) Paese.


22 novembre, 2007

LEI E' IN MALEFEDE!



Sono entrato in possesso di una deliberazione della Corte dei Conti - Sezione Regionale di Controllo per la Calabria (337/07), la quale impone una revisione dei valori iscritti in bilancio del comune di Condofuri.
Ho pubblicato due articoli su “Calabria Ora”.
Mattina del 21 Novembre ho ricevuto una telefonata nella quale mi si accusava di essere in malafede e di orchestrare attacchi strumentali contro l’amministrazione di quel paese e, addirittura, di seminare allarmismi ingiustificati nella popolazione.

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Ma perché non te ne stai a casa?


È da qualche tempo che il principino dei cetriolini sottolio pontifica sul "nuovo risorgimento" di cui secondo lui ha bisogno l'Italia.
Prima visita le future possibili clientele meridionali, specialmente in Calabria.

Poi l'incredibile faccia tosta della richiesta di rimborso (in fondo poi nemmeno così tanto: solo 260 milioni di euri!!) per i "danni morali" alla sua stra-maledettissima famiglia.

Infine l'esternazione sul suo necessario trasloco da Ginevra in Italia, "perché il mio cuore è italiano".


Emanuele Filibbè, ma pecché nun te ne stai comodo a' casa toja?!
PS: rimandiamo cordialmente a questo post, quantomai pregnante...

20 novembre, 2007

LA FIGLIA PREDILETTA



Il tema dominante del dibattito politico di queste ore è dominato da Silvio Berlusconi e le sue strategie per rinnovare la sua immagine e regolare i conti con chi, in questi anni, lo ha sfruttato per trarre squallide rendite di posizione.
Io vorrei parlare di Romano Prodi. Da Calabrese se mi è consentito.

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17 novembre, 2007

DIGA SUL MENTA: AFFARE EUROPEO.


La campagna informativa del Movimento di difesa ambientale di Condofuri arriva in sede europea.

Il professore Domenico Larosa , responsabile del movimento, informa che il movimento ha provveduto ad inviare i suoi dossier sulla Diga sul Menta a varie istituzioni europee.

Il Parlamento Europeo ha comunicato che la petizione è stata iscritta al ruolo per essere ammessa come ordine del giorno di una seduta plenaria della istituzione.

In caso di esito positivo di questa fase, le denunce del MDA sulla catastrofe ambientale che la Diga sul Menta potrebbe provocare decapitando gli approvvigionamenti idrici dell’area del Basso Jonio Reggino, in particolare della vallata dell’ Amendolea, attraverso l’ intercettamento e incanalamento delle acque provenienti da Montalto. potrebbero diventare oggetto di una seduta pubblica del Parlamento Europeo, focalizzando l’attenzione dell’intero continente sulle problematica in questione.

Il MDA, facendo un appello a tutte le associazioni ambientalistiche della provincia di Reggio Calabria, affinché si uniscano nella campagna in atto, chiede che le operazioni di riempimento della diga siano interrotte, e si garantisca, il flusso di acqua verso l’Amendolea.

L’opera di sensibilizzazione intorno alle problematiche legate all’entrata in funzione della Diga sul Menta, sta interessando sempre di più le associazioni del comune di Condofuri.

E’ recente la notizia che l’associazione “Giovani Democratici per Condofuri” ha intenzione di formare un forum che si interessi di tematiche ambientali, con grande attenzione, a quelle connesse con lo stato di salute dell’ Amendolea.

Nell’ultima seduta del consiglio comunale di Condofuri c’era, tra i vari punti all’ordine del giorno, anche la discussione inerente alle questioni sollevate dal MDA.

La discussione è stata rinviata alla prossima riunione per mancanza di tempo, ma il sindaco ha effettuato delle comunicazioni al riguardo, informando che tutti i sindaci del Basso Ionio Reggino, hanno chiesto alla Regione Calabria informazioni e l’accesso a tutta la documentazione inerente la costruzione della diga sul Menta.

La regione ha manifestato la massima disponibilità e, in poco, tempo le amministrazioni locali avranno tutto il materiale informativo necessario per avere una approfondita conoscenza della questione e, prendere, le opportune decisione in merito.

16 novembre, 2007

RC - SCREENING SUL BULLISMO NELLE SCUOLE


Anno importante al servizio civile presso il comune di Reggio Calabria.
Il convegno del 9 Novembre scorso, presso la sala Versace del CEDIR, sul tema del bullismo ha rappresentato l’atto finale di un percorso che ha portato al primo studio scientifico sul fenomeno, in alcune scuole di Reggio Calabria.
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Il vero Re gentiluomo

L'Ottocento fu un'epoca in cui i grandi valori cavallereschi erano ancora molto in auge, e Vittorio Emanuele II, lasciando che gli si attribuisse il titolo di "re gentiluomo", ingannò doppiamente gli italiani del Sud.

Leggendo qui si comprende bene perché.

(Il passo che segue, relativo al trapasso di S.M. Francesco II, è stato tratto dall’opera: “Per la traslazione in Santa Chiara di Napoli dei resti mortali degli ultimi Sovrani delle Due Sicilie” – Napoli 1984 – di Padre Gaudenzio dell’Aja, francescano)

”Nella seconda decade di dicembre, la Regina si recò ad Arco (di Trento ndr) per trascorrervi i giorni di Natale e di Capodanno insieme col Consorte, ma la vigilia di Natale le condizioni di salute di Francesco di Borbone si aggravarono. Il 26 dicembre, dopo la celebrazione della Messa, furono amministrati al Sovrano il Viatico e l'Estrema Unzione.
Confortato dalla benedizione del Sommo Pon­tefice, Francesco II si spense in Arco il 27 dicem­bre 1894, alle ore 14,34.
Erano presenti al transito la Regina Maria Sofia, il Conte di Caserta e gli Arciduchi di Au­stria, Alberto, Ranieri ed Ernesto.
Napoli apprese la notizia della morte di Fran­cesco II di Borbone dalle colonne de Il Mattino. Matilde Serao (che non può in alcun modo essere tacciata di filo-borbonismo, anzi... ndr) scrisse in prima pagina un articolo dal titolo « Il Re di Napoli », in cui fra l'altro diceva: «Don Francesco di Borbone è morto, cri­stianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l'anima tribolata ma serena.
Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla inelut­tabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetras­sero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell'esilio e vi è restato trentaquat­tro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza pa­tria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo... Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone».
La salma di Francesco II, vestita con abiti civili su cui spiccavano le decorazioni e fra queste la medaglia al valore militare per la difesa di Gaeta, restò esposta nella camera ardente fino alla sera del 29 dicembre”.

Come sono umani i colonizzatori del Sud!

(da Lettera Napoletana n. 06 - novembre 2007‏)

BANCO DI NAPOLI: UN MARCHIO PER ATTIRARE NUOVI CLIENTI

Il gruppo Intesa-San Paolo, nato dalla concentrazione tra il S. Paolo-Imi di Torino e Banca Intesa, ha ripristinato la denominazione Banco di Napoli per i propri sportelli in Campania, Basilicata, Puglia e Calabria. Il nuovo logo adottato è diverso da quello storico del Banco di Napoli e riproduce, stilizzati “gli archi dell’Acquedotto romano”. La scelta – ha chiarito il gruppo bancario – è stata di Giovanni Bazoli, presidente di Intesa-San Paolo. (v. LN-3/07)
Il ripristino delle insegne Banco di Napoli, avviata dal 22 ottobre, è stata sottolineata con grande enfasi dal colosso bancario in un convegno svoltosi il 6 novembre nella ex direzione del Banco di Napoli, in via Toledo.

«Non si tratta di un pezzo di banca, ma di una banca vera e propria», ha detto ai giornalisti il direttore generale vicario di Intesa-San Paolo, Pietro Modiano. Sulla stessa linea gli altri dirigenti del gruppo, a partire dall’amministratore delegato Corrado Passera.
In realtà, la scelta di tornare al nome vecchio e glorioso dell’Istituto erede del Banco delle Due Sicilie, contraddice radicalmente quanto deciso e attuato con l’acquisto del Banco di Napoli da parte del gruppo piemontese San Paolo-Imi ed è dettata dalla necessità di apparire una banca legata al territorio meridionale, dove Intesa-San Paolo conta su circa 1 milione e 800 mila clienti.
Resta il dato di fatto che tra i dirigenti operativi del Banco di Napoli, a cominciare dal direttore generale Antonio Nucci, che risiede a Roma, non vi è nessun meridionale e che la dirigenza, proveniente dal vecchio Banco di Napoli continua ad assottigliarsi e ad essere sostituita da quadri del San Paolo-Imi e di Banca Intesa.
Perfino il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino ha ammonito, durante il convegno, i vertici di Intesa-San Paolo a «non indebolire i quadri dirigenti meridionali» ed a privilegiare l’occupazione a Napoli.

Ma sul fronte occupazione il gruppo Intesa San Paolo, che gestisce tra l’altro le tesorerie della Regione Campania e del Comune di Napoli, ha offerto un misero contentino. 100 unità, probabilmente giovani in prima occupazione, saranno assunte in un call-center, che dovrebbe partire ad aprile. Nessun centro direttivo sarà trasferito a Napoli o nelle regioni meridionali dove Intesa-San Paolo drena risorse e raccoglie risparmio, e nessuna decisione di rilievo sarà presa a Napoli a Bari o Reggio Calabria. Il Banco di Napoli è solo un nome. E serve ad attrarre clienti.

12 novembre, 2007

Da chi aspettiamo di essere salvati stavolta?

(da Il Venerdì di Repubblica del 5 ottobre 2007)



Quando ci renderemo conto, noi "meridionali", che abbiamo un'occasione storica irripetibile, per la quale dobbiamo ringraziare i nostri retti e coraggiosi antenati: quella di (ri)fondare l'Italia su fondamenta solide e sicure, e di renderla finalmente un Paese civile ?
Da chi aspettiamo di essere salvati questa volta??

11 novembre, 2007

MUORE ULTRAS DELLA LAZIO

Un'altra volta la barbarie e la morte per una partita di calcio.
I pagliacci al governo, mentre discutono, non si rendono conto che tutto va al macero.
Occorre fermare il calcio a tempo indeterminato!
Per anni, se necessario!
Altrimenti con le pezze e i rattoppi non si risolve niente.
MOrire per una partita di calcio!
INCONCEPIBILE!

10 novembre, 2007

IL BULLISMO SI PUO' COMBATTERE



Si è tenuto un importante convegno (nella foto un suo momento) presso una Sala Versace del Cedir di Reggio Calabria stracolma.
L’ occasione è stata la presentazione dei risultati del progetto realizzato dai volontari del Servizio Civile presso il Comune di Reggio Calabria “Fenomeno Bullismo: Conoscerlo per Prevenirlo”.
Il responsabile del Servizio Civile di Reggio Calabria Dott. Elio Longo ha posto l’accenno sull’aspetto educativo dei giovani, quale elemento fondamentale per prevenire ed arginare il fenomeno del bullismo, il quale come forma di goliardia giovanile è sempre esistito, ma nell’epoca attuale, caratterizzata dalla ampia disponibilità di mezzi di comunicazione, che trasformano ognuno nel possibile protagonista di un evento mediatico, gli aspetti deleteri del fenomeno sono amplificati per la voglia di farsi notare in un mondo in cui impera la legge dell’apparire a tutti i costi, anche nel modo peggiore.
Giuseppe Schirinzi , responsabile relazioni esterne di Play Tv Italia che ha ripreso l’ intera manifestazione, ha messo in guardia dai pericoli di emulazione che la documentazione di fatti negativi può innescare nelle menti più deboli e ha auspicato che i media facciano prevalere un senso di responsabilità al fine di dare spazio adeguato ai momenti di aggregazione positiva tra giovani, piuttosto che a fatti efferati di cronaca che, magari, fanno vendere qualcosa in più, ma non offrono alcuno spunto educativo.
Il giudice di Cassazione Ambrogio Moccia ha coniato uno slogan per il quale i giovani sono “Fuochi da accendere” attraverso l’aumento della qualità dei processi di insegnamento, i quali dovrebbero porre al centro la crescita emotiva degli alunni. La magistratura può svolgere un ruolo attraverso l’indicazione delle conseguenze negative che certi comportamenti possono avere per chi li pone in essere e, sopratutto, attraverso le testimonianze di vita che i singoli magistrati possono portare, al fine di far vivere ai ragazzi l’emozione di chi ha visto tante vite rovinarsi o avere la svolta nel loro momento più basso.
Il consigliere comunale Tonino Serranò (Io non ci sto) titolare della delega al servizio civile traccia il bilancio della giornata in toni entusiastici ”Sono arrivato da poco più di un mese in questo settore, ma sono rimasto contagiato dall’impegno che i volontari del servizio civile del comune di Reggio Calabria hanno profuso per la realizzazione del progetto. Questa giornata ha rappresentato il primo step di un percorso virtuoso che vedrà altri momenti pubblici in futuro , tra cui un altro convegno che dovrebbe riunire a Reggio tutti i responsabili del servizio civile a livello nazionale”

FENOMENO BULLISMO:CONOSCERLO PER PREVENIRLO



E’ il nome di un importante progetto che ha impegnato nell’ultimo anno i volontari che hanno prestato il servizio civile presso il comune di Regio Calabria, i cui risultati saranno presentati in un convegno che si terrà Venerdi 9 Novembre presso la sala Versace del CEDIR.
Il consigliere comunale Tonino Serranò (nella foto) , eletto nella lista “Io non ci Sto”, titolare della delega ai Servizi Civili parla in toni entusiastici del progetto “ Ho assunto da poco la delega ai servizi civile, e ringrazio il sindaco Scopelliti per questa importante responsabilità che ha voluto affidarmi. Sono arrivato in una fase avanzata della sua realizzazione, ma mi hanno colpito subito l’ impegno e i risultati di indubbio valore raggiunti in questa esperienza
Un comunicato stampa spiega come si è sviluppata questa esperienza “I ragazzi (Bartolomeo Caterina, Bruzzese Annamaria, Martino Giovanna , Rotella Antonio, Magrì Giuseppe, Calafiore Nadia, Pizzone Alessia, Tripodi Michela) dotati di competenze specifiche, dopo un adeguato periodo di formazione, hanno contattato i dirigenti delle scuole della V e VI circoscrizione del Comune di Reggio Calabria, ottenendo l'adesione delle medie “Gebbione” e Bevacqua e le superiori “Fermi” e “Frangipane”
“Dopo una riunione, tenutasi all'Ufficio Politiche Sociali, in presenza dei responsabili delle scuole, e del Responsabile del Servizio Civile Nazionale di Reggio Calabria,il Dott. Elio longo, si è operato all'interno degli Istituti, distribuendo questionari anonimi, costruiti dagli stessi promotori del progetto, alunni e docenti”.
“Sin dall’inizio è emerso”- continua il comunicato “- un particolare interesse per questo fenomeno sempre più diffuso, anche perchè il progetto in questione, risulta perfettamente in linea con le nuove direttive programmatiche del Ministro dell'Istruzione Fioroni. Successivamente alla raccolta dei dati si è proceduto alla loro elaborazione ai fini di una analisi statistica e rappresentazione grafica degli stessi
“I volontari, durante l'anno di Sevizio civile”- spiega il consigliere Serranò”-, hanno raggiunto gli obiettivi prefissati monitorando il fenomeno e comprendendone l’ estensione e caratteristiche in alcune scuole della città. Sarebbe auspicabile, e su questo non farò mancare il mio impegno concreto, una continuazione dell’ esperienza per poter sensibilizzare la collettività su questa tematica, stimolare la partecipazione degli adulti, fornire sostegno e protezione alle vittime”.

07 novembre, 2007

ADESSO DITECI CHE NON E' VERO



Articolo apparso su Calabria Ora del 19/10/2007

di
Paolo Pollichieni

Per favore diteci che non è vero e ditecelo subito.
Che arrivino immediatamente convincenti smentite,perché un altro carico di inquietanti ombre attorno all’omicidio Fortugno la Calabria non è in grado di sopportarlo.
Chi ha il potere, ed il dovere, di farlo dimostri che non è vero quel che trapela. Che non è vero sia bastata una banale visita dell’ispettorato del lavoro per bruciare la copertura di Bruno Piccolo, informando il suo datore di lavoro, il titolare del bar Kiwi di Francavilla a Mare,che l’uomo assunto non era il signor Bruno Dandolo, giovane emigrante calabrese, vedovo con due bambini ricoverati in istituto a Bologna, bensì il “temibile” Bruno Piccolo, affiliato alla ‘ndrangheta e poi maggior teste d’accusa nel processo per l’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria. Proprio così: la vita, la sicurezza,la nuova identità, la protezione di un collaboratore di giustizia testimone del più devastante delitto politico-mafioso violati da una banale comunicazione dell’Ispettorato del lavoro di Chieti. Non verrebbe da crederci, non vorremmo crederci ma a questo punto non vogliamo neanche sederci sulle verità d’apparato e non intendiamo rimuovere fideisticamente il dubbio che tutto questo possa essere realmente accaduto.
E siano smentiti con fatti concreti e prove tranquillizzanti anche i dubbi, rilanciati da ApCom, sullo stato d’indigenza che avrebbe aggredito Piccolo, fino al punto da fargli tagliare la luce per mancato pagamento della bolletta all’Enel.
E’ ora di scrivere almeno qualche parola di verità in questa inaccettabile storia. Perché il punto è che la morte, carica di dubbi inquietanti, di Bruno Piccolo non è certo un “unicum”,anzi allunga una catena di stranezze, singolarità e coincidenze che sta diventando soffocante non solo per la verità ma anche per il futuro politico ed istituzionale della Calabria.
Vogliamo provare ad elencare le“singolarità” più evidenti?
Partiamo dalla relazione redatta dalla Commissione sulla Asl di Locri. Quella relazione la cui pubblicazione tanti guai ha provocato a Calabria Ora prima e, subito dopo, a testate nazionali come Radio 24, Sole 24ore e Repubblica.it.
Chi firmò quella relazione, il prefetto di Vibo Valentia, Paola Basilone, ha lasciato la Calabria promossa al Ministero degli Interni.
Chi avviò le indagini che portarono all’arresto ed alla successiva collaborazione di Bruno Piccolo e Domenico Novella, il sostituto procuratore distrettuale Giuseppe Creazzo, è stato promosso e richiamato a Roma al Ministero della Giustizia,abbandonando le indagini passate a due suoi validissimi colleghi non calabresi.
E di trasferimento in trasferimento c’è che anche altro pubblico ministero,Roberta Nunnari, ha lasciatola Dda di Reggio Calabria per prendere servizio (certo su sua richiesta,ci mancava anche che la trasferissero d’ufficio) alla Procura di Milano. Ma si dà il caso che la dottoressa Nunnari era il pm che indagava sull'attentato all'ex assessore regionale Saverio Zavettieri, fatto delittuoso che vedremo appellarsi come intimamente connesso all’omicidio Fortugno, come testimoniano le intercettazioni telefoniche e le indagini transitate da quel procedimento a quello contro i presunti autori materiali dell’uccisione del vicepresidente del Consiglio regionale.
Promozione, e trasferimento, anche per Salvatore Arena capo della Squadra mobile ed estensore dei rapporti a carico dei presunti assassini di Fortugno: è questore a Siracusa. E poi c’è il superprefetto Luigi DeSena, spedito in Calabria con ampie pieni poteri proprio in seguito all’omicidio Fortugno e richiamato al suo ruolo di vice capo della Polizia nel bel mezzo dell’estate ed all’indomani di una sua relazione alla Commissione parlamentare antimafia destinata a far discutere per un pezzo.
Anzi no, passata rapidamente nel dimenticatoio.
E già che ci siamo perché non ricordare l’inquietante figura di Francesco Chiefari, ex poliziotto in servizio al Commissariato di Siderno, allontanato per vicende strane, come la sparizione di armi in dotazione alla polizia e taroccamento di relazioni di servizio. Fuori dalla polizia certo, ma subito dopo reclutato come informatore dai servizi segreti,da quel Sismi che scopriva le bombe fasulle in quel di Reggio Calabri ama non riusciva a impedire che due bombe vere venissero collocate dentro gli ospedali di Siderno e Locri, e una di queste esplodeva pure. Tutte e due collocate proprio dall’ex poliziotto.
Tutte e due prodotte con l’utilizzo di esplosivo di tipo militare.
Esplosivo che in parte restava inutilizzato e custodito a Natile di Careri nei pressi di quel cimitero. Chiefari è in carcere da quasi un anno ma delle indagini nulla più si è saputo.
Ed ora ci ritroviamo anche con il“caso Piccolo”.
Al collaboratore di giustizia non è toccata in sorte una promozione e neanche il carcere, a lui è toccato morire in singolare coincidenza con le celebrazioni del secondo anniversario dell’omicidio di Franco Fortugno.
E muore in condizioni quantomeno di “ordinario abbandono”.
Muore con la luce di casa tagliata,muore dopo un precedente tentativo di suicidio andato in buca, con una relazione dell’ispettorato del lavoro che ne rivela l’identità, con una dinamica per nulla tranquillizzante. E con un carico di dubbi che evidentemente assalgono sia i magistrati della Procura di Chieti (che aprono un fascicolo lasciando aperta l’ipotesi di “istigazione al suicidio”),sia i periti medico-legali che si riservano di rispondere ai quesiti sulla morte del giovane solo all’esito di alcuni accertamenti tossicologici da eseguire sugli organi prelevati in sede di autopsia.
Tutto questo mentre la “piazza” è altrove.
E’ distratta.
E speriamo che almeno le distrazioni della “piazza”siano in buona fede e non cinicamente interessate, come quelle di qualche “istituzione”.

06 novembre, 2007

CARLO ALIANELLO



di Mario Santoro


Carlo Alianello, dal carattere riservato e schivo, era figlio di un ufficiale di artiglieria e, a causa del lavoro del padre ha dovuto cambiare spesso residenza maturando diverse esperienze ambientali: ha frequentato le scuole elementari alla Maddalena, le scuole medie a Firenze, il ginnasio e il liceo a Roma. Laureato in lettere giovanissimo fu vincitore di concorso ed ha insegnato nei licei di Rieti, di Camerino e poi di Roma ed ha chiuso la sua carriera facendo l’ispettore centrale al Ministero della Pubblica Istruzione.
Era un uomo, non solo capace di sfuggire alle mode e alle tentazioni, ma anche orgogliosamente legato al suo porsi al di fuori e al suo ricercare l’isola di Robinson, con le implicite conseguenze.
La voglia di isolamento, il bisogno di ritrovarsi solo con se stesso, la ricerca anche insistenza di allontanamento dal chiasso e dal rumore gli facevano spesso dire:

“…della sua isola deserta, chi ha coscienza di scrittore non può farne a meno, mai, dove possa comporre in pace il mondo col proprio silenzio e riscoprirselo pian piano, a modo suo. Che è poi l’innocenza attiva dell’arte”.

E questo serve anche a farci capire meglio la sua condizione di scrittore diverso per cui diventa difficile inquadrarlo entro certi parametri e cercare di farlo rientrare in qualche scuola del dopoguerra.
Certamente appare finanche scontato sostenere che è un erede del romanzo ottocentesco, quello di tipo tradizionale, inteso nella accezione migliore. Ma va precisato subito che Carlo Alianello si pone in posizione scomoda nel suo sforzo di contribuire alla revisione del nostro Risorgimento con riferimento al Sud. E’ quanto si può notare nei suoi romanzi e soprattutto ne “L’alfiere” che è considerato, in qualche modo, il capolavoro dell’autore. Fu pubblicato nel 1943 e diede subito una certa notorietà.
Infatti l’autore ricevette sinceri consensi da alcuni critici ma alcuni, ancora legati al fascismo che pure era in declinio, si schierarono apertamente contro di lui.
Lo accusarono addirittura di disfattismo e, per questa ragione, egli fu condannato al confino, ma, per sua fortuna, la caduta del fascismo consentiva di veder sospeso il provvedimento e addirittura il commissario repubblichino dell’Einaudi giudicò il libro utile alla causa perché esaltava il senso dell’onore dei soldati borbonici.
Come si può facilmente comprendere, la condizione del regno di Napoli era abbastanza simile a quella della repubblica di Salò.
Alianello è sinceramente convinto che la storia non debba essere tutta scritta dai vincitori e che quindi una guerra civile, come può considerarsi quelle combattuta al Sud durante e dopo l’unità d’Italia, non può essere intesa in maniera faziosa come purtroppo appare ai suoi occhi di studioso, ma deve saper guardare ai fatti con distacco ed obiettività. Di conseguenza non accetta l’idea che tutte le virtù siano da una parte, quella dei vincitori, e tutti i difetti dall’altra.
E, a sua difesa, ammesso che ce ne sia bisogno, va detto che l’autore si pone sempre con atteggiamento di analisi attenta e distaccata, e dedica a questo aspetto storico importante ben quattro romanzi: ”L’alfiere” che copre gli ultimi mesi del Regno delle Due Sicilie; “Soldati del re che riguarda il 1848 a Napoli; “L’eredità della priora” che ha per oggetto il brigantaggio; “L’inghippo” che sfiora di riflesso la tematica perché pone in evidenza la divisione fra italiani che si perpetua ancora negli anni Novanta.
Certamente c’è nell’autore molta simpatia per il regno borbonico anche per il legame di affetto e di stima per il nonno ufficiale borbonico, fedele al re di Napoli Francesco II, per l’ammirazione per lo stesso e per i racconti, carichi di forti suggestioni e le storie che nel suo ambiente familiare dovevano circolare. Questo, forse, può aver condizionato la sua scelta di parteggiare per i Borboni, per i vinti, ma da sola non basta perché risulterebbe troppo sbrigativa e del resto sono in molti a non condividerla.
Fausto Gianfranceschi, nella prefazione al volume “L’alfiere” sostiene, e con convinzione, esattamente il contrario:
“Bisogna subito eludere un possibile equivoco: Alianello non ha mai voluto identificarsi con il legittimismo borbonico. In lui prevalgono soltanto il risentimento morale per l’oblio di virtù e di momenti eroici, che pure furono vissuti da italiani, e l’aspirazione ideale e poetica che lo convince a pesare il valore degli uomini indipendentemente dalle loro ‘scelte storiche’, contro ogni discriminazione. Qualcosa di simile sentì Lincoln all’indomani della guerra tra nordisti e sudisti, inducendolo a promuovere la riconciliazione”.
Certo è che il romanzo che ancora oggi appare controcorrente quando usci per la prima volta nel 1943, cioè in pieno fascismo, dovette porsi immediatamente come anticonformista se si considera che il regime aveva sposato in piena la causa risorgimentale che indicava nei piemontesi e nei garibaldini gli eroi e vedeva nel sud, briganti, delinquenti, ignoranti e vigliacchi.
Protagonista è l’alfiere Pino Lancia che dalla Sicilia a Gaeta combatte gli invasori. Egli combatte sin dall’inizio, con spirito di avventura e con convinzione, contro i garibaldini ed è certo della vittoria perché le truppe di cui dispongono i borbonici sono di gran lunga superiori a quelle degli avversari.
Dopo la prima vittoria egli può sposare una fanciulla romantica e bella e intanto prosegue la sua carriera e tutto sembra dover andare per il meglio anche se negli scontri i borbonici sistematicamente subiscono gravi perdite e vengono battuti dagli avversari. Egli sente che non è giusto che le cose vadano così ed avverte che forse la colpa non è delle truppe che si battono con valore ma piuttosto dei capi che non solo all’altezza del loro compito.
Ed è così che gradualmente e fatalmente Pino Lancia cade in una sorta di solitudine che lo tormenta anche perché la fidanzata lo abbandona nell’assurda convinzione che un vero eroe romantico deve battersi per l’unità d’Italia; di conseguenza, non sopporta l’idea che egli sia solo un ufficiale legittimista.
Le sorti delle battaglie sono poi favorevoli quasi sempre ai garibaldini e ciò determina nel protagonista un ulteriore senso di frustrazione.
Arriva inevitabilmente l’ultimo scontro e Pino è consapevole del fatto che la storia gli darà torto perché molta gente della sua parte ha tradito e chi non è passato apertamente con il nemico, spesso ha dimostrato debolezza, incapacità, passività, e ciò lo angustia.
Un nuova amore dolcissimo lo potrebbe davvero consolare e una ferita da guerra consiglierebbero al giovane di rientrare a Napoli. Egli è sinceramente tentato e raggiunge la città ma, quando la resa finale si fa vicina, preso dal desiderio del dovere e dal giuramento di fedeltà, lascia la città e si porta a Gaeta dove incontrerà la morte non prima di aver di aver lanciato una parola di affetto finanche verso i piemontesi e verso lo stesso Garibaldi.
Il romanzo presenta una scrittura sostenuta, anche se lineare e chiara, attraverso un periodare dall’andamento morbido e, per certi versi, addolcito. Non mancano elementi dialettali che vengono presentati per bocca dei personaggi più umili e vi sono ricche e dotte descrizioni condotte con gusto e linearità come si può notare sin dalle prime pagine:

“Il caldo era atroce e pioveva giù dal cielo bianco, abbacinato, saliva su dalla sassaie roventi; d’afa, d’ansito, di lezzo, di fumo era impastata l’aria che pesava fra le due schiere.
Erano a trenta passi e pareva si soffiassero, bocca a bocca, ventate d’odio bollente.
L’alfiere se lo sentiva sulle gote, sul collo, quell’ansito, quell’affanno, quell’odio corporeo senza parole, quel balbettio rauco di maledizioni scagliate da una parte all’atra del ripiano, col tanfo del cuoio impregnato di sudore, della lana bruciacchiata, dell’arsura.
E ogni tanto qualcuno cadeva, vicino, lontano, con uno sbatter di ferraglie. Il suono ribolliva nel suo cervello, liquido, senza rapprendersi, ché troppo ce ne voleva entrare. Il fragore, ora che avevan cominciato a sparare i due cannoni dalla cima del poggio era immenso. Pure nei radi momenti di tregua si udivano strepitare pe’ campi attorno le cicale”

L’autore sa raccontare riportando alla luce anche particolari e minuzie soprattutto quando si riferisce alle divise così come sa indicare elementi specifici del regolamento militare che hanno lo scopo di spingere il lettore a proiettarsi indietro nel tempo e a ricreare situazioni.
La ricerca storica è sempre in primo piano e suggerisce, dettando, pagine di realismo condotte sempre con modulazione ordinata e convincente e anche i personaggi si caricano di elementi connotativi che li pongono al di sopra e al di fuori da riferimenti limitati e chiusi.
I fatti non si svolgono quasi mai in maniera lineare perché coinvolgono sempre i sentimenti e quindi evidenziano dubbi, profonde crisi di coscienze, contrasti forti, posizioni anche di comodo e conseguentemente forme di compromessi che danno al romanzo consistenza e problematicità e lo rendono per questo anche più interessante come sottolinea Dino Satriano che scrive:
“Probabilmente, il carattere migliore del romanzo sta proprio nelle profonde contraddizioni in cui si trovano ad agire molti personaggi, a cominciare dallo stesso protagonista, l’alfiere Pino Lancia, che nell’animo è un liberale, ma una volta diventato ‘soldato del re’, il suo re borbonico, per scelta paterna impossibile da discutere, sente l’obbligo morale di restare al suo servizio fino alla fine.
Ci sono contrasti intimi, e altri ne creano le circostanze: padre Carmelo, che regge il filo religioso della storia (cui Alianello dà molto rilievo) ed è un frate siciliano del convento di Calatafimi, medita di mettersi al seguito di Garibaldi, ma si ritrova dopo varie peripezie sul continente e arruolato nei pressi di Latina come cappellano borbonico del reparto dei peggiori, cioè volontari ex galeotti, ex sbirri,sbandati e derelitti di ogni risma”.
Altre scelte saranno dettate da convenienze politiche come testimonia Tore Lo Russo che in Sicilia era agli ordini di Pino Lancia e combatte contro i garibaldini e poi diserta, quando il ministro degli interni scioglie l’apparato poliziesco, perché continuamente assaltato e messo in estrema difficoltà, e al suo posto offre il comando alla camorra.
In tal modo anche Lo Russo, che una volta era nel giro della malavita, diventa commissario come altri capi camorristi e dirige tranquillamente il rione di Montecalvario.
Ma accanto a situazioni fortemente contrastanti o furbescamente scelte per il proprio tornaconto, non mancano atti di eroismo autentici, e soprattutto il senso del rispetto per gli altri e l’attaccamento al proprio dovere e difesa ad oltranza come testimonia la chiusa del libro con la solitudine pensierosa di pino e con le parole di Franco:

“Solo era e solo sarebbe rimasto sempre… E il padre Carmelo non veniva!
Con quell’universo che gli dissolveva attorno anche le sue amicizie, i suoi affetti, se ne andavano, ché via glieli portava la separazione, la morte, l’ignoto.
Invocò Titina dal fondo dell’animo, ma neppure lei gli rispose, fantasma labile, dissolto in ricordo verso il cumulo di tanta angoscia. Era solo.
E allora ricordò le parole di fra Carmelo:’…ognuno ha dentro di sé Cristo e il proprio dovere e col Cristo dovrà vincere, e solo con Lui, il peccato del mondo.
Cos’era finito? Un governo, un regno, un’idea…Ma non il male del mondo, né la sua anima.
Balzò in piedi e s’appoggiò alla feritoia respirando forte. Dentro la casamatta era già tenebra fitta, ma fuori il giorno non era ancora tutto spento. E Cristo c’è. La sua anima gli restava e Dio e la sua lotta.
Con un guizzo il sole sprofondò nel mare e quell’aureola dorata stretta in un fascio di luce, salì sull’orizzonte e si diffuse sperdendosi nel cielo già pallido.
Nella sua branda Franco si scosse, si rigirò, annaspò un poco respirando forte e ripeté ancora:’Io non ho capitolato”.

Altro romanzo, ugualmente molto importante è: “L’eredità della priora”. Esce nel 1963 in un momento storico particolare per l’Italia, divisa fortemente tra un nord ricco e ancora sotto gli effetti del miracolo economico ed il mito della realizzazione di una società opulenta o almeno capace di consentire la conquista delle tre M (mestiere, moglie, macchina) e un sud sempre più abbandonato a se stesso e costretto dalle necessità più urgenti a ricorrere all’emigrazione di massa, all’abbandono delle campagne e allo spopolamento dei paesi.
La corsa affannosa verso il triangolo industriale e la mitizzazione di un benessere che al nord sembrava inarrestabile grazie alle fabbriche che promettevano un lavoro assai più leggero di quello dei campi, per certi versi riproponeva temi e questioni legati alla differenziazione e alla separazione netta del Paese e consentiva all’autore, in qualche modo, di risperimentare la storia dell’Ottocento e di rivivere, col romanzo in questione, i primi due anni dell’unità d’Italia con le contraddizioni e gli scontri, ma anche con una visione di partecipazione umana e religiosa e con una sorta di filo conduttore che tende al superamento delle difficoltà e delle barriere e ad una visione di vera e propria comunione.

Non c’è più in Alianello spirito polemico, rabbiosa voglia di far emergere le
ragioni del sud e di confermare la prepotenza dello stato piemontese nella guerra di conquista e non di liberazione, non c’è più il tono che è presente, per esempio nel lavoro “La conquista del sud” che evidenzia, anche troppo chiaramente il suo attacco al Nord, non c’è nulla di tutto questo, ma il tono tende a farsi placato se non tranquillo.
Il clima è totalmente diverso come le atmosfere che si vengono a creare. Lo scrittore fa filtrare i suoi sentimenti e sa tener conto della sua storia individuale.
Non va dimenticato che, se il nonno era stato ufficiale borbonico che aveva rifiutato di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele II, per la qual cosa si era ridotto, praticamente, in miseria, il padre era un ufficiale del nuovo stato, del regno d’Italia ed egli stesso non era riuscito a coronare il suo sogno, che era quello di indossare la divisa, a causa di una forte miopia che lo aveva visto escluso da un mondo che in qualche modo sentiva suo.
Ma non va nemmeno dimenticato che egli era scrittore cattolico tradizionale, ossia intimamente religioso e fornito di fede sicura, e libero da schematismi ideologici.
E mi pare abbia ragione Fausto Gianfranceschi quando scrive:
“Per un cattolico che si rivolge al mondo,vale innanzitutto l’esistenza individuale, qui e subito,per come la si accetta e la si vive. Pertanto, nell’atto di scrivere, Alianello definisce i ruoli guardando a come ognuno li impersona, vedendo ovunque, senza preconcetti, sia la virtù, sia la corruzione. Il principio di selezione etica trascende il calcolo del successo storico: gli uomini debbono svolgere il ruolo assegnato ad essi dal destino, anche se è contro la Storia, perché giudice è Dio e non la Storia”.
E a Gianfranceschi sembra far eco Giovanni Caserta quando scrive:
“Proprio questa amorosa comprensione per vinti e vincitori, e questa capacità di sentirli ugualmente uomini, cioè grumo di sogni e aspirazioni, è quel che segna la rievocazione degli eventi che si svilupparono nell’Italia meridionale, e in gran parte della terra di Basilicata, tra la primavera del 1861 e la primavera del 1962. Il romanzo, movendosi tra l’epico e l’elegiaco, segna il trionfo della migliore poesia cattolica, che raccoglie i suoi frutti più interessanti, quando sa collocarsi da un punto di vista superiore, affettuoso e comprensivo, risolvendo tutte le divisioni e le rivalità”.
Il senso della pietà presente dovunque e tocca in alcuni punti momenti significativi come in occasione della morte di Maria Palumba, la vedova contadina che si sacrifica per Ugo Navarra, l’intellettuale che impara dalla contadina il valore della fede e il significato della religione fino al punto che mentre i carabinieri sparano su di lui, egli recita ad alta voce l’Ave Maria:

“Subito gli ritornò addosso Dio. E’ naturale che chi è stato per tanti anni buon cristiano si rivolga nel pericolo a Dio. Presto! Presto, Gesù! Perché forse non ha più tempo davanti a sé… Bisogna riconciliarsi con Dio, ché gli permetta di portare con sé un’altra Maria Palumba, quella vera, quella pietosa, amata d’amore…
S’inginocchiò per sé e per Maria Palumba che ancora ha bisogno,bisogno di vita, dove sta, e lui gliene può dare un poco nell’animo suo, solo sela rivede ancora una volta dentro la mente, com’era quando si chinava su di lui e gli porgeva da bere e gli posava le mani fresche sulla fronte. Solo pregando spera che quella donna peccatrice sia viva ancora, fuori dai desideri della carne… Allora si levò in piedi e giunse le mani; la preghiera gli venne naturale, come una polla di sorgente. Pregò a voce alta:’Ave o Maria, piena di grazia, il Signore è conte.Benedetta fra le donne…’
Sentì ruzzolare un sasso proprio dietro di sé e un virgulto spezzarsi:’e benedetto il frutto del tuo ventre, Gesù…’
Subito gli arrivò lo scatto di un moschetto che s’armava. Non volle voltarsi; ormai per lui non c’era più scampo e però alzò ancora la voce:’Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori…’
Gli spararono in tre o quattro insieme, ed erano carabinieri”.

I personaggi, quasi senza distinzione alcuna, pur nelle peculiarità di ciascuno, sono calati nel dato reale ma al tempo stesso sembrano fuori dal tempo, per il loro essere sognatori e romantici e per l’inevitabile e prevedibile sconfitta.
In un modo o nell’altro i sogni di tutti crollano e questo vale per il barone Andrea Guarna, per l’intellettuale Ugo Navarra, per la contadina Maria Palumba e finanche per la serva di una casa di nobili. Il crollo dei sogni e delle ideologie sembra l’elemento dominante e comune a tutti e indipendentemente dalle aspettative di ciascuno.
Va detto poi che quasi tutti i personaggi provengono dalla Basilicata, terra che assurge a livello di purezza e di incontaminazione.
Il romanzo si avvale di un linguaggio robusto e sostenuto capace di piegarsi, tuttavia, alle situazioni ed ai personaggi e quindi di riproporre in forma dialettale i dialoghi con resa piacevole oltre che credibile e con efficacia per la rapidità delle parti dialogative e conversative. Si tratta di un mescolamento,non confusionario ma voluto di forme dialettali nelle quali non mancano elementi di napoletanità, qualche termine piemontese e francese su una sorta di base meridionale e lucana:

“Don Ciccio era prosaico; mentre diluviava, senza alzare il capo dal piatto, chiese:’E dopo che ci sta?’
‘Salsicce,’ annunziò il gobbo, con una nocetta di grillo trionfante.
‘E appresso?’
‘Caciocavallo,butirri, nocelle, mandorle…’
‘E niente chiù?? E allora… che mangiata e mangiata è chesta!’ protesto don Ciccio, amatore famoso della buona tavola. ‘Tu chiamalo spuntino, merendella! Nu saucicchio e bona sera!’
Don Totonno mazza s’era fatto scuro. S’aderse in tutta la sua statura così che venne ad occupare con l’onere della pancia buona parte del tavolo, protestando: ‘Commendatò, vui pazziate? Avete assaggiate mai le salcicce mie? Ve ne siete mai reso conto? Quelle sono il biggiù delle salcicce! Lu saucicchio con la cerasela e l’oliva è la base di tutte cose…Ma che ci sta attorno! Si ve mangiate nu saucicchio r’o mio, vi tenete la pancia piena, comoda, riposata… Na panza signora…Ma mò stu miracolo l’avita veré cu l’uocchie vuoste…’”

Come si può notare il linguaggio muta repentinamente e sale di tono e di qualità quando a parlare è lo scrittore che punta ad una sorta di sogno globale nel quale gli uomini possono eliminare rivalità e fazioni per porsi sul un piano di sostanziale rispetto ed uguaglianza.
Altro libro importante è “Soldati del re”.
Il quadro di fondo è ancora una volta costituito dai fatti straordinari della rivoluzione napoletana liberale del 1848.
I protagonisti sono: una ballerina, un ufficiale dei lancieri, un’attrice drammatica, uno studente in legge e un povero cafone. Essi, curiosamente si ritrovano insieme a vivere nella confusione del momento, tra spari e scontri tra le opposte barricate, una sorta di piccola epopea. Si tratta di gente semplice e al di fuori dei circuiti della grande storia. Ciascuno a suo modo, per volontà dello scrittore è alfiere dei propri ideali e tutti, a modo loro sono con i re.
Son tutti personaggi trattati con molta delicatezza dall’autore che nutre verso gli stessi un atteggiamento di indulgenza e di affetto e per tutti basterebbe considerarne uno, anche scelto a caso, che in qualche modo diventa emblematico della situazione e del clima nel quale è calato.
Val la pena di ricordare la figura di Rocco Sminuzzo che compare nella terza parte del libro. E’un fuciliere ma ancora matricola e quindi deve imparare il regolamento che il caporale gli ripete in maniera monotona e quasi canzonandolo. E il fuciliere fa il suo dovere nel modo più semplice e più scrupoloso possibile. Incontra tre giovani e diventa oggetto del loro gratuito scherno. Egli sopporta pazientemente ma è anche deciso a far rispettare le regole e dopo averli messi in guardia ed ordinato loro di andare via ed aver tergiversato a lungo in mezzo ad una piccola folla di curiosi, messo alle strette è costretto suo malgrado a sparare, prima di stramazzare a terra egli stesso, colpito a sua volta:

“Rocco non capì, ma intese che insultava la Vergine, la mamma sua grande. E allora irrigidì le spalle, gonfiò il petto. Tutto nella mente sua si discioglieva, tutto mutava; via il prevosto, via il caporale, via persino al ragazza dalla bocca rossa e lo studente.Ma uno sfavillare potente di luci, uno squillare di trombe. Una fiamma, e un trono; quasi la macchina dove al suo paese portano quella bella Vergine, il giorno della festa. E in cima ci sta Lei, mite e possente, in una cerchia di raggi d’oro e d’angeli. E poi tamburi, pifferi e stendardi. Sotto l’insulto l’anima reagiva inebriandosi.
Comandò alto:’Scioglietevi o sparo!’.
Dalla folla – già empivano la strada adesso, e le donne e i bambini erano spariti – esplose un turbine d’insulti:’Boia! Venduto! Camorrista!’ Lo studente si fece sotto, petto a petto:’Non li vuoi i tre ducati? Allora tiè! Tre ducati e mezzo sigaro!’ e gli gettò in faccia quel mozzone che aveva tenuto sino allora in bocca lui, maciullandolo fra i denti.
Rocco Sminuzzo chiuse gli occhi un istante, ma neppure torse il viso. Invece con quanto fiato aveva in corpo gridò:’Alla guardia!’. E fu un grido potente e sicuro. Poi fece un passo indietro e sparò.
Mentre lo studente cadeva girando su se stesso, s’udì un altro colpo, poi un altro ancora. E anche il fuciliere cascò. Dalla tunica aperta sul petto gli usciva lo scapolare della Madonna del Carmine e un po’ di sangue lo teneva incollato su quella P, quasi un braccio di traverso, come una croce. Intanto accorrevano i soldati della guardia vociando”.

L’episodio si chiude così, con la stessa naturalezza con la quale ha preso avvio e l’autore non interviene assolutamente né per esprimere giudizi, né per tentare una qualche forma di giustificazione. Lascia che sia il lettore a farsi una sua convinzione personale tanto relativamente al singolo episodio quanto a tutta la storia che alla fine vede lo scontro tra persone al di la dei segni dell’appartenenza.

Storia completamente diversa è il romanzo “Nascita di Eva”. Dello stesso si può leggere in seconda di copertina:

“La Bibbia prima e la pittura poi ci hanno consegnato l’immagine di un a Eva-simbolo, di un personaggio che pronunzia le poche parole e compie soltanto i gesti in virtù dei quali diverrà uno dei cardini della storia dell’uomo. Una protagonista di eventi unici, lontana tuttavia da nostro sentire, affidato com’è sempre e soltanto al mistero della sete di conoscenza, alla ‘caduta’, al primo peccato. Ecco adesso che questa figura simbolica si muove, prende vita sotto i nostri occhi, diventa una creatura di sangue e di carne: una donna audace e timida, crudele e amorosa, intelligente, avida di vita e folgorata dal dramma del vivere.
L’Eva delle prime pagine del romanzo è appena uscita dall’Eden: è adulta d’ingegno e di corpo, ma finora non ha conosciuto che l’assoluto, il Bene o il Peccato. Soffrirà dolori fisici e patimenti morali, vivrà il peccato di saziare nuovi appetiti e affronterà le tremende privazioni, la sua mente sarà travagliata dai dubbi”.

Il romanzo risulta scritto in forma decisamente chiara ed è godibile perché immediatamente genera nel lettore il senso della curiosità, proiettandolo in un tempo lontanissimo e non ben definibile e conducendolo gradualmente alla scoperta che la nostra progenitrice sarà costretta a fare.
Fin dall’inizio sulla donna e sul suo uomo incombe il senso della punizione divina ma non come terribile conseguenza.
Il libro si apre con il girovagare apparentemente senza senso e senza meta dei due che scoprono i fenomeni della natura nella loro potenza e prepotenza ma anche negli aspetti più belli; accade di tutto o quasi e, con grande meraviglia Eva scopre sensazioni nuove, non tutte piacevoli, anzi. Ma quello che la sorprende e un po’ la sgomenta e la sua capacità di sperimentare su se stessa e nel suo animo impressioni che risultando solo sue e che non corrispondono sempre a quelle di Adamo.
Esce fuori così il senso della originale incomunicabilità che caratterizza l’identità dell’uomo. E si può cogliere l’emozione di Eva:

“Da un pezzo lui pensava alle bestie, da quando s’erano sciolti dal bene e s’erano messi a camminare.
Eva s’azzittì, ma subito quel po’ di bosco le parve pieno d’artigli e di denti, di tonfi, di scricchiolii, di ansiti; lo svolazzare di un pipistrello che rientrava al suo buco le strappò un grido acuto che spaventò la bestia; quelle ali frangiate che si staccavano nette contro la chiarità d’una luna incerta, s’agitarono frenetiche e si persero d’improvviso nel buio… Lei non voleva sapere quello che avevano fatto, ché anzi la sua mente negava a se medesima di saperlo. E’ accaduta una cosa che è come uno strappo nel tempo, un buco nero dove non c’è nulla e nulla ci deve essere. Perché il suo uomo voleva ricordarla? Allora nel pensiero quel senso di desolazione vaga si raggrumò e le parole una appresso all’altra le si condensarono in fila: dunque lei e lui non pensano le cose nel medesimo modo, dunque c’è una scissione nella mente. Rabbrividì: intanto le nuvole avevano ricoperto ancora quel barlume di luna”

Ma Carlo Alianello è anche autore di altri lavori tra i quali dobbiamo sicuramente ricordare il romanzo “Maria e i suoi fratelli” del 1955, “Il mago deluso” del 1947 e ancorale due commedie dal titolo “Teatro codino” del 1965. Pure valido risulta il racconto per ragazzi “Il galletto rosso” e certamente non all’altezza dei migliori lavori è “L’inghippo” che pure ricevette il premio “Lo Specchio”.
Capace di aprirsi ad altre esperienze culturali e letterarie, Carlo Alianello si impone per il suo modo di narrare estremamente ordinato, nel solco della buona tradizione e diventa un punto di riferimento per quanto vogliono interrogare la storia in controluce e cioè contro gli automatismi e il riferimento scontato che vede sempre la condanna dei perdenti e forse, in questa prospettiva andrebbe ancora riletto e rimeditato per una valorizzazione piena della sua opera.

03 novembre, 2007

CHI NON AMA E' MORTO!



Le persone non si amano più.
Imparano qualche nozione nei primi anni di vita, e poi vivono seguendole alla lettera retendendo di avere la statura di giudicare o mettere in discussione tutto: religione,sistemi di valori, organizzazioni sociali che per millenni hanno retto il mondo civile.
E’ il trionfo della morte dell’anima!

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02 novembre, 2007

VIA GARIBALDI DAI NOSTRI PAESI!




in tanti paesi della Calabria è tutto un florilegio di corsi dedicati a Garibaldi, Mazzini, esponenti dei Savoia o , peggio, esponenti della spedizione dei Mille. Ci sono anche dei dementi che celebrano lo sbarco e rendono omaggio ad un manipolo di delinquenti che ha ucciso e depredato, magari uccidendo propri gli avi dei dementi di cui sopra. E' civile e auspicabile che le vie dei paesi del sud siano dedicati a personaggi del posto che han dato qualcosa allo sviluppo e alla storia del proprio territorio.
ecco dunque una petizione per cacciare Garibaldi e soci dai nostri Paesi. E' l' invito a prendere coscienza della propria storia e reagire ad un momento storico attuale, davvero triste. Le popolazioni meridionali devono conosxcere il loro fulgido passato per trarre insegnamento e affrontare il presente, senza una rassegnazione e un fatalismo da fine della Storia.
E'una situazione allucinante, veramente apocalittica, se si pensa che "solo" due secoli fa i calabresi erano reputati in Europa i più intransigenti e reattivi
ed ora sono i più rassegnati e chiusi in se stessi... ed è allucinante
che questo paradosso che da solo potrebbe smuovere milioni di coscienze, non venga nemmeno colto



Via Giuseppe Garibaldi dalle nostre piazze, strade e paesi..
. La povertà era ed è il nodo cruciale di tutte le vicissitudini che il caro Sud ha dovuto sopportare, prima e dopo l’unità. L’erario del Regno delle Due Sicilie contava ben 443,2 milioni di lire; la Lombardia 8,1; il Ducato di Modena 0,4; Parma e Piacenza 1,2; Roma 35,3; Romagna-Marche e Umbria 55,3; l’Impero Sardopiemontese 27,0; Toscana 85,2 e Venezia 12,7.Questi dati provengono da Francesco Saverio Nitti, facoltà Scienze delle Finanze)
Garibaldi era anche uno schiavista e lo comprovano le sue scorribande in America Latina. Garibaldi e i suoi Mille partono da Quarto (Genova) imbarcati sui piroscafi Piemonte e Lombardo alla volta del Regno delle Due Sicilie. A Garibaldi era stata segretamente versata dal governo inglese e dal Piemonte l'immensa somma di tre milioni in piastre d'oro (molti milioni di dollari odierni), che sarebbe servita soltanto a corrompere i dignitari borbonici e comperare il loro tradimento. Nemmeno un soldo fu preso dal nizzardo e servì tutto per la corruzione. I soldi per comprarsi Caprera furono proprio quelli rubati dall’erario in Banco di Napoli e poi un “contentino” fu versato da Vittorio Emanuele II e dagli Inglesi per un totale di 3 milioni. Entrata cosí a far parte del Regno d'Italia, la Sicilia, nel giro di pochi anni si vide spogliata dell'ingente patrimonio di quei Beni Ecclesiastici che fruttarono allo Stato 700 milioni del tempo, della riserva d'oro e d'argento del suo Banco di Sicilia, e vide portato il carico tributario a cinque volte di piú del precedente. Come accertò Giustino Fortunato, mentre per l'anno1858 esso era stato di sole lire 40.781.750 per l'anno1891 le sue sette province registrano un carico di lire 187.854.490,35 (5). Si inasprirono inoltre i pesi sui consumi, sugli affari, sulle dogane, le tasse di successione che prima non esistevano, quelle del Registro che erano state fisse, quelle di bollo, per cui nel 1877 queste tasse erano già pervenute a 7 milioni e nel 1889-90 avevano raggiunto i 20 milioni. La vendita del patrimonio dello Stato - ossia del demanio dell'ex Regno della Due Sicilie- impinguato dai beni dei soppressi Enti Religiosi e sommato alla vendita delle ferrovie, aveva fruttato allo Stato italiano oltre un miliardo, senza contare il capitale dei mobili, delle argenterie e tutta la rendita del debito pubblico, posseduta dalle Corporazioni religiose, che venne cancellata del tutto. E non erano "beni della Chiesa di Roma", ma frutto dell'accumulazione di famiglie siciliane investito sul "figlio prete".
L'invasione di uno Stato in pace senza dichiarazione di guerra, agevolata da fenomeni di corruzione e dalla connivenza della Massoneria. Questo fu lo sbarco. L'epopea dei Mille è nota in tutto il mondo. Mille uomini, e per di più 'civili', che conquistano un regno vecchio di oltre settecento anni. Un regno ricco, che vantava la seconda marina del continente dopo quella inglese.