31 gennaio, 2008

C'E' MARINI E MARINI.



A mio modesto avviso se si fosse affidato l'incarico di formare il nuovo governo a Valeria Marini, ci sarebbero state maggiori probabilità di riuscita. E' davvero inconcepibile che gente vecchia, perda tempo con bizantinismi inutili.
Chi ha vinto le elezioni e non è stato capace di mantenere il potere è inutile che si erga a giudice e censore di chi ha l' insperata occasione di regolare i conti e prendersi una larga maggioranza, specie se, all' inizio della legislatura, ha occupato tutto l' occupabile con un atteggiamento spocchioso e livoroso.
Per quanto sarebbe auspicabile buon senso e attenzione all' interesse del Paese, non si può pretendere dall' Opposizione un senso di responsabilità che la vecchia Maggioranza non ha mai avuto e che ora propaganda, come sensibilità all'interesse massimo della Nazione, il suo terrore di affrontare una competizione elettorale in tempi assai grami.
?

30 gennaio, 2008

SERGIO CIRRI, IL SALUTO DEI COMPAGNI.

Un commento in coda al post dedicato alla tragica scomparsa di Sergio Cirri, ragazzo di Condofuri. Ho pensato meritasse la Home Page.
Ciao Sergio,
è gia un mese che non sei più con noi, la tua mancanza si sente ogni giorno di più.
In ogni nostro pensiero,in ogni nostra parola,in ogni nostro sorriso ci sei tu.
Non si può trovare una spiegazione a tutto ciò però grazie alla forza che ci dai e che ci hai lasciato e sopratutto hai ricordi, noi stiamo affrontando la nostra vita nel modo in cui tu hai sempre voluto. Sono troppe le cose che ci hai lasciato perchè tu hai dato tanto e lecustodiamo in modo geloso.
Sappiamo che queste parole non ti riporteranno in vita, però è un modo per far sapere chi eri e cos'eri per noi SERGIO...
La vita è stata brave e crudele per te, ma la cosa più bella è che una vita l'hai avuta e l'hai gestita, non lasciando niente dietro e vivendo ogni istante ogni attimo nel migliore dei modi ottenendo sempre ciò che volevi.
SERGIO TI VOGLIAMO BENE, RIMARRAI SEMPRE NEI NOSTRI CUORI
I tuoi compagni.

29 gennaio, 2008

CALABRIA PERIFERIA. SEMPRE!


Nella storia della Calabria, dal 1860 ad oggi, appare evidente solo una cosa: il suo essere periferia rispetto ad un potere centrale lontano, distratto e assente e una pletora di politicanti autoctoni dedita a rimpinguare il proprio personale tornaconto.

La bonifica integrale

di Antonio Tagarelli, Anna Piro, Giuseppe Tagarelli

La malaria è stata per molti secoli uno dei fattori determinanti la realtà ambientale, demografica ed economica del meridione d'Italia agendo, specialmente in Calabria, come fattore preminente del suo sottosviluppo. Fino all'ultima guerra ogni manifestazione di diffusione del morbo provocava grandi migrazioni interne dalle zone di pianura a quelle di montagna dando origine, in questi ultimi, a sfruttamento delle terre e disboscamento e nella valle al più completo disordine pedoidrogeologico instaurando uno stato di degrado ambientale, economico e sociale. A questo proposito, una descrizione che ben correla il meridione d'Italia preunitario a quello stesso meridione dei primi anni di questo secolo è contenuta nelle parole di Ciasca

... tutto il Regno ... è cinto da una zona di acque stagnanti, che la incuria dei governi ha resa sempre più larga. Dalle foci del Volturno alla contrada di Colonnella, di Giulianova, di Pescara, la malaria ha reso inabitabile le città e le campagne; da Napoli ad Ariano c'è il deserto; squallide e deserte le vallate del Principato Citeriore; disabitate la estesa pianura di Salerno ed Agropoli, in zona maledettamente paludosa, non un villaggio nè un gruppo di alberi; coperta per la maggior parte di stagni, da boscaglie, da macchie, da spineti la messapia (la penisola salentina); se Lecce giace in un territorio discretamente popolato Brindisi è un deserto, Taranto una cloaca" ... .... È una visione di squallore e di miseria che riempie l'animo di tristezza ! ... ... Catanzaro, non paragonabile neppure ad una città di terzo ordine delle Puglie e dell'Abruzzo, Reggio non ancora rifatta dalle rovine del 1783; Cosenza un ghetto di giudei".

L'Italia meridionale viveva, dunque, in un vero stato di abbandono territoriale. Infatti, le opere pubbliche riguardanti le bonifiche durante il governo borbonico non furono incisive anche perché quelle poche leggi decretate risultarono inefficienti. La legge borbonica da considerare vera pietra miliare fu quella dell'11 maggio 1855 che seguiva le norme dettate da Afan de Rivera, allora tecnico del Ministero dei Lavori Pubblici. Con essa il governo borbonico anticipò quella che sarà poi la legge sulla bonifica integrale che, come descriverà Celli

… essere l'opera nè del solo idraulico nè del solo agricoltore nè del solo igienista, ma di tutti e tre insieme alleati e concordi…

Questa legge, però, non ebbe un supporto economico tale da consentire un'adeguata attuazione e così fino al 1926 la Calabria non vide alcuna bonifica in corso, nè bonifiche con progetti in avanzato svolgimento, ma solo 11 bonifiche di "prossima esecuzione" riguardanti più di 400.000 ettari di superficie, ma solo il 40% di esse vide opere pubbliche ultimate. Si dovrà attendere la legge n. 3124 del 24 dicembre 1928 o "legge Mussolini" sulla bonifica integrale per vedere stanziate grosse cifre. L'attuazione di tale legge e la costituzione delle opere non fu scevra di errori. Infatti, se le oscillazioni del flusso dei finanziamenti devoluti alle opere di bonifica in Calabria furono nel tempo notevoli videro, però, i maggiori importi destinati solo a quattro comprensori: la piana di S. Eufemia, quella di Rosarno, quella di Sibari e la bassa valle del Neto poichè erano queste le zone calabresi considerate più "bisognevoli di bonifica". In che misura questi lavori vennero compiuti? Praticamente nessuna delle 17 opere di bonifica, di differente specialità tecnica, vennero portate a compimento. Così, per esempio, la bonifica delle zone montane non si accompagnò a quella della pianura, ma neanche quella serie di opere che rientravano nelle cosiddette "piccole bonifiche" (soppressione degli acquitrini, costruzioni di strade, rimboschimenti ecc.) videro completa luce. Faceva, infatti, notare Rossi Doria

… le opere infrastrutturali erano concepite molto spesso senza tenere in alcun conto l'imponente interdipendenza tra il piano ed il monte… …ci si trovava di fronte ad un intreccio di cose fatte e non fatte, avviate ed abbandonate, grandiose e meschine, sempre troppo costose… …ed alla fine percorrendo i luoghi calabresi spesso si aveva l'impressione di visitare un accampamento abbandonato da imprese frettolose, scappate non appena si era arrestato… …il flusso del pubblico denaro…

Il vero fallimento dell'intera operazione di risanamento del territorio calabrese stava nel fatto che nè si attivarono seri processi di trasformazione fondiaria nè di modifica della struttura della proprietà che avrebbero dovuto permettere l'insediamento degli agricoltori nelle campagne, essenziale ed ultimo scopo per raggiungere la bonifica integrale nel Mezzogiorno. Questo non avvenne sia per la persistente presenza della malaria che per la mancanza di servizi ed attrezzature nei piccoli villaggi agricoli. Nonostante le contradditorietà e le gravi limitazioni il concetto di bonifica integrale, come intervento organico da attuare, restava comunque valido e anche se la sua piena attuazione si ebbe solo intorno agli anni '50 determinò in Calabria un relativo sviluppo economico, demografico e sociale.

28 gennaio, 2008

PAESE SENZA MEMORIA


Mi chiedo che paese sia il nostro, se nel 1951 si scrivevano cose che ancora oggi non trovano nessun tipo di attuazione.

Da una lettera di Luigi Eiuaudi ad Alcide De Gasperi dopo l’alluvione del ‘51

«Ci rassegneremo ancora una volta? Dimenticheremo, di fronte all’urgenza di sempre nuovi problemi pressanti, che il problema massimo dell’Italia agricola è la difesa, la conservazione e la ricostruzione del suolo del nostro Paese contro la progressiva distruzione che lo minaccia? Dalle Alpi e dagli Appennini fronteggianti la Valle Padana, giù sino alle montagne della Calabria, della Sicilia e della Sardegna, gran parte della terra italiana va in disfacimento. Le inondazioni del Reno ferrarese, del Po, ieri dell’Adige, sempre dei fiumi torrentizi della Calabria Jonica e tirrenica e della costa orientale della Sicilia e della Sardegna, insegnano. Per sapere il perché dei villaggi e delle case travolte dalle acque, degli agrumenti dei vigneti e degli orti scomparsi non basta guardare alle strade, ai ponti ed agli argini. Porre rimedio alle cause immediate e visibili e dovere di governo e di autorità locali. Ma l’uomo di Stato deve guardare più lontano nello spazio e nel tempo. Deve guardare anche contro la volontà degli uomini viventi oggi. L’origine delle pianure distrutte, delle strade e dei ponti rovinati è nelle montagne che stanno sopra ed intorno: ma la responsabilità spetta agli uomini che hanno disboscato per conquistare terre al frumento ed al pascolo. Oggi la montagna, fradicia di pioggia, scivola a valle. La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga forse secolare. Ma è il massimo compito di oggi, se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani. La Direzione generale delle foreste dovrebbe chiamarsi direzione generale della conservazione del suolo e delle foreste. L’arricchimento del nome non dovrebbe importare sdoppiamento, sinonimo di rivalità e di lotte di competenze. Significherebbe soltanto che lo Stato tutela e ricostruisce la foresta per lo scopo supremo di salvare la terra Italiana. Significherebbe che lo Stato intende vegliare affinché, dopo secoli di distruzione, si salvi quel poco che resta delle foreste e del suolo delle Alpi e degli Appennini e si ricostruisca parte di quello che è stato distrutto . Tutti i trattatisti, da secoli, hanno riconosciuto che la salvezza della terra nelle zone montagnose non può essere affidata né al singolo, né al Comune e neppure alla Regione. Dove esiste un contrasto di interessi, la montagna si denuda e non si ripopola ».

27 gennaio, 2008

LA STORIA DI UN UOMO GIUSTO.



di Simona Casalini

Questa è la storia di un Uomo Giusto; nel marzo ´55 l´Unione delle Comunità israelitiche italiane così gli scriveva in una lettera: «La ringraziamo perché col suo fermo atteggiamento riuscì a salvare centinaia di ebrei, interpretando le inique disposizioni razziali con nobile e umana sensibilità, collaborando con le organizzazioni ebraiche, noncurante delle conseguenze che tale atteggiamento addensava sulla sua posizione e sulla sua stessa vita». Questa è la storia ancora poco conosciuta, o forse poco ricordata, di un signore non qualunque che si chiamava Angelo De Fiore, funzionario di polizia per una vita, morto nel ´69, tra i primissimi in Italia ad ottenere nel 1966 (pratica n° 0334) il riconoscimento dei Giusti di Israele, il suo nome scolpito nelle stele della collina degli ulivi, nel più grande monumento dedicato alla Shoa.

Era romano di origini calabresi(nato a Rota Greca CS), personaggio schivo, curato nel vestire, uno dei pochissimi funzionari della questura non epurato dopo la caduta del fascismo. Altra fine fece l´allora questore di Roma, Pietro Caruso, processato e giustiziato nel ´44 a Forte Bravetta. Lui, De Fiore, nel ´55 è questore di Forlì.

Solo una volta il "dottor Angelo" disse a suo figlio Gaspare perché, dopo la guerra, nei vicoli intorno al Ghetto tanta gente lo salutava e lo abbracciava: «Perché credo di averne salvati almeno 350». Come riuscì a farlo? Lo raccontò così: «Non facevo altro che dare l´impressione di non sapere niente», salvo poi «aver creato un gran confusione negli archivi».

Molti ebrei stranieri ebbero i nomi camuffati, e decine di ebrei italiani furono regolarizzati come profughi dell´Africa settentrionale. Carte false, incluse le tessere annonarie, elaborate con un tal "signor Charrier", che poi nell´ufficio dell´inappuntabile "dottor Angelo" ottenevano i timbri ufficiali e poi i permessi di soggiorno. Si legge poi nel libro "Il ghetto sul Tevere" che «quel De Fiore si dimostrò un campione di solerzia nel mettere a disposizione degli instancabili investigatori tedeschi i suoi schedari, quelli che decideva lui, facendone sparire molti altri, quelli che per la Gestapo non dovevano esistere».

Racconta oggi il figlio Gaspare, settantenne prof universitario in pensione e presidente Uid, Unione Italiana per il disegno, nella sua casa in via Orti della Farnesina tappezzata di suoi quadri: «Quando uscì il film su Schindler e più tardi su Perlasca, noi fratelli li andammo subito a vedere: persone meravigliose, davvero, però, pensammo, anche papà aveva lavorato bene.

Ancora Gaspare: «Avevo 18 anni, mi accorgevo poco del dramma immenso che stavamo vivendo, mio padre era sempre sereno, a casa non una parola sul suo lavoro. Vivevamo in via Clitumno, al quartiere Coppedè, io ero preso dall´esame di maturità, frequentavo la terza C al Giulio Cesare col professore di italiano che il sabato indossava la camicia nera. Poi entrano gli alleati a Roma, mio padre sempre lì, sempre preciso negli orari d´ufficio, io iscritto al primo anno di architettura. Si sparge la voce che un generale americano si era innamorato della fontana delle Tartarughe di piazza Mattei, che pensava di smontarla per portarsela a Miami. In facoltà i professori pensarono che, nell´eventualità, sarebbe stato utile averne un rilievo, farne almeno una copia. Andai anche io, disegnavo bene.

Con papà eravamo rimasti d´accordo che sarebbe passato a prendermi all´uscita dell´ufficio. Lo vedo sbucare da un vicolo, con suo abito color panna, cappello a larghe tese e sigaretta in bocca. Gli sto per andare incontro e vedo un uomo apparire da non so dove che urla qualcosa in ebraico. Ho paura, ma poi gli si butta ai piedi, gli abbraccia le gambe. Dai negozi, dai magazzini, dai portoni escono due, tre, dieci persone quasi tutte donne vestite a lutto, che si fanno attorno. Parlano a voce alta, concitati. Uno di loro dice, in italiano «È tornato il nostro Angelo salvatore». E un altro: «Gli devo la vita, gli devo la vita». E un altro ancora, un giovane, racconta a tutti: "Ero stato preso in una retata e portato alla pensione Jaccarino di via Tasso, avevo nome e documenti falsi, ma i tedeschi insistevano. Volevano che dicessi di essere ebreo, che qualcuno aveva fatto la spia, mi interrogavano, mi davano botte. Poi entra lui, mi dà uno schiaffo e mi grida: "Ti hanno preso eh? Cos´hai rubato stavolta? Lo conosco bene questo qua, un ladruncolo da poco. Mandatemelo in questura" I tedeschi mi fecero uscire a calci"».

Anche Enza, l´altra figlia del "dottor Angelo", ora ottantenne, non capì allora che uomo fosse realmente suo padre. Se ne accorse di più finita la guerra, quando dietro largo Chigi comprò un paio di guanti di pelle e andò alla cassa per pagare. "Quanto devo?" "Niente, signorina De Fiore". "Come niente? E come sa il mio nome?". "Lei non mi conosce ma io sono venuto tante volte a casa vostra per ringraziare suo padre. Diciamo così, questo regalo è pelle contro pelle». Enza De Fiore quei guanti li conserva ancora e Gaspare non vuole che finisca qui: «Più vado avanti con l´età e più ripenso a lui. Vorrei ritrovare qualcuno che lo ha conosciuto, che sappia qualcos´altro della sua vita. È ancora vivo qualcuno che può rispondere al mio appello?».

25 gennaio, 2008

E SCOMPARVERO I TELEGIORNALI!




Sembra che il governo Italiano sia caduto. La cosa ha colpito talmente tanto il canale "all news" della Rai che questa notte ha, letteralmente, abolito gli aggiornamenti ogni mezz'ora e le rassegne stampe, per dare spazio ad un documentario sulle condizioni dei braccianti agricoli in Italia.
Scherzi della faziosità. Come si può nascondere una realtà scomoda? Abolendo i telegiornali!

La parola ad un "antisemita"

Il presidente Napolitano, celebrando la Giornata della Memoria, avverte minaccioso che "l'antisemitismo è ancora vivo".

Ovviamente su questo blog condanniamo nella forma più assoluta ogni forma di razzismo, dalle teorie naziste giù giù fino al latente "complesso di superiorità" che hanno i settentrionali italiani rispetto ai meridionali.

Ma, giacché i media italiani si sono finalmente accorti del genocidio in atto a Gaza per mano israeliana, ospitiamo volentieri un noto e censuratissimo "antisemita" che da anni denuncia inascoltato ciò che succede in Medioriente (in realtà Blondet è un brillante giornalista e saggista cattolico).
Lo facciamo non perché "deroghiamo" alla condanna verso ogni odio razziale, ma perché crediamo piuttosto che censurando Blondet tacciandolo per antisemita, si metta in gioco proprio quella nostra sbandierata "civiltà occidentale" fatta (anche) di libertà di espressione e di confronto.
Blondet non ha mai detto o scritto che la "razza ebraica" sia inferiore alla nostra o a qualsiasi altra; inoltre non ha mai incitato alla violenza e non ha mai esaltato le persecuzioni dei nazifascisti.
Al contrario, molto spesso dimostra incontestabili "doti profetiche", perché le sue analisi politiche ed economiche, molto spesso impietose, prevedono il futuro con sorprendente precisione.
Ecco perché è interessante ascoltarlo, accanto ad altre voci.


(da http://www.effedieffe.com/)
Israele, la vergogna!
Maurizio Blondet
25/01/2008

GAZA - I giornali fanno quello che possono per mascherare la vergogna d’Israele, la sua insensibilità meschina.«Forze di Hamas hanno segretamente lavorato per mesi al muro di metallo con lance termiche», ha accusato il Times di Londra.Le evasioni dai lager tedeschi di eroici soldati inglesi sono state glorificate in infiniti film.Di colpo, i prigionieri non hanno più il diritto di fuggire dal lager.Se sono palestinesi, il loro è un complotto deplorevole.Eh sì, hanno commesso il delitto di segretamente forare il muro di acciaio massiccio, perchè gli esseri umani vogliono essere liberi.Poi, un bulldozer ha aperto il varco perché potessero passarci le auto.E 350 mila palestinesi sono usciti in Egitto, hanno svuotato le botteghe di Rafah, alcuni hanno raggiunto in auto El Arish, 45 chilometri più addentro.

«Siamo caduti nella trappola di Hamas», ha dichiarato rabbioso Danny Ayalon, già ambasciatore israeliano a Washington, «e abbiamo perso di nuovo la nostra deterrenza. E’ stato un disastro di pubbliche relazioni» (1).Gente abituata al male finisce per rivelarsi, nonostante ogni ipocrisia, nelle sue parole.Ecco come pensano gli israeliani: «deterrenza», «disastro di relazioni pubbliche».

continua

21 gennaio, 2008

GLI AMICI DI DILIBERTO


In questa Italia che, desolatamente, sta affondando ci sono dei "dilettanti allo sbaraglio" che ne accellerano la rovina.
Ecco Diliberto con un suo simpatico amico, ma come dimenticare Mantovani e i suoi compagni di partito(Rifondazione Comunista) quando portarono Ocalan in Italia? E che dire di D'Alema che zittisce Bush quando questi parla dell' Iran o se la piglia con Israele circa la questione di Gaza. Le menti libere e coraggiose che hanno impedito al Papa di parlare alla Sapienza appartengono a questa area politica. Che Dio ci salvi e ci protegga!


Libano: Nasrallah riappare in pubblico e sfida Israele

Hezbollah ha in mano le teste, le mani, parti del corpo e persino un intero cadavere di militari israeliani abbattuti nella guerra dell’estate 2006”. È con questo drammatico annuncio che il leader del Partito di Dio libanese, Hassan Nasrallah, è riapparso in pubblico sabato dopo quasi un anno in occasione della Ashoura, la massima festività sciita. Nasrallah ha affermato che la guerra “ha costretto Israele a una rapida ritirata” e ha avvertito che le sue milizie “sono pronte per una nuova guerra”. Il conflitto del 2006 fu causato proprio dal rapimento di due soldati israeliani da parte di Hezbollah, cui Israele reagì con un’invasione durata 34 giorni, che causò circa 1.200 morti libanesi, in prevalenza civili, e l’uccisione di 160 militari delle Idf, le forze armate dello Stato ebraico. Naturalmente non sono mancate bordate per George W. Bush, da parte di Nasrallah, che ha accusato il presidente Usa di avere una “visione satanica” della politica mediorientale e ha chiamato il popolo arabo in difesa della resistenza palestinese.

Durissima la reazione israeliana: un portavoce delle Idf ha dichiarato nel pomeriggio di sabato che le affermazioni di Nasrallah rappresentano “una mossa cinica da parte di una organizzazione che viola sistematicamente i più elementari codici etici, che dimostra una totale mancanza di rispetto per i diritti umani e per le convenzioni internazionali che li governano”. “Ci appelliamo tutti coloro con un po’ di buon senso – ha concluso il funzionario – affinché tutti giudichino questo atto come vigliacco e lo condannino con chiarezza”. Secondo il quotidiano Haaretz, che cita fonti della sicurezza israeliana, Nasrallah è in realtà in cerca di un accordo con Israele per ottenere la liberazione di numerosi propri esponenti detenuti nelle carceri dello Stato ebraico in cambio della liberazione dei due soldati rapiti nel luglio 2006.

20 gennaio, 2008

IL DISCORSO DEL PAPA


Tra le tante cartoline di una Italia allo sbando, sepolta dalla immondizia, sempre più povera, gestita da incapaci, non è mancata la squallida vicenda della levata di scudi della visita di Papa Ratzinger alla Università "La Sapienza"di Roma.
Riporto il testo del discorso che il Papa avrebbe letto.
Mi chiedo il motivo di tanto INUTILE baccano!



"Magnifico Rettore, autorità politiche e civili, illustri docenti e personale tecnico amministrativo, cari giovani studenti!

E' per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della Sapienza - Università di Roma in occasione della inaugurazione dell'anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l'istituzione era alle dirette dipendenze dell'Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo.

Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l'impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo.
Vorrei ricordare, in particolare, l'Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell'accoglienza e dell'organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio".

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l'invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: che cosa può e deve dire un Papa in un'occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell'università "Sapienza", l'antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale.

Certo, la "Sapienza" era un tempo l'università del Papa, ma oggi è un'università laica con quell'autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all'autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l'università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un'istituzione del genere.

Ritorno alla mia domanda di partenza: che cosa può e deve dire il Papa nell'incontro con l'università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: qual è la natura e la missione dell'università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato.

Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all'Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell'intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo" - episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all'insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell'insieme.

In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l'interno della comunità credente. Il Vescovo - il Pastore - è l'uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù - e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura - grande o piccola che sia - vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull'insieme dell'umanità.

Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa - le sue crisi e i suoi rinnovamenti - agiscano sull'insieme dell'umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell'umanità.


Qui, però, emerge subito l'obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perchè si pone qui la questione assolutamente fondamentale: che cosa è la ragione? Come può un'affermazione - soprattutto una norma morale - dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono.

Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l'altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l'esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell'umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato.

Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell'umanità come tale - la sapienza delle grandi tradizioni religiose - è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.

Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l'intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Ma ora ci si deve chiedere: e che cosa è l'università? Qual è il suo compito? E' una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell'università stia nella brama di conoscenza che è propria dell'uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità.

In questo senso si può vedere l'interrogarsi di Socrate come l'impulso dal quale è nata l'università occidentale. Penso ad esempio - per menzionare soltanto un testo - alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti ? Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b - c). In questa domanda apparentemente poco devota - che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino - i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d'uscita da desideri non appagati; l'hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore.

Per questo, l'interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell'essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell'essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l'interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell'ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l'università.

E' necessario fare un ulteriore passo. L'uomo vuole conoscere - vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theorìa, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto - chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene.

Questo è anche il senso dell'interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l'ottimismo che vive nella fede cristiana, perchè ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell'incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c'è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire - una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l'università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell'universitas significava chiaramente che era collocata nell'ambito della razionalità, che l'arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all'ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza.

Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s'individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all'essere buono dell'uomo?

A questo punto s'impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell'uomo. E' la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell'opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell'umanità. Jurgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti.

Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). E' detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono - lo sappiamo - prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all'insieme.

La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: che cos'è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d'interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza.

Torniamo così alla struttura dell'università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c'erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull'essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l'uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente.

Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda - in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall'altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. E' merito storico di san Tommaso d'Aquino - di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico - di aver messo in luce l'autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s'interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine.

Ma poi, al momento della nascita dell'università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca.

Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa.

Non possiamo qui soffermarci sull'avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l'idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità.

La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino.

Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell'umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un'istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all'interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile.

E' vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.

Ebbene, finora ho solo parlato dell'università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell'università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell'università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l'uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso.

In questo sviluppo si è aperta all'umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell'uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell'uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale - per parlare solo di questo - è oggi che l'uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo.

Detto dal punto di vista della struttura dell'università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande.

Se però la ragione - sollecita della sua presunta purezza - diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e - preoccupata della sua laicità - si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell'università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

Dal Vaticano, 17 gennaio 2008

BENEDICTUS XVI

19 gennaio, 2008

COSOLETO (RC) - TROPPI TUMORI, ALLARME DEL SINDACO



Se il sindaco di un Paese si prepoccupa per l'alta incidenza di tumori tra i suoi concittadini, non sarebbe il caso di fare una indagine approfondita? E la situazione che denuncia non è poi tanto rara.Qualcuno farà una indagine seria?

Cosoleto, allarme tumori

"Qui scorie radioattive"

Il sindaco scrive al ministro della Salute, al prefetto e alla Procura Cosoleto, allarme tumori «Qui scorie radioattive» «Negli ultimi dieci anni il 90 per cento dei decessi è avvenuto per cancro. E nessuno è mai intervenuto»
17 gennaio 2008 - Gioacchino Saccà

Fonte: Gazzetta del Sud

Allarme tumori nella fascia preaspromontana. C'è infatti una incidenza preoccupante di mortalità determinata da malattie tumorali in territorio di Cosoleto e il sindaco Angelo Surace ha denunziato il problema, che definisce «di eccezionale gravità», al ministro per la salute Livia Turco. Surace ha incontrato i giornalisti ai quali ha consegnato copia di una lunga lettera inviata al ministro Turco e per conoscenza al prefetto di Reggio, al procuratore della Repubblica di Palmi, ai presidenti della Regione e dellla Provincia e al direttore generale dell'Asp di Reggio Calabria.

«I dati relativi al numero delle persone decedute per cause tumorali nel comune di Cosoleto - scrive Surace - sembrano enormemente preoccupanti. Solo negli ultimi dieci anni si è registrata poco meno della totalità dei decessi quasi esclusivamente a causa del male incurabile e l'incidenza di morte per cause tumorali è superiore al novanta per cento. Oggi la scienza ha confermato una relazione tra le varie fonti di inquinamento e l'insorgenza di cancro, leucemia, malattie cardiovascolari. L'inquinamento dell'aria, dell'acqua e del terreno, provocato da fabbriche, discariche, aerei, può facilmente transitare sulle coltivazioni agricole e sugli orti entrando nella catena alimentare e diventando strumento fertile per queste terribili malattie. Ma per fortuna - prosegue Surace - queste forme di inquinamento nel nostro territorio risultano totalmente nulle, ed è per questo che tra gli abitanti di Cosoleto, come pure nei comuni limitrofi, si espande sempre con maggiore insistenza la sindrome delle scorie radioattive che, secondo alcune voci, in passato, possono essere state interrate in Aspromonte».

«Infatti - continua Surace - come tutti i fenomeni di inquinamento radioattivo, i rischi per la nostra salute sono strettamente correlati alle concentrazioni degli inquinanti respirati od ingeriti. Per questo chiedo al signor ministro di accertare ed individuare eventuali fonti di inquinamento radioattive esistenti in territorio preaspromontano; di avviare uno studio approfondito sui dati relativi al numero di decessi per cancro, leucemia e malattie cardiovascolari registrati in Cosoleto negli ultimi dieci anni; che detto monitoraggio venga effettuato anche distinguendo le varie tipologie di cancro e con valutazione dei tipi riscontrati, dell'età di insorgenza, del sesso e dell'incidenza delle neoplasie infantili; che i dati ottenuti siano confrontati con i valori di tali malattie a livello provinciale regionale e nazionale; di monitorare le polveri sottili e le nanopolveri con apposite centraline fisse come avviene altrove».

Fin qui la gravissima denunzia del primo cittadino di Cosoleto: «Mi auguro - conclude - di poter smuovere dal torpore le autorità competenti e quanti ritengo abbiano specifica competenza e responsabilità su una realtà della quale si parla da tempo e per la quale, purtroppo, fino ad ora nessuno ha fatto nulla».

LIBERATE BARGHOUTI



Un altro importante tassello per capire qualcosa di più
dal corriere della sera del 17/01/2008

Le mappe nel piccolo ufficio disegnano le aree dove ha manovrato per vent'anni, battaglie e raid militari. Adesso i rossi e i blu illustrano missioni umanitarie, villaggi dove si potrebbe eliminare qualche posto di blocco. Sono le stesse barriere che Ilan Paz ha voluto, prima di andarsene in pensione. Generale della riserva suona strano per un uomo di 47 anni, che si alza in piedi e sembra un cavo d'acciaio, appena uscito dall'addestramento nella Shayetet 13, i commando della Marina, dove ha cominciato nel 1978.
Una vita da militare, una pensione da pacifista. I palestinesi lo hanno chiamato «Mr Occupazione», dal 2002 al 2005 ha guidato l'Amministrazione civile in Cisgiordania, prima è stato il comandante della brigata più grande nei Territori, quella di Ramallah. «Uno che sa un paio di cose su come si combattono i terroristi », scrive il quotidiano liberal
Haaretz. Uno che ora vuole far liberare gli uomini che ha arrestato, «perché senza risolvere la questione dei prigionieri non ci può essere un accordo di pace».
La voce resta tranquilla anche quando nomina la cattura più importante, quella di Marwan Barghouti nell'aprile del 2002. «Ci avevamo provato per mesi. Quando ho ricevuto l'ordine con la posizione del covo, non mi sono fermato a pensare, la decisione di arrestarlo non era una mia responsabilità ».
I cecchini sono piazzati sui tetti e i soldati della brigata Binyamin posizionati attorno al nascondiglio di Ramallah. Ilan Paz usa il megafono per allontanare donne, vecchi e bambini. La seconda chiamata è per Barghouti. Dalla casa viene fuori a mani in alto il nipote Ahmed, tenta una bugia diversiva: «Marwan era con me, è fuggito. E' inutile che andiate dentro: c'è solo un'anziana che non può muoversi». Dentro ci va Paz in persona, esce con il ricercato numero uno e dice «abbiamo preso il micione ».
«Ho cercato di tranquillizzarlo, di spiegarli che non l'avremmo ucciso», racconta. «Gli ho dato dell'acqua e gli ho detto: "Sappiamo che capisci l'ebraico, bevi e stai calmo". Da allora non ci siamo più visti o parlati». Nell'ultimo anno ha parlato con altri leader palestinesi, capi delle fazioni che come Barghouti — condannato a cinque ergastoli — in carcere hanno guadagnato potere. Assieme a Hisham Abdel Razeq (54 anni, un terzo passati in prigione) e Ibraim Salameh, ex consigliere del ministro degli Interni, il generale della riserva ha preparato un piano per il rilascio graduale dei prigionieri, da far procedere in parallelo con un cessate il fuoco e i negoziati di pace.
Le sedici sezioni del documento sono state presentate a Ehud Olmert, premier israeliano, e ad Abu Mazen, presidente palestinese. Olmert ha voluto una commissione, guidata dal fedelissimo Haim Ramon, per provare a ridiscutere la definizione di detenuti «con il sangue sulle mani» e per prepararsi a uno scambio di prigionieri con Hamas. «Se non includono questi carcerati — spiega Paz — non è possibile pensare di arrivare a un accordo per la liberazione di Gilad Shalit (il caporale dell'esercito israeliano rapito nel giugno del 2006, ndr). L'espressione «con il sangue sulle mani» non gli piace. «E' irrilevante. Sono stati condannati dai giudici, che hanno preso in considerazione tutti gli elementi. Perché dobbiamo aggiungere nuovi criteri o parole? Ci sono molte emozioni coinvolte. E' difficile per le famiglie i cui bambini sono stati uccisi accettare una decisione che lasci andare gli assassini. Ma abbiamo la responsabilità di evitare nuovo sangue».
Barghouti, il leader palestinese più popolare, è il simbolo del suo piano. Ilan Paz è convinto che da solo non possa bastare («vanno scarcerati anche gli altri»). «La leadership dei prigionieri è accettata da tutti i palestinesi. Non esiste un'" istituzione", ufficiale o meno, che abbia la stessa influenza. Va coinvolta nelle trattative». Il progetto fa gli esempi di Jibril Rajoub, Mohammed Dahlan, Fares Qadura: «In cella assorbono i valori della democrazia, studiano la storia e imparano l'ebraico. Una volta fuori, spingono per il cambiamento nella società palestinese».
Abdel-Razeq è pronto a scommettere che Abu Mazen non accetterà mai un trattato di pace senza il rilascio dei prigionieri. Ricorda un incontro a Gaza con Yasser Arafat, dopo gli accordi di Oslo. «Gli chiedemmo: "Come puoi firmare un documento che lascia indietro i tuoi soldati feriti sul campo?" ».

16 gennaio, 2008

PALESTINA - LA PACE VISTA DAL CARCERE


Importante intervista per capire qualcosa in più e andare oltre
quello che dicono i nostri telegiornali formato "novella 2002"

di
Gigi Riva.

Intervista intervista con Marwan Barghouti realizzata dal
settimanale L'Espresso del 10 gennaio.


Niente. Israele non fa niente per incoraggiare il processo di pace. E
un simile atteggiamento può annullare gli effetti del "passettino" che
si è compiuto con la Conferenza di Annapolis. Marwan Barghouti, il
leader palestinese di gran lunga più popolare tra la sua gente, lancia
l'allarme sul possibile, ennesimo fallimento dell'ennesimo piano di
pace. Le parole escono dal carcere israeliano dove è detenuto e
vogliono arrivare, idealmente, alle orecchie di George Bush, l'uomo
che ha speso il proprio prestigio per riavviare le trattative e che in
questi giorni è impegnato nel suo viaggio in Medio Oriente, il primo
in Israele e in Palestina. In questa intervista a 'L'espresso',
Barghouti disegna, punto per punto, quelle che per lui sono le
condizioni minime per arrivare a un accordo. Invita Hamas a
riconsegnare il potere a Gaza nelle mani di Abu Mazen. Racconta, nei
dettagli, anche la sua giornata in galera. E confida la speranza che
la sua detenzione finisca presto.


Marwan Barghouti, crede davvero possibile la pace entro il 2008 come
ha auspicato alla Conferenza di Annapolis il presidente Bush?
"Mi dispiace constatare che Israele non abbia avviato alcuna procedura
che dia sostegno e fiducia ai palestinesi, che li incoraggi ad
appoggiare la conferenza di Annapolis. Non è stato rimosso alcuno dei
623 sbarramenti che interessano oltre seimila chilometri quadrati di
territorio. Una cosa simile non esiste in nessun altra parte della
Terra. Tutto questo porta a sofferenza, tortura ed umiliazione.
Israele non ha rilasciato un numero consistente di prigionieri, ma
soltanto 400 persone che avevano terminato di scontare la pena o a cui
mancavano pochi mesi. Nelle carceri israeliane vi sono undicimila
prigionieri. Inoltre Israele ogni giorno cattura 300-400 palestinesi.
Comunque ad Annapolis un passo, anche se piccolissimo, è stato fatto e
questo dà rilevanza internazionale alla causa palestinese. Ma questa
strada è lunga, difficile e piena di ostacoli. L'accordo entro il 2008
sarebbe possibile se il governo israeliano riuscisse a prendere delle
decisioni coraggiose, come porre fine all'occupazione. Sembra però che
l'atteggiamento del governo israeliano non vada verso questa
direzione. Ad ogni modo i palestinesi faranno tutto il possibile
affinché le trattative abbiano successo, anche se deboli sono le loro
speranze".


Svisceriamo i nodi del contendere. Qual è la soluzione accettabile per
Gerusalemme?
"C'è solo un'unica soluzione: il ritiro da Gerusalemme orientale,
occupata da Israele nel 1967, perché diventi la capitale di uno Stato
palestinese indipendente e democratico. Dopo il ritiro di Israele,
Gerusalemme diverrà la capitale dello Stato palestinese, sarà simbolo
di pace. Lo Stato sarà garante dei diritti delle tre religioni
monoteiste".


Ritorno dei profughi. Secondo le stime sono 4 milioni. È pensabile
possano tornare tutti, alterando in modo irrevocabile la composizione
etnica dello Stato ebraico?
"Israele, al momento della proclamazione del suo Stato, ha espulso
centinaia di migliaia di abitanti dal proprio paese, ha distrutto
centinaia di villaggi e città, ha costretto i palestinesi a vivere in
uno dei più grandi accampamenti di profughi e per un tempo così lungo
che non vi è pari nella storia moderna. Noi tutti continuiamo a
chiedere l'applicazione della Risoluzione 194 dell'Onu, relativa ai
profughi palestinesi, ai loro diritti di tornare nelle loro case ed al
risarcimento dei danni".


Accettereste l'ipotesi di scambi territoriali per garantire
l'omogeneità etnica nei due Stati, Israele e Palestina?
"I territori occupati nel 1967 rappresentano solo il 22 per cento
della Palestina storica. Nonostante questo, abbiamo accettato di
fondare lo Stato in quell'esiguo territorio, vicino allo Stato di
Israele. Quando Israele deciderà il ritiro completo e riconoscerà i
diritti del popolo palestinese allora si potrà trattare su
qualsivoglia idea e progetto".


Come si può dividere un bene come l'acqua?
"Dall'inizio dell'occupazione Israele ha avuto il controllo completo
di tutte le risorse idriche in Cisgiordania e a Gaza. Ha destinato ai
palestinesi una quantità di acqua pari ad un decimo di quella che
ricevono gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi. La
carenza di acqua, comporta naturalmente un forte danno sia per l'uso
comune sia per l'uso industriale. Per poter scavare un pozzo è
necessario richiedere un permesso alle autorità israeliane. In città
come Betlemme, l'acqua arriva ogni dieci giorni. Israele deve lasciare
le fonti, le sorgenti principali ed i bacini presenti in Cisgiordania
ai legittimi proprietari, i palestinesi, i quali potranno cooperare
riguardo le risorse idriche sulla base delle norme internazionali".


Pensa che Abu Mazen e Olmert siano in grado di trovare quel
compromesso che non riuscì a personaggi come Sharon e Arafat?
"Olmert è sostenuto da una grande maggioranza, cosa che nessuno tra i
leader che lo hanno preceduto ha avuto mai; se prendesse una decisione
storica, riguardo la pace e la fine dell'occupazione, senza dubbio
riceverebbe il consenso di una vasta parte del popolo israeliano. Ha
davanti una grande occasione, ma se si lasciasse prendere dalla paura
e dal dubbio non arriverebbe ad alcun risultato. Riguardo ad Abu
Mazen, egli è il Presidente eletto dal popolo palestinese. Inoltre,
sulla base di un atto firmato da tutte le fazioni, ha il diritto di
trattare sui prigionieri in Israele. Dovrà trovare una soluzione
definitiva a questo problema. Qualunque accordo raggiunto verrà poi
sottoposto ad un referendum popolare. Ad ogni modo, Abu Mazen, ha la
fiducia dei palestinesi su questo punto".


Qual è il ruolo della Siria nei negoziati?
"La Siria, le cui alture del Golan sono state occupate nel 1967, ha un
ruolo fondamentale nella lotta arabo-israeliana. È ritenuta importante
per la regione la sua partecipazione alla conferenza di Annapolis, ed
ancora prima alla conferenza di Madrid. Il suo impegno è sincero. Non
si può ignorare il suo appello per la pace in Medio Oriente. Il suo è
un forte appoggio alla causa palestinese".


Se i negoziati falliranno cosa succederà? La fine della speranza
produrrà lo scoppio di una Terza Intifada? In quel caso, che Intifada
sarà?
"Nel caso le trattative dovessero fallire, si prolungherebbero la
conflittualità, il dolore e la sofferenza dei due popoli. In
particolare il popolo palestinese, non rinuncerà mai ai suoi diritti
inalienabili, malgrado la forte sofferenza. Ripartiranno i movimenti e
le lotte popolari su larga scala contro l'occupante".


Stando ai sondaggi, il Likud di Netanyahu vincerà le prossime elezioni
in Israele. Sarà possibile fare la pace anche con lui?
"Abu Mazen ha annunciato che dialogherà con il governo israeliano
eletto dal popolo. Ogni governo israeliano, indipendentemente da chi
lo guidi, non avrà sicurezza e pace mantenendo l'occupazione e gli
insediamenti. Netanyahu si è ritirato dalla Galilea firmando l'accordo
di Way River. Prima o poi, qualunque governo israeliano sentirà
l'obbligo di riconoscere i diritti dei palestinesi. Lo stesso Sharon,
che con le sue azioni di odio è stato molto ostile nei confronti dei
palestinesi, è stato obbligato a ritirarsi da Gaza e diminuire gli
insediamenti, grazie alla lotta dura dei palestinesi".


Passiamo alla parte palestinese. Qual è la sua soluzione per il
problema di Gaza?
"Hamas, col controllo militare su Gaza, ha commesso un errore
strategico, si è messo in trappola e ha trascinato il movimento
palestinese in una crisi senza precedenti. Tutto questo va a favore di
Israele e indebolisce i palestinesi. Hamas deve lasciare il controllo
di Gaza e consegnare il potere ad Abu Mazen, restituire tutti i beni
ai legittimi proprietari e avviare le procedure per le elezioni
politiche e presidenziali affinché si possano eleggere i membri del
Consiglio Nazionale Palestinese nel 2008. L'augurio è che Hamas si
impegni assieme a tutti i partiti e le fazioni a rispettare la
costituzione provvisoria, rinunci alla violenza per risolvere i
problemi interni e rispetti il principio democratico. Solo se
rispetterà queste condzioni, si potrà poi avviare un dialogo
strategico a largo raggio".


Quali sono i rapporti, in carcere, tra detenuti di Fatah e di Hamas?
"La maggior parte dei prigionieri, circa 5.000, appartengono a Fatah.
Dei restanti circa 2.500 appartengono ad Hamas, 1.300 ai movimenti
della Jihad Islamica, 700 alla Sinistra palestinese e oltre 1.000 sono
funzionari pubblici. Questi prigionieri si trovano in diversi campi, e
tra di loro hanno stabilito buoni rapporti sotto tutti gli aspetti. Si
discute, si dialoga e si esprimono pensieri sulla via da seguire per
conseguire l'unità del nostro popolo".


Perché Fatah non è in grado di organizzare il congresso molte volte
annunciato e mai alla fine celebrato?
"Dispiace che i vertici di Fatah non abbiano fatto molto per convocare
la conferenza generale del movimento, che non viene convocata da venti
anni. I vertici fanno finta di non sentire, dal momento che il
movimento ha subito due scosse forti, la perdita delle elezioni ed il
crollo del potere a Gaza. È iniziata solo ora la preparazione in varie
regioni per la convocazione di una conferenza di Fatah. Ieri è stata
la volta di Jenin, poi si proseguirà in altre regioni per arrivare, ci
si augura, alla convocazione della conferenza nel 2008. Ci sarà senza
dubbio l'elezione di un nuovo leader. Tutto questo deve avvenire prima
delle elezioni del Consiglio nazionale all'Olp".


Come sono le sue condizioni in prigione? Come trascorre le giornate?
"Dopo la mia cattura, avvenuta in modo duro e violento, sono stato
sottoposto per mesi ad interrogatori in condizioni molto pesanti e per
me umilianti. Ho trascorso tre anni da solo in una piccola cella di
isolamento dove mancavano i requisiti minimi per condurre una degna
vita umana. Attualmente vivo in una piccola cella assieme a due
prigionieri. I colloqui con i parenti sono proibiti. Non voglio poi
parlare della situazione igienico-sanitaria. Nel 2007, sono morti 5
prigionieri. Ogni giorno la sveglia è alle ore 6,15, l'orario scandito
dai carcerieri; alle ore 7,30 usciamo su un piccolo corridoio
sovrastato da tubi di ferro e con muri di cemento molto alti. Sembra
di camminare all'interno di un pozzo profondo. In questo modo facciamo
un po' di ginnastica. Si rientra in cella alle ore 10.00. Alle ore
10,30 si ricomincia la conta. Ogni giorno acquisto e leggo tre
giornali in lingua ebraica. Nel pomeriggio si esce nel cortile dove
incontro altri prigionieri. Nel complesso leggo sei ore al giorno.
Storie arabe e internazionali, libri di cultura, di politica ed altro,
anche libri di affari israeliani. Seguo le notizie del telegiornale e
i programmi tv".


Di tanto in tanto si parla della sua liberazione? Ci crede?
"Da quando sono stato arrestato sento parlare, attraverso gli organi
di informazione, del mio rilascio ma, fino ad ora, sono ancora dentro.
Sono certo che tutti i prigionieri usciranno dalle carceri di Israele
e che il tentativo di Israele di piegare la nostra volontà è fallito.
Mi auguro di essere liberato presto".


Come vede il suo futuro personale e quello del suo popolo? È ottimista
o pessimista?
"Il mio futuro è legato al futuro del mio popolo. Ho combattuto per
questo. Sono orgoglioso di appartenere a questo popolo, che ha
dimostrato di avere grande pazienza e che, malgrado le umiliazioni e
le sofferenze, continuerà il sacrificio per arrivare ad ottenere i
suoi diritti. A me interessa la libertà del mio popolo che è la stessa
mia libertà. Io sono ottimista. Credo che la fine dell'occupazione,
oggi in fase di tramonto, avverrà presto, in quanto non ha più la
forza per continuare dopo quaranta anni. La nostra fermezza viene
appoggiata dalla solidarietà internazionale e dai popoli liberi. Alla
fine avremo il nostro Stato con libertà di opinione, vari partiti e
una società con pari diritti fra uomini e donne. Io credo che l'ultimo
giorno dell'occupazione sarà il primo giorno della pace tra i due
popoli, israeliano e palestinese. Gli israeliani, non avranno mai pace
e sicurezza se c'è l'occupazione".


Traduzione di S. L. Gawhary
(10 gennaio 2008)

15 gennaio, 2008

ARRIVEDERCI MONSIGNORE!




Qualunque sia il motivo del trasferimento del vescovo Giancarlo Maria Bregantini, a me dispiace tantissimo che se ne vada.
La sua dote più importante, penso, sia la sua umanità e disponibilità verso la gente di Calabria, della quale ha capito la vera natura, la vera anima.
Personalmente ho un ricordo personale che mi fa esprimere tutta la mia ammirazione per questa figura.
Ero al bar della stazione di Crotone e stavo prendendo un capuccino, quando incontrai ...il vescovo!...
La mia sorpresa più totale nel vedere al mio fianco, senza formalismi, un personaggio, visto tante volte in televisione, con il quale ho cominciato a parlare in modo diretto e gioviale, della mia vita, del mio futuro, specie professionale.
Ebbe per me parole di grande valore, che ho scolpito nella mia mente e nel mio cuore. Parole che mi hanno aiutato a trovare la Strada maestra della mia vita.
Ringrazio il Signore per avermi dato la possibilità di ringraziarlo (in questa occasione) di persona.
Non mi resta che salutarlo e augurargli ogni bene!

13 gennaio, 2008

CANADA - TRAPIANTI? NO PER I GAY!




Mentre noi ci arrovelliamo sulla nostra triste realtà di periferia estrema del mondo, è bene volgere lo sguardo anche a quello che accade fuori, lì, dove si decide la storia del nostro Pianeta. Storia nella quale la nostra nazione non ha alcuna voce.Del resto se non riesce a risolvere il problema raccolta dei rigiuti, l' Italia può dare qualche contributo in ambito internazionale? Ecco una notizia, proveniente dal "civile" Canada, e che dovrebbe dare molto da pensare e che non ho visto trattata da nessuno dei nostri telegiornali!

Il governo canadese, guidato dal conservatore Stephen Harper, ha interdetto agli omosessuali la donazione degli organi. La decisione, che ha già sollevato un polverone di critiche da parte dell'opposizione, riguarda gli
uomini che hanno avuto almeno un rapporto gay nei cinque anni precedenti alla donazione.

Secondo la nuova direttiva emessa dal Ministero della salute canadese alla fine del 2007, gli omosessuali rappresenterebbero un 'fattore di rischio' per la trasmissione di malattie infettive.

"Sono sorpreso dalla normativa canadese perchè priva di fondamento scientifico", ha commentato Rafael Matesanz, coordinatore del Organizzazione nazionale trapianti spagnola, a El Mundo. Intanto in Canada è scoppiata la polemica: "Il governo ha dimostrato ancora una volta che agisce furtivamente", ha detto Robert Thibault, portavoce del Partito Liberale, che ha sottolineato come questo divieto sia stato messo in atto senza aver fatto un annuncio ufficiale.

Alcuni esperti intervistati dal canale pubblico canadese CBC hanno detto di non esser stati informati dell'applicazione di questo regolamento che potrebbe limitare il numero di donazione di organi in Canada.

fonte
www.canalilibero.it

12 gennaio, 2008

RELAX!




D'ora in poi la prenderò con filosofia. La situazione della Calabria è tale da richiedere uno tsunami economico, sociale, culturale.
Se si fosse scelta la via della concretezza, della sostanza, dei contenuti ciò che era nato dopo l'omicidio Fortugno, poteva essere la testa di ponte di una salutare ondata che spazzasse il sistema che ha portato la Società Calabrese ad essere, sempre di più, una palude putrida e maleodorante.
La mia esperienza è tale da consigliarmi calma e attenzione alle mie cose, tanto le menti bloccate dei calabri non le smuovi, nemmeno con le cannonate!
Per cui pur continuando a guardare alle cose della Calabria attuale, lo farò senza farmi sangue amaro, tanto le mille facce di bronzo che, pur criticandolo a parole, ci sguazzano in questo sistema,se ne fregano di quello che uno può dire, segnalare, urlare.
Aspettano tutti il loro turno per andare a mangiare la propria fetta di torta, ma dei problemi della Calabria a loro non importa niente. Del resto, da come si comporta, questi problemi non sembrano nemmeno interessare il popolo

10 gennaio, 2008

SOLO CHI NON FA , NON SBAGLIA!



E quando uno fa una cosa con animo puro , senza secondi fini, penso che sbagli ancora meno.Amaramente uno subisce anche accuse ingiuste da chi è stato, purtroppo, toccato direttamente da certi tragici eventi, presupponendo una conoscenza che , in effetti, non si ha di certe tematiche, di certe problematiche.
Per cui il dubbio è : se non fai sei criticato, se fai sei criticato lo stesso!
Certo è che non essendo io appartenente a nessuna associazione, movimento, partito ecc. io non mi devo giustificare con nessuno per ciò che, ritengo meritevole, di attenzione e impegno.
Certo,mi dà da pensare, la circostanza che, chi di certe tematiche è pronta a parlare, riempire pagine di giornali, fare convegni, non si dà una mossa al momento dell'azione.
Ripeto, sempre da cittadino , esterno a certi ambienti o a certe logiche.
Mi fa pensare, ad esempio, la circostanza che, spesso, chi si impegna nell'Antimafia delle parole è anche iscritto a questo o quel partito politico. Sicuramente l' impegno nella prima è funzionale al secondo.
Non esprimo pareri sul fatto che un noto forum antimafia abbia cancellato la discussione con il primo comunicato stampa del comitato per il diritto alla Vita, Liberta e Giustizia e annessa sospensione del mio account fino al maggio del 2035!

06 gennaio, 2008

NAPOLI EMERGENZA RIFIUTI - COME MAI NON SI RISOLVE IL PROBLEMA RIFIUTI?


Sul NG it,napoli.discussioni una interessante discussione sull' emergenza immondizia a Napoli. Una vergognosa vicenda che dimostra la qualità dell'attività amministrativa svolta su quei territori da personaggi, che, se avessero un minimo di decenza, rassegnerebbero le dimissioni immediatamente.
Nessuno degli uomini di Governo ha sentito il bisogno di interrompere le ferie.
E' davvero il peggior governo che questa repubblica abbia mai avuto!

Gianluca
Ciao a tutti mi chiamo gianluca e sono di milano. E' da tempo che mi sto
> chiedendo come mai non si riesce a risolvere il problema rifiuti nella vostra
> bela citta'. La politica a livello comunale, provinciale e regionale ha le
> mani legate per colpa della camorra oppure la camorra non c'entra nulla ?

DanielNA
ciao, ed auguri di buon anno.
Riguardo al problema rifiuti, non so risponderti.
Se hai letto Gomorra di Roberto Saviano avrai letto che i giudici non
volevano credere che la camorra guadagnasse grazie ai rifiuti
(affittando i terreni dove mettere le ecoballe, ad es.).
All'inizio del problema rifiuti, più o meno nel 1994, si parlava però
di infiltrazioni criminali. Forse solo per fare pressioni su chi si
opponeva alla creazione di discariche insinuando che chi protestava era
un delinquente. Ora i nostri amministratori non lo dicono. Si devono
essere accorti che era come dire che la criminalità è più forte dello
Stato.
Io credo che la criminalità c'entri. C'entra sempre : è uno stato nello
Stato, parallelo allo Stato! Però ho l'impressione che ci sia più paura
sulla qualità della spazzatura che pressioni da parte della
criminalità. Cioè, un qualunque cittadino si chiede che spazzatura sia
quella che vanno a buttare vicino casa sua. Rifiuti tossici? Spazzatura
che prende fuoco producendo pericolosa diossina? Così si crea un
circolo vizioso in un cui si protesta, non si sa bene il perché, per
tutelarsi. E non posso dare loro torto. Esistono, ad es., zone della
provincia di Caserta dove i terreni sono talmente contaminati da
schifezze chimiche e rifiuti tossici, per di più provenienti da fuori
regione, dove non si può fare niente (né abitare, né coltivare, né
pascolare ... niente!).

DanielNA
un "amico sconosciuto" mi scrive quanto segue:
sulla questione rifiuti credo che la cosa migliore sia andare su
www.napoliassise.it e leggere tutto ciò che riguarda i rifiuti.
La situazione attuale vede tra i responsabili il commisssariato, la
camorra e la FIBE che è il soggetto privato che vinse l'appalto per la
gestione dei rifiuti in Campania, se non sbaglio 14 anni fa, e che sta
costruendo il fatidico incerenitore.
La FIBE è del Gruppo Impregilo che era del Gruppo Fiat e che oggi è di
Cesare Romiti. Il contratto d'appalto prevedeva l'assoluto divieto di
stoccaggio delle ecoballe sul suolo campano. Esse dovevano essere
incerenite negli altri incerenitori di proprietà FIBE in Italia in
attesa del completamento dei lavori dell'incerenitore di Acerra.
Ma Bassolino quando era commissario dei rifiuti, firmò - senza
accorgersene, come da lui stesso dichiarato perchè era una carta fra le
tante - una deroga alla clausola che vietava lo stoccaggio delle
ecoballe in Campania e ora abbiamo 7 milioni di ecoballe su suoli
affitatti a prezzi esorbitatnti a camorristi e e politici.
Per finire in bellezza, ricordiamo che la magistratura ha scoperto che
le ecoballe non sono ecoballe ma rifiuti "tal quale" e pertanto non
possono essere bruciate. Ma il Corriere della Sera ci ha fatto sapere,
tramite illuminante articolo di Stella, che a Venezia ed in altre parti
del mondo si bruciano anche balle di rifiuti "tal quale". E a chi
appartiene il Corriere?
A Cesare Romiti, principale indagato con Bassolino per il disastro
rifiuti.
Ci dobbiamo credere??


Alessandro

NO NO NO

I rifiuti NON POSSONO ESSERE BRUCIATI TALI E QUALI senza produrre
inquinamento e gravi conseguenze ambientali: questa e' una soluzione
certamente facile (si butta tutto, si brucia e via...) ma
assolutamenmte DISASTROSA.

Stella e compagnia bella dimostrano solo una IMMENSA ignoranza in
materia; ben vengano i loro libri di denuncia della casta ecc. eccc.,
nulla da eccepire se non che si tratta di verita' comunque parziali,
ancorche' assolutamente da pubblicare... ma quando si tratta dell'
argomento rifiuti stanno sbagliando TUTTO.

Il nodo tecnico di tutta la questione e' la separazione delle varie
componenti omogenee di un ammasso eterogeneo di RSU (Rifiuti Solidi
Urbani): fermo restando che per quelli SPECIALI occorrono forzatamente
degli appositi raccoglitori, quelli "normali" vanno SELEZIONATI A
MONTE, non c'e' niente da fare... occorre innanzitutto SEPARARE tutta
la parte ORGANICA-BIOLOGICA (si tratta per il 90% di scarti
alimentari, il resto sono sostanze vegetali/legnose scarti di piccole
potature ed opere di giardinaggio) da TUTTO IL RESTO che NON PUO'
ASSOLUTAMENTE ESSERE BRUCIATO, se si escludono la carta/cartone che
pero' potrebbero essere facilmente recuperati... non esiste altra
strada;
poi di tutta la parte biologica che costituisce la BIOMASSA umida
(quella che fermentando produce cattivi odori) se ne puo' fare quel
che si vuole perche' puo' essere trattata in modo piu' specifico
tramite trattamenti meccanici-biologici per ulteriori raffinazioni,
fermentazione batterica per produzione di biogas (ottimo per la
produzione di energia) e il residuo trasformato in compost
fertilizzante... quindi solo una BIOMASSA PURA, priva di ogni altro
inquinante, puo' essere trattata e bruciata per la produzione
energetica, NIENTE ALTRO: il resto va selezionato, trattato, ricicalto
e smaltito in altri modi a seconda dei casi (metalli, plastiche, vetri
ecc.).

Quindi da un punto di vista concettuale il problema e' semplice, non
c'e' molto da capire, da un punto di vista pratico occorrono VOLONTA'
POLITICA, CAPACITA' ORGANIZZATIVA e PIANIFICAZIONE: bisogna
individuare le tecniche e le tecnologie presenti, gia' sperimentate,
prendere in esame le esperienze gia' attuate (e ce ne sono svariate
anche italiane) e riprodurle adattandole alla realta' locale; per fare
questo occorre passare al vaglio una serie di ditte private che siano
in grado di proporre un progetto in collaborazione con la ASM locale,
occorrono dei tecnici della PA che siano in grado di valutare tutte le
proposte di una eventuale gara di appalto ecc. ecc.... occorre che i
criteri di valutazione non siano principalmente quelli economici (meno
spendo meglio e') ma che siano innanzitutto quelli della migliore
tecnologia disponibile che fornisca il migliore risultato possibile;
occorrono degli amministratori che controllino che tutte le regole
vengano rispettate e che NON facciano solo da FIRMACARTE (coem ha
fatto Basoslino)... e qui' vengono purtroppo le DOLENTI NOTE...
la volonta' di cercare la migliore tecnologia e i migliori progetti e
di attuarli dipende principalmente dalla volonta' del politico di
turno eletto nel governo del comune, della provincia, della regione...
questi sono i punti deboli del nostro paese e di napoli e la Campania
in particolare e la responsabilita' di tutti i risultati negativi
ottenuti fino ad oggi e' da ricercarsi proprio in questi ambiti, senza
considerare le responsabilita' dei PARTITI e degli SCHIRAMENTI nelle
cui fila questi personaggi delel istituzioni locali sono stati
eletti... anche qui' ci sarebbe molto da dire.
Infine ma non meno importante, c'e' il contributo dato dalla gente,
dalla popolazione: anche questo e' un nodo molto dolente, protestare
non serve se dietro la protesta non c'e' una PROPOSTA ma per questo
occorre che si formino dei comitati, della gente che si ritrova e
discute tra loro con l' ausilio di personet tecnicamente preparate
(ingegneri, architetti ecc.) e che tutti insieme facciano pressione
per l' attuazione di politiche di smaltimento alternative sia alla
discarica che all' incenerimento. Purtroppo anche questo fronte
risulta sguarnito e di questo passo la situazione e' destinata solo a
peggiorare.

--
Alessandro

03 gennaio, 2008

Condofuri, l'ultimo abbraccio a Sergio Cirri.



Silenzio, cielo grigio, molti negozi chiusi, luminarie spente, il suono lancinante delle campane durante il rito funebre, la Chiesa “Regina Pacis” troppo piccola per contenere tutti coloro che non sono voluti mancare a salutare , per l’ ultima volta, Sergio Cirri .
La mattina del 31 Dicembre era questa l’ atmosfera di Condofuri, quando l’ intera comunità si è fermata per rendere l’ estremo saluto ad uno dei suoi figli migliori, il quale era andato lontano per costruire il suo futuro e ha visto i suoi progetti distrutti da un crudele e tragico destino.
Nel momento del dolore più profondo, la famiglia di Sergio ha voluto fare un gesto di generosità infinita, acconsentendo all’espianto dei suoi organi, lanciando un messaggio di speranza nel momento più buio della morte del loro caro, il quale consentirà ad “altre persone di continuare a vivere e gioire” come scritto in una lettera che la madre di Sergio ha letto durante il rito di commiato dall’amato figlio..
“Una parte di me è triste”- continua la lettera –“ perché la perdita di un figlio provoca un dolore immenso, ma un’altra parte di me è serena , perché so che il Signore ha avuto bisogno di Sergio, e lui, in silenzio, non si è tirato indietro. Sergio non è morto perché la sua parte più bella a ridato la vita a persone che avevano bisogno di continuare a vivere e gioire. La bella anima di Sergio, è accanto al Signore, e da lì continuerà vegliare su di noi e su tutti coloro che l’hanno amato. V abbraccio tutti, il mio abbraccio e l’abbraccio di Sergio”,
Numerosissimi i giovani , i quali hanno seguito attoniti l’ intera cerimonia, non capacitandosi di come possa essere accaduto questo tragico incidente ad un ragazzo serio e benvoluto.
Condofuri si è stretta alla famiglia del povero Sergio, per cercare di far sentire l’abbraccio di una comunità partecipe della tragedia, E’ la seconda volta in pochi mesi che essa ha subito la perdita di due ragazzi meravigliosi, e si cerca di sanare le ferite, che questi eventi hanno infero al tessuto sociale rinserrando le fila dei sentimenti e dei valori antichi, che sono, ancora, per fortuna ingredienti fondamentali dell’intera comunità Condofurese.

01 gennaio, 2008

BUON 2008!



C'è da essere ottimisti con la massa di idioti che in una notte qualunque del calendario pensa bene di scatenare un inferno e portare morte o l' infermità a ignari poveracci sfortunati di avere per vicini animali che si lasciano andare ad un rito orgiastico, infernale?
Ieri sera tra i vari botti che i miei concittadini hanno fatto scoppiare si sono sentiti distintamente colpi di pistola, colpi di mitraglietta.
Mi domando che razza di controllo del territorio sia attuato dalle nostre forze dell' ordine.
Leggi le notizie odierne e apprendi di animali che si ammazzano ad una festa privata, un senzadio che uccide il padre, e altre notizie dall' inferno quotidiano che, i propugnatori di un mondo basato solo sull' individualismo più sfrenato e sul soddisfacimento degli istinti primari e bestiali. considerano "civile" .
Sarebbe opportuno una dittatura, che, con pugno duro, riporti gli animali sulla retta via, e una chiesa cattolica che faccia sentire il suo peso in modo molto più attivo, rispetto alle grida smodate di tanti communistacci d'accatto che cercano di travestirsi da persone civili, ma sempre adepti di quella infernale chiesa restano.
Quondi ..che dire??.......buon 2008?...SPERIAMO!!!
...Ma...io sperereri solo che le persone serie ricominciassero ad avere voglia di spendersi per la gestione della cosa pubblica e a progettare la rinascita del nostro Paese e far si chè questa pletora di politici avida, predona e incapace fosse messa nel dimenticatoio.
Auspico anche di non incontrare più gli scarti e i rifiuti della politica.
Gente che si lancia in campagne elettorali mettendo debiti, per raccogliere 139 voti o altra miserabile plebaglia, che osa insultarti solo perchè non è contenta dell' articolo che pubblichi sul giornale.
Sarebbe già un passo in avanti rispetto al periodo fognario che ci tocca vivere.
P.S. non ho seguito il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Di parole vuote, per quanto belle e cesellate, ne ho piene le tasche, vorrei FATTI!.