30 dicembre, 2007

HARRY POTTER, IL CALABRESE




Era pensabile che anche con Harry Potter non ci mettevamo lo zampino?.... cerrrto che no!

di Mariapaolina Romeo


PAOLA (29 dicembre) - Mentre l’Italia potteriana è in trepida attesa del prossimo 5 gennaio per leggere l’epilogo della saga del maghetto più famoso del mondo, per i fans di Harry Potter di Paola, cittadina della Calabria tirrenica, un’insperata sorpresa: tra i banchi di un noto supermercato, l'Iperdespar, di via Sant'Agata, tra panettoni in sconto e dvd natalizi, “buttato” in un cestone senza troppe cerimonie, ecco spuntare in vendita il libro probabilmente più atteso degli ultimi anni: Harry Potter e i doni della morte. Seicentonovantasette pagine all’interno delle quali tutte le domande troveranno una risposta. Parola di J.K. Rowling.

Ma l’interrogativo principale al momento è uno solo: come mai il preziosissimo volume, la cui uscita sembrava programmata nei minimi dettagli per la notte fra il 4 e il 5 gennaio, è finito sui banchi di un supermercato ben sei giorni prima della data prevista? Non sarà contenta l’autrice e neanche la casa editrice Salani che al maghetto hanno dedicato addirittura un sito sulla cui home page è in azione un countdown che indica che mancano sei giorni e una manciata di ore all’uscita nelle librerie di Harry Potter e i doni della morte.

Un conto alla rovescia che in Calabria hanno pensato di non rispettare, nonostante gli "agenti speciali" ingaggiati appositamente per fare la guardia all’agognato volume fino allo scoccare dell'ora stabilita per la vendita.

Contrariamente a quanto era successo per le passate edizioni questa volta, evidentemente, la minaccia di una mancata fornitura dei successivi libri di Harry Potter non ha fatto paura e alcune librerie hanno messo in vendita il libro prima della fatidica data. I camion con le copie dell'atteso volume sono infatti già in viaggio per l'Italia per distribuire il libro del maghetto. Anche due anni fa, per il sesto volume della saga, Harry Potter e il principe mezzosangue, qualche ora prima del via l'embargo era rotto e quest'anno potrebbe essere uccessa la stessa cosa con qualche giorno di anticipo.

CONDOFURI PIANGE SERGIO CIRRI


In un tragico incidene stradale ha perso la vita un bravo ragazzo di Condofuri (RC)

Costernazione, incredulità, dolore.
Sono questi i sentimenti che animano la comunità di Condofuri una volta appresa la notizia della morte di uno dei suoi migliori figli, Sergio Cirri anni 18.
Un tragico destino ha sradicato all’ inizio del suo volo un ragazzo serio, buono, stimato da tutti, membro di una famiglia perfettamente inserita nel contesto sociale di Condofuri,, il quale, conseguito il diploma presso l’ Istituto professionale di Stato per i Servizi Alberghieri e della Ristorazione”, aveva deciso di lasciare la sua terra ed emigrare all’ estero per costruire il suo futuro, destino questo che accomuna tanti figli di Calabria, regione che, ancora nel secondo millennio, non garantisce a chi ci nasce la possibilità di costruirvi il suo percorso.
La commozione e il senso di sconforto pervade tutti i concittadini di Sergio, considerando che , chi non merita, viene sorpreso dal destino nel modo più tragico, sei cerca consolazione nel pensiero che il Signore avesse bisogno di un altro angelo nella sua vigna.
Gli amici hanno voluto ricordarlo con un manifesto, nel quale ricordano gli insegnamenti e la cultura di quello che “è stato… è,…sarà per sempre Il Grande Sergio”, con la preghiera che il loro Angelo li accompagni per sempre nelle loro vite, le quali saranno intrise del ricordo e dell’esempio che Sergio ha per loro rappresentato..
Anche tutto il personale dell’ IPSAR ha voluto ricordare Sergio con un manifesto, in cui formula le più sentite condoglianze alla famiglia.
Per questo le lacrime inumidiscono gli occhi di tutti coloro che parlano di questa tragedia, poiché con Sergio è morta una parte di tutti i componenti di una comunità, unità e legata a valori antichi per cui il dolore di uno diventa il dolore di tutti.
Pur nel momento più triste della sua storia la famiglia di Sergio ha voluto dare un messaggio di speranza, acconsentendo all’espianto dei suoi organi, per far sì che l’ angelo possa continuare a vivere in coloro che riceveranno il frutto della generosità e del dono più alto del cuore di persone. che hanno subito un colpo durissimo.
E’ davvero una grande lezione che arriva dalla Calabria, troppo spesso elevata agli onori della cronaca nel modo più sbagliato e meno attinente alla realtà della sua gente, generosa oltre ogni misura.
Emerge una amara considerazione nei pensieri del popolo Condofurese., per la quale , da qualche anno a questa parte, il periodo natalizio è funestato da lutti che colpiscono le giovani vite.
E’ una constatazione che si fa , registrando il corso degli eventi, non prefigurando da questa alcun tipo di considerazione ulteriore.
I festeggiamenti che erano previsti per questo periodo nella cittadina del Basso Jonio Reggino saranno, ovviamente, annullati.
I funerali di Sergio si svolgeranno Lunedì 31 Dicembre alle ore 10.30 nella chiesa “Regina Pacisi di Condofuri Marina.
Tutti vorranno rendere l’ ultimo saluto a “Uno di loro”, che troppo presto li ha lasciati, per volare dal Signore, il quale aveva necessità di avere al suo fianco un altro, meraviglioso Angelo.

28 dicembre, 2007

MA BASSOLINO?


Ogni volta che riesplode la vergognosa emergenza rifiuti, mi stupisco del silenzio del Presidente della Regione Campania e della sua comare Sindaco di Napoli.
Ma come?...Sono sempre in prima linea a rivendicare i loro meriti (?) e poi si eclissano nel momento che più simboleggia il fallimento del loro governo. Ma esiste un qualche criterio in base al quale misurare la responsabilità di chi ha funzioni di Governo?
Come in Calabria, ove Il Governatore promette che supererà il problema della malasanità calabrese all' indomani della morte di una povera sedicenne, dopo che nei mesi scorsi ne era morta un'altra nello stesso nosocomio.
C'è qualcosa di melmoso e maleodorante nella faccia tosta di costoro. E' una coincidenza che siano tutti esponenti dello stesso Partito?....

24 dicembre, 2007

STRAVAGANZE NAPOLETANE



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SANTO NATALE IN CALABRIA



Un augurio di un sereno Natale a tutti


Con l'arrivo della festa dell'immacolata, che ogni anno si celebra l'8 dicembre e dopo essere stata preparata con molta attenzione dalle comunità, si apre calorosamente l'attesa al Santo Natale, che in Calabria a differenza di altre regioni è contrassegnata da profonde tradizioni.

Oggi purtroppo sono molti i casi in cui fra le età adolescenti, sembra predominare la voglia di cambiare e trascurare molte piccole bellezze che i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità, proprio in occasione di questa preziosa festività. Ma nonostante questo, sono ancora molte le famiglie in Calabria che riescono a distinguersi dalla tendenza nazionale, cioè quella di trasformare in un solo fenomeno commerciale, questa occasione di unità, di accoglienza e di benvolere reciproco, specialmente fra tutti i membri della propria famiglia e anche della propria comunità. Si accantonano per qualche giorno tutti quei tipi di problemi cronici (come malattie prive di cure, sindrome di down, problemi di natura economica e di qualsiasi altro tipo) che appartengono a molti esseri umani, per stare insieme, scambiarsi affetti e auguri per un anno migliore.

Molte mamme e nonne, nonchè papà e nonni riescono ancora a tenere alta, la capacità di trasmettere alcuni tra i valori più importanti dell'esistenza umana ai propri figli ed ai propri nipoti. Qui infatti in molte case oltre alla preparazione del tradizionale albero, ci si mette in movimento sin dai primi di dicembre per preparare ancora una volta per il prossimo Natale il presepe e raccontare simbolicamente la storia della Santa Natività e dei valori da essa derivanti.

Anche se le vendite di pastori e gadjet vanno sempre diminuendo, sia a livello nazionale sia in Calabria, c'è da dire che il cittadino calabrese nella realizzazione del presepe non è mai stato un ottimo acquirente e consumatore di prodotti commerciali, da sempre infatti, in questa occasione ha tirato fuori il miglior lato artistico di un artigiano professionista. Si va alla ricerca di materie prime (muschio, cortecce, sassi, calce, farina, ecc) per la realizzazione coreografica e la costruzione di paesaggi, montagne innevate, piccole case, sentieri, ruscelli, molto spesso ci si cimenta in una scenografia automatizzata da semplici meccanismi in movimento che contribuiscono ad abbellire ed a rendere più realistico il presepe.

Non molto diversa è la realizzazione del presepe vivente, una manifestazione che nei giorni che precedono il Natale si effettua in diversi comuni, con lo sfondo della coreografia che è caratterizzato da scorci di antichi borghi ottocenteschi appartenenti ai paesi in cui si tiene l’evento. La scena teatrale preparata per l’occasione propone dei normali cittadini come improvvisi attori che esprimono il loro contributo alla raffigurazione della vita quotidiana nel periodo della Natività, impersonando pastori ed altri personaggi. Questi ultimi ed i visitatori che passeggiano in silenzio tra le vie del borgo in un atmosfera antica, in più, tutto quello che circonda l’evento che va dalle luci emesse dai focolai, dai rumori dei fabbri e degli artigiani, fino ai suoni ed agli odori delle stalle, sembra portare indietro il tempo di 2000 anni.

Nei giorni dopo l’Immacolata, mentre nelle strade addobbate da arcate e da comete luminose installate dai comuni nelle principali vie del paese, e mentre i più giovani si divertono a far sentire i propri botti a tutta la comunità, in molte famiglie la padrona di casa pensa già ai preparativi per il caloroso e molto atteso cenone della Vigilia che godrà di una lunga tavolata che di sicuro si protrarrà fino a mezzanotte. Si premura quindi di spolverare il prestigioso servizio per addobbare la tavola e di reperire gli ingredienti per le non poche pietanze da offrire ai numerosissimi ospiti.

In paese si può intuire, che dai camini fumanti, le donne sono già all'opera nella preparazione di dolciumi fritti ed al forno, si preparano i "ciciàri zukkèrati" (ceci cotti nella sabbia portata ad alta temperatura, successivamente raffreddati e cosparsi di sciroppo di zucchero, ottimi per accompagnare le serate natalizie con dell'ottimo vino calabrese), mandorle ricoperte di cioccolato, torroni alle mandorle come solo una mano calabrese li può creare, “fica sikki” (fichi secchi ripieni), “Zzippùli”(zeppole natalizie), “curùnesci” (corone fritte di pasta dolciaria) e tanto altro ancora.

Nei giorni prefestivi si accolgono anche i parenti che arrivano dal Nord Italia e/o dall'estero, per passare le festività con i propri cari. A loro si fanno assaggiare già alcune delle propri delizie preparate con tanto amore nei mesi precedenti, come il proprio vino novello, l'immancabile fetta di pane arrostita sulla brace e cosparsa del profumatissimo olio extravergine di un colore verde smeraldo dalle olive appena raccolte e lavorate in frantoio, la gustosa portata di fagioli cotti in una pignatta accarezzata dalle fiamme del proprio camino per un giorno intero conditi poi con l'olio fresco e spolverati di peperoncino piccante (comunente detta "carni di poveri"), i numerosi dolci (alcuni citati in precedenza) e tanto altro.

C’è chi anticipa le feste con un'altra grande tradizione, in occasione di avere la compagnia dei propri parenti emigrati, si effettua la macellazione del maiale allevato nelle proprie campagne. Si ottiene un’ottima carne fresca che nella maggior parte dei casi la si consuma il giorno stesso della macellazione, e poi si preparano gli ottimi salumi piccantissimi (“Nduja”, “Maccularu”,”Satizzi”,”Culatellu”, ecc.), che non mancheranno nelle cene e nei pranzi delle feste natalizie, un detto popolare dice: “A Natali non senti nè friddu né fami” (a Natale non si sente ne freddo e ne fame).

Gli eventi religiosi per i giorni festivi sono ancora degnamente celebrati, sia la funzione della Vigilia sia la funzione delle mattina di Natale sono frequentate da numerosi fedeli.

In Calabria, le tradizioni e le usanze sono ancora fortemente radicate nella vita delle comunità, si distinguono per essere sempre ospitali, disponibili e solidali. Alcune di queste qualità vengono marcate spesso nella vita dei Calabresi, ad esempio maggiormente le donne, ma anche interi nuclei familiari, nelle ricorrenze festive, ed a Natale in particolare, rimarcano alcuni valori e tradizioni, e davanti ad eventi luttuosi e/o a parenti gravemente ammalati, essi si stringono attorno a loro con forza ed umiltà.

fonte: www.calabresi.net

17 dicembre, 2007

Intimidazioni massoniche sul risorgimento

La Fondazione Magna Charta di Marcello Pera, attraverso il suo giornaletto online, pubblica da tempo articoli di "liberali filo-risorgimentali".

Mentre Bernardo Provenzano, durante la sua ultradecennale attività di leader mafioso, pubblicava (si fà per dire) i suoi ormai celebri pizzini.


Ora mi chiedo: che differenza c'è tra affermazioni tipo:
"La questione sul Risorgimento e il suo valore non è un affare che riguardi solo gli storici. Chiunque voglia costruire una forza politica liberale in Italia non può evitare di confrontarsi con la questione risorgimentale, a meno che non si voglia costruire un movimento politico conservatore cominciando col mettere alla berlina la più grande gloria nazionale italiana: il Risorgimento. Sarebbe un inizio decisamente goffo."
"Lo spettacolo di una destra liberale che prenda come suoi modelli Pio IX o i Borbone, che vada in ludibrio per le rivolte sanfediste e per le imprese del Cardinale Ruffo, invece di stare con la Rivoluzione napoletana del 1799, a me pare davvero preoccupante. Vuol dire che la destra liberale italiana ha deciso di rinunciare alla modernità e ha pensato di mettersi a inseguire il carro di un revisionismo storico destinato alla fine a negare i presupposti stessi su cui si fonda quella che chiamiamo democrazia liberale moderna."
"Ho scritto anch’io che gli storici risorgimentisti - sì, proprio "il gotha della storiografia novecentesca" - non traevano gli "auspici" dagli stessi altari. E’ certo, però, che per tutti loro il Risorgimento era l’unica legittimazione ideale dell’Italia unita. Si poteva essere mazziniani o cattaneani, giobertiani o cavouriani ma non c’erano altri simboli o filosofie disponibili e rispettabili."


e appunti cripto-mafiosi come:

"sento che soffre fotremente con i Cervicale. Soffre con la Gastrite. La Pressione credo di Sangue. Più credo lo Stress. L'Anzia. E la malattia del tuo sistema psico-fisico. Sei in continuo movimento di lavoro. 16 Novembre fissata in Cassazione."
se non un po' di grammatica e di arroganza (entrambe difettando al contadino palermitano)?

13 dicembre, 2007

QUELLI CHE GIOCANO A FARE I FERROVIERI!



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DAL PUNTO DI VISTA DI UN MERIDIONALE ITALIOTA



Dopo i pensieri del settentrionale italiota, non potevano mancare quelli dell' Italiota meridionale

Sono un ragazzo di 25 anni e sono cresciuto a Mongiana , un paese piccolisimo nella zona più interna della Calabria.
Nel mio paese non c'è niente. Nessun centro di aggregazione, nessun futuro.
E' un paese che non ha mai avuto un passato.
A scuola ho studiato la storia della mia Patria, e, so che devo ringraziare Garibaldi
per quello che ho: poco!
Grazie a lui la mia terra si è riscattata dal giogo borbonico, i quali erano feroci sovrani che tenevano le popolazioni nelle condizioni peggiori possibili.
Che schifo il Meridione!...non vedo l' ora di finire i miei studi e andarmene al Nord dove c'è tutto il meglio.
Qui da noi solo sporcizia, menefreghismo, lassismo...nessuna iniziativa degna di nota.
Possibile che non si è saputa sfruttare l' occasione dell' Unità d'Italia per cambiare le cose, allora è proprio colpa nostra, siamo incapaci....degli inetti...
l' unica cosa buona è il paesaggio , ma non lo sappiano sfruttare...
ah nel mio paese si parla di una attività industriale fiorente risalente a due secoli fa.... una ferriera,dicono anche un'armeria... ...mah...saranno solo delle
dicerie..io a scuola queste cose non le ho studiate...
negli altri paesi vicino a quelli dove abito, si parla di una industria della carta in epoca antiche, oggi di quelle cose non c'è nessuna traccia....non saranno vere...sono solo cose dette ad arte per dare un tono ad una terra che MAI è stata capace di essere protagonista nella Storia, cosi ci hanno detto a scuola...
Ho saputo che il Corpo Forestale trae origine dai nuclei di guardiaboschi che esistevano prima dell' Unità in Piemonte....so da fonti certe che un corpo di guardiaboschi c'era pure al mio paese ai tempi del Regno delle Die Sicilie....
ma non ne trovo menzione nelle note storiche del Corpo Forestale dello Stato....
chissà perchè ?

E alla fine la Camera tagliò i tagli - Rizzo&Stella

Come dire... non avevo alcun dubbio.
E probabilmente i "poveri deputati" non lo hanno fatto nemmeno per cattiveria: obiettivamente è questa la soluzione più facile, più "tecnica", codarda buonista e scaricabarile in una botta sola.
Perché, se mi passate la definizione un po' forzata: il nostro è un Paese intellettualmente disonesto.


(dal corriere.it del 13/12/2007)
La riforma aveva già avuto l'ok di Palazzo Madama
E alla fine la Camera tagliò i tagli
I deputati sopprimono il tetto agli «stipendi d'oro» dei manager pubblici

Taglia, taglia, scusate il bisticcio, stanno tagliando i tagli. L'ultimo a essere soppresso è stato il tetto agli «stipendi d'oro». Passato al Senato, è stato cancellato alla Camera. Anzi, d'ora in avanti i «grand commis» pubblici potranno guadagnare anche di più. Alla faccia di tutte le promesse intorno al bisogno di sobrietà. E di tutti gli italiani che faticano ad arrivare a fine mese. Eppure, dopo tante retromarce nella sbandierata moralizzazione avviata solo per placare l'indignazione popolare, pareva che almeno questo principio fosse acquisito: chi lavora per la sfera pubblica (dai ministeri alle Regioni, dalle aziende di Stato alle municipalizzate) non deve avere buste paga, liquidazioni e pensioni troppo alte. Per mille motivi. Perché le nomine sono spesso dovute non alle capacità professionali ma alle amicizie giuste. Perché in cambio di certi appannaggi non viene chiesta talora efficienza ma piuttosto «gentilezze» al partito di riferimento. Perché nel mondo privato, tirato in ballo a sproposito, chi guadagna molti soldi deve anche render conto agli azionisti del proprio operato (nei Paesi seri) e non mangia contemporaneamente a due greppie: i contratti deluxe del libero mercato e le sicurezze del sistema pubblico.

12 dicembre, 2007

Il muro di apartheid degli israeliani (e la nostra agghiacciante disinformazione)

Bambini che, uscendo da scuola, scoprono di non poter più tornare a casa...
Questa faccenda non meriterebbe un bel servizio su tutti i tg e giornali? Che cosa sappiamo noi veramente di quello che sta succedendo in Terra Santa?!

Traduzione in inglese del dialogo:

Cameraman: What are you doing here?
Girl: Going back home from school!
Cameraman: Where are you going now?
Girl: Home!
Cameraman: Where is your home?
Girl: Behind the Wall!
Boy: My home is behind this wall. We study at Bet Nabal!
Cameraman: What happened here today?
Boy: They closed the passage, we are not able to go through
Cameraman: Where do you live?
Boy: Pointing to the Apartheid Wall... I live here! Yesterday the passage was open, now they closed it.
Cameraman: Now how are you going to go home?
Boy: I don't know how to go back home. The passage is closed.
Cameraman: Where does your mother and family live?
Boy: My mother and family live here... right behind the wall and I can't reach them now.
Cameraman: Where did you come from?
Girl: I came through this passage, now they closed it and don't know where to go!
Cameraman: Where is your parents?
Girl: Behind the wall!


11 dicembre, 2007

La prima alla Scala? Ripugnante! - Parola di Fantozzi

(dal corriere del 11/12/2007)
L'attore al teatro Filodrammatici di Milano con «Serata d'addio»
«La Prima? È stata ripugnante»
Paolo Villaggio: «Un evento riservato alla casta con i soliti presenzialisti che hanno comprato il biglietto solo per apparire»


MILANO - «La Prima della Scala è stata ripugnante, sono state cinque ore di bastonatura e ci sono stati anche dei morti di noia tanto che l'applauso finale è stato liberatorio»: torna ai paradossi fantozziani Paolo Villaggio commentando il 'Tristano e Isotta' di Wagner, che ha aperto venerdì la stagione scaligera. Un giudizio, quello di Villaggio sulle cinque ore dell'opera di Wagner, che ha fatto inevitabilmente ricordare la gag della Corazzata Potemkin.


A TEATRO - Secondo l'attore, che debutta al teatro Filodrammatici di Milano con 'Serata d'addio', uno spettacolo composto da tre monologhi di cui Villaggio è anche autore, «la Prima della Scala è un evento riservato alla casta, un appuntamento preso d'assalto dai soliti presenzialisti che hanno comprato i biglietti tempo prima solo per esserci, per partecipare a un evento». E se il pubblico della Prima è, per l'attore, «solo desideroso di apparire sui giornali», quello di 'Serata d'addio' si augura possa essere «giovane, sotto i trent'anni, entusiasta come lo era quello che frequentava il 'Derby»', lo storico locale del cabaret milanese.

07 dicembre, 2007

FINE ITALIA!


nella foto un italiano del futuro remoto che cerca di nuotare per la strada.

Un popolo ai margini della Storia, già da tempo, si credeva il centro di tutto.
Poco propenso a guardare fuori delle proprie piccole certezze esso non inventò più niente. Continuava con nostalgia a ricordare i bei tempi, gli anni 60, del boom, dell’esplosione del settore pubblico che divenne mamma dei fannulloni e degli inetti.
La pubblica amministrazione doveva essere la spina dorsale del sistema e promuovere i migliori, coloro restarono fuori per colpa dei parassiti e il sistema crollò.
LEGGI IL RESTO

06 dicembre, 2007

LA CALABRIA E' PERSA?



Direi di si finché il popolo calabrese non dimostrerà di avere le scatole piene di politici ladroni, magistrati corrotti, morti in ospedale, morti per le strade, occupazione armata di posti pubblici degli amici e parenti dei politici ladroni di cui sopra, uso delle pubbliche prerogative per sistemare affari privati, di ammazzamenti a catena, di strade schifose, di fogne a cielo aperto e molto altro ancora.
Sinceramente sono pessimista.
LEGGI IL RESTO

Quel plebiscito degno di un sultanato - Granzotto

Se i settentrionali, invece di fare gli italioti padanoidi, avessero lo spessore e l'onestà di un Granzotto, noi meridionali non dovremmo continuamente interrogarci sulla balordaggine del Paese in cui, mal tollerati, siamo obbligati a far parte...


05 dicembre, 2007

Erbe amare, il secolo del sionismo - Levi di Gualdo


Segnalo questo libro fresco di pubblicazione.
Di seguito la recensione di Andrea Tornielli su Il Giornale

I rabbini capi di Gerusalemme, guide spirituali delle comunità sefardita e aschenazita, hanno scritto a Papa Benedetto XVI per chiedere la modifica della preghiera del Venerdì Santo presente nell’antico messale appena liberalizzato dal Motu proprio, nel quale si prega per la conversione degli ebrei chiedendo a Dio di sottrarre «quel popolo... alle sue tenebre» e di rimuoverne «l’accecamento» (termine mutuato da una delle lettere di Paolo). Ma già prima il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, si era detto disponibile a modificare quelle parole.

Ora un libro destinato a far discutere, in libreria tra pochi giorni, riapre la questione, sostenendo che qualche ritocco sarebbe necessario anche nei testi tradizionali dell’ebraismo: Erbe amare (Bonanno Editore, pagg. 324, euro 29), di Ariel Levi di Gualdo. L’autore, giornalista e scrittore, vive in Sicilia e proviene da una famiglia di origini ebraiche convertita al cattolicesimo: per oltre dieci anni si è riavvicinato all’ebraismo frequentando le sinagoghe, studiando i testi sacri della religione israelitica e «apprendendo dall’interno quel che è il tono delle lezioni e degli insegnamenti rabbinici, assai diversi» sostiene «da quelli che sono i discorsi e le pubbliche posizioni ufficiali di circostanza». Un’esperienza che lo ha profondamente segnato.

Nel libro, a tratti molto duro, altre volte più ironico, Levi di Gualdo contesta quella che definisce una sorta di deriva «politica» dell’ebraismo contemporaneo, le cui istanze a suo dire sarebbero oggi fatte coincidere con quelle dello Stato d’Israele in un’impropria commistione che «ha mutato il Sionismo politico nella propria vera religione».

Alcune pagine del volume sono dedicate proprio alla contestata preghiera del Venerdì Santo, dalla quale Giovanni XXIII molto opportunamente fece togliere i riferimenti alla «perfidia» giudaica, lasciando però l’invocazione per la conversione - o meglio l’approdo finale alla fede cristiana - degli ebrei. L’autore fa notare come «nella liturgia ebraica esiste la Lode delle Diciotto Benedizioni, d’impianto risalente al IV secolo avanti Cristo». Nel primo secolo dell’era cristiana - ricorda Levi di Gualdo - in questa preghiera si declamava: «Per gli apostati non ci sia speranza e il Regno insolente (l’impero romano, nda) venga presto sterminato nei nostri giorni. I Nazareni (i giudeo-cristiani, nda) e gli eretici periscano e siano abrasi dal libro della vita, né siano iscritti insieme ai giusti». La preghiera, continua l’autore di Erbe amare, fu mitigata sul finire del Trecento e oggi si recita: «Possano gli apostati non avere speranza e cadere tutti in perdizione, siano presto distrutti e soggiogati i tuoi nemici dei nostri giorni».

Levi di Gualdo, citando Israel Shahak, autore di Storia ebraica e giudaismo, «mai smentito dalle autorità rabbiniche», sostiene che dopo il 1967 svariate sinagoghe ortodosse israeliane e americane «hanno ripristinato il testo del I secolo». Inoltre, ricorda che nel Talmud, il libro che raccoglie l’insegnamento tradizionale dei rabbini, «si bestemmia la Madonna senza curarsi che per i cristiani è la madre di Dio». Si tratta di racconti del Talmud babilonese, risalenti al I secolo, secondo i quali Gesù sarebbe il figlio illegittimo di una donna di malaffare e il padre naturale sarebbe il soldato romano Panthera. Testi che Levi di Gualdo fa notare essere stati scritti ben prima delle persecuzioni antiebraiche ad opera dei cristiani.

Al di là delle polemiche e delle incursioni nei libri sacri dell’ebraismo, c’è anche chi ritiene che l’antica preghiera cattolica del Venerdì Santo non vada cambiata. È quanto sostengono i teologi Nicola Bux e Salvatore Vitiello, in un articolo messo in Internet dall’agenzia Fides della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli: «La Chiesa prega per la conversione di tutti gli uomini. Oggi non pochi cattolici hanno timore della conversione e così pure gli ebrei, i quali vorrebbero che la Chiesa cattolica non sia se stessa, almeno nei loro confronti. Ora, la conversione è l’essenza del Vangelo di Gesù, e ha designato il cammino verso di lui di popoli e nazioni».


Inoltre, rimando a quest'interessante ed istruttivo post...

02 dicembre, 2007

L' UNITA' TRUFFALDINA (2)



di

NICOLA ZITARA

1.2 L’argomento che mi accingo a trattare credo sia ostico per il comune lettore. Io invece vorrei farmi capire da tutti. Perciò, in aiuto a chi incontra per la prima volta l’argomento, inserisco qui di seguito qualche annotazione di storia economica. L’informato può tranquillamente saltare le genericità.

Dopo i secoli bui delle scorrerie barbariche e dello scontro tra bizantini e barbari, la colonizzazione araba della Sicilia riportò sui territori regrediti dell’Italia peninsulare gli elementi della tecnologia, della cultura e dello scambio mercantile elaborati nell’età classica. A partire da Palermo e passando per Napoli, Amalfi, Salerno, la penisola cominciò il suo faticoso ma brillante ri-nascimento. Già nel XII secolo Milano, Venezia, Genova, Firenze, Roma erano di nuovo al centro delle nazioni europee ab antiquo civilizzate da Roma, le quali, nonostante avessero cambiato il nome nel corso del Medioevo, conservano elementi della loro antica condizione. Nell’Europa feudale, che andava assumendo un suo proprio volto, di nuovi inseriti ci furono soltanto quei Germani responsabili di aver portato indietro l’Occidente mediterraneo di tremila anni, e il piccolo gruppo nazionale dei Normanni.

Agli albori della rinascita italiana, la Chiesa Romana, al fine di conservare la propria indipendenza, impose la divisione della Penisola in due aree politiche: un’area frantumata in signorie regionali e municipi al nord di Roma; al Sud un regno unitario destinato a far da dado militare, a volte francese a volte spagnolo, da giocare contro l’eventuale emergere di una potenza nazionale italiana. Roma e le province adiacenti, lo Stato di San Pietro, saranno implicitamente difese dalla non convergenza politica tra Sud e Nord.

Intorno al 1000, il contadino occidentale a stento riusce a produrre il minimo necessario per sopravvivere. Il rapporto percentuale tra chi può non lavorare la terra e il numero dei contadini impegnati nella produzione di alimenti sta sotto l’un per cento. Solo in Sicilia e in qualche altro luogo del Sud – e solo fino all’arrivo degli angioini – detto rapporto potrebbe essere stato migliore; cosa attestata dalla presenza di realtà urbane – Palermo in testa - che fanno da parametro civile per l’Europa barbarica. Nei secoli successivi, i paesi occidentali transitarono dalla servitù della gleba, dal tributo signorile allo scambio monetario, alla libertà greco-romana di vendere le eccedenze agricole e il tempo di lavoro, alla proprietà piena ed esclusiva dei beni mobili, compreso il danaro, e dei beni immobili; facoltà tipiche del diritto quiritario, le quali indirettamente attestano che, nel rapporto statistico tra contadini e non contadini, il dividendo si andava abbassando e la produttività del lavoro innalzando. L’esperienza storica insegna che questo risultato va assegnato a pari merito alle migliorie colturali e alla produzione di manufatti; progressi che a noi sembrano appartenere alla preistoria, ma che, poi, tanto lontani non sono.

La maggior produttività del lavoro ci dovrebbe mostrare un significativo cambiamento nell’esistenza materiale e morale del contadino, ma ciò non avvenne nei fatti. Infatti, se il potere del re-Stato va sottomettendo il feudatario-dux nell’esercizio del potere politico e militare, in compenso i signori terrieri resuscitano un’altra e più antica legittimazione, quella del restaurato diritto romano di proprietà e da questa cattedra rincarano l’esazione delle rendite. E ciò mantenne il contadino in una condizione di crudele povertà. Tecnicamente, l’erario statale e i padroni estraevano surplus da astinenza dai produttori agricoli. Detto surplus passava dalle mani del re e dei redditieri a quelle dei mercanti, che lo trasformavano in accumulazione primaria. I loro affari ri-nascimentavano divenendo sempre più moderni e proficui.